Archivi categoria: Archeologia

Rinvenute due statue romane a Capo Bon

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Due statue in marmo bianco di epoca romana sono state portate alla luce il 30 agosto 2019 durante uno scavo di salvataggio condotto dal National Heritage Institute a El Maamoura (Capo Bon), in Tunisia, in una proprietà privata dove sono stati rinvenuti anche i resti di uno stabilimento termale di tarda epoca imperiale.

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I resti dello stabilimento termale

La prima statua rinvenuta è quella di Demetra-Cerere, dea dell’agricoltura, del raccolto e della fertilità, riconoscibile dalla cornucopia tenuta col braccio sinistro. La seconda statua, anch’essa acefala, rappresenterebbe una divinità maschile, forse Plutone-Ade. In base ai ritrovamenti, saremmo in presenza di un deposito sacro, in cui venivano seppellite le statue di culto inservibili perché danneggiate.

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La statua di Demetra-Cerere

Lo scavo continuerà sotto la direzione del National Heritage Institute alla ricerca di ulteriori statue che potrebbero trovarsi nelle vicinanze.

Il mosaico di Pelope

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È stato finalmente riportato interamente alla luce il mosaico romano del IV secolo d.C. scoperto nel 2017 a Boxford, un villaggio del Berkshire, in Gran Bretagna. Il mosaico policromo decorava il pavimento di un’imponente villa e presenta vari personaggi della  mitologia greca.

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Si tratta di una delle più importanti scoperte archeologiche avvenute in Gran Bretagna negli ultimi anni. Quando il mosaico venne rinvenuto in un campo, due anni fa, fu subito ricoperto per non esporlo agli agenti atmosferici. Purtroppo, anche questa volta, il mosaico verrà ricoperto di terra e lasciato al sicuro sul posto; è troppo grande per trovare al momento posto in un museo.

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La ricostruzione del mosaico da parte degli archeologi

Il mosaico romano, che è lungo 6 metri, era probabilmente il vanto del proprietario della villa, che ne faceva sfoggio per impressionare i suoi ospiti. Tra i vari personaggi raffigurati, si notano quattro Telamoni agli angoli, Alessandro Magno con il cavallo Bucefalo, Eracle in lotta con un centauro, il cavallo alato Pegaso e Bellerofonte che uccide la Chimera, e al centro si trova una guardia armata che viene considerata l’unica rappresentazione contemporanea di un soldato del IV secolo rinvenuta in Gran Bretagna.

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Il soldato del IV secolo d.C.

La scena principale del mosaico rappresenta però la corsa dei carri a cui Pelope dovette partecipare per conquistare la mano della sua amata Ippodamia.
Pelope, uno dei più grandi eroi della mitologia greca, era figlio di Tantalo, re della Frigia, e nipote di Zeus. Un giorno, decise di chiedere la mano di Ippodamia, figlia di Enomao, re di Pisa nell’Elide. Pare che un oracolo avesse predetto ad Enomao che sarebbe stato ucciso dal marito della propria figlia, o che egli ne fosse perversamente innamorato.

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Ercole e il centauro

Comunque stessero le cose, per evitare che la figlia si sposasse, Enomao dichiarò che avrebbe concesso la mano di Ippodamia solo a chi fosse stato in grado di batterlo nella corsa dei carri. Chi però avesse partecipato alla corsa e ne fosse uscito sconfitto, sarebbe stato ucciso. Enomao esigeva che Ippodamia salisse sul cocchio del pretendente, a cui lasciava un vantaggio di mezz’ora. Enomao era sempre sicuro di vincere: Psilla e Arpinna, le cavalle, che aveva ricevuto in dono da suo padre Ares, erano le più veloci di tutta la Grecia, e Ippodamia sul carro costituiva una distrazione fatale per lo sfidante. Già dodici o tredici pretendenti erano stati uccisi da Enomao, che poi ne inchiodava le teste e le membra al portone del suo palazzo.

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Uno dei quattro Telamoni

Pelope, amato anche da Poseidone per la sua straordinaria bellezza, ricevette come dono dal suo divino amante un cocchio dorato trainato da cavalli alati ma, per essere ancora più sicuro di vincere, corruppe Mirtilo, l’auriga di Enomao. Pelope promise a Mirtilo che, se avesse sabotato i perni che reggevano i mozzi delle ruote del carro di Enomao, gli avrebbe concesso metà del suo regno e una notte d’amore con Ippodamia.

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Mirtilo (a sinistra) ed Enomao sul carro

Tutto si svolse secondo i piani; durante la folle corsa, mentre stava per raggiungere il cocchio di Pelope, il carro di Enomao perse le ruote e il re, rimasto impigliato nelle briglie, venne travolto dai suoi stessi cavalli e morì. Successivamente Pelope, che non aveva intenzione di dare la ricompensa pattuita con Mirtilo per il suo tradimento, gettò l’auriga di Enomao da una rupe a picco sul mare. Mentre precipitava incontro alla morte Mirtilo, che era figlio di Ermes, maledisse Pelope e i suoi discendenti, tra cui si annoverano Atreo e Tieste, che subirono gli effetti della maledizione.

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Il leone

Sposata Ippodamia, Pelope divenne re di Pisa e soggiogò tutta la regione, che da lui prese il nome di Peloponneso, che significa “Isola di Pelope”. Il suo nome è legato all’istituzione dei giochi olimpici. Secondo una tradizione, infatti, nei giochi funebri che si tennero alla sua morte, venne ripercorso, con una corsa di carri, l’itinerario della gara con Enomao; da quella rievocazione, nacque l’usanza di ripetere la gara ogni quattro anni. In quanto a Mirtilo, dopo la sua morte fu collocato da Ermes in cielo, tra le stelle, come costellazione dell’Auriga.

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L’arciere Iante, figlio di Atlante

Il mosaico di Pelope è databile agli anni tra il 360 e il 380 d.C.; solo pochi anni dopo, nel 410, le truppe romane completavano l’abbandono della Britannia lasciando la popolazione locale al suo destino.

Il ritratto dimenticato di Alessandro Magno

L’archeologa greca Angeliki Kottaridi, direttrice del Museo delle Tombe Reali di Aigai – Vergina, ha annunciato che nei depositi del Museo Archeologico della città di Veria (Veroia) in Macedonia, nel nord della Grecia, è stato ritrovato un antico ritratto di Alessandro Magno. La scultura del sovrano macedone era rimasta dimenticata per molti anni in un magazzino del museo locale. Secondo la Kottaridi, questo ritratto di Alessandro è praticamente sconosciuto agli storici e agli archeologi, essendo scomparso da decenni in qualche angolo buio dei depositi del museo, tra le numerose casse di reperti archeologici.

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Il ritratto riscoperto di Alessandro Magno

La preziosa scultura, riutilizzata dagli antichi abitanti del luogo come materiale da costruzione – come è successo anche alla testa di Dioniso recentemente rinvenuta negli scavi di via Alessandrina a Roma – era stata ritrovata decenni fa tra le macerie di un villaggio nei pressi della città di Veria e in seguito se ne erano perse le tracce. L’inaspettata riscoperta è avvenuta mentre il personale stava ripulendo il magazzino. La Kottaridi ha reso noto che il ritratto dimenticato di Alessandro sarà il protagonista di una importante mostra prevista per il 2020 nell’Aigai Museum di Vergina.

Trovato torso di guerriero dace a Roma

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Dopo la testa di Dioniso rinvenuta il 24 maggio scorso, e poi trasferita al Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, gli scavi di via Alessandrina, a Roma, ci regalano un’altra importante testimonianza del passato.

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Il tronco di statua appena estratto dalla terra

Come si legge in una nota del Campidoglio, il 19 maggio “una statua di guerriero Dace in marmo bianco è stata ritrovata dagli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali impegnati nello scavo archeologico di via Alessandrina. Il busto con ogni probabilità appartiene ad una delle circa 60-70 statue di guerrieri Daci che decoravano l’attico del Foro di Traiano, risalente all’inizio del II secolo d.C. Il torso è alto circa 1,5 metri ed è in buono stato di conservazione. Il materiale con cui erano state realizzate queste statue è il marmo ed in particolare il marmo pavonazzetto, il porfido e il marmo bianco, come nel caso di quella ritrovata oggi”.

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Statua frammentaria di dace in marmo pavonazzetto dal Foro di Traiano. Museo dei Fori Imperiali, Roma

“Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina hanno spiegato che la statua è stata rinvenuta all’interno di un livello di abbandono, successivo ad un crollo da datare al tempo delle demolizioni medievali – effettuate per ricavare prezioso materiale da costruzione – presumibilmente nella seconda metà del IX secolo d.C. Un contesto di ritrovamento diverso quindi, da quello della testa di divinità rinvenuta lo scorso 24 maggio, che era stata invece intenzionalmente riutilizzata in un muro tardomedievale come materiale da costruzione”.

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Statua frammentaria di dace in marmo bianco dal Foro di Traiano. Museo dei Fori Imperiali

Già nel 1998 e nel corso del 2000, erano stati effettuati analoghi ritrovamenti in occasione degli scavi della piazza del Foro di Traiano e le statue di Daci allora scoperte sono oggi esposte ai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Si spera ora che dal prosieguo degli scavi possano apparire altri frammenti delle statue che decoravano quella parte del Foro di Traiano inaugurato nel 112 d.C.

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Statua di dace sull’arco di Costantino

Per avere un’idea di come doveva essere la statua appena rinvenuta, basta osservare una delle otto statue di daci che decorano l’arco di Costantino, che sono di età traianea e provengono molto probabilmente proprio dal Foro di Traiano.

Testa di Dioniso scoperta a Roma

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Il sottosuolo di Roma cela ancora innumerevoli meraviglie, che continuano a riemergere dal passato della città. Venerdì 25 maggio, tra lo stupore generale, dagli scavi di via Alessandrina che serviranno ad unificare i due settori del Foro di Traiano rimasti separati dalla strada, è apparsa una testa in marmo lunense, di dimensioni maggiori del vero e in ottimo stato di conservazione. La testa è stata rinvenuta incassata in un muro tardo medievale, essendo stata reimpiegata – come spesso si faceva all’epoca – come materiale edilizio, vista la scarsità di risorse.

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La delicata fattura dei lineamenti e i capelli che ricadevano sulla nuca avevano in un primo momento fatto pensare ad una divinità femminile. Si tratta invece, molto probabilmente, di una raffigurazione di Dioniso, spesso rappresentato con caratteri femminei.

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Basandosi sullo stile, è possibile al momento ipotizzare una datazione di massima del reperto tra il I e il II secolo d.C.. La statua è stata portata nei depositi del Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, per il lavoro di ripulitura e restauro e per la ricerca di eventuali tracce di colore presenti nella fascia che cinge i capelli.

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Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei archeologici e storico-artistici della Sovrintendenza, ha dichiarato: “Pensiamo vada identificata con Dioniso. Sulla testa, infatti, ha una cintura decorata con un fiore tipicamente dionisiaco, il corimbo, e dell’edera. Gli occhi cavi, che probabilmente erano costituiti da pasta vitrea o pietre preziose ce la fanno ricondurre ai primi secoli dell’impero“. Presicce auspica che dalla stessa zona, ai piedi del Campidoglio, riemergano “altri frammenti della statua o altri pezzi pertinenti” perché si possa procedere ad una eventuale futura ricostruzione. Sulla provenienza della statua, “viene naturale pensare che venga dal Foro di Traiano anche se a volte questi frammenti hanno girato parecchio“.

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La testa di Dioniso rinvenuta nel 2014 in una fognatura sotto la Via Sacra

A questo proposito, ricordiamo che già nel 2014, da un tratto del condotto fognario che scorre sotto la Via Sacra, nei pressi dell’Arco di Tito, era riemersa una testa colossale di Dioniso, alta circa 80 cm, con la capigliatura decorata con una fascia attorno a cui si arrotolavano grandi ciocche di capelli e databile al I-II secolo d.C., che confermava la presenza nelle vicinanze di un luogo di culto di Bacco o Dioniso.

Identificato un ritratto di Augusto nel Museo della Navarra

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Il ritratto di Augusto nel Museo della Navarra

A volte è possibile fare una nuova scoperta anche all’interno di un museo. È quanto accaduto nei giorni scorsi nel Museo di Navarra, in Spagna, nelle cui collezioni si trovava un anonimo ritratto romano in marmo bianco, di età giulio-claudia, trovato nel 1974 negli scavi dell’antica città romana di Cara, l’odierna Santacara, in Navarra. Luis Romero, un dottorando della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università della Navarra, era da sempre rimasto affascinato da questo ritratto di anonimo che si trovava in una vetrina della sala II del museo, tanto da farne oggetto della sua tesi, sotto la direzione del professore di storia antica Javier Andreu.

Al termine dei suoi studi, Luis Romero ha identificato il pezzo conservato nel Museo come uno dei pochi ritratti di Augusto divinizzato conservati nel nord della penisola iberica. Inoltre, le sue indagini hanno accertato che la scultura risalirebbe al tempo di Claudio.

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“Dopo uno studio stilistico e comparativo del frammento di testa, abbiamo identificato il ritratto come appartenente a una scultura a figura intera di Augusto appartenente al tipo detto “di Prima Porta”. La testa aveva una corona fatta di materiale metallico, probabilmente bronzo, di cui si sono conservate due tracce di ancoraggio e la rientranza per l’inserimento nella parte centrale del cranio “, ha detto Romero. Inoltre, ha spiegato che “non conosciamo il tipo di corona che la statua indossava, ma molto probabilmente si trattava di una corona di bronzo, con foglie di quercia (corona civica) o di alloro (corona trionfale).

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Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani

Romero ha sottolineato che si tratta di una caratteristica insolita, perché “questa corona veniva quasi sempre scolpita nello stesso blocco di marmo”. Esistono 17 esemplari di ritratti di Augusto in Spagna, e finora solo due di questi portavano una corona di bronzo: uno trovato nella Bética, a Torreparedones (Córdoba), e un altro a Tarraco (l’odierna Tarragona). Il ritratto di Cara sarebbe quindi il terzo a indossare una corona di bronzo. “La sua provenienza dalla città di Cara, rende questo ritratto di Augusto il più settentrionale tra quelli ritrovati in Spagna”, ha aggiunto Romero.

Luis Romero ha spiegato che il ritratto è stato identificato dalla capigliatura. La disposizione delle ciocche di capelli sulla testa consente infatti di identificare il ritratto inequivocabilmente come quello dell’imperatore Augusto. Inoltre, i lineamenti del viso, in particolare le rughe della fronte, permettono di datare il frammento di statua all’età Claudia. Si trattava quindi di un ritratto postumo, il cui intento era di mostrare l’imperatore divinizzato.

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Come già detto, la testa faceva parte di una statua intera di Augusto, del tipo denominato “di Prima Porta”, scolpita in marmo bianco a grana fine. Servirà l’analisi del marmo per sapere da quale cava proviene la pietra, anche se il professor Andreu ritiene che probabilmente il blocco di marmo importato sia stato lavorato in una officina locale.

I ricercatori hanno sottolineato che non si esclude la possibilità di trovare altri frammenti della scultura negli scavi di Cara, che è stata riportata alla luce solo per il 10% della sua estensione, e che verranno controllati anche i depositi del museo per verificare la presenza di altri frammenti dimenticati.

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Secondo Andreu, la statua doveva trovarsi in un piccolo tempio, un “sacellum”, dedicato al culto imperiale nella città romana di Cara, una città di dimensioni medio-piccole, che era sulla strada che collega Caesaraugusta (Saragozza) con Pompaelo (l’odierna Pamplona), e che raggiunse lo status di civitas romana solo in epoca flavia.

La scoperta conferma, ha sottolineato Andreu, “con crescente chiarezza” che, tra Augusto e gli anni ’70 del primo secolo d.C., “tutte le città romane della Navarra e dei Paesi Baschi, subirono un processo di romanizzazione molto rapido, che coinvolse le mode architettoniche e scultoree dell’epoca, ma anche i programmi ufficiali”.

Scoperta e restaurata una statua di Traiano a Laodicea

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Statua di Traiano, dettaglio del viso e della lorica

Torniamo su una delle notizie più importanti della settimana, per fornire qualche dettaglio in più. Infatti, nell’antica città di Laodicea ad Lycum, in Turchia, gli archeologi hanno scoperto e finito di ricomporre una colossale statua dell’imperatore Traiano risalente al 113 d.C. La statua può essere considerata una rarità per le dimensioni e la qualità artistica. È alta tre metri ed è stata ritrovata, frantumata in 356 pezzi, sotto ai resti di un ninfeo crollato in seguito al devastante terremoto del 494. Ai piedi di Traiano, c’è anche un’altra statua più piccola che rappresenta un prigioniero di guerra – probabilmente un dace – con le mani legate dietro la schiena.

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La statua di Traiano in tutta la sua imponenza

Secondo il professor Celal Şimşek, sotto la cui direzione si sono svolti gli scavi, questa scultura è una delle scoperte più importanti degli ultimi 15 anni. Insieme ai frammenti della scultura, nel 2015 venne anche ritrovata una lunga iscrizione in greco, databile al 114 d.C., contenente la legge che regolamentava l’approvvigionamento idrico della città di Laodicea e le multe comminate per i trasgressori.
Fino ad ora, a Laodicea erano state scoperte molte statue di Adriano, ma questa di Traiano è di alto livello qualitativo. Probabilmente, dato il livello dei dettagli del viso di Traiano, è stata realizzata da un artista che aveva visto di persona l’imperatore. Traiano è raffigurato con una corta tunica e il “paludamentum” – il tipico mantello che veniva indossato da un generale romano quando comandava un esercito – che, dalla sua spalla, ricade sul braccio sinistro.

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Dettaglio della lorica

Le immagini raffigurate sulla lorica sono il tuono di Giove, in alto, la testa di Medusa (gorgoneion) al centro, e due grifoni contrapposti, simbolo del dio Apollo, protettore – come anche Traiano – delle arti. I grifoni tendono una zampa verso un contenitore d’acqua, che simboleggia l’acquedotto di travertino fatto costruire da Traiano per portare l’acqua a Laodicea, per la cui realizzazione, donò trentamila denarii.
Gli abitanti di Laodicea ringraziarono l’imperatore commissionando e collocando questa statua colossale nel ninfeo, dove rimase fino al disastroso terremoto che la ridusse in pezzi e distrusse la città.