L’umanità di Marco Aurelio

“Marco Aurelio era così contrario alle uccisioni che a Roma assisteva ai combattimenti dei gladiatori come se essi fossero degli atleti, senza che rischiassero la vita; a nessuno di loro, infatti, diede mai una spada appuntita, ma tutti combattevano con delle armi innocue, come se fossero state spuntate. A tal punto Marco aborriva ogni genere di strage che, anche quando ordinò, per richiesta del popolo, che venisse introdotto nell’arena un leone addestrato a sbranare uomini, non solo non volle vederlo, ma non affrancò neppure il suo addestratore, sebbene gli spettatori lo chiedessero con insistenza; anzi, fece proclamare dal banditore che quel tale non aveva fatto nulla per meritarsi la libertà “. Cassio Dione (Storia Romana, LXXI, 29, 3-4)

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La caratura morale di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo seguace dello Stoicismo, emerge sia dai suoi scritti che dalle testimonianze degli storici antichi. Una personalità completamente originale e inusuale per i suoi tempi.

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Caligola e Giulia Drusilla

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Statua di Giulia Drusilla, proveniente da Caere (Cerveteri), Musei Vaticani

Gaio Giulio Cesare Germanico, noto come Caligola (12-41 d.C.), visse, insieme alle sorelle, in un clima di grande terrore sotto il regno di Tiberio. Questa esperienza fece sì che Gaio nutrisse sempre un profondo affetto per sua sorella Giulia Drusilla (16-38 d.C.). Non sapremo mai se le accuse di incesto con Drusilla (e anche con le altre due sorelle Agrippina e Livilla), che Dione Cassio e Svetonio rivolgevano a Caligola, sulla base di fonti senatorie decisamente ostili all’imperatore, fossero fondate o calunniose. Forse Gaio aveva veramente rapporti di natura sessuale con le sorelle, magari perché seguiva l’esempio dei sovrani tolemaici a cui si ispirava. Svetonio narra che i rapporti incestuosi di Gaio con Drusilla iniziarono negli anni dal 29 al 32, in cui vivevano insieme in casa della nonna Antonia, che li sorprese anche nello stesso letto. Di certo Drusilla era di gran lunga la sorella preferita di Gaio, che l’aveva liberata dal precedente matrimonio con Lucio Cassio Longino e l’aveva fatta risposare con Marco Emilio Lepido, bisnipote del triumviro e grande amico di Caligola fin dalla giovinezza.

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Busto di Caligola, Metropolitan Museum of Art, New York

Quando Gaio nel 37 si ammalò gravemente, con un atto senza precedenti, nominò sua sorella Drusilla addirittura erede dei suoi beni e dell’impero. Purtroppo, l’idillio si spezzò quando Drusilla morì improvvisamente il 10 giugno del 38, e lo sconforto di Gaio, che nutriva per la sorella un affetto quasi morboso, fu smisurato e incontenibile. Caligola ordinò infatti la sospensione di ogni affare e un lutto generale durante il quale fu considerato delitto di lesa maestà il ridere, il lavarsi e persino il pranzare con i parenti, le mogli e i figli. In quei giorni, bastava che uno avesse ospitato o salutato qualcuno o, addirittura, che si fosse fatto un bagno, per andare incontro a severe punizioni. Un tale, per il solo fatto di aver venduto dell’acqua calda, da mescolare col vino, fu processato e giustiziato per lesa maestà. A Drusilla fu organizzato un funerale degno di un imperatore: il corpo dei pretoriani e l’ordine equestre sfilarono in parata intorno alla sua pira, mentre i fanciulli della nobiltà si esibivano nei Ludi troiani.

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Busto di Drusilla, Gliptoteca, Monaco di Baviera

Il marito Lepido pronunciò l’elogio funebre di Drusilla, mentre Caligola le rese omaggio con il funerale pubblico e facendole attribuire tutti gli onori che erano stati tributati in passato solo a Livia, la defunta moglie di Augusto e madre di Tiberio. Venne decretato, inoltre, che le fosse costruita una tomba personale, di cui fossero ministri venti sacerdoti e sacerdotesse e che nell’anniversario della sua nascita si celebrasse una festa simile ai Ludi Megalesi in onore di Cibele, che le venisse innalzata una effigie d’oro in Senato, che Drusilla venisse deificata, col nome di Pantea, e che nel tempio di Venere le fosse dedicata una statua della stessa grandezza di quella della dea. Un senatore di nome Livio Gemino, che asseriva di aver visto Drusilla salire in cielo tra gli dei, fu ricompensato da Caligola con un milione di sesterzi. Infine, in onore della sorella, Caligola diede il nome di Giulia Drusilla alla figlia avuta da Milonia Cesonia, la sua ultima moglie. Insomma, nonostante la cattiva fama che ha sempre accompagnato Caligola fin dall’antichità, anche lui aveva un cuore…

Antonino Pio

Il 19 settembre dell’86 d.C. nacque a Lanuvium Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino, in seguito conosciuto come Antonino Pio. La sua famiglia era originaria di Nîmes (Nemausus) e vantava antenati illustri, come i nonni Tito Aurelio Fulvo e Arrio Antonino, entrambi consoli. Successe al padre adottivo Adriano, morto il 10 luglio del 138 e fu un attento amministratore, garantendo all’impero un lungo periodo di pace. Tra i vari motivi per cui ebbe l’appellativo di “Pio”, si ricordano la pietas che dimostrò verso Adriano nel volerne la divinizzazione nonostante la resistenza del Senato e la sospensione dell’esecuzione delle condanne a morte ordinate da Adriano nei suoi ultimi mesi di vita. Poche le imprese militari durante il suo regno, tra cui la riconquista dei Lowlands scozzesi ad opera di Quinto Lollio Urbico, governatore della Britannia dal 139 al 145, che portò alla costruzione del Vallo Antonino come nuova barriera di confine dall’estuario del Forth a quello del Clyde. Dal suo matrimonio con Faustina maggiore ebbe due figli maschi e due femmine, di cui solo Faustina minore gli sopravvisse. Morì il 7 marzo del 161 d.C., lasciando l’impero nelle capaci mani dei figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero. Fu sepolto nel mausoleo di Adriano.antoninoD3337

Gaio e Lucio, eredi di Augusto

La vita di Augusto fu costellata di enormi successi ma anche di immani dolori, causati dal comportamento non proprio esemplare di alcuni membri della sua famiglia e dai lutti che lo privarono dei migliori rampolli della sua stirpe. Sempre alla ricerca di un discendente maschio da designare come successore, aveva già perso nel 23 a.C., a soli 19 anni, il suo amato nipote Marcello, figlio di sua sorella Ottavia e successore designato. Augusto fece quindi sposare sua figlia Giulia con Marco Agrippa e da questo matrimonio le sue speranze vennero esaudite. Nacquero Gaio nel 20 a.C. e Lucio nel 17, che subito Augusto adottò per farli crescere nella sua casa. Il Princeps affidò l’istruzione di Gaio e Lucio al famoso grammatico Verrio Flacco: lezioni di grammatica, di lingua greca e di oratoria divennero il pane quotidiano dei due ragazzi, oltre ai rudimenti dell’arte militare, affinché crescessero con la padronanza di tutti i mezzi utili a esercitare il potere su un immenso impero. Leggiamo direttamente le parole di Augusto, impresse nel bronzo delle Res Gestae: “I miei figli […] Gaio e Lucio Cesari, in mio onore il senato e il popolo romano designarono consoli all’età di quattordici anni, perché rivestissero tale magistratura dopo cinque anni. E il senato decretò che partecipassero ai dibattiti di interesse pubblico dal giorno in cui furono accompagnati nel Foro. Inoltre i cavalieri romani, tutti quanti, vollero che entrambi avessero il titolo di principi della gioventù e che venissero loro donati scudi e aste d’argento”. (Res Gestae, 14)
Augusto fece partecipare i giovani Gaio e Lucio all’amministrazione dello stato e, appena furono abbastanza grandi, li inviò nelle province e presso gli eserciti. Proprio queste missioni ebbero un esito infausto per le sorti della casa Giulia.
Lucio morì il 20 agosto del 2 d.C. a Marsiglia, dove era stato inviato per fare esperienza sul campo, per un’improvvisa e misteriosa malattia. Per la morte di Lucio, ci fu anche chi sospettò una attiva e interessata partecipazione di Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio. Gaio, invece, inviato da console in Siria, perse la vita a Limira, in Licia, il 21 febbraio del 4 d.C., mentre cercava di tornare via mare a Roma per i postumi di una ferita subita in un agguato due anni prima, nei pressi della fortezza di Artagira, e da cui non si era più ripreso. Augusto fece gettare in un fiume, con un macigno legato al collo, il pedagogo e gli aiutanti di Gaio, che avevano approfittato della malattia del figlio per operare malversazioni nella provincia. Gaio e Lucio furono sepolti nel grande mausoleo che Augusto aveva fatto costruire per i membri della sua famiglia. Tutta l’amarezza di Augusto per la perdita dei due figli adottivi traspare nelle parole iniziali del suo testamento, fatto leggere in senato da Tiberio nel 14 d.C.: “Poiché un destino crudele (atrox fortuna) mi ha strappato i miei figli Gaio e Lucio, nomino mio erede Tiberio Cesare…” (Svetonio, Tiberio, 23). “Atrox Fortuna”, due parole che fanno capire bene il dolore che funestò gli ultimi anni di vita di Augusto.

Antinoo, il favorito di Adriano

Antinoo, il giovane favorito di Adriano, era un greco della città di Eliopoli, in Bitinia. Non sappiamo se fosse uno schiavo o un uomo libero; Adriano forse lo conobbe nel 123, in occasione della sua visita alla regione e se ne invaghì. Lo fece portare in Italia e, a partire dal 128, seguì sempre Adriano nei suoi viaggi. Nel 130, Adriano decise di intraprendere un viaggio lungo il Nilo partendo da Alessandria, per osservare le meraviglie dell’Egitto; del suo seguito in questo viaggio culturale facevano parte, tra gli altri, Lucio Elio Vero (al tempo, suo successore designato), l’imperatrice Vibia Sabina, la poetessa greca Giulia Balbilla e l’immancabile Antinoo. Purtroppo, durante il viaggio, sul finire di ottobre, nei pressi di Besa Antinoo cadde nelle acque del Nilo in circostanze oscure e vi annegò. Grande fu il dolore di Adriano, che si lasciò andare a scene di disperazione e pianse lacrime amare, destando anche un certo scandalo. Per onorarne la memoria, Adriano ordinò che, nel luogo della morte di Antinoo, venisse edificata una città che chiamò Antinoopoli e fondò un culto del divinizzato Antinoo, che ebbe una vasta diffusione in tutto l’impero. Sulla misteriosa morte di Antinoo, ovviamente iniziarono a circolare molte voci diverse. Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 2-3) ci riferisce che Adriano, nella sua autobiografia, scrisse che Antinoo era caduto accidentalmente nel Nilo; e che altri ritenevano che il giovane fosse stato immolato o costretto a suicidarsi per prolungare la vita dell’imperatore, notoriamente superstizioso e sempre circondato di maghi e indovini di ogni genere. Non sapremo mai la verità, ma rimane la testimonianza dell’amore di Adriano per Antinoo nelle centinaia di ritratti che ci sono pervenuti e che lo raffigurano, di volta in volta, con gli attributi di divinità come Ermes, Osiride, Dioniso, Apollo e altri. Ritratti talmente numerosi, da essere inferiori, nel numero di quelli giunti fino a noi, solo a quelli di Augusto e dello stesso Adriano.

L’epilogo della battaglia di Teutoburgo

Un ultimo post con cui concludiamo il ricordo della sconfitta di Teutoburgo (8-11 settembre 9 d.C.) con il racconto del suo triste epilogo. In genere si dice che la storia viene scritta dai vincitori; in questo caso, venne invece scritta dagli storici della parte sconfitta, che raccolsero i racconti dei sopravvissuti al massacro. Nelle cronache che sono sopravvissute, pare quasi di sentire il fragore della battaglia, le grida degli assalitori, le urla e i lamenti disperati dei feriti. Tornando ai fatti, dopo tre giorni di feroci combattimenti corpo a corpo nella foresta impenetrabile e un disperato tentativo dei superstiti di asserragliarsi su un’altura boscosa, le enormi perdite e lo sfinimento hanno la meglio. Quintilio Varo ordina di abbandonare l’accampamento improvvisato e di rimettersi in marcia, in un estremo tentativo di spezzare l’accerchiamento, ma la decisione è fatale. I Romani scendono più a valle e vengono assaliti da tutte le parti, con perdite ingenti. Lasciamo la parola allo storico Dione Cassio:

“All’alba del quarto giorno, mentre stavano avanzando, si abbatterono nuovamente su di loro una pioggia violenta e un forte vento, che non solo impediva ai soldati di avanzare oltre e di trovare un accampamento stabile, ma non permetteva neppure l’utilizzo delle armi: infatti, non erano in grado di utilizzare opportunamente né le frecce né i giavellotti, ma neppure gli scudi, che erano scivolosi. I nemici, d’altra parte, pativano in misura minore questi inconvenienti, dato che per lo più erano armati alla leggera e avevano la possibilità di attaccare e di ritirarsi liberamente. Inoltre, le file di questi ultimi erano notevolmente cresciute di numero, grazie al fatto che molti di coloro che inizialmente attendevano lo sviluppo degli eventi, in un secondo tempo li avevano seguiti nella speranza di raccogliere del bottino, e così circondavano con maggior facilità e abbattevano i Romani, i quali erano già decimati, dato che molti di loro erano caduti nelle battaglie precedenti. Perciò Varo e gli altri ufficiali di rango, nel timore di essere catturati vivi o di morire per mano dei loro più acerrimi nemici (visto che poi erano anche stati feriti), ebbero l’ardire di compiere un’azione che fu terribile, ma tuttavia necessaria: si diedero la morte da sé. Non appena si diffuse questa notizia, non ci fu più nessuno degli altri Romani, nemmeno chi era ancora in grado di lottare, che continuò a difendersi: alcuni imitarono il loro comandante, mentre altri, dopo aver deposto le armi, si rivolgevano a coloro che erano disponibili e li autorizzavano ad ucciderli; del resto per quanto uno potesse desiderarlo, la fuga era impossibile”. (Storia Romana, LVI, 22).

Le aquile delle tre legioni vengono sottratte e i Germani trucidano orrendamente i superstiti, straziando senza pietà i cadaveri. Sei anni dopo, Germanico condurrà quattro legioni sui luoghi del massacro e osserverà con i suoi occhi lo scenario della battaglia e le ossa dei caduti, a cui darà sepoltura; ma questa è un’altra storia. Nel frattempo, i fortunati che sono riusciti a scampare al massacro, raggiungono le postazioni difensive lungo il confine; partono le staffette per portare la tremenda notizia nel cuore dell’impero. Tre legioni, sei coorti di fanteria e tre di cavalleria ausiliaria non esistevano più. I cadaveri di oltre ventimila uomini giacevano insepolti nella foresta di Teutoburgo e c’era il concreto timore che i Germani, fomentati dalla vittoria, decidessero di oltrepassare la frontiera e invadere l’Italia, dirigendosi verso Roma. Nella capitale dell’impero, un Augusto ormai anziano e fiaccato dagli anni e dai lutti che avevano colpito in anni recenti la sua famiglia, riceve la notizia. Svetonio ci racconta la sua reazione:

“La sconfitta di Varo fu quasi fatale, essendo rimaste distrutte tre legioni con il loro comandante, i luogotenenti e tutte le truppe ausiliarie. Quando giunse la notizia, Augusto fece collocare sentinelle in tutta la città per evitare disordini e prolungò il comando ai governatori delle province, affinché gli alleati venissero tenuti a freno da uomini esercitati ed esperti. Promise a Giove Ottimo Massimo giochi solenni, se gli affari dello Stato fossero migliorati: come si era già fatto durante le guerre coi Cimbri e coi Marsi. Dicono infine che si mostrasse così costernato da lasciarsi crescere per mesi la barba e i capelli e che talvolta, sbattendo la testa contro lo stipite delle porte, gridasse: «Quintilio Varo, rendimi le mie legioni!» Ogni anno, poi. considerò triste e luttuoso l’anniversario di quella sconfitta”. (Svetonio, Vita di Augusto, 23).

Augusto, vista la scarsezza di truppe, si affrettò a reclutare, con ogni mezzo, anche tra i congedati ed i liberti, nuovi uomini da inviare con Tiberio in Germania. Inoltre, “poiché a Roma c’era un elevato numero di Galli e di Germani, alcuni dei quali vi si trovavano a soggiornare per vari motivi, e altri servivano nella guardia pretoriana, Augusto temette che insorgessero: perciò, li relegò in diverse isole, mentre a coloro che erano privi di armi, ingiunse di ritirarsi dalla città”. (Dione Cassio, Storia Romana, LVI, 23)

In ricordo di tutti i caduti romani, ci piace mostrarvi il volto anonimo della maschera di ferro, originariamente placcata d’argento, che veniva usata come parte dell’elmo dei soldati di cavalleria romani durante le parate. La maschera venne ritrovata nei luoghi originari della battaglia, nel sito di Kalkriese, insieme ad altri migliaia di reperti che testimoniavano la furiosa battaglia. Appartenne sicuramente ad un membro della cavalleria romana che morì combattendo in quei drammatici giorni ed è una splendida testimonianza del loro sacrificio. Un volto anonimo che li simboleggia tutti…Kalkriese_face_mask_for_Roman_cavalry_helmet,_Museum_und_Park_Kalkriese,_Germany_(9603028191)

Il mito di Ganimede

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Ganimede era un giovane di straordinaria bellezza, figlio del re Troo, che diede il suo nome alla città di Troia e alla stirpe dei troiani, e di Calliroe, oltre che fratello di Ilo e di Assaraco. Ganimede si occupava di custodire le mandrie del padre e di portarle nei pascoli intorno a Troia. Il ragazzo, purtroppo, era così bello che anche Zeus se ne invaghì e desiderò averlo per sé; un giorno, quando Ganimede era al pascolo con il gregge sul Monte Ida, nella Troade, Zeus inviò la propria aquila divina a rapirlo o, in altre versioni del mito, assunse egli stesso le sembianze di un’aquila, per portarlo sull’Olimpo, dove ne fece il suo coppiere.

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Ganimede del British Museum

In seguito, per compensare Troo per la perdita del figlio, Zeus inviò Ermes che gli donò due splendidi cavalli divini o un tralcio di vite d’oro, opera di Efesto, assicurandogli che Ganimede, era diventato immortale. Il mito di Ganimede, cantato, tra i tanti, da Omero, Ibico, Teognide, Pindaro e Ovidio, divenne ben presto molto popolare in Grecia e poi a Roma, perché offriva una giustificazione mitica al rapporto amoroso tra uomo adulto e ragazzo, tanto diffuso tra i greci.
Eratostene, nei Catasterismi, collocò già anticamente Ganimede tra le stelle, identificandolo con la costellazione dell’Acquario, che è posizionata proprio vicino a quella dell’Aquila che lo rapì.

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Ganimede dei Musei Vaticani, copia della scultura di Leocare

A testimonianza della diffusione del mito, le tante sculture greche e romane che raffigurano Ganimede e l’aquila. Celebre era il perduto gruppo bronzeo di Leocare, scultore ateniese del IV secolo a.C., nel quale Ganimede, ghermito dall’aquila, era raffigurato con i piedi già sollevati da terra, e di cui esiste una copia nei Musei Vaticani.