31 marzo: festa della dea Luna

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Statua di Selene, Pergamonmuseum, Berlino

Era notte e splendeva nel cielo sereno la luna“.
Orazio (Epodi, 15, 1)

L’ultimo giorno del mese di Marzo si festeggiava la dea Luna, regolatrice delle stagioni e dei mesi, il cui culto di origine italica veniva già celebrato presso gli Etruschi (Catha o Cavtha) e i Sabini. Proprio il sabino Tito Tazio avrebbe importato a Roma il culto di Luna, mentre il tempio a lei dedicato sull’Aventino (templum o aedes Lunae) sarebbe stato edificato per volere di Servio Tullio, vicino al tempio di Diana, dea lunare anch’essa. Sul Palatino invece sorgeva un antichissimo tempio intitolato a Luna Noctiluca, ricordato solo dall’erudito Varrone.

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Affresco della dea Luna dal mitreo di Santo Stefano Rotondo

La prima menzione che troviamo con riferimento al tempio sull’Aventino riguarda un prodigio avvenuto nel 182 a.C., quando un turbine ne scardinò le porte facendole atterrare nel retro del tempio di Cerere. Inoltre, dopo la distruzione di Corinto nel 146 a.C., Lucio Mummio dedicò in questo tempio alcune delle opere depredate dalla città greca.

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Statua della dea Luna, Musei Capitolini, Roma

Nel 123 a.C., nel tempio di Luna cercarono inutilmente scampo Gaio Sempronio Gracco e i suoi sostenitori, mentre al tempo della morte di Cinna (84 a.C.) l’Aedes Lunae venne colpito da un fulmine.
Secondo Tacito, il tempio fu distrutto dal grande incendio del 64 d.C. e mai più riedificato.

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Altare di Luna, II secolo d.C., Museo del Louvre, Parigi

Nelle rappresentazioni di Luna, la dea viene raffigurata con una falce lunare sul capo, i cui corni sono rivolti verso l’alto e, a volte, su un carro trainato da buoi.
In qualità di Dea lunare era notturna e connessa al mondo degli inferi, con diversi attributi passati poi alla Dea Diana.
Luna è presente, insieme al Sole, anche in molte rappresentazioni della tauroctonia, l’uccisione rituale del toro bianco presente nei mitrei.

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Mitra uccide il toro, con Luna in alto a destra
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Recuperata statua romana a Terracina

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I resti della statua sul fondo dello scavo

Nell’area del distributore Agip in via Roma, a Terracina, dove già il 18 gennaio 2017 venne alla luce una statua acefala di Diana, ieri é stata recuperata la statua di un guerriero romano, presumibilmente del II secolo d.C., rinvenuta durante gli scavi che Eni sta realizzando da tempo alle spalle del distributore e che negli ultimi anni ha rivelato uno straordinario impianto termale, in ottimo stato di conservazione. Gli scavi hanno finora restituito altre sei statue prima di questa, tra cui quella di Giove Anxur oltre appunto alla Diana Cacciatrice.

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Il recupero della statua

La statua di quello che potrebbe essere un condottiero romano in nudità eroica è al momento è acefala e priva di braccia e gambe, che potrebbero venire alla luce,  insieme al basamento, nel prosieguo degli scavi. Speriamo di avere presto ulteriori notizie in merito e foto dei reperti.

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Il torso della statua di Diana recuperato nel gennaio 2017

Pompei: il termopolio della Nereide riportato alla luce

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Affresco con Nereide, ippocampo e delfini

Finalmente sono stati svelati nella loro interezza gli affreschi che decoravano il bancone del Thermopolium recentemente scoperto a Pompei nella Regio V, all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, ormai interamente portato in luce nel cantiere di scavo.
I thermopolia – una sorta di moderne osterie o tavole calde – erano esercizi commerciali dedicati alla ristorazione, molto diffusi lungo le arterie principali di Pompei, dove se ne conoscono al momento novanta, molti dei quali ubicati in prossimità dei luoghi pubblici molto frequentati (l’anfiteatro, i teatri, le palestre, le terme). termopolio-scavi-Pompei I Romani meno abbienti, infatti, erano soliti consumare il pranzo (prandium) fuori casa e nei thermopolia potevano trovare a buon mercato bevande e cibi caldi come minestre di farro, oltre a olive, formaggi, carne e pesce cucinati sul momento, che venivano conservati in grandi giare (dolia) incassate nella struttura muraria del bancone di mescita.

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Nereide con ippocampo e delfini

La decorazione principale del bancone – dai vivaci colori – rappresenta una Nereide con una cetra in mano e seduta su un cavallo marino (ippocampo), con due delfini guizzanti dal mare.
Le Nereidi erano le cinquanta ninfe marine del Mediterraneo, figlie di Nereo e Doride. Divinità benevole e protettrici dei marinai, vivevano sul fondo del mare, nel palazzo del padre, sedute su troni d’oro. Venivano raffigurate come splendide fanciulle anche se, a volte, erano raffigurate con il corpo per metà umano e per metà di pesce. La più celebre delle Nereidi fu Tetide, la madre di Achille.

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Affresco laterale con anfore

Nella decorazione a lato sembra invece rappresentata l’attività stessa che si svolgeva nella bottega, con un inserviente intento al servizio e le anfore dipinte nella stessa posizione in cui sono state ritrovate quelle posizionate davanti al bancone.
«Per quanto strutture come queste siano ben note nel panorama pompeiano – ha dichiarato la direttrice ad interim del Parco Archeologico, Alfonsina Russo – il rinnovarsi della loro scoperta, anche con gli oggetti che accompagnavano l’attività commerciale, e dunque la vita di tutti i giorni, continua a trasmettere emozioni intense che ci riportano a quegli istanti tragici dell’eruzione, che pure ci hanno consegnato testimonianze uniche della civiltà romana». Termopolio-Regio-V-Pompei-6-1024x578

Il mito di Alessandro Magno

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Testa di Alessandro Magno, Museo di Pella

Alessandro Magno (356-323 a.C.) è stato una delle figure più ammirate fin dall’antichità. Innumerevoli condottieri e sovrani si sono ispirati alle sue gesta ed hanno subito il fascino della sua persona. Vediamo come si rapportarono al sovrano macedone quattro grandi protagonisti della storia romana.
Nel 69 a.C., Cesare era questore in Spagna Ulteriore, la regione meridionale della Spagna di fronte al Marocco, al seguito del governatore Gaio Antistio Vetere. Svetonio (Cesare, VII) ci riferisce che Cesare, mentre percorreva in lungo e largo il paese per amministrare la giustizia, “arrivato a Gades (l’odierna Cadice) e vista, vicino al tempio di Ercole, una statua di Alessandro Magno, si mise a piangere, quasi vergognoso della propria ignavia, al pensiero di non aver ancora fatto niente che fosse degno di memoria a un’età in cui Alessandro aveva già soggiogato il mondo intero”.

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Testa di Giulio Cesare, proveniente da Pantelleria

Plutarco situa un analogo episodio al tempo della pretura di Cesare, nel 62 a.C.. Cesare vedeva quindi in Alessandro un modello da emulare con ogni mezzo, un termine di paragone.
L’ammirazione nei confronti di Alessandro, accomunava Cesare al suo erede Ottaviano. Mentre si trovava in Egitto, subito dopo la battaglia di Azio (31 a.C.) e la morte di Antonio e Cleopatra, Ottaviano espresse il desiderio di visitare la tomba di Alessandro, morto ormai da tre secoli. Secondo Svetonio (Augusto, XVIII) “fece aprire il mausoleo di Alessandro Magno: dopo averne contemplato il corpo tolto dal sacrario, gli pose in capo una corona d’oro e, fattolo coprire di fiori, lo venerò. Quando gli chiesero se desiderava vedere anche il sacrario dei Tolomei, rispose: «io volevo vedere un re e non dei cadaveri»”.

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Augusto di via Labicana (particolare), Palazzo Massimo alle Terme, Roma.

Per sigillare le lettere, i rescritti e i diplomi, era solito usare anche un anello con l’immagine di Alessandro Magno e riempì Roma di suoi ritratti.
Sappiamo, sempre da Svetonio (Caligola, LII), che Caligola, discendente di Ottaviano, “qualche volta indossò anche la corazza di Alessandro Magno, che aveva fatto togliere dal suo mausoleo”; una forma di ammirazione, un po’ insana, anche questa, che era sconfinata nella profanazione della tomba del sovrano macedone.

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Ritratto di Caligola, Metropolitan Museum, New York

Caracalla era letteralmente ossessionato dalla figura di Alessandro, al quale lo accomunava la bassa statura: andava sempre in giro con la causia e le crepide, copricapo e calzature macedoni, faceva uso di coppe e armi che si presumeva essere appartenute ad Alessandro e ne aveva collocato molte statue sia negli accampamenti che nella città di Roma. Gli fece erigere un tempio a Ilio, l’antica città di Troia; aveva inoltre formato una falange di sedicimila uomini, composta solo da macedoni, e l’aveva chiamata “falange di Alessandro”, dotandola delle armi che avevano in dotazione ai suoi tempi. Caracalla giunse ad Alessandria nell’inverno del 215; tra una strage e l’altra dei suoi cittadini, non si sarà fatto sfuggire l’occasione di fare visita al sepolcro del suo eroe.

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Ritratto di Caracalla, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nonostante tante visite nel passato, la tomba di Alessandro Magno, che secondo la testimonianza di Strabone si trovava ad Alessandria, non è però mai stata ritrovata dagli archeologi. L’ultima testimonianza certa sulla sua esistenza all’estremità orientale dell’agorà di Alessandria risale alla fine del IV secolo, poi più nulla.

28 marzo 193: morte di Elvio Pertinace

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Busto di Pertinace, Musei Capitolini, Roma

Il 28 marzo 193 l’imperatore Publio Elvio Pertinace (126-193 d.C.), dopo soli 87 giorni di regno, viene assassinato a Roma dai pretoriani, sobillati dal Prefetto del Pretorio Emilio Leto, già tra i membri della congiura – insieme con il cubiculario Eclecto e la concubina Marcia – che aveva eliminato Commodo nella notte del 31 dicembre 192. Pertinace era accusato dai pretoriani di aver offerto un donativo di dodicimila sesterzi a persona, ma di averne versati solo seimila, a causa della difficile situazione in cui versavano le casse dell’impero dopo il regno di Commodo. Pare infatti che, alla morte di Commodo, nelle casse dello Stato fosse rimasto solo un milione di sesterzi, mentre – per fare un confronto – Marco Aurelio e Lucio vero, al momento della loro ascesa al trono, avevano trovato la somma di due miliardi e settecento milioni di sesterzi. Dione Cassio, Erodiano e la biografia della Historia Augusta, che sono le nostre fonti principali su questo periodo, sono concordi nel giudicare positivamente il breve regno di Pertinace, visto come attuazione dell’aristocrazia, intesa come partecipazione dei cittadini migliori al governo. Pertinace era ligure, originario di Alba Pompeia; era nato il 1° agosto del 126 e, nonostante le umili origini del padre Elvio Successo, che era un liberto commerciante di lana, percorse tutti i gradi del cursus honorum grazie alla stima di cui godeva presso Claudio Pompeiano, il fraterno amico di Marco Aurelio.

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Busto di Tiberio Claudio Pompeiano, Museo Archeologico Nazionale di Venezia

Pertinace stesso, molto devoto nei confronti del Senato, si ispirava agli ideali di Marco Aurelio e tentò di risolvere la crisi economica che attanagliava l’impero tramite una politica di colonizzazione ed assegnazione di terre, oltre a tentare di recuperare le ricchezze donate da Commodo ai suoi liberti o sperperate in beni di lusso. Purtroppo per lui, ai pretoriani, nostalgici del regno di Commodo, che li aveva beneficiati in ogni modo, interessava solo il denaro: duecento di loro, sobillati da Leto, irruppero di notte nel Palatium imperiale e trucidarono Pertinace e il liberto Eclecto, che da soli si erano fatti loro coraggiosamente incontro. Pertinace, colpito con una lancia al petto da Tausio, un soldato della guardia, dopo aver invocato Giove Ultore, si coprì la testa con la toga e si abbandonò alla furia degli assalitori, come era già accaduto a Giulio Cesare. Eclecto gli fu fedele fino alla fine; lo difese coraggiosamente e uccise anche un paio di pretoriani, prima di essere travolto dal numero degli avversari, guadagnandosi l’ammirazione dello storico e senatore Cassio Dione, contemporaneo agli eventi. Il corpo di Pertinace fu decapitato, la testa fu infilzata su una lancia e portata nell’accampamento attraverso la città. I pretoriani misero allora letteralmente all’asta il potere imperiale al miglior offerente: se lo aggiudicò il senatore Didio Giuliano, offrendo la cifra di venticinquemila sesterzi a soldato, e battendo così la concorrenza del praefectus urbi Flavio Sulpiciano.

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Probabile busto di Pompeiano, British Museum, Londra

Pertinace visse sessantasei anni, sette mesi e ventisei giorni; lasciò, alla sua morte, la moglie Flavia Tiziana, il figlio Elvio e una figlia, a cui – al momento dell’assunzione del potere imperiale – aveva trasferito tutti i suoi beni, prima di inviarli a vivere presso il nonno Elvio, in Liguria. Tra i cattivi presagi che annunciarono la sua fine, si narra che il giorno stesso della sua morte, nel corso di un sacrificio presieduto da Pertinace, non si trovò il cuore della vittima, e neppure le estremità delle interiora. Il suo corpo, compresa la testa, fu seppellito con i massimi onori nel sepolcro del nonno di Flavia Tiziana. Si dovette però attendere il regno di Settimio Severo, perché gli fossero conferiti anche gli onori divini.

Megalesie (15 – 27 marzo)

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Testa di Attis con berretto frigio, Musei Vaticani

Il culto della Grande Madre Cibele e del suo amante e servitore Attis arrivò a Roma nel 204 a.C., durante la seconda guerra punica. Nel 205, infatti, quando Annibale si aggirava ancora per l’Italia, vennero consultati i libri sibillini che suggerirono, per scongiurare il pericolo, di condurre a Roma da Pessinunte, in Frigia, la pietra nera conica, di probabile origine meteorica, che rappresentava la dea.
La pietra nera – uno dei sette “pignora imperii”, le garanzie della sovranità di Roma – venne ospitata nel santuario della Vittoria, in attesa che il tempio di Cibele sul Palatino, dedicato nello stesso anno 204 venisse ultimato (nel 191).

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Rilievo con raffigurazione del tempio di Cibele, Villa Medici, Roma

Cibele era un’antica dea della fecondità di origine orientale, conosciuta in Anatolia fin dal II millennio a.C. con il nome di Kubaba. Nota nel mondo greco a partire dal VII secolo a.C., il suo culto era stato unito a quello del suo amante Attis a partire dall’VIII secolo, con l’arrivo in Anatolia delle popolazioni Frigie. Secondo una delle tante versioni del mito, infatti, Attis era un bellissimo giovane, amato e preso al suo servizio da Cibele, che poi le era stato infedele. Fatto impazzire dalla dea, Attis si era evirato all’ombra di un pino ed era morto dissanguato; dal suo sangue erano nate le viole mammole. Cibele, pentita ed addolorata per la morte del suo amante, lo aveva fatto risorgere e ripreso al suo servizio.

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Cibele e Attis, Museo Archeologico di Venezia

Si trattò del primo culto orientale, a carattere misterico, adottato dai Romani, ed ebbe un grande seguito a partire dalla metà del I secolo d.C., offrendo ai suoi fedeli la salvezza eterna attraverso una serie di rituali di passaggio. Nel culto originario di Cibele, ad imitazione di Attis, i sacerdoti della dea – chiamati comunemente Galli dal nome del fiume Gallo che scorreva nei pressi di Pessinunte – si castravano volontariamente al culmine di cerimonie in cui le danze frenetiche e il suono ossessivo di flauti e tamburelli produceva uno stato di esaltazione collettiva. Questi sacerdoti indossavano poi vesti femminili, con i lunghi capelli sciolti e il trucco pesante. Durante la Repubblica, il culto di Cibele e Attis era quindi circondato da un’aura di diffidenza per il suo carattere cruento, e poteva essere officiato solo da un sommo sacerdote eunuco, chiamato Archigallo e da una sacerdotessa, rigorosamente stranieri, mentre ai romani era proibito esercitare tali funzioni per l’avversione che i Romani provavano nei confronti dell’eunuchismo.

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Archigallo che sacrifica ad Attis, rilievo del III secolo d.C. dalla Necropoli di Porto, Museo Ostiense (Ostia Antica)

Inoltre, i riti e i sacrifici erano confinati all’interno del suo tempio sul Palatino, tranne per un giorno, quando il simulacro della dea veniva portato in processione al fiume Almone per essere purificato con un bagno rituale. La diffidenza verso il culto di Cibele e di Attis, a lei strettamente congiunto, scomparve verso la metà del I secolo d.C.; da quel momento, gli archigalli furono scelti fra i cittadini romani più facoltosi, mentre i sacerdoti chiamati galli provennero in genere dall’ambiente dei liberti, ossia degli ex schiavi emancipati; e le sue feste, le Megalesie, vennero solennemente celebrate a Roma e in tutte le province. La castrazione finì con l’essere sostituita dalla cerimonia del taurobolium, in cui un toro veniva sacrificato ed evirato, e lasciato dissanguare sui fedeli. Artefice di questo cambiamento fu l’imperatore Claudio (41-54 d.C.), che introdusse un nuovo ciclo di feste nel momento in cui iniziava la primavera e rinasceva la vegetazione, impersonificata da Attis, secondo un rigido programma che durò fino al IV secolo.

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Statua di un sacerdote di Cibele, Museo Archeologico di Cherchell

Le Megalesie, o feste della Grande Madre, e i rituali di sofferenza, morte e resurrezione di Attis, si svolgevano tra il 15 e il 27 marzo e accomunavano nel culto Cibele e Attis. Grazie al Calendario romano di Filocalo, del 354 d.C., conosciamo la successione delle celebrazioni.

Il primo giorno della festa, il 15 marzo, aveva luogo la cerimonia detta “Canna intrat” (Entra la canna), in cui veniva offerto in sacrificio un toro e si svolgeva una processione della corporazione dei Cannofori, i portatori di canne, che si recavano al tempio di Cibele, sul Palatino, portando tra le mani fusti di canne.
I Cannofori venivano reclutati negli strati popolari senza distinzione di sesso né di età.
La cerimonia, aveva lo scopo di ricordare l’esposizione di Attis bambino in un canneto, sulle rive del Sangario. Quindi, l’Archigallo sacrificava un toro di sei anni, allo scopo di assicurare la fertilità dei campi.

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Victimarii conducono un bue al tempio della Magna Mater, Villa Medici, Roma

Seguiva un periodo di penitenza e purificazione di sette giorni, detto “Castus Matris” (Digiuno della Madre), che durava fino al 21.

Il 22 marzo un agnello veniva sacrificato sopra le radici di un pino – l’albero sacro ad Attis – e aveva luogo un’altra solenne processione, in cui la corporazione dei “dendrofori” (portatori dell’albero) portava fino al tempio di Cibele sul Palatino il pino che essi stessi avevano tagliato, e che simboleggiava la mutilazione di Attis. Il pino veniva quasi completamente privato dei rami e – come un cadavere – avvolto in strisce di lana rosso sangue e decorato con ghirlande di violette. Il pino rappresentava Attis morto e sulla sommità veniva collocata una sua statuetta. Attorno a quell’immagine si svolgeva il compianto per la morte di Attis. La cerimonia veniva detta “Arbor Intrat” (Entra l’Albero).

Il 23 era il giorno dei “Tristia” (tristezza) in cui i fedeli digiunavano e si lamentavano per la morte del dio.

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Rilievo funerario di un Archigallo, da Lavinio. Musei Capitolini, Roma

Il 24 marzo era il giorno del sangue detto “Dies Sanguinis” o “Sanguem”, che rievocava il momento in cui Attis si era evirato sotto un pino e la sua successiva morte per dissanguamento. La cerimonia rappresentava il funerale di Attis. Il pino veniva portato in processione al tempio di Cibele sul Palatino dove veniva esposto alla venerazione dei fedeli, come una salma prima della sepoltura. Il sommo sacerdote, l’Archigallo, si incideva il braccio e presentava il suo sangue come offerta al pino sacro, al suono dei flauti, dei tamburelli e dei cembali.
A quel segnale, gli altri sacerdoti, i Galli, si scatenavano in una danza sfrenata, flagellandosi a sangue e ferendosi con i coltelli, fino ad arrivare – a volte – a evirarsi a loro volta. La cerimonia terminava con la sepoltura del pino nel sotterraneo del tempio, dove rimaneva fino all’anno seguente. Seguiva una notte di veglia, al termine della quale l’Archigallo gridava agli iniziati:
“Confortatevi, o iniziati, il dio è salvo: anche a voi toccherà salvezza dopo tante fatiche”.

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Archigallo che sacrifica a Cibele, Museo Ostiense, Ostia Antica

Il 25 marzo, in cui, per la prima volta, secondo l’astronomia antica, il giorno durava più della notte e quindi annunciava il ritorno della primavera, veniva chiamato “Hilaria” (Gioia). Cibele, impietosita dalla morte di Attis, lo resuscitava per tenerlo al suo servizio. In questa giornata si celebrava quindi la rinascita di Attis, e la gioiosa affermazione della primavera. Nel tempio veniva accesa una luce, che simboleggiava il risveglio di Attis. Inoltre, si svolgevano fastosi banchetti e una solenne processione in cui la statua di Cibele era trasportata su una quadriga, con al fianco quella di Attis.

Il 26, dopo tanti festeggiamenti, era la “Requetio”, cioè il giorno dell’indispensabile riposo.

Il 27 era il giorno della “Lavatio” (Abluzione), in cui la statua argentea di Cibele veniva portata in processione su un carro tirato da buoi fino al fiume Almone per il bagno rituale, accompagnata dai Galli, dai magistrati, dalla folla dei fedeli e dai musici.
Nella testa della statua era incastonata la pietra nera conica che era stata fatta portare da Pessinunte a Roma. Per purificare la statua, l’Archigallo la bagnava nelle acque dell’Almone, per poi asciugarla e cospargerla di cenere.
La festa si chiudeva tra canti e danze sfrenati e la statua tornava in processione al suo tempio sul Palatino, sul carro adornato di fiori.

Il 28 marzo, denominato “Initium Caiani” era il giorno dei Ludi sacri, che si svolgevano nel Circo Caiano, fatto costruire da Caligola sul colle Vaticano, e accanto al quale sorgeva il Phrygianum, il santuario della Dea Madre frigia.

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Statua di Cibele, Museo Archeologico di Istanbul

Cibele, rappresentata spesso come una donna dal capo turrito, in piedi, o seduta su un carro trainato da due leoni o leopardi, a Roma veniva festeggiata anche dal 4 al 10 Aprile con i Ludi Megalenses (giochi megalesi), che comprendevano giochi e gare sportive.

Il mito di Attis

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Statua di Attis (particolare), Musei Vaticani

Una leggenda di origine frigia narra che, presso Pessinunte, la città sacra alla dea Cibele, – la Grande Madre degli dèi – si trovava una roccia chiamata Agdos, che era anche una personificazione della dea. Un giorno, Zeus giunse a Pessinunte e si stese sulla roccia per riposare, finendo per addormentarsi. Durante il sonno, il seme di Zeus cadde sopra Agdos e la fecondò; dopo dieci mesi, la roccia partorì Agdistis, un essere selvaggio ed ermafrodito. Agdistis era una creatura indomabile, senza freni, che non temeva né gli dèi né gli uomini. Gli dèi incaricarono Dioniso di punire la sua tracotanza. Dioniso fece ubriacare Agdistis e nel sonno gli strappò il membro virile. Dal sangue di Agdistis crebbe un mandorlo o un melograno, dal cui frutto, nascosto nel grembo da Nana, figlia del dio fluviale Sangarios, nacque un bambino. Il furioso Sangarios costrinse Nana ad esporre il bambino che, abbandonato in un canneto, fu salvato e allattato da una capra ed ebbe il nome di Attis.

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Testa di Attis con berretto frigio, Musei Vaticani

Attis crebbe e divenne un giovane e bellissimo cacciatore e suscitò l’amore travolgente ed appassionato della stessa Agdistis, che dopo l’evirazione, era ormai una creatura solo femminile. Agdistis accompagnava Attis a caccia e lo aiutava a catturare ogni sorta di prede. Un giorno Mida, re di Pessinunte, fu colpito dalla bellezza di Attis e lo volle far sposare con sua figlia. Il giorno delle nozze, Agdistis, furente per essere stata abbandonata, apparve all’improvviso e, col suono di una siringa, il flauto dei pastori sacro a Pan, fece impazzire tutti i partecipanti, compreso Attis, che si evirò sotto un pino e morì dissanguato; dal suo sangue spuntarono le viole mammole.

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Statua di Attis, II secolo d.C., Museo Archeologico di Hierapolis, Turchia

Agdistis, in preda alla disperazione e al rimorso, chiese a Zeus di resuscitare Attis, ma ottenne solo che il suo corpo restasse per sempre incorruttibile, che i suoi capelli continuassero a crescere e che il suo dito mignolo si muovesse per sempre da solo. Secondo un’altra versione, Attis si trasformò in un pino sempreverde. Infine, Agdistis ne trasportò il corpo (o il pino) a Pessinunte dove lo seppellì, fondando un collegio di sacerdoti e indicendo una festa in suo onore.
In un’altra versione del mito, Attis era invece amato proprio da Cibele, che ne fece il guardiano del suo tempio. Quando Attis rivolse il suo interesse alla ninfa Sagariti, Cibele per vendetta lo rese folle. Anche in questo caso, Attis finì per evirarsi e morì, ma la dea,  impietosita, lo fece resuscitare e gli consentì di rimanere al suo servizio.

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Statua di Attis danzante, Musei Vaticani

Questo è il motivo per cui i sacerdoti di Cibele, chiamati a Roma archigalli, per meglio identificarsi con Attis, l’amante della dea, arrivavano a praticare il rito dell’autocastrazione. Il culto di Attis, strettamente connesso a quello della Dea Madre Cibele, di cui Nana era una delle tante personificazioni in Asia Minore, ebbe un grande impulso a Roma in età imperiale a partire dal regno di Claudio (41 – 54 d.C.). Nell’iconografia, Attis è in genere raffigurato come un giovane vagamente effeminato, che indossa il berretto frigio e le brache.