21 maggio: Agonalia di Veiove

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Statua bronzea di Veiove scoperta a Monterazzano

I festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un montone dal manto nero, simbolo di fertilità, da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un indizio dell’origine arcaica di questa festa. La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio.
Veiove (Vediove) era una antica divinità di origine italica o etrusca, il cui carattere originario era diventato oscuro anche agli eruditi romani che ne scrissero, cercando di chiarirne l’origine. Secondo Varrone, il culto di Veiove era uno di quelli la cui istituzione risaliva al regno di Tito Tazio.
Per alcuni, inoltre, Veiove era una divinità di carattere infernale, assimilabile a Plutone. Altri, a causa del nome, lo collegavano a Giove, laddove il prefisso “ve” indicava per Ovidio un Giove “fanciullo”; per Aulo Gellio un Giove “negativo”, un dio pericoloso, appartenente al mondo sotterraneo.

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L’aspetto ctonio e infernale di Veiove era confermato, secondo Macrobio, dalla presenza del suo nome negli antichi riti romani di maledizione dell’esercito nemico, che avevano il potere di consegnarlo alle potenze infere del sottosuolo. A questa tenebrosa divinità era lecito immolare i colpevoli di tradimento verso le leggi dello Stato, come testimoniava Dionigi di Alicarnasso.
Tradizionalmente, Veiove era però anche il dio protettore dell’Asylum, il bosco sacro sulle pendici del Campidoglio, dove chiunque poteva rifugiarsi senza correre il rischio di essere cacciato.

Secondo la tradizione, era stato Romolo ad istituire questo luogo sacro, in cui accogliere chiunque volesse trasferirsi a Roma, straniero, fuggiasco o supplice che fosse.
Veiove era inoltre oggetto di culto da parte della gens Iulia, di cui figurava come padre in un’iscrizione rinvenuta a Bovillae. Gellio (Noctes Atticae, V, 12, 11) descriveva la statua di culto di Veiove sul Campidoglio come un giovane senza barba, recante in mano delle frecce “evidentemente destinate a nuocere” e con accanto una capra. A Veiove vennero dedicati un santuario sul lato settentrionale dell’isola Tiberina nel 194 a.C., e un tempio nella zona detta “inter duos lucos“, ovvero tra due boschi, inaugurato il 7 marzo del 192 a.C., che si trovava tra le due cime del Campidoglio, cioè tra l’Arx e il Capitolium, presso l’Asylum.

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Statua colossale di Veiove, Musei Capitolini

Quest’ultimo venne scavato negli anni 1940-41 accanto al Tabularium e identificato con certezza grazie alla scoperta, nella cella del tempio, della colossale statua di culto, acefala e priva di braccia, descritta da Gellio, databile alla fine del I secolo d.C. e conservata ora nei Musei Capitolini. Nel 1955 a Monterazzano, nei pressi di Viterbo, venne invece rinvenuta una raffinata statuetta bronzea di Veiove, che ci consente di immaginare come fosse quella del Campidoglio.

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Sarcofago rinvenuto a Tuzla, Turchia

Un antico sarcofago è stato trovato martedì scorso dagli operai che erano al lavoro su una strada nel distretto di Tuzla, a Istanbul, in Turchia. Durante i lavori in corso su Tersaneler Avenue a Tuzla, la benna di un escavatore meccanico si è inaspettatamente bloccata contro un oggetto. Gli operai intervenuti hanno scoperto che l’oggetto in questione era un antico sarcofago e hanno immediatamente informato la polizia locale. La polizia ha recintato l’area per proteggere l’integrità del sarcofago ed ha informato i funzionari del Direttorato dei Musei Archeologici di Istanbul.
Gli archeologi hanno visionato e fotografato il sarcofago per effettuare le necessarie ricerche ma non hanno al momento rilasciato dichiarazioni sui dettagli della scoperta. Non sappiamo quindi a quale epoca sia databile il sarcofago di cui vi mostriamo le poche immagini disponibili.
La scoperta di antichi sarcofagi e di altri reperti è molto frequente in Turchia, un paese in cui si sono succedute molte civiltà. Nel mese di aprile, altri tre sarcofagi di epoca romana erano stati scoperti nella città di Izmit, un tempo conosciuta come Nicomedia, sempre durante dei lavori pubblici.
(Fonti: dailysabah.com e arkeolojihaber.net)
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Testa di Giulia Domna

Sappiamo già che due anni di lavori saranno necessari per completare il tanto atteso restauro del Mausoleo fatto costruire da Augusto nel 28 a.C, dopo della vittoria di Azio su Marco Antonio tre anni prima. Durante questi primi mesi di lavori, come affermato dal sovrintendente Claudio Parisi Presicce, “le indagini fatte hanno restituito la scultura di una testa femminile riconducibile a Giulia Domna, moglie di Settimio Severo”.
Cosa ci faceva una scultura di Giulia Domna nel Mausoleo di Augusto? Tutti sanno che, dopo la sua ultimazione, il Mausoleo ospitò negli anni le ceneri dei membri della dinastia Giulio-Claudia, con l’esclusione per indegnità di Giulia, la figlia di Augusto e di Nerone. Tuttavia, nel Mausoleo vennero collocate, forse per breve tempo, anche le ceneri di Vespasiano e di Nerva, che morì nel 98 d.C.; lo storico Cassio Dione, nella sua Storia Romana (78,24,3) afferma che le porte del Mausoleo, ormai chiuse da oltre un secolo, si riaprirono per ospitare le ceneri di Giulia Domna, morta poco tempo dopo l’assassinio del figlio Caracalla (217 d.C.). Giulia Domna affermava, infatti, di discendere dalla famiglia Giulia, anche se su questa ipotesi sussistono evidenti e ragionevoli dubbi.
L’inaspettata scoperta della testa di Giulia Domna all’interno del Mausoleo confermerebbe quindi il racconto di Cassio Dione.
Giulia Domna venne in seguito divinizzata da Eliogabalo, che regnò dal 218 al 222, e i suoi resti vennero definitivamente fatti trasportare nel Mausoleo di Adriano, che ospitava le sepolture degli imperatori a partire dal II secolo.
Nelle foto, la testa mutila rinvenuta nel mausoleo e due splendidi ritratti integri dell’imperatrice Giulia Domna.
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Lemuria

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La nozione paurosa della morte era presente nella mentalità religiosa romana, motivo per cui i defunti venivano allontanati dal centro abitati e collocati nelle necropoli che si estendevano all’esterno di Roma lungo le sue strade come la via Appia e la Flaminia. A questa concezione fortemente primitiva della religione e della morte si ispirano i Lemuria, i rituali di maggio dedicati ai defunti, più lugubri e di tenore molto più arcaico dei Parentalia che si svolgevano dal 13 al 21 febbraio. I Lemuria erano tre giorni di festa che si tenevano il 9, l’11 e il 13 maggio, separati, come di rito, da un giorno pari. Benché anche durante i Lemuria si portassero offerte sulle tombe dei defunti (Ovidio, Fasti 5, 425-426), lo scopo di questa festa era quello di placare i terrificanti Lemuri (lemures), gli spettri degli antenati che non si limitavano più a uscire dalle tombe per assaggiare i cibi preparati per loro, ma tornavano a visitare le case in cui erano vissuti. Ovidio, nei Fasti (5, 419-492), ci narra minuziosamente questi riti notturni. Il pater familias si alzava verso la mezzanotte e camminava a piedi scalzi, schioccando le dita per segnalare la sua presenza; per tre volte si lavava le mani in una fontana, si metteva in bocca delle fave nere che poi sputava dietro di sé ripetendo nove volte: “Io getto queste fave. Con queste fave io riscatto me stesso e i miei”. Di nuovo, si sciacquava le mani con l’acqua, faceva risuonare un oggetto di bronzo e pregava gli spettri di uscire di casa. Dopo aver ripetuto ancora nove volte la frase “Uscite, Mani dei miei padri”, egli si volgeva infine a guardare indietro. A questo punto il rito era compiuto (Ovidio, Fasti 5, 419-492). Lo scopo di questo antico rituale era quindi quello di attirare gentilmente gli spettri verso la porta con le fave di cui erano ghiotti per poterli così allontanare dalle case ed evitare che trascinassero i vivi con sé nella morte.
I lemuri di maggio non vanno confusi con le Larve (larvae) o Maniae, gli spettri dei defunti che in vita avevano compiuto atti malvagi o subito una morte violenta, che in qualsiasi momento dell’anno venivano a tormentare i viventi. L’aspetto delle Larve era terrificante; simili a scheletri e a demoni scarnificati. Le Larve talvolta riuscivano a penetrare nell’uomo con disastrose conseguenze per la sua mente. La “larvatio” era quindi una sorta di possessione che presentava gli stessi sintomi della follia.