Sementive e Paganalie

cache_cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_d9d372a6324eaeea6983845cf3b91decLe Feriae Sementivae (Sementive) erano feste religiose di carattere agreste in onore delle dee Tellus e Cerere, sui cui altari veniva sacrificata una scrofa gravida, per propiziare la nascita delle piante di cereali.
Si trattava di una festa mobile, indetta dai Pontefici, che comprendeva due giorni di festa, coincidenti con i giorni di mercato (nundinae), intervallati da una settimana e che si celebrava a Roma nella seconda metà di gennaio, in concomitanza con la fine della stagione della semina.

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Tellus, rilievo dell’Ara Pacis

Le due dee erano strettamente collegate, perché Tellus (la Madre Terra) riceve e protegge i semi nel suo grembo, mentre Cerere è quella che compie la trasformazione da seme in spiga, e che quindi fa crescere.
Durante le Sementive, si svolgevano le Paganalia (Paganalie), feste religiose rurali che si celebravano nel mese di gennaio nei “pagi”, i villaggi romani, e in cui si offriva a Tellus e a Cerere una mistura rossastra di latte e mosto cotto (burranica), affinché favorissero la crescita del grano.
Festo scrive che, nei tempi più antichi, l’offerta di burranica veniva fatta invece a una certa Empanda, da lui definita come la dea degli abitanti dei pagi.

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Oscillum con Artemide a caccia

Probo, il commentatore di Virgilio, ci dà l’informazione che nelle Paganalie si appendevano agli alberi gli oscilla, dei dischi votivi o ornamentali decorati con immagini, per invocare il favore degli dei sulla terra.
In epoca più antica, durante le feste, uomini, donne e bambini dovevano offrire una moneta diversa a seconda del sesso e dell’età, che veniva utilizzata per stilare una sorta di censimento della popolazione dei villaggi.

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La Musa Polimnia

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La Musa Polimnia, detta anche Musa pensosa, è una copia romana, in marmo pario, del II secolo d.C., di una scultura originale greca del II sec. a.C. di Filisco di Rodi.
Polimnia, figlia di Zeus e di Mnemosine, era la Musa protettrice della poesia, della pantomima e della danza associata al canto sacro e eroico.
La sua figura, dallo sguardo sognante, è avvolta nel mantello, col gomito del braccio destro poggiato su uno sperone roccioso e la mano sotto il mento. Dal mantello fuoriescono solo il piede e la mano sinistra, che regge un rotolo di versi, simbolo dell’arte da lei rappresentata.

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La scultura presenta una particolare luminosità, data dal fatto che la levigatura originale dell’opera è perfettamente conservata, e può essere ammirata in tutto il suo splendore nella Centrale Montemartini, a Roma. Fu trovata nel 1928 in via Terni, a Roma, poco al di fuori delle Mura Aureliane, nascosta in un cunicolo sotterraneo in parte franato e forse adibito a cava di tufo, insieme a una seconda scultura, priva di testa, identificata con la Musa Melpomene.

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Probabilmente essa faceva parte di un ciclo statuario che decorava uno dei padiglioni degli Horti Spei Veteris, un ampio possedimento imperiale che si estendeva dall’area dell’odierna piazza di Porta Maggiore fino all’estremità sud-orientale della città e che Settimio Severo trasformò in giardino, edificandovi inoltre un complesso residenziale – completato da Eliogabalo – composto di un palazzo residenziale (palazzo Sessoriano), di un Circo (circo Variano) e di un anfiteatro di corte, noto come anfiteatro Castrense, ancora oggi in parte conservato perché inglobato come bastione nelle Mura Aureliane.

20190125_151331La denominazione “ad spem veterem” derivava dalla presenza di un antico tempio dedicato alla Speranza e presente nella zona.
Probabilmente, le due sculture, insieme a quelle delle altre sette Muse, componevano un ciclo che decorava la sontuosa residenza imperiale completata e abbellita da Eliogabalo tra il 218 e il 222, in maniera così lussuosa da rivaleggiare perfino con le dimore imperiali del Palatino.

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Il 27 Gennaio 98 d.C. muore a Roma l’imperatore Nerva

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Il 27 Gennaio del 98 d.C. muore a Roma l’imperatore Marco Cocceio Nerva; gli succederà il figlio adottivo Traiano. Era entrato in carica il 18 Settembre del 96. Nerva era nato a Narnia (Narni) nel 30 d.C. da una nobile famiglia dell’aristocrazia umbra. Amico di Nerone, era pretore quando venne scoperta la congiura dei Pisoni (65 d.C.) e, dopo la sua caduta, mantenne ottimi rapporti anche con i Flavii, ricoprendo il consolato nel 71 e nel 90. Nerva era senatore al momento della congiura di palazzo che eliminò Domiziano nel 96 e venne acclamato imperatore. Il suo breve principato è caratterizzato dal costante impegno di moralizzare la vita pubblica eliminando la piaga dei delatori, usati da Domiziano per eliminare gli oppositori con false accuse, di rimettere ordine nelle finanze imperiali e di aiutare i cittadini in difficoltà economiche.

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Ritratto di Nerva, Museo Nazionale Romano, Roma

Nerva dovette anche sventare una congiura ai suoi danni, organizzata da Calpurnio Crasso Frugi Liciniano, discendente del Crasso morto a Carre nel 53 a.C.. La svolta del principato di Nerva avvenne quando il prefetto del pretorio Casperio Eliano, con l’appoggio dei pretoriani, che rimpiangevano Domiziano, pretese da Nerva la condanna a morte di due dei responsabili della congiura contro Domiziano, e precisamente di Petronio Secondo, ex prefetto del pretorio e di Claudio Partenio, cubicularius (cameriere personale) di Domiziano. Di fronte al fermo rifiuto di Nerva, Casperio fece comunque uccidere dai pretoriani i due malcapitati, compiendo un gravissimo atto di insubordinazione nei confronti del principe. Petronio fu ucciso con un solo colpo dai pretoriani, mentre Partenio venne evirato e strangolato con i suoi stessi genitali. Da questo drammatico episodio Nerva, molto anziano e dalla salute malferma, capì che sarebbe stato necessario nominare un successore in grado di tenere testa alle pretese dei pretoriani e, pur avendo dei parenti in vita, abbandonò il principio dinastico e scelse di adottare il migliore, Marco Ulpio Traiano, allora legato della Germania Superiore, nominandolo Cesare e lasciandogli anche il compito di vendicare l’affronto subito da Casperio.

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Busto di Traiano, Musei Capitolini, Roma

Dopo qualche mese, il 27 gennaio 98, Cocceio Nerva morì e Traiano, fatti convocare alla sua presenza Casperio Eliano e i pretoriani che si erano ribellati a Nerva, li fece eliminare prima ancora di tornare a Roma, ottemperando al desiderio del suo predecessore. Nerva venne sepolto con tutti gli onori nel Mausoleo di Augusto.

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Nerva, New Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Eco e Narciso

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Eco e Narciso, I secolo d.C. affresco da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Eco era una delle Oreadi, le ninfe delle montagne, che abitavano nei monti e nelle valli. Eco, d’accordo con Zeus, aveva l’abitudine di distrarre con la sua parlantina l’attenzione di Era, per nasconderle gli abituali tradimenti del signore dell’Olimpo. Un brutto giorno, Era finì per scoprire l’inganno ordito contro di lei e punì la ninfa privandola della voce e condannandola a ripetere solo le ultime parole o le ultime sillabe gridate da qualcun altro.

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Eco e Narciso, dalla Casa dell’Efebo a Pompei

In seguito, Eco ebbe la sventura di innamorarsi di Narciso, figlio del fiume Cefiso e della ninfa Liriope; Narciso era un bellissimo giovane che, pur corteggiato da uomini e donne, preferiva dedicarsi alla caccia, ed era solito rifiutare ogni profferta amorosa. Un giorno, Eco sorprese Narciso nei boschi, intento a preparare delle trappole per i cervi, e cercò di dichiarargli il suo amore, pur con tutte le difficoltà che aveva ad esprimersi.

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Narciso, affresco dalla Casa di D. Octavius, Pompei

Tuttavia, l’indifferenza e la crudeltà di Narciso, lo portarono a respingere anche l’amore di Eco che, per il dispiacere, si consumò di dolore, fino a che di lei non rimase che la voce.
Per la sua insensibilità, che aveva spinto al suicidio anche Aminio, un altro innamorato respinto in malo modo, Narciso fu punito dagli dèi, che lo fecero innamorare della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua al quale il giovane si era accostato per dissetarsi sul monte Elicona.

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Narciso si specchia nelle acque, Antiquarium di Boscoreale

Non potendo raggiungere l’oggetto del suo desiderio, Narciso si uccise, trafiggendosi il petto con la spada. Dalla terra imbevuta del suo sangue, nacque il fiore che porta il suo nome. Si avverava cosi la profezia fatta a Liriope dal grande indovino Tiresia: “Narciso vivrà fino a tarda età, purché non conosca mai se stesso”.

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Narciso alla fonte, affresco dalla casa di Marco Lucrezio Frontone, Pompei

Il mito di Atteone

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Statua di Atteone, II secolo d.C., British Museum, Londra

Per un mortale, è pericoloso guardare una dea, soprattutto se quella dea ha un pessimo carattere, si chiama Artemide, è nuda e non sa di essere osservata.
Artemidoro di Daldi, vissuto a Efeso nel II secolo d.C., nella sua opera “L’interpretazione dei sogni”, ce lo confermava senza tanti giri di parole: “Vedere Artemide nuda non giova in alcun modo a nessuno”. È quanto scoprirà a sue spese il giovane Atteone, protagonista di un celebre mito.

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Artemide e una ninfa sorprese da Atteone, mosaico da Volubilis, Marocco

Atteone, figlio di Aristeo e Autonoe (figlia di Cadmo e sorella di Semele, madre di Dioniso) era un famoso cacciatore. Era stato addestrato nella caccia e nell’uso delle armi dal centauro Chirone, che fu maestro anche di Achille.

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Artemide si bagna nella fonte

Il mito racconta che un giorno, mentre era a caccia con altri compagni nella valle di Gargafia, in Beozia, Atteone sorprese la dea Artemide che si bagnava nella fonte Partenia, in compagnia delle ninfe, e si fermò a guardarla.

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Atteone assalito dai cani

Alcuni dicono che Artemide si offese perché un mortale aveva osato osservarla nuda; altri che Atteone, colto da passione alla vista delle nudità della dea, avesse cercato di farle addirittura violenza; una versione più antica del mito narra invece che Atteone, per non essere notato, si fosse accostato ad Artemide nascondendosi sotto una pelle di cervo. Le conseguenze per il gesto sconsiderato di Atteone furono in ogni caso le stesse. 20190124_005354
Per punizione Artemide lo trasformò in cervo o gli gettò addosso una pelle di questo animale e Atteone, datosi alla fuga sulle pendici del monte Citerone, fu assalito e divorato dai cinquanta cani della sua muta, che non lo riconobbero così trasformato.

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Autonoe, la madre, vide tornare a casa i cani del figlio imbrattati di sangue e temendo per la sorte di Atteone, iniziò a cercarlo nei boschi ma senza successo. In seguito, Atteone apparve in sogno al padre, indicandogli dove si trovavano le sue ossa, e consentendo così a sua madre di recuperarle e dargli pietosa sepoltura.death_actaeon_bm_vasef176
I cani da caccia di Atteone continuarono a cercare il padrone per lungo tempo, vagando e ululando nella selva, finché arrivarono alla dimora del centauro Chirone, che costruì per loro un simulacro del defunto padrone, con il quale riuscì infine a placare il loro dolore.
Nell’iconografia, Atteone viene raffigurato nell’atto di essere sbranato dai cani e con pelle e corna di cervo che gli spuntano dalla testa.atteone

Il mito di Ciparisso

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Statua di Ciparisso, 1818, di Francesco Pozzi, Galleria d’arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze

Il cipresso è un albero fin dall’antichità simbolo di immortalità e associato al culto dei morti. Come spesso accade, le radici di questa simbologia affondano nel mito greco.
Nell’isola di Ceo, nei pressi della città di Cartea, viveva un enorme cervo, sacro alle ninfe che dimoravano in quelle campagne. Il cervo era abituato a vivere a contatto con gli uomini e si lasciava accarezzare da chiunque. Gli abitanti di Cartea avevano posto sulla fronte del cervo, alla nascita, un medaglione d’argento fissato con una laccetto, ed erano soliti addobbarne le magnifiche corna con oro e pietre preziose. 20190119_232021Sull’isola di Ceo abitava anche Ciparisso, un bellissimo giovane, figlio dell’eroe Telefo e di Argiope, che era molto caro ad Apollo per la sua avvenenza. Ciparisso era molto affezionato al cervo sacro, suo compagno di giochi, e lo conduceva sempre al pascolo o ad abbeverarsi alle fonti; gli abbelliva le corna con ghirlande di fiori e lo montava come fosse un cavallo.
Era un soffocante giorno d’estate, a mezzogiorno; il cervo si stava riposando su un prato, all’ombra degli alberi, quando Ciparisso, che stava effettuando una battuta di caccia e non l’aveva riconosciuto, lo trafisse per errore con un giavellotto.

Il giovane vide che il suo amato cervo era stato ferito mortalmente e cadde in preda alla disperazione più grande. Nei giorni successivi, Apollo cercò di consolarlo in ogni modo, ma Ciparisso non riusciva a porre un freno al suo dolore; chiese agli dèi di morire anche lui e di poter piangere in eterno il suo amico che aveva involontariamente ucciso. Gli dèi ebbero pietà di Ciparisso e lo trasformarono in un sempreverde cipresso, da cui stillano come lacrime le sue gocce di resina. Quindi, Apollo, pieno di tristezza, pronunciò queste parole come eterno epitaffio per Ciparisso: “Da me sarai pianto, tu piangerai gli altri e sarai compagno per chi soffre”.

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Mosaico dalla Basilica Cristiana di Philippopolis, Plovdiv, Bulgaria

Zahi Hawass sulla tomba di Cleopatra

20190119_204646È stata una delle notizie più riportate e seguite della settimana, quella che sarebbe una delle scoperte più importanti nel campo dell’egittologia ma rimane, al momento, insieme alla tomba di Nefertiti e al mausoleo di Alessandro Magno, tra i misteri ancora irrisolti custoditi dalle sabbie e dalle acque dell’Egitto. L’ubicazione della tomba di Cleopatra VII e di Marco Antonio rimane però ancora sconosciuta, nonostante i titoli che questa settimana su internet ne annunciavano la scoperta. Arriva infatti ora la precisazione dell’archeologo Zahi Hawass, autore delle presunte dichiarazioni in merito alla localizzazione del sepolcro. Intervistato dal quotidiano online Elmundo.es, Hawass ha negato di avere reso dichiarazioni in tal senso. Infastidito dalle ripercussioni generate dalla sua intervista in Italia, tradotta in maniera imprecisa ed amplificata, senza la minima verifica, dai media di tutto il mondo, Hawass ha dichiarato:
“Non è vero. Non ho trovato la tomba di Cleopatra”.

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Busto di Cleopatra VII, Altes Museum, Berlino

Fino a due anni fa Hawass, ex Ministro delle Antichità in Egitto, ha co-diretto gli scavi di Taposiris Magna, un complesso monumentale a circa 45 chilometri a ovest della città di Alessandria. Nel suo perimetro, l’archeologa dominicana Kathleen Martínez era convinta di ritrovare il sarcofago dell’ultima regina dell’antico Egitto (69-30 a.C.) e del condottiero romano. Però, fino ad ora, le ricerche sono state infruttuose.

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Busto di Marco Antonio, Musei Vaticani

“Si è scavato a Taposiris Magna negli ultimi otto anni. La Martínez pensa che sia Cleopatra che Marco Antonio siano stati sepolti all’interno del tempio di Osiride. Però quella non è la mia teoria. Io non condivido questa teoria” commenta l’egittologo che ha guadagnato una fama mondiale a forza di documentari e conferenze in tutto il mondo.
“È vero che nel corso di questi anni si sono rinvenute monete e statue con l’immagine di Cleopatra e un grande cimitero all’esterno del tempio, ma non sono state trovate tracce della tomba di Cleopatra” ribadisce Hawass, occupato ora nella ricerca del sepolcro di Ankhesenamon (1348-1322 a.C.), sorella e sposa di Tutankhamon, e di Nefertiti.
“Ho collaborato con la Martínez, ma ho lasciato la direzione del progetto da due anni perché sono occupato con il lavoro che sto portando avanti nella Valle dei Re, a Luxor, alla ricerca della tomba di Nefertiti e Ankhesenamon”. “Il lavoro a Taposiris prosegue, ma non c’è nessuna prova dell’esistenza della tomba di Cleopatra. E credo che il tempio di Osiride sia ormai stato completamente riportato alla luce” ha aggiunto Hawass, che ha anche detto di aver visitato gli scavi di Taposiris Magna per l’ultima volta due mesi fa.
La tesi di Hawass localizza la tomba di Cleopatra in un altro luogo. “Ritengo che Cleopatra sia stata sepolta all’interno della tomba che si fece costruire nel suo palazzo di Alessandria” ha dichiarato.
Esiste ancora il sepolcro di Antonio e Cleopatra? E dove si trova?
Solo il tempo, forse, darà una risposta a queste domande.
20190119_203646Fonte: https://www.elmundo.es/ciencia-y-salud/ciencia/2019/01/18/5c40d0c0fc6c83dc278b465e.html