Feriae Sementivae e Paganalia

Le Feriae Sementivae erano una festa religiosa di carattere agreste in onore delle dee Tellus e Cerere, sui cui altari venivano offerte focacce di farro e si sacrificava una scrofa gravida, per propiziare la nascita delle piante di cereali.

cache_cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_d9d372a6324eaeea6983845cf3b91dec
Lastra fittile Campana decorata a rilievo con la dea Cerere, che stringe nelle mani delle spighe di grano e dei melograni, e due serpenti; proveniente dal Museo Kircheriano

Si trattava di una festa conceptiva, cioè mobile, di cui i Pontefici stabilivano la data anno per anno, che si articolava in due giornate diverse, coincidenti con i giorni di mercato (nundinae), intervallati da una settimana ¹, e che si celebrava a Roma verso la fine di gennaio, in concomitanza con il termine della stagione della semina. In quei giorni, i buoi e gli altri animali adibiti al lavoro nei campi venivano adornati con ghirlande di fiori e lasciati a riposo.

ara-pacis-dettaglio-italia
Tellus, rilievo dell’Ara Pacis

Le due dee erano strettamente collegate, perché Tellus, la Madre Terra, riceve e protegge i semi nel suo grembo, mentre Cerere, la forza fecondatrice della terra stessa, è quella che compie la trasformazione da seme in spiga, e che quindi fa crescere; come chiarisce Ovidio:

Cerere e Tellus provvedono a un ufficio comune: quella offre un’origine alle messi, e questa il luogo” ².

Durante le Feriae Sementivae, e da non confondersi con esse, si svolgevano le Paganalia, feste religiose istituite da Servio Tullio ³ che si celebravano nel mese di gennaio nei “pagi“, cioè i villaggi rurali situati fuori dall’Urbe, e in cui si offriva a Tellus e a Cerere una mistura rossastra di latte e mosto cotto, chiamata burranica, affinché favorissero la crescita del grano.
Festo scrive che, nei tempi più antichi, l’offerta di burranica veniva dedicata invece a una certa Empanda, da lui definita come la dea degli abitanti dei pagi.

miho_oscilla
Oscillum con Artemide a caccia

Probo, il commentatore di Virgilio, ci dà l’informazione che durante le Paganalie si appendevano agli alberi gli oscilla ⁴, dei dischi votivi o ornamentali decorati con immagini mitologiche, per invocare il favore degli dei sulla terra.
In epoca più antica, durante questa festa, uomini, donne e bambini dovevano offrire una moneta diversa a seconda del sesso e dell’età, che veniva utilizzata per stilare una sorta di censimento della popolazione dei villaggi.

NOTE

¹ Giovanni Lido (De mensibus, III, 6)

² Ovidio (Fasti, I, 673-674)

³ Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, IV, 15, 3)

⁴ Probo (Commento alle Georgiche, II, 385)

La Musa Polimnia

20190125_151420

La Musa Polimnia, detta anche Musa pensosa, è una copia romana, in marmo pario, del II secolo d.C., di una scultura originale greca del II sec. a.C. di Filisco di Rodi.
Polimnia, figlia di Zeus e di Mnemosine, era la Musa protettrice della poesia, della pantomima e della danza associata al canto sacro e eroico.
La sua figura, dallo sguardo sognante, è avvolta nel mantello, col gomito del braccio destro poggiato su uno sperone roccioso e la mano sotto il mento. Dal mantello fuoriescono solo il piede e la mano sinistra, che regge un rotolo di versi, simbolo dell’arte da lei rappresentata.

20190125_151428

La scultura presenta una particolare luminosità, data dal fatto che la levigatura originale dell’opera è perfettamente conservata, e può essere ammirata in tutto il suo splendore nella Centrale Montemartini, a Roma. Fu trovata nel 1928 in via Terni, a Roma, poco al di fuori delle Mura Aureliane, nascosta in un cunicolo sotterraneo in parte franato e forse adibito a cava di tufo, insieme a una seconda scultura, priva di testa, identificata con la Musa Melpomene.

20190125_151405

Probabilmente essa faceva parte di un ciclo statuario che decorava uno dei padiglioni degli Horti Spei Veteris, un ampio possedimento imperiale che si estendeva dall’area dell’odierna piazza di Porta Maggiore fino all’estremità sud-orientale della città e che Settimio Severo trasformò in giardino, edificandovi inoltre un complesso residenziale – completato da Eliogabalo – composto di un palazzo residenziale (palazzo Sessoriano), di un Circo (circo Variano) e di un anfiteatro di corte, noto come anfiteatro Castrense, ancora oggi in parte conservato perché inglobato come bastione nelle Mura Aureliane.

20190125_151331La denominazione “ad spem veterem” derivava dalla presenza di un antico tempio dedicato alla Speranza e presente nella zona.
Probabilmente, le due sculture, insieme a quelle delle altre sette Muse, componevano un ciclo che decorava la sontuosa residenza imperiale completata e abbellita da Eliogabalo tra il 218 e il 222, in maniera così lussuosa da rivaleggiare perfino con le dimore imperiali del Palatino.

20190125_151358

Morte di Nerva (27 Gennaio 98 d.C.)

Il 27 Gennaio del 98 d.C., dopo solo un anno, quattro mesi e nove giorni di regno, moriva a Roma l’imperatore Marco Cocceio Nerva; gli succedeva il figlio adottivo Marco Ulpio Traiano. Nerva era stato proclamato imperatore il 18 Settembre del 96, dopo la congiura che aveva portato all’eliminazione di Domiziano.

Nerva era nato a Narnia (l’odierna Narni) l’8 novembre del 30 d.C., da una famiglia senatoria di antica nobiltà appartenente all’aristocrazia umbra. Suo nonno era stato intimo amico dell’imperatore Tiberio, con la cui famiglia era anche imparentato, seppure alla lontana, in virtù di un matrimonio.

ner003

Giurista e uomo di grande cultura, Nerva fu amico di Nerone, che ne apprezzava le capacità poetiche; era pretore quando venne scoperta la congiura dei Pisoni (65 d.C.), che contribuì con successo a reprimere. Dopo la morte di Nerone, mantenne ottimi rapporti anche con i Flavii, ricoprendo il consolato nel 71 con Vespasiano e nel 90 con Domiziano. Nerva era senatore al momento della congiura di palazzo che il 18 settembre del 96 portò all’eliminazione di Domiziano e quasi certamente era d’accordo coi congiurati. Venne infatti acclamato imperatore il giorno stesso, evitando, con l’equilibrio e l’esperienza che tutti gli riconoscevano, il rischio di una nuova guerra civile come quella scoppiata dopo la morte di Nerone. Il suo breve principato è caratterizzato dal costante impegno di moralizzare la vita pubblica eliminando la piaga dei delatori, usati da Domiziano per eliminare gli oppositori con false accuse, di rimettere ordine nelle finanze imperiali e di aiutare i cittadini in difficoltà economiche. A questo scopo, realizzò un’ingente quantità  di denaro le statue di Domiziano, molte delle quali erano d’argento e d’oro ¹ e allentò anche la pressione fiscale su Roma e sull’Italia. Avviò, inoltre, un progetto di riorganizzazione del sistema di approvvigionamento idrico di Roma.

Nerva_in_Museo_Nazionale_Romano
Ritratto di Nerva, Museo Nazionale Romano, Roma

Nerva dovette anche sventare una congiura ai suoi danni, organizzata da Calpurnio Crasso Frugi Liciniano, discendente del Crasso morto a Carre nel 53 a.C.. La svolta del principato di Nerva avvenne quando Casperio Eliano, che era prefetto del pretorio dal 93, con l’appoggio dei pretoriani, che rimpiangevano Domiziano, pretese da Nerva la condanna a morte di due dei responsabili della congiura contro l’ultimo dei Flavii, e precisamente di Petronio Secondo, ex prefetto del pretorio e di Claudio Partenio, cubicularius praepositus ² (cameriere personale) di Domiziano. Di fronte al fermo rifiuto di Nerva, Casperio fece comunque uccidere dai pretoriani i due malcapitati, compiendo un gravissimo atto di insubordinazione nei confronti del principe. Petronio fu ucciso con un solo colpo dai pretoriani, mentre Partenio venne evirato e strangolato con i suoi stessi genitali.

nerva019
Statua di Nerva in veste di Giove, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Questo drammatico episodio rischiò di compromettere il prestigio del principe, che non solo non era stato in grado di salvare la vita alle persone che lo avevano messo sul trono, ma era stato costretto a ringraziare pubblicamente i pretoriani per aver eseguito la condanna a morte. A seguito dell’umiliazione  subita, Nerva, già molto anziano e dalla salute malferma, capì allora che sarebbe stato necessario nominare un successore in grado di tenere testa anche militarmente alle pretese dei pretoriani e, pur avendo dei parenti in vita, scelse di abbandonare il principio dinastico e il 27 ottobre del 97 adottò quello che considerava il migliore, nella persona di Marco Ulpio Traiano, allora legato della Germania Superior, nominandolo Cesare e lasciandogli anche il compito di vendicare l’affronto subito da Casperio. Traiano, uomo di grande esperienza politica e militare, era un senatore di origine spagnola e, nella sua qualità di governatore della Germania Superior, dalla sua sede a Colonia Agrippinensis (l’attuale Colonia), sarebbe stato in grado di intervenire rapidamente in caso di disordini a Roma; inoltre, godeva del sostegno di un influente gruppo di senatori spagnoli.

busto-di-traiano-musei-capitolini-palazzo-nuovo-sala-imperatori-–-archivio-fotografico-dei-musei-capitolini-foto-zeno-colantoni-©-roma-sovrintendenza-capitolina-ai-beni-cult
Busto di Traiano, Musei Capitolini, Roma

Pochi mesi dopo, il 27 gennaio del 98, Cocceio Nerva morì di morte naturale e Traiano, fatti convocare alla sua presenza Casperio Eliano e i pretoriani che si erano ribellati a Nerva, con il pretesto di dovergli assegnare un incarico, li fece invece eliminare prima ancora di tornare a Roma ³, ottemperando al desiderio del suo predecessore. Nerva venne sepolto con tutti gli onori nel Mausoleo di Augusto.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storia Romana, LXVIII, 1, 1)

² Svetonio (Domiziano, 16, 2)

³ Cassio Dione (Storia Romana, LXVIII, 5, 4)

Eco e Narciso

189
Eco e Narciso, I secolo d.C. affresco da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Eco era una delle Oreadi, le ninfe delle montagne, che abitavano nei monti e nelle valli. Eco, d’accordo con Zeus, aveva l’abitudine di distrarre con la sua parlantina l’attenzione di Era, per nasconderle gli abituali tradimenti del signore dell’Olimpo. Un brutto giorno, Era finì per scoprire l’inganno ordito contro di lei e punì la ninfa privandola della voce e condannandola a ripetere solo le ultime parole o le ultime sillabe gridate da qualcun altro.

eco-e-narciso--pompei--casa-dell---efebo--17--19---cubicolo-12-1531_0x440
Eco e Narciso, dalla Casa dell’Efebo a Pompei

In seguito, Eco ebbe la sventura di innamorarsi di Narciso, figlio del fiume Cefiso e della ninfa Liriope; Narciso era un bellissimo giovane che, pur corteggiato da uomini e donne, preferiva dedicarsi alla caccia, ed era solito rifiutare ogni profferta amorosa. Un giorno, Eco sorprese Narciso nei boschi, intento a preparare delle trappole per i cervi, e cercò di dichiarargli il suo amore, pur con tutte le difficoltà che aveva ad esprimersi.

octavius2
Narciso, affresco dalla Casa di D. Octavius, Pompei

Tuttavia, l’indifferenza e la crudeltà di Narciso, lo portarono a respingere anche l’amore di Eco che, per il dispiacere, si consumò di dolore, fino a che di lei non rimase che la voce.
Per la sua insensibilità, che aveva spinto al suicidio anche Aminio, un altro innamorato respinto in malo modo, Narciso fu punito dagli dèi, che lo fecero innamorare della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua al quale il giovane si era accostato per dissetarsi sul monte Elicona.

FB_IMG_1552579446435
Narciso si specchia nelle acque, Antiquarium di Boscoreale

Non potendo raggiungere l’oggetto del suo desiderio, Narciso si uccise, trafiggendosi il petto con la spada. Dalla terra imbevuta del suo sangue, nacque il fiore che porta il suo nome. Si avverava cosi la profezia fatta a Liriope dal grande indovino Tiresia: “Narciso vivrà fino a tarda età, purché non conosca mai se stesso”.

nar_03
Narciso alla fonte, affresco dalla casa di Marco Lucrezio Frontone, Pompei

Il mito di Atteone

an00041260_001_l
Statua di Atteone, II secolo d.C., British Museum, Londra

Per un mortale, è pericoloso guardare una dea, soprattutto se quella dea ha un pessimo carattere, si chiama Artemide, è nuda e non sa di essere osservata.
Artemidoro di Daldi, vissuto a Efeso nel II secolo d.C., nella sua opera “L’interpretazione dei sogni”, ce lo confermava senza tanti giri di parole: “Vedere Artemide nuda non giova in alcun modo a nessuno”. È quanto scoprirà a sue spese il giovane Atteone, protagonista di un celebre mito.

photo 3 feb 2013 10_04 am
Artemide e una ninfa sorprese da Atteone, mosaico da Volubilis, Marocco

Atteone, figlio di Aristeo e Autonoe (figlia di Cadmo e sorella di Semele, madre di Dioniso) era un famoso cacciatore. Era stato addestrato nella caccia e nell’uso delle armi dal centauro Chirone, che fu maestro anche di Achille.

20190211_174255
Artemide si bagna nella fonte

Il mito racconta che un giorno, mentre era a caccia con altri compagni nella valle di Gargafia, in Beozia, Atteone sorprese la dea Artemide che si bagnava nella fonte Partenia, in compagnia delle ninfe, e si fermò a guardarla.

20190211_174339
Atteone assalito dai cani

Alcuni dicono che Artemide si offese perché un mortale aveva osato osservarla nuda; altri che Atteone, colto da passione alla vista delle nudità della dea, avesse cercato di farle addirittura violenza; una versione più antica del mito narra invece che Atteone, per non essere notato, si fosse accostato ad Artemide nascondendosi sotto una pelle di cervo. Le conseguenze per il gesto sconsiderato di Atteone furono in ogni caso le stesse. 20190124_005354
Per punizione Artemide lo trasformò in cervo o gli gettò addosso una pelle di questo animale e Atteone, datosi alla fuga sulle pendici del monte Citerone, fu assalito e divorato dai cinquanta cani della sua muta, che non lo riconobbero così trasformato.

imgd

Autonoe, la madre, vide tornare a casa i cani del figlio imbrattati di sangue e temendo per la sorte di Atteone, iniziò a cercarlo nei boschi ma senza successo. In seguito, Atteone apparve in sogno al padre, indicandogli dove si trovavano le sue ossa, e consentendo così a sua madre di recuperarle e dargli pietosa sepoltura.death_actaeon_bm_vasef176
I cani da caccia di Atteone continuarono a cercare il padrone per lungo tempo, vagando e ululando nella selva, finché arrivarono alla dimora del centauro Chirone, che costruì per loro un simulacro del defunto padrone, con il quale riuscì infine a placare il loro dolore.
Nell’iconografia, Atteone viene raffigurato nell’atto di essere sbranato dai cani e con pelle e corna di cervo che gli spuntano dalla testa.atteone

Il mito di Ciparisso

iccd11981934_193769
Statua di Ciparisso, 1818, di Francesco Pozzi, Galleria d’arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze

Il cipresso è un albero fin dall’antichità simbolo di immortalità e associato al culto dei morti. Come spesso accade, le radici di questa simbologia affondano nel mito greco.
Nell’isola di Ceo, nei pressi della città di Cartea, viveva un enorme cervo, sacro alle ninfe che dimoravano in quelle campagne. Il cervo era abituato a vivere a contatto con gli uomini e si lasciava accarezzare da chiunque. Gli abitanti di Cartea avevano posto sulla fronte del cervo, alla nascita, un medaglione d’argento fissato con una laccetto, ed erano soliti addobbarne le magnifiche corna con oro e pietre preziose. 20190119_232021Sull’isola di Ceo abitava anche Ciparisso, un bellissimo giovane, figlio dell’eroe Telefo e di Argiope, che era molto caro ad Apollo per la sua avvenenza. Ciparisso era molto affezionato al cervo sacro, suo compagno di giochi, e lo conduceva sempre al pascolo o ad abbeverarsi alle fonti; gli abbelliva le corna con ghirlande di fiori e lo montava come fosse un cavallo.
Era un soffocante giorno d’estate, a mezzogiorno; il cervo si stava riposando su un prato, all’ombra degli alberi, quando Ciparisso, che stava effettuando una battuta di caccia e non l’aveva riconosciuto, lo trafisse per errore con un giavellotto.

Il giovane vide che il suo amato cervo era stato ferito mortalmente e cadde in preda alla disperazione più grande. Nei giorni successivi, Apollo cercò di consolarlo in ogni modo, ma Ciparisso non riusciva a porre un freno al suo dolore; chiese agli dèi di morire anche lui e di poter piangere in eterno il suo amico che aveva involontariamente ucciso. Gli dèi ebbero pietà di Ciparisso e lo trasformarono in un sempreverde cipresso, da cui stillano come lacrime le sue gocce di resina. Quindi, Apollo, pieno di tristezza, pronunciò queste parole come eterno epitaffio per Ciparisso: “Da me sarai pianto, tu piangerai gli altri e sarai compagno per chi soffre”.

825d8f444fd45eb6d6558144ab940d46d4cf3167
Mosaico dalla Basilica Cristiana di Philippopolis, Plovdiv, Bulgaria

Zahi Hawass sulla tomba di Cleopatra

20190119_204646È stata una delle notizie più riportate e seguite della settimana, quella che sarebbe una delle scoperte più importanti nel campo dell’egittologia ma rimane, al momento, insieme alla tomba di Nefertiti e al mausoleo di Alessandro Magno, tra i misteri ancora irrisolti custoditi dalle sabbie e dalle acque dell’Egitto. L’ubicazione della tomba di Cleopatra VII e di Marco Antonio rimane però ancora sconosciuta, nonostante i titoli che questa settimana su internet ne annunciavano la scoperta. Arriva infatti ora la precisazione dell’archeologo Zahi Hawass, autore delle presunte dichiarazioni in merito alla localizzazione del sepolcro. Intervistato dal quotidiano online Elmundo.es, Hawass ha negato di avere reso dichiarazioni in tal senso. Infastidito dalle ripercussioni generate dalla sua intervista in Italia, tradotta in maniera imprecisa ed amplificata, senza la minima verifica, dai media di tutto il mondo, Hawass ha dichiarato:
“Non è vero. Non ho trovato la tomba di Cleopatra”.

cleopatra_vii,_dalla_via_appia_tra_ariccia_e_genzano,_40-30_ac_ca._01
Busto di Cleopatra VII, Altes Museum, Berlino

Fino a due anni fa Hawass, ex Ministro delle Antichità in Egitto, ha co-diretto gli scavi di Taposiris Magna, un complesso monumentale a circa 45 chilometri a ovest della città di Alessandria. Nel suo perimetro, l’archeologa dominicana Kathleen Martínez era convinta di ritrovare il sarcofago dell’ultima regina dell’antico Egitto (69-30 a.C.) e del condottiero romano. Però, fino ad ora, le ricerche sono state infruttuose.

20190119_210609
Busto di Marco Antonio, Musei Vaticani

“Si è scavato a Taposiris Magna negli ultimi otto anni. La Martínez pensa che sia Cleopatra che Marco Antonio siano stati sepolti all’interno del tempio di Osiride. Però quella non è la mia teoria. Io non condivido questa teoria” commenta l’egittologo che ha guadagnato una fama mondiale a forza di documentari e conferenze in tutto il mondo.
“È vero che nel corso di questi anni si sono rinvenute monete e statue con l’immagine di Cleopatra e un grande cimitero all’esterno del tempio, ma non sono state trovate tracce della tomba di Cleopatra” ribadisce Hawass, occupato ora nella ricerca del sepolcro di Ankhesenamon (1348-1322 a.C.), sorella e sposa di Tutankhamon, e di Nefertiti.
“Ho collaborato con la Martínez, ma ho lasciato la direzione del progetto da due anni perché sono occupato con il lavoro che sto portando avanti nella Valle dei Re, a Luxor, alla ricerca della tomba di Nefertiti e Ankhesenamon”. “Il lavoro a Taposiris prosegue, ma non c’è nessuna prova dell’esistenza della tomba di Cleopatra. E credo che il tempio di Osiride sia ormai stato completamente riportato alla luce” ha aggiunto Hawass, che ha anche detto di aver visitato gli scavi di Taposiris Magna per l’ultima volta due mesi fa.
La tesi di Hawass localizza la tomba di Cleopatra in un altro luogo. “Ritengo che Cleopatra sia stata sepolta all’interno della tomba che si fece costruire nel suo palazzo di Alessandria” ha dichiarato.
Esiste ancora il sepolcro di Antonio e Cleopatra? E dove si trova?
Solo il tempo, forse, darà una risposta a queste domande.
20190119_203646Fonte: https://www.elmundo.es/ciencia-y-salud/ciencia/2019/01/18/5c40d0c0fc6c83dc278b465e.html

Sarcofago recuperato in Turchia

161220181823164526059

Grazie a una soffiata, il 16 dicembre 2018  la gendermeria della provincia occidentale turca di Isparta ha reso noto di aver arrestato un tombarolo e tre potenziali acquirenti dei frammenti di un sarcofago di epoca romana, risalente al III-IV secolo. Il trafugatore stava cercando di vendere il sarcofago, del tipo Sidamara, per 130,000 dollari. I resti del sarcofago sono alti 70 cm e pesano circa 100 kg.

5c166f4ac03c0e1ca4ada9bc

I sarcofagi del tipo Sidamara prendono il nome dall’omonima città dell’Asia Minore, in Turchia. Si tratta di sarcofagi molto raffinati, decorati sui quattro lati da figure entro una cornice architettonica. Le figure scolpite sono separate da colonnine corinzie a scanalatura tortile e inserite in piccole nicchie coronate da frontoni o da archi, coperte all’interno da soffitti a semicupola decorati a conchiglia.

isparta-iha1_6943639_16_9_1544975127

(Fonte: dailysabah.com)

Il vero volto di Seneca

2014-12-16-05 (1)

Tutti conosciamo il nome e le opere di Seneca, lo scrittore e filosofo stoico che fu precettore di Nerone e che fu costretto al suicidio dall’imperatore nel 65 d.C., ma non tutti sappiamo quale fu il suo vero volto. Se inseriamo il suo nome sui principali motori di ricerca ci risulta che il suo ritratto più diffuso è simile a quello in marmo conservato al MANN di Napoli (foto 2).

20190115_141045
Pseudo Seneca del MANN di Napoli

Questo tipo di ritratto venne conosciuto, per la prima volta, alla fine del XVI sec., quando Fulvio Orsini, un libraio antiquario, nel suo libro Illustrium Imagines (1598) identificò come Seneca e pubblicò un busto da lui scoperto nella collezione del cardinale Farnese. Il busto divenne immediatamente famoso, perché rappresentava un uomo che aveva tutte le caratteristiche che ci si aspettava dal filosofo romano. Il volto segnato da rughe, macilento e dall’espressione sofferente, mostrava un uomo anziano dalla barba incolta, lunghi baffi e capigliatura a lunghe ciocche scomposte che in parte coprivano la fronte; negli occhi, l’inquietudine di chi riflette sui grandi temi della vita umana. Seneca stesso, aveva scritto che, in conseguenza dei malanni cronici che lo affliggevano, era giunto al punto di ridursi ad un’estrema magrezza “ad summam maciem deductus” (Epistola 78, 1).

20190115_141220
Pseudo Seneca dalla Villa dei Papiri di Ercolano

Il più celebre ritratto di questo personaggio (foto 1) venne scoperto nel 1754 nella villa dei Papiri di Ercolano, che ci ha restituito una notevole quantità di ritratti di filosofi, poeti e letterati: si trattava di una copia in bronzo di squisita fattura, con gli occhi in pasta vitrea e conservata oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Attualmente, si conoscono almeno 46 repliche ancora esistenti di questo ritratto, provenienti, quando il luogo del ritrovamento è noto, quasi esclusivamente dalla Campania e dal Lazio, tranne quattro esemplari che stati trovati nelle province (a Cartagine, a Auch nella Francia meridionale, a Colonia e ad Alessandria).
Unica voce fuori dal coro nell’attribuire questo ritratto a Seneca fu, nel 1764, quella dello storico e archeologo tedesco Johann Joachim Winckelmann. Fu solo nel 1813 che quello che si ritiene essere il vero volto di Seneca venne alla luce a Roma. A Villa Mattei, sul Celio, vicino alla chiesa di S. Maria in Domnica, fu ritrovata infatti un’erma bicipite (foto 5) che su un lato presentava il busto di Socrate e, sull’altro, quello recante una iscrizione antica col nome di Seneca, e custodito oggi nell’Altes Museum di Berlino.

20190115_141839
Erma bicipite di Seneca e Socrate

L’erma bicipite dovrebbe essere una copia della metà del III secolo d.C. di un ritratto di Seneca relativo agli anni 50-60 d.C., quando la sua popolarità era al massimo.
Al posto del volto macilento e tormentato a cui ci si era abituati, ci si trovò però di fronte quello di un florido romano, calvo e sbarbato, diverso dal ritratto che Seneca aveva delineato di sé, ma più in linea con quanto sappiamo della sua agiatezza economica (foto 3).

20190115_141404
Ritratto di Seneca dell’erma bicipite di Berlino

Venne quindi abbandonata l’identificazione del busto ercolanese (ormai noto come Pseudo-Seneca) e delle sue copie con Seneca, che avevano nel frattempo ispirato lo splendido ritratto (foto 4) del XVII secolo, di autore anonimo, conservato al Museo del Prado di Madrid.

20190115_140807
Ritratto di Seneca in alabastro di autore anonimo italiano (circa 1641-1644) derivante dal modello dello Pseudo-Seneca, Museo del Prado, Madrid

Il cosiddetto Pseudo-Seneca sarebbe quindi una copia, risalente alla fine del I secolo a.C., di un ritratto originale di età ellenistica del III-II secolo a.C. L’identità del personaggio resta tuttora incerta, ma le decine di repliche conosciute del ritratto sono un evidente indizio della notorietà del personaggio nell’antichità, soprattutto nell’ambiente romano. Tra le molte attribuzioni proposte, ci sono i nomi di Esiodo, Callimaco, Apollonio Rodio, Esopo, Fileta di Coo, Eratostene, Filisco di Corfù, Filemone, Archiloco, Ipponatte, Sofrone, Euripide, Omero, Aristofane, Epicarmo, oltre a quelli dei filosofi epicurei Filodemo e Fedro e dei poeti Ennio e Lucrezio. Attualmente prevale l’ipotesi che vede nel ritratto un commediografo, forse Aristofane, per la presenza, nella copia del Museo Nazionale Romano, di una corona di edera, premio degli agoni teatrali. L’ipotesi è rafforzata dal fatto che un’altra replica è stata trovata nell’Odeion di Cartagine. Certezze però non ne abbiamo; non resta che sperare in qualche fortunato ritrovamento archeologico che risolva il mistero dello Pseudo-Seneca.

Il mito di Meleagro

37966534056_dc0518914d_b

Quello di Meleagro fu un mito molto amato nel mondo greco e romano, ma anche etrusco. Testimonianza della sua popolarità sono le tante scene della lotta col cinghiale e della morte di Meleagro che decorano i sarcofagi antichi, mentre, quando isolato, Meleagro è riconoscibile per la presenza di un cane e del trofeo del cinghiale accanto a sé.

20190112_235354
Meleagro, circa 150 d.C., Musei Vaticani

Nel mito, Meleagro era figlio di Altea e di Eneo (Oineo), re di Calidone, ma pare che il suo vero padre fosse Ares, il dio della guerra, che aveva sedotto Altea. Poco dopo la sua nascita, si presentarono le tre Moire, le dee del destino, per rivelare il futuro del bambino. Per Cloto, il bambino avrebbe manifestato un’indole nobile; per Lachesi, si sarebbe coperto di gloria come eroe; Atropo, invece, indicando un pezzo di legno che stava bruciando nel focolare, disse ad Altea che il figlio sarebbe vissuto finché il tizzone ardente in quel momento nel fuoco non si fosse consumato. Appena le Moire si furono allontanate, Altea tolse immediatamente dalle fiamme il pezzo di legno che incarnava la vita di Meleagro e lo mise al sicuro in una cassa per conservarlo gelosamente. Col passare degli anni, Meleagro crebbe, divenendo il miglior lanciatore di giavellotto che ci fosse in Grecia e un celebre eroe. Partecipò anche alla spedizione degli Argonauti, guidata da Giasone e, infine, sposò Cleopatra, figlia di Ida. Un giorno, Eneo, il padre mortale di Meleagro, offese Artemide, la dea della caccia e dei boschi, perchè durante una festa per la mietitura, aveva offerto sacrifici a tutti gli dèi dell’Olimpo, dimenticandosi però di lei. Artemide, per vendicarsi, inviò a Calidone un mostruoso cinghiale che iniziò a distruggere le coltivazioni e gettò nel panico la regione. Per contrastare la furia selvaggia del cinghiale, Eneo inviò araldi in tutta la Grecia invitando i migliori guerrieri e cacciatori a partecipare alla caccia al cinghiale e promettendo come trofeo la pelle e le zanne del feroce animale a chiunque lo avesse ucciso. Risposero all’appello un gran numero di eroi, con l’esclusione di Eracle, impegnato nelle sue proverbiali fatiche. Oltre a Meleagro, arrivarono a Calidone i suoi zii materni, fratelli di Altea, i gemelli Castore e Polideuce, Teseo, Piritoo, Giasone, Ificle, Peleo, Nestore, Telamone e tantissimi altri; tra essi anche una bellissima vergine proveniente dall’Arcadia: Atalanta, una giovane cacciatrice, abile come Artemide.

20190114_180610
Meleagro e Atalanta conversano. Affresco ritrovato a Pompei ed ora conservato nel Museo Archeologico di Napoli

Durante i nove giorni di preparativi che precedettero l’inizio della caccia, molti eroi manifestarono la propria contrarietà per la presenza nel gruppo di una donna, ritenuta portatrice di sventura. Purtroppo, pare che Meleagro si fosse perdutamente invaghito di Atalanta, per cui dichiarò che, se fosse continuato l’atteggiamento ostile verso la cacciatrice, la battuta di caccia sarebbe stata annullata. Calmati gli animi dei presenti, la spedizione ebbe inizio. Su consiglio di Meleagro, i cacciatori si schierarono a mezzaluna ed avanzarono nella foresta, finché sorpresero il cinghiale nei pressi di un corso d’acqua. La reazione della belva fu immediata. Sotto la sua carica, un paio di cacciatori persero la vita e altri rimasero feriti. Atalanta riuscì a impedire che il cinghiale uccidesse anche Peleo e Telamone, colpendo la belva all’orecchio con una freccia. L’arrivo degli altri cacciatori diede origine a una mischia furibonda, in cui fu risolutivo l’intervento di Meleagro, che riuscì infine ad uccidere il cinghiale con un colpo di giavellotto al cuore.

5194384269_f6a62dd69f
Meleagro scuoiò l’animale e ne offrì la pelle ad Atalanta, che ne aveva versato il primo sangue, provocando però le rimostranze dei suoi zii materni, che ritenevano che il trofeo dovesse andare a Meleagro stesso e, se lui proprio non lo voleva, alla figura più autorevole presente, cioè Plessippo, il fratello maggiore di Altea e cognato di Eneo.
Meleagro, ormai ammaliato dal fascino di Atalanta, si schierò subito dalla sua parte e, in un’impeto d’ira, uccise due dei suoi zii materni.
Gli altri due zii superstiti dichiararono immediatamente guerra alla città di Calidone e vennero anch’essi uccisi da Meleagro nel corso della lotta che ne seguì.
Altea, furibonda per la tragica fine dei suoi fratelli per mano del figlio, decise infine di vendicarsi e, recuperato il tizzone dalla cassa, lo gettò nel fuoco. Appena il tizzone finì di consumarsi, Meleagro, in preda a brucianti dolori, venne sopraffatto dagli avversari e morì, come predetto dalla terza Moira.

death_meleager_louvre_ma654
Morte di Meleagro

Altea, pentitasi per il suo gesto, e Cleopatra, ormai vedova di Meleagro, si impiccarono subito dopo. Alla morte dell’eroe, le sorelle di Meleagro, dette anche Meleagridi, si abbandonarono a un lamento funebre così straziante da suscitare la pietà Artemide, che le trasformò in galline faraone e le trasferì sull’isola di Lero. In seguito, Eracle incontrò Meleagro negli Inferi, e si commosse a tal punto nell’ascoltarne la triste storia dalla sua voce, che accettò di sposarne la sorella Deianira.

7608023002_658d236021_b
Meleagro di Rodi, copia romana del I secolo d.C.