Nascita di Tito (30 dicembre 39 d.C.)

Tito Flavio Vespasiano nacque il 30 dicembre del 39 d.C., in una umile casa vicino al Settizonio. Era figlio di Vespasiano e di Flavia Domitilla, figlia a sua volta di Flavio Liberale di Ferento, un semplice scriba di un questore. Prima di sposare Vespasiano, Flavia Domitilla era stata la concubina di Statilio Capella, un cavaliere romano di Sabrata, in Africa ¹. Fu educato a corte insieme a Nerone e Britannico e seguì con quest’ultimo gli stessi studi e gli stessi maestri.

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Statua di Tito, Musei Vaticani

Si raccontava che, in quel periodo, un fisionomista chiamato da Narciso, il potente liberto di Claudio, a studiare il volto di Britannico, avesse affermato che questi non aveva nessuna probabilità di diventare imperatore mentre lo sarebbe certamente diventato Tito, che era presente ².

L’amicizia con Britannico rischiò di costare a Tito una fine precoce. Si tramandava, infatti, che Tito si ammalò per aver assaggiato la bevanda con cui Britannico fu fatto avvelenare da Agrippina nel corso di un banchetto, per eliminare uno scomodo rivale per Nerone ². In memoria di questa amicizia con lo sfortunato figlio di Claudio, che perdurò oltre la morte, Tito dedicò a Britannico una statua d’oro nel Palazzo e una equestre in avorio, che veniva portata in processione nel Circo ².

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Ritratto di Tito da giovane, Museo e Galleria di Villa Borghese, Roma

Fin da bambino manifestò le qualità che in seguito brillarono in lui. Aveva una notevole memoria e la capacità di apprendere tutte le arti, di pace e di guerra. Abilissimo a comporre discorsi, anche improvvisandoli, e poesie in latino e greco, era anche un pregevole musicista: suonava perfettamente la lira e cantava piacevolmente. Stenografava con estrema velocità ed era in grado di imitare la scrittura di chiunque. Eccelleva anche nell’arte della guerra, nel maneggiare le armi e padroneggiare i cavalli ³.

Dopo aver indossato la toga virile, prestò servizio militare come tribuno laticlavio, in Germania e Britannia, lasciando un ottimo ricordo per le sue capacità e la sua modestia ⁴. Fu solo l’inizio di una straordinaria carriera militare che ebbe il suo culmine con la conquista di Gerusalemme nel 70 d.C.

NOTE

¹ Svetonio (Vespasiano, 3)

² Svetonio (Tito, 2)

³ Svetonio (Tito, 3)

⁴ Svetonio (Tito, 4)

Nascita di Galba (24 dicembre 3 a.C.)

Servio Sulpicio Galba nacque il 24 dicembre del 3 a.C., sotto il consolato di Marco Valerio Messalla e Lucio Cornelio Lentulo ¹. Venne alla luce in una villa posta su un colle vicino a Terracina. Discendeva da un’antica e nobile famiglia di immensa ricchezza, quella dei Sulpici, che vantava molti illustri antenati.

Suo padre Gaio Sulpicio Galba era piccolo di statura e un po’ gobbo; dopo essere stato console nel 5 a.C., svolse una grande attività come avvocato ed ebbe due mogli. Dalla prima moglie, Mummia Acaica, ebbe due figli: Gaio e il nostro Servio. Il maggiore, Gaio, dilapidò il suo patrimonio e, allontanatosi da Roma, si suicidò quando Tiberio gli vietò di partecipare al sorteggio per il proconsolato nell’anno in cui gli sarebbe spettato di diritto ².

Male portrait restored as Galba. Musei capitolini, Palazzo dei Conservatori.
Ritratto di Galba, Musei Capitolini, Roma

La seconda moglie, Livia Ocellina, una donna ricchissima e bella, era così innamorata della nobiltà del padre di Servio che non lo rifiutò neppure quando lui, non volendola ingannare nascondendole il suo aspetto fisico, le mostrò il suo corpo deforme spogliandosi in una stanza davanti ai suoi occhi.

Quando venne adottato dalla matrigna Livia Ocellina, il giovane Servio prese il nome del padre di lei, divenendo Lucio Livio Ocellario Sulpicio Galba. Solo dopo l’ascesa al trono tornò a chiamarsi Servio Sulpicio Galba.

Quando era ancora bambino, venne portato con altri coetanei a salutare l’anziano Augusto e questi, dopo averlo accarezzato sulla guancia, gli disse scherzosamente:

Anche tu, bambino, gusterai del nostro potere!” ³

Ebbe una particolare venerazione per Livia Drusilla, la moglie di Augusto. L’anziana imperatrice lo riempì di favori da viva e, nel suo testamento, lo nominò primo fra i legatari, destinandogli un lascito di cinquanta milioni di sesterzi. Ma poiché la somma era stata indicata in cifre e non a piene lettere, il suo erede Tiberio la ridusse a cinquecentomila sesterzi e non gli fece avere nemmeno quelli ⁴.

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Ritratto di Galba, Gustav III’s Museum of Antiquities, Stoccolma

In seguito, a chi gli riferiva che era stato predetto che Galba sarebbe diventato imperatore, ma da vecchio, Tiberio rispondeva:

Viva pure, dal momento che la cosa non mi riguarda affatto” ⁵

Si raccontava che, dopo aver assunto la toga virile, Galba sognò la dea Fortuna che gli diceva di essere stanca di stare in piedi davanti alla sua porta e che, se non l’avesse fatta entrare presto, sarebbe stata preda di chiunque l’avesse trovata per la via. Al suo risveglio Galba, aprendo la porta, trovò vicino alla soglia una statua di bronzo di quella dea alta mezzo metro e la portò, tenendola stretta tra le braccia, fino alla sua villa di Tuscolo dove era solito passare l’estate tutti i mesi, offrendole preghiere e ogni anno una veglia nella parte della casa a lei dedicata ⁶.

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Sesterzio di Galba

Un giorno, mentre un suo avo stava facendo un sacrificio propiziatorio, un’aquila gli aveva rubato dalle mani le viscere della vittima e le aveva portate su di una quercia carica di frutti; un indovino gli aveva allora predetto che, col tempo, la famiglia dei Sulpici sarebbe arrivata al potere e quello, incredulo, aveva risposto:

Si, dopo che una mula avrà partorito!” ⁷

Eppure, molti anni dopo, quando iniziarono le ribellioni delle legioni contro Nerone, si verificò il prodigio che una mula partorì veramente; Galba, che era governatore  della Hispania Tarraconensis, si ricordò allora delle parole dell’avo e lo considerò un lieto presagio che si avverò subito dopo la morte di Nerone.

NOTE

¹ Svetonio (Galba, 4)

² Svetonio (Galba, 3)

³ Svetonio (Galba, 4)

⁴ Svetonio (Galba, 5)

⁵ Svetonio (Galba, 4)

⁶ Svetonio (Galba, 4)

⁷ il mulo è un ibrido frutto dell’incrocio tra una cavalla e un asino. La mula è sterile nella grande maggioranza dei casi.

Nascita di Diocleziano (22 dicembre 245 d.C.)

Gaio Valerio Diocleziano nacque in Dalmazia il 22 dicembre di un anno compreso tra il 243 e il 248 d.C.; l’Epitome de Caesaribus afferma che Diocleziano visse sessantotto anni ¹. Poiché la più probabile data della sua morte è il 313 d.C. ne possiamo dedurre che Diocleziano nacque presumibilmente nel 245.

Incerto è anche il luogo della sua nascita; secondo alcuni sarebbe nato in un villaggio chiamato Dioclea, che era anche il nome della madre ². Secondo altri il suo luogo di nascita era l’antica città di Salona (odierna Solin, alla periferia di Spalato).

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Ritratto di Diocleziano, Museo Nazionale della Serbia, Belgrado

Secondo Eutropio, le origini di Diocleziano erano così oscure, che alcuni lo credevano figlio di uno scriba, ed altri addirittura di un liberto affrancato da un certo senatore Anullino ³.

Il fatto che nei panegirici dedicati a Diocleziano – le orazioni pronunciate in pubblico per esaltare i meriti di un personaggio – non si faccia nessun riferimento alla sua famiglia e alla sua formazione culturale, è un chiaro indizio che nel suo passato non c’era molto di cui andare fiero. Diocleziano sapeva comunque leggere e scrivere in latino e, per un ragazzo cresciuto nel pieno della crisi del III secolo e in una zona periferica dell’impero, era già molto.

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Testa proveniente da una statua di Diocleziano,  Getty Museum,  Malibu

Alla nascita si chiamava Gaio Valerio Diocle (Gaius Valerius Diocles); aveva quindi un cognome greco, che significa “gloria di Zeus”, e che decise di romanizzare in Diocleziano (Diocletianus) solo quando fu proclamato Augusto il 20 novembre 284. Infine, con la nomina del suo vecchio compagno d’armi Massimiano ad Augusto, nei primi mesi del 286, assunse il nome definitivo di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, in onore degli Antonini e dei suoi predecessori che da Claudio II a Caro avevano usato il nome di Aurelio.

In Dalmazia, che nel corso del III secolo diede i natali a molti condottieri ed imperatori romani, Diocleziano trascorse un’infanzia serena pur se modesta. Di quella terra ebbe sempre una viva nostalgia e vi tornò in vecchiaia, dopo aver abdicato nel 305, per trascorrere i suoi ultimi anni in un sontuoso palazzo che vi aveva fatto appositamente costruire nell’odierna Spalato, che da “Palatium” deriva il nome.

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Ritratto di Diocleziano in età avanzata, Worcester Art Museum

Passata l’adolescenza, Diocleziano si arruolò nell’esercito, abbandonò la sua terra ed iniziò una durissima carriera militare che, da semplice recluta, l’avrebbe portato ad ottenere l’importante incarico di comandante dei protectores domestici, incaricato della protezione della persona stessa dell’imperatore. In questo ruolo di prestigio assoluto e di grande responsabilità, Diocleziano partecipò nella primavera del 283 alla spedizione di Caro contro i Persiani, al termine della quale, dopo la morte dello stesso Caro e del figlio Numeriano, il 20 novembre del 284 fu proclamato Augusto dalle truppe.

Le vicende che portarono alla rocambolesca proclamazione di Diocleziano si trovano al link https://jt1965blog.wordpress.com/2018/10/20/proclamazione-di-diocleziano/

NOTE

¹ Anonimo (Epitome de Caesaribus, 39, 7)

² Anonimo (Epitome de Caesaribus, 39, 1)

³ Eutropio (Breviarium, IX, 19, 2)

Morte di Vitellio (20 dicembre 69 d.C.)

Il 20 dicembre del 69 d.C., dopo otto mesi e un giorno di regno, veniva trucidato a Roma Aulo Vitellio. Terminava così, con un altro bagno di sangue, il cosiddetto anno dei quattro imperatori e iniziava il regno di Vespasiano.

Dopo la defezione delle legioni di Mesia, Pannonia, Siria e Giudea, che avevano acclamato Vespasiano come imperatore ¹, le truppe di Vitellio erano state duramente sconfitte il 24 ottobre del 69 d.C., nella seconda battaglia di Bedriaco, dalle legioni flaviane guidate da Antonio Primo.

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Ritratto di Vitellio, Museo del Bardo, Tunisi

A Roma, intanto, Flavio Sabino, prefetto dell’urbe e fratello di Vespasiano, aveva cercato di convincere Vitellio ad abdicare, ma il tentativo di negoziazione era finito nel sangue. Infatti, il 19 dicembre i sostenitori di Vitellio avevano incendiato il Campidoglio ², dove si erano asserragliati i partigiani di Vespasiano, e il tempio di Giove Ottimo Massimo. Nei durissimi scontri che erano seguiti, Flavio Sabino aveva perso la vita, arso vivo nel rogo o giustiziato su ordine di Vitellio dopo essere stato catturato, e il giovane Domiziano si era salvato a stento nascondendosi nell’abitazione del custode del tempio di Giove Capitolino ³. Il corpo di Flavio Sabino venne trascinato alle Gemonie, la scalinata che univa il Campidoglio al Foro, dove venivano gettati i traditori ⁴, e decapitato.

Mentre il Campidoglio bruciava, le truppe flaviane, guidate da Antonio Primo, seguendo la via Flaminia erano arrivate a Saxa Rubra, mentre quelle di Petilio Ceriale, genero di Vespasiano, percorrevano la via Salaria. Venuti a conoscenza della morte di Flavio Sabino, Antonio e Ceriale si resero conto di aver già perso troppo tempo e tentarono di entrare in città. Tuttavia, la fanteria e i cavalieri di Vitellio intercettarono la cavalleria di Ceriale poco fuori dall’Urbe e la misero in fuga, inseguendola fino a Fidene. Vitellio cercò in extremis di ottenere una tregua inviando ad Antonio Primo un’ambasceria guidata dal filosofo stoico Musonio Rufo ⁵ e dalle Vergini Vestali. Purtroppo, l’uccisione di Flavio Sabino e il rogo del Campidoglio non lasciarono spazio alla trattativa. Dopo quella carneficina, la sorte di Vitellio era ormai segnata. Le truppe dei Flavi assalirono Roma da tre punti diversi; si accesero scontri furiosi fuori e dentro le mura e si combatté casa per casa ⁶, mentre gran parte della popolazione rimaneva a guardare, pronta a schierarsi, come al solito, dalla parte del vincitore. La conquista dell’accampamento dei pretoriani, difeso dai più valorosi, fu l’impresa più dura e sanguinosa: i Vitelliani si difesero strenuamente fino all’ultimo uomo e morirono tutti.

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Ritratto di Vitellio, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Avvertito che il nemico era ormai nell’Urbe, Vitellio si recò prima in lettiga nella casa paterna sull’Aventino, dove si trovava la moglie, accompagnato solo da un cuoco e un pasticciere, con l’intenzione di fuggire a Terracina, dove si trovava il fratello Lucio Vitellio con le sue truppe; poi, dato ascolto a vaghe voci che davano per certa la pace, o perché in totale confusione, si convinse a ritornare al Palazzo, che trovò deserto. Abbandonato da tutti, si passò attorno alla vita una cintura di monete d’oro e si nascose nello sgabuzzino del portiere.

Nel frattempo, le avanguardie dell’esercito di Vespasiano erano entrate in città e iniziarono a perquisire il palazzo. Vitellio non fu subito riconosciuto ma poi, non appena venne identificato da un tribuno di nome Giulio Placido ⁷, venne trascinato nel Foro e lungo tutta la Via Sacra, con le mani legate dietro la schiena, un laccio al collo e la veste strappata.

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Vitellio trascinato per le strade di Roma (1883), Georges Rochegrosse

Mentre veniva sospinto con la testa tenuta indietro per i capelli e la punta di una spada sotto il mento, perché non potesse abbassare il capo, il popolo lo oltraggiava con ogni sorta di insulti; gli gettavano addosso fango e sterco e lo chiamavano “porco” per la sua stazza, e “incendiario” per aver causato il rogo del Campidoglio; lo deridevano anche per la sua andatura zoppicante, dovuta a una frattura che si era procurato quando, assistendo  Caligola nelle corse dei carri, tanti anni prima era stato investito da una quadriga ⁸. Vitellio venne costretto a guardare le sue statue che venivano abbattute e a sostare sui rostri e nel punto dove era stato ucciso Galba. A un tribuno che lo insultava, rispose:

“Eppure sono stato il tuo imperatore” ⁹.

Furono le sue ultime parole. Alla fine, presso le Gemonie, dove era stato gettato il cadavere di Flavio Sabino, fu dilaniato con minutissimi tagli e ucciso. Il suo corpo fu trascinato con l’uncino nel Tevere. La sua testa fu invece portata in giro per la città come un trofeo. Secondo Cassio Dione, i resti del corpo di Vitellio furono fatti seppellire in seguito dalla moglie ¹⁰.  Appena il giovane Domiziano ritenne di non correre più rischi, uscì dal suo nascondiglio e venne acclamato Cesare dalle truppe flaviane, in attesa dell’arrivo in città del padre Vespasiano.

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La morte di Vitellio; opera di Paul Baudry

Al momento della morte, Vitellio aveva cinquantasette anni di età. Dopo di lui, vennero uccisi anche il fratello Lucio, giustiziato dopo essere stato catturato mentre arrivava da Terracina per portargli aiuto, e il figlio Vitellio Germanico, che aveva solo otto anni ¹¹.

Per la ricostruzione degli avvenimenti di queste convulse giornate, fonti fondamentali sono:

Svetonio (Vitellio, 15-18)

Tacito (Historiae, III, 78 – 86)

Dione Cassio (Storie, LXV, 21, 2)

NOTE

¹ Svetonio (Vitellio, 15)

² Dione Cassio (Storie, LXV, 17, 3)

³ Svetonio (Domiziano, I)

⁴ Tacito (Historiae, III, 74, 5)

⁵ Tacito (Historiae, III, 81, 1)

⁶ Dione Cassio (Storie, LXV, 19, 3)

⁷ Tacito (Historiae, III, 84, 9)

⁸ Svetonio (Vitellio, 17)

⁹ Tacito (Historiae, III, 85, 2)

¹⁰ Dione Cassio (Storie, LXV, 22, 1)

¹¹ Tacito (Historiae, IV, 80, 1)

Saturnalia (17 – 23 dicembre)

Dal 17 al 23 dicembre si svolgeva a Roma la festa forse più attesa di tutte, per il carattere di gioiosa allegria che la contraddistingueva: i Saturnalia, in onore di Saturno.

Saturno era un’antica divinità di cui non siamo in grado di determinare con certezza l’origine. Forse identificabile con l’etrusco Satres, Saturno è nell’elenco delle divinità importate a Roma da Tito Tazio ¹. Nel periodo monarchico, sappiamo che a Saturno era dedicato un altare nel foro, di cui la tradizione attribuiva la fondazione ai compagni di Ercole. Tarquinio il Superbo volle sostituirlo con un tempio che fu però dedicato solo nel 497, anni dopo la sua cacciata. Solo in seguito, Saturno venne identificato con Crono, il titano sposo di Rea che venne scacciato dall’Olimpo da suo figlio Zeus, e ne assunse in parte il retroterra mitico, che gli era in realtà estraneo.

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Saturno che impugna la falce; affresco del I secolo d.C.; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Secondo il mito che si è in seguito consolidato, Saturno, rappresentato come un vecchio dalla barba bianca e con una falce in mano, giunse in Italia detronizzato da Giove e venne accolto da Giano, che era il primo sovrano di queste terre. Giano, dalla sua dimora sul Mons Ianiculus, accolse benevolmente l’ospite, gli offrì come rifugio il colle di fronte al suo, che chiamò Mons Saturnius, e che in futuro sarebbe stato conosciuto col nome di Campidoglio; poi, da divinità civilizzatrici quali erano entrambi, regnarono insieme di comune accordo.

Quando Saturno si insediò nel Lazio, ebbe inizio il suo regno, un’età dell’oro chiamata saturnia regna (il regno di Saturno), in cui gli uomini vivevano in pace, nell’abbondanza, senza disuguaglianze sociali, violenze e dolori. Saturno, il cui nome secondo Varrone ² e Macrobio ³ derivava dal verbo serere (seminare), era sicuramente un dio agricolo, legato alla terra, e conosceva tutti i segreti dell’arte dell’agricoltura tra cui, come testimoniato dall’appellativo di Stercutius, la fertilizzazione dei campi col letame.

Saturno iniziò a insegnare agli uomini come coltivare la terra, eliminò le usanze più barbare e introdusse nel Lazio la civiltà e l’ordine sociale che deriva dalle leggi. Accanto a Saturno, sedeva come sposa Ops, dea dell’abbondanza e della prosperità, che forniva agli uomini i beni necessari al sostentamento. Nacque allora il mito della Saturnia Tellus, la Terra di Saturno, in cui i campi generavano spontaneamente i frutti di cui gli uomini avevano bisogno.

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Statua di Saturno (I secolo d.C.), Museo Numantino di Soria, Spagna

Questa mitica età dell’oro, in cui uomini e dèi vivevano insieme, ebbe purtroppo termine quando Saturno un giorno improvvisamente sparì (come accadrà anche ad altre figure mitiche come Enea, Latino e Romolo), ed iniziò il tempo di Giove. Saturno non era però morto, ma solo addormentato ed era stato portato da Giove ai confini della terra, in un luogo denominato Isola dei Beati, dove continuò a dormire il suo eterno sonno.

In onore di Saturno, Giano istituì la festa dei Saturnalia ⁴, che aveva lo scopo di celebrare l’aureo regno di Saturno nel Lazio.

La celebrazione dei Saturnali iniziava con un solenne sacrificio a Saturno presso il suo tempio nel Foro, presso cui era custodito l’aerarium, il tesoro pubblico del popolo romano. Al dio veniva offerta una scrofa e si consumava un banchetto sacro al quale tutti potevano partecipare. Al termine del banchetto collettivo, i convitati si scambiavano il caratteristico augurio al grido di “Io Saturnalia“. I riti sacrificali venivano officiati da sacerdoti a capo scoperto, secondo l’uso greco. La statua del dio Saturno nel tempio aveva sempre i piedi legati con bende di lana ⁵. Tali legami (compedes) erano caratteristici degli schiavi e venivano sciolti solo in occasione dei Saturnalia, per consentire al dio di prendere parte ai festeggiamenti.

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Saturnalia (1782-1783), di Antoine Callet. Sullo sfondo, si nota la statua di Saturno con la falce.

I Saturnalia vennero celebrati per la prima volta in epoca storica il 17 dicembre del 497 a.C., in occasione della dedica del tempio di Saturno nel foro romano ⁶. Inizialmente la festa veniva celebrata solo il 17 dicembre; sul finire della Repubblica essa fu estesa fino al 19 dicembre mentre in età domizianea raggiunse la durata definitiva fino al 23 dicembre.

Uno dei tratti caratteristici dei Saturnalia era la libertà concessa agli schiavi, che banchettavano insieme ai padroni. Toccava infatti ai padroni servire i propri schiavi, a meno che non preferissero dividere il pasto con loro ⁷.

Tutti gli invitati ai banchetti si scambiavano il saluto augurale “Io, Saturnalia”, forse un’abbreviazione della frase “ego tibi optimis Saturnalia auspico”.

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Mosaico con gioco dei dadi (III secolo d.C.), da El Djem; Museo del Bardo, Tunisi

Nei giorni dei Saturnalia erano permessi i giochi d’azzardo, normalmente proibiti dalla legge, i tribunali non funzionavano, non si poteva richiedere il pagamento dei debiti, nessuno poteva essere condannato, non si portava la toga ma la synthesis, una più pratica veste da camera.

Come simbolo di uguaglianza tra gli uomini, tutti portavano il pilleus, il copricapo che indossavano i liberti, cioè gli schiavi che erano stati affrancati. Caratteristica dei Saturnali non era quindi il sovvertimento dell’ordine sociale – come a volte si afferma – ma l’uguaglianza tra gli uomini, la mancanza di differenze di ceto che era stato il tratto tipico dell’età dell’oro di Saturno. Durante i Saturnali, si organizzavano anche dei banchetti nelle sontuose dimore della nobiltà, in cui si affrontavano dibattiti filosofici e discussioni sui grandi temi filosofici, sulla poesia, sulla vita, sulla morte, sull’amore. Durante questi banchetti privati, si eleggeva un princeps o rex saturnalicius, il re dei Saturnali, che indossava una maschera dai colori sgargianti, si vestiva di rosso e si occupava della buona riuscita dei festeggiamenti. Una testimonianza delle discussioni che si tenevano in questi banchetti ci è offerta, a cavallo tra il IV e V secolo d.C. da Macrobio, nella sua opera intitolata appunto “Saturnalia”.

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Rilievo raffigurante Saturno con falce (II secolo d.C.); Musei Capitolini, Roma

Il 20 dicembre si celebravano i Sigillaria, che prendevano il nome dai sigilla, le statuine di cera o pasta che si regalavano come doni ai familiari e agli amici più stretti, per essere offerte ai Lari e a Saturno, e che venivano venduti in un apposito mercatino.

I Saturnalia erano così popolari che continuarono ad essere celebrati anche dopo il V secolo, quando ormai il cristianesimo si era affermato, ormai depurati dagli elementi più strettamente pagani, per poi essere in parte assorbiti dalle festività per la fine dell’anno e dal Carnevale.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, V, 74)

² Varrone (De lingua latina, V, 64)

³ Macrobio (Saturnalia, I, 10, 20)

⁴ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 24)

⁵ Macrobio (Saturnalia, I, 8, 15)

⁶ Tito Livio (Ab urbe condita,  II, 21, 2)

⁷ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 37)

Nascita di Lucio Vero (15 dicembre 130 d.C.)

Lucio Ceionio Commodo Vero nacque il 15 dicembre del 130 d.C. a Roma, da una nobile famiglia di rango consolare. Era figlio di Avidia Plauzia e di quel Lucio Elio Cesare (nato come Lucio Ceionio Commodo) adottato da Adriano, ma che era morto il 1° gennaio del 138, prima di salire sul trono. Rimasto orfano del padre, Lucio venne adottato dal nuovo erede al trono Antonino Pio col nome di Lucio Elio Aurelio Commodo, secondo la volontà espressa da Adriano.

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Ritratto di Lucio Vero da bambino, Museo Ostiense, Ostia Antica

Pur non essendo molto portato per gli studi letterari, ebbe a disposizione, come il fratello Marco, i migliori precettori disponibili. Ebbe come pedagogo Nicomede e seguì le lezioni del grammatico latino Scaurino e dei greci Telefo, Efestione e Arpocrazione, dei retori Apollonio, Celere Caninio ed Erode attico e del latino Cornelio Frontone, dei filosofi Sesto di Cheronea ed Apollonio ¹; verso tutti loro nutrì sempre un grande e ricambiato affetto. Pare che, pur cimentandosi nella composizione di poesie ed orazioni, non ottenne mai grandi risultati. Era di carattere allegro ed amante dei piaceri e di ogni sorta di divertimento, pur senza esagerare; amava gli spettacoli gladiatori e i giochi nel circo, la caccia, gli esercizi in palestra e tutte le attività sportive proprie dei giovani.

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Busto di giovane Lucio Vero, Ny Carlsberg  Glyptotek, Copenaghen

Antonino Pio apprezzava di Lucio la spontaneità del carattere e la semplicità di vita, esortando a volte anche l’austero Marco Aurelio a prendere esempio dal fratello adottivo. Lucio amava giocare a dadi e aveva una forte passione per le corse dei carri; tifava infatti per la squadra dei Verdi e detestava invece gli Azzurri. A questo proposito, si era fatto fare una statuetta d’oro, che portava sempre con sé, di Volucre, un cavallo dei Verdi e, quando l’animale morì, gli fece costruire una tomba sul Vaticano ².

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Busto giovanile di Lucio Vero, Museo del Louvre, Parigi

Esercitò la questura nel 153 e il primo consolato nel 154, insieme a Sestio Laterano. Ricoprì un secondo consolato nel 161 e, nello stesso anno, alla morte di Antonino Pio, il 7 marzo salì al trono col nome di Lucio Aurelio Vero Augusto, insieme col fratello adottivo Marco Aurelio, e con poteri assolutamente identici. Era la prima volta che alla guida dell’impero vi era una collegialità e una parità totale tra due principes.

Tale era tuttavia il rispetto che Lucio Vero nutriva nei confronti del più anziano Marco Aurelio, che si sottometteva sempre alla sua autorità quando c’era da prendere una decisione importante. Così facendo, i due fratelli adottivi regnarono insieme di comune accordo e senza dissidi, nonostante l’estrema diversità di carattere. Nel 164, Vero sposò Lucilla, la figlia di Marco Aurelio.

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Marco Aurelio e Lucio Vero

Lucio Vero era un uomo di bella presenza, alto di statura, dal volto amabile e con la barba lunga. Aveva spesso un’espressione accigliata e si diceva che curasse a tal punto i suoi capelli biondi, da cospargersi il capo di polvere d’oro, perché la capigliatura irradiasse maggiormente riflessi dorati ³.

NOTE

¹ Historia Augusta (Vero, 3, 4 – 6)

² Historia Augusta (Vero, 6, 3 – 4)

³ Historia Augusta (Vero, 10, 6 – 7)

Consualia (15 dicembre)

Il 15 dicembre, dopo la semina, si celebrava una delle due feste del calendario romano dedicate all’antico dio Conso (Consus): i Consualia. Gli altri Consualia, quelli estivi, si tenevano il 21 agosto, dopo il raccolto. Entrambe le feste il 21 agosto e il 15 dicembre erano seguite dopo un uguale numero di giorni (rispettivamente il 25 agosto e il 19 dicembre) da due celebrazioni (le Opeconsivia e le Opalia) dedicate alla dea Ops, personificazione dell’abbondanza in questo caso agricola, il cui epiteto più frequente era appunto Consivia, in quanto associata in stretto relazione col dio Conso, che era il protettore del raccolto che originariamente veniva immagazzinato in silos sotterranei. Ad Ops era dedicata una cappella nella Regia del Foro, alla quale avevano accesso solo il Pontefice Massimo e le Vestali.

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Mosaico da Piazza Armerina

I Consualia estivi ed invernali si svolgevano con modalità simili. Erano il Flamine di Quirino (flamen quirinalis) e le vergini Vestali a sacrificare in onore di Conso sull’altare a lui dedicato, che si trovava interrato nel Circo Massimo – perché il dio presiedeva alla conservazione del grano in silos sotterranei – e che veniva riportato alla luce solo in queste occasioni. L’altare era circondato dalle immagini di altre antiche divinità romane che avevano la funzione di proteggere le messi nei vari stati della crescita: Seia, Segezia e Tutilina. Dopo i sacrifici e l’offerta di primizie, si tenevano corse di cavalli montati e di carri, oltre a giochi campestri e corse di carri trainati da muli. Gli animali utilizzati per i lavori agricoli, come cavalli, asini e muli, erano esentati dal lavoro e venivano adornati con corone di fiori.

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Mosaico  con carro e cavalli, Centrale Montemartini, Roma

I Consualia estivi avevano lo scopo di mettere sotto la protezione di Conso il raccolto immagazzinato nei granai. La tradizione attribuiva addirittura a Romolo l’istituzione dei Consualia del 21 agosto ¹, durante i quali si sarebbe svolto il Ratto delle Sabine.

NOTE

¹ Tito Livio (Ab urbe condita, I, 9)

Nascita di Nerone (15 dicembre 37 d.C.)

Il 15 dicembre del 37 d.C., al sorgere del sole, nasceva ad Anzio ¹ Lucio Domizio Enobarbo, meglio noto in seguito come Nerone, ultimo esponente della dinastia Giulio-Claudia. Sua madre era Agrippina minore (15 – 59 d.C.), figlia di Germanico e di Agrippina maggiore e sorella di Caligola. Suo padre era invece Gneo Domizio Enobarbo, appartenente al ramo degli Enobarbi dell’antica e nobile gens Domizia.

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Particolare della statua di un giovane Nerone in toga (50 d.C. circa), Museo del Louvre, Parigi

A questo proposito, si tramandava che l’origine del cognome Enobarbo (barba rossa) risalisse al capostipite Lucio Domizio a cui, nel 496 a.C., mentre tornava dai campi, Castore e Polluce annunciarono la vittoria romana nella battaglia del lago Regillo. Per provare la loro divinità al perplesso Lucio Domizio, i Dioscuri gli avrebbero accarezzato la barba, mutandone il colore da nero in rosso ramato. Da allora, quasi tutti i suoi discendenti ebbero la barba di quel particolare colore ².

Tornando a Gneo Domizio, il padre del futuro Nerone era un uomo detestabile sotto ogni punto di vista, violento e arrogante. Uccise un suo liberto perché si era rifiutato di bere ciò che gli aveva ordinato, travolse di proposito col cavallo un fanciullo che stava attraversando la via Appia e cavò un occhio nel Foro a un cavaliere che lo aveva rimproverato ³. Prima della morte di Tiberio, venne accusato di lesa maestà, di adulterio e di incesto con la propria sorella Domizia Lepida ma sfuggì alla condanna per la morte del principe. Agli amici che si complimentavano con lui per la nascita del piccolo Domizio, rispose che da lui e da Agrippina non poteva che essere nato qualcosa di detestabile e dannoso per tutti ⁴. Morì di idropisia a Pirgi, nel 40 d.C., lasciando sola Agrippina con suo figlio.

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Statua di Agrippina Minore, da Ercolano; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Dopo la nascita del piccolo Domizio, Agrippina interrogò gli indovini sul destino che attendeva suo figlio; essi profetizzarono che il il bambino avrebbe regnato, ma avrebbe anche ucciso sua madre. Agrippina, per nulla preoccupata, rispose:

“Mi uccida, purché regni” ⁵.

Quando Caligola fece relegare Agrippina e sua sorella Giulia Livilla a Pandataria, accusandole di aver congiurato contro di lui, il piccolo Lucio Domizio perse l’eredità paterna, sottrattagli dal principe, e finì per essere allevato a casa della zia Domizia Lepida, dove pare che ebbe come pedagoghi un barbiere e un ballerino.

Dopo la morte di Caligola, Claudio riabilitò Agrippina e Giulia Livilla e le richiamò dall’esilio. Successivamente, nel 41 d.C. Agrippina si risposò con Gaio Sallustio Passieno Crispo, un ricco senatore, che divenne così patrigno di Domizio.

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Ritratto giovanile di Nerone, Romisch-Germanisches Museum, Colonia

Messalina, la moglie di Claudio, giustamente percepiva in Agrippina e Livilla due pericolose rivali nell’ascendente su Claudio; riuscì a far esiliare nuovamente a Pandataria Giulia Livilla, accusandola di adulterio con Seneca e a farla morire di fame sull’isola. Si raccontava anche che Messalina avesse mandato dei sicari per uccidere il figlio di Agrippina mentre faceva il suo sonnellino pomeridiano, ma che questi si fossero dati alla fuga spaventati da un serpente che si era alzato da sotto il cuscino ⁶. Agrippina riuscì invece a passare indenne anche questo difficile periodo, protetta dal secondo marito Crispo, che morì intorno al 47.

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Ritratto di Britannico, Musei Vaticani

La morte di Messalina, nel 48, fu il punto di svolta per Agrippina e il piccolo Domizio. Claudio fu convinto a sposare la nipote e, nel 50, su sollecitazione del liberto Pallante ⁷, ne adottò il figlio undicenne, col nome di Nerone Claudio Cesare, affidandone l’educazione a Seneca ⁸, richiamato appositamente dal suo esilio in Corsica, allo stoico Cheremone di Alessandria e al peripatetico Alessandro Egeo. Insieme al fratellastro Britannico, a nove anni Nerone prese poi parte ai giochi troiani, cavalcando tra gli applausi della folla. Nerone venne educato alla conoscenza di tutte le arti liberali, ma Agrippina lo distolse dalla filosofia, che riteneva inadatta per un futuro imperatore; dal canto suo Seneca non gli fece studiare l’oratoria antica, per plasmare meglio il ragazzo con il suo esempio ⁹. Nerone era invece portato nella composizione delle poesie e amava la pittura e la scultura; ma soprattutto, ricercava la popolarità e voleva rivaleggiare con chiunque godesse del favore della folla.

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Statua di giovane Nerone in toga (circa 50 d.C.), Detroit Institute of Arts

Agrippina fece il possibile per assicurare la successione a Nerone, a discapito del più giovane Britannico, il figlio legittimo di Claudio. L’ultimo passo fu di farlo fidanzare con Ottavia, l’altra figlia di Claudio, dopo averla però fatta adottare da un’altra famiglia, per non dare l’impressione di unire in matrimonio un fratello e una sorella ¹⁰. A quel punto la strada era spianata e non restava che attendere la morte dell’anziano e malaticcio Claudio. Il 13 ottobre del 54, una provvidenziale portata di funghi avvelenati pose fine alla vita di Claudio e permise al sedicenne Nerone, sostenuto dal prefetto del pretorio Afranio Burro, di salire sul trono.

Note

¹ Svetonio (Nerone, 6)

² Svetonio (Nerone, 1)

³ Svetonio (Nerone, 5)

⁴ Svetonio (Nerone, 6)

⁵ Tacito (Annales, XIV, 9, 3)

⁶ Svetonio (Nerone, 6)

⁷ Tacito (Annales, XII, 25, 1-2)

⁸ Dione Cassio (Storia Romana, LX, 32, 3)

⁹ Svetonio (Nerone, 52)

¹⁰ Cassio Dione (Storia Romana, LX, 32, 4)

Lettisternio di Tellus e Cerere (13 dicembre)

Il 13 dicembre, alla fine della semina, si svolgeva a Roma un lettisternio dedicato a Tellus e a Cerere. Le due dee, infatti, erano strettamente legate; come dice Ovidio, “Cerere e Tellus svolgono una funzione comune; l’una dà origine alle colture, l’altra dà il luogo” ¹.

Il lettisternio (da lectus “letto” e sternere “stendere”) era un rito di derivazione greca, che si celebrava in circostanze di particolare gravità e che consisteva nel distendere le statue delle divinità su un letto da simposio (pulvinar) per offrirgli un banchetto sacro all’esterno del tempio, alla vista del pubblico. Il primo lettisternio attestato nelle fonti si celebrò nel 399 a.C. quando, al fine di porre termine ad una devastante epidemia, fu offerto un banchetto a tre coppie di divinità: Apollo e Latona, Mercurio e Nettuno, Ercole e Diana. Come in tutte le celebrazioni in onore di Tellus e Cerere, il 13 dicembre era molto probabile la presenza del Flamen Cerialis, il flamine di Cerere, a sacrificare e dirigere il rito del lectisternium.

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Rilievo di Tellus, Ara Pacis, Roma

Il tempio di Tellus (Aedes Telluris), dedicato nel 268 a.C., si trovava sull’Esquilino, nel quartiere delle Carinae, in un sito già consacrato alla dea da almeno due secoli. Tellus era la Madre Terra, genitrice di tutti gli esseri viventi, ed a lei era dedicata anche la festa dei Fordicidia che si celebrava il 15 aprile, durante i Ludi Ceriales (dal 12 al 19 aprile) in onore di Cerere. Oltre ad essere patrona della vita, Tellus era però anche una potenza oscura e sotterranea; infatti, agli dèi Mani e a Tellus l’officiante consacrava sé stesso e l’esercito avversario con la formula rituale della devotio; e, sempre per placare Tellus, Marco Curzio si gettò in una voragine che si era aperta nel Foro, sacrificando la sua vita per far cessare una tremenda pestilenza.

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Rilievo in terracotta con Cerere (I secolo d.C.) Museo Kircheriano, Roma

A sua volta Cerere, personificazione della forza vitale che induce la crescita di piante e animali, veniva celebrata il 19 aprile con la festa dei Cerialia. L’italica Cerere venne ben presto assimilata alla dea greca Demetra ed aveva anche lei una importante correlazione con il mondo dei morti. Annesso al suo tempio, che si trovava sull’Aventino ed era stato dedicato nel 493 a.C., si trovava infatti il Mundus Cereris, una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo dei morti e che veniva aperta solo tre volte all’anno (24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre), in occasione della ricorrenza denominata Mundus patet.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, I, 671-674)

La festa del Septimontium (11 dicembre)

L’11 dicembre si celebrava a Roma la festa del Septimontium, che coinvolgeva nei festeggiamenti gli abitanti dei sette montes (da non confondersi con i sette colli di Roma) che erano: Palatium, Cermalus e Velia (che formavano il Palatino), Fagutal, Oppius e Cispius (facenti parte dell’Esquilino) e Caelius (insieme a Subura). La festa risaliva a un’epoca molto antica, corrispondente alla prima espansione del centro urbano dal Palatino ai colli circostanti, quindi ad una fase intermedia tra il nucleo primitivo del villaggio e la città organizzata. In ognuno dei montes si celebravano sacrifici e riti differenti.

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Si discute ancora se il termine Septimontium derivi da Septem Montes, con riferimento ai sette colli del primo nucleo abitato della città, o da Saepti Montes, che significa colli divisi, mediante recinzioni o palizzate che proteggevano i primi nuclei abitati non ancora fusi a costituire un unico centro abitato.

Oltre ai sacrifici offerti dagli abitanti delle sette sommità, durante il Septimontium si svolgeva una processione che si snodava lungo determinate tappe: Palatium, Velia, Fagutal, Subura, Cermalus, Oppius, Caelius e Cispius. Nella giornata del Septimontium era inoltre proibito utilizzare carri trainati da bestie da soma ¹.

NOTE

¹ Plutarco (Questioni Romane, 69)