Vita e morte di Massenzio, l’ultimo imperatore di Roma

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Testa di Massenzio, Staatliche Kunstsammlungen, Skulpturensammlung di Dresda

Marco Aurelio Valerio Massenzio nacque intorno al 278; figlio dell’Augusto d’Occidente Massimiano e di Eutropia, aveva sposato Valeria Massimilla, figlia di Galerio e nipote di Diocleziano. Dopo aver militato nell’esercito come tribuno, aveva scelto di vivere con la moglie a Roma, da anni ormai non più sede della corte imperiale, da privato cittadino di rango senatorio. Quando Diocleziano e Massimiano abdicarono, il 1° maggio 305, proclamando Augusti Costanzo e Galerio, Massenzio, come d’altronde Costantino, figlio di Costanzo, non vennero elevati al rango di Cesari, come forse speravano, finendo scavalcati da Valerio Severo e Massimino Daia, nell’ottica della “scelta del migliore” e non del principio dinastico. Allorché il 25 luglio 306, dopo la morte di Costanzo ad Eburacum (l’odierna York), le truppe proclamarono Augusto suo figlio Costantino anziché il legittimo Cesare Severo, la situazione divenne esplosiva. L’Augusto d’Oriente Galerio riuscì in parte a tamponare i danni al sistema tetrarchico riconoscendo a Costantino solo il titolo di Cesare, ed elevando Severo al rango di Augusto d’Occidente.

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Ritratto di Massenzio

Tuttavia Massenzio non poteva accettare questo affronto personale e il 28 ottobre 306, col sostegno del Senato, del popolo, dei Pretoriani e degli Equites Singulares Augusti, assunse il potere e fu proclamato “princeps invictus”. Massenzio tornava a rivendicare un ruolo centrale a Roma, ormai esclusa dalla gestione del potere dal sistema tetrarchico creato da Diocleziano. Galerio invitò allora Severo a fermare l’usurpatore con la forza delle armi. Mentre sul finire del 306 l’Augusto Severo si dirigeva verso Roma col suo esercito, Massenzio decise di richiamare al suo fianco dal suo ritiro dorato in Lucania il padre Massimiano, che a sua volta tornò ad assumere di nuovo il titolo di Augusto. Severo aveva sottovalutato il fatto che gran parte delle sue truppe aveva militato al servizio di Massimiano negli anni precedenti. Giunto alle porte di Roma, molte unità del suo esercito defezionarono e passarono dalla parte di Massenzio e Massimiano, costringendo Severo alla fuga verso Ravenna, dove fu nuovamente tradito e consegnato ai suoi avversari a Roma; tenuto in ostaggio per qualche tempo sulla via Appia, in località Tres Tabernae, Severo fu infine giustiziato in carcere il 16 settembre del 307.

Nel frattempo, anche Galerio decideva di scendere in Italia; quando però, sul finire dell’estate del 307, giunse alle porte di Roma e vide le possenti mura dell’Urbe, rimase colpito dalla magnificenza e dalla grandezza della città e delle sue fortificazioni. Galerio non aveva mai visto Roma nella sua vita e non sapeva quanto fosse grande; non aveva con sé neppure truppe sufficienti per assediarla. Dubbioso sulle possibilità di successo e timoroso di fare la stessa fine di Severo, decise di ritirarsi, rinunciando ad un lungo e dispendioso assedio per tornare al più presto nei suoi domini nell’Illirico.

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Statua di Massenzio come Pontefice Massimo, proveniente dal Collegio degli Augustali, Ostia

A questo punto, la popolarità di Massenzio a Roma era talmente vasta che, quando nell’aprile 308 suo padre Massimiano cercò di prendere il potere in città, l’esercito si schierò con Massenzio e Massimiano fu costretto a lasciare Roma e a rifugiarsi presso Costantino in Gallia. Nel frattempo, per Massenzio arrivava un altro serio problema; Domizio Alessandro, vicario d’Africa, nel 308 venne proclamato imperatore dalle sue truppe e sottrasse a Massenzio il controllo della diocesi africana e della Sardegna, ponendo a Roma gravi problemi di approvvigionamento. Massenzio fu costretto a inviare il prefetto del pretorio Rufio Volusiano e l’esperto generale Zenas, che riuscirono a sconfiggere l’usurpatore e a riprendere il controllo della diocesi africana. A Roma Massenzio pose la sua residenza nei palazzi imperiali del Palatino, le cui sale erano vuote dai tempi di Aureliano, e diede il via a un imponente programma di opere pubbliche e di restauro degli edifici cadenti; ricordiamo, tra i tanti, la grandiosa basilica di Massenzio e il tempio del divo Romolo, intitolato a Valerio Romolo, il figlio divinizzato morto in tenera età nel 309, oltre alla grandiosa villa sulla via Appia con annesso circo e mausoleo. La sua politica, volta a conciliare le istanze dei senatori e quelle dei pretoriani, si richiamava ai tradizionali valori romani. Quando il 26 ottobre 312 l’esercito di Costantino giunse nei pressi di Roma, deciso a regolare i conti una volta per tutte, Massenzio preferì trasferire sua moglie Valeria e l’unico figlio rimasto in una dimora privata in città.

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Valeria Massimilla

A Roma fervevano intanto i preparativi per festeggiare il sesto anniversario del dies imperii di Massenzio, proclamato imperatore il 28 ottobre 306; Costantino era ormai alle porte della città e, dopo un primo scontro nei pressi di Saxa Rubra, l’esercito di Massenzio si schierò per affrontarlo nella piana di Tor di Quinto. Secondo la testimonianza, alquanto sospetta, del retore cristiano Lattanzio, Massenzio decise di consultare i libri sibillini: il responso fu che in quel giorno sarebbe morto un nemico dei romani. Era il 28 ottobre 312: confortato dal responso dei libri, peraltro ambiguo come sempre, Massenzio raggiunse le sue truppe e, sconfitto da Costantino, andò incontro al suo destino, annegando nelle acque del Tevere.

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Dopo la sua morte, venne colpito dalla consueta “damnatio memoriae”, che non ha però impedito ad alcuni suoi interessanti ritratti di giungere sino a noi. La propaganda costantiniana lo dipinse in seguito come codardo e indolente ma i fatti ci parlano di un Massenzio che ebbe una personalità carismatica; pagano di nascita, fu tollerante nei confronti dei cristiani, che erano anche presenti tra i soldati al suo servizio; fu sempre amato e seguito dai suoi sostenitori e le sue truppe restarono al suo fianco sino alla fine. Della sorte di Valeria e del figlio di Massenzio non si hanno notizie. Come in casi analoghi vennero probabilmente eliminati senza troppo clamore, per scongiurare futuri problemi dinastici.

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Scettri di Massenzio

Unico caso nella storia, le insegne del potere di Massenzio, tre scettri in ferro e oricalco, adorni con sfere di vetro (giallo e verde) e calcedonio, nascosti da qualche fedele seguace in una fossa alle pendici del Palatino affinché non cadessero nelle mani di Costantino, sono stati fortunosamente rinvenuti nel 2005 e sono ora conservati nel Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo.

Nascita di Costantino (27 febbraio 272)

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Testa colossale in bronzo di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Il 27 febbraio del 272 o 273 , il futuro imperatore Costantino I nasceva a Naissus, in Mesia (odierna Niš in Serbia), una regione che nel III secolo aveva dato i natali a diversi imperatori. Era figlio di Costanzo, un ufficiale romano proveniente da una famiglia di modeste condizioni, e di Elena, una umile inserviente originaria di una cittadina della Bitinia chiamata Drepanum, in seguito ribattezzata Helenopolis in suo onore dal figlio. Secondo Ambrogio, che è una fonte non sospetta perché cristiano come Costantino, Elena era infatti una “stabularia”, cioè un’addetta alle stalle nelle stazioni dove si cambiavano i cavalli.

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Testa colossale in bronzo di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Le poche fonti in nostro possesso non sono in grado di chiarire se Costanzo ed Elena fossero legati da regolare matrimonio.
Si trattava comunque di un’unione imbarazzante per Costanzo, ormai lanciato in una brillante carriera nella Tetrarchia che l’avrebbe portato a divenire prima Cesare e poi Augusto d’Occidente. Lo stesso Costantino, da bambino, non dovette avere frequenti contatti con la madre, come dimostra il fatto che non padroneggiasse il greco, la lingua di Elena, e si dovesse far assistere da un interprete, quando si trovava in Oriente.

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Testa dell’acrolito di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Tale situazione ebbe fine quando Costanzo sposò Teodora, figlia dell’Augusto Massimiano, da cui ebbe sei figli, tre maschi (Dalmazio, Giulio Costanzo e Annibaliano) e tre femmine (Costanza, Eutropia e Anastasia). Da quel momento, Elena scomparve dalla scena per riapparire solo quando Costantino si impadronì del potere assoluto.

27 Febbraio: Equirria

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Statua di Marte in bronzo, da Zeugma, Museo di Gaziantep

La stagione della guerra per i romani iniziava a Marzo, il mese consacrato proprio al dio Marte, e si chiudeva ad Ottobre. Il preludio si teneva però il 27 febbraio (con replica il 14 marzo), quando si svolgeva la festa degli Equirria o Ecurria, durante i quali si consacrava a Marte la cavalleria. La tradizione attribuisce a Romolo l’istituzione di questa festa, durante la quale si svolgevano corse di cavalli sciolti e non montati da cavalieri.

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In seguito gli Equirria vennero celebrati con delle corse di bighe nel campo Marzio, alla presenza del Flamine di Marte, presso l’antico altare del dio, oppure, in caso di terreno inagibile, in un campo simile oltre il Celio. Infatti, i luoghi di culto di Marte non potevano essere ubicati all’interno della città, in cui doveva regnare la pace ed era vietato l’accesso alle truppe armate. Il Campo Marzio, trovandosi al di fuori del Pomerio, era il luogo ideale per le attività connesse alla guerra. Nel suo margine nordoccidentale si trovava infatti il Trigarium, il terreno di allenamento dove si svolgevano le corse durante gli Equirria.

Apollo e Dafne

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Apollo e Dafne, (1622 – 1625), Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma

Secondo il mito, il primo e più grande amore di Apollo, figlio di Zeus e Latona, fu Dafne. Dafne era una bellissima Ninfa dei monti, figlia del dio fluviale Peneo, nume tutelare della valle di Tempe, in Tessaglia (oppure di un altro dio fluviale, Ladone) e di Gea, la Terra, di cui era anche sacerdotessa. Purtroppo, Dafne era amata anche da un giovane di nome Leucippo, figlio di Enomao, che per avvicinarla aveva escogitato l’espediente di travestirsi da donna, mescolandosi così alle sue compagne.

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Apollo e Dafne, Casa dell’Efebo, Pompei

Apollo, che era anche dio del sole, che tutto vede, scoprì l’inganno del suo rivale in amore e consigliò alle altre ninfe di fare il bagno nude durante i loro rituali, per accertarsi che il loro gruppo fosse composto di sole donne. Scoperto ovviamente l’intruso, le ninfe uccisero il povero Leucippo facendolo a pezzi. Liberatosi così del rivale, Apollo dichiarò quindi il suo amore per Dafne, che però lo respinse e si diede ad una fuga precipitosa.

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Apollo e Dafne, dal triclinio della Casa di Marcus Lucretius, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Inseguita da Apollo, Dafne invocò la protezione del padre e della madre Gea, che la trasformarono in lauro, l’albero dell’alloro, non appena il dio la raggiunse. Da quel momento, il lauro divenne l’albero preferito da Apollo, che portò sempre una corona d’alloro sulla testa. Infatti, il nome greco “Daphne” significa “lauro”.1200px-Apollo_and_Daphne_(Bernini)

Adozione di Antonino Pio: 25 febbraio 138

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Busto di Antonino Pio, Musei Capitolini

Il 25 febbraio 138 d.C., l’imperatore Adriano adottò Tito Aurelio Boionio Arrio Antonino, governatore della Provincia d’Asia, nominandolo suo nuovo successore al titolo e al soglio imperiale. Come si arrivò a questa decisione inaspettata?
La scelta originale di Adriano per la successione era infatti caduta, in una data imprecisata tra il 19 giugno e il 29 agosto 136, su Lucio Ceionio Commodo, nato il 31 gennaio forse del 101, che fu adottato e a cui fu concesso il nome di Elio ed il titolo di Cesare.

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Busto di Lucio Elio Cesare, Uffizi, Firenze

Misteriosi restano i motivi che spinsero Adriano a scegliere come successore un uomo avvenente, circondato da una fama di gaudente, e notoriamente di salute malferma. D’altronde, era chiaro che Adriano avesse una stima particolare per il sedicenne Marco Annio Vero, che diverrà poi Marco Aurelio, da lui soprannominato scherzosamente Verissimus per il suo amore per la verità e per le sue qualità morali.

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Giovane Marco Aurelio

Forse Adriano voleva garantire al suo adorato Verissimus una successione tranquilla, dopo un principe di transizione con i giorni contati; oppure, da appassionato di astrologia, cercava qualcuno che morisse al posto suo, per ingannare gli oroscopi e le previsioni degli astrologi, garantendogli altri anni di vita. La stessa cosa era accaduta anni prima con l’oscura morte di Antinoo, forse sacrificatosi per prolungare la vita di Adriano, su consiglio di maghi e indovini di corte? Non lo sapremo mai. I fatti sono che Lucio Elio Cesare, tornato dalla Pannonia, già malato di tubercolosi da anni, morì improvvisamente per un’emorragia nella notte del 1° gennaio 138 prima di poter leggere in Senato il discorso di ringraziamento per il principe che lo aveva adottato. Si apriva quindi di nuovo il grave problema della successione, perché Adriano, le cui condizioni di salute stavano precipitando, era consapevole di essere prossimo alla morte.

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Busto di Adriano, Musei Capitolini

La nuova scelta cadde su Tito Aurelio Boionio Arrio Antonino, cinquantunenne governatore della Provincia d’Asia, stretto consigliere di Adriano, aristocratico rispettoso delle leggi che aveva già rivestito molte magistrature. Adriano gli propose l’adozione il 24 gennaio ma Antonino si lasciò del tempo per riflettere prima di accettare. Poiché Antonino aveva solo figlie femmine, essendogli già morti prematuramente i maschi, Adriano gli pose come unica condizione che adottasse a sua volta due giovani che garantissero poi l’ulteriore successione: Marco Annio Vero (il futuro Marco Aurelio), figlio del fratello di sua moglie, e Lucio Vero, di appena sette anni, figlio del defunto Lucio Elio Cesare.

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Giovane Lucio Vero

Il nuovo erede al trono fu quindi adottato il 25 febbraio 138 ed assunse il nome di Tito Elio Adriano Antonino, adottando a sua volta contestualmente i due giovani, che in futuro avrebbero governato insieme da Augusti, coi nomi di Marco Aurelio e Lucio Vero.
Dopo una lunga e sofferta agonia, Adriano morì invece il 10 luglio 138 nella villa imperiale di Baia, alla presenza del suo successore Aurelio Antonino, che si guadagnò il soprannome di Pio per la fermezza con cui ottenne la divinizzazione del suo padre adottivo, nonostanze le resistenze del Senato.

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Busto di Antonino Pio, Musei Capitolini

Regifugium: 24 Febbraio

Nel calendario romano, il 24 febbraio è il giorno del Regifugium, che significa “fuga del re”, una cerimonia che risaliva ad epoca arcaica il cui significato era già oscuro per gli scrittori del I secolo a.C.

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In questo giorno, i sacerdoti Salii e il collegio dei Pontefici accompagnavano solennemente il Rex Sacrorum nel luogo dove si tenevano i comizi. Il Rex Sacrorum, il sacerdote che dopo la caduta della monarchia aveva assunto le funzioni religiose che prima erano attribuite al re, officiava il sacrificio rituale e subito dopo fuggiva via, probabilmente verso la Regia, nel santuario di Vesta, riapparendo in pubblico solo alle calende di marzo (il primo giorno del mese).

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In questi giorni finali dell’anno, che nel più antico calendario romano era composto da dieci mesi ed iniziava a Marzo, il Rex Sacrorum veniva sostituito dall’Interrex. Questa festa sembra in relazione con i Terminalia che si svolgevano il giorno prima. In quest’ottica, la fuga del rex simboleggia la detronizzazione temporanea del sovrano, che segue il termine dell’anno, ed è necessaria per la conferma annuale del potere del re autorizzata dall’assemblea dei Quiriti. Ovidio ricollegava invece questa festa alla commemorazione della cacciata di Tarquinio il Superbo ¹, ma si tratta di una spiegazione che non convince gli storici moderni. La cerimonia del Regifugium, che risalirebbe all’epoca dei Tarquini, sembra inoltre essere in relazione con un altro antico rituale che si celebrava il 5 luglio, i Poplifugia, in cui invece del rex, era il popolo a fuggire. Terminato il periodo di “interregnum“, il Rex Sacrorum che era fuggito a febbraio, tornava a marzo a sacrificare nel comizio riappropriandosi delle sue prerogative.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, II, 685)

Terminalia: 23 febbraio

Il 23 febbraio, ultimo mese dell’anno nell’antico calendario romano, si festeggiavano i Terminalia, in onore del dio Terminus, la cui istituzione viene fatta risalire a Numa Pompilio, il secondo re di Roma, da Dionigi di Alicarnasso, Plinio il Vecchio e Plutarco. Si tratta di una festa, con riti sia pubblici che privati, dedicata all’antico dio italico Terminus, introdotto a Roma da Tito Tazio, protettore dei confini e delle mura e impersonificato nelle pietre terminali che delimitavano le proprietà private e i campi.

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Erma di Terminus, Museo Archeologico, Amelia

La festa aveva una triplice valenza: celebrava il confine del territorio romano (ager), la fine dell’antico anno romano ed anche il termine simbolico della gestazione delle donne. Terminus aveva una cappella dedicata nel tempio di Giove Ottimo Massimo, di cui, probabilmente, in origine costituiva un attributo che poi divenne autonomo. Una leggenda riportata da Dionigi ¹ narrava che quando si dovettero spostare – mediante il rito dell’exauguratio – gli altari votivi delle divinità insediate sul Campidoglio per procedere alla costruzione del tempio di Giove, tutte accettarono di ritirarsi tranne due, Iuventas e Terminus, alle quali pertanto dovettero essere riservate due cappelle all’interno del tempio, in cui ospitare gli altari.

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Ricostruzione del Tempio di Giove Capitolino, Museo della Civiltà Romana, Roma

Da questo fatto, gli Auguri trassero il buon presagio che gli dei avrebbero garantito eterna giovinezza e stabilità di confini alla città di Roma. Tuttavia, poiché il dio dei confini, rappresentato in origine da una pietra squadrata, non poteva stare in un luogo chiuso, fu praticata una apertura sul tetto del tempio, in corrispondenza del punto della cella di Minerva dove era ospitato. I riti pubblici in onore di Terminus venivano celebrati, oltre che sul Campidoglio (centro simbolico della città e dell’ager), presso la sesta pietra miliare della via Laurentina (V/VI miglio, attuale Acqua Acetosa), un antico abitato la cui fortificazione risaliva al 770 a.C. e che segnava l’antico confine del territorio romano in quella direzione.

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Erma raffigurante Terminus,  1548-1550, Louvre, Parigi

Terminus veniva inoltre celebrato anche nei riti privati, presso i cippi di confine tra le proprietà. I proprietari dei terreni confinanti, assistiti dalle rispettive famiglie, si riunivano presso le pietre terminali che segnavano il confine tra i rispettivi poderi e vi ponevano ciascuno una ghirlanda di fiori e una focaccia sacra. Poi offrivano al dio frumento, miele, vino, un agnello da latte o un porcellino e intonavano la preghiera:

O Terminus, sei tu che delimiti i popoli, le città, i vasti regni; senza di te, ogni lembo di terra susciterebbe contrasti. Tu non conosci intrighi, non sei corrotto dall’oro, conservi con legittima lealtà le terre a te affidate” ².

Chi violava una pietra di confine veniva dichiarato “sacro” a Terminus: in sostanza poteva tranquillamente essere ucciso perché colpevole di un delitto.

NOTE

¹ Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, III, 69)

² Ovidio (Fasti, II, 659-662)

23 Febbraio 303: inizia la Grande Persecuzione di Diocleziano

È l’alba del 23 febbraio del 303 a Nicomedia, in Bitinia, residenza imperiale dell’augusto Diocleziano. I pretoriani, agli ordini del prefetto del pretorio Flaccino, assalgono la chiesa cristiana posta su un’altura della città; sfondano le porte, bruciano i libri sacri, saccheggiano gli arredi e, infine, distruggono la chiesa dalle fondamenta. Dal palazzo imperiale di Nicomedia, Diocleziano, in compagnia del cesare Galerio osservava la scena; aveva appena scatenato quella che tra i cristiani sarebbe divenuta nota come la Grande Persecuzione.

La scelta del giorno non è casuale per questo principe “religiosissimus” e strenuo difensore della tradizione classica, che celebrava le vecchie divinità con grande fervore. Il 23 febbraio era la festa di Terminus, il dio che proteggeva la stabilità dei confini e quindi l’ordine costituito appena restaurato con grandi sforzi da Diocleziano. Ponendo l’inizio della persecuzione contro i cristiani sotto la protezione di Terminus, Diocleziano intendeva chiudere un’epoca di lotte e di instabilità che aveva funestato l’impero per quasi un secolo. Il giorno dopo, venne pubblicato l’editto, con cui l’imperatore ordinava la distruzione di tutte le chiese e dei libri sacri, la perdita delle cariche e dei diritti civili per tutti i senatori, cavalieri e decurioni di religione cristiana e il ritorno in schiavitù per i liberti cristiani in servizio nei palazzi imperiali. L’editto, che non prevedeva la ricerca attiva dei cristiani né la pena di morte per l’appartenenza a quella fede, ci è stato tramandato nei contenuti solo da fonti cristiane, e fu seguito nei mesi successivi da almeno altri quattro provvedimenti, con cui si imponeva a tutti i sudditi di compiere i sacrifici rituali. La pena per i trasgressori, in questo caso, era la tortura fino al compimento dei propri doveri oppure la morte per gli irriducibili. La collera di Diocleziano contro i cristiani era aumentata gradualmente.

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Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

Già da alcuni anni Diocleziano aveva allontanato i cristiani dai ranghi dell’esercito, perché non riteneva di potersi fidare di persone la cui devozione era per Cristo e non per l’Augusto. Coloro che non sacrificavano alle divinità o al nume tutelare dell’imperatore, esprimendo così la loro fedeltà a Roma, vennero espulsi e, in casi estremi, giustiziati. Diocleziano riteneva ormai che il Cristianesimo fosse un serio ostacolo al suo sforzo di risollevare le sorti dell’impero. I cristiani, inclini al proselitismo e portatori di valori inconciliabili con l’insegnamento degli antichi, si opponevano a oracoli e riti sacrificali necessari alla religione tradizionale, minando in definitiva, con la loro carica eversiva, i pilastri stessi dell’ideologia imperiale. L’impero non poteva tollerare che dei cittadini non seguissero più la dottrina e gli insegnamenti dei loro antenati.

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L’ultima preghiera dei martiri cristiani (particolare), Jean-Léon Gérôme, (1863-1883). The Walters Art Museum, Baltimora

Tuttavia, solo negli ultimi anni del suo regno, Diocleziano vinse ogni titubanza e decise di passare a una massiccia repressione, convinto da influenti intellettuali di corte come il filosofo Porfirio e Sosiano Ierocle, il governatore della Bitinia, oltre che dal cesare Galerio, un convinto anticristiano e dai sacerdoti e aruspici, i cui responsi teneva in gran conto. Infatti, si narra che Diocleziano inviò anche un aruspice presso l’oracolo di Apollo Milesio a Didima, per chiedere un parere del dio. Al suo ritorno, l’aruspice riferì che anche Apollo aveva parlato contro la religione cristiana, rafforzando così la decisione di Diocleziano.

L’evento che scatenò l’inizio della persecuzione fu un incendio che si sviluppò nel palazzo imperiale di Nicomedia, di cui Galerio incolpò subito i Cristiani. La persecuzione fu sicuramente la più dura mai vista fino ad allora, ma ebbe diversa intensità ed efficacia nelle varie province, condizionata anche dall’atteggiamento dei singoli tetrarchi. Zelanti anticristiani furono in Oriente Diocleziano e Galerio e, nella parte occidentale da lui controllata, l’augusto Massimiano. Più blanda nelle Gallie e in Britannia, governate dal cesare Costanzo, padre di Costantino, in cui la presenza cristiana era comunque scarsa e dove ci si limitò ad abbattere le chiese.

 

Giove e l’Anguipede

20190222_163756Il Museo Bargoin, di Clermont-Ferrand, in Francia, ha recentemente acquisito un pezzo di grande interesse: Giove e l’Anguipede.
Si tratta di una scultura del II secolo, alta più di 1,70 metri, con alle spalle una storia movimentata, e che sarà esposta gratuitamente al pubblico per quattro mesi, in attesa di procedere al suo restauro.
Il dio è raffigurato a cavallo, nell’atto di calpestare una creatura dalla coda di serpente o di pesce, che giace al suolo, schiacciata sotto gli zoccoli del cavallo.

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Giove e l’Anguipede, Musée Bargoin de Clermont-Ferrand

Si tratta di un Anguipede, una creatura mostruosa con il corpo umano ma con le estremità serpentiformi, che compare per lo più in ambienti gallo-romano e celtici. L’anguipede che fuoriesce dalla terra rappresenta le forze telluriche e sotterranee. Questo tipo di raffigurazione simboleggia quindi la vittoria della ragione sulle forze ctonie (sotterranee e infernali), dell’ordine sul caos, della civiltà sulla barbarie.
Questo genere di sculture veniva di solito posto in cima a pilastri o colonne alti anche quattro metri e se ne conoscono almeno una dozzina di esemplari, rinvenuti nei territori corrispondenti alle Gallie e in Germania, anche se non sempre in buone condizioni.

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Giove e l’Anguipede, III secolo d.C., proveniente da Châtel sur Moselle ed esposto al Musée d’Epinal

Le si trovava in prossimità delle acque, correnti o stagnanti. Giove è riconoscibile perché nella mano destra impugna una lancia o un fascio di fulmini.
La scultura venne scoperta nel 1849 da un contadino in un campo nei dintorni di Égliseneuve-près-Billom, nel dipartimento del Puy-de-Dôme. La stampa dell’epoca diede notizia della scoperta e il suo scopritore, il signor Brunel, si diede subito da fare per guadagnarci qualcosa. Nei successivi vent’anni, Brunel portò la statua di villaggio in villaggio, facendosi pagare dieci centesimi da chiunque volesse vederla.NI_1354461_1548934180_550
All’epoca, la statua non veniva ancora interpretata come Giove che sconfiggeva un mostro, ma come un imperatore che sottometteva un barbaro.
La statua suscitò l’interesse dei collezionisti e finì in una collezione privata per non riapparire più al pubblico fino allo scorso anno, quando il Museo Bargain se l’è aggiudicata ad un’asta per la somma di 76.560 euro.

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Giove e Anguipede su colonna, Musée de Metz

Caristia o Cara Cognatio (22 febbraio)

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Mosaico con scena di banchetto, III-IV secolo d.C.

Dopo i giorni preposti alla cura e alle offerte rituali per i defunti (i Parentalia che si svolgevano dal 13 al 21 febbraio), il 22 febbraio è il giorno della festa dedicata alla riconciliazione e al rinsaldarsi dei vincoli familiari tra i parenti ancora in vita: i Caristia, anche detti Cara Cognatio, cioè “Cara parentela”. Si tratta di una festa del gruppo familiare allargato, a cui partecipavano i parenti del marito e della moglie, e in cui tutti i congiunti si riunivano per un banchetto solenne, in un’atmosfera di ilarità ed affetto; si bruciava l’incenso in onore dei Lari ¹, protettori della casa e della famiglia, e si assisteva anche ad un reciproco scambio di doni.

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Larario della Casa dei Vettii

Elemento essenziale dei Caristia era la Concordia ². Durante la festa era proibito l’affiorare di qualsiasi dissidio familiare. Anzi, secondo Valerio Massimo ³, era prevista la presenza di persone addette alla funzione di pacieri, per favorire la ricomposizione dei vecchi contrasti eventualmente sorti tra parenti. Ovidio invitava addirittura a non partecipare coloro che si fossero macchiati di insanabili colpe contro i loro parenti, per non turbare l’atmosfera:

Lontano sia il fratello empio e la madre crudele verso la sua prole, e colui che giudica troppo longevo il padre, e chi conta gli anni della madre, e l’iniqua suocera che perseguita l’odiata nuora” ⁴.

La collocazione dei Caristia subito dopo le festività dedicate ai defunti non è casuale. La presenza dei morti si avverte anche in questo giorno. Ovidio racconta infatti che al banchetto venivano offerte vivande e libagioni rituali ai “dis generis” ⁵, gli antenati divinizzati della famiglia.

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Rilievo funerario del II-III secolo d.C., da Palmira; Metropolitan Museum of Art, New York

Proprio la collocazione dei Caristia subito dopo le feste dei defunti, ne fece quindi, nel corso del tempo, anche un’occasione di ricordo dei familiari scomparsi. Il carattere di intimo affetto familiare dei Caristia ne permise la sopravvivenza e una notevole diffusione anche dopo la cristianizzazione forzata dell’impero.

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Larario proveniente da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Il calendario cristiano di Polemio Silvio, della metà del V secolo, menziona ancora la festa col nome di Cara Cognatio e la sovrappone a quella del seppellimento di San Pietro e San Paolo. Infine, nel VI secolo, i canti, le danze e le libagioni che si accompagnavano a questa festa destarono le accuse di paganesimo finché, nel 567, il Concilio di Tours condannò queste pratiche con l’accusa di profanare il giorno di san Pietro.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, II, 631)

² Ovidio (Fasti, II, 631)

³ Valerio Massimo (Factorum ac dictorum memorabilium, II, 1, 8)

⁴ Ovidio (Fasti, II, 623 – 626)

⁵ Ovidio (Fasti, II, 631 – 638)