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Un fantasma ad Atene

La notte di Halloween è il momento adatto per presentarvi un altro classico racconto del brivido, tramandatoci da Plinio il Giovane, a cui era stato a sua volta riferito. Il luogo è una casa nella tranquilla Atene del I secolo d.C., teatro di terrificanti apparizioni notturne…

C’era ad Atene una casa ampia e comoda, ma malfamata e maledetta. Nel mezzo del silenzio della notte si udiva un suono di ferraglia e, se ascoltavi più attentamente, uno strepito di catene, da lontano prima, poi più da vicino; indi appariva uno spettro, un vecchio estenuato della magrezza e dallo squallore, con una lunga barba, i capelli irti; recava i ceppi ai piedi e le catene alle mani e le scuoteva. Perciò gli abitanti della casa trascorrevano, vegliando per la paura, delle notti sinistre e spaventose; quelle veglie finivano per produrre una malattia e, con il crescere del male, la morte. Giacché anche di giorno, pur essendo il fantasma scomparso, rimaneva negli occhi il ricordo di quella apparizione, sì che il timore durava più a lungo di ciò che l’aveva provocato. Perciò la casa fu disertata, condannata all’abbandono e lasciata tutta in balia di quel mostro. C’era però appeso un cartello, nel caso che qualcuno, ignorando un così grande male, volesse acquistarla o affittarla. Capitò ad Atene il filosofo Atenodoro, lesse il cartello, seppe il prezzo e, messo in sospetto dalla modicità, si informò, venne a conoscenza di tutto e nonostante ciò, anzi a cagione di ciò, prese in affitto la casa. Quando cominciò a fare notte, ordinò che gli preparassero un letto nella parte anteriore dell’edificio, chiese delle tavolette, uno stilo e un lume; mandò tutti i suoi nelle stanze interne ed egli, invece, si dedicò con la mente, gli occhi e la mano, allo scrivere, onde evitare che la mente, rimasta inoperosa, desse corpo alle storie di spettri che aveva sentito e a vani timori. Dapprima, come ovunque, aleggiava il silenzio della notte, poi cominciò un agitarsi di ferri, un muover di catene; Atenodoro non alza gli occhi, non ripone lo stilo, ma rafforza il proprio coraggio e lo mette a guardia delle orecchie; cresce lo strepito, continua ad avvicinarsi e già sembra di udirlo sulla soglia, già oltre la soglia. Si volta, vede e riconosce la figura di cui gli avevano parlato. Stava ritta e faceva segno con il dito, come a invitare qualcuno; ma il filosofo le fa cenno con la mano, come per dirle di attendere un poco, e si rimette alle tavolette e allo stilo.



Essa agitava le catene sopra il capo di lui che scriveva; Atenodoro si volta di nuovo, vede che gli fa cenno come prima; senza esitare, prende il lume e la segue. Essa avanzava con lento passo, quasi le gravassero le catene; dopo essere svoltata nel cortile della casa, improvvisamente svanisce, abbandonando chi la segue. Una volta rimasto solo, Atenodoro contrassegna il posto con delle erbe e delle foglie spiccate. Il giorno dopo, va dai magistrati e chiede loro che ordinino di far scavare in quel posto. Vi trovano, frammiste e avvolte dalle catene, delle ossa, che il cadavere putrefatto dall’azione del tempo e del terreno aveva lasciate scarnificate e scavate dalle catene; raccolte, vengono sepolte a spese della città. La casa non fu più visitata dai Mani, sepolti secondo i riti“. ¹

NOTE

¹ Plinio il Giovane (Epistole, VII, 27, 5-11)

Morte di Giuliano: 26 giugno 363 d.C.

Il 26 giugno del 363 d.C., durante la ritirata verso Samarra, l’esercito romano venne attaccato a più riprese dai Persiani. Nella mischia furibonda, l’imperatore filosofo Flavio Giuliano, accorso prontamente ad incoraggiare i suoi uomini, ma senza la protezione della corazza, rimase mortalmente ferito da una lancia scagliata da mano ignota.

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Il 1° aprile 363, al comando di un poderoso esercito, Flavio Giuliano era entrato in territorio persiano, deciso a sferrare un colpo mortale al regno di Sapore II, da secoli una spina nel fianco dell’impero romano. L’Augusto, per portare a compimento l’impresa, aveva diviso il contingente ai suoi ordini, affidando parte delle truppe ai generali Procopio e Sebastiano, che avrebbero dovuto raggiungere l’Assiria passando lungo il corso del Tigri, attraverso l’Armenia e la Corduene, mentre egli si dirigeva a sud, lungo la riva dell’Eufrate. In solo due mesi, l’esercito romano guidato da Giuliano aveva raggiunto Ctesifonte, la capitale degli avversari, senza tuttavia riuscire a impegnare in una battaglia campale decisiva le forze dei Sasanidi. Ctesifonte era stata conquistata e saccheggiata altre volte dai Romani ma, in questa occasione, le possenti difese della città convinsero Giuliano dell’inutilità di porre un assedio, anche per evitare di essere colto di sorpresa alle spalle dall’esercito di Sapore II (Shāpūr). L’imperatore decise allora di andare incontro all’armata persiana e ordinò di ritirarsi, sperando anche di ricongiungersi al più presto con l’armata di Procopio e Sebastiano, per affrontare i Sasanidi con tutti gli effettivi. La marcia di ritorno fu però durissima per il caldo soffocante e la mancanza di rifornimenti; i persiani adottavano una tattica di guerriglia, facendo terra bruciata sul percorso della colonna romana e limitandosi ad improvvisi attacchi a sorpresa, evitando con cura lo scontro in campo aperto.

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Busto di Giuliano, Museo Diocesano di Acerenza

Sinistri presagi sul destino dell’imperatore si erano susseguiti nei giorni precedenti. Nella notte tra il 25 e il 26 giugno, nella sua tenda, mentre era intento a scrivere e meditare, Giuliano raccontò agli amici di aver visto confusamente l’immagine del Genio pubblico che gli era già apparsa nelle Gallie tre anni prima, quando stava per essere elevato alla dignità di Augusto; solo che questa volta il Genio si allontanava dalla tenda in atteggiamento triste, con il capo e la Cornucopia avvolti da un velo. ¹

Turbato dalla visione, Giuliano iniziò a pregare gli dèi e fu allora che gli sembrò di vedere una fiaccola ardente solcare il cielo, simile a una stella cadente, che egli interpretò come l’astro di Marte ². All’alba, gli aruspici furono convocati e consultati sul significato della stella cadente; essi risposero che si doveva evitare qualsiasi impresa:

“Dopo l’apparizione di una fiaccola in cielo non si doveva né ingaggiare battaglia né compiere alcuna azione del genere”. ³

Ignorando volutamente il parere contrario degli aruspici, come sempre faceva quando aveva già preso una decisione, Giuliano non volle comunque ritardare la partenza e ordinò di levare le tende, andando incontro al suo triste destino.

Verso mezzogiorno, mentre dalle alture circostanti i Persiani spiavano la marcia dei loro nemici, la lunga colonna romana arrivò alla desolata pianura di Maranda. Proprio allora, i Persiani aprirono le ostilità. Giuliano fu avvertito che la retroguardia era stata attaccata; l’imperatore voleva sempre essere al centro dell’azione, per sostenere e incoraggiare di persona i soldati. Per la fretta, Giuliano trascurò di indossare la lorica, e prese con sé solo uno scudo; mentre si dirigeva a cavallo verso la retroguardia, venne a sapere che anche l’avanguardia era stata attaccata. Incurante del pericolo che correva, insieme alle sue guardie del corpo Giuliano accorreva ovunque, per incitare i suoi uomini con le parole e l’esempio. Ad un certo momento, anche la parte centrale dello schieramento venne assalita dalla cavalleria corazzata dei persiani e dagli elefanti da guerra. Lo scontro si fece durissimo. Improvvisamente, nella confusione generale, una lancia persiana colpì al fianco destro Giuliano, penetrando profondamente tra le costole.

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Il ferimento di Giuliano nella mischia

Giuliano si ferì alle mani per estrarre la lancia dalla ferita e cadde da cavallo; fu subito soccorso dagli uomini del seguito e portato nella sua tenda per essere affidato alle cure dei medici. Poco dopo, essendo diminuito il dolore, chiese ancora le armi ed il cavallo per ritornare in battaglia, preoccupato per le sorti dei suoi uomini che, nel frattempo, venuti a conoscenza che l’imperatore era stato ferito, in preda all’ira e alla disperazione combattevano invece con rinnovato vigore.

“Caddero in quella battaglia cinquanta nobili e satrapi persiani, assieme a un grandissimo numero di soldati semplici; morirono, fra gli altri, i famosissimi generali Merena e Nohodare”. ⁴

La ferrea volontà di Giuliano non era però più sorretta dalle forze. Debilitato per la perdita di sangue, fu costretto a rimanere sdraiato, mentre il suo medico personale Oribasio constatava la gravità della ferita; perse infine la speranza di sopravvivere quando venne a sapere che il luogo dove era stato colpito si chiamava Frigia. Infatti, in passato, gli era stato vaticinato che in Frigia sarebbe morto per volontà del destino. Anche la notizia della morte in battaglia del suo amico e magister officiorum Anatolio provocò un ulteriore dolore al morente imperatore.

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Mosaico del V secolo d.C., rinvenuto nella sinagoga di Huqoq, in Israele, raffigurante un imperatore romano forse identificabile con Giuliano

L’ultimo grande storico romano, Ammiano Marcellino, che partecipava alla spedizione, ci narra le ore finali dell’ultimo imperatore pagano, in pagine dense di ammirazione per questa figura.

“Giuliano, che giaceva nella tenda, parlava a quanti gli stavano attorno, abbattuti e tristi: «È arrivato, amici, il momento assai opportuno di uscire dalla vita. Giunto al momento di restituirla alla natura, che la richiede, come un debitore leale mi rallegro e non mi rattristo né mi addoloro, poiché ben so, per opinione unanime dei filosofi, quanto l’anima sia più felice del corpo e penso che, ogni volta che una condizione migliore venga separata da una peggiore, dobbiamo rallegrarci, non dolerci. […] Non mi pento di quanto ho fatto, né mi sfiora il ricordo di qualche delitto; sia nel periodo di quando ero costretto all’oscurità e alla miseria, che dopo essere stato assunto all’impero, ho conservato pura la mia anima, che penso tragga origine dagli dei immortali ai quali è affine. […] Né mi vergognerò di ammettere che da tempo sapevo, in seguito ad una profezia sicura, che sarei morto di ferro. Perciò adoro la divinità eterna, perché non muoio in seguito ad insidie nascoste, né dopo una lunga e dolorosa malattia, né condannato come un criminale, ma perché ho meritato questa splendida fine in mezzo al corso della mia fiorente gloria. Infatti è giustamente considerato pauroso e ignavo chi desidera la morte quando non è necessaria come chi la evita quando è opportuna». […] Nel frattempo tutti i presenti piangevano ma Giuliano, che conservava ancora tutta la sua autorità, li rimproverava affermando che era da vili piangere un sovrano che si stava ricongiungendo al cielo ed alle stelle. Essi perciò tacquero ed egli discusse profondamente con i filosofi Massimo e Prisco sulla nobiltà dell’animo. Ma essendosi troppo aperta la ferita al fianco dov’era stato colpito ed impedendogli l’infiammazione del sangue di respirare, spirò serenamente nel cuore della notte all’età di 32 anni”. ⁵

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Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

Era quasi la mezzanotte del 26 giugno 363 e il paganesimo antico, ancora molto radicato nella società romana, dopo solo venti mesi di regno perdeva il suo ultimo difensore e una delle figure più colte e rappresentative del suo tempo. Con la morte di Giuliano, che era privo di eredi e non lasciò indicazioni per la sua successione, si estingueva anche la dinastia costantiniana. Il candidato più indicato alla successione sarebbe stato Saturnino Salustio, il prefetto del pretorio, che però rifiutò la porpora. La scelta dei generali cadde sul cristiano Gioviano, il comandante dei protectores domestici, la guardia imperiale, che per salvare ciò che restava dell’armata si affrettò a stipulare un mortificante accordo di pace coi Persiani, a cui cedette quindici fortezze, tra cui Singara, Nisibis e Castra Maurorum, e cinque province al di là del Tigri: l’Arzanena, la Moxoena, la Zabdicena, la Rehimena e la Corduene.

Misteriosa rimase l’identità di colui assestò il colpo mortale a Giuliano. Per quanto l’ipotesi più probabile è che si trattasse di un cavaliere persiano, negli anni successivi ci fu chi parlò di un sicario, forse cristiano, incaricato di eliminare l’imperatore nell’ambito di una congiura di palazzo, ed altri attribuirono l’assassinio ad un soldato romano esasperato dalla fame e dalle sofferenze.

Come attestato dallo storico Eutropio ⁶, che aveva partecipato alla spedizione contro i Sasanidi, dopo la morte Giuliano fu divinizzato tramite il consueto rituale della consecratio, e divenne oggetto di particolare venerazione negli ambienti dell’aristocrazia pagana e tradizionalista.

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Solido aureo di Giuliano

Il corpo di Giuliano fu scortato da Procopio fino a Tarso, e sepolto in un piccolo mausoleo che sorgeva accanto ad una villa suburbana, alla periferia della città, secondo le disposizioni che l’imperatore filosofo aveva dato quando era ancora in vita ⁷. Il mausoleo sorgeva di fronte alla tomba di un imperatore pagano e anticristiano, Massimino Daia, sulle rive del fiume Cnido. Sulla sua lapide funeraria Gioviano fece incidere questa iscrizione:

“Dalle rive del Tigri impetuoso, Giuliano qui è venuto a riposare, al tempo stesso buon re e valoroso guerriero”.

Quando Sapore venne a conoscenza della morte di Giuliano, che temeva moltissimo, se ne rallegrò; tuttavia, non si capacitava del motivo per cui i Romani non avessero tentato di vendicare la morte del loro imperatore.

“A Vittore, Salustio e agli altri membri della legazione inviati per definire un accordo di pace, fu chiesto da Sapore se i Romani non provavano vergogna per non essersi preoccupati di vendicare Giuliano, visto che era stato l’unico a cadere. «Io – esclamò – quando uno dei miei generali fu ucciso, feci scuoiare vivi gli uomini che mancarono di morire al suo fianco e ne inviai le teste ai parenti per consolarli»”. ⁸

NOTE

¹ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 3)

² Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 4)

³ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 7)

⁴ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 13)

⁵ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 15-23)

⁶ Eutropio (Breviarium, X, 16, 2)

⁷ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 9, 12)

⁸ Libanio (Orazioni, XXIV, 20)

21 aprile: Roma Condita

Il 21 aprile, in coincidenza con le Palilie, si festeggiava a Roma e in tutto il mondo romano l’anniversario della fondazione dell’Urbe. Indicato negli antichi calendari come Roma condita, cioè fondata, undici giorni prima delle calende di maggio, di un anno che Varrone fissava nel terzo della sesta Olimpiade (754/753 a.C.) ¹, quel giorno un villaggio di pastori entrò nel mito e il tempo iniziò letteralmente a scorrere e ad essere contato da quel momento.

“Egli all’età di diciotto anni fondò una piccola città sul monte Palatino, undici giorni prima delle calende di maggio [21 aprile], nell’anno terzo della sesta Olimpiade [754/3 a.C.], nell’anno 394 dopo la caduta di Troia”. ²

Come tutti i miti, esistono numerose versioni della storia, rielaborata per i secoli a venire da infiniti autori, che differiscono a volte per pochi particolari, altre in modo più consistente. Anche l’anno di fondazione non è certo, ricompreso dagli storici antichi tra il 758 e il 728 a.C., ma i miti, com’è giusto, non hanno una collocazione temporale precisa.

Augusto in veste di Augure, con lituo in mano
Augusto in veste di Augure, con lituo in mano, Galleria degli Uffizi, Firenze

La versione prevalente narra che Romolo, dopo aver consultato gli auspici ed averne ottenuti di più favorevoli rispetto al gemello Remo, celebrò il rito di fondazione della città seguendo le istruzioni di sacerdoti etruschi; radunato il popolo sul colle Cermalo, offrì un sacrificio agli dèi e ordinò agli altri di fare altrettanto; poi, fece accendere un fuoco, sul quale i presenti dovettero saltare per purificarsi dalle impurità; infine, dopo aver scavato una fossa presso il Comizio, dove vennero gettate le primizie del raccolto e manciate di terra portate dai luoghi di provenienza dei membri della nuova comunità, Romolo, a capo coperto, procedette a scavare, con un aratro dal vomere di bronzo, il sulcus primigenius intorno al Palatino, per indicare il tracciato delle mura.

“Romolo fondò la città, avendo fatto venire dall’Etruria uomini che gli spiegassero ogni cosa con alcune norme e testi sacri e che glieli insegnassero, come durante i misteri. Scavò una fossa di forma circolare nella zona dove ora è il Comizio, per deporvi le primizie di tutto quanto era utile secondo consuetudine o necessario secondo natura. E infine ciascuno, portando un po’ di terra dal paese da cui proveniva, la gettò dentro e la mescolò. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo: mundus. Poi, considerando questo punto come centro, tracciarono il perimetro della città. Il fondatore attaccò al suo aratro un vomere di bronzo, vi aggiogó un bue e una vacca, ed egli stesso li conduceva, tracciando un solco profondo lungo la linea di confine”. ³

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Rilievo con il tracciato del solco primigenio, Museo Archeologico di Aquileia

Fu solo a rito ultimato che si compì il dramma: Remo, assistendo alla costruzione delle mura, per scherno o per ignoranza decise di scavalcare il muro o il fossato che lo costeggiava e venne ucciso da Romolo stesso o da un certo Celere, uno degli uomini che stava costruendo il muro di cinta.

“La versione più diffusa dice che Remo, per schernire il fratello, saltò al di là delle mura appena costruite e perciò fu ucciso da Romolo infuriato, che inveendo anche a parole, avrebbe concluso: “lo stesso accadrà a chiunque scavalcherà le mie mura da ora in poi”. Così Romolo si impadronì da solo del regno; la città fondata venne chiamata con il nome del fondatore”.

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Romolo affronta Remo

Appena Romolo seppellì il corpo del fratello in una tomba e furono resi i riti funebri dovuti a Remo, il pastore Faustolo e Acca Larenzia, addolorati per la perdita del figlio adottivo, tornarono a casa e si addormentarono. Nella notte, l’ombra insanguinata di Remo gli apparve nel sonno, chiedendogli che fosse istituito un giorno solenne in suo onore, in cui Ovidio riconobbe l’origine dei Lemuria, le ricorrenze del mese di maggio dedicate ai morti anzitempo.

“Appena l’immagine fuggendo portò via con sé il sonno, entrambi riferirono al re le parole del fratello. Romolo acconsente e chiama Remuria quel giorno, in cui si rendono gli onori dovuti agli avi sepolti. Con il trascorrere del tempo, la lettera aspra che era l’iniziale del nome si mutò in lettera dolce e in seguito si dissero Lemuri anche le anime dei silenti”.

Mosaico Romolo e Remo
Mosaico con allattamento di Romolo e Remo, da Apamea, in Siria

Ed ora, concludiamo con uno scritto dei più poetici sull’argomento, pervaso di lirismo e amore per una città che ormai aveva perduto tutta la sua potenza. Giovanni Lido visse infatti a Costantinopoli nel VI secolo, in epoca giustinianea, ma le sue parole testimoniano come Roma continuava ad emanare un fascino immortale, anche se ormai, della sua gloria passata, non restava che una pallida ombra.

“Undici giorni prima delle calende di maggio (21 aprile) Romolo fondò Roma, dopo aver riunito tutti gli abitanti delle zone vicine e avendo ordinato loro di portare con sé una zolla della propria terra, auspicando così che Roma dominasse tutta la regione. Quanto a lui, postosi a capo dell’intera funzione sacra, presa una tromba sacra, che i Romani sono soliti chiamare lituo, fece risuonare il nome della città. La città ebbe tre nomi, uno iniziatico, uno sacro e uno politico: quello iniziatico e Amore (Amor), cioè Eros, in modo che tutti siano pervasi da un amore divino per la città, quello sacro è Flora, cioè “fiorente”, da cui deriva la festa dei Floralia in suo onore; quello politico è Roma. Quello politico era noto a tutti e veniva pronunciato senza alcun timore, mentre evocare quello iniziatico era permesso solo ai pontefici massimi durante i riti sacri” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Romolo, 12, 6)

² Eutropio (Breviarium ab urbe condita, I, 1, 2)

³ Plutarco (Romolo, 11-12)

⁴ Livio (Ab urbe condita, I, 7, 2-3)

⁵ Ovidio (Fasti, V, 477-483)

⁶ Giovanni Lido (De Mensibus, IV, 50)

Nascita di Cicerone (3 gennaio 106 a.C.)

Marco Tullio Cicerone nacque il 3 gennaio del 106 a.C. ad Arpino ¹, una cittadina situata sull’altopiano dei monti Volsci, che già dal 188 a.C. godeva della cittadinanza romana. La sua era una famiglia benestante di rango equestre. Suo padre, che si chiamava Marco, era però di salute talmente cagionevole che, pur potendo per rango familiare ricoprire magistrature, preferì rimanere nel suo municipio di Arpino anziché essere costretto a partire per l’Urbe o partecipare a qualche spedizione militare. I maligni dicevano che il padre di Cicerone fosse un lavandaio o un commerciante di uva e olive, ma viste le ricchezze da lui accumulate, è più probabile che fosse in realtà un possidente e che, nelle sue proprietà, si svolgessero questo tipo di attività economiche. Con il suo patrimonio, il padre di Cicerone fu in grado di comprare una casa a Roma nel quartiere delle Carinae, sulle pendici dell’Esquilino, da utilizzare come base per le visite nell’Urbe.

La madre di Cicerone si chiamava Elvia e apparteneva a una famiglia della nobiltà di Arpino. Si raccontava che Elvia avesse partorito suo figlio Cicerone senza le sofferenze delle doglie e che alla nutrice una visione avesse predetto che il bambino sarebbe stato di grande giovamento ai Romani ². Cicerone aveva poi un fratello minore di nome Quinto, nato nel 102. Quando Cicerone ebbe l’età per andare a scuola, iniziò subito a distinguersi per le sue grandi capacità di apprendimento, che lo resero famoso tra i suoi coetanei e i loro genitori. Il primo interesse del giovane Cicerone fu la poesia, e si concretizzò in un componimento che s’intitolava Pontius Glaucus ³ (Glauco Marino), ma di cui, a parte il titolo, non è rimasto nulla.

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Busto di Cicerone, Musei Capitolini, Roma

Suo padre, dopo avergli fatto rivestire la toga virile in occasione delle Liberalia del 17 marzo del 91, portò Marco e l’altro figlio Quinto con sé a Roma e li presentò a un noto personaggio dell’epoca, il giureconsulto Quinto Muzio Scevola L’Augure, che allora aveva circa ottant’anni. Frequentando da casa di Muzio Scevola, Cicerone e suo fratello Quinto ebbero l’occasione di conoscere molti uomini politici e personalità di spicco dell’epoca. Nel 91, allo scoppiare della Guerra sociale, detta anche Guerra dei Marsi, che oppose Roma ai municipi dell’Italia che erano finora stati alleati dei Romani, Cicerone era ancora un adolescente. Due anni dopo, però, venne arruolato nell’esercito comandato da Pompeo Strabone, il padre del futuro Pompeo Magno. Cicerone faceva parte della cohors praetoria, lo stato maggiore del console, dove ebbe modo di fare la conoscenza del giovane Pompeo e di Lucio Elio Tuberone. L’anno successivo Cicerone si arruolò nell’esercito di Silla, che si trovava in Campania, e partecipò all’assedio e alla successiva conquista della città sannita di Nola. Dopo la vittoria sui ribelli, Cicerone abbandonò la vita militare, a cui non era interessato, per dedicarsi agli studi letterari.

Negli anni successivi, Cicerone fu testimone della guerra civile tra Silla e Mario, e della dittatura di Cinna che insanguinò Roma. Cicerone ammirava profondamente Mario, che era originario delle sue parti e, dopo la morte, in suo onore scrisse anche un poema intitolato Marius, di cui ci restano 13 versi.

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Ritratto di Cicerone, Musei Vaticani

In questo convulso periodo della storia repubblicana, Cicerone si dedicò sia agli studi filosofici che a quelli di retorica. Sempre smanioso di apprendere, rimase prima affascinato dalle lezioni del filosofo epicureo Fedro, per poi seguire quelle di Filone di Larissa, un discepolo dell’Accademia di Platone. Infine Cicerone fece anche la conoscenza dello stoicismo, grazie alla frequentazione di Diodoto, che ospitò in casa sua fino alla morte e di Elio Stilone. Fu invece alle lezioni di Apollonio Molone che Cicerone apprese l’arte della retorica.

La sua prima orazione in una causa civile di cui abbiamo notizia è la Pro Quinctio, che lo vide opposto al grande oratore Ortensio Ortalo nell’81. Fu però durante l’ultimo periodo della dittatura di Silla, nell’80 a.C., che Cicerone raggiunse la fama come oratore difendendo Sesto Roscio d’Ameria (l’odierna Amelia) da una falsa accusa di parricidio che gli era stata mossa da Lucio Cornelio Crisogono, un potente liberto di Silla, che si era appropriato dei beni del defunto padre di Roscio. Il processo, in cui Cicerone per la prima volta pronunciò un’orazione (Pro Roscio Amerino) in una causa pubblica di fronte a una giuria, comportò per l’Arpinate rischi enormi, per la familiarità tra Crisogono e Silla, ma si concluse con l’assoluzione di Sesto Roscio. Il successo personale di Cicerone fu tale che iniziarono ad essergli affidate ogni tipo di cause e la sua carriera prese il volo. Forse per ragioni di opportunità, però, nel 79 Cicerone lasciò Roma per intraprendere un lungo viaggio in Oriente, che lo portò ad Atene e a Rodi. Ad Atene trascorse sei mesi in compagnia del fratello Quinto e del suo grande amico Tito Pomponio Attico, e seguì le lezioni del filosofo accademico Antioco di Ascalona ⁴; si trovava proprio ad Atene quando, nel 78, fu raggiunto dalla notizia della morte di Silla. Ritenendo che non sussistessero più ostacoli alla sua carriera politica, Cicerone si decise infine a rientrare a Roma, dove sposò Terenzia, che il 5 agosto del 76 diede alla luce l’amatissima figlia Tullia.

NOTE

¹ Plutarco (Cicerone, 2, 1)

² Plutarco (Cicerone, 2, 1)

³ Plutarco (Cicerone, 2, 3)

⁴ Plutarco (Cicerone, 4, 1)

Nascita di Orazio (8 dicembre 65 a.C.)

Quinto Orazio Flacco nacque a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Orazio lamenterà in seguito che i figli dei coloni romani trattavano con disprezzo la popolazione locale ¹, motivo per cui, il padre, che possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere un trasferimento a Roma, decise di tentare di migliorare la propria condizione sociale, recandosi nell’Urbe.

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Particolare del rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica. Ad Atene, Orazio venne soprattutto in contatto con i circoli di matrice stoica, e rimase anche coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede repentinamente alla fuga ².
Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore e per avergli fornito dei saldi principi morali.
Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea, tramite gli scritti di Filodemo e di Lucrezio; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea; volle però sempre mantenere la sua indipendenza e libertà, e pertanto rifiutò l’insistente invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che, quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ³.

Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ⁴.

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Satire, I, 6, 72)

² Orazio (Carmina, II, 7, vv. 9-14)

³ Orazio (Carmina, II, 17)

⁴ Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

Morte di Orazio (27 novembre 8 a.C.)

Il 27 Novembre dell’anno 8 a.C. moriva Quinto Orazio Flacco, considerato uno dei maggiori poeti dell’età antica.

Quinto Orazio Flacco era nato a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Suo padre possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere di trasferirsi a Roma per tentare di migliorare la propria condizione sociale. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica di matrice stoica, ma lì rimase coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse  il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede alla fuga.

Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore.

Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea ma, per mantenere la sua indipendenza e libertà, rifiutò sempre l’invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

“Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che,  quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ¹.

“Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ².

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, II, 17)

² Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

 

Paride, il pantomimo

Paride, nato in Egitto, fu un famoso attore e pantomimo, favorito di Domiziano, presso la cui corte ebbe notevole influenza e potere.

Nella pantomima, un genere teatrale rinnovato da Pilade di Cilicia e Batillo d’Alessandria al tempo di Augusto, e che a Roma era molto apprezzato, l’attore dominava completamente la scena, recitando in maschera e danzando al suono della musica, accompagnato da un’orchestra e da un coro. Il pubblico, anche femminile, ne rimaneva affascinato e i migliori attori, se incontravano il favore dei potenti, non faticavano ad arricchirsi. Paride era tra i grandi interpreti di quest’arte.

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Statuetta in marmo di attore (I-II secolo d.C.), collezione privata

Tale era l’ascendente di Paride a corte che l’istrione poteva elargire denaro e distribuire cariche militari a suo piacimento ai suoi protetti ¹. Papinio Stazio, il grande poeta autore della Tebaide, per poter uscire dalle ristrettezze economiche in cui si trovava, dovette comporre proprio per Paride una fabula saltica (pantomima) intitolata Agave ², che non è giunta sino a noi.

Purtroppo Domizia Longina, moglie di Domiziano, si innamorò della bellezza e del talento di Paride, e ne fece il suo amante, destando l’ovvio risentimento dell’imperatore nei confronti dell’attore.

Infatti, scoperto il tradimento, Domiziano aveva in un primo momento deciso di mandare a morte Domizia, che era già stata moglie anche del defunto Tito, con l’accusa di adulterio ma, su consiglio di Lucio Giulio Urso, che era suo parente, si limitò a ripudiarla ³. Il popolo non avrebbe gradito la condanna a morte di un’Augusta molto amata e la stessa reputazione dell’imperatore ne avrebbe risentito.

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Ritratto di Domizia Longina, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo,  Roma

Per quanto riguarda il povero Paride, non ci fu però scampo alla vendetta dell’imperatore; nell’83 d.C. Domiziano lo assassinò a tradimento in mezzo alla strada.

Il ricordo di Paride non svanì con la sua morte; quando Domiziano si accorse che molti si recavano sul luogo in cui l’attore era stato ucciso, portandovi fiori e unguenti profumati per onorarlo, ordinò di giustiziare chi venisse sorpreso a compiere quegli atti.

In seguito, con la scusa di soddisfare la volontà del popolo, ma in realtà perché ne sentiva la mancanza, Domiziano riprese con sé Domizia Longina ⁴, pur continuando a intrattenere una relazione con sua nipote Giulia, figlia del fratello Tito.

Neppure Domizia aveva dimenticato il suo amato Paride,  e attese il momento giusto per la sua vendetta . Il 18 settembre Domiziano venne infatti a sua volta assassinato in una congiura di palazzo nella quale anche Domizia era implicata. Domizia si dedicò quindi a riabilitare la memoria del pantomimo egiziano e gli fece costruire un sontuoso monumento funebre lungo la via Flaminia, nel quale venne riposta l’urna con le ceneri dell’artista.

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Statuetta di attore con maschera (II secolo d.C.), Musei Vaticani

Dopo la morte di Domiziano, anche il poeta Marziale si sentì libero di celebrare il defunto Paride – da cui probabilmente aveva ottenuto a suo tempo dei favori – con questo epitaffio, forse commissionatogli da Domizia stessa e destinato ad essere inciso anche sulla sua tomba, sulla via Flaminia.

“Chiunque tu sia, viandante, che percorri la via Flaminia,
non trascurare questo nobile marmo.
La delizia dell’Urbe e le arguzie del Nilo,
l’arte e la grazia, lo scherzo e il piacere,
l’orgoglio e il dolore del teatro romano
e tutte le Veneri e i Cupidi
sono racchiusi in questo sepolcro, assieme a Paride”.

“Quisquis Flaminiam teris, viator,
noli nobile praeterire marmor.
Urbis deliciae salesque Nili,
ars et gratia, lusus et voluptas,
Romani decus et dolor theatri
Atque omnes Veneres Cupidinesque
Hoc sunt condita, quo Paris, sepulchro” ⁵.

NOTE

¹ Giovenale (Satira VII, v. 88-89)

² Giovenale (Satira VII, v. 87)

³ Dione Cassio (Storia Romana, LXVII, 3, 1)

⁴ Svetonio (Domiziano, 3, 2)

⁵ Marziale (Epigrammi, XI, 13)

Nascita di Virgilio (15 ottobre 70 a.C.)

Il 15 ottobre del 70 a.C., sotto il consolato di Pompeo Magno e Licinio Crasso, nasceva ad Andes, un distretto rurale (pagus) della Gallia Cisalpina, nei pressi di Mantova, il poeta Publio Virgilio Marone, autore delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide. Molto scarse sono le notizie sui suoi primi anni di vita. Proveniva da una famiglia di umili origini, che tuttavia aveva acquisito una certa agiatezza: il padre per alcuni era un vasaio, per altri un bracciante che, lavorando al servizio di Magio, un facoltoso mercante di cui sposò la figlia, avrebbe a poco a poco accresciuto le sue sostanze, allevando api e acquistando terreni; narra la leggenda che la madre lo partorì alle prime luci dell’alba, per strada, in un fossato. Aveva anche due fratelli, Silone e Flacco.

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Mosaico di Virgilio, Rhenish State Museum, Trier

Trascorse l’adolescenza a Cremona dove studiò grammatica e, a quindici anni, nel 55 a.C., indossò la toga virile, nuovamente sotto il consolato di Pompeo e Crasso, nello stesso giorno in cui moriva il poeta Lucrezio; si trasferì poi a Milano e infine a Roma, dove studiò retorica sotto la guida del famoso maestro Epidio, per coltivare l’arte dell’eloquenza, com’era consuetudine per i giovani delle famiglie benestanti. Ben presto, resosi conto di non essere portato per l’eloquenza, abbandonò la retorica e si recò a Napoli, presso la scuola del filosofo epicureo Sirone. Aveva ventotto anni quando iniziò a comporre le Bucoliche, che richiamarono su di lui l’attenzione di Mecenate, che lo volle nel suo circolo.

Morte di Virgilio (21 settembre 19 a.C.)

Il 21 settembre del 19 a.C., Publio Virgilio Marone, moriva a Brindisi. Virgilio (Publius Vergilius Maro) stava tornando da un soggiorno in Grecia, dove si era recato per completare l’Eneide; sulla via del ritorno, si era aggregato ad Augusto, che tornava da un viaggio in Oriente. Si era ammalato durante una visita a Megara, in Attica, e le sue condizioni si erano aggravate durante la navigazione. Fermatosi a Brindisi, la morte pose fine alla sua esistenza.

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Mosaico raffigurante Virgilio tra le Muse, III secolo d.C., proveniente da Hadrumetum, Museo del Bardo, Tunisi

Fu sepolto a Napoli, che era la sua località di soggiorno preferita e dove frequentava i circoli epicurei. Sul suo sepolcro, sulla via di Pozzuoli, venne incisa questa epigrafe con il suo epitaffio, che secondo la tradizione sarebbe stato dettato dal poeta stesso:

Mantova mi ha generato, la Puglia mi ha strappato la vita e ora sono sepolto a Napoli; ho cantato i pascoli, i campi, i condottieri

Nell’epitaffio, si ricordano le sue opere maggiori: le Bucoliche (i pascoli), le Georgiche (i campi) e l’Eneide (i condottieri).

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Virgilio legge l’Eneide ad Augusto ed Ottavia, Jean Auguste Dominique Ingres, 1811, Musée des Augustins

Nel testamento, lasciò eredi del suo patrimonio per metà Valerio Proculo, il fratello per parte di madre, per un quarto Augusto, per il resto Mecenate, Lucio Vario e Plozio Tucca. A Vario e Tucca affidò il manoscritto dell’Eneide, chiedendo che lo dessero alle fiamme perché il poema non era ancora completo. Augusto invece ne ordinò la pubblicazione, che fu curata da Vario e avvenne tra il 18 e il 17. Del resto, alcune parti del poema erano già state lette in pubblico, nella cerchia di Mecenate e alla corte di Augusto. Celebre l’episodio di Ottavia che svenne ascoltando i versi in memoria del figlio Marcello, morto prematuramente nel 23 a.C.

Virgilio era nato il 15 ottobre del 70 ad Andes, una località nei pressi di Mantova, identificata nel Medioevo con Piètole, ma senza attuali certezze.

Morte del poeta Anneo Lucano (30 aprile 65 d.C.)

Il 30 aprile del 65 d.C., moriva a Roma il poeta Marco Anneo Lucano. Lucano (39 – 65 d.C.) era figlio di Anneo Mela, fratello minore di Seneca; sua madre si chiamava Acilia, ed era figlia dell’oratore Acilio Lucano.

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Morte di Lucano, Josè Garnelo, 1887, Museo del Prado, Madrid

Nato a Cordova il 3 novembre del 39, Lucano fu portato a Roma dai genitori a soli otto mesi ed educato dai migliori maestri, tra cui lo stoico Lucio Anneo Cornuto, che era a capo di un circolo di nostalgici intellettuali repubblicani, e suo zio Seneca, tornato nel 49 dall’esilio in Corsica, dove lo aveva relegato l’imperatore Claudio; Agrippina voleva infatti che Seneca fosse il precettore di suo figlio Nerone. Nel frattempo, oltre a sposarsi con Polla Argentaria, il giovane Lucano dimostrò di avere un precoce talento letterario e Seneca lo introdusse alla corte di Nerone, di cui divenne amico. Nerone, da amante della poesia, aveva costituito un circolo letterario di cui Lucano entrò a far parte. Nel 60, a soli vent’anni Lucano fu insignito della questura da Nerone. Poi, in occasione dei Neronia, le competizioni quinquennali di poesia, musica, ginnastica ed equitazione istituite da Nerone, Lucano si aggiudicò il premio per un componimento di Lodi in onore del principe stesso.

In questo felice periodo, Lucano pubblicò e dedicò a Nerone i primi tre libri della Farsalia, il poema che narrava la guerra civile tra Cesare e Pompeo. Subito dopo il ritiro di Seneca a vita privata, nel 62, si verificò una insanabile rottura tra Nerone e Lucano, forse per la vena stoica e i toni repubblicani che il poema andava assumendo, oppure per motivi di rivalità artistica da parte del principe. Dione Cassio scrisse infatti che

Lucano ricevette il divieto di comporre poesia a causa del successo che riscuoteva la sua attività di poeta” ¹.

Svetonio invece diceva che Lucano si offese perché, mentre declamava i versi del suo poema, Nerone se ne andò dalla sala.

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Busto di Nerone, (54-59 d.C. circa) Museo Archeologico Nazionale di Olbia

Comunque si siano svolti i fatti, in seguito Lucano aderì alla congiura che faceva capo a Pisone, forse proprio per il risentimento che gli aveva provocato la condotta di Nerone, e ne fu uno dei più accesi sostenitori.

Secondo Tacito, alla partecipazione alla congiura

Lucano vi era spinto da ragioni personali, perché Nerone cercava di soffocare la gloria dei suoi poemi  e perché, incapace di rivaleggiare con lui, gli aveva vietato di farne sfoggio in pubblico” ².

Nel 65 la congiura fu purtroppo scoperta e Scevino, uno dei congiurati, denunciò Lucano, che venne imprigionato. Sottoposto ad interrogatorio, Lucano fece a sua volta i nomi di altri congiurati tra cui, anche se potrebbe trattarsi di una calunnia, quello di sua madre Acilia, che infatti non subì conseguenze. La confessione non fu sufficiente a salvargli la vita. Dopo che suo zio Seneca fu costretto al suicidio da Nerone, la stessa sorte toccò al giovane Lucano, che si tagliò le vene e morì declamando i versi di un suo poema.

Nerone diede poi l’ordine di uccidere Anneo Lucano. Questi, mentre il sangue gli fluiva dalle vene, quando s’accorse che il gelo si diffondeva nei piedi e nelle mani e che, a poco a poco, gli spiriti vitali abbandonavano le estremità, con piena lucidità di mente si rammentò un carme che egli aveva composto per rappresentare un soldato ferito che moriva come lui; recitò quei versi, che furono le sue ultime parole” ³.

Prima di morire, Lucano scrisse una lettera al padre affinché correggesse alcuni versi della Farsalia, che lasciava incompiuta. L’anno seguente, purtroppo, anche Anneo Mela, il padre di Lucano, cadde vittima della repressione neroniana, ma la Farsalia si salvò grazie all’opera di divulgazione clandestina che ne fece Polla Argentaria, la giovane vedova del poeta, e godette di uno straordinario successo già a partire dall’età Flavia.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LXII, 29, 4)

² Tacito (Annales, XV, 49, 3)

³ Tacito (Annales, XV, 70, 1)