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Nascita di Cicerone (3 gennaio 106 a.C.)

Marco Tullio Cicerone nacque il 3 gennaio del 106 a.C. ad Arpino ¹, una cittadina situata sull’altopiano dei monti Volsci, che già dal 188 a.C. godeva della cittadinanza romana. La sua era una famiglia benestante di rango equestre. Suo padre, che si chiamava Marco, era però di salute talmente cagionevole che, pur potendo per rango familiare ricoprire magistrature, preferì rimanere nel suo municipio di Arpino anziché essere costretto a partire per l’Urbe o partecipare a qualche spedizione militare. I maligni dicevano che il padre di Cicerone fosse un lavandaio o un commerciante di uva e olive, ma viste le ricchezze da lui accumulate, è più probabile che fosse in realtà un possidente e che, nelle sue proprietà, si svolgessero questo tipo di attività economiche. Con il suo patrimonio, il padre di Cicerone fu in grado di comprare una casa a Roma nel quartiere delle Carinae, sulle pendici dell’Esquilino, da utilizzare come base per le visite nell’Urbe.

La madre di Cicerone si chiamava Elvia e apparteneva a una famiglia della nobiltà di Arpino. Si raccontava che Elvia avesse partorito suo figlio Cicerone senza le sofferenze delle doglie e che alla nutrice una visione avesse predetto che il bambino sarebbe stato di grande giovamento ai Romani ². Cicerone aveva poi un fratello minore di nome Quinto, nato nel 102. Quando Cicerone ebbe l’età per andare a scuola, iniziò subito a distinguersi per le sue grandi capacità di apprendimento, che lo resero famoso tra i suoi coetanei e i loro genitori. Il primo interesse del giovane Cicerone fu la poesia, e si concretizzò in un componimento che s’intitolava Pontius Glaucus ³ (Glauco Marino), ma di cui, a parte il titolo, non è rimasto nulla.

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Busto di Cicerone, Musei Capitolini, Roma

Suo padre, dopo avergli fatto rivestire la toga virile in occasione delle Liberalia del 17 marzo del 91, portò Marco e l’altro figlio Quinto con sé a Roma e li presentò a un noto personaggio dell’epoca, il giureconsulto Quinto Muzio Scevola L’Augure, che allora aveva circa ottant’anni. Frequentando da casa di Muzio Scevola, Cicerone e suo fratello Quinto ebbero l’occasione di conoscere molti uomini politici e personalità di spicco dell’epoca. Nel 91, allo scoppiare della Guerra sociale, detta anche Guerra dei Marsi, che oppose Roma ai municipi dell’Italia che erano finora stati alleati dei Romani, Cicerone era ancora un adolescente. Due anni dopo, però, venne arruolato nell’esercito comandato da Pompeo Strabone, il padre del futuro Pompeo Magno. Cicerone faceva parte della cohors praetoria, lo stato maggiore del console, dove ebbe modo di fare la conoscenza del giovane Pompeo e di Lucio Elio Tuberone. L’anno successivo Cicerone si arruolò nell’esercito di Silla, che si trovava in Campania, e partecipò all’assedio e alla successiva conquista della città sannita di Nola. Dopo la vittoria sui ribelli, Cicerone abbandonò la vita militare, a cui non era interessato, per dedicarsi agli studi letterari.

Negli anni successivi, Cicerone fu testimone della guerra civile tra Silla e Mario, e della dittatura di Cinna che insanguinò Roma. Cicerone ammirava profondamente Mario, che era originario delle sue parti e, dopo la morte, in suo onore scrisse anche un poema intitolato Marius, di cui ci restano 13 versi.

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Ritratto di Cicerone, Musei Vaticani

In questo convulso periodo della storia repubblicana, Cicerone si dedicò sia agli studi filosofici che a quelli di retorica. Sempre smanioso di apprendere, rimase prima affascinato dalle lezioni del filosofo epicureo Fedro, per poi seguire quelle di Filone di Larissa, un discepolo dell’Accademia di Platone. Infine Cicerone fece anche la conoscenza dello stoicismo, grazie alla frequentazione di Diodoto, che ospitò in casa sua fino alla morte e di Elio Stilone. Fu invece alle lezioni di Apollonio Molone che Cicerone apprese l’arte della retorica.

La sua prima orazione in una causa civile di cui abbiamo notizia è la Pro Quinctio, che lo vide opposto al grande oratore Ortensio Ortalo nell’81. Fu però durante l’ultimo periodo della dittatura di Silla, nell’80 a.C., che Cicerone raggiunse la fama come oratore difendendo Sesto Roscio d’Ameria (l’odierna Amelia) da una falsa accusa di parricidio che gli era stata mossa da Lucio Cornelio Crisogono, un potente liberto di Silla, che si era appropriato dei beni del defunto padre di Roscio. Il processo, in cui Cicerone per la prima volta pronunciò un’orazione (Pro Roscio Amerino) in una causa pubblica di fronte a una giuria, comportò per l’Arpinate rischi enormi, per la familiarità tra Crisogono e Silla, ma si concluse con l’assoluzione di Sesto Roscio. Il successo personale di Cicerone fu tale che iniziarono ad essergli affidate ogni tipo di cause e la sua carriera prese il volo. Forse per ragioni di opportunità, però, nel 79 Cicerone lasciò Roma per intraprendere un lungo viaggio in Oriente, che lo portò ad Atene e a Rodi. Ad Atene trascorse sei mesi in compagnia del fratello Quinto e del suo grande amico Tito Pomponio Attico, e seguì le lezioni del filosofo accademico Antioco di Ascalona ⁴; si trovava proprio ad Atene quando, nel 78, fu raggiunto dalla notizia della morte di Silla. Ritenendo che non sussistessero più ostacoli alla sua carriera politica, Cicerone si decise infine a rientrare a Roma, dove sposò Terenzia, che il 5 agosto del 76 diede alla luce l’amatissima figlia Tullia.

NOTE

¹ Plutarco (Cicerone, 2, 1)

² Plutarco (Cicerone, 2, 1)

³ Plutarco (Cicerone, 2, 3)

⁴ Plutarco (Cicerone, 4, 1)

Nascita di Orazio (8 dicembre 65 a.C.)

Quinto Orazio Flacco nacque a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Orazio lamenterà in seguito che i figli dei coloni romani trattavano con disprezzo la popolazione locale ¹, motivo per cui, il padre, che possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere un trasferimento a Roma, decise di tentare di migliorare la propria condizione sociale, recandosi nell’Urbe. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica. Ad Atene, Orazio venne soprattutto in contatto con i circoli di matrice stoica, e rimase anche coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede repentinamente alla fuga ².
Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore e per avergli fornito dei saldi principi morali.
Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea, tramite gli scritti di Filodemo e di Lucrezio; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea; volle però sempre mantenere la sua indipendenza e libertà, e pertanto rifiutò l’insistente invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che, quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ³.

Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ⁴.

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Satire, I, 6, 72)

² Orazio (Carmina, II, 7, vv. 9-14)

³ Orazio (Carmina, II, 17)

⁴ Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

Morte di Orazio (27 novembre 8 a.C.)

Il 27 Novembre dell’anno 8 a.C. moriva Quinto Orazio Flacco, considerato uno dei maggiori poeti dell’età antica.

Quinto Orazio Flacco era nato a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Suo padre possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere di trasferirsi a Roma per tentare di migliorare la propria condizione sociale. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica di matrice stoica, ma lì rimase coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse  il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede alla fuga.

Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore.

Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea ma, per mantenere la sua indipendenza e libertà, rifiutò sempre l’invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

“Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che,  quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ¹.

“Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ².

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, II, 17)

² Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

 

Paride, il pantomimo

Paride, nato in Egitto, fu un famoso attore e pantomimo, favorito di Domiziano, presso la cui corte ebbe notevole influenza e potere.

Nella pantomima, un genere teatrale rinnovato da Pilade di Cilicia e Batillo d’Alessandria al tempo di Augusto, e che a Roma era molto apprezzato, l’attore dominava completamente la scena, recitando in maschera e danzando al suono della musica, accompagnato da un’orchestra e da un coro. Il pubblico, anche femminile, ne rimaneva affascinato e i migliori attori, se incontravano il favore dei potenti, non faticavano ad arricchirsi. Paride era tra i grandi interpreti di quest’arte.

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Statuetta in marmo di attore (I-II secolo d.C.), collezione privata

Tale era l’ascendente di Paride a corte che l’istrione poteva elargire denaro e distribuire cariche militari a suo piacimento ai suoi protetti ¹. Papinio Stazio, il grande poeta autore della Tebaide, per poter uscire dalle ristrettezze economiche in cui si trovava, dovette comporre proprio per Paride una fabula saltica (pantomima) intitolata Agave ², che non è giunta sino a noi.

Purtroppo Domizia Longina, moglie di Domiziano, si innamorò della bellezza e del talento di Paride, e ne fece il suo amante, destando l’ovvio risentimento dell’imperatore nei confronti dell’attore.

Infatti, scoperto il tradimento, Domiziano aveva in un primo momento deciso di mandare a morte Domizia, che era già stata moglie anche del defunto Tito, con l’accusa di adulterio ma, su consiglio di Lucio Giulio Urso, che era suo parente, si limitò a ripudiarla ³. Il popolo non avrebbe gradito la condanna a morte di un’Augusta molto amata e la stessa reputazione dell’imperatore ne avrebbe risentito.

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Ritratto di Domizia Longina, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo,  Roma

Per quanto riguarda il povero Paride, non ci fu però scampo alla vendetta dell’imperatore; nell’83 d.C. Domiziano lo assassinò a tradimento in mezzo alla strada.

Il ricordo di Paride non svanì con la sua morte; quando Domiziano si accorse che molti si recavano sul luogo in cui l’attore era stato ucciso, portandovi fiori e unguenti profumati per onorarlo, ordinò di giustiziare chi venisse sorpreso a compiere quegli atti.

In seguito, con la scusa di soddisfare la volontà del popolo, ma in realtà perché ne sentiva la mancanza, Domiziano riprese con sé Domizia Longina ⁴, pur continuando a intrattenere una relazione con sua nipote Giulia, figlia del fratello Tito.

Neppure Domizia aveva dimenticato il suo amato Paride,  e attese il momento giusto per la sua vendetta . Il 18 settembre Domiziano venne infatti a sua volta assassinato in una congiura di palazzo nella quale anche Domizia era implicata. Domizia si dedicò quindi a riabilitare la memoria del pantomimo egiziano e gli fece costruire un sontuoso monumento funebre lungo la via Flaminia, nel quale venne riposta l’urna con le ceneri dell’artista.

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Statuetta di attore con maschera (II secolo d.C.), Musei Vaticani

Dopo la morte di Domiziano, anche il poeta Marziale si sentì libero di celebrare il defunto Paride – da cui probabilmente aveva ottenuto a suo tempo dei favori – con questo epitaffio, forse commissionatogli da Domizia stessa e destinato ad essere inciso anche sulla sua tomba, sulla via Flaminia.

“Chiunque tu sia, viandante, che percorri la via Flaminia,
non trascurare questo nobile marmo.
La delizia dell’Urbe e le arguzie del Nilo,
l’arte e la grazia, lo scherzo e il piacere,
l’orgoglio e il dolore del teatro romano
e tutte le Veneri e i Cupidi
sono racchiusi in questo sepolcro, assieme a Paride”.

“Quisquis Flaminiam teris, viator,
noli nobile praeterire marmor.
Urbis deliciae salesque Nili,
ars et gratia, lusus et voluptas,
Romani decus et dolor theatri
Atque omnes Veneres Cupidinesque
Hoc sunt condita, quo Paris, sepulchro” ⁵.

NOTE

¹ Giovenale (Satira VII, v. 88-89)

² Giovenale (Satira VII, v. 87)

³ Dione Cassio (Storia Romana, LXVII, 3, 1)

⁴ Svetonio (Domiziano, 3, 2)

⁵ Marziale (Epigrammi, XI, 13)

Nascita di Virgilio (15 ottobre 70 a.C.)

Il 15 ottobre del 70 a.C., sotto il consolato di Pompeo Magno e Licinio Crasso, nasceva ad Andes, un distretto rurale (pagus) della Gallia Cisalpina, nei pressi di Mantova, il poeta Publio Virgilio Marone, autore delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide. Molto scarse sono le notizie sui suoi primi anni di vita. Proveniva da una famiglia di umili origini, che tuttavia aveva acquisito una certa agiatezza: il padre per alcuni era un vasaio, per altri un bracciante che, lavorando al servizio di Magio, un facoltoso mercante di cui sposò la figlia, avrebbe a poco a poco accresciuto le sue sostanze, allevando api e acquistando terreni; narra la leggenda che la madre lo partorì alle prime luci dell’alba, per strada, in un fossato. Aveva anche due fratelli, Silone e Flacco.

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Mosaico di Virgilio, Rhenish State Museum, Trier

Trascorse l’adolescenza a Cremona dove studiò grammatica e, a quindici anni, nel 55 a.C., indossò la toga virile, nuovamente sotto il consolato di Pompeo e Crasso, nello stesso giorno in cui moriva il poeta Lucrezio; si trasferì poi a Milano e infine a Roma, dove studiò retorica sotto la guida del famoso maestro Epidio, per coltivare l’arte dell’eloquenza, com’era consuetudine per i giovani delle famiglie benestanti. Ben presto, resosi conto di non essere portato per l’eloquenza, abbandonò la retorica e si recò a Napoli, presso la scuola del filosofo epicureo Sirone. Aveva ventotto anni quando iniziò a comporre le Bucoliche, che richiamarono su di lui l’attenzione di Mecenate, che lo volle nel suo circolo.

Morte di Virgilio (21 settembre 19 a.C.)

Il 21 settembre del 19 a.C., Publio Virgilio Marone, moriva a Brindisi. Virgilio (Publius Vergilius Maro) stava tornando da un soggiorno in Grecia, dove si era recato per completare l’Eneide; sulla via del ritorno, si era aggregato ad Augusto, che tornava da un viaggio in Oriente. Si era ammalato durante una visita a Megara, in Attica, e le sue condizioni si erano aggravate durante la navigazione. Fermatosi a Brindisi, la morte pose fine alla sua esistenza.

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Mosaico raffigurante Virgilio tra le Muse, III secolo d.C., proveniente da Hadrumetum, Museo del Bardo, Tunisi

Fu sepolto a Napoli, che era la sua località di soggiorno preferita e dove frequentava i circoli epicurei. Sul suo sepolcro, sulla via di Pozzuoli, venne incisa questa epigrafe con il suo epitaffio, che secondo la tradizione sarebbe stato dettato dal poeta stesso:

Mantova mi ha generato, la Puglia mi ha strappato la vita e ora sono sepolto a Napoli; ho cantato i pascoli, i campi, i condottieri

Nell’epitaffio, si ricordano le sue opere maggiori: le Bucoliche (i pascoli), le Georgiche (i campi) e l’Eneide (i condottieri).

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Virgilio legge l’Eneide ad Augusto ed Ottavia, Jean Auguste Dominique Ingres, 1811, Musée des Augustins

Nel testamento, lasciò eredi del suo patrimonio per metà Valerio Proculo, il fratello per parte di madre, per un quarto Augusto, per il resto Mecenate, Lucio Vario e Plozio Tucca. A Vario e Tucca affidò il manoscritto dell’Eneide, chiedendo che lo dessero alle fiamme perché il poema non era ancora completo. Augusto invece ne ordinò la pubblicazione, che fu curata da Vario e avvenne tra il 18 e il 17. Del resto, alcune parti del poema erano già state lette in pubblico, nella cerchia di Mecenate e alla corte di Augusto. Celebre l’episodio di Ottavia che svenne ascoltando i versi in memoria del figlio Marcello, morto prematuramente nel 23 a.C.

Virgilio era nato il 15 ottobre del 70 ad Andes, una località nei pressi di Mantova, identificata nel Medioevo con Piètole, ma senza attuali certezze.

Un lupo mannaro a Roma

Il 31 ottobre, al calare delle prime ombre della sera, quando in molte parti del mondo si festeggia Halloween, è il momento ideale per ascoltare un classico racconto del brivido, tratto dal Satyricon di Petronio. Durante il banchetto di Trimalchione, Nicerote ci racconta infatti il suo terribile incontro con un “Versipellis“, il licantropo degli antichi romani.

Werewolf

“Quando ero ancora schiavo, abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c’è la casa di Gavilla. Lì, come dio vuole, mi innamorai della moglie di Terenzio, l’oste. Magari l’avete anche conosciuta, Melissa, la Tarantina, un gran pezzo di donna. Io però, per Ercole, non ci avevo messo gli occhi sopra per il suo corpo o per andarci a letto, ma piuttosto perché era una brava ragazza. Qualunque cosa le chiedevo, lei me la dava: se racimolavo un soldo o mezzo, lo depositavo da lei e non mi ha mai derubato. Il suo compagno andò incontro al suo ultimo giorno mentre stavano in campagna. Allora io, con le unghie e con i denti, cercai con ogni mezzo di raggiungerla: è nel bisogno, infatti, che si vedono gli amici. Il caso volle che il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il suo raffinato ciarpame. E così, approfittando di questa occasione, convinsi un ospite che avevamo in casa ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Alla fin fine era un soldato e per giunta forte come un orco. Alzammo le chiappe al primo canto del gallo e con una luna così chiara che sembrava di essere a mezzogiorno. Finimmo in mezzo a un cimitero: il mio uomo si mise a farla in mezzo alle pietre tombali, mentre io attaccai a canticchiare e a contare le lapidi. A un certo punto, come rivolsi lo sguardo al mio accompagnatore, quello si svestì e depose tutti i suoi indumenti sul ciglio della strada. Mi andò il cuore in gola e rimasi stecchito come se fossi morto. Lui invece si mise a pisciare tutto intorno ai suoi vestiti e di colpo si trasformò in lupo. Non pensate che stia scherzando: non mentirei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, appena trasformato in lupo, cominciò a ululare e fuggì nel bosco. Sulle prime io non sapevo più nemmeno dov’ero: poi mi accostai per raccogliere i suoi vestiti: ma quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe dovuto morire dalla paura? Ciò nonostante sguainai la spada e tirai colpi alle ombre, finché arrivai alla cascina della mia amica. Entrai in casa che sembravo un fantasma, per poco non esalai l’anima, con il sudore che mi scorreva a fiotti lungo la schiena e gli occhi sbarrati; a stento, alla fine, riuscii a riprendermi. La mia Melissa, stupita di vedermi in giro a quell’ora della notte, mi disse: «Se solo fossi arrivato un po’ prima, almeno ci avresti dato una mano: infatti un lupo è entrato nel recinto e ha sgozzato tutte le pecore come un macellaio. Comunque, anche se è riuscito a scappare, non ha da stare allegro; un nostro servo gli ha trafitto il collo con una lancia». Dopo aver sentito questa storia, non riuscii a chiudere occhio per il resto della notte, ma a giorno fatto scappai verso casa del nostro padrone Gaio. E quando arrivai davanti al punto in cui i vestiti erano diventati di pietra, non trovai altro che una pozza di sangue. Quando giunsi a casa, il mio soldato era sdraiato sul letto come un bue, e c’era un medico impegnato a medicargli il collo. Capii allora che era un lupo mannaro e, in seguito, non fui più capace di mangiare con lui un tozzo di pane, nemmeno se mi avessero ammazzato. Liberi voi di pensare quello che volete, ma se vi racconto una bugia, mi si possano rivoltare contro i vostri geni tutelari”.

Petronio (Satyricon, 61-62)