Nascita di Commodo (31 agosto 161)

Lucio Elio Aurelio Commodo nacque a Lanuvio il 31 agosto del 161 d.C., insieme al fratello gemello Tito Aurelio Fulvio Antonino. Si raccontava che sua madre Faustina, mentre era in attesa dei gemelli, avesse sognato di partorire dei serpenti, di cui uno era particolarmente feroce. Gli astrologi avevano previsto per i due fratelli lo stesso destino, ma Antonino a soli quattro anni morì. Morto il fratellino, il padre Marco Aurelio cercò di educare il piccolo Commodo, sia istruendolo personalmente, sia affidandolo a valenti e insigni maestri fatti venire dalle province,  a cui assegnò cospicui stipendi. Ebbe Onesicrate come maestro di greco e Antistio Capella di latino; Aio (o Ateio) Santo fu il suo maestro di retorica.

20190830_140036
Testa di Commodo bambino, 175 – 177 circa, Collezione privata

Purtroppo, l’opera di questi maestri non riuscì a modificare l’indole di Commodo che, secondo il biografo della Historia Augusta, fin dalla fanciullezza, fu corrotto, disonesto, crudele, libidinoso e sessualmente perverso. Totalmente diverso da suo padre Marco Aurelio, Commodo adorava solo quelle arti che non si addicevano alla dignità di un imperatore, come fare il coppiere, ballare, cantare, zufolare e perfino esibirsi come buffone e gladiatore, che sarà la sua grande passione da adulto.

commodus
Busto di Commodo giovane in marmo, circa 175 – 177 d.C., collezione privata

Secondo Cassio Dione, invece, Commodo non era malvagio per natura. Tuttavia, essendo debole di carattere e codardo, divenne succube delle persone che frequentava, che lo indussero a cattive abitudini e ne fecero diventare l’indole violenta e sanguinaria. Giunto al dodicesimo anno di età, a Centumcellae (l’odierna Civitavecchia), Commodo diede un primo assaggio di quella che sarebbe stata la sua futura crudeltà. Infatti, avendo trovato l’acqua del bagno troppo tiepida, ordinò di gettare nella fornace l’addetto ai bagni; ma quella volta il pedagogo, che aveva ricevuto l’ordine di far eseguire la condanna, fece bruciare una pelle di montone per fargli credere, dal fetore del fumo, che la punizione fosse stata eseguita.

20190829_131457
Busto di Commodo giovane in marmo, circa 175 – 177 d.C., Musei Capitolini, Roma

Nel 166 ricevette il titolo di Cesare insieme al fratello Marco Annio Vero, che morì il 10 settembre del 169. Indossò la toga virile il 7 luglio del 175 e, dopo aver ottenuto la dispensa dalla legge sui limiti di età, fu nominato console per il 177. Il 27 novembre del 176 fu acclamato imperatore insieme al padre e nel 177 ricevette il titolo di Augusto, unico sopravvissuto tra i figli maschi di Marco Aurelio.

20190830_140423
Busto di Commodo, Museo Archeologico dei Campi Flegrei, Baia

Secondo Erodiano (Storia I, 7, 5) “Commodo era di piacevole aspetto, per la giovinezza fiorente, le membra proporzionate, il volto bello e virile. Il suo sguardo era caldo e ardente, i capelli naturalmente ricciuti e biondi; quando camminava sotto il sole, dalla sua chioma si diffondeva un riflesso luminoso, tanto da far pensare che prima di uscire in pubblico si cospargesse la testa con polvere d’oro; alcuni però lo adoravano come un dio, affermando che il suo capo era circonfuso da uno splendore soprannaturale. Infine i riccioli, scendendogli lungo le guance, sembravano adornarle di fiori. I Romani, vedendo un sovrano di tale aspetto, lo ricevevano con acclamazioni di ogni sorta, gettandogli fiori e ghirlande“.

Nascita di Caligola (31 agosto 12 d.C.)

Il 31 agosto del 12 d.C. nasceva ad Anzio Gaio Giulio Cesare Germanico, imperatore romano dal 37 al 41. Figlio di Germanico e di Agrippina Maggiore e nipote di Augusto, doveva il soprannome di Caligola al fatto che, essendo cresciuto negli accampamenti dei soldati agli ordini del padre, da bambino indossava spesso per gioco la “caliga”, la tipica calzatura dei legionari. I soldati erano così affezionati al piccolo figlio di Germanico che cessarono l’ammutinamento che seguì alla morte di Augusto quando si accorsero che Caligola stava per essere mandato al sicuro in una città vicina per sottrarlo al pericolo dei tumulti.

FOIRVTKCEM6SNFI5JJHCL4SKOM
Ritratto di Caligola, Museo Archeologico dei Campi Flegrei, Baia

Il luogo della nascita era incerto fin dall’antichità. Secondo Getulico, uno storico romano contemporaneo di Caligola, Gaio era nato a Tivoli; Plinio il Vecchio riteneva fosse nato ad Ambitarvio, nel territorio dei Treviri presso Coblenza; un’altra tradizione, lo voleva nato negli accampamenti invernali delle truppe di stanza in Germania. L’opinione che preferiamo è quella di Svetonio che, in qualità di addetto all’archivio dell’imperatore e responsabile della corrispondenza imperiale sotto Adriano, aveva accesso ai documenti ufficiali. Svetonio scriveva: “Quanto a me, dagli atti ufficiali rilevo che [Caligola] nacque ad Anzio […]. Dobbiamo basarci sulla sola autorità che rimane, cioè su quella di un documento ufficiale, tanto più che Anzio fu, tra tutti, il luogo ed il ritiro da lui preferito, proprio come si predilige il luogo della propria nascita. Si dice persino che, annoiato dall’Urbe, abbia pensato di trasferirvi la sede dell’impero“.

20190831_015414
Busto di Caligola, Museo del Louvre, Parigi 

Trascorse i suoi primi sette anni di vita in Germania, a Roma, in Grecia e in Oriente, al seguito del padre in Siria. Alla sua morte, il 10 ottobre del 19 d.C., abitò prima dalla madre Agrippina e, dopo la sua relegazione, si trasferì dalla bisnonna Livia, alla cui morte, nel 29, pronunciò l’elogio funebre dai Rostri. Visse quindi insieme alle sorelle da sua nonna Antonia, figlia del triumviro Marco Antonio e, a diciannove anni venne chiamato da Tiberio a Capri; nello stesso giorno si tagliò la barba e rivestì la toga virile. A Capri, nonostante la persecuzione che avevano subito sua madre Agrippina e i suoi fratelli maggiori Nerone e Druso ad opera di Seiano, dissimulò abilmente ogni rancore e trattò sempre con rispetto il nonno Tiberio e coloro che lo circondavano.

20190831_014106
Busto di Caligola, Metropolitan Museum of Arts, New York

Tuttavia, secondo Svetonio (Caligola, XI), Caligola fin da allora non riusciva a reprimere la sua natura crudele e viziosa: “assisteva con immenso piacere alle torture e alle esecuzioni dei condannati e, di notte, celandosi con una parrucca e un lungo mantello, si dava agli stravizi e agli adulteri. Aveva inoltre una passione eccessiva per il teatro e il canto“. Pare che Tiberio tollerasse questo comportamento, forse nella speranza che umanizzasse un po’ il suo temperamento. Acuto com’era in vecchiaia, Tiberio lo aveva scrutato fino in fondo e andava ripetendo spesso: “Gaio vive per la propria rovina e per quella di tutti gli altri. Io sto allevando in lui una serpe per il popolo romano e un Fetonte per l’universo“.

20190831_014418
Ritratto di Caligola, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenhagen

La sua salute, sia mentale sia fisica, fu sempre travagliata. Soffrì di epilessia fin da bambino e da giovane accadeva che si sentisse mancare improvvisamente, non riuscendo più a camminare e a stare in piedi. Secondo Svetonio (Caligola, L), “era di statura alta, di corpo enorme, di colorito livido, con collo e gambe gracilissime, occhi incavati, tempie strette, fronte larga e torva, capelli radi, completamente calva la sommità del capo, irsuto il resto del corpo“.

 

Volturnalia (27 agosto)

Volturno era un’antica divinità romana di cui conosciamo l’esistenza grazie al Flamen Volturnalis, il sacerdote che era preposto al suo culto, e alla presenza nel calendario di una festa a lui dedicata, i Volturnalia, che si celebravano il 27 agosto. A causa della scarsità di fonti in proposito, ben poche sono le certezze sull’identità di questa enigmatica divinità.

C’è chi ritiene che si trattasse di una divinità fluviale collegata al Tevere o all’omonimo fiume Volturno che scorre in Campania. È coerente con questa interpretazione fluviale la testimonianza dello scrittore cristiano Arnobio, secondo cui Volturno era ritenuto il padre della ninfa Giuturna.

Dio-Volturno-©luigispina
Protome del dio Volturno conservata nel Museo Campano di Capua

Secondo Aulo Gellio (Noctes Atticae, II, 22, 10), Volturno era il nome dato dai Romani a un vento che spirava da oriente d’inverno, e che i Greci chiamavano Eurònoto. Questo vento caldo, che proveniva da sud-est, portava repentini cambi di clima e poteva danneggiare gli alberi da frutto e i vigneti dove si trovava l’uva non ancora matura. In quest’ottica, lo scopo dei Volturnalia era quello di implorare il vento di non danneggiare la vendemmia ormai prossima e la raccolta dei frutti. Anche secondo Columella, in Betica i contadini chiamavano Volturnus il vento caldo che devastava le viti se non venivano protette con stuoie di palma.

Infine, c’è anche chi identifica Volturno con Vortumno, il dio del mutamento, che i Romani ritenevano essere il dio Voltumna o Veltune venerato dagli Etruschi e accolto nel pantheon romano dopo la conquista di Volsinii nel 264 a.C.

Opiconsivia (25 agosto)

Il 25 agosto si celebravano le Opiconsivia, una delle due feste annuali – l’altra, le Opalia, si teneva il 19 dicembre – in onore di Ops (Opi), dea dell’opulenza e dell’abbondanza agricola, connessa con la madre terra, da cui derivava ogni umana agiatezza, ed associata all’antico dio Conso, protettore del raccolto immagazzinato.

20190824_225518
Livia Drusilla rappresentata come Ops, proveniente da Baena (Cordoba), Museo Archeologico Nazionale, Madrid

Ad Ops furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l’altro nella Regia che si trovava nel Foro, dove c’era una cappella (sacrarium Opis) in cui potevano entrare solo le Vestali e il Pontefice Massimo e dove, secondo la testimonianza di Festo (p. 354 Lindsay), era custodito un particolare tipo di vaso che veniva utilizzato nei riti effettuati nel sacrario.

A causa della scarsezza delle fonti, non abbiamo grandi informazioni sullo svolgimento rituale delle Opiconsivia; possiamo solo ipotizzare che il Pontefice Massimo e le Vestali avessero un ruolo nella cerimonia che si svolgeva nella cappella di Ops.
Secondo Varrone, il culto di Ops, a conferma della sua antichità, era di origine sabina e venne introdotto a Roma dal re Tito Tazio, quando regnava insieme a Romolo.

fc5da25cc4815589539bc956e4e561ef
Statua di Livia Drusilla rappresentata come Ops, Museo del Louvre, Parigi

Secondo una tradizione riportata da Macrobio (Saturnalia, III, 9, 4), Ops Consivia era una delle figure divine che potevano essere identificate con la divinità tutelare di Roma, il cui nome doveva restare segreto per impedire che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta, con il temibile rito dell’evocatio.

La successiva interpretazione greca di Ops come Rhea, ne farà la sposa di Saturno, assimilato a sua volta al greco Kronos. Un frequente appellativo di Ops era Consivia, perché associata al dio Conso, le cui feste erano seguite, dopo quattro giorni, proprio da quelle di Ops. Venivano offerti sacrifici in onore di Ops, venerata con l’epiteto di Opifera, anche durante le Volcanalia del 23 agosto. Ops veniva in genere rappresentata con i suoi simboli: la cornucopia e le spighe di grano.

24 agosto: Mundus Patet

Sarcofago_romano_degli_sposi_alla_porta_di_ade_custodita_da_mercurio,_II_secolo_01
Sarcofago romano degli sposi con Mercurio di guardia alla porta dell’Ade, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

Il 24 agosto, nella tradizione romana più arcaica, era uno dei tre giorni all’anno (gli altri erano il 5 ottobre e l’8 novembre) in cui il mondo dei morti entrava in comunicazione col mondo dei vivi.

Questa ricorrenza era denominata “Mundus Cereris”, il mundus di Cerere, indicato nei calendari romani anche come “Mundus patet”, il giorno in cui “il mundus è aperto”. Il mundus era una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo e che si trovava in un luogo annesso al tempio di Cerere, dea legata anch’essa al mondo dei morti.

Altare_funerario_di_telegennio_antho,_50-75_dc_ca_(uffizi)_04_porta_dell'ade
La porta di ingresso dell’Ade, sull’altare dedicato a Telegennio Antho, Uffizi, Firenze

La nozione di mundus è una delle più controverse della religione romana. Secondo Catone (il figlio del Censore), citato da Festo, la fossa era chiamata “mundus“, con un termine che designava la volta celeste, perché la sua estremità superiore era simile al cielo, mentre la parte inferiore, consacrata agli dei Mani, restava sempre chiusa, tranne che nei tre giorni in cui, appunto, “mundus patet”, il mundus è aperto. Questi giorni venivano considerati dies nefasti e religiosi, in cui era cioè sconveniente fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

In questi giorni, in cui si apriva la via di accesso agli inferi, era infatti proibita, secondo Festo, qualsiasi attività ufficiale: non si mobilitavano truppe, non si attaccava battaglia coi nemici, non si tenevano i comizi, non si potevano arruolare truppe o salpare con le navi salvo casi di assolutà necessità ¹; era, infine, vietato anche sposarsi o congiungersi alla moglie per fare figli. Si trattava di giorni, sempre secondo la testimonianza di Festo, in cui i segreti della religione degli dèi Mani erano portati alla luce e rivelati.

Sarcofago_romano_degli_sposi_alla_porta_di_ade_custodita_da_mercurio,_II_secolo_03
Mercurio apre la porta dell’Ade (particolare del sarcofago degli sposi)

Con il nome di “dèi Mani” si indicava la collettività degli spiriti dei defunti, che si trovavano nel sottosuolo, ma già anticamente si dibatteva sulla reale natura dei Mani. Alcuni li consideravano veri e propri dèi che governavano il regno sotterraneo; per altri,  come Apuleio, essi erano gli spiriti dei defunti la cui indole non era né buona né malvagia ³.

Non conosciamo la natura di questi tenebrosi segreti, forse di natura misterica, risalenti alle epoche più remote della religiosità romana e divenuti ormai oscuri anche agli autori romani più tardi (Festo, Varrone, Macrobio) che ne parlavano. Pare comunque che i pericoli dell’apertura del Mundus non fossero legati a un’eventuale risalita dei morti dagli Inferi, ma a una discesa probabilmente più facile nel regno dei morti. Da qui l’idea che fosse meglio muovere guerra quando la “bocca di Plutone”, cioè la porta di accesso agli Inferi, fosse chiusa.

20190823_200336

Il “mundus di Cerere” non va confuso con l’altro mundus della tradizione romana, cioè la fossa chiusa per sempre in cui Romolo, al momento della fondazione di Roma, seguendo un rituale suggeritogli da àuguri etruschi, “aveva deposto le primizie di tutto ciò che è bello e di tutto ciò che è necessario secondo natura; poi ciascuno gettò nella fossa una porzione della terra del paese da cui proveniva, dopo di che le mescolarono. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo, cioè mundus. In seguito, prendendo questa fossa come centro, tracciarono in cerchio il perimetro della città” ³. Si trattava, in questo caso, dell’importante fossa destinata a costituire il centro della fondazione, e non di un accesso al mondo sotterraneo.

NOTE

¹ Festo (De verborum significatu, p. 273 Lindsay)

³ Apuleio (Il demone di Socrate, XV))

³ Plutarco (Vita di Romolo, 11, 1-4)

 

23 agosto: Volcanalia

Il 23 agosto si celebravano ogni anno le feste chiamate Volcanalia, in onore dell’antico dio romano Vulcano. Vulcano, conosciuto a Creta come Velchanos e in Etruria prima come Sethlans e poi come Velchans, era una divinità che personificava il fuoco distruttore sia nel bene che nel male ed aveva il suo altare con un fuoco perenne, denominato area Volcani, all’estremità occidentale del foro, alle pendici del Campidoglio, in un luogo detto Vulcanale (Volcanal), dove era presente anche la statua del dio. Per propiziarsi il dio che poteva essere responsabile degli incendi che in estate minacciavano di bruciare i raccolti, durante i Volcanalia, in suo onore, si compiva il crudele rito di gettare vivi dei pesciolini nel fuoco del Vulcanale, in sostituzione – secondo Varrone  e Festo – di sacrifici umani, e si immolavano animali dalla livrea rossa. Varrone (De lingua latina, V, 74) attribuiva a Tito Tazio l’introduzione a Roma del culto di Vulcano, al quale era preposto anche uno dei flamini minori: il Flamen Volcanalis. Secondo la tradizione romana, Vulcano aveva come sposa l’antica dea italica Maia o Maiesta e, tra i figli, Ceculo, il mitico fondatore della città latina di Preneste, Caco, il mostruoso essere che depredava il Lazio e che fu ucciso da Ercole, ed infine Servio Tullio, sesto re di Roma.

20190822_143925
Statuetta in bronzo di Vulcano, Musée des Beaux-Arts, Lione

Vulcano aveva il suo tempio fuori dalle mura, eretto prima del 215 a.C., presso il Circo Flaminio, poiché, per un precetto risalente agli etruschi, non si poteva ospitare in città il dio che avrebbe potuto incendiarla, ma anche perché, come nel caso dei luoghi di culto di Marte, dall’esterno sarebbe stato più semplice volgere contro i nemici il potere distruttivo del dio. A Vulcano venivano poi consacrate le armi e le spoglie sottratte ai nemici sconfitti. Nel Volcanale, inoltre, a scopo di purificazione venivano spesso portate le statue e gli oggetti colpiti dai fulmini, per la connessione tra il fuoco, di cui Vulcano era il dio, e il potere incendiario e distruttivo delle folgori.

20190822_143849
Rilievo arcaizzante di Vulcano, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Solo in epoca più tarda, Vulcano venne assimilato al greco Efesto, con cui in realtà non aveva nulla in comune, e divenne quindi figlio di Giove e Giunone e anche il fabbro degli dei.

Consualia (21 agosto)

Il 21 agosto, dopo il raccolto, si celebrava una delle due feste del calendario romano dedicate all’antico dio Conso: i Consualia. Gli altri Consualia si tenevano il 15 dicembre, dopo la semina. Entrambe le feste il 21 agosto e il 15 dicembre erano seguite dopo un uguale numero di giorni (25 agosto e 19 dicembre) da due celebrazioni (le Opeconsivia e le Opalia) dedicate alla dea Ops, personificazione dell’abbondanza in questo caso agricola, il cui epiteto più frequente era appunto Consivia, in quanto associata al dio Conso, che era il protettore del raccolto che originariamente veniva immagazzinato in silos sotterranei. Ad Ops era dedicata una cappella nella Regia del Foro, alla quale avevano accesso solo il Pontefice Massimo e le Vestali.

38701110591_fb5d85635f_b
Mosaico  con carro e cavalli, Centrale Montemartini, Roma

I Consualia estivi ed invernali si svolgevano con modalità simili. Erano il Flamine di Quirino e le vergini Vestali a sacrificare in onore di Conso sull’altare a lui dedicato, che si trovava interrato nel Circo Massimo – perché il dio presiedeva alla conservazione del grano in silos sotterranei – e che veniva riportato alla luce solo in queste occasioni. L’altare era circondato dalle immagini di altre antiche divinità romane che avevano la funzione di proteggere le messi nei vari stati della crescita: Seia, Segezia e Tutilina. Dopo i sacrifici e l’offerta di primizie, si tenevano corse di cavalli montati e di carri, oltre a giochi campestri e corse di carri trainati da muli. Gli animali utilizzati per i lavori agricoli, come cavalli, asini e muli, erano esentati dal lavoro e venivano adornati con corone di fiori.

44913676_931277323748795_3723573308025733120_n
Mosaico ďa Piazza Armerina

I Consualia estivi avevano lo scopo di mettere sotto la protezione di Conso il raccolto immagazzinato nei granai. La tradizione attribuiva addirittura a Romolo l’istituzione dei Consualia del 21 agosto, durante i quali si sarebbe svolto il Ratto delle Sabine.

Termopili: 19-21 agosto 480 a.C.

Quando un esercito composto da circa duecentomila Persiani guidati dal Gran Re Serse, figlio di Dario, arrivò in Europa dall’Asia su un ponte di barche appositamente costruito sull’Ellesponto, per regolare i conti con i loro storici avversari, i Greci decisero di bloccare l’avanzata persiana in due diversi punti: al Passo delle Termopili con un esercito di terra guidato da Leonida e a Capo Artemisio con la flotta al comando dello spartano Euribiade e dell’ateniese Temistocle.

Battle_of_Thermopylae_and_movements_to_Salamis_and_Plataea_map-it.svg

Gli Spartani dovevano attendere però la conclusione delle Carnee, una delle loro feste più sacre, dedicata ad Apollo Carneo, per poter radunare il loro temibile esercito. Le Carnee infatti imponevano un periodo di pace che non poteva essere violato e che già dieci anni prima aveva impedito agli Spartani di partecipare alla battaglia di Maratona. Gli Spartani decisero allora di inviare solo un piccolo contingente d’elite a presidiare le Termopili, raccogliendo nel Peloponneso, durante la marcia, i contingenti degli altri alleati. Leonida, uno dei due re Spartani, prese il comando delle operazioni di terra, prendendo con sé trecento veterani che avevano già avuto figli con cui perpetuare la stirpe.

79b1bc4ea36fa1125f481e97bf02ceb1085db265

Leonida giunse alle Termopili (le Porte Calde) all’inizio di agosto del 480. Il passo era così angusto che, alle strettoie poste alle due estremità, inframmezzate da un muro di difesa costruito dai Focesi, c’era appena lo spazio sufficiente per il passaggio di un carro. Leonida aveva con sé, oltre ai suoi trecento spartani, circa trecento dei loro servi Iloti, ed altri seimila uomini, raccolti in gran parte nel Peloponneso (cinquecento da Tegea, cinquecento da Mantinea, centoventi da Orcomeno e mille dal resto dell’Arcadia, quattrocento da Corinto, duecento da Fliunte e ottanta da Micene), oltre a mille Focesi, settecento Tespiesi e quattrocento Tebani.

c60cc43ba14a3918373ab267d37928be

Alle Termopili, ambasciatori persiani riferirono ai greci che, se avessero consegnato le armi, avrebbero ottenuto salva la vita e anche l’amicizia del Gran Re. Gli Spartani non amavano parlare troppo:  la risposta di Leonida alla richiesta di consegnare le armi fu la leggendaria frase “Molon labe” (venite a prenderle). Passarono alcuni giorni di angosciosa attesa; poi, all’alba del 19 agosto, la fanteria dei Medi sferrò il suo attacco frontale. Era la prima volta che gli Spartani affrontavano i Persiani: la loro ferocia nel combattimento avrebbe sconvolto anche i loro alleati.

10_Facts_Greek_Hoplites_5

La battaglia durò per due giorni senza che i Greci cedessero un centimetro, mentre i Persiani pagarono un pesantissimo tributo in vite umane. Né la fanteria persiana né il corpo scelto degli Immortali riuscirono ad avere la meglio sugli opliti greci e sull’abilità in combattimento degli Spartani. Il terzo giorno ci fu la svolta: un certo Efialte, nativo della zona, avvertì i Persiani dell’esistenza di un sentiero sopra le montagne, che avrebbe permesso agli uomini di Serse di aggirare le Termopili e prendere alle spalle i Greci, e si offrì anche di fargli da guida tra i monti. Leonida, informato dagli esploratori di quanto stava accadendo, congedò gran parte delle truppe alleate superstiti prima che i Persiani riuscissero a chiudere ogni via di fuga. Non tutti fuggirono: con gli Spartani e il loro Re rimasero gli Iloti, i Tespiesi e i Tebani: in totale circa millecinquecento uomini. Leonida, consapevole che il sacrificio finale era inevitabile, disse ai suoi: “Fate una buona colazione, perché stasera mangeremo nell’Ade“.

thermopylae

Quando i Persiani attaccarono in massa, i Greci si difesero con le lance, le spade, e a mani nude. Leonida cadde nella mischia e i Greci riuscirono a recuperarne il corpo quattro volte prima di venire massacrati fino all’ultimo uomo. Nello scontro, morirono anche due fratellastri di Serse: Abrocome e Iperante. Dopo la strage, il Gran Re Serse, ispezionando il campo di battaglia, vide il corpo di Leonida e ordinò di decapitarlo e infiggere la testa su un palo. In genere, i Persiani non oltraggiavano i cadaveri dei nemici morti; li trattavano, anzi, con tutti gli onori. Il trattamento riservato al cadavere di Leonida dà un’idea della rabbia che la resistenza del re spartano aveva generato in Serse. Per liberare il passo delle Termopili e uccidere circa quattromila Greci, i Persiani avevano perso ventimila uomini: un prezzo altissimo che però apriva ai Persiani la via di terra per Atene. Negli stessi giorni, la flotta greca, avvalendosi del genio strategico di Temistocle, aveva inflitto inoltre pesantissime perdite a quella persiana in tre successivi scontri presso il Capo Artemisio. Ma il peggio per i Persiani doveva ancora arrivare; poco tempo dopo, lo scontro navale di Salamina e la battaglia di Platea del 479, segnarono la fine della seconda guerra persiana e il tramonto definitivo delle speranze del Gran Re di conquistare la Grecia.

In memoria degli eroi che sacrificarono la loro vita per la libertà della Grecia, il poeta Simonide compose un epitaffio che venne inciso su una lapide posta in cima all’altura su cui morì l’ultimo spartano:

O straniero, annuncia
agli Spartani che qui
noi giacciamo in ossequio
alle loro leggi

Vinalia rustica o altera (19 agosto)

I Vinalia di agosto, dedicati alla protezione dell’uva che stava crescendo nei vigneti, erano definiti rustica perché si festeggiavano più in campagna che in città, al contrario dei Vinalia Priora del 23 aprile, in cui il vino, frutto della vendemmia dell’anno precedente, si spillava dalle botti e si poteva assaggiare per la prima volta, offrendone la primizia a Giove.

image01
Scena di vendemmia, Mausoleo di Santa Costanza, Roma

Durante i Vinalia Rustica si pregava affinché nessun fenomeno naturale o divino rovinasse la vendemmia di settembre; il Flamen Dialis, sacrificava un agnello a Giove, che veniva ringraziato per non aver devastato le vigne con le sue folgori durante i temporali o con la siccità. Poi, sempre il Flamine tagliava un grappolo d’uva maturo e ne spremeva il succo tra le mani, offrendolo come primizia a Giove.

santa-costanza_20151209162115
Scena di vendemmia, Mausoleo di Santa Costanza, Roma

Dal punto di vista mitico, la ragione della dedica dei Vinalia a Giove veniva spiegata con un episodio ambientato durante la guerra tra i Troiani di Enea e i Rutuli di Turno per la conquista del Lazio. Turno aveva promesso al re etrusco Mezenzio tutto il raccolto della vendemmia del Lazio, in cambio del suo aiuto nella lotta contro i Troiani. Enea, invece, per il tramite di sua madre Venere, fece la stessa offerta ma a Giove, che infatti accordò la sua preferenza ai Troiani. Da quel momento, in ottemperanza del voto di Enea, si festeggiarono i Vinalia. Per il suo legame con Enea, i Vinalia erano quindi dedicati anche a Venere; ed infatti, il 19 agosto ricorreva anche la dedica del tempio di Venere Obsequens votato nel 295 da Fabio Gurge, nonno del Fabio Massimo detto il Temporeggiatore.

Morte di Augusto (19 agosto 14 d.C.)

Il 19 Agosto del 14 d.C. moriva a Nola Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Era nato a Roma, nel quartiere del Palatino, il 23 settembre del 63 a.C.: suo padre era Gaio Ottavio e sua madre era Azia, figlia di Giulia, la sorella di Giulio Cesare che, non avendo avuto eredi legittimi, lo aveva adottato.

221636648-62468a38-1923-46d6-9d75-1bd478e4de34
Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani, Roma

Tra i presagi che ne annunciarono la morte e la successiva divinizzazione, Svetonio ricorda che un fulmine, colpendo una sua statua, cancellò la prima lettera del suo nome (CAESAR) dall’iscrizione. Interrogati gli indovini, il responso fu che Augusto sarebbe vissuto solo altri cento giorni, poiché il numero cento si scriveva con la lettera C; e che in seguito sarebbe stato divinizzato, poiché AESAR, cioè quanto rimasto del nome, in lingua etrusca significava “dio”. Inoltre, in quei giorni, mentre si trovava nel Campo Marzio, un’aquila, dopo aver avergli volteggiato parecchie volte sulla testa, passata su un tempio vicino, si posò sul nome di Agrippa, sopra la prima lettera.

20190327_004059
Augusto come Pontefice Massimo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Incurante di questi segni, Augusto aveva deciso di inviare Tiberio nell’Illiria e di accompagnarlo personalmente, col suo seguito, fino a Benevento. Salpato di notte da Astura – un approdo nei pressi di Neptunium, l’odierna Nettuno – fece via mare il giro delle spiagge della Campania e delle isole vicine, tra cui Capri, dove si fermò per quattro giorni nella sua villa, per riprendersi da un malessere intestinale che l’aveva colpito dall’inizio del viaggio. Arrivò quindi a Napoli, dove assistette alle gare ginniche dei Giochi Isolimpici quinquennali istituiti in suo onore, e poi riprese il viaggio con Tiberio verso Benevento. Durante il ritorno, la sua malattia si aggravò, e fu costretto a fermarsi a Nola. Tiberio, che era appena arrivato nell’Illirico, venne richiamato con urgenza dalla madre Livia con una lettera. Non si sa se Tiberio, giunto a Nola, abbia trovato Augusto ancora in vita o già morto. Livia aveva ordinato di circondare la casa e le vie di accesso con una vigilanza strettissima per evitare che trapelassero notizie. La versione ufficiale fu che Tiberio fosse tornato in tempo per avere un lungo colloquio privato con Augusto. In ogni caso, la notizia della morte di Augusto, fu resa di dominio pubblico solo quando Tiberio rientrò a Roma.

20190817_194936
Statua equestre di Augusto, Museo Archeologico Nazionale di Atene

Il suo ultimo giorno – secondo Svetonio e Dione Cassio – dopo aver chiesto ripetutamente se il suo stato di salute provocava già animazione in città, fattosi portare uno specchio, diede ordine di pettinarlo e di correggergli un po’ col belletto le guance cadenti e, fatti entrare gli amici e i collaboratori, proferì la celebre frase: “Ho ricevuto una Roma di mattoni; ve la lascio di marmo“; quindi, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita e aggiunse anche la consueta formula finale che usavano gli attori: «Se lo spettacolo vi è piaciuto, offriteci il vostro applauso e tutti insieme manifestate la vostra gioia». Poi, congedati tutti, mentre stava chiedendo a quelli che erano arrivati da Roma notizie della figlia di Druso, che era ammalata, spirò improvvisamente tra le braccia di Livia, salutandola con queste parole: «Livia, fin che vivi ricordati della nostra unione. Addio!» Ed ebbe così una fine dolce, come aveva sempre desiderato. Morì il 19 agosto del 14 d.C. a settantacinque anni, dieci mesi e ventisei giorni, nella stessa camera in cui era morto suo padre, nell’anniversario del suo primo consolato rivestito nel 43 a.C..

aug222
Augusto nelle sembianze di Giove, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La salma di Augusto, onorata con manifestazioni di cordoglio nei paesi dove sostava nel tragitto da Nola a Roma, venne portata a spalla fino a Boville, paese d’origine della gens Iulia, dai decurioni dei municipi e delle colonie campane. Da Boville a Roma subentrarono i membri dell’ordine equestre e, infine nell’Urbe, i senatori. La processione impiegò due settimane per raggiungere Roma. Il feretro venne cremato nel Campo Marzio e i suoi resti vennero deposti nel Mausoleo che aveva fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere, che già ospitava i membri della sua famiglia. Finita la cerimonia della sepoltura, il 17 settembre del 14 d.C. furono decretati ad Augusto gli onori divini e un tempio, con dei sacerdoti preposti al suo culto, chiamati Sodales Augustales.