Scoperte statue romane in Giordania

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La scoperta di statue antiche, sopravvissute alle devastazioni del tempo e degli uomini, non è un evento frequente ma sempre apportatore di grande gioia. Il 3 ottobre scorso Ziyad Ghuneimat, direttore del Dipartimento delle antichità di Jerash, in Giordania, ha annunciato una fantastica scoperta.
Una squadra internazionale di archeologi, guidata da esperti francesi, ha riportato alla luce a Jerash, nel sito di Hamamat, a nord di Amman, ben 14 sculture romane, alcune delle quali quasi integre, altre mutile e prive della testa. Tra di esse spiccano una statua di Giove, una acefala di Venere e sette statue delle nove Muse.

Gli scavi duravano da tre anni e continueranno fino a novembre, nella speranza di trovare anche le ultime due muse rimanenti. Per avere un’idea dell’importanza e del valore di questa eccezionale scoperta, possiamo finalmente ammirare le foto di parte delle sculture ritrovate.

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Proclamazione di Diocleziano

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Ritratto di Diocleziano, Museo Archeologico di Istanbul

Il 20 novembre del 284 d.C. si ricorda la morte dell’imperatore Marco Aurelio Numeriano (254-284) e la proclamazione di Diocleziano. In questo giorno, infatti, nei pressi di Nicomedia, durante la marcia di ritorno verso gli accampamenti sul Danubio dopo la disfatta contro i Persiani, l’imperatore Numeriano fu trovato morto nella sua lettiga. Impossibile, in quei drammatici momenti, determinare se fosse morto per le conseguenze di una malattia o fosse stato assassinato, ma era evidente che il decesso era già avvenuto da parecchie ore. Il Prefetto del pretorio e suocero Arrio Apro, che aveva vegliato l’imperatore per tutto il tempo, non aveva avvertito subito le truppe della morte di Numeriano. Prima di tutto però, come da prassi consolidata in questa epoca storica, gli ufficiali superiori scelsero il nuovo imperatore e lo fecero acclamare dalle truppe.

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Ritratto di Diocleziano  J. Paul Getty Museum

Ad essere acclamato Augusto dai soldati fu Caio Valerio Diocles il comandante dei Protectores Domestici, la guardia dell’imperatore. Solo allora fu eretto il palco. Di fronte si schierò l’esercito. Diocles salì sul palco e prese la parola per il suo primo discorso da Augusto; era stato il comandante delle guardie e responsabile della salute dell’imperatore e i soldati volevano prima capire come fosse morto Numeriano. Diocles colse l’occasione. Sguainò la spada e chiamando a testimone il Sol Invictus, di cui era devoto, professò la sua innocenza. Poi si avvicinò ad Apro, che era al suo fianco e lo trafisse improvvisamente gridando: “questo è l’assassino di Numeriano”. Apro così non ebbe neppure modo di difendersi e Diocles iniziò il suo regno ventennale, assumendo il nome latino di Diocleziano. Difficile che anche Diocles non sapesse dell’avvenuta morte di Numeriano, ma la morte di Apro impedì ogni possibile accertamento. Fin qui gli eventi storici, sui quali si innesta una leggenda connessa al significato del nome Apro, che in latino significa “cinghiale”, e che spiega perché Diocleziano abbia voluto uccidere personalmente il prefetto del pretorio come primo cruento atto del suo regno.

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Ritratto di Diocleziano, collezione privata, U.S.A.

Riportiamo direttamente il brano della Historia Augusta (Vita di Caro, 14-15), che narra la leggenda:
“Non credo risulti ozioso né banale riportare un aneddoto su Diocleziano Augusto che viene qui a proposito, in quanto l’episodio fu interpretato come un presagio del suo futuro impero – mio nonno disse di averlo appreso direttamente da Diocleziano. ‘Una volta’, raccontava, ‘Diocleziano che allora militava ancora nei ranghi inferiori e si trovava in Gallia nel paese dei Tungri, alloggiato in una locanda, stava facendo i conti del suo vitto quotidiano con una donna che era una druidessa; a un certo punto questa gli disse: «Diocleziano, tu sei troppo avido e spilorcio!», al che egli replicò in tono scherzoso: «quando sarò imperatore, allora darò con larghezza». Si dice che allora la druidessa rispondesse: «Diocleziano, non scherzare, perché tu sarai imperatore dopo che avrai ucciso il cinghiale»’. Diocleziano nutrì sempre in sé l’ambizione di diventare imperatore, e non ne fece mistero né con Massimiano né con mio nonno, al quale aveva riferito egli stesso le parole della druidessa.

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Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

E dunque, da persona superiore quale era, rise e non ne parlò più. Nondimeno, durante la caccia, quando aveva l’opportunità, uccideva sempre dei cinghiali. E quando arrivarono al potere imperiale Aureliano, e poi Probo, Tacito e lo stesso Caro, Diocleziano diceva: «Io non faccio che ammazzare cinghiali, ma la carne la mangiano gli altri». È poi noto e risaputo che, dopo aver ucciso il prefetto del pretorio Apro, egli – come si racconta – esclamò: «Finalmente ho ucciso il Cinghiale fatidico !». Sempre mio nonno diceva che Diocleziano stesso affermava che l’unico scopo per cui aveva ucciso di sua mano Apro era stato quello di realizzare la profezia della druidessa e di rendere saldo il proprio potere. Non avrebbe desiderato infatti rendersi noto come uomo crudele, in particolare nei primissimi giorni del suo impero, se la necessità non lo avesse portato a compiere quella spietata uccisione”.