Statuetta di Cernunno rinvenuta in Inghilterra

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Una statuetta risalente al II secolo d.C., raffigurante il dio celtico della fertilità, è stata scoperta in un un antico insediamento romano trovato in una fattoria nel Cambridgeshire, in Inghilterra. La scoperta dimostra lo stretto legame che si creò tra gli antichi abitanti della Britannia e i legionari durante l’occupazione dell’isola tra il 100 e il 150 d.C., e che portò i Romani ad accettare ed abbracciare anche il culto degli dei celtici.

7328982-6487471-image-a-9_1544617555987La statuetta, di fattura romana e alta 5 cm, è senza volto e tiene in mano un torque, il girocollo che rappresenta Cernunno, il dio celtico della natura, della vita, della fertilità e dell’oltretomba.
Raffigurazioni simili di Cernunno sono state trovate scolpite in pietra, ma questa è l’unica statuina in metallo che sia stata rinvenuta in Britannia. Il sito nel quale è stata rinvenuta era al centro di una importante rete commerciale. Durante gli scavi, sono stati rinvenuti più di trecento oggetti di metallo, tra cui monete, finimenti per cavalli, chiavi, la punta di una lancia, la testa di un’ascia, spille e un anello.

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(Fonti: dailymail.co.uk; mirror.co.uk)

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Il rapimento di Persefone

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Ade, fratello di Zeus e Poseidone, era il signore degli Inferi, un sovrano però senza consorte. Desideroso di una compagnia femminile che rischiarasse le tenebre del suo palazzo, Ade si innamorò della bella Persefone, figlia di sua sorella Demetra, dea delle messi e dell’agricoltura. Con il tacito consenso di Zeus, Ade decise di rapire Persefone, che si chiamava anche Kore, il cui nome significa “vergine” o “fanciulla”. Un giorno, mentre era intenta a raccogliere fiori in compagnia delle Oceanine e di sua madre Demetra, Persefone si allontanò per cogliere un narciso.

Improvvisamente, una voragine si aprì sotto i suoi piedi; Ade afferrò al volo la fanciulla e, col suo carro trainato da cavalli immortali, la trascinò via nelle viscere della terra. Solo Ecate udì le sue grida disperate, ma senza riuscire a vedere cosa fosse accaduto. All’oscuro di tutto, Demetra cercò disperatamente Persefone sulla terra per nove giorni e nove notti, senza mangiare né bere. Il decimo giorno, con l’aiuto di Ecate, Demetra si recò da Elios, il Sole, che vede e sorveglia tutte le azioni di uomini e dèi. Elios le svelò il rapimento di Persefone ad opera di Ade e con la segreta complicità di Zeus. Furiosa con Zeus, Demetra fece sapere al sovrano degli dèi che non sarebbe più tornata sull’Olimpo e non avrebbe permesso alla terra di produrre i suoi frutti finché non le fosse stata restituita Persefone.

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Preoccupato per il futuro del genere umano, minacciato dalla sterilità dei campi, decise di inviare Ermes da Ade per convincerlo a restituire la fanciulla alla madre. Ade infine acconsentì; Persefone sarebbe potuta tornare nel mondo dei vivi a patto che nel regno dei morti non avesse assaggiato alcun cibo. Purtroppo, poco prima di essere liberata, Persefone era stata indotta con l’inganno da Ade a mangiare alcuni semi di melagrana, per vanificare così le speranze di Demetra. Solo grazie alla mediazione di Rea, madre di Ade, Demetra e Zeus, si addivenne infine ad un accordo: Persefone avrebbe trascorso nove mesi all’anno con sua madre Demetra e i tre mesi restanti con Ade, come regina del Tartaro. Ecate si assunse il compito di far rispettare l’accordo. La terra riprese a dare i suoi frutti e ogni anno Persefone torna sulla terra con la primavera per allontanarsene alla fine dell’autunno. A Roma, Demetra venne in seguito assimilata a Cerere e Persefone a Proserpina. Nelle foto, il momento del rapimento, immortalato con sublime maestria nel Ratto di Proserpina da Gian Lorenzo Bernini, tra il 1621 e il 1622 ed esposto nella Galleria Borghese di Roma.

11 dicembre: Agonalia dedicati a Sol Indiges

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L’11 dicembre è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva altre tre volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte, e il 21 maggio a Veiove (Veiovis). L’11 dicembre si festeggiava invece Sol Indiges, antica divinità italica regolatrice delle stagioni e dei mesi. I festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un ariete dal manto nero da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un indizio dell’origine arcaica di questa festa. La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio. Sol Indiges, il il cui epiteto è tuttora oscuro, era ovviamente una divinità solare, venerata anche a Lanuvio, dove il santuario del dio sorgeva proprio nel luogo del mitico sbarco di Enea. Varrone (De Lingua Latina, V, 74) attribuisce a Tito Tazio l’introduzione del culto di Sol Indiges a Roma, e quindi ad un’epoca molto arcaica. Il santuario di Sol Indiges si trovava sul Quirinale, di fianco al tempio di Quirino. Pare anche, secondo quanto ci dice Festo (p. 120 L), che la gens Aurelia, originaria della Sabina, si chiamasse in origine Auselia (prima del rotacismo della esse in erre) proprio dal nome del sole, che in sabino si dice “ausel” e ne celebrasse privatamente i riti sempre sul Quirinale. Il nome “ausel” è poi riconducibile ad Usil, il dio etrusco del sole.

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Usil, dio etrusco del sole

Il culto di Sol Indiges, di origine italica, non va confuso con quello molto più tardo di Sol Invictus, portato a Roma una prima volta dalla Siria dopo il 218 d.C. da Eliogabalo e definitivamente da Aureliano nel 274, dopo la conquista di Palmira.

Il sarcofago di Gaio Messio Secondino

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Nei giorni scorsi, è stato venduto all’asta da Sotheby’s per 40,000 sterline un sarcofago romano dalla storia molto particolare.
Si tratta di un sarcofago del III-IV secolo d.C., decorato con strigilature verticali, con pilastri corinzi ai lati e una tabula ansata al centro, contenente l’iscrizione in latino: D(iis) M(anibus). G(aio) Messio Sequmdino qui vixit annis XVII me(n)ses IIII (Agli Dei Mani. A Gaio Messio Sequmdino [Secondino], che visse 17 anni e 4 mesi).

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La strigilatura verticale che circonda la tabula ansata è tipica del III-IV secolo. L’addolorata famiglia del giovane Gaio Messio aveva potuto permettersi la spesa per un costoso sarcofago di marmo e per un luogo di sepoltura decisamente di tutto rispetto.
Il sarcofago venne infatti trovato a Roma nel 1828, lungo la via Appia vicino alla tomba di Cecilia Metella da Richard Temple Nugent Brydges Chandos Grenville, primo Duca di Buckingham e Chandos.
Avendo due Primi Ministri come nonno (George Grenville) e come zio (William Grenville), Richard Grenville era anche studente a Oxford, Membro del Parlamento, Consigliere privato, Cavaliere della Giarrettiera e titolare di altre cariche garantitegli dallo zio.
Superati i 50 anni e annoiato dalla carriera politica, Richard Grenville sperperò una gran quantità di denaro per svariate attività prima di iniziare il consueto Grand Tour in Europa, di moda nel XIX secolo, forse e soprattutto per sfuggire ai creditori. Per soddisfare il suo interesse nell’archeologia, il duca passava il suo tempo scavando nei siti funerari fuori dalle mura di Roma. Trovato il sarcofago di Messio Secondino e svuotatolo delle ossa che conteneva, Richard ritenne che fosse venuto il momento di tornarsene nel Buckinghamshire col suo prezioso trofeo. Nel 1837 il sarcofago tornò ad essere utilizzato come sepoltura quando morì di vecchiaia Harlequin, l’adorato carlino del Duca Richard Grenville. Harlequin (Arlecchino), acquistato dal duca anni prima a Bologna, dove faceva parte di una compagnia di attori itineranti in qualità di cane ballerino, fu deposto nel sarcofago e sepolto nei sotterranei di Stowe House, residenza dei Duchi di Buckingham. Sfortunatamente per il carlino e per la famiglia del duca, il successivo Duca di Buckingham aveva le mani bucate come il padre. A seguito dell’inevitabile disastro finanziario, nel 1847 il patrimonio dei Grenville venne venduto in lotti al miglior offerente durante una memorabile asta tenutasi a Stowe. Il sarcofago, svuotato dai resti del povero Harlequin, venne di conseguenza venduto, passando di mano in mano fino all’ultima asta da Sotheby’s.

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Nella foto, il ritratto di Anna Elizabeth, Prima Duchessa di Buckingham e Chandos (1779-1836), con suo figlio, che in seguito divenne in secondo Duca (1797-1861) e l’amato carlino Harlequin. Olio su tela di Sir William Beechey (1753-1839).
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(Fonte: Thehistoryblog.com)

Antichi mosaici restituiti alla Turchia

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Dodici frammenti mancanti che facevano parte della composizione che conteneva uno dei più famosi mosaici della Turchia, quello della cosiddetta “Zingara”, sono tornati a casa dopo più di cinquant’anni da quando furono rubati e trasportati negli Stati Uniti. Sabato 1° dicembre i frammenti restituiti sono stati mostrati insieme al mosaico della fanciulla, il cui sguardo magnetico, insieme ala capigliatura scarmigliata, è diventato il simbolo della città turca di Gaziantep.

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Gli archeologi turchi scoprirono il mosaico nel 1998, durante gli scavi nell’antica città di Zeugma, fondata da Seleuco Nicatore, uno dei generali di Alessandro Magno, vicino all’odierna Gaziantep. Essi si resero anche conto che alcune sezioni del mosaico erano già state trafugate. Queste parti erano state esportate illegalmente negli Stati Uniti già negli anni ’60 e acquistate nel 1965 dalla Bowling Green State University in Ohio, che le ha esposte fino al 2012, quando la loro reale provenienza è stata dimostrata e la Turchia ne ha chiesto la restituzione. Dopo cinque anni di trattative, è stato raggiunto un accordo. L’università ha accettato di restituire i frammenti e la Turchia le fornirà delle copie di alta qualità da esporre in cambio al loro posto.


L’antica città di Zeugma, sulla riva destra del fiume Eufrate, fiorì in epoca greca e romana, prima di essere distrutta durante guerre che funestarono la zona nel III secolo d.C.. I 15 metri quadrati del mosaico della “Zingara” sono uno degli esempi più significativi della sua storia e il più esteso mosaico pavimentale ospitato nel museo. I frammenti riconsegnati sono stati presentati nello Zeugma Mosaic Museum di Gaziantep durante una cerimonia tenuta per celebrare il loro ritorno.

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Dopo la mostra temporanea, i frammenti verranno inseriti al posto che occupavano nel mosaico originale. Tra i mosaici restituiti c’è anche la cosiddetta “fanciulla di Belkıs”, chiamata così dal nome del villaggio di Belkıs, situato vicino alle rovine di Zeugma, e conosciuta anche come la “sorella della Zingara”.
La “Zingara” è adesso finalmente riunita alla sua famiglia.

(Fonti: www.nst.com.my e www.dailysabah.com)

Chi erano i Sileni?

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I Sileni erano divinità minori o geni a cui si attribuiva la protezione delle sorgenti e dei fiumi che irrigano e fecondano i campi. Affini ai Satiri dai caratteristici tratti caprini, i Sileni se ne differenziavano perché erano raffigurati con orecchie e coda di cavallo, a volte anche con zoccoli equini. Ad essi si attribuivano, oltre alla scurrilità dei satiri, anche una sessualità molto pronunciata, l’arte della divinazione e alcune invenzioni in campo musicale. Accompagnavano poi, in qualità di danzatori, i cortei che celebravano la dea madre Cibele. L’inno omerico ad Afrodite menziona i Sileni, insieme ad Ermes, come amanti delle Ninfe, con cui amoreggiavano nelle grotte situate delle selve. I Sileni partecipavano attivamente, insieme alle Menadi e ai Satiri, anche agli sfrenati riti in onore di Dioniso. Secondo Kerényi, il grande studioso di religioni classiche, i Sileni “rappresentano l’origine della vita che apertamente si spande”.
Tra i Sileni meritano di essere ricordati Mida, il mitico fondatore del regno della Frigia, che tramutava in oro tutto ciò che toccava, e Marsia, che fu scorticato vivo da Apollo, con cui aveva perso una gara musicale tra il suo aulòs e la cetra del dio.

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Proprio il sileno Marsia è raffigurato in questa splendida statua databile alla prima metà del I secolo d.C., che fu ritrovata nel 1823 sull’Esquilino ed ora collocata nei Musei Vaticani. Si tratta di una copia di un mirabile gruppo scultoreo in bronzo attribuito a Mirone e databile intorno al 450 a.C., che era collocato sull’acropoli di Atene.

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Nel gruppo era compresa anche la statua della dea Atena che, secondo il mito, dopo aver inventato il flauto a doppia canna, l’aulòs, lo aveva scagliato inorridita a terra poiché nel suonarlo le si erano deformate le guance rendendola ridicola. Marsia è raffigurato nel momento in cui, attratto dal suono, con passo felpato, si appresta a impossessarsi del prezioso strumento che sarà poi causa della sua rovina.

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Idromele, la più antica bevanda alcolica del mondo

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Recenti studi hanno rivelato le truppe romane di stanza lungo il Vallo di Adriano si rendevano più sopportabile lo sgradevole clima britannico. Dall’esame delle collezioni di vasellame ospitate nel museo del forte della città romana di Corbridge, anticamente conosciuta come Coria, è emerso che oltre a birra e vino, anche l’idromele veniva prodotto e consumato.
L’idromele è una bevanda prodotta dalla fermentazione del miele con l’acqua, a volte con frutta e spezie, e si ritiene che sia la più antica bevanda alcolica del mondo. In un’epoca in cui non esisteva lo zucchero, la dolcezza naturale del miele offriva una piacevole alternativa di gusto rispetto alla birra e al costoso vino di importazione.
Secondo Cameron Moffett, la curatrice delle collezioni che ha condotto la ricerca, l’idromele veniva prodotto nella Britannia di epoca romana. Una volta che si iniziò a importare il vino, il miele venne anche usato per produrre il “mulsum”, una diffusa bevanda ottenuta miscelando vino e miele. Ci sono prove che l’idromele venisse consumato migliaia di anni fa e che sia stato la bevanda energetica più usata nell’antica Europa prima della diffusione del vino, in quanto non era necessaria alcuna coltivazione per poterlo produrre. Mentre il vino doveva essere importato, l’idromele aveva il vantaggio che tutti gli ingredienti necessari per la sua produzione erano a portata di mano e semplici da ottenere.
(Fonte: chroniclelive.co.uk)

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