Testa di Dioniso scoperta a Roma

641380-thumb-full-720-240519testaannibali

Il sottosuolo di Roma cela ancora innumerevoli meraviglie, che continuano a riemergere dal passato della città. Venerdì 25 maggio, tra lo stupore generale, dagli scavi di via Alessandrina che serviranno ad unificare i due settori del Foro di Traiano rimasti separati dalla strada, è apparsa una testa in marmo lunense, di dimensioni maggiori del vero e in ottimo stato di conservazione. La testa è stata rinvenuta incassata in un muro tardo medievale, essendo stata reimpiegata – come spesso si faceva all’epoca – come materiale edilizio, vista la scarsità di risorse.

fori-imperiali-dagli-scavi-in-via-alessandrina-riemerge-una-testa-femminile

La delicata fattura dei lineamenti e i capelli che ricadevano sulla nuca avevano in un primo momento fatto pensare ad una divinità femminile. Si tratta invece, molto probabilmente, di una raffigurazione di Dioniso, spesso rappresentato con caratteri femminei.

testa-ritrovata-via-alessandrina-ok

Basandosi sullo stile, è possibile al momento ipotizzare una datazione di massima del reperto tra il I e il II secolo d.C.. La statua è stata portata nei depositi del Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, per il lavoro di ripulitura e restauro e per la ricerca di eventuali tracce di colore presenti nella fascia che cinge i capelli.

305f79e6-f875-4e52-b44d-443628c6846b_large

Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei archeologici e storico-artistici della Sovrintendenza, ha dichiarato: “Pensiamo vada identificata con Dioniso. Sulla testa, infatti, ha una cintura decorata con un fiore tipicamente dionisiaco, il corimbo, e dell’edera. Gli occhi cavi, che probabilmente erano costituiti da pasta vitrea o pietre preziose ce la fanno ricondurre ai primi secoli dell’impero“. Presicce auspica che dalla stessa zona, ai piedi del Campidoglio, riemergano “altri frammenti della statua o altri pezzi pertinenti” perché si possa procedere ad una eventuale futura ricostruzione. Sulla provenienza della statua, “viene naturale pensare che venga dal Foro di Traiano anche se a volte questi frammenti hanno girato parecchio“.

20190525_015711
La testa di Dioniso rinvenuta nel 2014 in una fognatura sotto la Via Sacra

A questo proposito, ricordiamo che già nel 2014, da un tratto del condotto fognario che scorre sotto la Via Sacra, nei pressi dell’Arco di Tito, era riemersa una testa colossale di Dioniso, alta circa 80 cm, con la capigliatura decorata con una fascia attorno a cui si arrotolavano grandi ciocche di capelli e databile al I-II secolo d.C., che confermava la presenza nelle vicinanze di un luogo di culto di Bacco o Dioniso.

Annunci

Festa di Fortuna Primigenia (25 maggio)

Ogni anno, a Roma, il 25 maggio si svolgeva la festa in onore di Fortuna Primigenia, nell’anniversario della dedica del suo tempio sul Quirinale. Il tempio di Fortuna Primigenia (Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia) era stato infatti votato nel 204 prima della battaglia di Crotone contro Annibale e venne dedicato il 25 maggio del 194 da Quinto Marcio Ralla come ringraziamento per la sconfitta dei Cartaginesi.

Fortuna,_rielaborazione_romana_da_originale_greco_del_IV_secolo_ac._con_testa_non_pertinente,_da_tor_bovicciana_(ostia),_inv._2244
Statua in marmo di Fortuna, Musei  Vaticani, Roma

Come Fortuna Primigenia Praenestina, la dea che dava origine a ogni evento era oggetto di grande venerazione a Preneste (l’odierna Palestrina), nel cui tempio, costruito alla fine del II secolo a.C. su un sito sacro alla dea risalente almeno al IV secolo, Fortuna era rappresentata nell’atto di allattare Giove e Giunone bambini e, nei giorni della sua festa, l’11 e il 12 aprile, era consultata come fonte di responsi oracolari.

Quando nel 194 il culto di Fortuna Primigenia fu importato a Roma, la dea assunse fin da subito la caratteristica di rappresentare la natura nel suo complesso, l’origine di ogni cosa umana e divina, con la funzione di determinare a ciascuno il suo destino fin dalla nascita, mentre al contempo perse il suo carattere oracolare. Fortuna Primigenia era quindi la dea della buona e della cattiva sorte, che accompagnava gli uomini in ogni momento della loro vita.

dea-fortuna,jpg
Affresco di Fortuna – Tyche proveniente da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

L’influenza greca portò infine a identificare Fortuna Primigenia con Tyche, la dea greca della sorte, che guidava e dirigeva le vicende umane. Questa assimilazione risulta evidente nell’iconografia della Fortuna, rappresentata spesso in modo simile a Tyche, come una donna in piedi con un timone nella mano destra e una cornucopia nella sinistra. Altre volte, Fortuna veniva invece rappresentata con gli attributi tipici di Iside.

Nascita di Germanico: 24 maggio 15 a.C.

20190524_002913
Busto di Germanico, Musée Saint-Raymond, Tolosa

Il 24 maggio del 15 a.C. nasceva ad Anzio Nerone Claudio Druso, meglio noto in seguito come Germanico. Era figlio di Druso Maggiore (38 – 9 a.C.), il fratello di Tiberio e di Antonia Minore (36 a.C. – 37 d.C.), la nipote di Augusto. In quanto discendente sia dei Claudii che dei Giulii, Germanico era un naturale anello di congiunzione tra i due rami della famiglia imperiale. Per questo, nel 4 d.C., dopo la morte dei suoi eredi diretti Lucio e Gaio, Augusto impose a Tiberio, che aveva già un figlio, Druso Minore (15 – 23 d.C.), di adottarlo. Germanico assunse allora il nome di Germanico Giulio Cesare e, nello stesso anno, gli fu data in moglie Agrippina Maggiore (14 a.C. – 33 d.C.), un’altra nipote di Augusto, con la quale formò un’unione indissolubile, spezzata solo dalla morte di lui. Germanico e Agrippina ebbero nove figli, tutti destinati a prematura o tragica fine, tra cui il futuro imperatore Caligola e Agrippina Minore, moglie di Claudio e madre di Nerone.

20190524_001358
Busto di Agrippina Maggiore

Tra le imprese per cui venne sempre ricordato con grande affetto dal soldati e dal popolo di Roma, ricordiamo che Germanico riuscì a recuperare due delle tre aquile sottratte alle legioni di Varo annientate da Arminio nella selva di Teutoburgo nel 9 d.C., e che sconfisse duramente la coalizione dei Germani riunita dallo stesso Arminio nella battaglia di Idistaviso nel 16 d.C.

Oltre ad essere un valente condottiero, Germanico fu anche un raffinato letterato: scrisse alcune commedie in greco, tutte perdute, epigrammi e gli “Aratea” una traduzione dal greco dei “Fenomeni” di Arato, un poema astronomico di cui ci restano 725 versi.

La travolgente carriera di Germanico giunse al termine il 10 ottobre del 19 d.C. ad Antiochia, per la morte causata da un probabile avvelenamento di cui furono accusati  Gneo Calpurnio Pisone, governatore della Siria – con cui Germanico era entrato in attrito – e sua moglie Munazia Plancina, senza però che si potessero provare le accuse. Era stato proprio Germanico, poco prima di morire, a formulare la sua accusa dei confronti di Pisone e a farsi promettere dagli amici di non lasciare invendicata la sua morte.

Busto-di-Germanico-vandalizzato-da-cristiani-che-vi-hanno-inciso-sulla-fronte-una-croce
Busto in basanite di Germanico, British Museum, Londra

Poco dopo spirò, nel profondo lutto della provincia e di tutti i popoli confinanti. Se ne dolsero popoli e re stranieri, tanto grandi erano la sua umanità verso gli alleati, la mitezza verso i nemici, la reverenza che incuteva nel vederlo e nell’udirlo, egli che, pur conservando la dignitosa gravità della sua alta posizione, aveva potuto sottrarsi all’invidia e all’arroganzaTacito (Annales, II, 72, 2)

Germanico, uomo di aspetto fisico eccezionalmente bello e di ottime qualità morali, si distingueva sia per la sua cultura che per la sua prestanza e, sebbene fosse violentemente irruente contro il nemico, si comportava in modo molto mite con i concittadini. Nonostante avesse, in quanto Cesare, un grandissimo potere, manteneva le sue ambizioni allo stesso livello della gente umile; non si comportò mai odiosamente con i suoi sottoposti, non mostrò invidia per Druso né una condotta biasimevole nei riguardi di Tiberio“. Cassio Dione (Storia Romana, LVII, 18, 6-7)

23 maggio: Tubilustrium dedicato a Vulcano

sarcofago portonaccio570a9_b
Particolare del sarcofago Ludovisi, III secolo d.C., Palazzo Altemps, Roma

Il 23 maggio veniva ripetuta la cerimonia del Tubilustrium, dopo quella del 23 marzo in onore di Marte, all’inizio della stagione della guerra, di cui era il dio. Questa volta, però, il  Tubilustrium si svolgeva in onore di Vulcano, a cui veniva dedicata la distruzione rituale delle armi nemiche. La festa segnava, nei tempi più antichi, la fine della normale campagna bellica, almeno di quella contro i nemici più vicini, che tuttavia poteva non essere l’ultima prima dell’arrivo dell’autunno.

La cerimonia del Tubilustrium consisteva nel lavaggio sacro (lustrium) delle trombe da guerra (tubae), usate nell’esercito romano per impartire gli ordini e anche dei corni utilizzati durante i rituali sacri. La cerimonia avveniva nell’Atrium Sutorium, la sede della congregazione dei calzolai, ed era accompagnata da sacrifici, giochi e dalla consueta partecipazione dei Salii, i sacerdoti del culto di Marte, che portavano in processione gli scudi sacri chiamati “ancilia”, a conferma della natura guerresca del rito.

20190320_171726.jpg
Particolare di fregio del tempio di Apollo Sosiano con scene del trionfo di Augusto (29 a.C.), Centrale Montemartini, Roma

Vulcano, conosciuto a Creta come Velchanos e in Etruria come Sethlans, era una divinità che personificava il fuoco distruttore sia nel bene che nel male ed aveva il suo altare con un fuoco perenne, denominato area volcani all’estremità occidentale del foro, alle pendici del Campidoglio, in un luogo detto Vulcanale (Volcanal), dove era presente anche la statua del dio. Le sue feste, dette Volcanalia, cadevano il 23 agosto. Per propiziarsi il dio che poteva essere responsabile degli incendi che in estate minacciavano di bruciare i raccolti, durante i Volcanalia, in suo onore, si compiva il crudele rito di gettare vivi dei pesciolini nel fuoco del Vulcanale, in sostituzione – secondo Varrone  e Festo – di sacrifici umani. Varrone (De lingua latina, V, 74) attribuiva a Tito Tazio l’introduzione a Roma del culto di Vulcano, al quale era preposto anche uno dei flamini minori, il Flamen Volcanalis. Solo in epoca più tarda, Vulcano venne assimilato al greco Efesto, con cui in realtà non aveva collegamenti, e divenne quindi figlio di Giove e Giunone e anche il fabbro degli dei.

5dc3eeb54cd8751633f76204997412d7
Rilievo di Vulcano, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Vulcano aveva il suo tempio fuori dalle mura, eretto prima del 215 a.C., presso il Circo Flaminio, perché, per un precetto risalente agli etruschi, non si poteva ospitare in città il dio che avrebbe potuto incendiarla, ma anche perché, come nel caso di Marte, dall’esterno sarebbe stato più semplice volgere contro i nemici il potere distruttivo del dio. A Vulcano venivano inoltre consacrate le armi e le spoglie sottratte ai nemici sconfitti.

Battaglia del Granico (22 maggio 334 a.C.)

Il 22 maggio del 334 a.C., l’esercito macedone di Alessandro Magno sconfiggeva le armate dei satrapi persiani di Dario nella battaglia presso il fiume Granico. Fu la prima grande vittoria di Alessandro sull’impero persiano.

Alessandro era da poco arrivato in Asia Minore con le sue truppe, per iniziare il suo attacco contro l’impero persiano. Memnone di Rodi, un greco al servizio dei persiani, consigliò al resto dei comandanti di non correre il rischio di affrontare i Macedoni, che erano superiori nella fanteria, e aveva proposto di utilizzare la tattica di fare terra bruciata davanti ad Alessandro per affamare le sue truppe, ma il comando persiano, formato da satrapi e governatori dell’Asia Minore optò per un attacco frontale.

granico
Alessandro attraversa il fiume Granico

L’esercito persiano stava attendendo la battaglia, schierato sulla riva opposta del fiume Granico, ma era numericamente inferiore rispetto a quello macedone, potendo contare su circa trentacinquemila uomini contro i cinquantamila di Alessandro. Nelle file dei persiani, militavano circa ventimila mercenari greci, al comando di Memnone.

Seguendo il consiglio di Parmenione, Alessandro fece accampare per la notte l’esercito macedone sulla riva opposta del Granico, aspettando l’alba per attraversare il fiume e sorprendere i persiani prima che potessero disporsi in assetto da battaglia.

All’alba del 22 maggio, quando i persiani si accorsero che i macedoni stavano attraversando il fiume, lasciarono il loro accampamento su una collina a un paio di miglia di distanza, Alessandro, sul lato destro del suo schieramento, guidò personalmente la carica dei suoi Eteri, la cavalleria pesante dell’esercito macedone, contro la cavalleria persiana. Contemporaneamente, sul lato sinistro, anche Parmenione con la cavalleria tessala scagliava un poderoso attacco contro lo schieramento persiano.

af67f31fc60ea45783b1157c6b9038f8
Alessandro guida la carica degli “Eteri”

Dopo un durissimo scontro in cui persero la vita numerosi nobili e dignitari persiani, alcuni dei quali finiti da Alessandro stesso – che rischiò a sua volta di essere ucciso da un colpo di spada che gli spezzò l’elmo e fu salvato da Clito il Nero, il comandante dello squadrone reale della cavalleria, che trucidò il suo avversario – la cavalleria persiana iniziò a ritirarsi, lasciando sul campo un migliaio di morti, e il sovrano macedone avanzò sui mercenari greci, che costituivano il grosso della fanteria persiana. I mercenari vennero accerchiati dall’azione congiunta delle due ali della cavalleria macedone e dalla fanteria, e massacrati senza pietà; oltre quindicimila di loro morirono e circa duemila furono presi vivi e inviati come schiavi in Macedonia perché, pur essendo Greci, avevano combattuto per i barbari contro la Grecia. Memnone di Rodi riuscì invece a darsi alla fuga.

battle-of-the-granicus-9840f942-09a0-4d20-bb15-dca15baec1e-resize-750
Clito il Nero salva Alessandro da un cavaliere persiano

Nella carica condotta da Alessandro morirono venticinque dei suoi Eteri; il sovrano decretò che i loro genitori e i loro figli fossero esenti da tasse obblighi militari, e in loro onore commissionò altrettante statue di bronzo allo scultore Lisippo, che furono poste nella città di Dione, sul confine tra Macedonia e Tessaglia. Molto basse furono le altre perdite macedoni: sessanta tra i cavalieri di Parmenione e trenta fanti. Morì anche il cavallo che Alessandro montava, che non era l’amato Bucefalo, che il macedone aveva preferito tenere a riposo nell’occasione. Dopo aver dato sepoltura ai caduti di entrambe le parti, Alessandro inviò ad Atene trecento armature complete da dedicare ad Atena, ed ordinò che venissero accompagnate dalla seguente iscrizione: “Alessandro, figlio di Filippo, e i Greci, tranne gli Spartani, dedicano queste spoglie tolte ai barbari che vivono in Asia“. Trecento armature come gli Spartani di Leonida morti alle Termopili nel 480 per fermare l’avanzata dell’armata di Serse, ma questa volta i Lacedemoni erano i grandi assenti nella spedizione che avrebbe portato Alessandro ad abbattere l’eterno nemico dei Greci: l’impero persiano.

21 maggio: Agonalia di Veiove

Il 21 maggio è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva quattro volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: l’11 dicembre a Sol Indiges, il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte e il 21 maggio a Veiove. L’etimologia del nome “agonalia” e il significato più antico del rituale erano divenuti col tempo di difficile interpretazione anche per gli autori classici.

21-maggio-sacrifico-a-Veiove-680x496_c

I festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un montone dal manto nero, simbolo di fertilità, da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un indizio dell’origine arcaica di questa festa. La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio.
Veiove (Vediove) era una antica divinità di origine italica o etrusca, il cui carattere originario era diventato oscuro anche agli eruditi romani che ne scrissero, cercando di chiarirne l’origine. Secondo Varrone, il culto di Veiove era uno di quelli la cui istituzione risaliva al regno di Tito Tazio.
Per alcuni, inoltre, Veiove era una divinità di carattere infernale, assimilabile a Plutone. Altri, a causa del nome, lo collegavano a Giove, laddove il prefisso “ve” indicava per Ovidio un Giove “fanciullo”; per Aulo Gellio un Giove “negativo”, un dio pericoloso, appartenente al mondo sotterraneo.

20190521_000827
Veiove di Monterazzano, I secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale di Viterbo

L’aspetto ctonio e infernale di Veiove era confermato, secondo Macrobio, dalla presenza del suo nome negli antichi riti romani di maledizione dell’esercito nemico, che avevano il potere di consegnarlo alle potenze infere del sottosuolo. A questa tenebrosa divinità era lecito immolare i colpevoli di tradimento verso le leggi dello Stato, come testimoniava Dionigi di Alicarnasso.
Tradizionalmente, Veiove era però anche il dio protettore dell’Asylum, il bosco sacro sulle pendici del Campidoglio, dove chiunque poteva rifugiarsi senza correre il rischio di essere cacciato.

Secondo la tradizione, era stato Romolo ad istituire questo luogo sacro, in cui accogliere chiunque volesse trasferirsi a Roma, straniero, fuggiasco o supplice che fosse.
Veiove era inoltre oggetto di culto da parte della gens Iulia, di cui figurava come padre in un’iscrizione rinvenuta a Bovillae. Gellio (Noctes Atticae, V, 12, 11) descriveva la statua di culto di Veiove sul Campidoglio come un giovane senza barba, recante in mano delle frecce “evidentemente destinate a nuocere” e con accanto una capra. A Veiove vennero dedicati un santuario sul lato settentrionale dell’isola Tiberina nel 194 a.C., e un tempio nella zona detta “inter duos lucos“, ovvero tra due boschi, inaugurato il 7 marzo del 192 a.C., che si trovava tra le due cime del Campidoglio, cioè tra l’Arx e il Capitolium, presso l’Asylum.

682px-0_Statua_colossale_di_Veiove_-_Musei_Capitolini_-_MC2446
Statua di Veiove, rinvenuta nel suo tempio sul Campidoglio, I secolo d.C., Musei Capitolini, Roma

Quest’ultimo venne scavato negli anni 1940-41 accanto al Tabularium e identificato con certezza grazie alla scoperta, nella cella del tempio, della colossale statua di culto, acefala e priva di braccia, descritta da Gellio, databile alla fine del I secolo d.C. e conservata ora nei Musei Capitolini. Nel 1955 a Monterazzano, nei pressi di Viterbo, venne invece rinvenuta una raffinata statuetta bronzea di Veiove, che ci consente di immaginare come fosse quella del Campidoglio.

Pignora Imperii (parte III): le Ceneri di Oreste

Septem fuerunt pignora, quae Imperium Romanum tenent: Acus Matris Deum, Quadriga fictilis Veientanorum, Cineres Orestis, Sceptrum Priami, Velum Ilionae, Palladium, Ancilia”.

“Ci furono sette garanzie che mantenevano il potere di Roma: l’Ago della Madre degli Dèi, la Quadriga di argilla dei Veienti, le Ceneri di Oreste, lo Scettro di Priamo, il Velo di Iliona, il Palladio, gli Ancilia”. (M. Servius Honoratus, in Vergilii carmina comentarii ad Aen., VII, 188)

Nella disamina dei sette “pignora imperii“, posti a garanzia della supremazia di Roma, è ora il turno delle Ceneri di Oreste, cioè dei resti del corpo di quell’Oreste che, per vendicare l’assassinio di suo padre Agamennone, re di Micene, aveva ucciso la madre Clitennestra e il suo amante Egisto.

e7195aa71ab3166f0f07ec4c8544eb03
Oreste uccide Clitennestra, anfora del IV secolo a.C., J.P. Getty Museum, Malibu

Il mito narra che Oreste, per sfuggire alle Erinni che lo perseguitavano ovunque per l’uccisione di sua madre Clitennestra, avesse ricevuto dall’oracolo di Delfi il consiglio di recarsi in Tauride, di sottrarre il simulacro di Artemide caduto dal cielo e conservato nel santuario locale e di portarlo in Attica. Oreste, insieme al suo amico fraterno Pilade, giunse nella Tauride, governata dal re Toante, senza sapere che lì si trovava anche sua sorella Ifigenia, da lui creduta morta tanti anni prima, che era invece divenuta sacerdotessa di Artemide.

20190519_235841
Gruppo statuario di Oreste e Pilade, Museo del Louvre, Parigi

Oreste e Pilade vennero catturati da Toante; era infatti usanza di quelle terre sacrificare ad Artemide ogni straniero che fosse giunto da quelle parti, ma Ifigenia, riconosciuto il fratello Oreste, riuscì a liberare i prigionieri e i tre fuggirono portando con loro la statua della dea. Oreste infine tornò in Attica sotto la protezione di Atena, e si sottopose al giudizio dell’Areopago, il tribunale ateniese, che lo assolse dal suo delitto e lo liberò dalla persecuzione delle Erinni. Oreste quindi si impadronì dei regni di Micene, che era stato di suo padre, di Argo e di Sparta. Morì in Arcadia a settant’anni di età per il morso di un serpente e fu sepolto a Tegea.

Sarcofago_con_mito_di_oreste_e_ifigenia,_da_ostia-castel_fusano,_150-200_dc_ca._02
Sarcofago romano proveniente da Ostia (150-200 d.C. circa) con Pilade, Oreste e Ifigenia che regge il simulacro di Artemide; Altes Museum, Berlino

Una variante italica del mito, racconta invece che la fuga di Oreste e Ifigenia, con la statua di Artemide, si concluse nel Lazio, nel sacro bosco di Aricia vicino al lago di Nemi, dove i due fratelli istituirono il culto di Diana. Oreste divenne il primo sacerdote di questo culto e, dopo la sua morte, fu sepolto da Ifigenia nel bosco di Aricia, finché i Romani, dopo aver sconfitto la lega latina, ne prelevarono i resti per portarli a Roma e seppellirli sotto la soglia del tempio di Saturno, vicino al tempio della Concordia, nella zona del Foro Romano. Da quel momento le ceneri di Oreste divennero uno dei sette “pignora imperii“, dai quali dipendeva il potere di Roma. Pare invece che i Romani rispedirono a Sparta la statua di Artemide, perché non gradivano la crudeltà dei riti che si svolgevano in suo onore.

Qual era il significato simbolico delle Ceneri di Oreste, e perché esse erano così importanti per il potere di Roma?

Forse, come ritengono alcuni, per la valenza positiva che la figura di Oreste aveva assunto per aver interrotto una catena di violenze familiari culminata col matricidio ed aver raggiunto un nuova pacificazione, come quella introdotta da Augusto, dopo la guerra civile con Antonio, che aveva dato inizio all’impero?

C-1-0103_KL_Saturntempel_Kontext
Ricostruzione del Tempio di Saturno in epoca augustea

Ci sembra però che la soluzione sia un’altra e che l’importanza del corpo di Oreste fosse invece strettamente connessa all’invincibilità di una città. Erodoto (Storie, I, 67-68) narra infatti di come nel VI secolo gli Spartani non riuscissero a conquistare la vicina Tegea. Inviarono allora dei messi al santuario di Delfi, per chiedere alla sacerdotessa Pizia cosa fare per poter sconfiggere i Tegeati. Secondo il responso della Pizia, gli Spartani avrebbero vinto se avessero riportato a Sparta le ossa di Oreste, il figlio di Agamennone, che erano sepolte a Tegea. Uno spartano di nome Lica, inviato a Tegea per trovare la tomba di Oreste, dopo aver scoperto che il suo sepolcro, lungo ben 7 cubiti (3 metri) era nascosto sotto un cortile, riuscì nell’impresa e, raccolte le ossa, tornò a Sparta portandole con sé. Le ossa furono poi trasferite, secondo Pausania, nel tempio delle Parche, a Sparta. Da quel momento, gli Spartani ebbero il sopravvento sui Tegeati.

3776754953_4924783b06_b
I resti del Tempio di Saturno nel Foro Romano

Se le ossa di Oreste si trovavano a Sparta, di chi erano quindi le ceneri conservate sotto la soglia del tempio di Saturno nel foro romano? Come vedremo parlando del Palladio, un altro dei “pignora imperii”, la duplicazione o moltiplicazione di questi oggetti sacri non era infrequente, perché il loro possesso era ambito da molte città proprio per l’alto valore simbolico. La stessa consuetudine la possiamo constatare, per esempio, anche nel campo delle reliquie dei martiri cristiani, il cui commercio assunse nei secoli dimensioni inusitate.