Nascita di Nerva (8 novembre 30 d.C.)

L’8 novembre del 30 d.C. Marco Cocceio Nerva nasceva a Narnia (l’odierna Narni) da una famiglia senatoria di antica nobiltà appartenente all’aristocrazia umbra. Suo nonno era stato intimo amico dell’imperatore Tiberio, con la cui famiglia era anche imparentato, seppure alla lontana, in virtù di un matrimonio.

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Ritratto di Nerva, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Giurista e uomo di grande cultura, Nerva fu amico di Nerone, che ne apprezzava le capacità poetiche; era pretore quando venne scoperta la congiura dei Pisoni (65 d.C.), che contribuì con successo a reprimere. Dopo la morte di Nerone, mantenne ottimi rapporti anche con i Flavii, ricoprendo il consolato nel 71 con Vespasiano e nel 90 con Domiziano. Nerva era senatore al momento della congiura di palazzo che il 18 settembre del 96 eliminò Domiziano e quasi certamente era d’accordo coi congiurati. Venne infatti acclamato imperatore il giorno stesso, evitando, con l’equilibrio e l’esperienza che tutti gli riconoscevano, il rischio di una nuova guerra civile come quella scoppiata dopo la morte di Nerone.

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Ritratto di Nerva, Museo Nazionale Romano, Roma

Il suo breve principato è caratterizzato dal costante impegno di moralizzare la vita pubblica eliminando la piaga dei delatori, usati da Domiziano per eliminare gli oppositori con false accuse, di rimettere ordine nelle finanze imperiali e di aiutare i cittadini in difficoltà economiche, allentando anche la pressione fiscale su Roma e sull’Italia. Avviò, inoltre, un progetto di riorganizzazione del sistema di approvvigionamento idrico di Roma.
Nerva dovette anche sventare una congiura ai suoi danni, organizzata da Calpurnio Crasso Frugi Liciniano, discendente del Crasso morto a Carre nel 53 a.C.. La svolta del principato di Nerva avvenne quando il prefetto del pretorio Casperio Eliano, con l’appoggio dei pretoriani, che rimpiangevano Domiziano, pretese da Nerva la condanna a morte di due dei responsabili della congiura contro Domiziano, e precisamente di Petronio Secondo, ex prefetto del pretorio e di Claudio Partenio, cubicularius (cameriere personale) di Domiziano. Di fronte al fermo rifiuto di Nerva, Casperio fece comunque uccidere dai pretoriani i due malcapitati, compiendo un gravissimo atto di insubordinazione nei confronti del principe. Petronio fu ucciso con un solo colpo dai pretoriani, mentre Partenio venne evirato e strangolato con i suoi stessi genitali. Questo drammatico episodio rischiò di compromettere il prestigio del principe, che non era stato in grado di salvare la vita alle persone che lo avevano messo sul trono.

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Statua di Nerva, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Nerva, già molto anziano e dalla salute malferma, capì allora che sarebbe stato necessario nominare un successore in grado di tenere testa anche militarmente alle pretese dei pretoriani e, pur avendo dei parenti in vita, abbandonò il principio dinastico e scelse di adottare il migliore, nella persona di Marco Ulpio Traiano, allora legato della Germania Superiore, nominandolo Cesare e lasciandogli anche il compito di vendicare l’affronto subito da Casperio.

Dopo qualche mese, il 27 gennaio 98, Cocceio Nerva morì e Traiano, fatti convocare alla sua presenza Casperio Eliano e i pretoriani che si erano ribellati a Nerva, li fece eliminare prima ancora di tornare a Roma, ottemperando al desiderio del suo predecessore. Nerva venne sepolto con tutti gli onori nel Mausoleo di Augusto.

Flavio Giuliano: genesi di un imperatore

Nel mese di novembre del 331 d.C., Flavio Claudio Giuliano, conosciuto in seguito come l’Apostata, nasceva a Costantinopoli. Suo padre era Giulio Costanzo, figlio di Costanzo Cloro e della seconda moglie Teodora, una principessa siriaca, e fratellastro di Costantino; sua madre Basilina, che apparteneva a una nobile famiglia di latifondisti della Bitinia, morì qualche mese dopo la sua nascita.

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Busto di Giuliano, cattedrale di Acerenza

Prima della sua morte, avvenuta il 22 maggio 337, Costantino aveva diviso la gestione dell’impero tra quattro Cesari: i suoi tre figli Costantino II, Costante e Costanzo II, e il nipote Dalmazio, figlio del fratellastro Flavio Dalmazio. Inoltre, Annibaliano, fratello di Dalmazio, fu nominato “re dei re” delle nazioni pontiche; una posizione importante, anche se al di fuori del collegio imperiale. Non si può escludere però che Costantino avesse il mente di voler ripristinare un collegio con due Augusti (Costantino II e Costanzo II) e due Cesari (Costante e Dalmazio) o addirittura con un unico Augusto, il primogenito Costantino II e tre Cesari.

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Ritratto di Costanzo II, Musei Capitolini, Roma

Quando Costantino morì a Nicomedia, l’unico figlio che arrivò in tempo per presenziare al funerale a Costantinopoli fu il secondogenito Costanzo II, che probabilmente si trovò ad affrontare le pretese dinastiche dei suoi zii, Giulio Costanzo e Flavio Dalmazio. I due, come abbiamo detto, erano figli di Costanzo Cloro e della seconda moglie Teodora, quindi fratellastri di Costantino I, che era invece figlio di Elena, ed erano inoltre appoggiati dal prefetto del pretorio Flavio Ablabio e da Flavio Optato, un consigliere del padre Costantino. In quell’estate del 337 Costanzo II, col supporto dell’esercito, per evitare problemi dinastici, decise di eliminare il ramo collaterale della famiglia imperiale che discendeva dalla seconda moglie di Costanzo Cloro.

La famiglia di Giuliano abitava tutta nel palazzo imperiale di Costantinopoli. Nel cuore della notte, su probabile istigazione di Costanzo II, la guardia palatina fece irruzione nel palazzo e trucidò il fratello maggiore di Giuliano, suo padre Giulio Costanzo, lo zio paterno Flavio Dalmazio e sei dei suoi cugini. Il piccolo Giuliano, che aveva solo sei anni, sfuggì al massacro solo grazie al coraggio di alcuni preti cristiani che lo nascosero in una chiesa di Costantinopoli, mentre il dodicenne fratellastro Costanzo Gallo fu risparmiato perché gravemente malato. Secondo Giuliano, Costanzo II avrebbe voluto uccidere anche loro ma, alla fine, si limitò ad esiliarli, in virtù della giovane età. Negli stessi giorni venivano eliminati dalle truppe anche il Cesare Dalmazio e suo fratello Annibaliano, oltre a Flavio Ablabio e Flavio Optato.

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Busto di Giuliano, cattedrale di Acerenza

Dopo la morte della madre Basilina, un altro terribile evento colpiva Giuliano, che aveva assistito con i suoi occhi al massacro della sua famiglia. Un trauma che lo segnerà per sempre e di cui conoscerà il responsabile solo parecchi anni dopo.

Costanzo II, sempre diffidente e sospettoso, si occupò poi dei due fanciulli superstiti. Mentre Gallo, figlio di Giulio Costanzo e della prima moglie Galla, veniva mandato a Efeso, il piccolo Giuliano fu inviato a Nicomedia, dalla nonna materna, e affidato alle cure del vescovo locale Eusebio, che aveva l’incarico di dargli una solida formazione cristiana. Dopo un anno, però, Eusebio fu chiamato a rivestire la carica di vescovo di Costantinopoli e fu sostituito da un personaggio che avrebbe svolto un importante ruolo nella formazione del giovane Giuliano: l’eunuco scita Mardonio, che era già stato il precettore di sua madre Basilina. Mardonio gli insegnò ad amare i classici e la cultura greca, specie Omero ed Esiodo. Il periodo trascorso da Giuliano a Nicomedia fu tra i più felici della sua vita, diviso tra lo studio sotto la guida di Mardonio e le estati in una lussuosa villa ad Astakos che apparteneva alla nonna.

Intanto, nell’aprile del 340, in Occidente, Costantino II era morto in un’imboscata, dopo aver mosso guerra contro il fratello Costante.

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Statua di Costantino II, Campidoglio, Roma

Nel 341, Costanzo II fece allora trasferire l’undicenne Giuliano e il diciassettenne fratellastro Gallo in una tenuta imperiale in Cappadocia, denominata fundus Macelli, nei pressi di Cesarea. Si trattava, di fatto, di una sorta di lussuosa prigionia: nessun estraneo poteva avvicinarsi, nessun amico aveva il permesso di visitare i ragazzi, che avevano come sola compagnia i loro servi e le guardie. Nella tenuta di Macellum, l’istruzione di Giuliano proseguì sotto la cura, tra gli altri, del vescovo Giorgio di Cappadocia, ariano come Costanzo, un oscuro e violento personaggio che nel 361 finì per essere linciato da una folla inferocita esasperata dalle sue prepotenze. Mentre Giuliano approfondiva gli studi filosofici, grazie alla fornita biblioteca personale di Giorgio, che conteneva, oltre alle opere di autori cristiani, anche quelle di filosofi pagani, Gallo preferiva dedicarsi alla palestra, alle armi e alle battute di caccia. Quando Giuliano chiedeva chi fosse stato il responsabile dello sterminio della sua famiglia, gli veniva risposto che la colpa era stata dei soldati, e che Costanzo, molto dispiaciuto, non aveva potuto impedire l’accaduto. A Macellum, ritenuto ormai pronto, Giuliano ricevette anche il battesimo cristiano.

Costanzo II, che era molto diffidente, veniva costantemente informato del comportamento dei ragazzi e, nel marzo del 347, ebbe modo di fare visita ai due cugini nella tenuta di Macellum, per verificare di persona lo stato d’animo dei ragazzi. Tranquillizzato dal colloquio e angustiato dal fatto di non avere un erede, poco tempo dopo richiamò Gallo alla sua corte, lasciando solo Giuliano nel podere imperiale.

Nel 348, dopo che Gallo fu richiamato dall’esilio di Macellum, anche Giuliano si sentì però autorizzato a lasciare la tenuta imperiale e ritornò a Costantinopoli per approfondire i suoi studi, seguendo le lezioni di grammatica di Nicocle di Sparta e quelle di retorica di Ecebolio, un retore cristiano. Giuliano era infatti ancora cristiano, e come tale continuava a comportarsi pubblicamente.

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Busto di Giuliano (?), Musei Capitolini, Roma

Nel 349 ricevette l’ordine imperiale di tornare a Nicomedia, dove insegnava il grande retore pagano Libanio, ammiratore di Demostene e della tradizione greca. Giuliano, a cui era stato vietato di frequentare le lezioni di Libanio, aggirò il divieto comprando gli appunti direttamente dai suoi allievi e studiando su quelli.

Libanio, che restò sempre amico ed ammiratore di Giuliano, gli fece conoscere il pensiero filosofico greco, da Socrate a Platone fino a Plotino e al neoplatonismo dei suoi discepoli, Porfirio e Giamblico. Fu la grande svolta della sua vita; mentre Giuliano si addentrava nella conoscenza del pensiero classico, la sua fede cristiana iniziò a vacillare. Per sua esplicita ammissione, Giuliano aveva professato il cristianesimo fino ai vent’anni ¹.

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Ritratto di Costante, Metropolitan Museum, New York

Nel frattempo, il 18 gennaio del 350, in Occidente, Costante veniva fatto uccidere da Magnenzio, un usurpatore di origine barbara che si era fatto proclamare Augusto dalle truppe. In previsione della guerra contro Magnenzio, Costanzo II, non avendo eredi, il 15 marzo 351 a Sirmio fu costretto a elevare il cugino Gallo al rango di Cesare, per garantire la presenza di un rappresentante imperiale in Oriente. Gallo fu nominato Cesare col nome di Flavio Claudio Costanzo Gallo e Costanzo II gli diede anche in moglie la sorella Costantina, prima di inviarlo ad Antiochia, con l’incarico di sorvegliare la frontiera persiana.

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Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

A Nicomedia, Giuliano incontrò il fratello Gallo che era passato in città sulla strada che lo avrebbe portato ad Antiochia. Poi, godendo in quel periodo di una certa libertà di movimento e ansioso di approfondire le sue conoscenze, si recò a Pergamo, dove c’era una scuola neoplatonica fondata da Edesio di Cappadocia, un allievo di Giamblico. A Pergamo, Giuliano conobbe due allievi di Edesio, Eusebio di Mindo e Crisanzio di Sardi, che gli parlarono di un terzo allievo di Edesio, che si trovava a Efeso, un certo Massimo, un personaggio carismatico dotato di straordinarie capacità e in grado di compiere veri e propri miracoli. Affascinato dai racconti sui poteri di questo maestro e teurgo, Giuliano si precipitò a Efeso, dove finalmente conobbe Massimo.

Massimo di Efeso guidava gli allievi lungo un percorso iniziatico in cui si fondevano pitagorismo, platonismo, magia e sapienza orientale. Giuliano fu conquistato dalle sue parole, dopo alcuni mesi, fu pronto per la sua iniziazione ai misteri. La solenne cerimonia si tenne in una grotta e fu per Giuliano una rinascita spirituale.

“Allora, scacciando tutte le frottole, al loro posto installò nell’anima sua la bellezza della Verità, come se in un grande tempio avesse posto le statue degli dèi, prima oltraggiate col fango”. ²

Poco tempo dopo, durante una cerimonia tenuta in un mitreo, abiurò la fede cristiana e abbracciò il mitraismo. In pubblico, invece, non lasciò trasparire nulla, per evitare che le spie di Costanzo lo riferissero al cugino.

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Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

Intanto, dopo aver sconfitto Magnenzio nel 353, nell’ottobre del 354 Costanzo II fece arrestare e condannare a morte a Pola, dopo un processo farsa, il Cesare Gallo, accusandolo di aver ecceduto ad Antiochia nell’esercizio dei poteri che gli erano stati accordati. Giuliano, venuto a sapere che Costanzo II si era macchiato anche della morte del fratello, iniziò a preoccuparsi. Per di più, dopo la morte di Gallo, Giuliano fu convocato a Mediolanum, accusato di aver lasciato anni prima la tenuta di Macellum senza autorizzazione e di aver incontrato anche Gallo. Giuliano ebbe paura che Costanzo volesse completare l’opera uccidendo anche lui; si discolpò dalle accuse ma rimase sette mesi in città senza mai essere ammesso al cospetto di Costanzo II. Solo l’intervento dell’imperatrice Eugenia, la bellissima moglie di Costanzo, gli permise infine di riallacciare i rapporti col cugino e di vincerne i sospetti.

Nell’estate del 355 Giuliano fu autorizzato a lasciare Mediolanum e a recarsi ad Atene, la città simbolo di tutti i suoi culturali e religiosi. Giuntovi a luglio, Giuliano strinse amicizia con Prisco, un discepolo di Giamblico e fu iniziato ai Misteri Eleusini, come Adriano e Marco Aurelio prima di lui. Poi, improvvisamente, in Autunno fu richiamato a Mediolanum. Eusebia, moglie di Costanzo, era riuscita a convincere il diffidente marito che era necessario farsi affiancare da un altro Cesare; la parte occidentale era in fiamme, Franchi, Alamanni e Sassoni avevano attaccato le città sul Reno, mentre in oriente i Persiani minacciavano nuovamente Armenia e Mesopotamia: il solo Costanzo II non poteva essere ovunque.

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Solido di Giuliano

Il 6 novembre del 355, sotto il consolato di Arbizione e Lolliano, durante una solenne cerimonia a Mediolanum di fronte all’esercito, Flavio Claudio Giuliano fu proclamato Cesare dal cugino Costanzo II. Costanzo pronunciò un pomposo discorso davanti ai soldati, lo fece salire sul carro imperiale e lo rivestì di porpora. Per stringere ancora di più il legame col suo nuovo Cesare, poco dopo gli diede in moglie la sorella Elena ³. Giuliano temeva ancora che Costanzo l’avrebbe fatto uccidere, come accaduto poco tempo prima al fratellastro Gallo, anch’egli nominato Cesare. E mentre si trovava sul carro imperiale, rivestito di porpora, insieme al cugino, mormorava un verso dell’Iliade di Omero che gli era venuto in mente:

“lo colse la morte purpurea, e il destino invincibile”. ⁴

Un triste presagio del destino che lo attendeva il 26 giugno del 363, mentre il suo esercito si ritirava lungo il Tigri.

Intanto, però, il 1° dicembre del 355 Costanzo inviò subito il ventiquattrenne Giuliano nelle Gallie, accompagnato da una guarnigione di trecentosessanta soldati, tutti cristiani, col compito di ristabilire l’ordine in una terra sconvolta dalle invasioni germaniche. E contro ogni previsione Giuliano, strappato ai suoi studi filosofici, ottenne uno strepitoso successo.

NOTE

¹ Giuliano (Epistole, 111, 434d)

² Libanio (Orazione XVIII, 18)

³ Ammiano Marcellino (Storie, XV, 8, 3-17)

⁴ Omero (Iliade, V, 83)

Isia o “Invenzione di Osiride”

Dal 23 ottobre al 3 novembre si celebravano a Roma gli Isia, detti anche “Invenzione di Osiride“, la seconda grande festa annuale dedicata ad Iside, dopo il Navigium Isidis del 5 marzo. Il culto di Iside era giunto dall’Egitto tolemaico a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò di distruggere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. Augusto e Tiberio proibirono che gli dei egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. Caligola fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio e, da quel momento, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, farà edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

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Affresco con scena di liturgia isiaca, proveniente  da Ercolano; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La festa degli Isia, di origine egizia, rievocava la vicenda di Osiride, il dio patrono dei morti. Il mito, di cui esistono diverse varianti, narrava che Osiride, fratello e sposo di Iside, venne ucciso per invidia dal fratello Seth, che ne smembrò il corpo in quattordici parti e le sparpagliò per l’Egitto. Iside, assistita dalla sorella Neftis, riuscì a ritrovare tutte le parti del corpo, tranne il membro virile, che era stato divorato da un pesce del Nilo, affinché Osiride non potesse avere una discendenza. Grazie all’aiuto di Toth, Iside riuscì infine a ricomporre il corpo e a riportare in vita Osiride per il tempo sufficiente a concepire e generare un figlio, Horus, identificato dai Romani con Arpocrate, che avrebbe in seguito vendicato il padre.

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Altra scena di liturgia isiaca, da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Durante gli Isia, ogni giorno si rappresentava una fase del mito Osiride. Il dio veniva ucciso da Seth e, attorno al suo corpo, si succedevano le lamentazioni funebri. I fedeli, vestiti di nero come segno di partecipazione al lutto che aveva colpito Iside, coprivano le immagini degli dèi con veli neri; poi, insieme ai sacerdoti, si battevano il petto gridando al mondo tutto il loro dolore. Si trattava di una festa di morte e rinascita, che ricordava il rituale di sofferenza, morte e resurrezione di Attis, rievocato ogni anno nelle Megalesie tra il 15 e il 27 marzo, in onore di Cibele. Dopo aver ritrovato e ricomposto il corpo, nell’ultimo giorno, denominato Hilaria, per la gioia derivante dalla resurrezione di Osiride, un festoso corteo di fedeli e sacerdoti percorreva le strade al suono dei sistri e al grido di giubilo di “Abbiamo trovato! Siamo pieni di gioia!

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Il sommo sacerdote presenta ai fedeli il vaso contenente l’acqua del Nilo

Come simbolo della resurrezione, Osiride era anche patrono della rinascita della vegetazione. Il clero che si occupava di questi culti era organizzato secondo modelli che risalivano all’Egitto tolemaico. Oltre al sommo sacerdote, c’erano dei profeti, istruiti nella scienza divina, degli scribi, che leggevano le formule contenute nei testi canonici, delle stoliste o ornatrici, che vestivano le statue degli dei, e dei pastofori, che portavano gli oggetti sacri in processione. Tutti i sacerdoti, come in Egitto, avevano il capo rasato ed indossavano una tunica di lino.

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Un sacerdote che legge, dal tempio di Iside a Pompei; Museo Archeologico di Napoli

Tra le ragioni del successo del culto di Iside e Osiride nel mondo greco-romano, c’era l’idea della speranza di una vita dopo la morte che tanta fortuna avrà anche col Cristianesimo. Oltre al culto pubblico, Iside e Osiride avevano anche delle cerimonie riservate ai soli iniziati, denominate Misteri, che ebbero grande diffusione nell’area mediterranea. I misteri di Osiride erano definiti Grandi Misteri; quelli di Iside, Piccoli Misteri.

Quello di Iside fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto. Fu soltanto nel 535 che Giustiniano fece infatti chiudere l’ultimo tempio di Iside, a File.

Nisibis: l’ultima battaglia dei Parti contro i Romani

Nell’estate del 217 d.C., presso la città di Nisibis, l’esercito romano, al comando di Macrino e quello dei Parti, guidato dal re Artabano IV, si affrontarono in una feroce battaglia che durò tre giorni, senza che nessuno riuscisse a prevalere. Per tre giorni i Romani riuscirono a resistere agli assalti dei Parti allungando la linea del fronte e utilizzando il contingente di cavalleria per proteggere le ali, impedendo così alla cavalleria avversaria ogni possibile manovra di accerchiamento.

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Busto di Macrino, Musei Capitolini, Roma

Marco Opellio Macrino, dopo la morte di Caracalla, in una congiura a cui non era estraneo, e la sua acclamazione come imperatore, si trovò subito in grande difficoltà. Caracalla, infatti, nel suo tentativo di emulare le gesta di Alessandro Magno, nel 215 aveva escogitato un piano per attaccare a tradimento i Parti. Egli aveva infatti inviato una lettera ad Artabano (Ardawan), accompagnata da molti e splendidi doni, con cui esprimeva al sovrano dei Parti il desiderio di prendere in moglie una delle sue figlie, in modo che l’impero di Roma e quello dei Parti si potessero unire in un’eterna alleanza che non avrebbe avuto rivali al mondo. L’insistenza e i doni di Caracalla ebbero la meglio sulle iniziali perplessità di Artabano, che acconsentì infine alla proposta. Caracalla attraversò pacificamente con le truppe il Tigri e l’Eufrate ed entrò nel territorio dei Parti, accolto ovunque con tutti gli onori. Giunto in prossimità della residenza di Artabano, il re dei Parti gli venne incontro amichevolmente col suo seguito di dignitari e familiari, per salutare il futuro sposo di sua figlia.

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Busto di Caracalla, Altes Museum, Berlino

Caracalla non attendeva altro; appena iniziarono i festeggiamenti, diede un segnale e il suo esercito caricò la folla festante e indifesa. Artabano fu salvato dalle sue guardie del corpo e scampò a stento, fuggendo a cavallo con pochi uomini. I Romani fecero strage, si impadronirono di un ricco bottino e di molti prigionieri ¹. Poi, effettuarono un’incursione nella regione confinante con la Media, durante la quale saccheggiarono numerosi forti e conquistarono Arbela. Non ancora soddisfatto, Caracalla profanò le tombe regie dei Parti ad Arbela e ne disperse le ossa ². In virtù di queste discutibili e poco gloriose vittorie, si fece attribuire dal Senato il titolo di Parthicus; poi, si recò con l’esercito, stanco di tanti massacri, a svernare a Edessa, capitale dell’Osroene, in Mesopotamia.

Il fato volle che l’8 aprile 217, su istigazione del prefetto del pretorio Macrino, Caracalla fu pugnalato a morte nei pressi di Carre, dove era appena giunto con l’esercito, in previsione di una seconda spedizione contro i Parti. Nel frattempo, un Artabano furente per l’oltraggio subito, e probabilmente ignaro della morte di Caracalla, si dava da fare per allestire un grande esercito composto da Parti e Medi, con cui attaccare i Romani.

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Cavalieri Parti

Macrino, la cui acclamazione a imperatore era stata ratificata dal Senato, si trovò nella scomoda posizione di dover continuare la guerra contro i Parti scatenata dal suo predecessore. Macrino tentò di proporre la pace ad Artabano, che aveva ormai invaso col suo esercito la Mesopotamia, restituendogli di sua iniziativa i prigionieri, ma il sovrano dei Parti rifiutò la proposta, ingiungendo ai Romani di ricostruire i forti e le città danneggiate durante la prima offensiva di Caracalla, la restituzione delle province romane della Mesopotamia settentrionale, conquistate recentemente da Settimio Severo, e chiedendo un indennizzo per la distruzione dei sepolcri regali di Arbela ³.

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Il regno dei Parti e le province confinanti

Macrino non poteva che rifiutare l’ultimatum di Artabano e, consapevole di essere in inferiorità numerica e di rischiare la vita contro l’armata dei Parti, tenne un discorso alle truppe, cercando di motivarle:

Come sapete, il barbaro incalza con tutte le forze dell’Oriente e ritiene di avere una buona ragione per combatterci. Infatti, noi stessi lo abbiamo sfidato venendo meno ai patti, e abbiamo acceso la guerra mentre la pace regnava. La sorte di tutto l’impero dipende ora dal vostro coraggio e dalla vostra fedeltà. Non combattiamo infatti contro il Gran Re per segnare il confine lungo un fiume piuttosto che lungo un altro, ma causa della guerra sono i figli e i parenti che egli ritiene siano stati da noi massacrati ingiustamente” ⁴.

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La fanteria romana affronta la cavalleria dei Parti

Lo scontro avvenne nei pressi della città di Nisibis, nell’estate del 217, e fu originato dal tentativo di impossessarsi di una fonte per l’approvvigionamento di acqua ⁵. L’esercito di Artabano era apparso all’alba, salutando il sorgere del sole, come di consueto, con alte grida. Poi, i cavalieri catafratti ⁶, armati di lunghe lance e montati su cavalli o cammelli, caricarono il centro dello schieramento romano, costituito dalla fanteria, mentre gli arcieri Parti scagliavano nugoli di frecce. I Romani schieravano alle ali la cavalleria e gli arcieri Mauri. Per due giorni si combatté dalla mattina alla sera. I Romani subirono gravi perdite per l’impatto con i catafratti Parti che li colpivano con le lance ma, arrivati al corpo a corpo, avevano facilmente la meglio. Quando la pressione si faceva insostenibile, i legionari fingevano di ritirarsi, lasciando sul terreno dei letali triboli e altri oggetti muniti di punte di ferro che azzoppavano cavalli e cammelli, per poi finire i cavalieri ruzzolati a terra. Al calar della sera, i soldati tornavano nei loro accampamenti, ciascuno ritenendosi vincitore. Il terzo giorno, i Parti tentarono ancora di accerchiare i Romani, ma la lunghezza dello schieramento e l’efficace lavoro della cavalleria romana impedì il disastro. Tanto grande era il numero dei corpi di uomini ed animali, che la pianura ne era ricoperta. Ovunque c’erano cumuli di cadaveri che ostacolavano il movimento delle truppe e i due eserciti, ormai divisi da un muro di morti, rinunciarono a combattere e tornarono negli accampamenti, in attesa di sgomberare il terreno dai cadaveri.

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I catafratti dei Parti in azione

Macrino comprese che Artabano continuava ad attaccare perché credeva di avere ancora di fronte Caracalla. Mandò quindi ambasciatori con una lettera in cui spiegava che il responsabile della guerra era già stato ucciso e chiedeva la pace, che il re partico concesse volentieri ⁷, essendo esauste anche le sue truppe, ma dietro il pagamento di un enorme indennizzo di duecento milioni di sesterzi oltre alla restituzione dei prigionieri catturati da Caracalla. Si stipulò quindi un trattato di pace e Macrino lasciò la Mesopotamia, tornando rapidamente verso Antiochia.

Quella che si combatté a Nisibis fu l’ultima battaglia tra i Romani e i Parti della dinastia degli Arsacidi che, pochi anni dopo, furono detronizzati dai Persiani sasanidi.

Infatti, il 28 aprile del 224 d.C., nella piana di Hormozgan (odierno Iran meridionale), Ardashir, vassallo persiano di Artabano, al culmine di una ribellione, lo sconfisse e uccise in battaglia. Ardashir si vantava di discendere da un certo Sāsān, che diede il nome alla dinastia Sasanide, e dopo la battaglia si proclamò Re dei Re, per essere poi incoronato ufficialmente nel 226 d.C. nella capitale Ctesifonte. Dopo più di 400 anni, la storia dei Parti si concludeva definitivamente, ma i Romani avrebbero presto trovato nei Sasanidi un nuovo, formidabile avversario.

NOTE

¹ Erodiano (Storia, IV, 10-11)

² Dione Cassio (Storia Romana, LXXVIII, 1, 2)

³ Dione Cassio (Storia Romana, LXXVIII, 26, 3)

⁴ Erodiano (Storia, IV, 14, 6)

⁵ Dione Cassio (Storia Romana, LXXVIII, 26, 5)

⁶ I catafratti erano cavalieri forniti di una corazza che proteggeva interamente il corpo.

⁷ Historia Augusta (Macrino, 8, 3)

Seconda battaglia di Bedriaco (24 ottobre 69 d.C.)

Il 24 ottobre del 69 d.C., nel famigerato anno dei quattro imperatori, fu combattuta la seconda battaglia di Bedriaco tra le forze di Vitellio e di Vespasiano. La battaglia durò tutta la notte e si concluse il giorno successivo, con il trionfo dell’esercito guidato da Antonio Primo, la sconfitta dei Vitelliani e il saccheggio di Cremona.

Bedriacum era una località a nord del Po, tra Cremona e Verona, presso l’attuale Calvatone. Il 14 aprile si era già svolta a Bedriaco una battaglia tra le forze di Otone e quelle di Vitellio, guidate da Aulo Cecina Alieno e Fabio Valente. Lo scontro, in cui avevano perso la vita circa quarantamila uomini, aveva consegnato l’impero al vittorioso Vitellio.

Successivamente, l’11 luglio del 69 d.C., Vespasiano, che era impegnato dal 66 nella guerra giudaica, fu acclamato imperatore dalle sue truppe. Vespasiano inviò allora Gaio Licinio Muciano, legato di Siria, con delle truppe verso l’Italia, mentre stabilizzava la situazione in Oriente.

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Busto di Marco Antonio Primo (XVII secolo), Musée des Augustins, Tolosa

In Italia, intanto, Antonio Primo, comandante della VII legione Galbiana e partigiano di Vespasiano, venuto a sapere che Cecina, il comandante dei Vitelliani era stato imprigionato dai suoi soldati perché aveva tentato di convincerli ad abbandonare Vitellio, decise che era giunto il momento di attaccare e iniziò ad avanzare in direzione di Cremona. Il piano di Antonio era di sconfiggere l’esercito di Vitellio a Cremona prima che arrivasse il vitelliano Fabio Valente, partito da Roma con dei rinforzi. In quegli stessi giorni, anche Lucilio Basso, nominato da Vitellio prefetto delle flotte di Ravenna e di Miseno, aveva defezionato in favore di Vespasiano.

L’esercito di Vitellio, senza più la guida di Cecina, a cui erano subentrati Fabio Fabullo e Cassio Longo, cercò di raggiungere per primo Cremona, città a loro alleata, per congiungersi con la I legione Italica e la XXI Rapax. Si addivenne così allo scontro tra Cremona e Bedriaco: era il pomeriggio del 24 ottobre del 69 d.C.

La battaglia non si svolse secondo uno schema definito; mentre Antonio era ancora impegnato nel consiglio di guerra, Arrio Varo, di sua iniziativa, caricò i vitelliani con la cavalleria, ma fu respinto e costretto ad una fuga precipitosa. A quel punto, Antonio fu costretto a dare il segnale di battaglia, per evitare lo sbandamento delle sue truppe. Nel momento in cui Antonio, alla testa dei suoi, riusciva a respingere i Vitelliani, arrivarono sul campo le due legioni di stanza a Cremona: la Italica e la Rapax. Purtroppo per la fazione di Vitellio, la mancanza di un comandante unico del calibro di Cecina si fece sentire e, nell’indecisione generale, la cavalleria di Antonio, seguita dal tribuno Vipstano Messalla, con gli ausiliari di Mesia, attaccò e travolse la linea dei Vitelliani.

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Poi, calò la notte, durante la quale i combattimenti erano inframmezzati da momenti di tregua. Antonio dovette faticare per far desistere i suoi soldati dall’idea di attaccare subito Cremona per saccheggiarla. Nel frattempo, come in tutte le guerre civili, non era raro che i combattenti delle fazioni avverse si conoscessero tra di loro, e nei momenti di pausa, durante la notte, arrivarono a scambiarsi battute, invitandosi a desistere reciprocamente. Quando le donne di Cremona, rischiando la vita, portarono cibo e bevande da offrire agli uomini di Vitellio, questi divisero adirittura le vettovaglie coi loro avversari ¹.

L’atrocità della guerra civile è testimoniata da un episodio particolarmente triste: Giulio Mansueto, nato in Hispania e arruolato nella XXI legione Rapax, venne mortalmente ferito dal figlio, che militava con gli avversari nella VII Galbiana ². Riconosciuto il padre morente, il figlio gridò tutto il suo dolore e implorò i Mani del padre di non considerarlo un parricida, perché il delitto era imputabile alla guerra. Il terribile fatto turbò gli eserciti, ma il massacro riprese subito, con rinnovata ferocia.

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Si continuò così per tutta la notte, fino all’alba, con Antonio che continuò incessantemente a incitare i suoi uomini a combattere. Avvenne allora che i soldati della III legione Gallica, che, prima di essere trasferiti in Mesia, avevano servito per anni, sotto il comando di Corbulone, in Siria e ne avevano adottato le usanze, salutarono lo spuntar dei primi raggi del sole con alte grida. I Vitelliani, per un equivoco alimentato ad arte, credettero che il clamore fosse dovuto all’arrivo dei rinforzi comandati da Muciano, che era invece ancora molto lontano dall’Italia, e si spaventarono, dandosi alla fuga e ritirandosi all’interno dell’accampamento fortificato davanti alle mura di Cremona.

Si prospettava, per i soldati di Antonio, già provati da molte ore di battaglia, un altro sforzo immane. La conquista delle fortificazioni sarebbe costata altro sangue e fatica, ma Antonio ebbe una micidiale idea per motivare i suoi uomini: gli mostrò la grandezza di Cremona e lo splendore dei suoi edifici, gli parlò delle ricchezze accumulate dai suoi abitanti, che erano tutti rimasti fedeli al partito di Vitellio. Tutti quei beni, in caso di vittoria, sarebbero stati loro. Di fronte a quella prospettiva, le legioni al comando di Antonio si lanciarono in formazione a testuggine contro le fortificazioni, da cui i difensori lanciavano ogni sorta di proiettile. Alla fine, le difese furono spazzate via e i Vitelliani fuggirono, in preda al panico, dentro le mura di Cremona.

“Tutto lo spazio che vi era fra il campo e le mura fu così colmo di cadaveri”. ³

Antonio aveva già dato l’ordine di assaltare le mura della città. I Vitelliani capirono che la battaglia era persa e decisero di arrendersi per non essere massacrati. Appesero veli e bende bianche alle mura e liberarono il loro ex comandante Cecina, incaricandolo di recarsi da Antonio per negoziare la resa. Quando Antonio ordinò di sospendere l’assalto, i Vitelliani uscirono con le aquile e le insegne, disarmati e in una lunga fila. Antonio prese in consegna Cecina e lo spedì da Vespasiano; poi lasciò Cremona e i suoi abitanti alla mercé dei suoi soldati.

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Quarantamila uomini vi fecero irruzione, stuprando e uccidendo senza pietà. I templi furono spogliati dei doni votivi, le case depredate, gli abitanti torturati per farsi rivelare i nascondigli del denaro. Tutto fu dato alle fiamme. Cremona fu saccheggiata per quattro interminabili giorni; tutti gli edifici sacri e profani crollarono; rimase in piedi solo il tempio della dea Mefitis, fuori delle mura.

“Questa fu la fine di Cremona, nel duecentottantaseiesimo anno dalla sua fondazione”. ⁴

Sul campo di battaglia alla fine si contarono cinquantamila morti. Il fetore di morte e di sangue che impregnava la zona costrinse i soldati ad allontanarsi dalle rovine della città. I soldati di Vitellio che si erano arresi furono risparmiati e inviati nelle guarnigioni dell’Illirico.

Antonio, provando un po’ di vergogna per la strage dei civili, fu costretto ad emanare un editto in cui si vietava di tenere come schiavi i cittadini di Cremona catturati come bottino di guerra. In seguito, la popolazione superstite ritornò a Cremona, che venne ricostruita con l’aiuto economico di Vespasiano.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storie, LXV, 13, 3)

² Tacito (Storie, III, 25, 7)

³ Tacito (Storie, III, 29, 5)

⁴ Tacito (Storie, III, 34, 1)

Nascita di Domiziano (24 ottobre 51 d.C.)

Tito Flavio Domiziano nacque il 24 ottobre del 51 d.C., in una modesta casa situata nella Sesta Regione di Roma, in un quartiere detto Ad Malum Punicum (il Melo Punico o Melograno), che in seguito trasformò nel tempio della Gens Flavia. Suo padre Vespasiano era console designato e sarebbe entrato in carica il mese successivo; sua madre era Flavia Domitilla, figlia di Flavio Liberale, un semplice scriba di un questore, e morì prima dell’ascesa al trono di Vespasiano nel 69.

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Ritratto di giovane Domiziano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli 

Domiziano trascorse l’infanzia con la balia Fillide e la fanciullezza in ristrettezze economiche; si vociferava che fosse addirittura arrivato a vendere il suo corpo all’ex pretore Clodio Pollione e a Nerva, che poi sarebbe stato il suo successore ¹. Fin dalla gioventù dimostrò di avere un carattere altero, superbo e smodato sia a parole che nei fatti, e di essere invidioso dei successi conseguiti dal suo fratello maggiore Tito.

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Busto di Domiziano, The Toledo Museum of Art, Toledo, Ohio

Domiziano aveva solo diciotto anni quando, durante la guerra civile contro Vitellio, si rifugiò in Campidoglio con suo zio Flavio Sabino, che era prefetto dell’Urbe, e una parte dei loro sostenitori. Negli scontri che scoppiarono tra i pretoriani fedeli a Vitellio e le coorti urbane agli ordini di Sabino, qualcuno appicco un terribile incendio al colle, che distrusse una parte degli edifici, tra cui il tempio di Giove. Flavio Sabino perse la vita nel rogo ², o fu catturato e giustiziato ³ su ordine di Vitellio. Nella confusione generale, Domiziano si nascose nell’abitazione del custode del tempio di Giove Capitolino e vi passò la notte. La mattina seguente, il 20 dicembre del 69, travestito da sacerdote di Iside, si rifugiò dall’altra parte del Tevere, in casa della madre di un amico ⁴, o presso Cornelio Primo, un cliente di Vespasiano ⁵. Fece quindi perdere le sue tracce e tornò a Roma solo dopo la vittoria delle forze Flaviane, assumendo il titolo di Cesare insieme a Tito.

NOTE

¹ Svetonio (Domiziano, 1)

² Svetonio (Vitellio, 15)

³ Tacito (Storie, III, 74)

⁴ Svetonio (Domiziano, 1)

⁵ Tacito (Storie, III, 74)

Seconda battaglia di Filippi (23 ottobre 42 a.C.)

Il 23 ottobre del 42 a.C., sulla piana di Filippi, il cesaricida Marco Giunio Bruto andava incontro al destino che si era forgiato con le sue mani versando il sangue di Cesare più di due anni prima.

Verso la metà di luglio del 42 a.C., Bruto aveva avuto una terrificante visione. Nel cuore della notte, mentre il resto dell’accampamento era immerso nel silenzio, a Bruto era sembrato che qualcuno entrasse nella sua tenda. Volse allora lo sguardo e vide una figura enorme che stava ritta al suo fianco, in profondo silenzio.
A stento, Bruto trovò il coraggio di chiederle: “Chi sei tu, uomo o dio, e perché sei qui da me?“. Con voce bassa e profonda, l’apparizione rispose: “Sono il tuo cattivo demone, Bruto; mi rivedrai a Filippi“. E Bruto, imperturbabile, disse: “Ti rivedrò“. L’apparizione scomparve: gli schiavi, chiamati da Bruto, affermarono di non aver udito e visto nulla ¹.

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L’apparizione del cattivo demone di Bruto, dipinto di Alexandre Bida (1813-1895)

Dopo il suicidio di Cassio, e il sostanziale pareggio con cui si era conclusa il 3 ottobre del 42 a.C. la prima battaglia di Filippi, Bruto aggregò al suo esercito i soldati di Cassio che si erano salvati, li rincuorò e offrì loro del denaro. Poi, si trasferì nel loro accampamento, che era più sicuro. Bruto non aveva intenzione di impegnare Antonio e Ottaviano in una nuova battaglia campale. Lo stesso giorno della battaglia di Filippi, la flotta repubblicana al comando di Lucio Staio Murco e Gneo Domizio Enobarbo aveva infatti intercettato e distrutto le navi con i rinforzi e i rifornimenti – guidate da Gneo Domizio Calvino – partite da Brindisi e destinate agli eserciti dei due triumviri, che si trovarono così a corto di vettovaglie e di denaro. Così, mentre da una parte Ottaviano e Antonio avevano urgenza di attaccare battaglia prima che i loro uomini venissero a conoscenza della perdita dei rifornimenti, dall’altra Bruto, che ignorava il successo navale dei suoi alleati, temporeggiava e cercava di logorare gli avversari con azioni di disturbo: una volta, deviò il fiume e inondò l’accampamento dei Cesariani; un’altra ancora, tentò un assalto notturno.

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Ritratto di Marco Giunio Bruto, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Poiché Bruto non accettava il combattimento a viso aperto, Antonio e Ottaviano fecero gettare nel suo campo dei libelli, con cui esortavano i soldati o a passare dalla loro parte, o a combattere, se avevano coraggio. Quando iniziarono le prime defezioni, Bruto decise però di accettare lo scontro. Prima, però, spinto dalla necessità e contro la sua stessa indole, fece uccidere molti dei prigionieri che erano nel suo campo, non sapendo come sorvegliarli durante la battaglia e temendo di ritrovarseli contro. D’altronde, anche i suoi avversari avevano ucciso molti suoi soldati caduti prigionieri. Poi, si preparò alla battaglia: era il 23 ottobre. Si raccontava che la sera prima, fosse apparsa di nuovo a Bruto la figura misteriosa che tempo prima gli aveva detto di essere il suo cattivo demone, ma stavolta scomparve senza proferire parola ².

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L’apparizione dello spettro

Mentre i due eserciti erano schierati l’uno di fronte all’altro, due aquile volarono sopra di essi e combattendo, preannunziarono l’esito dello scontro: infatti, l’aquila che combatteva dalla parte dello schieramento di Bruto fu vinta e messa in fuga. Temendo altre diserzioni, verso l’ora nona, mentre il sole stava per tramontare, Bruto diede il segnale di attacco. La battaglia fu a lungo incerta e aspramente combattuta da ambo le parti. Poi, la fanteria di Bruto cedette al centro e fu travolta e anche la cavalleria, che pure aveva combattuto con valore, si arrese. Dopo la battaglia, i vincitori inseguirono i vinti, tra cui si trovava anche il poeta Orazio, per impedire che si raggruppassero, ma senza arrivare ad ulteriori scontri.

Si era ormai fatto buio; Bruto si era rifugiato su un luogo scosceso, accompagnato da pochi amici e ufficiali, tra cui il filosofo Publio Volumnio, lo scudiero Dardano e il suo schiavo Clito; cercò di raggiungere il suo accampamento, ma non vi riuscì. Quando poi seppe che una parte dei suoi soldati era passata al nemico, perse ogni speranza e, non volendo essere catturato vivo, decise di uccidersi. Dopo aver declamato due famosi versi di Euripide,

“O misera virtù, eri solo una parola e io ti adoravo come una cosa reale. Ma tu eri schiava del caso”. ³

supplicò Stratone, che gli era stato amico sin dai tempi degli studi di retorica, di ucciderlo. Stratone tenne ferma una spada sotto di lui, volgendo altrove lo sguardo; Bruto vi si gettò col petto sopra e subito morì ⁴.

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Suicidio di Bruto

Quando Antonio trovò il cadavere di Bruto, lo fece avvolgere nel più sontuoso dei suoi mantelli purpurei, in segno di rispetto, e provvide a inviare a Servilia, la madre di Bruto, i resti del figlio ⁵. Per molti anni, in gioventù, Servilia era stata amante di Cesare, tanto che circolava voce che Bruto fosse in realtà suo figlio. Per quanto riguarda Porcia, la moglie di Bruto, alcuni affermano che si suicidò ingoiando dei tizzoni ardenti quando seppe della morte del marito; altri ritengono che fosse già morta di malattia nell’estate del 43 a.C.

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Ritratto di Marco Antonio, Centrale Montemartini, Roma

Il trionfatore di Filippi fu senza dubbio Marco Antonio, in virtù della sua esperienza e delle sue capacità strategiche. Dopo la battaglia, Ottaviano, il cui ruolo nella battaglia era stato invece piuttosto marginale, non ebbe nessuna moderazione e fu crudele coi prigionieri più illustri. Per questo motivo, gli altri prigionieri, quando furono portati in catene al cospetto dei vincitori, salutarono tutti Antonio col titolo di “imperator” e coprirono invece Ottaviano di tremendi insulti ⁶. Molti aristocratici persero la vita nella battaglia, tra cui Marco, il figlio di Catone Uticense e il figlio dell’oratore Quinto Ortensio Ortalo. I repubblicani superstiti, sfuggiti alla cattura, cercarono rifugio presso Sesto Pompeo, che controllava la Sicilia.

NOTE

¹ Plutarco (Cesare 69, 11)

² Plutarco (Bruto, 48, 1)

³ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 49, 2)

⁴ Plutarco (Bruto, 52, 8)

⁵ Plutarco (Bruto, 53, 4)

⁶ Svetonio (Vita di Augusto, 13)