Equirria (27 febbraio)

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La stagione della guerra per i romani iniziava a Marzo, il mese consacrato proprio al dio Marte, e si chiudeva ad Ottobre. Il preludio si teneva però il 27 febbraio (con replica il 14 marzo), quando si teneva la festa degli Equirria o Ecurria. Gli Equirria venivano celebrati con delle corse di bighe nel campo Marzio, alla presenza del Flamine di Marte, presso l’antico altare del dio.

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Infatti, i luoghi di culto di Marte non potevano essere ubicati all’interno della città, in cui doveva regnare la pace ed era vietato l’accesso alle truppe armate. Il Campo Marzio, trovandosi al di fuori del Pomerio, era il luogo ideale per le attività connesse alla guerra. Nel suo margine nordoccidentale si trovava il Trigarium, il terreno di allenamento dove si svolgevano le corse durante gli Equirria.

Scoperta a Salonicco una statua di Afrodite

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Nuovi reperti archeologici sono stati rinvenuti durante gli scavi per la metropolitana di Salonicco. Tra le nuove scoperte, una statua acefala di Afrodite e mosaici pavimentali del IV secolo d.C. La statua di Afrodite è stata trovata nel sito della stazione di Hagia Sophia (Santa Sofia), nei pressi del complesso della fontana monumentale scoperto solo poche settimane fa. Il presidente della Attiko Metro SA, Yiannis Mylopoulos, ha pubblicato la foto della statua di Afrodite su Facebook. Come ha sottolineato, questa è solo l’ultima scoperta in ordine di tempo degli oltre 300.000 reperti venuti alla luce durante gli scavi archeologici per la metropolitana di Salonicco. In precedenza, erano venuti alla luce dei mosaici del IV secolo, molto ben conservati. I mosaici policromi, di grande valore estetico, sono stati trovati all’ingresso sud della stazione di Hagia Sofia.

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Gli archeologi ritengono che questi mosaici, dai tipici motivi geometrici, appartengano a un grande complesso di edifici pubblici o a una villa urbana del IV secolo d.C., e che abbiano adornato il pavimento della galleria di un portico. Della porzione di mosaico pavimentale conservato, spicca un medaglione con la figura di una donna seduta, il cui volto è andato perduto, mentre è ancora visibile la faccia di un bambino. Oltre ai pavimenti, si sono conservati resti delle mura e parte di un complesso termale.

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Dagli scavi che sono ancora in corso, e venuta alla luce una cisterna che riforniva di acqua le terme. Probabilmente, i frammenti di vetro rinvenuti nel sito appartenevano a bottiglie per oli aromatici usati dai frequentatori dei bagni. Si stima che il complesso sia stato edificato nel IV secolo e sia rimasto in uso fino al V secolo. Poi è stato abbattuto e sui suoi resti è stata costruita una piazza lastricata in marmo. Il presidente della Attiko Metro ha detto ritrovamenti non cambieranno il calendario dei lavori della metropolitana. “I risultati saranno valutati da un comitato speciale del Ministero della Cultura, al quale parteciperemo per decidere il modo migliore per valorizzarli”. Mylopoulos ha ribadito che per l’amministrazione della Attiko Metro, le antichità non sono considerate ostacoli ma parte importante del progetto.

(Fonti: greekreporter.com; voria.gr)

Regifugium (24 febbraio)

 

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Nel calendario romano, il 24 febbraio è il giorno del Regifugium (fuga del re), una cerimonia che risaliva ad epoca arcaica il cui significato era già oscuro per gli scrittori del I secolo a.C.. I sacerdoti Salii accompagnavano solennemente il Rex Sacrorum nel luogo dove si tenevano i comizi. Il Rex Sacrorum, il sacerdote che dopo la caduta della monarchia aveva assunto le funzioni religiose del re, officiava il sacrificio rituale e subito fuggiva via, probabilmente verso la Regia, nel santuario di Vesta, riapparendo in pubblico solo alle calende di marzo (il primo giorno del mese).

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In questi giorni finali dell’anno, che nell’antico calendario romano era composto da dieci mesi ed iniziava a Marzo, il Rex Sacrorum veniva sostituito dall’Interrex. Ovidio ricollegava questa festa alla commemorazione della cacciata dei re, ma si tratta di una spiegazione che non convince gli storici moderni. La cerimonia del Regifugium, che risalirebbe all’epoca dei Tarquini, sembra infatti essere in relazione con un altro antico rituale che si celebrava il 5 luglio, i Poplifugia, in cui invece del rex, era il popolo a fuggire. Terminato il periodo di “interregnum”, il rex Sacrorum che era fuggito a febbraio, tornava a marzo a sacrificare nel comizio riappropriandosi delle sue prerogative.

Terminalia (23 febbraio)

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Il 23 febbraio, ultimo mese dell’anno nell’antico calendario romano, si festeggiavano i Terminalia, la cui istituzione viene fatta risalire a Numa da Dionigi di Alicarnasso, Plinio il Vecchio e Plutarco. Si tratta di una festa pubblica dedicata al dio Terminus, protettore dei confini e delle mura, impersonificato nelle pietre terminali che delimitavano le proprietà private e i campi.

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Erma di Terminus

La festa celebrava il limite del territorio romano (ager), il termine dell’antico anno romano ed anche quello simbolico della gestazione delle donne. Terminus aveva una cappella dedicata nel tempio di Giove Ottimo Massimo, di cui, probabilmente, in origine costituiva un attributo che poi divenne autonomo. Una leggenda riportata da Dionigi narrava che quando si dovettero spostare – mediante il rito dell’exauguratio – le divinità insediate sul Campidoglio per procedere alla costruzione del tempio di Giove, tutte accettarono di ritirarsi tranne due, Iuventas e Terminus, alle quali pertanto dovettero essere riservate due cappelle all’interno del tempio. Da questo fatto, gli Auguri trassero un buon presagio: eterna giovinezza a Roma nella sua sede. I riti pubblici in onore di Terminus venivano celebrati, oltre che sul Campidoglio (centro simbolico della città e dell’ager), presso la sesta pietra miliare della via Laurentina (V/VI miglio, attuale Acqua Acetosa), un antico abitato la cui fortificazione risaliva al 770 a.C. e che forse era l’antica frontiera del territorio romano in quella direzione.

Terminus veniva inoltre celebrato anche nei riti privati. I vicini si riunivano presso la pietra terminale che segnava il confine tra i rispettivi poderi e vi ponevano una corona di fiori e una focaccia sacra. Poi offrivano al dio frumento, miele, vino, un agnello e un porcellino e intonavano la preghiera: ” O Terminus, sei tu che limiti i popoli, le città, i vasti regni; senza di te, ogni lembo di terra susciterebbe contrasti”.

Si ripete ad Abu Simbel il “Miracolo del Sole”

 

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Anche ieri 22 febbraio, migliaia di turisti si sono messi in fila per assistere al “miracolo del sole”, un fenomeno solare che si verifica due volte l’anno nel Tempio di Abu Simbel, nei pressi della città egiziana di Assuan. Alle prime luci dell’alba, i raggi di sole sono penetrati nel Sancta Sanctorum e hanno illuminato prima la statua di Ramses II, poi quella di Amon-Ra, re degli dei, e infine quella di Ra-Harakhti, che rappresenta il sole al tramonto; la quarta statua, quella di Ptah, dio delle tenebre, è rimasta immersa come sempre nel buio.

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Il fenomeno, frutto dei precisi calcoli astronomici degli antichi architetti egizi, si ripete ogni 22 febbraio e 22 ottobre, in concomitanza con l’inizio della raccolta e con la fine della piena del Nilo. Hossam Aboud, il funzionario egiziano responsabile del tempio, ha detto che lo spettacolo ha visto la partecipazione di oltre 3.000 turisti. Il tempio di Abu Simbel fu costruito nella roccia nel XIII secolo a.C., per volere di Ramses II, terzo faraone della XIX dinastia egizia, che regnò dal 1279 al 1213 a.C.. Tra il 1964 e il 1969, per salvarlo dall’aumento del livello delle acque del Nilo, causato dalla costruzione della nuova diga di Assuan l’enorme complesso templare è stato staccato dalla montagna, tagliato in blocchi e rimontato più in alto.

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Dopo lo spostamento, il fenomeno solare si è spostato di due giorni, dal 20 al 22. Il “miracolo del sole” è stato scoperto per la prima volta nell’era moderna nel 1874 dall’esploratrice inglese Amelia Edwards, che lo descrisse nel suo libro, “A Thousand Miles Above the Nile”.
(Fonte: dailysabah.com)

23 Febbraio 303: inizia la Grande Persecuzione di Diocleziano

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È l’alba del 23 febbraio del 303 a Nicomedia, in Bitinia, residenza imperiale dell’augusto Diocleziano. I pretoriani, agli ordini del prefetto del pretorio Flaccino, assalgono la chiesa cristiana posta su un’altura della città; sfondano le porte, bruciano i libri sacri, saccheggiano gli arredi e, infine, distruggono la chiesa dalle fondamenta. Dal palazzo imperiale di Nicomedia, Diocleziano, in compagnia del cesare Galerio osserva la scena; ha appena scatenato la grande persecuzione contro i cristiani.

La scelta del giorno non è casuale per questo principe “religiosissimus” e strenuo difensore della tradizione classica. Il 23 febbraio era la festa di Terminus, il dio che proteggeva la stabilità dei confini e quindi l’ordine costituito appena restaurato con grandi sforzi da Diocleziano. Ponendo l’inizio della persecuzione contro i cristiani sotto la protezione di Terminus, Diocleziano intendeva chiudere un’epoca di lotte e di instabilità che aveva funestato l’impero per quasi un secolo. Il giorno dopo, venne pubblicato l’editto, con cui l’imperatore ordinava la distruzione di tutte le chiese e dei libri sacri, la perdita delle cariche e dei diritti civili per tutti i senatori, cavalieri e decurioni di religione cristiana e il ritorno in schiavitù per i liberti cristiani in servizio nei palazzi imperiali. L’editto, che ci è stato tramandato nei contenuti solo da fonti cristiane, fu seguito nei mesi successivi da almeno altri quattro provvedimenti, con cui si imponeva a tutti i sudditi di compiere i sacrifici rituali. La pena per i trasgressori era la tortura fino al compimento dei propri doveri oppure la morte per gli irriducibili. La collera di Diocleziano contro i cristiani era aumentata gradualmente.

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Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

Già da alcuni anni Diocleziano aveva allontanato i cristiani dai ranghi dell’esercito, perché non riteneva di potersi fidare di persone la cui devozione era per Cristo e non per l’Augusto. Coloro che non sacrificavano alle divinità o al nume tutelare dell’imperatore, esprimendo così la loro fedeltà a Roma, vennero espulsi e, in casi estremi, giustiziati. Diocleziano riteneva ormai che i Cristianesimo fosse un serio ostacolo al suo sforzo di risollevare le sorti dell’impero. I cristiani, inclini al proselitismo e portatori di valori inconciliabili con l’insegnamento degli antichi, si opponevano a oracoli e riti sacrificali necessari alla religione tradizionale, minando in definitiva, con la loro carica eversiva, i pilastri stessi dell’ideologia imperiale. Tuttavia, solo negli ultimi anni del suo regno, Diocleziano vinse ogni titubanza e decise di passare a una massiccia repressione, convinto da influenti intellettuali di corte come il filosofo Porfirio e Sosiano Ierocle, il governatore della Bitinia, oltre che dal cesare Galerio, un convinto anticristiano e dai sacerdoti e aruspici, i cui responsi teneva in gran conto. Infatti, si narra che Diocleziano inviò anche un aruspice presso l’oracolo di Apollo Milesio a Didyma, per chiedere un parere del dio. Al suo ritorno, l’aruspice riferì che anche Apollo aveva parlato contro la religione cristiana, rafforzando così la decisione di Diocleziano.

La persecuzione fu sicuramente la più dura mai vista fino ad allora, ma ebbe diversa intensità ed efficacia nelle varie province, condizionata anche dall’atteggiamento dei singoli tetrarchi. Zelanti anticristiani furono in Oriente Diocleziano e Galerio e, nella parte occidentale da lui controllata, l’augusto Massimiano. Più blanda nelle Gallie e in Britannia, governate dal cesare Costanzo, padre di Costantino, in cui la presenza cristiana era comunque scarsa.

 

Caristia o Cara Cognatio (22 febbraio)

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Dopo i giorni dedicati alla cura e alle offerte rituali per i defunti (i Parentalia), il 22 febbraio è il giorno della festa dedicata alla riconciliazione tra i vivi e al rinsaldamento dei vincoli familiari: i Caristia, anche detti Cara Cognatio (Cara Parentela). È una festa del gruppo familiare allargato, in cui tutti i congiunti si riuniscono per un banchetto, in un’atmosfera di ilarità ed affetto; si bruciava l’incenso dinanzi ai Lari e si assisteva anche al reciproco scambio di doni.

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Larario della Casa dei Vettii

Elemento essenziale dei Caristia è la Concordia. Durante la festa è proibito l’affiorare di qualsiasi dissidio familiare. Anzi, secondo Valerio Massimo, era prevista la presenza di persone addette alla funzione di pacieri, per favorire la ricomposizione dei vecchi contrasti. Ovidio invita addirittura a non partecipare coloro che si fossero macchiati di insanabili colpe contro i loro parenti, per non turbare l’atmosfera. La collocazione dei Caristia subito dopo le festività dedicate ai defunti non è casuale. La presenza dei morti si avverte anche in questo giorno. Ovidio racconta infatti che al banchetto venivano offerte libagioni rituali ai “dis generis”, gli antenati divinizzati della famiglia. Il carattere di intimo affetto familiare dei Caristia ne permise la sopravvivenza dopo la cristianizzazione forzata dell’impero. Il calendario cristiano di Polemio Silvio, della metà del V secolo, menziona la festa col nome di Cara Cognatio e la sovrappone con quella del seppellimento di San Pietro e San Paolo. Infine, nel VI secolo, i canti, le danze e le libagioni che si accompagnavano a questa festa destarono accuse di paganesimo finché, nel 567, il Concilio di Tours condannò queste pratiche con l’accusa di profanare il giorno di san Pietro.

Morte di Gaio Cesare (21 febbraio 4 d.C.)

 

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Gaio Cesare

Il 21 febbraio è una delle ricorrenze più tristi nella vita di Augusto, costellata di enormi successi ma anche di immani dolori, causati sia dal comportamento non proprio esemplare di alcuni membri della sua famiglia, che dai lutti che lo privarono dei migliori rampolli della sua stirpe. Infatti, il 4 febbraio del 4 d.C., suo nipote Gaio, figlio adottivo ed erede designato, inviato da console in Siria, perse la vita a Limira, in Licia, mentre cercava di tornare via mare a Roma per curare i postumi di una ferita subita in un agguato due anni prima, nei pressi della fortezza di Artagira, e da cui non si era più ripreso. Augusto, folle di dolore, fece gettare in un fiume, con un macigno legato al collo, il pedagogo e gli aiutanti di Gaio, che avevano approfittato della malattia del figlio per operare malversazioni nella provincia. Gaio fu sepolto nel grande mausoleo che Augusto aveva fatto costruire per ospitare i resti mortali dei membri della sua famiglia, dove si ricongiunse al fratello Lucio, morto per un’improvvisa e misteriosa malattia il 20 agosto del 2 d.C. a Marsiglia, dove era stato inviato per fare esperienza sul campo.

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Lucio Cesare

Per la morte di Lucio, ci fu anche chi sospettò una attiva e interessata partecipazione di Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio.
Sempre alla ricerca di un discendente maschio da designare come successore, Augusto aveva già perso nel 23 a.C., a soli 19 anni, il suo amato nipote Marcello, figlio di sua sorella Ottavia e successore designato. Augusto aveva quindi fatto sposare sua figlia Giulia, vedova di Marcello, con Marco Agrippa e da questo matrimonio le sue speranze sembravano essere state esaudite. Nacquero Gaio nel 20 a.C. e Lucio nel 17, che Augusto adottò dopo la morte di Agrippa (12 a.C.) per farli crescere nella sua casa. Il Princeps aveva affidato l’istruzione di Gaio e Lucio al famoso grammatico Verrio Flacco: lezioni di grammatica, di lingua greca e di oratoria divennero il pane quotidiano dei due ragazzi, oltre ai rudimenti dell’arte militare, affinché crescessero con la padronanza di tutti i mezzi utili a esercitare il potere su un immenso impero. Leggiamo direttamente le parole con cui Augusto ricorda con affetto i suoi figli, impresse in eterno nel bronzo delle Res Gestae: “I miei figli […] Gaio e Lucio Cesari, in mio onore il senato e il popolo romano designarono consoli all’età di quattordici anni, perché rivestissero tale magistratura dopo cinque anni. E il senato decretò che partecipassero ai dibattiti di interesse pubblico dal giorno in cui furono accompagnati nel Foro. Inoltre i cavalieri romani, tutti quanti, vollero che entrambi avessero il titolo di principi della gioventù e che venissero loro donati scudi e aste d’argento” (Res Gestae, 14).

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Gaio Cesare bambino

Augusto aveva fatto partecipare i giovani Gaio e Lucio all’amministrazione dello stato e, appena furono abbastanza grandi, li aveva inviati nelle province e presso gli eserciti. Purtroppo, proprio queste missioni ebbero un esito tragico per le sorti della casata Giulia. Tutta l’amarezza di Augusto per la perdita dei due figli adottivi traspare nelle parole iniziali del suo testamento, fatto leggere in senato da Tiberio nel 14 d.C.: “Poiché un destino crudele (atrox fortuna) mi ha strappato i miei figli Gaio e Lucio, nomino mio erede Tiberio Cesare…” (Svetonio, Tiberio, 23). “Atrox Fortuna”, due parole che fanno capire bene il dolore che funestò gli ultimi anni di vita di Augusto.

Parentalia e Feralia

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Dal 13 al 21 febbraio a Roma si svolgevano i Parentalia o Dies Parentales, in cui i romani celebravano dei riti dedicati ai defunti. Durante questi nove giorni i magistrati non portavano le loro insegne, i templi erano chiusi, il fuoco non ardeva sugli altari, non venivano celebrati matrimoni. I primi otto giorni, dal 13 al 20 febbraio, facevano parte del culto privato. Solo l’ultimo giorno, il 21 febbraio, che i calendari indicano come Feralia, era una festa pubblica. Durante questo periodo, ciascuna famiglia si occupava dei propri morti. I congiunti portavano sulle tombe dei propri defunti delle corone e vi lasciavano delle offerte alimentari: sale, pane bagnato nel vino puro e violette.

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Secondo Festo, si sacrificava anche una pecora. Nell’arco temporale di questi nove giorni, si riteneva che i morti risalissero, vagassero liberamente tra i vivi e si nutrissero dei cibi preparati per loro. Il ritorno dei morti in questa occasione, però, non incuteva timore; essi, placati dai riti familiari, dopo aver visitato i vivi, tornavano sereni nella loro dimora sotterranea. Non sappiamo chiaramente, a causa della scarsità di fonti, in cosa consistesse la differenza tra i Feralia del 21 febbraio e i giorni precedenti.

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Ovidio ci racconta che, in questo giorno, si svolgeva un rito dedicato a una certa dea Tacita; una vecchia attorniata da fanciulle poneva tre grani d’incenso sotto una porta, legava fili ad un fuso scuro e si metteva in bocca sette fave nere. Doveva quindi bruciare su un fuoco una testa di pesce impeciato e cucito con un amo di rame e spargervi sopra del vino, bevendone poi con le fanciulle il residuo. Il rito è di oscura interpretazione. Le fave nere, invece, di cui le anime dei defunti sono ghiotte, ritornano in occasione di un’altra festa dedicata a morti ben più minacciosi, i Lemuria che si svolgevano a Maggio, ma questa è un’altra storia…

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Scoperto un tratto di strada romana nel Northumberland

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Archeologi al lavoro in un sito vicino a Ingoe, nel Northumberland, hanno trovato i resti di una leggendaria strada romana. La società archeologica AAG, era alla ricerca di un’antica strada conosciuta come Devil’s Causeway (la Strada del Diavolo). Si sa che la strada parte da Portgate sul Vallo di Adriano, vicino a Errington Arms, per arrivare fino alla foce del fiume Tweed, a Berwick-Upon-Tweed, ma alcune parti del suo tracciato non sono ancora state scoperte. Un lungo muretto tra Matfen e Belsay aveva attirato l’attenzione degli studiosi: alcuni credevano che si trattasse del muretto che delimitava il tracciato della Devil’s Causeway e altri ritenevano di trovarsi di fronte semplicemente a un vecchio muro a secco.
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Nel tentativo di risolvere la questione, gli archeologi della AAG hanno scavato alcune trincee per osservare una sezione trasversale dei resti e hanno scoperto uno degli elementi caratteristici della strada romana. Il team ha infatti scoperto il caratteristico pietrisco, già osservato negli scavi della Devil’s Causeway nei pressi di Netherwitton nel 2001 e di Shellbraes nel 1937.
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Il team leader Jon Welsh ha dichiarato: “Dopo aver esaminato tutte le prove disponibili e le diverse possibilità, l’unica spiegazione possibile era che ci trovassimo in presenza della Devil’s Causeway. Lo strato di pietrisco non sembrava fare parte di un muro, e sembrava essere troppo frammentato per essere qualcosa di diverso dalla massicciata della Devil’s Causeway”. Jon ha anche trovato i resti arrugginiti di un coltello romano e una fibbia, che conferiscono ulteriore credito alle sue affermazioni. Il team è stato aiutato nel suo lavoro dall’uso di droni, che ha consentito di avere visione dall’alto del sito.
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L’assistente di Jon, Cleo McQuarrie, ha dichiarato: “Uno dei problemi che abbiamo riscontrato è che il sito era così grande che non riuscivamo a vederlo tutto insieme. Ma ogni volta che facevamo alzare in volo il drone, la nostra scoperta iniziava a sembrare sempre più simile a una strada romana”. La Devil’s Causeway è diversa dalle altre strade romane poiché si pensa che sia stato costruita solo per essere utilizzata dalle pattuglie di cavalleria piuttosto che per i normali usi civili o dalle legioni in marcia. Il forte romano noto come Onnum, nell’odierna Halton Chesters, era stato realizzato per essere la base della cavalleria che pattugliava la Devil’s Causeway. Il forte fu costruito tra il 122 e il 126 d.C. dalla Sesta Legione e nel III secolo venne presidiato da un reggimento di cavalleria, l’Ala Prima Pannoniorum Sabiniana. Agli inizi del V secolo, quando i Romani abbandonarono la Gran Bretagna, gli Anglosassoni che ne presero il posto, abituati solo a costruzioni di legno, erano diffidenti e superstiziosi nei confronti degli edifici in pietra e delle strade lasciate dai romani ormai scomparsi. Non avendo idea di chi avesse costruito lo strano, dritto sentiero di pietra rialzato che attraversava le loro terre per più di 50 miglia, o del perché fosse stato costruito, gli anglosassoni e i loro discendenti medievali lo chiamarono Devil’s Causeway, cioè la Strada del Diavolo.
(Fonti: chroniclelive.co.uk; archaeologynewsnetwork.blogspot.it)