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Il mosaico di Pelope

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È stato finalmente riportato interamente alla luce il mosaico romano del IV secolo d.C. scoperto nel 2017 a Boxford, un villaggio del Berkshire, in Gran Bretagna. Il mosaico policromo decorava il pavimento di un’imponente villa e presenta vari personaggi della  mitologia greca.

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Si tratta di una delle più importanti scoperte archeologiche avvenute in Gran Bretagna negli ultimi anni. Quando il mosaico venne rinvenuto in un campo, due anni fa, fu subito ricoperto per non esporlo agli agenti atmosferici. Purtroppo, anche questa volta, il mosaico verrà ricoperto di terra e lasciato al sicuro sul posto; è troppo grande per trovare al momento posto in un museo.

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La ricostruzione del mosaico da parte degli archeologi

Il mosaico romano, che è lungo 6 metri, era probabilmente il vanto del proprietario della villa, che ne faceva sfoggio per impressionare i suoi ospiti. Tra i vari personaggi raffigurati, si notano quattro Telamoni agli angoli, Alessandro Magno con il cavallo Bucefalo, Eracle in lotta con un centauro, il cavallo alato Pegaso e Bellerofonte che uccide la Chimera, e al centro si trova una guardia armata che viene considerata l’unica rappresentazione contemporanea di un soldato del IV secolo rinvenuta in Gran Bretagna.

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Il soldato del IV secolo d.C.

La scena principale del mosaico rappresenta però la corsa dei carri a cui Pelope dovette partecipare per conquistare la mano della sua amata Ippodamia.
Pelope, uno dei più grandi eroi della mitologia greca, era figlio di Tantalo, re della Frigia, e nipote di Zeus. Un giorno, decise di chiedere la mano di Ippodamia, figlia di Enomao, re di Pisa nell’Elide. Pare che un oracolo avesse predetto ad Enomao che sarebbe stato ucciso dal marito della propria figlia, o che egli ne fosse perversamente innamorato.

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Ercole e il centauro

Comunque stessero le cose, per evitare che la figlia si sposasse, Enomao dichiarò che avrebbe concesso la mano di Ippodamia solo a chi fosse stato in grado di batterlo nella corsa dei carri. Chi però avesse partecipato alla corsa e ne fosse uscito sconfitto, sarebbe stato ucciso. Enomao esigeva che Ippodamia salisse sul cocchio del pretendente, a cui lasciava un vantaggio di mezz’ora. Enomao era sempre sicuro di vincere: Psilla e Arpinna, le cavalle, che aveva ricevuto in dono da suo padre Ares, erano le più veloci di tutta la Grecia, e Ippodamia sul carro costituiva una distrazione fatale per lo sfidante. Già dodici o tredici pretendenti erano stati uccisi da Enomao, che poi ne inchiodava le teste e le membra al portone del suo palazzo.

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Uno dei quattro Telamoni

Pelope, amato anche da Poseidone per la sua straordinaria bellezza, ricevette come dono dal suo divino amante un cocchio dorato trainato da cavalli alati ma, per essere ancora più sicuro di vincere, corruppe Mirtilo, l’auriga di Enomao. Pelope promise a Mirtilo che, se avesse sabotato i perni che reggevano i mozzi delle ruote del carro di Enomao, gli avrebbe concesso metà del suo regno e una notte d’amore con Ippodamia.

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Mirtilo (a sinistra) ed Enomao sul carro

Tutto si svolse secondo i piani; durante la folle corsa, mentre stava per raggiungere il cocchio di Pelope, il carro di Enomao perse le ruote e il re, rimasto impigliato nelle briglie, venne travolto dai suoi stessi cavalli e morì. Successivamente Pelope, che non aveva intenzione di dare la ricompensa pattuita con Mirtilo per il suo tradimento, gettò l’auriga di Enomao da una rupe a picco sul mare. Mentre precipitava incontro alla morte Mirtilo, che era figlio di Ermes, maledisse Pelope e i suoi discendenti, tra cui si annoverano Atreo e Tieste, che subirono gli effetti della maledizione.

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Il leone

Sposata Ippodamia, Pelope divenne re di Pisa e soggiogò tutta la regione, che da lui prese il nome di Peloponneso, che significa “Isola di Pelope”. Il suo nome è legato all’istituzione dei giochi olimpici. Secondo una tradizione, infatti, nei giochi funebri che si tennero alla sua morte, venne ripercorso, con una corsa di carri, l’itinerario della gara con Enomao; da quella rievocazione, nacque l’usanza di ripetere la gara ogni quattro anni. In quanto a Mirtilo, dopo la sua morte fu collocato da Ermes in cielo, tra le stelle, come costellazione dell’Auriga.

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L’arciere Iante, figlio di Atlante

Il mosaico di Pelope è databile agli anni tra il 360 e il 380 d.C.; solo pochi anni dopo, nel 410, le truppe romane completavano l’abbandono della Britannia lasciando la popolazione locale al suo destino.

Il mito di Ila

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Il rapimento di Ila, dalla Basilica di Giunio Basso; Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo

Questa splendida tarsia marmorea del IV secolo d.C., proveniente dalla ormai scomparsa basilica di Giunio Basso, sull’Esquilino, a Roma, rappresenta Ila e le ninfe di Pege, un mito molto popolare nell’antichità e narrato, tra gli altri, nelle Argonautiche di Apollonio Rodio.
Ila era un bellissimo giovane, figlio della ninfa Menodice e di Teodamante, re dei Driopi, che vivevano ai piedi del monte Parnaso. Durante una delle sue peregrinazioni, Eracle si trovò a passare per la terra dei Driopi, dove incontrò il loro re Teodamante, intento ad arare i campi con un aratro tirato dai buoi. Eracle era affamato o forse cercava solo un pretesto per menare le mani, per cui chiese che gli venisse consegnato uno dei buoi; al rifiuto di Teodamante, lo uccise. Dopo aver banchettato col bue, Eracle vide Ila e rimase così affascinato dalla sua bellezza che lo rapì e lo condusse con sé come scudiero nella spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, guidata da Giasone.

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Mosaico di Ila e le Ninfe, Musee Galo-Romain, Saint-Romain-en-Gal

Durante la spedizione, nel corso di una sosta della nave Argo lungo le coste della Misia, presso la foce del fiume Chio, Eracle andò alla ricerca di un albero per sostituire un remo che si era spezzato, mentre Ila fu mandato ad attingere l’acqua dalla vicina fonte di Pege, ma non fece mai ritorno. Quando Eracle tornò alla nave e gli fu riferito della scomparsa del suo amante Ila, si mise sulle sue tracce, insieme a Polifemo ¹, figlio di Elato, ma quando i due raggiunsero la fonte, vi trovarono solo l’anfora per l’acqua e nessun segno di lotta con nemici o animali feroci: Ila era letteralmente scomparso nel nulla. Eracle continuò a cercarlo ancora, coinvolgendo nelle ricerche anche i Misi, ma senza successo, e lo pianse a lungo, finché, rassegnato, decise di tornare a dedicarsi alle sue fatiche, abbandonando l’impresa degli Argonauti.

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Mosaico di Ila rapito dalle ninfe, da Volubilis, Marocco

Giasone, invece, dopo aver atteso invano tutta la notte il ritorno di Eracle e Polifemo, ordinò ai suoi compagni di riprendere il mare, per sfruttare il vento favorevole.
Eracle non venne mai a sapere che, mentre Ila era intento ad attingere l’acqua, Driope e le sue sorelle, le ninfe di Pege, se ne erano invaghite ed avevano indotto il giovane a seguirle in una grotta sott’acqua. Nessuno ne avrebbe mai più sentito parlare.

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Mosaico di Ila e le Ninfe (II secolo d.C.), Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo

Un destino che Ila condivise con tanti altri giovani di straordinaria bellezza, che le ninfe, così pericolose per i comuni mortali, attiravano in fondo ai pozzi o alle sorgenti. Si diceva che in onore di Eracle, i Misi facessero sacrifici in memoria di Ila nella città di Prusa, presso Pege; durante questi riti, i sacerdoti invocavano tre volte il nome di Ila e poi fingevano di cercarlo nei boschi.

NOTE

¹ L’argonauta Polifemo, da non confondersi con il ciclope avversario di Ulisse, era un eroe lapita, figlio di Elato e di Ippe. Abbandonato con Eracle da Giasone, Polifemo si stabilì presso Pege e fondò la città di Crio, dove regnò finché fu ucciso in battaglia dai Calibi.

L’immagine sopra il titolo è tratta dal dipinto Hylas and the Nymphs, opera del 1896 di John William Waterhouse, conservata nella Manchester Art Gallery.

 

Bucefalo, il cavallo di Alessandro Magno

Bucefalo è il nome del leggendario cavallo che Alessandro Magno ebbe al suo fianco per gran parte della sua vita. Ripercorriamo le principali vicende della sua vita accanto al sovrano macedone.

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Particolare del Mosaico di Alessandro, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Secondo quanto racconta Plutarco, quando nel 344 Alessandro aveva solo dodici anni, Filonico di Tessaglia offrì a Filippo il Macedone il cavallo Bucefalo per la somma, decisamente enorme, di tredici talenti. Tuttavia, il cavallo sembrava avere un carattere poco docile ed era assolutamente intrattabile: non tollerava che lo montassero e si rivoltava contro tutti quanti. Filippo, ormai irritato, ordinò che il cavallo fosse portato via perché secondo lui era completamente selvaggio e indomabile, quando il giovane Alessandro intervenne, proponendosi di montarlo e di pagare di tasca sua i 13 talenti in caso di insuccesso.
Alessandro, osservando il comportamento di Bucefalo, aveva infatti notato che il cavallo sembrava aver paura della propria ombra che vedeva muoversi dinanzi a sé e quindi, lo rivolse col muso verso il sole prima di salire in sella ¹. Si diceva che quando il giovane Alessandro tornò dal preoccupato padre in sella al cavallo, Filippo pianse di gioia, orgoglioso per il coraggio e l’abilità del ragazzo e, dopo aver baciato il figlio sulla testa, gli abbia detto:

“Figlio, cercati un regno che ti si confaccia: la Macedonia è infatti piccola per te” ².

Nello scetticismo generale e con grande sorpresa di tutti, Alessandro era riuscito a domare lo stallone che sarebbe divenuto suo compagno fidato e inseparabile per parecchi anni.

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Alessandro doma Bucefalo, Villa della Farnesina, Roma

Si narra che Bucefalo permettesse di cavalcarlo solo ad Alessandro e che, anzi, si inginocchiasse spontaneamente al sovrano macedone quando questi voleva salirgli in groppa. Tale era l’amore dello stallone per il suo padrone che, quando durante la battaglia per l’assedio di Tebe (agosto 335) Bucefalo fu ferito, non permise ad Alessandro di montare nessun altro cavallo.
Durante le sue guerre di conquista, accadde un giorno che Bucefalo venisse catturato dai nemici, i Mardi, in Ircania ³, o gli Ussiani, nel territorio dello Zagros, a seconda delle fonti. In preda al dolore e all’ira, Alessandro ordinò di rintracciare il cavallo e rese noto che avrebbe fatto uccidere tutti se non gli fosse stato riportato. Terrorizzati da questa minaccia, i predoni gli riconsegnarono Bucefalo.
Anche sulla fine di questo leggendario cavallo, avvenuta nel 326, esistono versioni contrastanti. La maggior parte degli storici ne imputava la morte alle ferite riportate nella vittoriosa battaglia del fiume Idaspe, combattuta da Alessandro contro il monarca indiano Poro (Paurava) ⁴. Arriano, riportando la testimonianza di Onesicrito, filosofo e storico al seguito del Macedone, sosteneva invece che Bucefalo non morì per le ferite, ma per la stanchezza e la fatica accumulata nei suoi trent’anni di vita.

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Bronzetto di Alessandro Magno risalente al I secolo a.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Quando l’animale morì, Alessandro ne fu molto colpito, perché riteneva di aver perso un compagno e amico, e fondò in sua memoria la città di Bucefala sulla riva destra dell’Idaspe, nel punto in cui la sua cavalleria aveva attraversato il fiume per attaccare l’esercito di Poro, presso l’attuale Djalalpur, nell’odierna regione del Punjab. Alessandro, in onore del suo fedele destriero, organizzò una processione funebre per Bucefalo e ne depose il corpo in un sepolcro al centro della città che ne portava il nome.
Anche sull’origine del nome di Bucefalo, che in greco significa “testa di bue”, le testimonianze non sono univoche. Alcuni dicono che la testa di questo stallone, di alta statura e dal forte carattere, ricordasse appunto la testa di un bue, e da ciò ne derivasse il nome. Altri affermano che il suo manto fosse nero e, sulla fronte, risaltasse una macchia bianca a forma proprio di testa di bue. Altri ancora ritenevano che Bucefalo, in battaglia, venisse ornato con corna d’oro per accentuarne l’aspetto temibile.
Appena tre anni dopo la morte di Bucefalo, la stessa sorte colse prematuramente anche Alessandro, alla giovane età di 33 anni.

NOTE

¹ Plutarco (Alessandro, 6, 1-6)

² Plutarco (Alessandro,  6, 8)

³ Plutarco (Alessandro,  44, 2)

⁴ Plutarco (Alessandro,  61, 1)

Il mosaico di Orione a Pompei

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È stata finalmente resa nota un’immagine intera del mosaico recentemente scoperto durante gli scavi a Pompei, nella Regio V, all’interno della Casa di Giove. Quello che all’inizio era stato descritto come un mosaico di “grande qualità artistica e con raffigurazioni straordinarie, prive, finora, di precisi confronti e che, a un primo esame, sembrano riferirsi a miti poco rappresentati, probabilmente di carattere astrologico”, sembra ora aver svelato il suo segreto.

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Si tratterebbe infatti di un “catasterismo”, cioè della collocazione di un dio o di un eroe tra le stelle, sotto forma di costellazione. Nel caso specifico, tutto lascerebbe supporre che si tratti di Orione.
Orione era un gigantesco e bellissimo cacciatore, per alcuni figlio di Poseidone ed Euriale, per altri del re Irieo e di Enopione. Durante la sua movimentata vita venne anche accecato per vendetta ma riacquistò la vista grazie all’intervento di Elios, il sole. Molteplici sono i miti che narrano della morte di Orione, alcuni dei quali, come raffigurato nel mosaico in questione, coinvolgono uno scorpione. In uno di questi, Orione finì per attirare le attenzioni e l’amore di Artemide, cui l’accomunava la passione per la caccia. Purtroppo Apollo, geloso di sua sorella Artemide, indusse la Madre Terra a scatenare un terribile scorpione contro Orione. Orione non riuscì a difendersi dall’invulnerabile scorpione né con le frecce, né con la spada, e fu infine costretto a gettarsi in mare per dirigersi a nuoto verso l’isola Ortigia, dove sperava di ottenere protezione. Tuttavia Apollo non aveva ancora concluso la sua trama; convinse con l’inganno Artemide a scagliare una delle sue infallibili frecce verso il bersaglio che si avvicinava nuotando verso l’isola a lui sacra. Artemide centrò in pieno la testa dello sventurato Orione, salvo poi disperarsi quando riconobbe il suo amato cacciatore. Asclepio, figlio di Apollo, che aveva acconsentito a ridonare la vita ad Orione su richiesta di Artemide, non poté completare l’opera perché ucciso da Zeus con una folgore, come punizione per aver violato le leggi della natura. In un altro mito, fu invece proprio il veleno dello scorpione a causare la morte di Orione.

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Comunque sia, alla disperata Artemide non restò che accogliere Orione tra le stelle, nella costellazione che da lui prende il nome, non a caso sempre inseguita nel cielo stellato, a debita distanza, da quella dello Scorpione, che sorge quando Orione tramonta. Nell’iconografia, Orione veniva spesso rappresentato come un gigante, con una spada, una mazza, una cintura e una pelle di leone.

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Proprio la spada alla cintura, oltre allo scorpione, ha consentito di identificare il personaggio rappresentato nel mosaico con Orione. Singolari sono le ali da farfalla che consentono al gigantesco cacciatore di ascendere al cielo.

11 dicembre: Agonalia dedicati a Sol Indiges

L’11 dicembre è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva altre tre volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte, e il 21 maggio a Veiove (Veiovis).

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Gli Agonalia dell’11 dicembre erano invece dedicati a Sol Indiges, antica divinità italica regolatrice delle stagioni e dei mesi. In età regia, i festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un ariete dal manto nero ad opera del re; in età repubblicana, il sacrificio veniva officiato da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un chiaro indizio dell’origine arcaica di questa festa.

La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio. Sol Indiges, il cui epiteto è tuttora oscuro, era ovviamente una divinità solare, venerata anche a Lanuvio, dove il santuario del dio sorgeva proprio nel luogo del mitico sbarco di Enea. Varrone attribuisce a Tito Tazio l’introduzione del culto di Sol Indiges a Roma ¹, e quindi ad un’epoca molto arcaica. Il santuario di Sol Indiges si trovava sul Quirinale, di fianco al tempio di Quirino. Pare anche, secondo quanto ci dice Festo, che la gens Aurelia, originaria della Sabina, si chiamasse in origine Auselia (prima del rotacismo della esse in erre) proprio dal nome del sole, che in sabino si dice “ausel” e ne celebrasse privatamente i riti sempre sul Quirinale, in un terreno concesso a spese dello stato per celebrarvi i sacrifici al Sole ². Il nome “ausel” è poi riconducibile ad Usil, il dio etrusco del sole.

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Usil, dio etrusco del sole

Il culto repubblicano di Sol Indiges, di origine italica, ebbe comunque sempre un’importanza secondaria e non va confuso con quello molto più tardo di Sol Invictus, portato a Roma una prima volta da Emesa, in Siria, dopo il 218 d.C. da Elagabalo, sotto la forma di una grossa pietra nera di probabile origine meteorica, e definitivamente da Aureliano nel 274, dopo la conquista di Palmira ³. Aureliano fece anche portare a Roma e posizionare nel monumentale tempio di Sol Invictus le statue degli dèi siriaci Bêl e Helios, il cui culto fu affidato ai pontefici del Sole, parificati nel rango ai più antichi pontefici romani. Onorato con splendidi giochi che si tenevano ogni quattro anni, il culto di Sol Invictus (l’invincibile), identificato con Mithra, il cui dies natalis veniva celebrato il 25 dicembre, vide una diffusione capillare nel III secolo d.C.

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Raffigurazione del Sole nel mosaico romano della Casa del Planetario a Italica, Spagna

Accompagnato da titoli come Oriens (colui che sorge) e Comes Augusti (Compagno dell’Augusto), Sol Invictus sarà raffigurato nelle monete, accanto all’imperatore, ancora fino al 324, durante il regno di Costantino, per poi scomparire improvvisamente, travolto dalla svolta religiosa del sovrano.

NOTE

¹ Varrone (De Lingua Latina, V, 74)

² Festo (p. 120 L)

³ Historia Augusta (Aureliano, 35, 3)