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Nascita di Adriano (24 gennaio 76 d.C.)

Publio Elio Adriano nacque il 24 gennaio del 76 d.C. a Roma ¹, nella casa materna sull’Aventino, dove ebbe come nutrice una schiava di nome Germana. Era figlio del senatore Publio Elio Adriano Afro, nativo di Italica, nei pressi dell’attuale Siviglia, e di Domizia Paolina, di Gades (l’odierna Cadice). La famiglia di Adriano, gli Aelii, era originaria di Hatria (Atri), nel Piceno, da dove nel 206 a.C., all’epoca degli Scipioni, si era trasferita in Hispania Baetica. Suo padre morì nell’86 e, da quel momento, ebbe come tutori il suo parente e futuro imperatore Ulpio Traiano e Publio Acilio Attiano, entrambi provenienti da Italica.

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Busto di Adriano da giovane, Museo Nazionale del Prado, Madrid

Il giovane Adriano aveva una memoria prodigiosa ed era uno studente particolarmente versato nelle materie artistiche; ebbe come insegnante il grammatico Quinto Terenzio Scauro, commentatore di Virgilio e Orazio, ma si appassionò ben presto alla letteratura greca, per cui venne soprannominato “Greculo” (graeculus) dai coetanei ²; inoltre, amava dipingere, scolpire in marmo e bronzo, cantare e suonare la cetra, uno strumento simile alla lira. Dopo aver rivestito la toga virile, Adriano si fece crescere la barba, ad imitazione dei greci e forse anche per coprire una cicatrice che gli deturpava il volto sin dalla nascita ³.

Nel 90, il giovane Adriano si recò ad Italica per visitare le proprietà familiari e lì conobbe Elio Adriano, il fratello del nonno che, da esperto astrologo, gli predisse che sarebbe divenuto principe e lo introdusse allo studio degli oroscopi e dell’astrologia, che furono sempre tenuti in gran conto dal futuro imperatore. In Spagna, Adriano si appassionò smodatamente anche alle battute di caccia, un’occupazione che il suo tutore Traiano riteneva biasimevole, per cui lo richiamò a Roma e lo accolse come un figlio nella sua casa sull’Aventino. La caccia, in particolare ai leoni e agli orsi, insieme alla cultura, fu una delle passioni che lo accompagnò per tutta la vita.

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Ritratto di Adriano da giovane, Museum of Art and Archaeology, University of Missouri

Nel 93 Adriano iniziò a rivestire incarichi pubblici: fu nominato prima nel collegio dei decemviri litibus iudicandis (un tribunale che giudicava su vertenze giudiziarie in materia civile), poi divenne praefectus feriarum Latinarum, un magistrato che sostituiva i consoli quando erano fuori Roma e infine sevir turmae equitum, cioè uno dei sei capisquadra della parata annuale che la classe equestre romana (gli equites) teneva il 15 luglio, chiamata Transvectio Equitum.

Come tutti i giovani appartenenti all’aristocrazia, iniziò la carriera militare nel 94 come tribunus militum nella legione II Adiutrix stanziata sul Danubio, ad Aquincum (l’odierna Budapest), in Pannonia e poi, nella legione V Macedonica, stabilita a Oescus, in Moesia. Adriano si trovava proprio in Moesia, quando giunse la notizia della morte di Domiziano, avvenuta il 18 settembre del 96, e della proclamazione di Nerva, e si recò personalmente a congratularsi con Traiano, che si trovava in Germania, a Mogontiacum, quando si seppe della sua adozione da parte di Nerva. Adriano restò a Mogontiacum come tribuno militare della legione XXII Primigenia, al comando di Giulio Urso Serviano, il marito di sua sorella Paolina, e si diede da fare per essere il primo a dare a Traiano la notizia della morte di Nerva, il 27 gennaio del 98, e quindi della sua ascesa al trono.

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Ritratto di Adriano, British Museum, Londra

Nonostante il cognato Serviano avesse cercato di metterlo in cattiva luce, riferendo a Traiano della sua eccessiva prodigalità e dei debiti che aveva contratto, Adriano riuscì comunque a conquistare il favore del nuovo imperatore, ed ebbe sempre grande sostegno dalle donne della famiglia di Traiano, Marciana, Matidia e Plotina, che ne ammiravano l’ingegno e la cultura. Soprattutto Plotina, la moglie di Traiano, sarebbe stata in seguito decisiva nella scalata al potere di Adriano.

NOTE

¹ Historia Augusta (Adriano, 1, 3)

² Historia Augusta (Adriano, 1, 5)

³ Historia Augusta (Adriano, 26, 1)

Morte di Caligola (24 gennaio 41 d.C.)

Il 24 gennaio del 41 d.C. Gaio Giulio Cesare Germanico, meglio noto come Caligola, figlio di Germanico e di Agrippina Maggiore e nipote di Augusto, veniva assassinato a Roma da due tribuni della guardia pretoriana. Era nato il 31 agosto del 12 d.C.

Dopo una strage di cittadini che si erano riuniti in massa nel Circo Massimo per protestare contro le esose misure fiscali stabilite da Gaio e fatti massacrare dai soldati per ordine del principe, molti si resero conto che non si potevano tollerare oltre le sue follie, anche perché il rischio di divenire vittime dei suoi capricci era elevato. Si organizzò quindi una congiura, capeggiata da due tribuni della guardia pretoriana, Cassio Cherea e Cornelio Sabino, a cui aderirono il liberto Callisto e il prefetto del pretorio Arrecino Clemente ¹.

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Busto di Caligola, Metropolitan Museum of Arts, New York 

Pare che molti collaboratori di Caligola, oltre a senatori e cavalieri, fossero a conoscenza di ciò che si stava tramando ma non denunciarono nulla, evidentemente preoccupati per il comportamento sempre più sfrenato del principe.

Callisto era un liberto di Gaio, grazie al quale aveva accumulato enormi ricchezze e potere; tuttavia, ben conoscendo il suo temperamento, sapeva che proprio quelle ricchezze rischiavano di attirare l’interesse del principe e di farne la sua prossima vittima. Iniziò quindi ad accattivarsi le simpatie di Claudio, zio di Caligola e fratello del defunto Germanico, con la speranza che in caso di morte del principe, l’impero passasse a lui e il suo potere restasse inalterato ².

Cassio Cherea era invece un anziano e fedele soldato che aveva finito col nutrire un profondo rancore personale nei confronti del principe; infatti, Caligola, che lo utilizzava spesso per gli incarichi più atroci, come torturare i testimoni o eliminare gli oppositori, lo accusava però di mollezza ed effeminatezza e, ogni volta che il tribuno entrava in servizio, per deriderlo gli consegnava parole d’ordine come “Desiderio“, “Venere“, “Priapo” e simili ³, oppure, gli porgeva da baciare la mano atteggiandola in un gesto osceno ⁴. Ovviamente, quando Cherea doveva passare la parola d’ordine agli altri tribuni o ai sottoposti, diveniva ogni volta oggetto di scherno e di risate.

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Busto di Caligola, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo 

Oscuri presagi aleggiavano nel frattempo sul futuro di Caligola. Pare che tempo prima un oracolo lo avesse avvisato di guardarsi da un certo Cassio e, per questo, il principe fece uccidere Gaio Cassio Longino, discendente del cesaricida, che era proconsole in Asia, dimenticando che anche Cherea si chiamava Cassio. Inoltre, alla vigilia della sua morte, sognò di trovarsi in cielo vicino al trono di Giove e che il dio, con una spinta dell’alluce del piede destro, lo avrebbe fatto precipitare sulla terra ⁵.

L’azione ebbe luogo mentre erano in corso l’ultimo giorno dei festeggiamenti per i Ludi Palatini, istituiti da Livia dopo la morte di Augusto. Durante i banchetti, Caligola mangiava e beveva con gli altri commensali e, come spesso accadeva, Quinto Pomponio Secondo, che era anche console, per adulare il principe sedeva ai suoi piedi e si chinava per baciarli. Cherea e Sabino assistettero all’umiliante spettacolo per cinque giorni ma, quando Caligola annunciò altri tre giorni di festa, perché voleva esibirsi di persona nella danza e interpretare una tragedia, decisero che non si poteva attendere oltre. Caligola aveva infatti anche deciso di partire al più presto per Alessandria, per visitare l’Egitto, privando così i congiurati della possibilità di agire.

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Busto in bronzo di Caligola, Metropolitan Museum of Arts, New York 

Quel giorno, il 24 gennaio, Caligola aveva assistito in teatro ad una tragedia intitolata Cinira. I congiurati rinunciarono all’idea di aggredire Caligola nel teatro, per evitare una strage tra i senatori e i cavalieri presenti; attesero quindi che il principe uscisse dal teatro per recarsi nel Palazzo, preceduto da suo zio Claudio, Marco Vinicio e Valerio Asiatico, che però proseguirono senza indugi per la loro strada; invece Caligola, mentre attraversava una galleria, si fermò ad assistere alle prove dello spettacolo in cui dei fanciulli dell’alta nobiltà, che aveva fatto appositamente giungere dalla Grecia e dalla Ionia, dovevano cantare un inno composto in suo onore. Vi sono due versioni diverse di ciò che allora accadde. Alcuni affermano che mentre Caligola stava parlando coi ragazzi, Cherea lo colpì alla nuca con un colpo di taglio della spada e quindi il tribuno Cornelio Sabino, l’altro congiurato, lo trafisse al petto. Secondo altri, Sabino, dopo aver fatto allontanare la folla da alcuni centurioni al corrente della congiura, aveva chiesto a Caligola la parola d’ordine e quando il principe aveva risposto “Giove“, Cherea, lo aveva colpito violentemente alla mascella mentre si voltava; stramazzato al suolo, con le membra contratte e mentre continuava a gridare, gli altri congiurati lo finirono con trenta coltellate e infierirono sul cadavere, arrivando anche ad assaggiarne le carni ⁶. Al primo rumore, i portatori della sua lettiga accorsero in aiuto armati di bastoni; lo stesso fecero anche i germani, che costituivano la guardia del corpo personale dell’imperatore; essi trovarono per primi il cadavere del principe e si lanciarono nel Palazzo alla ricerca degli assassini. Uccisero così alcuni degli attentatori e anche dei senatori assolutamente estranei al fatto, tra cui Asprena, Norbano Balbo e Anteio ⁷.

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Ritratto di Caligola, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen 

Subito dopo, Cherea inviò il tribuno Giulio Lupo, un parente di Clemente, a uccidere la moglie e la figlia di Caligola. Lupo trovò Cesonia in lacrime accanto al cadavere del marito, lorda del suo sangue e con la figlioletta ai suoi piedi. La uccise con un colpo di spada mentre un altro soldato, afferrata la loro figlia Drusilla, le sfracellò la testa contro un muro ⁸.

Nel frattempo, l’annuncio ufficiale della morte di Caligola placò infine la furia dei Germani, privi ormai del loro principe, mentre il popolo si radunava nel Foro, chiedendo la punizione dei responsabili dell’assassinio.

Erode Agrippa, re di Giudea e amico di Caligola, ne fece trasportare di nascosto il cadavere nei Giardini Lamiani, sull’Esquilino, dove fu posto sopra un rogo improvvisato e poi sepolto parzialmente carbonizzato, sotto un leggero strato di terra. Le sorelle di Caligola, Agrippina e Giulia Livilla, quando tornarono dall’esilio a cui erano state condannate dal fratello, ne fecero esumare e cremare il corpo e poi gli resero le onoranze funebri, facendone porre le ceneri in una tomba, forse nel Mausoleo di Augusto. Prima che ciò avvenisse, i guardiani di quei giardini si lamentarono per la presenza di spettri, che attribuirono alla sepoltura temporanea di Caligola in quel luogo, e la parte del Palazzo dove era stato ucciso fu infestata ogni notte fino a quando essa rimase distrutta da un incendio ⁹.

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Ritratto di Caligola, Museo Archeologico dei Campi Flegrei, Baia

Dopo la proclamazione di Claudio, che avvenne il giorno dopo l’assassinio di Gaio, Cassio Cherea, Giulio Lupo, i tribuni e i centurioni che avevano partecipato all’assassinio vennero messi a morte, perché colpevoli comunque di aver attentato alla vita di un principe; Cornelio Sabino fu invece assolto da Claudio, ma si suicidò, vergognandosi di sopravvivere ai suoi compagni congiurati ¹⁰.

Caligola morì dopo solo tre anni, dieci mesi e otto giorni di regno; proprio lui che negli ultimi tempi della sua vita aveva iniziato a farsi adorare come una divinità, secondo lo sprezzante giudizio dello storico Dione Cassio, “imparò dall’esperienza dei fatti di non essere un dio” ¹¹.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LIX, 29, 1)

² Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XIX, 64-66)

³ Dione Cassio (Storia Romana, LIX, 29, 2); Svetonio (Caligola, 56); Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XIX, 29)

⁴ Svetonio (Caligola, 56)

⁵ Svetonio (Caligola, 57)

⁶ Dione Cassio (Storia Romana, LIX, 29, 7)

⁷ Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XIX, 122-126)

⁸ Svetonio (Caligola, 59)

⁹ Svetonio (Caligola, 59)

¹⁰ Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XIX, 269-273)

¹¹ Dione Cassio (Storia Romana, LIX, 30, 1)

Nascita di Gordiano III (20 gennaio 225 d.C.)

Il 20 gennaio del 225 d.C. nasceva a Roma Marco Antonio Gordiano, noto come Gordiano III; venne proclamato imperatore dai pretoriani, che avevano appena assassinato i due Augusti Pupieno e Balbino. Gordiano III era figlio del senatore Giunio Licinio Balbo e di Mecia Faustina, figlia di Gordiano I e sorella di Gordiano II, e salì al trono alla giovane età di tredici anni.

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Busto di Gordiano III, Museo del Louvre, Parigi

Apparteneva a una facoltosa famiglia di proprietari terrieri che era arrivata al soglio imperiale nel 238 d.C. con il nonno e lo zio del piccolo Gordiano. Infatti, in seguito all’aumento della pressione fiscale e delle requisizioni di terre necessari per sostenere le spese delle guerre contro i Germani, era scoppiata una rivolta contro l’imperatore Gaio Giulio Vero Massimino, detto il Trace, appoggiata dai ricchi proprietari terrieri appartenenti alla classe senatoria, che lamentavano continue vessazioni da parte del sovrano. La sollevazione iniziò nel febbraio del 238 in Africa, a Cartagine, dove il procuratore a cui era affidata l’amministrazione fiscale venne assassinato durante una rivolta popolare ¹. I rivoltosi si recarono a Tisdro, dove proclamarono imperatore l’ottantenne proconsole d’Africa, Marco Antonio Gordiano Semproniano Romano. 

Gordiano I, dopo una iniziale riluttanza, spinto dall’ambizione, accettò la carica e si associò subito al potere l’omonimo figlio Gordiano iunior, che aveva la carica di legato della provincia, conosciuto in seguito come Gordiano II. Poi, i due si recarono a Cartagine, dove organizzarono un piano per eliminare Vitaliano, il prefetto del pretorio fedele a Massimino. A tale scopo, Gordiano I inviò a Roma un gruppo composto da centurioni e soldati disposti a tutto e guidati dal questore della provincia d’Africa. I sicari, fingendo di dover comunicare a Vitaliano un messaggio da parte di Massimino, si introdussero alla sua presenza e lo accoltellarono senza problemi.

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Ritratti di Gordiano I e Gordiano II

Dopo l’assassinio, il Senato riconobbe ufficialmente i due Gordiani e invitò il resto delle province a fare altrettanto. Massimino si trovava in Pannonia e, consigliato dalla moglie a non reagire con eccessiva ferocia contro in Senato di Roma, si limitò a cercare di soffocare la rivolta solo in Africa, dove Capelliano, il legato di Numidia, al comando di un esercito composto da legionari numidi, tra marzo e aprile del 238, sconfisse e uccise in battaglia Gordiano II. Poi, mentre le sue truppe entravano a Cartagine, anche l’anziano Gordiano I si tolse la vita. Erano trascorsi solo ventidue giorni dall’acclamazione dei due Gordiani ma, con la loro morte, Massimino il Trace non aveva risolto i suoi problemi; infatti, la rivolta si era ormai estesa a tutta l’Italia.

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Busto di Gordiano III, Altes Museum, Berlino

Il Senato, in cui era forte la presenza dei latifondisti, si preparò a organizzare la resistenza contro Massimino ed elesse a questo scopo un collegio di vigintiviri per la difesa dello Stato, dai quali scelse due anziani membri, che vennero proclamati imperatori: Marco Clodio Pupieno Massimo e Decimo Celio Balbino.

Il primo atto di Pupieno e Balbino fu la divinizzazione dei due Gordiani ²; poi, per tranquillizzare il popolo e i soldati, da sempre favorevoli alla stabilità che in teoria veniva garantita da una dinastia, nominarono cesare il tredicenne Gordiano III. Quindi, mentre Balbino restava a Roma, Massimo Pupieno, alla testa dell’esercito, si dirigeva contro Massimino che, nel frattempo, per reprimere la rivolta, era entrato in Italia e stava assediando Aquileia, la cui difesa era affidata a due abili funzionari di rango consolare: Rutilio Pudente Crispino e Tullio Menofilo.

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Busto di Massimino il Trace, Musei Capitolini, Roma

Durante l’assedio di Aquileia, trovatesi in territorio ostile e con i rifornimenti tagliati, le truppe di Massimino persero morale e subirono gravi perdite. Iniziò quindi a serpeggiare il malcontento tra i soldati e, alla fine di maggio del 238, alcuni uomini della II legione Partica, preoccupati per la sorte dei propri familiari, che erano stanziati nei pressi di Roma, sul monte Albano, uccisero Massimino, suo figlio Gaio Giulio Vero Massimo, che era stato nominato cesare, e il prefetto del pretorio Anullino. Le loro teste vennero inviate a Roma. Pupieno, giunto da Ravenna ad Aquileia dopo l’assassinio di Massimino, si limitò a perdonare e rimandare a casa le truppe del defunto imperatore, per poi tornare dopo qualche giorno – accompagnato da ausiliari a lui fedeli venuti dalla Germania – a Roma, dove fu accolto dall’altro augusto Balbino e dal cesare Gordiano III.

Nell’Urbe, i due augusti continuarono formalmente a governare di comune accordo, anche se ognuno di loro riteneva di essere meritevole del potere supremo. Putroppo per Balbino e Pupieno, i pretoriani non sopportavano di sottostare agli ordini di due sovrani nominati dal Senato e non da loro stessi; li tratteneva solo la presenza degli ausiliari germani presenti a Roma, che proteggevano Pupieno. Tuttavia, nel giugno 238, i pretoriani decisero di agire e assalirono il palazzo imperiale mentre Balbino, sprecando tempo prezioso, si opponeva al tentativo di Pupieno di chiamare i germani in aiuto, temendo che il collega li volesse usare contro di lui.

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Ritratti di Pupieno e Balbino

Mentre i due augusti discutevano tra loro, i pretoriani sfondarono le porte e li afferrarono, lacerandone le vesti; li trascinarono seminudi fuori dal palazzo, oltraggiandoli in ogni modo, percuotendoli e strappando loro barba e sopracciglia. Poi, venuti a sapere che i germani stavano arrivando in tutta fretta in difesa dei sovrani, uccisero barbaramente i due principi e ne abbandonarono i corpi sulla strada. Quindi, sollevarono sulle spalle il cesare Gordiano, lo proclamarono imperatore e lo portarono nel loro accampamento, restando in attesa delle decisioni del Senato. Gli ausiliari germani, constatata la morte di Pupieno e Balbino, ritennero inutile combattere per due cadaveri e ritornarono nel loro quartier generale ³. Così morirono, dopo solo pochi mesi di regno, Pupieno e Balbino, all’età rispettivamente di settantaquattro e sessant’anni ⁴.

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Sarcofago di Acilia (Particolare), con probabile ritratto di Gordiano III; Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo

Il Senato ovviamente ratificò la proclamazione di Gordiano III per non entrare in attrito coi pretoriani e perché il ragazzo era in fondo benvoluto da tutti, in quanto il nonno e lo zio erano morti per essersi opposti a Massimino. Gordiano III regnò fino al 244, guidato abilmente dal suo prefetto del pretorio Gaio Furio Sabino Timesiteo Aquila, di cui sposò la figlia Tranquillina. Purtroppo per lui, Timesiteo morì nel 243 e la prefettura del pretorio fu assunta da Marco Giulio Filippo, detto l’Arabo; per Gordiano III fu l’inizio della fine.

NOTE

¹ Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, VII, 4, 6)

² Historia Augusta (Vite di Massimo e Balbino, 4, 1)

³ Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, VIII, 8, 3-7 )

⁴ Zonara (Epitome, XII, 17)

Morte di Teodosio I (17 gennaio 395)

Il 17 gennaio del 395 d.C., durante il consolato di Olibrio e Probino, Flavio Teodosio I, detto il Grande, moriva a Milano, per un improvviso aggravarsi della malattia di cui soffriva, l’idropisia. Aveva solo quarantasette anni e sarebbe stato l’ultimo sovrano a regnare su un impero romano unificato.

Dopo la vittoriosa battaglia del Frigido, del 6 settembre 394, in cui sconfisse l’esercito dell’usurpatore Eugenio, Teodosio si recò a Milano, preceduto dal vescovo Ambrogio, col quale spesso in passato i rapporti erano stati burrascosi. A Milano, Teodosio iniziò a lavorare al progetto di riorganizzazione dell’impero, che intendeva suddividere tra i due figli avuti dalla prima moglie Elia Flaccilla: Arcadio, Augusto d’Oriente, e Onorio, Augusto d’Occidente.

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Ritratti di Arcadio (Museo Archeologico di Istanbul) e Onorio (Musei Capitolini)

Per questo motivo, e forse perché sentiva arrivare vicina la fine, fece venire a Milano Onorio, che aveva solo dieci anni, di cui affidò la tutela al magister utriusque militiae Flavio Stilicone, il comandante dell’esercito di origini vandale sposato con Serena, la figlia adottiva dell’imperatore. Il diciottenne Arcadio era invece rimasto a Costantinopoli, affidato alla guida di Flavio Rufino, il potente prefetto del pretorio originario dell’Aquitania, in un Oriente minacciato dalle frequenti incursioni degli Unni.

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Dittico rappresentante Stilicone, sua moglie Serena e il figlio Eucherio, Museo del Duomo, Monza

Per festeggiare l’arrivo di Onorio a Milano, Teodosio, in un momento di sollievo dalla malattia che già lo affliggeva, indisse delle corse dei carri nel Circo. Era il 17 gennaio del 395 e Teodosio, col figlio e tutta la corte imperiale, assistette alle corse delle bighe che si svolsero di mattina ma, dopo pranzo, iniziò ad accusare un grave malessere. Non essendo più nelle condizioni di presenziare alle corse pomeridiane, incaricò Onorio di continuare ad assistervi senza di lui ¹. Durante la notte, morì serenamente, col conforto spirituale del vescovo Ambrogio, il quale riferì che l’ultima parola pronunciata da Teodosio prima di spirare era stata “dilexi“, cioè “ho amato“. Era nato l’11 gennaio del 347 a Cauca, nella Callecia Iberica (l’odierna Galizia), ed era stato incoronato imperatore a Sirmium il 19 gennaio del 379.

Il 25 febbraio del 395, in una chiesa di Milano, il vescovo Ambrogio pronunciò l’orazione funebre per il defunto imperatore, alla presenza di Onorio e di Stilicone. Il corpo di Teodosio venne imbalsamato e portato a Costantinopoli, dove giunse l’8 novembre del 395, per essere sepolto nella Chiesa dei Santi Apostoli ², il luogo di sepoltura degli imperatori d’Oriente.

NOTE

¹ Socrate (Storia Ecclesiastica, V, 26, 3-4)

² Zosimo (Storia Nuova, IV, 59, 4)

Nascita di Lucio Ceionio Commodo (13 gennaio 101 d.C.)

Lucio Ceionio Commodo nacque il 13 gennaio del 101 d.C., da una potente e influente famiglia italica di dignità senatoria, quella dei Ceionii, originaria dell’Etruria o di Faenza. Suo nonno aveva rivestito il consolato e il suo omonimo padre, il senatore Lucio Ceionio Commodo, fu anch’esso console ordinario nel 106.

Nel 136 Adriano era ormai gravemente ammalato; soffriva di perdite di sangue dal naso che ultimamente andavano aumentando di frequenza; dopo un’altra tremenda emorragia, temendo di essere prossimo alla morte ed essendo privo di figli, capì che era il momento di designare un successore. La sua scelta, contro il parere di tutti i suoi consiglieri, cadde su Lucio Ceionio Commodo che, tra giugno e agosto del 136, dopo l’adozione da parte di Adriano, prese il nome di Lucio Elio Cesare.

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Ritratto di Elio Cesare, Galleria degli Uffizi, Firenze

Ceionio era un senatore di bell’aspetto, frivolo, molto elegante ed amante del lusso e delle donne, ma non godeva egli stesso di buona salute; già da tempo gli accadeva di vomitare sangue ¹ ed era probabilmente malato di tubercolosi. Aveva sposato Avidia Plauzia, figlia di Gaio Avidio Nigrino, uno dei quattro senatori accusati di complotto che erano stati fatti uccidere nel 118 d.C., all’inizio del principato di Adriano.

Avidia Plauzia aveva dato a Ceionio due figli: Lucio Ceionio Commodo (il futuro Lucio Vero), e Ceionia Fabia, che era stata fatta fidanzare da Adriano col giovane Marco Annio Vero, soprannominato Verissimus dal principe e conosciuto in seguito come Marco Aurelio.

La notizia dell’adozione provocò un certo sdegno nel cognato novantenne Lucio Giulio Urso Serviano e nel diciottenne Pedanio Fusco, nipote di Serviano e di Domizia Paolina, sorella di Adriano. Entrambi furono condannati a morte da Adriano nel 137, in uno dei suoi impeti di crudeltà che furono frequenti nei suoi ultimi anni.

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Aureo di Lucio Elio Cesare

Prima di essere ucciso, Serviano chiese del fuoco e, bruciando dell’incenso, pronunciò questa maledizione:

Che io non ho colpe, voi, numi immortali, lo
sapete: per Adriano io chiedo solo questo, che egli se vorrà morire, non possa farlo” ².

E di fatto Adriano rimase malato e sofferente per molti mesi ancora, implorando spesso la morte, ed esprimendo il desiderio di togliersi la vita da sé.

Per festeggiare l’adozione di Elio Cesare, fu elargito un donativo al popolo e distribuiti ai soldati trecento milioni di sesterzi, e vennero allestiti dei giochi nel Circo ³.

Dopo aver rivestito il consolato nel 136 e l’adozione, Elio Cesare fu nominato console per la seconda volta nel 137 e inviato a Carnuntum, nella provincia di Pannonia con imperium proconsolare, forse per ottenere il favore dell’esercito.

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Ritratto di Elio Cesare, Casino dell’Aurora Pallavicini, Roma

Adriano era però perfettamente a conoscenza dello stato di salute malferma che affliggeva il suo figlio adottivo. Si narrava che, alludendo alla salute del suo successore, ripetesse spesso la frase:

Ci siamo appoggiati ad un muro pericolante ed abbiamo sprecato i trecento milioni di sesterzi donati al popolo e ai soldati per l’adozione di Commodo” ⁴

Una volta, mentre passeggiava in giardino in compagnia di uno dei letterati di cui amava circondarsi, il principe ebbe a dire, ridendo,

Mi sono adottato un dio, non un figlio” ⁵

alludendo al costume di divinizzare il sovrano dopo la morte. Probabilmente, con l’adozione di Elio Cesare, a cui non restava molto da vivere, Adriano intendeva garantire una tranquilla transizione al potere per quello che nelle sue intenzioni era il successore ideale: l’amato Verissimus ⁶, che era allora quindicenne. Si diceva, comunque, che Ceionio avesse accettato l’adozione da parte di Adriano a condizione che suo figlio Commodo ⁷ avesse un giorno regnato insieme ad Annio Vero.

In Pannonia, complice un clima non certo salubre, la salute di Elio Cesare si aggravò ulteriormente, costringendolo a ritornare a Roma nell’inverno del 137. Dopo il suo ritorno, Elio si mise al lavoro per preparare un discorso di ringraziamento rivolto al padre adottivo Adriano, che intendeva pronunciare in Senato il primo gennaio del 138. L’ultima notte di dicembre, invece, Elio Cesare morì nel sonno in seguito ad un’altra emorragia, dopo aver bevuto una pozione medicinale ⁸.

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Statua di Elio Cesare in posa eroica, Museo del Louvre, Parigi

Elio Cesare era molto amante dei piaceri della vita e versato nelle lettere, nell’eloquenza e nella poesia. Si interessava di cucina e, a questo proposito, si diceva che tenesse sempre accanto al letto l’opera di Apicio ⁹, il cuoco vissuto ai tempi di Tiberio;  pare che Elio Cesare fosse stato anche il creatore della ricetta del pentefarmaco, che era il piatto preferito da Adriano, composto da fagiano, maiale, pavone, prosciutto con pasta e cinghiale ¹⁰. Elio amava circondarsi di concubine e, tra i suoi libri preferiti, c’erano gli Amores di Ovidio e gli Epigrammi di Marziale. Alla moglie che si lamentava per le sue frequentazioni con le concubine, Elio rispondeva:

Lasciami sfogare con altre le mie voglie, perché la parola moglie è sinonimo di dignità, non di piacere” ¹¹.

Dopo la sua morte, Adriano fece innalzare statue colossali in onore di Elio Cesare in tutto l’impero ed impose al nuovo successore Arrio Antonino ¹², di adottarne il figlio Commodo, insieme ad Annio Vero.

 

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LXIX, 17, 1)

² Dione Cassio (Storia Romana, LXIX, 17, 2)

³ Historia Augusta (Vita di Elio, 3, 3)

⁴ Historia Augusta (Vita di Adriano, 23, 14)

⁵ Historia Augusta (Vita di Elio, 4, 4)

⁶ Annio Vero “Verissimus” è il futuro Marco Aurelio.

⁷ Commodo è invece il futuro Lucio Vero.

⁸ Historia Augusta (Vita di Elio, 4, 7)

⁹ Apicio è l’autore di una raccolta di ricette intitolata De re coquinaria libri X.

¹⁰ Historia Augusta (Vita di Adriano, 2, 7)

¹¹ Historia Augusta (Vita di Elio, 5, 11)

¹² Noto in seguito come Antonino Pio.

Nascita di Teodosio I (11 gennaio 347 d.C.)

Flavio Teodosio, detto il Grande, nacque l’11 gennaio del 347 d.C. a Cauca, nella Callecia Iberica (l’odierna Galizia). Proveniva da una influente famiglia dell’aristocrazia locale. Suo padre, Teodosio il Vecchio, aveva fatto carriera nell’esercito; sua madre si chiamava Termanzia. Non sappiamo nulla sulla giovinezza di Teodosio, che si svolse serenamente nella ricca provincia iberica. La svolta avvenne quando, nel 368, l’imperatore Valentiniano I incaricò Teodosio il Vecchio di riportare l’ordine in Britannia, che era sconvolta da una rivolta contro i funzionari romani. Tra le truppe che il comandante romano si portò al seguito, c’era anche il suo giovane figlio Teodosio.

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Solido di Teodosio I, coniato a Costantinopoli tra il 379 e il 383

Teodosio il Vecchio riuscì con successo nell’impresa, grazie alla sua risolutezza a alla sua abilità diplomatica; fece ricostruire le fortificazioni danneggiate e parte del Vallo di Adriano e ripristinò in breve tempo l’amministrazione civile. Come ricompensa per il servizio svolto, Teodosio il Vecchio fu nominato comandante dell’esercito e sovrintendente delle Gallie. Poi, fu inviato sul confine del Reno, sempre col figlio al seguito, per contrastare le scorrerie degli Alamanni; nel 371, penetrato in Alamannia dalla Rezia, Teodosio il Vecchio riuscì a catturare molti prigionieri. Nel frattempo, in Africa, un certo Firmo, proveniente da una famiglia di principi mauritani, mirava al titolo imperiale e cercava di sottrarre la regione al dominio romano. A Teodosio il Vecchio fu ordinato di partire da Arles per risolvere il problema; giunto in Africa, oltre a scontrarsi con Firmo, Teodosio ebbe grossi problemi con Romano, che era il comes Africae, cioè il più alto funzionario imperiale in quel settore dell’impero. Ritenendo Romano un complice dell’usurpatore, Teodosio lo fece arrestare, per poi sconfiggere nel 374 le truppe di Firmo, che si tolse la vita.

Intanto, Teodosio figlio, in virtù dell’esperienza maturata col padre sui campi di battaglia, nel 373 era stato nominato dux Moesiae, cioè comandante dell’esercito nella provincia della Mesia, una regione del basso Danubio, dove affrontò con successo un gruppo di Sarmati che minacciava la zona, massacrandoli e costringendo i superstiti alla sottomissione ¹. Purtroppo, un tragico evento giunse ad interrompere la carriera del giovane Teodosio.

Dopo la morte di Valentiniano I, il 7 novembre del 375, forse come vendetta per gli attriti con il Comes Africae Romano o per il favore dimostrato nei confronti dei Donatisti in Africa, nel 376 suo padre venne accusato di alto tradimento, condannato a morte su ordine di Graziano e giustiziato a Cartagine, dopo essere stato battezzato. In Occidente regnavano ora i figli del defunto Valentiniano I: Graziano e, in posizione subordinata, Valentiniano II; l’Oriente era invece nelle mani di Valente.

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Probabile ritratto di Teodosio I, Museo di Afrodisia, Turchia

Dopo il duro colpo della morte del padre, in attesa di tempi migliori, Teodosio figlio si ritirò in una specie di esilio volontario in Spagna, dove sposò Elia Flavia Flaccilla, da cui ebbe il suo primo figlio, Arcadio. Fu allora che un evento inaspettato e catastrofico per l’impero consentì a Teodosio di tornare ad essere protagonista. Il 9 agosto del 378 l’imperatore Valente venne rovinosamente sconfitto dai Goti e perse la vita nei pressi di Adrianopoli; di lui non si ritrovò più neppure il corpo. Fu una sconfitta che, nelle settimane successive, gettò nel panico l’impero. Graziano era ancora molto giovane e Valentiniano II era solo un bambino; serviva un uomo con l’esperienza necessaria a riportare sotto controllo la situazione. Venuto a conoscenza della notevole reputazione militare che si era guadagnato come ufficiale sui campi di battaglia ², Graziano mandò quindi a chiamare Teodosio dal suo ritiro iberico e lo nominò comandante dell’esercito. Teodosio, penetrato in Tracia, affrontò i barbari e ne fece strage. Venuto a conoscenza della vittoria da Teodosio stesso, il 19 gennaio del 379 Graziano lo nominò Augusto d’Oriente, al posto del defunto Valente, e tornò in Italia.

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Solido di Teodosio I

Teodosio fu l’ultimo imperatore a regnare sull’Impero unificato, ma è maggiormente ricordato per aver bandito ogni forma di credo estraneo a quello niceno con l’Editto di Tessalonica (febbraio 380) e per aver proibito ogni culto politeista con i decreti Teodosiani del 391-392; inoltre, il 6 settembre del 394 d.C., al termine di una battaglia durata due giorni, sconfiggendo l’usurpatore Eugenio nella pressi del fiume Frigido, Teodosio pose anche fine all’ultimo tentativo politico-militare di rivincita pagana. Ancora oggi la figura di Teodosio il Grande è oggetto di pareri contrastanti, poiché per la chiesa ortodossa è considerato santo, mentre, per molti studiosi, costituisce un esempio di intolleranza religiosa e cupidigia.

NOTE

¹ Ammiano Marcellino (Storie, XXIX, 6, 15-16)

² Zosimo (Storia Nuova, IV, 24, 4)

Cesare varca il Rubicone (11 gennaio 49 a.C.)

L’11 gennaio del 49 a.C., il proconsole e pontefice massimo Giulio Cesare attraversava il Rubicone, violando sia la regola che vietava di condurre gli eserciti fuori dalla provincia della Gallia Cisalpina che gli era stata assegnata, che il senatusconsultum del 7 gennaio, che gli imponeva di congedare le sue truppe. Aveva così inizio la guerra civile contro Pompeo Magno. Come si arrivò a questa decisione?

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“Caesar” di Adolphe Yvon, olio su tela, 1875

Cesare aveva ormai concluso la conquista delle Gallie e si avvicinava la data del 1° marzo del 50 a.C., che era la scadenza del suo secondo proconsolato quinquennale, al termine del quale, senza più imperium, sarebbe tornato ad essere un comune cittadino. Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo era morta nel 54, indebolendo il rapporto tra i due triumviri. Inoltre, a Roma, la morte del terzo triumviro Crasso a Carre nel 52, aveva alterato irrimediabilmente i rapporti di equilibrio del triumvirato, consentendo alla fazione avversa a Cesare, che vedeva ormai in Pompeo il suo difensore, di prendere il sopravvento, con la chiara intenzione di portare in giudizio Cesare da privato cittadino. L’intenzione di Cesare era invece di essere nominato nuovamente console per il 48, riottenendo così l’imperium che lo avrebbe reso inattaccabile. Catone, invece, non faceva mistero di avere intenzione di denunciare Cesare per le illegalità commesse durante il consolato del 59 e portarlo in giudizio; ma per fare ciò, era necessario attendere che Cesare non fosse più protetto dall’imperium proconsulare che deteneva ormai da dieci anni e che fosse costretto a licenziare le sue legioni. Il 1° gennaio del 49 entrarono in carica come consoli due nemici personali di Cesare: Gaio Claudio Marcello e Lucio Cornelio Lentulo Crure. Il 4 gennaio tornava a Roma anche Cicerone, dopo un’assenza di due anni in cui aveva governato la Cilicia. I cesariani Marco Antonio, Quinto Cassio Longino, Celio Rufo e Scribonio Curione, che erano tribuni della plebe, avevano proposto in Senato che, per ristabilire il corretto funzionamento dello stato repubblicano, fosse necessario che sia Cesare che Pompeo congedassero i rispettivi eserciti.  La seduta del Senato che si tenne il 7 gennaio si concluse invece con l’emanazione di un senatusconsultum ultimum che imponeva a Cesare di congedare le truppe e di tornare a Roma per presentare personalmente la propria candidatura al consolato, mentre forniva poteri illimitati al proconsole Pompeo, con l’incarico di sorvegliare che la res publica non subisse alcun danno. La decisione del Senato fu approvata nonostante l’opinione contraria dei tribuni della plebe, che furono privati del diritto di veto e, temendo per la propria vita, costretti a fuggire da Roma e a dirigersi al campo di Cesare.

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Cesare seguiva l’esito delle trattative da Ravenna, la città della Gallia Cisalpina più vicina al confine con l’Italia, ma senza nutrire false illusioni; giocando di anticipo, aveva ordinato alle sue legioni di dirigersi nei pressi di Rimini (Ariminum), in previsione del peggio; sapeva che, per salvarsi, non gli restava altra scelta che opporsi con le armi alle decisioni del Senato. Il 10 gennaio, dopo lunghe riflessioni, decise di inviare alcune coorti fino al confine, cioè al fiume Rubicone e, con lo scopo di non destare sospetti, si diede a trascorrere una giornata assolutamente normale, che ben riassume Svetonio, attingendo al resoconto che scrisse nelle sue “Storie” un testimone oculare: Gaio Asinio Pollione.

“Quando dunque gli fu riferito che non si era tenuto conto dell’opposizione dei tribuni e che questi avevano abbandonato Roma, subito Cesare fece andare avanti segretamente alcune coorti, per non destare sospetti. Poi, con lo scopo di trarre in inganno, si fece vedere ad uno spettacolo pubblico, esaminò i progetti di una scuola di gladiatori che aveva intenzione di costruire e, secondo le sue abitudini, pranzò in numerosa compagnia. Dopo il tramonto del sole, aggiogati ad un carro i muli di un vicino mulino, partì in gran segreto, con un’esile scorta. Quando le fiaccole si spensero, smarrì la strada e vagò a lungo, finché all’alba, trovata una guida, raggiunse a piedi la meta, attraverso sentieri strettissimi. Riunitosi alle sue coorti presso il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, si fermò per un attimo e, considerando quanto stava per intraprendere, si rivolse a quelli che gli erano più vicini dicendo: «Siamo ancora in tempo a tornare indietro, ma se attraverseremo il ponticello, dovremo sistemare ogni cosa con le armi.» Mentre esitava, gli si mostrò un segno prodigioso. Un uomo di straordinaria bellezza e di taglia atletica apparve improvvisamente seduto poco distante, mentre cantava, accompagnandosi con un flauto. Per ascoltarlo, oltre ai pastori, erano accorsi dai posti vicini anche numerosi soldati e fra questi alcuni trombettieri: l’uomo allora, strappato a uno di questi il suo strumento, si slanciò nel fiume, sonando a pieni polmoni una marcia di guerra, e si diresse verso l’altra riva. Allora Cesare disse: «Andiamo dove ci chiamano i segnali degli dèi e l’iniquità dei nostri nemici. Si getti il dado»” ¹.

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Cesare aveva probabilmente organizzato tutta la messinscena, che comprendeva la quasi soprannaturale apparizione del suonatore di flauto. Dopo il passaggio del Rubicone con quelle poche coorti, Cesare si ricongiunse con il grosso del suo esercito, che era ormai arrivato a Rimini e l’aveva occupata militarmente, dopo aver superato il confine con l’Italia.

Cesare tenne un discorso a Rimini ai soldati della XIII legione, li avvertì della sorte che li attendeva, inevitabilmente legata alla sua, e delle conseguenze che avrebbero subito in caso di sconfitta. Mostrando ai soldati i tribuni della plebe vilipesi e fuggitivi, strappandosi le vesti dal petto e commuovendosi fino alle lacrime, Cesare chiese la loro fedeltà per vendicare le offese inflitte al loro generale e ai tribuni della plebe.

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In tal modo si  assicurò la fedeltà dei suoi uomini. Poiché a Rimini tutto era tranquillo tenne con sé soltanto due coorti e il giorno stesso inviò le altre a occupare Pesaro (Pisaurum), Fano (Fanum) e Ancona. Poi, affidò le 5 coorti restanti ad Antonio con l’incarico di varcare l’Appennino e impadronirsi di Arezzo (Arretium).

Ebbe così inizio, con poche e rapide mosse, la guerra civile che in pochi anni consentì a Cesare di abbattere le armate di Pompeo e del Senato che, nel frattempo, aveva abbandonato Roma e si era rifugiato a Capua. Una guerra che forse si sarebbe potuta evitare ma che, da un certo momento in poi, divenne inevitabile. Un secolo dopo, il poeta Lucano, per spiegare i motivi che portarono alla guerra, scriveva che:

Cesare non può accettare qualcuno che lo superi, né Pompeo qualcuno che gli sia pari” ².

Forse, in realtà, fu solo l’istinto di sopravvivenza contro l’odio e l’invidia degli uomini, a provocare questa ennesima e sanguinosa guerra civile. Anni dopo, contemplando la distesa di pompeiani morti che giacevano sul campo di battaglia di Farsalo, fu Cesare stesso a dare la motivazione dei suoi atti:

Lo hanno voluto loro e mi hanno portato a questa necessità. Se io, Gaio Cesare, avessi congedato l’esercito, dopo guerre così grandi, sarei stato addirittura condannato in giudizio” ³.

Parole che, tramite il resoconto del testimone oculare Asinio Pollione, Plutarco ha fatto arrivare fino a noi e che, nella loro semplicità, spiegano tante cose.

NOTE

¹ Svetonio (Cesare, 31-32)

² Lucano (Farsaglia, I, 125-126)

³ Plutarco (Cesare, 46, 1)