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19 ottobre: Armilustrium (ancilia condere)

A ottobre, con l’inizio del cattivo tempo, si chiudeva la stagione della guerra, che si era invece aperta a Marzo, con l’arrivo della primavera. Per sugellare il ritorno alla vita civile dei soldati, il 19 ottobre si celebrava il rito dell’Armilustrium, la purificazione delle armi contaminate dal sangue dei nemici.

Nella cerimonia di purificazione, che si svolgeva sull’Aventino, in un luogo chiamato anch’esso Armilustrium ¹, i sacrifici venivano officiati da uomini in armi e i riti erano accompagnati dal suono delle tubae, le caratteristiche trombe di guerra.

Il rito era ovviamente dedicato a Marte, il dio della guerra e vedeva la partecipazione dei sacerdoti Salii che, con la loro danza rituale, avrebbero riposto nel Sacrarium Martis gli scudi sacri detti ancilia per celarli alla vista del pubblico fino alla primavera seguente.

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I dodici ancilia venivano custoditi nel Sacrarium Martis, il deposito di oggetti sacri della Regia, dimora del re e adibita, in età repubblicana, alle attività dei pontefici. Per la custodia degli ancilia e per la celebrazione dei riti connessi, Numa istituì un gruppo di dodici Salii Palatini, con sede sul Palatino e sotto la tutela di Marte. In seguito, Tullo Ostilio istituì un secondo gruppo di Salii, detti Collini o Agonensi, con sede sul Quirinale e sotto la tutela di Quirino. I Salii, scelti nelle famiglie patrizie, tenevano i loro riti a Marzo, con l’inizio della stagione della guerra e ad Ottobre, con la sua conclusione.
Nel rito che iniziava il 19 ottobre, indicato nel calendario con l’espressione tecnica “ancilia condere”, i Salii, indossando tuniche rosse, un corto mantello, la spada di bronzo e un copricapo di feltro appuntito, portavano in processione attraverso la città i dodici ancilia. I Salii si fermavano in alcuni luoghi prestabiliti e, battendo i piedi, eseguivano una danza ritmata a tre tempi, chiamata tripudium, in cui compivano un salto ogni tre passi, imbracciando i sacri scudi.

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Il nome dei Salii deriva infatti dal verbo latino “salire”, che significa saltare. Poi, accompagnati dal suono dei flauti, cantavano l’inno detto Carmen Saliare, il cui latino arcaico era a malapena comprensibile alla fine della Repubblica. L’inno era recitato in onore di tutti gli dei e terminava con l’invocazione al leggendario Mamurio Veturio, per ringraziarlo dell’opera prestata nella creazione delle undici copie dell’ancile originale, caduto dal cielo.
Durante la processione, i Salii percuotevano gli scudi con delle lance rituali consacrate a Marte, le “hastae Martiae”, conservate anch’esse nella Regia, ma di cui non conosciamo l’origine.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, VI, 22)

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Valeriano, prigionia di un imperatore

All’inizio dell’estate del 260 d.C. avvenne un fatto mai accaduto prima nella storia dell’impero di Roma: un imperatore romano cadde prigioniero dei Persiani e non sarebbe più tornato in patria. Un evento epocale, che ebbe vaste ripercussioni nel mondo romano e che gettò un’ombra di disonore su un impero che stava già vivendo un periodo di grave crisi.

Nato intorno al 200 d.C., Publio Licinio Valeriano apparteneva ad una famiglia di antica nobiltà, i Licinii, e fu acclamato imperatore dalle sue truppe nel 253, dopo la morte di Treboniano Gallo. Uomo di grande dirittura morale e senso del dovere, durante il suo regno (253-260) l’impero romano fu messo a durissima prova, subendo alla frontiera gallica gli attacchi di Franchi e Alamanni e, a oriente, dei Goti, che arrivarono fino a Tessalonica e Nicomedia.

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Ritratto di Valeriano, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Per garantire una migliore prontezza nel rispondere ai nemici che minacciavano l’impero, Valeriano aveva opportunamente nominato Augusto suo figlio Gallieno, a cui aveva affidato il controllo della parte occidentale, riservando a sé la parte orientale in cui, dopo la sconfitta di Gordiano III nel 244, la presenza romana si era pericolosamente indebolita nei confronti dell’impero persiano, riportato all’antica potenza da Ardashir I, della famiglia dei Sasanidi, che aveva soppiantato la dinastia partica degli Arsacidi.

Come si temeva, nel 259 anche il sovrano Shapur I, figlio di Ardashir diede inizio a un nuovo, poderoso attacco contro l’impero romano. Caduta nel 256, durante la precedente offensiva, l’antica città di Dura Europos, i Persiani dilagarono e occuparono Antiochia. Valeriano decise di intervenire di persona ma, dopo un inizio promettente, in cui aveva riportato qualche successo contro i Persiani, nel mese di luglio del 260, dopo un duro scontro a Edessa fu fatto prigioniero.

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Valeriano si arrende a Shapur

Si trattò del culmine della crisi del III secolo, un episodio disonorevole la cui eco raggiunse ogni angolo dell’impero. L’evento fu così sconvolgente che non abbiamo neppure un resoconto univoco di come si svolse la battaglia di Edessa, che resta uno degli episodi più misteriosi della storia romana. Eutropio, Festo e Aurelio Vittore parlano di una sconfitta in battaglia, versione confermata anche dall’iscrizione trilingue sulle imprese di Shapur I rinvenuta nei pressi di Persepoli; Zosimo fa menzione di un tradimento, mentre Zonara riferisce che fu lo stesso Valeriano a chiedere asilo a Shapur I, per non affrontare il malumore dei suoi soldati, decimati dalla peste. Ma sulla vicenda di Edessa scrivono altri autori, oltre quelli già citati, come Agazia di Myrina, Evagrio Scolastico, Pietro Patrizio, il bizantino Giovanni Sincello, la cronaca di Al-Tabarī, il poema epico Shah-namē del persiano Firdūsī. Ognuna di queste fonti aggiunge un tassello che consente di gettare un po’ di luce su questa vicenda.

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Uno scontro tra Romani e Sasanidi

Valeriano aveva radunato il suo esercito nei pressi di Zeugma, sulla riva destra dell’Eufrate, mentre Shapur iniziò ad attaccare alcune città in Mesopotamia, tra cui Carre, Nisibi ed Edessa. Mentre Edessa era sotto assedio, Valeriano restò indeciso se attaccare o meno gli assedianti, perché non ne conosceva con certezza la consistenza numerica. Quando gli arrivò la notizia che i soldati di stanza ad Edessa avevano effettuato una sortita, infliggendo gravi perdite ai Persiani, Valeriano prese coraggio e decise di attaccare. Lo scontro avvenne circa a metà strada tra Zeugma ed Edessa, ma i Romani avevano fatto male i loro conti: vennero accerchiati e sconfitti dai Sasanidi.

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Cameo di Shapur I, raffigurante il re sasanide che cattura Valeriano; Musee du Cabinet des Medailles, Parigi

A questo punto, Valeriano fu costretto a cercare rifugio tra le mura di Edessa con ciò che restava delle sue truppe. Nella città assediata imperversava un’epidemia, scarseggiava il cibo e i soldati erano ormai sul punto di rivoltarsi. Valeriano, decisamente preoccupato dalla piega che stavano prendendo gli eventi, inviò un’ambasceria a Shapur per cercare un’accordo, ma il sovrano sasanide, consapevole della condizione disperata in cui si trovavano i Romani, rimandò indietro la delegazione, chiedendo che fosse lo stesso Valeriano, col suo stato maggiore, a presentarsi di persona per portare avanti una trattativa così importante. La trappola era pronta e, quando Valeriano, col prefetto del pretorio Successiano, il funzionario Cledonio e i senatori al suo seguito si presentarono sul luogo dell’appuntamento, i Persiani ebbero la meglio sulla scorta armata e li imprigionarono tutti. Lo stesso tranello utilizzato dai Parti contro Crasso nel 53 a.C. ebbe nuovamente successo trecento anni dopo.

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Rilievo in cui Shapur a cavallo stringe per i polsi Valeriano, appena catturato; Naqsh-e Rustam, Iran

Lo stesso Shapur, in un’iscrizione trilingue, celebra così la sua impresa:

“Noi ingaggiammo una grande battaglia con Valeriano Cesare e con le nostre mani prendemmo prigioniero Valeriano Cesare e gli altri, il prefetto del pretorio, i senatori e gli ufficiali che erano al comando di quell’esercito e li deportammo in Persia” ¹

Valeriano venne catturato con la quasi totalità del suo esercito, di cui ignoriamo la consistenza numerica. Tutti furono deportati e impiegati dai Persiani nella costruzione della città di Gundesshapur, sul sito dell’antica Susa, e della diga di Shushtar, sul fiume Karun, in Susiana. Dopo la vittoria di Edessa, le armate persiane attraversarono l’Eufrate e dilagarono in Siria, saccheggiando tutte le città che incontrarono sul loro cammino, tra cui Antiochia e Cesarea, fino ad arrivare in Cilicia e Cappadocia.

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Un altro rilievo simbolico in cui Shapur trattiene per un braccio Valeriano, mentre il cavallo calpesta il cadavere di Gordiano III e Filippo l’Arabo chiede pietà in ginocchio; Naqsh-e Rustam, Iran

Sulla sorte di Valeriano dopo la cattura non si hanno certezze; gli scrittori cristiani – che odiavano Valeriano per gli editti che aveva promulgato contro di loro nel 257 e 258 – riferiscono con un certo compiacimento le umiliazioni che l’anziano imperatore avrebbe subito durante la prigionia. Secondo Orosio, Valeriano veniva utilizzato da Shapur come sgabello umano:

“Chino a terra, sollevava non con la sua mano ma con la sua schiena il re che si accingeva a salire a cavallo” ²

Molti sovrani orientali alleati di Shapur consigliarono al re sasanide di rilasciare il prestigioso ostaggio, per evitare che la vendetta dei Romani si abbattesse sui Persiani, ma non furono ascoltati. D’altronde, suo figlio Gallieno, rimasto unico Augusto, ritenne saggiamente inutile tentare una rischiosa spedizione per liberare il genitore: un’impresa onestamente impossibile.

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Shapur sale a cavallo utilizzando Valeriano come sgabello

Alla fine Valeriano morì in prigionia e correva voce che la sua pelle, secondo un’antica usanza persiana, fosse stata scuoiata dal corpo e appesa in un tempio, a eterna memoria della vittoria sugli odiati Romani. L’unica cosa certa è che Valeriano non fece più ritorno in patria.

Il retore cristiano Lattanzio scrisse che:

“Dopo che Valeriano ebbe consumato questa ignobile vita nel disonore, gli fu strappata la pelle e, spogliata della carne, fu dipinta di una tintura rossa, perché fosse poi esposta in un tempio degli dèi barbari a memoria del magnifico  trionfo” ³

Solo con la campagna del 297-298 i Romani riuscirono a vendicare l’oltraggio subito: il Cesare Galerio sconfisse a Satala l’esercito del sovrano Narseh, figlio di Shapur, espugnò l’accampamento persiano e catturò i più stretti familiari del re; poi, conquistò e oltrepassò la capitale Ctesifonte, prima di cessare l’avanzata e ricongiungersi con le truppe di Diocleziano. Dopo la firma della pace, gli ostaggi, tra cui mogli, figli e sorelle di Narseh furono rilasciati. Proprio in quell’occasione, Galerio non si trattenne dal rinfacciare all’ambasciatore persiano il comportamento ignobile tenuto da Shapur I con Valeriano:

“Dopo averlo catturato con l’inganno, lo avete tenuto senza liberarlo fino all’estrema vecchiaia e fino a una morte senza dignità; e perfino dopo la morte, con un’arte maligna ne avete custodito la pelle, e avete oltraggiato un corpo mortale con un’offesa immortale” ⁴

Galerio, con queste parole, riaffermava la superiorità morale dei Romani nei confronti dei Persiani, esemplificata nel diverso trattamento riservato ai prigionieri. Dopo quasi cinquant’anni, la tempra dei Tetrarchi era riuscita a sanare l’oltraggio arrecato a Roma nella persona dell’imperatore, che ne era l’incarnazione.

NOTE

¹ Res Gestae Divi Saporis, iscrizione trilingue rinvenuta presso Naqsh-e Rustam

² Orosio (Storie contro i pagani, VII, 22, 4)

³ Lattanzio (Le morti dei persecutori, V, 6)

⁴ Pietro Patrizio (in Excerpta de Legationibus Gentium, 12)

Nascita di Virgilio (15 ottobre 70 a.C.)

Il 15 ottobre del 70 a.C., sotto il consolato di Pompeo Magno e Licinio Crasso, nasceva ad Andes, un distretto rurale (pagus) della Gallia Cisalpina, nei pressi di Mantova, il poeta Publio Virgilio Marone, autore delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide. Molto scarse sono le notizie sui suoi primi anni di vita. Proveniva da una famiglia di umili origini, che tuttavia aveva acquisito una certa agiatezza: il padre per alcuni era un vasaio, per altri un bracciante che, lavorando al servizio di Magio, un facoltoso mercante di cui sposò la figlia, avrebbe a poco a poco accresciuto le sue sostanze, allevando api e acquistando terreni; narra la leggenda che la madre lo partorì alle prime luci dell’alba, per strada, in un fossato. Aveva anche due fratelli, Silone e Flacco.

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Mosaico di Virgilio, Rhenish State Museum, Trier

Trascorse l’adolescenza a Cremona dove studiò grammatica e, a quindici anni, nel 55 a.C., indossò la toga virile, nuovamente sotto il consolato di Pompeo e Crasso, nello stesso giorno in cui moriva il poeta Lucrezio; si trasferì poi a Milano e infine a Roma, dove studiò retorica sotto la guida del famoso maestro Epidio, per coltivare l’arte dell’eloquenza, com’era consuetudine per i giovani delle famiglie benestanti. Ben presto, resosi conto di non essere portato per l’eloquenza, abbandonò la retorica e si recò a Napoli, presso la scuola del filosofo epicureo Sirone. Aveva ventotto anni quando iniziò a comporre le Bucoliche, che richiamarono su di lui l’attenzione di Mecenate, che lo volle nel suo circolo.

Equus October (15 ottobre)

In ottobre si chiude il periodo delle campagne belliche, che iniziava in primavera, a marzo. Il 15 del mese di ottobre, alle idi, si svolgeva a Roma una particolare e crudele cerimonia denominata Equus October, il Cavallo d’Ottobre, che affondava le sue radici nell’età regia, e aveva una notevole somiglianza con il rito dell’Aśvamedha, il sacrificio vedico del cavallo che si celebrava in India ¹. Nel Campo Marzio si svolgeva una corsa di bighe, trainate da una coppia di cavalli da guerra. Al termine della corsa, il cavallo del carro vincitore che era aggiogato a destra veniva sacrificato a Marte a colpi di giavellotto, alla presenza del Flamen Martialis. All’animale venivano poi tagliate la testa e la coda.

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Rilievo con corsa di bighe al Circo, III secolo d.C., Musei Vaticani

A quel punto, si apriva una contesa tra gli abitanti di due quartieri: da una parte quelli della Via Sacra e dall’altra quelli della Suburra, che lottavano senza esclusione di colpi per contendersi il possesso della testa. Se vincevano i primi, la testa veniva infissa come un trofeo sulle mura della Regia; se invece vincevano i secondi, era appesa alla Torre Mamilia. La testa del cavallo veniva adornata di pani, perché il sacrificio era simbolicamente effettuato in riconoscenza per la buona riuscita della mietitura passata, il cui frutto era stato immagazzinato e trasformato in pane.

Mentre si svolgeva la contesa per la testa del cavallo, la coda veniva portata di corsa alla Regia, in modo che, prima che si coagulasse, potessero ancora cadere delle gocce di sangue sul focolare.

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Si discute ancora molto sul significato di questo arcaico rituale. Come accadeva quasi sempre, per le feste che avevano origini molto risalenti nel tempo, i romani ad un certo punto della loro storia non comprendevano più il significato originario della cerimonia. Nei fatti, il rito dell’Equus October aveva a che fare sia con l’agricoltura che con la guerra, unificate nella figura di Marte, il cui flamine presiedeva allo svolgimento della cerimonia.

Il sacrificio di un cavallo da guerra è offerto in onore di Marte, che della guerra è il dio. Non deve ingannare la presenza del pane che richiama il buon esito del raccolto. Infatti, in epoca arcaica, la guerra era il mezzo che serviva a garantire la protezione dei campi dalle razzie dei nemici. Era quindi merito di Marte, nella sua funzione difensiva e guerriera, se il raccolto era andato a buon fine.

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Mosaico con cavallo, Museo del Bardo, Tunisi

Grande importanza aveva poi la figura del re; la lotta per il possesso della testa si svolgeva infatti in origine tra la squadra del re (gli uomini della via Sacra, accanto alla Regia) e un gruppo esterno (la gente della Suburra). Al termine della cerimonia, nella migliore delle ipotesi, sia la testa che la coda del cavallo d’ottobre sarebbero finiti nella Regia, a rinsaldare il rapporto tra il re e la funzione guerriera che garantiva la sopravvivenza di Roma.

NOTE

¹ Georges Dumézil (La religione romana arcaica, 2001, p. 205)

Dies imperii di Nerone (13 ottobre 54 d.C.)

Il 13 ottobre del 54 d.C., succedendo al suo padre adottivo Claudio, all’età di quasi diciassette anni, saliva sul trono di Roma Nerone Claudio Cesare Druso Germanico, figlio di Domizio Enobarbo e Agrippina, quinto ed ultimo principe della dinastia Giulio-Claudia.

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Statua di Nerone da giovane, Detroit Institute of Arts

Claudio era morto nelle prime ore del mattino; verso la metà del giorno, le porte del palazzo si aprirono e Nerone, in compagnia di Afranio Burro, il prefetto del pretorio, uscì e si diresse verso i pretoriani che erano di guardia. Accolto da applausi augurali, fu fatto salire sulla lettiga e portato al campo pretorio. Si dice che alcuni pretoriani avessero esitato, aspettandosi di veder comparire Britannico, ma finirono ben presto per adattarsi alla situazione.

Nell’accampamento, Nerone pronunciò un’orazione, scritta per lui da Seneca, al termine della quale promise i consueti donativi e, dopo ciò, fu acclamato imperatore. La delibera del Senato si limitò a ratificare l’espressa volontà delle truppe. Il testamento di Claudio non fu invece reso pubblico.

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Ritratto di Agrippina minore, Museo Archeologico di Milano

Nerone sapeva bene che doveva tutto all’azione senza scrupoli di Agrippina, che aveva eliminato Claudio prima che potesse favorire il suo figlio legittimo Britannico nella successione al trono. Nel primo giorno di regno, quando un tribuno, secondo l’uso militare, gli chiese di stabilire la parola d’ordine, Nerone rispose: “Ottima madre” ¹.

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Ritratto di Nerone, proveniente da Olbia, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Fu lo stesso Nerone a pronunciare l’elogio funebre di Claudio, con una elegante orazione sempre scritta da Seneca. Nerone, non essendo dotato di particolari doti oratorie, fu il primo principe ad aver bisogno di qualcuno che gli scrivesse i discorsi. Fin dalla fanciullezza, infatti, il vivace ingegno di Nerone fu attratto da tutt’altre attività, come l’arte del cesello, la pittura, il canto, i cavalli e la composizione di versi ². Proprio per questo motivo, Agrippina aveva voluto Seneca come precettore di suo figlio, sperando che, dai suoi insegnamenti, Nerone traesse giovamento. E, per qualche anno, fu effettivamente così…

 

NOTE

¹ Tacito (Annales, XIII, 2, 3)

² Tacito (Annales, XIII, 3, 3)

Morte di Claudio (13 ottobre 54 d.C.)

Alle prime ore del mattino del 13 Ottobre del 54 d.C., Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico moriva dopo aver ingerito, la sera prima, una portata di funghi avvelenati, in seguito ad una congiura di palazzo ordita da sua moglie Agrippina.

Agrippina aveva da tempo deciso di eliminare Claudio, per garantire la successione al trono a suo figlio Nerone, avuto dal primo marito Gneo Domizio Enobarbo; aspettava solo il momento giusto. Claudio infatti, negli ultimi tempi, era divenuto consapevole delle manovre di Agrippina, si era pentito di aver adottato Nerone e, ogni volta che incontrava il suo legittimo figlio Britannico lo ricopriva di affetto, meditando di cambiare il testamento per designarlo successore al trono imperiale, non appena avesse indossato la toga virile. Tuttavia, non ne ebbe il tempo.

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Claudio in nudità eroica, Museo del Louvre, Parigi

L’occasione attesa da Agrippina si presentò infatti quando Narcisso, il potente liberto di Claudio e protettore di Britannico, si ammalò di gotta e si recò a Sinuessa per riprendere le forze grazie al clima salubre e alle acque salutari del luogo. Narcisso era l’addetto ab epistulis, ruolo che gli dava il diritto di portare un pugnale alla cintura e, fino a quel momento, aveva attentamente fatto in modo che al suo padrone, grazie al quale aveva accumulato un patrimonio di quattrocento milioni di sesterzi, non succedesse nulla di male.

Agrippina, che aveva numerosi complici, tra cui il liberto Pallante, aveva deciso di uccidere Claudio con un veleno il cui effetto non fosse né troppo rapido, da rendere palese l’avvelenamento, né troppo lento, da consentire all’imperatore di rendersi conto del tradimento. Per avere il veleno, Agrippina si rivolse a Locusta, un’abile avvelenatrice che aveva già prestato il suo letale talento negli intrighi di corte. L’eunuco Aloto, che aveva l’incarico di portare le vivande ed assaggiarle per primo, fu incaricato di versare il veleno su dei funghi che piacevano molto a Claudio. Claudio non si accorse di nulla, perché annebbiato dal vino, che era una delle sue passioni, ma fu colto ben presto da conati di vomito. Per evitare che Claudio si liberasse così dal veleno che aveva ingerito, Agrippina ricorse anche alla complicità del medico Senofonte che, fingendo di aiutare Claudio a liberarsi lo stomaco, gli infilò in gola una penna intinta con un potente veleno. Per Claudio fu la fine; venne portato via dal banchetto su una lettiga, come se fosse ubriaco, e alle prime luci dell’alba morì nelle sue stanze senza riuscire a dire nulla, all’età di sessantatré anni, due mesi e tredici giorni, sotto il consolato  di Asinio Marcello e Acilio Aviola.

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Statua di Agrippina minore, madre di Nerone, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Il suo corpo venne avvolto in vesti e bende, mentre Agrippina, dopo aver fatto chiudere tutti gli ingressi, faceva diffondere voci che la salute di Claudio stava migliorando. Un espediente per guadagnare tempo, tranquillizzare Britannico, Antonia e Ottavia, i figli di Claudio, e preparare l’assunzione al potere di Nerone. Poche ore dopo, a metà giornata, le porte del palazzo si spalancarono e ne uscì Nerone, in compagnia del prefetto del pretorio Afranio Burro, per dirigersi nell’accampamento dei pretoriani ed essere acclamato imperatore: era il 13 ottobre del 54 d.C.

A Claudio furono decretati onori divini e gli fu celebrato un funerale simile a quello di Augusto. Il suo testamento, invece, non fu reso pubblico, perché il fatto di aver anteposto il figliastro Nerone al figlio Britannico avrebbe urtato la sensibilità del popolo, o perché Claudio lo aveva modificato, indicando Britannico come successore.

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Particolare della statua dell’imperatore Claudio in veste di Giove (Museo Pio-Clementino, nei Musei Vaticani)

Che tutti sapessero che la morte di Claudio non fosse stata naturale, è testimoniato da una battuta ironica del fratello di Seneca, Lucio Giunio Gallione che, dopo la divinizzazione del defunto imperatore, disse che Claudio era stato innalzato fino al cielo con un uncino ¹, alludendo all’usanza dei carnefici, di trascinare attraverso il Foro con grossi uncini i cadaveri dei condannati a morte in carcere, prima di gettarli nel fiume.

Lo stesso Nerone, quando nel corso di un banchetto vennero portati dei funghi e un commensale disse che erano il cibo degli dèi, con un macabro senso dell’umorismo disse:

“È vero. Del resto mio padre è diventato un dio dopo aver mangiato un fungo! ²”.

La morte di Claudio travolse anche il liberto Narcisso, che, imprigionato, fu spinto al suicidio ³. Tuttavia, prima di morire, bruciò tutte le lettere di Claudio che contenevano informazioni contro Agrippina e altri personaggi, e che avrebbero potuto mettere in difficoltà i delatori ⁴.

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Particolare della statua bronzea di Claudio in nudità eroica rinvenuta ad Ercolano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Molti furono i prodigi che preannunciarono la morte di Claudio: apparve in cielo una stella cometa, che fu visibile per molto tempo, il mausoleo di suo padre Druso fu colpito da un fulmine e quasi tutti i magistrati di quell’anno morirono ⁵.

Pare che neppure Claudio ignorasse che quelli fossero i suoi ultimi giorni di vita: nel nominare i consoli, non ne designò nessuno per i mesi che seguirono la sua morte e, inoltre, durante la sua ultima istruttoria, dall’alto del suo scranno disse:

“Sono giunto al termine della mia vita mortale”.

E mentre i presenti facevano gli scongiuri di rito, pronunciò la frase una seconda volta ⁶.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LX, 35, 4)

² Pietro Patrizio (Excerpta Vaticana, 44)

³ Tacito (Annales, XIII, 1, 3)

⁴ Dione Cassio (Storia Romana, LX, 34, 5)

⁵ Svetonio (Vita di Claudio, XLVI)

⁶ Svetonio (Vita di Claudio, XLVI)

Fontinalia (13 ottobre)

Il 13 ottobre di ogni anno si celebrava a Roma la festa pubblica dei Fontinalia, in onore di Fons, o Fontus, dio delle sorgenti, delle fonti e dei pozzi. Ghirlande di fiori venivano gettate nelle sorgenti naturali o deposte sui pozzi ¹, e i passanti vi lanciavano all’interno delle monete, come augurio di buona sorte.

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Olio su tela di Eduardo Ettore Forti, collezione privata

A Fons era consacrata un’ara sul Gianicolo ² e, nel 231, ad opera del console Gaio Papirio Masone, gli fu dedicato un tempio fuori le mura, dinanzi alla Porta Fontinalis, dove si svolgevano i sacrifici connessi alla festa. Nella stessa epoca, il dio delle sorgenti venne collocato nel mito come figlio di Giano, il dio degli inizi. Giano, il primo mitico sovrano del Lazio avrebbe concepito Fons con la ninfa acquatica Giuturna.

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Pozzo romano in marmo con il mito di Narciso ed Eco, (II secolo d.C.), Metropolitan Museum, New York

Fons era il dio delle sorgenti in generale, ma per la religiosità dei romani, ogni sorgente era poi sorvegliata da un essere divino, in genere una ninfa, come Egeria e Giuturna. Ancora nel V secolo d.C. il grammatico Servio affermava che non c’era sorgente che non fosse sacra.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, VI, 22)

² Cicerone (De legibus, II, 56)