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Un busto di Adriano recuperato in Spagna

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La Guardia Civile spagnola ha recuperato un busto dell’imperatore Adriano (76 – 138 d.C.) risalente al periodo successivo al 117 d.C., subito dopo la sua ascesa al trono. Il busto, di grande valore archeologico, storico e culturale, e in buono stato di conservazione, era stato trafugato da un’area archeologica nei dintorni di Siviglia. I trafficanti stavano cercando di vendere il reperto per la cifra di mezzo milione di euro.

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L’operazione della Guardia civile, denominata “Bustiano”, era iniziata al principio dell’anno, quando gli investigatori avevano avuto notizia che qualcuno stava cercando di vendere un busto dell’imperatore. Identificato l’intermediario che stava offrendo il reperto ai possibili acquirenti, è stato possibile risalire alla famiglia che deteneva illegalmente il prezioso reperto. Dopo una perquisizione, il busto è stato ritrovato sepolto all’interno di un magazzino di un’azienda agricola a Écija, occultato sotto pochi centimetri di terra.

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Il busto appena disotterrato dal suo nascondiglio

L’8 luglio la Guardia Civile ha trasferito il busto al Museo Archeologico di Siviglia, dove è attualmente custodito per essere studiato dalla comunità scientifica ed esposto al pubblico dopo il necessario restauro. Gli investigatori stanno cercando ora di risalire all’ubicazione precisa del luogo da dove il busto di Adriano è stato trafugato, che potrebbe nascondere ancora reperti di grande valore.

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Adriano nacque il 24 gennaio del 76 d.C., forse a Roma, anche se la sua famiglia era di origine spagnola. Suo padre Elio Adriano Afro era nativo di Italica, sul fiume Betis, ma, in quanto senatore, si era dovuto trasferire a Roma; sua madre Domizia Paolina proveniva da Gades, l’odierna Cadice. Questo fortunato ritrovamento va ad aumentare il numero di ritratti di Adriano giunti fino a noi, di cui al momento sono noti oltre 150 esemplari.

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Transvectio equitum (15 luglio)

Alle idi di luglio, cioè il 15 del mese, si svolgeva la Transvectio equitum, la grande parata religiosa della cavalleria, che partiva dal tempio di Marte fuori Porta Capena, presso il quale si radunavano le truppe armate destinate a intervenire nella regione a sud di Roma. Il tempio era stato dedicato il 1° giugno del 368 a.C. dal duumviro Tito Quinzio, in seguito a un voto pronunciato durante la guerra gallica culminata col saccheggio di Roma del 390. Fonti più tarde attestano che in seguito la parata della cavalleria partiva dal tempio dedicato a Honos e Virtus, dinanzi a Porta Capena, ma sempre vicino al tempio di Marte.

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Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini. Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini. La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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Statuette dei Dioscuri, III secolo d.C., Metropolitan Museum of Art, New York

La solenne parata dei giovani cavalieri partiva dal tempio di Marte fuori Porta Capena, effettuava una fermata intermedia per offrire un sacrificio nel tempio di Castore, che era il patrono della cavalleria, e si concludeva al tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. I cavalieri si vestivano con una toga bordata di porpora, denominata trabea e sfilavano su cavalli ornati con rami d’ulivo, portando con sé le onorificenze ricevute in battaglia. La cerimonia impressionò Dionigi di Alicarnasso, che la descrisse così (Antichità Romane, VI, 13, 4):

“Soprattutto c’è la parata che si svolge dopo il sacrificio da parte di coloro che possiedono un cavallo pubblico, che ordinati per tribù e centurie procedono per file tutti a cavallo, come se tornassero dalla battaglia, coronati di rami d’ulivo e con indosso la toga orlata di porpora che chiamano trabea, partendo da un tempio extraurbano di Marte, attraversando il resto della città e il Foro fino a giungere al tempio dei Dioscuri, nel numero anche di cinquemila, portando con sé le onorificenze ricevute in battaglia, sublime e degno spettacolo della grandezza del loro potere”.

La tradizionale cerimonia della Transvectio equitum, che sul finire della Repubblica era ormai in declino, venne ripristinata da Augusto, al fine di ispezionare i cavalieri con un recognitio equitum o redarguire quelli che non avevano adempiuto ai loro doveri (probatio equitum).

 

Nascita di Giulio Cesare (13 luglio 100 a.C.)

Gaio Giulio Cesare nacque a Roma il 13 luglio del 100 a.C., durante il consolato di Gaio Mario e Lucio Valerio Flacco. Nell’85, suo padre Gaio Giulio Cesare maior, che era arrivato alla carica di pretore, morì improvvisamente, mentre si infilava un paio di scarpe, quando Cesare aveva solo 16 anni; sua madre Aurelia, apparteneva alla illustre famiglia Aurelia Cotta. Giulia, la sorella di suo padre, era la moglie di Gaio Mario, un fatto che favorì le simpatie di Cesare per la fazione politica dei populares, che si opponevano all’oligarchia senatoria rappresentata da Lucio Cornelio Silla.

La gens Giulia era di origine patrizia e apparteneva alla più antica aristocrazia di Roma, sebbene i suoi membri non occupassero più una posizione di grande rilievo nella vita pubblica. La tradizione familiare faceva risalire l’arrivo dei Giulii a Roma addirittura al VII secolo, dopo la distruzione di Alba Longa da parte di Tullo Ostilio; ma la famiglia sosteneva che la stirpe dei Giulii risalisse addirittura a Iulo, figlio di Enea, giunto nel Lazio dopo la caduta di Troia, e quindi alla dea Venere, madre dell’eroe troiano; e si trattava di una tradizione risalente nel tempo, che a Roma nessuno si sognava di mettere in dubbio. L’origine del cognomen Cesare, invece, secondo Giovanni Lido (De mensibus, IV, 102) ed altri eruditi, risaliva alla seconda guerra punica, quando il soprannome venne attribuito a un antenato della famiglia che aveva ucciso in battaglia un elefante cartaginese, perché il nome Cesare derivava dalla parola fenicia “caesai” che significa “elefante”. La Historia Augusta (Aelius, 2, 3-4) riporta anche, tra le altre etimologie possibili oltre a questa, che il primo a ricevere il cognomen Cesare lo avesse avuto “per essere venuto alla luce in seguito a un taglio praticato nel ventre della madre morta (ventre caesoo perché aveva una folta capigliatura (che in latino è detta caesaries) o per la limpidezza straordinaria dei suoi occhi chiari (oculi caesii)”.

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Le notizie sulla giovinezza di Cesare sono scarse e frammentarie, anche a causa del fatto che le biografie dedicategli da Svetonio e Plutarco ci sono purtroppo arrivate mutile della parte iniziale; come tutti i giovani aristocratici, Cesare fu istruito tra le mura domestiche, sotto la supervisione della madre; il suo tutore fu un certo Marco Antonio Gnifone, un insegnante di retorica greca e latina, venuto a Roma come schiavo ma poi liberato per i servigi resi al suo padrone Antonio. La madre Aurelia si occupò di fornire al giovane Cesare un’accurata educazione da parte dei migliori maestri che lo portarono, ben presto, ad ottenere la completa padronanza del greco e del latino. Cesare, il cui fisico era snello, per rinforzare il corpo fu addestrato anche alle attività fisiche: corsa, nuoto e combattimento con le armi. Aveva un talento innato come cavaliere: era in grado di cavalcare senza sella e di spingere un cavallo al galoppo con le mani intrecciate dietro la schiena, guidandolo solo con la forza delle ginocchia. Tutte doti che gli sarebbero state molto utili in futuro, nel corso della sua avventurosa carriera.

La vita di Cesare, in una Roma sconvolta dalla lotta tra le fazioni dei popolari e degli ottimati, proseguì comunque abbastanza tranquilla finché il potere fu nelle mani del partito popolare. Quando però, con la morte di Gaio Mario prima (86 a.C.), e di Lucio Cornelio Cinna poi (84 a.C.), di cui Cesare aveva sposato la figlia Cornelia, la fazione aristocratica riprese il controllo con il ritorno di Lucio Cornelio Silla, la situazione si fece veramente pericolosa. Silla eliminò tutti gli oppositori politici e cercò di costringere Cesare a ripudiare Cornelia, senza però riuscirvi. Decisamente contrariato dalla disobbedienza di Cesare, Silla prese quindi la decisione di eliminarlo. Cesare, per un certo periodo, fu costretto a darsi alla fuga vagando per la Sabina e riuscì a salvarsi solo corrompendo i sicari inviati ad ucciderlo. Poi, grazie agli sforzi della madre Aurelia e all’intercessione dello zio Aurelio Cotta e delle Vestali, Silla acconsentì di malavoglia a risparmiarlo, rivolgendo ai suoi queste celebri parole riportate da Svetonio, (Vita di Cesare, 1): “Abbiatela vinta e tenetevelo pure! Ma un giorno vi accorgerete che costui, che con tanta insistenza volete salvo, sarà un giorno fatale al partito degli ottimati, che insieme abbiamo difeso; in Cesare vi sono infatti molti Gaio Mario“. Silla aveva terribilmente ragione…

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Busto postumo di Giulio Cesare, Altes Museum, Berlino

Dopo la morte di Cesare, i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido costrinsero tutti i cittadini a celebrare il giorno della nascita di Cesare portando rami di alloro e facendo festa. Siccome questo giorno coincideva con quello finale dei Ludi Apollinari, i giochi in onore di Apollo, che si svolgevano dal 5 al 13 luglio, i triumviri decretarono che la festa per Cesare si tenesse il giorno precedente, perché uno dei libri Sibillini vietava che in quel giorno si facesse festa in onore di qualche altro dio oltre ad Apollo (Cassio Dione, Storia Romana, XLVII, 18, 5-6). E questo spiega perché a volte, erroneamente, si legge che Cesare nacque il 12 luglio.

Morte di Adriano (10 luglio 138)

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Busto in basalto di Adriano (circa 120 – 130), Altes Museum, Berlino

Il 10 luglio 138 Publio Elio Adriano, da tempo gravemente malato, moriva a Baia, sulla costa campana. Era nato il 24 gennaio del 76 a Roma, figlio di Elio Adriano Afro e di Domizia Paolina.

Dopo la morte del suo successore designato Lucio Ceionio Commodo Elio Vero Cesare, avvenuta il 1° gennaio 138, Adriano, già malato di idropisia, il 25 febbraio 138 era stato costretto ad adottare Tito Aurelio Boionio Arrio Antonino, cinquantunenne governatore della Provincia d’Asia, suo stretto consigliere, aristocratico rispettoso delle leggi che aveva già rivestito molte magistrature. Adriano gli aveva proposto l’adozione il 24 gennaio ma Antonino si lasciò del tempo per riflettere prima di accettare. Poiché Antonino aveva solo figlie femmine, essendogli già morti prematuramente i maschi, Adriano gli pose come unica condizione che adottasse a sua volta due giovani che avrebbero poi garantito l’ulteriore successione: Marco Annio Vero (il futuro Marco Aurelio), figlio del fratello di sua moglie, e Lucio Vero, di appena sette anni, figlio del defunto Elio Vero Cesare.

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Busto loricato di Adriano, Museo  Archeologico Nazionale di Napoli 

Le condizioni di salute di Adriano, che da un paio d’anni soffriva anche di frequenti perdite di sangue dal naso, si aggravavano giorno dopo giorno, provocandogli atroci sofferenze, che lo avevano portato anche a tentare varie volte infruttuosamente il suicidio. Chiedeva che gli venisse portato un veleno o un pugnale col quale uccidersi, ma nessuno obbediva al suo ordine; mancandogli ormai le forze per togliersi la vita da solo, Adriano era arrivato anche a chiedere al suo guardiacaccia – uno schiavo di nome Mastore – di ucciderlo, ma quello era fuggito terrorizzato dalla richiesta. Poco prima di morire, compose i famosi versi:

Animula vagula blandula,

hospes comesque corporis,

quo nunc abibis? In loca

pallidula rigida nudula

nec, ut soles, dabis iocos.

“Piccola anima, smarrita e delicata, ospite e compagna del corpo, verso quali luoghi andrai ora? pallida, intirizzita e nuda, né più come solevi darai svaghi”.

Adriano si era fatto trasportare a Baia dalla sua sontuosa villa di Tivoli, nella speranza che il clima più salubre della costa campana gli portasse giovamento, ma fu tutto inutile. Nonostante le sofferenze, aveva la mente lucida ed era ormai consapevole di dover morire; in questi ultimi giorni scrisse anche una autobiografia, purtroppo perduta, ma che fu utilizzata dagli autori successivi; un papiro ci ha conservato una lettera – forse tratta da quest’opera – scritta da Adriano ad Antonino: “Soprattutto voglio che tu sappia che io mi sto allontanando dalla vita, né a tempo indebito né senza ragione, né in modo commiserevole né insensatamente, sebbene, come ho percepito, io appaia fare del male a te che stai vicino a me malato e che mi consoli e mi sproni“. Da esperto astrologo e cultore di magia, Adriano aveva cercato in ogni modo negli ultimi anni di allontanare il giorno fatale, sacrificando forse a questo scopo anche la vita del suo amato Antinoo, durante un oscuro rito nell’ottobre del 130 in Egitto.

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Busti di Adriano e Antinoo, British Museum,  Londra

Falliti gli ultimi sortilegi ed incantesimi e ormai rassegnato e stanco della vita, Adriano iniziò a trascurare la dieta che gli era stata prescritta dai medici di corte, assumendo cibi e bevande sconvenienti per il suo stato di salute. Nel frattempo, Antonino era giunto a Baia da Roma, dove era stato lasciato da Adriano come reggente. Col suo erede Antonino al capezzale, Adriano morì pronunciando il popolare proverbio: “molti medici hanno ucciso un re“.

Adriano visse sessantadue anni, cinque mesi e diciannove giorni. Tra i presagi che ne preannunciarono la morte, durante il suo ultimo compleanno, la toga praetexta che indossava gli scivolò da sola lasciandogli il capo scoperto; l’anello col sigillo su cui era impressa la sua effigie gli si sfilò da solo dal dito; infine, fece un sogno in cui gli parve di essere ucciso da un leone.

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Testa colossale di Adriano trovata a Sagalassos, in Turchia, Burdur Museum

Fu seppellito in via provvisoria a Pozzuoli, nei terreni della villa che era appartenuta a Cicerone, perché il Senato nutriva per lui una certa avversione. Ci volle tutta la capacità persuasiva e la diplomazia di Antonino – che gli valsero l’appellativo di Pio – per convincere il Senato a tributare ad Adriano gli onori divini. Fu quindi sepolto in un sarcofago di porfido nel suo mausoleo nei pressi del Tevere, di fronte al ponte Elio, mentre in luogo della tomba a Pozzuoli gli fu fatto erigere da Antonino un tempio.

Festa di Summano (20 giugno)

Il 20 giugno ricorreva a Roma l’anniversario della dedica del tempio di Summano nei pressi del Circo Massimo. Summano era un’antica divinità italica, forse di origine sabina; Varrone (De lingua latina, V, 74) pone infatti Summano tra gli dei il cui culto fu introdotto a Roma dal re Tito Tazio, che fece costruire un’ara presso cui si tributava un culto comune a Summano e Vulcano.

La leggenda narra che sulla sommità del tempio di Giove Capitolino esisteva una statua di Summano, e che nel 278 a.C. essa fu colpita da un fulmine. I Romani interpretarono questo evento come una manifestazione della volontà del dio volta ad ottenere un tempio proprio,  che gli fu dedicato il 20 giugno presso il Circo Massimo, in concomitanza col solstizio d’estate. Ma chi era veramente Summano e quali erano le sue prerogative?

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Giove di Smirne, Louvre, Parigi

Sulla sua identità rimangono ampi margini di incertezza. Ovidio (Fasti, VI, v. 731), già agli inizi del I secolo d.C. non ne ha più una chiara idea, quando scrive, alla data del 20 giugno, che “fu dedicato un tempio a Summano, chiunque egli sia“. Alcune iscrizioni tarde menzionano un Giove Summano, facendo ritenere che Summano fosse ormai un attributo di Giove, ma è possibile che in origine fosse un dio distinto. È certo però che Summano condivideva con Giove il ruolo di folgoratore. A Giove erano attribuiti i fulmini diurni, a Summano quelli notturni. Summano era quindi il dio del cielo notturno, al contrario di Giove, che era il signore del cielo diurno.

Da questo legame con i fulmini, alcuni pensano che Summano avesse una connessione con l’arte fulgurale (ars fulguratoria) degli etruschi, grandi esperti dell’arte di interpretare i fulmini, di cui, nei libri fulgurales, distinguevano nove tipi, contro i soli due dei romani (diurni e notturni). Il nome Summanus è però di origine latina, anche se la sua etimologia è controversa già dall’antichità. C’è chi ritiene che derivi da “sub mane“, cioè “che precede la mattina” nel significato di “notturno”; oppure dal superlativo “summus“, cioè “il sommo”; o ancora da “Summus Manium“, il sommo tra i Mani, gli spiriti dei defunti.

Comunque sia, Summano era il dio che si doveva placare dopo le folgori notturne; in suo onore venivano offerte in sacrificio delle caratteristiche focacce sacre, rotonde, a forma di ruota, dette Summanalia. I Fratelli Arvali gli sacrificavano invece due montoni neri.

Il tempio di Summano fu distrutto da un incendio nel 197 a.C., forse causato proprio ds un fulmine. La caduta di un fulmine, notturno o diurno che fosse, oltre ad essere una manifestazione divina, era un evento che poteva portare nefaste conseguenze. Era pertanto necessario costruire, sul luogo in cui era caduto il fulmine, un tempietto detto il “bidentale“, che prendeva il nome dalla vittima del sacrificio che veniva offerto in espiazione: una pecora di due anni, chiamata appunto bidentale, come “bidentali” erano chiamati anche i sacerdoti chiamati ad effettuare la cerimonia.

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Ercole dal Teatro di Pompeo, Musei Vaticani, Roma

Quando una statua veniva colpita da un fulmine, doveva essere sottratta alla vista pubblica e sepolta in una fossa insieme ai resti di un agnello. Possediamo un esemplare di statua colpita da un fulmine, che fu trovata nel 1864 nella zona del teatro di Pompeo ed è ora custodita nei Musei Vaticani; si tratta di una statua di Ercole del I-III secolo d.C., in bronzo dorato, alta circa 4 metri, rinvenuta sotto una lastra di travertino sulla quale era incisa la formula F C S (fulgur conditum Summanium), a indicare che era stata colpita da un fulmine notturno.

Matralia: 11 giugno

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Mater Matuta, II secolo a.C., Museo provinciale campano, Capua

L’11 giugno a Roma si celebravano i Matralia, la festa in onore della dea Mater Matuta, nell’anniversario della dedica del suo tempio nel foro Boario, che la tradizione faceva risalire a Servio Tullio. Mater Matuta era una dea di origine italica, che veniva identificata con l’Aurora; dal suo nome deriva infatti l’aggettivo “matutinus”. Era la stessa dea che gli Etruschi chiamavano Thesan, i Greci Eos e gli Osci Maatúis.

La festa era riservata alle matrone (bonae matres) che si erano sposate solo una volta (univirae) e il cui marito fosse ancora in vita. Le matrone portavano nel tempio un’offerta rituale costituita da focacce cotte in vasi di terra (Ovidio, Fasti, VI, 476).

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Mater Matuta da Chiusi, V secolo a.C., Museo  Archeologico Nazionale di Firenze

Conosciamo due riti che si svolgevano durante i Matralia, di cui già in tarda epoca repubblicana i romani non comprendevano più l’originario significato, ma che è possibile interpretare grazie al confronto con la mitologia e la liturgia religiosa indiana, dalla comune matrice indoeuropea.

Nel primo, le matrone riunite introducevano una schiava nel recinto del tempio di Mater Matuta, che era normalmente interdetto alle persone di condizione servile, per poi scacciarla a schiaffi e bastonate; questo rito simboleggiava la cacciata delle Tenebre, rappresentate dalla schiava, ad opera dell’Aurora.

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Mater Matuta, VI-V secolo a.C. Museo Provinciale Campano, Capua

Nel secondo rito, le matrone portavano fra le braccia e raccomandavano alla dea non i propri figli ma quelli delle loro sorelle, con allusione al fatto che l’Aurora prende in consegna e si prende cura del Sole, figlio della sorella Notte.

Sul finire della repubblica, con un processo interpretativo fuorviante, alcuni tratti comuni nei rituali e l’elemento della “luminosità” connesso alla dea portarono Mater Matuta ad essere identificata con la divinità marina greca Leucotea, madre di Palemone, a sua volta assimilato al dio romano Portuno; di conseguenza, Mater Matuta divenne madre di Portuno, divinità protettrice dei porti e delle porte.

Il rituale della Devotio

L’esercito romano, nella sua millenaria storia, fu sicuramente temibile ma tutt’altro che invincibile. Durante il periodo repubblicano (509-27 a.C.), molte furono le occasioni in cui si temette per le sorti di Roma.
Parliamo oggi di un rito religioso antichissimo, con forti componenti magiche, a cui si ricorreva in situazioni disperate e che le fonti attestano con sicurezza solo in tre casi: la “devotio”.

La Devotio era un particolare rituale religioso romano col quale l’officiante, il devotus, era al tempo stesso anche l’offerta agli dei: si trattava di un contratto nel quale l’uomo, chiedendo un favore specifico, dava in cambio la propria vita come offerta agli dei. Tuttavia l’offerta non veniva riconosciuta agli dei a grazia ottenuta, ma in anticipo, obbligandoli a non poter rifiutare quanto richiesto. Questo rito era compiuto soltanto in circostanze eccezionali, di gravissimo pericolo per la Res Publica e trovava quindi in genere applicazione in battaglia, nei casi in cui l’esercito romano si trovava a rischiare una rovinosa sconfitta. Il rito prevedeva che il comandante (il console, il dittatore o il pretore) si consacrasse agli dei, invocandoli secondo un preciso ordine, con una preghiera in cui chiedeva la vittoria per Roma ed i suoi alleati in cambio del suo sacrificio, e di quello degli eserciti nemici, agli Dei Mani e a Tellus (la Terra).

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Tito Livio (Ab Urbe condita libri, VIII, 9) ci tramanda esattamente lo svolgimento del rito. Seguendo le istruzioni del Pontefice Massimo, colui che lo compiva indossava la toga praetexta (tipica dei magistrati), quindi coprendosi il capo con un lembo della toga e levando la mano sinistra al di sotto di essa fino a toccarsi il mento, stando in piedi con un giavellotto posto sotto i piedi, recitava questa formula, un carmen dal grande potere evocativo:

Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e ottengo la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, io immolo insieme con me agli Dèi Mani e alla Terra, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici”.

Quindi, armato, si lanciava a cavallo contro l’esercito nemico, alla ricerca della morte che avrebbe perfezionato il patto con le divinità. Se il comandante moriva, era il segno favorevole che gli dei avevano accettato il voto; l’esercito romano, assistendo alla morte del suo condottiero, trovava quindi un rinnovato vigore e rovesciava le sorti della battaglia in suo favore, come risultato del patto stipulato con la devotio.

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La morte di Publio Decio Mure per devotio, Pieter Paul Rubens 1617-1618

Se invece il comandante sopravviveva, l’offerta non era stata gradita dagli dei e il malcapitato veniva interdetto a vita da tutti le cerimonie religiose private o pubbliche; gli era solo permesso di consacrare le sue armi a Vulcano o a qualsiasi altra divinità di sua scelta. Se addirittura il giavellotto, su cui il comandante aveva pronunciato la formula della devotio, era caduto in mano al nemico, era necessario un ulteriore rito di purificazione in onore di Marte, a cui si sacrificavano un maiale, una pecora e un toro (suovetaurilia).

Sempre Livio (Ab urbe condita, VIII, 10, 11-14) ci informa che il comandante poteva decidere di immolare agli dèi un qualsiasi legionario ai suoi ordini, anziché se stesso. In tal caso, se il legionario consacrato agli dei moriva, il patto era validamente concluso; se invece non moriva, era necessario realizzare una statua di oltre due metri (sette piedi) del legionario e sotterrarla, compiendo anche un sacrificio espiatorio; non era inoltre lecito a un magistrato romano passare sopra il luogo dove era stata sotterrata quella statua.

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La morte di Decio Mure, Simon de Vos, 1641

Siamo a conoscenza di tre occasioni in cui il rito della devotio fu effettuato, curiosamente ad opera di tre omonimi membri della stessa famiglia.
Il primo fu Publio Decio Mure, console nel 340 a.C., che compì il rito durante la battaglia del Vesuvio contro la Lega Latina.
Il secondo fu il suo omonimo figlio Publio Decio Mure, console nel 295 a.C., che si immolò nella battaglia di Sentino contro gli Italici;
Il terzo fu il nipote Publio Decio Mure, console nel 279 a.C., che si sacrificò nella battaglia di Ascoli Satriano contro la coalizione di forze tarantine, sannite ed epirote alla cui guida era Pirro, re dell’Epiro; i romani persero la battaglia, ma strategicamente Pirro perse la guerra.