Marcia, la concubina di Commodo

Marcia Aurelia Ceionia Demetriade era una liberta greca di cui conosciamo il nome completo grazie a un’iscrizione (ILS, 406). Figlia di una liberta di Lucio Vero, fu notata da Marco Ummidio (o Numidio) Quadrato (138 – 182)  e ne divenne la concubina. Quadrato era figlio della sorella minore di Marco Aurelio, Annia Faustina Cornificia, e quindi cugino di Commodo e di sua sorella Lucilla.

Nel 182, Quadrato rimase coinvolto in una congiura ordita da Lucilla e da Claudio Pompeiano Quinziano per eliminare Commodo. L’attentato, organizzato nell’Anfiteatro Flavio, fallì miseramente e costò la vita a Quadrato e Quinziano, mentre Lucilla fu prima esiliata a Capri e poi eliminata con discrezione.

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Busto di Bruttia Crispina, Altes Museum, Berlino

Commodo, che nel frattempo si era liberato anche della moglie Bruttia Crispina, esiliata con l’accusa di adulterio e fatta uccidere in seguito nel 187, notò la bellezza di Marcia e se ne invaghì, prendendola anche lui tra le sue concubine. Grazie alla sua avvenenza e alla sua cultura, Marcia divenne rapidamente la prediletta fra le concubine di Commodo, in nulla inferiore a una moglie legittima. Commodo le tributava tutti gli onori di un’imperatrice, tranne il privilegio di essere preceduta in pubblico da fiaccole accese, e la faceva assistere agli spettacoli dal trono dell’imperatore.

Marcia era una donna intelligente e scaltra, ed ebbe notevole influenza nella politica della corte imperiale, per il grande ascendente che aveva su Commodo. Marcia era anche cristiana o, almeno, molto favorevole ai cristiani; a lei faceva riferimento lo scrittore cristiano Ippolito (170 – 235) nel trattato “Confutazione di tutte le eresie” definendola come “la concubina di Commodo timorata di dio”. ¹

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Busto di Lucilla, Centrale Montemartini, Roma

Grazie all’influenza che esercitava presso Commodo, Marcia potè prodigarsi molto a favore dei cristiani, verso cui cessarono le persecuzioni per tutta la durata del suo regno. La grande importanza che aveva Marcia a corte è evidente nell’episodio della caduta di Cleandro, il potentissimo liberto, prima cubiculario e poi prefetto del pretorio, che di fatto esercitava il potere al posto di un Commodo sempre più disinteressato all’adempimento dei suoi doveri. Fu proprio Marcia, nel 190, ad avvertire Commodo che la plebe romana si stava ribellando a Cleandro a causa di una carestia e che erano scoppiati gravi tumulti a Roma. Marcia consigliò a Commodo di sbarazzarsi di Cleandro prima che la situazione degenerasse ulteriormente e l’imperatore, per evitare guai peggiori, eseguì prontamente.

Tra i molti soprannomi che vennero attribuiti a Commodo, quello di “Amazzonio” gli venne dato proprio per la sua passione per Marcia,  che gli piaceva veder ritratta vestita da amazzone. Si diceva che per amor suo, Commodo si fosse anche spinto a scendere nell’arena vestito da amazzone. Mentre si scambiava effusioni d’amore con Marcia, nel 190 Commodo ebbe anche la stravagante idea di rinominare Roma “Colonia Lucia Antoniniana Commodiana” e di battere monete con questa denominazione.

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Amazzone ferita, Metropolitan Museum, New York

Nonostante l’amore per Marcia, il comportamento di Commodo si fece col passare del tempo sempre più violento e stravagante. Le condanne a morte di personaggi influenti si susseguivano incessanti e l’imperatore preferiva partecipare ai giochi gladiatori nelle vesti di “secutor” e all’uccisione di belve nelle arene, anziché dedicarsi agli affari di stato.

Si arrivò al 31 dicembre del 192; il primo giorno dell’anno successivo, durante le celebrazioni in onore di Giano, i consoli avrebbero indossato per la prima volta le insegne annuali della loro carica. Secondo quanto racconta Erodiano, Commodo aveva l’intenzione, mentre i festeggiamenti erano al culmine, di presentarsi al popolo di Roma, per officiare il sacrificio in onore di Giano, partendo dalla caserma dei gladiatori anziché, come era costume, dal palazzo imperiale, indossando l’armatura da secutor – in luogo della porpora imperiale – e scortato dagli altri gladiatori ². Egli comunicò il suo progetto a Marcia, ma la donna, venendo a conoscenza di un’idea così assurda e indegna, lo supplicò e si gettò ai suoi piedi, chiedendogli tra le lacrime di non fare oltraggio all’impero di Roma, e di non mettersi in pericolo affidandosi a uomini giudicati spregevoli come i gladiatori. Infine, poiché con tutte le sue preghiere non ottenne nulla, se ne andò piangendo.

Commodo comunicò i suoi propositi anche a Emilio Leto, il prefetto del pretorio e ad Eclecto, il cubiculario, incaricandoli di preparare la caserma dei gladiatori affinché egli potesse trascorrervi la notte per uscirne direttamente il giorno dopo, scortato dai suoi occupanti. Ovviamente, anche Leto ed Eclecto cercarono di persuadere Commodo ad evitare questa parata indegna di un imperatore. Commodo, irritato, li congedò e si ritirò nelle sue stanze per riposare prima della cena. Là prese un foglio ricavato dalla scorza di tiglio e iniziò a scrivere una lista di persone che voleva far uccidere quella notte.

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Busto di Commodo come Ercole, Musei Capitolini, Roma

Dopo aver compilato l’elenco, Commodo lo lasciò imprudentemente sul letto, pensando che nessuno si sarebbe introdotto nella sua camera senza il suo permesso, e si recò a fare le consuete abluzioni. Tuttavia, tra i romani amanti del lusso era di moda avere degli schiavi bambini, liberi di girare nudi per la casa, coperti solo d’oro e di gemme preziose. Commodo non era da meno e ne teneva uno presso di sé, chiamato Filocommodo, con allusione alla predilezione dell’imperatore per lui. Commodo lo adorava così tanto che spesso lo teneva a dormire con sé. Filocommodo entrò nella camera che ben conosceva per averci trascorso tante notti e prese il foglio abbandonato sul letto con l’intenzione di giocarci, come farebbero tutti i bambini; quindi uscì dalla stanza. Il destino volle che il piccolo Filocommodo incontrasse Marcia, che gli era ugualmente affezionata. Marcia gli si fece incontro per abbracciarlo e baciarlo, ma gli tolse il foglio per evitare che il bambino distruggesse qualcosa di importante; riconobbe però la scrittura di Commodo e le venne la curiosità di leggerlo. Fin dalle prime righe il sangue le si ghiacciò nelle vene; Marcia stava leggendo la sua condanna a morte: lei sarebbe morta per prima, seguita da Leto ed Eclecto e da molti altri. Questa era la ricompensa che Commodo le riservava, dopo tanti anni in cui Marcia gli era stata lealmente accanto.

Furiosa, Marcia mandò a chiamare il cubiculario Eclecto, con cui aveva grande familiarità sin da quando era stata la concubina di Quadrato; si vociferava anzi che ne fosse anche l’amante, ed infatti lo sposò dopo la morte di Commodo. Eclecto era egiziano, di temperamento sanguigno e pronto a decidere ed agire; mise il suo sigillo sul foglio e lo inviò, tramite un uomo fidato, a Leto affinché lo leggesse. I tre si riunirono prontamente, fingendo di occuparsi dei preparativi riguardanti la caserma dei gladiatori, ma risoluti ad agire prima che la vendetta di Commodo li colpisse. Decisero di usare il veleno, perché Marcia, in quanto concubina prediletta, era solita riempire e offrire a Commodo la prima coppa di vino.

Quando Commodo tornò dai bagni, Marcia gli versò il veleno in una coppa di vino profumato, che l’imperatore, assetato per gli esercizi fisici e le abluzioni, bevve tutto d’un fiato. Poi, credendo di sentirsi spossato dal vino e dalla fatica, Commodo si ritirò a dormire nelle sue stanze. Più tardi, il veleno gli provocò un forte senso di nausea e violenti conati di vomito. I congiurati, temendo che Commodo si liberasse in quel modo dal veleno in corpo e si riprendesse, mandarono a chiamare un giovane e robusto lottatore di nome Narcisso, col quale spesso Commodo si allenava, e lo convinsero, dietro lauto compenso, a finire l’opera. Narcisso entrò nella stanza e, trovando Commodo indebolito dall’ubriachezza e dal veleno, lo strangolò senza difficoltà.

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“Morte di Commodo”, Fernand Pelez, 1879

Per evitare che i pretoriani, che erano fedeli a Commodo per tutti i favori ottenuti dall’imperatore, si accorgessero della fine toccata al loro protetto, i congiurati ne fecero trasportare in campagna il corpo da due schiavi, avvolto in un tappeto. Poi, si recarono dall’anziano Pertinace, ritenendolo il più adatto a succedere a Commodo, e lo accompagnarono al campo dei pretoriani, ai quali riferirono che l’imperatore era morto a causa del troppo cibo ingurgitato.

Dopo la proclamazione a imperatore di Pertinace da parte del Senato, Marcia sposò Eclecto. Purtroppo per Marcia, Eclecto morì eroicamente il 28 marzo 193, ucciso dai pretoriani mentre difendeva Pertinace dalla loro furia. Pochi mesi dopo, il nuovo imperatore Didio Giuliano, che si proclamava vendicatore di Commodo, per ingraziarsi i pretoriani e temendo che Leto si stesse per schierare dalla parte di Settimio Severo, lo fece condannare a morte e ordinò che anche Marcia venisse uccisa insieme a lui. Infine Narcisso, l’ultimo protagonista dell’assassinio di Commodo, fu dato in pasto alle belve da Settimio Severo.

NOTE

¹ Ippolito (Refutatio omnium haeresium IX, 12, 10)

² Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco, I, 16, 2)

Ambarvalia, Dea Dia e Fratres Arvales

Verso la fine del mese di maggio, in una data non fissa, ma in genere il 29, si svolgeva una cerimonia di purificazione (lustratio) denominata Ambarvalia, che consisteva in una processione lungo il perimetro degli “arva“, le terre coltivabili di Roma. Nella processione venivano condotti un maiale, un montone e un toro, vittime del sacrificio tipico in onore di Marte chiamato “suovetaurilia” dal nome latino dei tre animali. La cerimonia aveva lo scopo di purificare le campagne e favorire la crescita delle coltivazioni.

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Bassorilievo con suovetaurilia, I secolo a.C., Museo del Louvre, Parigi

Lo svolgimento della cerimonia era di pertinenza dei Fratres Arvales, i “fratelli dei campi”, il collegio sacerdotale composto da dodici membri, preposto anche al culto della Dea Dia. Come i Salii, anche i Fratres Arvales cantavano un inno, il Carmen Fratrum Arvalium ed eseguivano una danza a tre tempi destinata a stimolare le forze della terra e a promuovere la fertilità dei campi. I Fratres Arvales, tramite il Carmen, invocavano la protezione di Marte, dei Lari e delle misteriose entità denominate Semones contro le malattie e gli spiriti malvagi che potevano portare alla distruzione delle coltivazioni presenti nei campi coltivati all’interno del perimetro evidenziato dalla processione.

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Busto di Antonino Pio raffigurato come Fratello Arvale, Museo del Louvre, Parigi

Anche le celebrazioni in onore della Dea Dia si svolgevano quasi sempre a maggio, un mese prima che iniziasse il raccolto, e la data della festa veniva stabilita a gennaio, dopo la stagione della semina. La Dea Dia, che alcuni interpretano come la dea del cielo luminoso, era un’antica divinità agricola che svolgeva le sue funzioni nel periodo che andava dalla semina fino al raccolto, poiché rappresentava la forza che accompagnava i semi dalla germinazione fino alla maturazione. Come abbiamo già detto, il culto della Dea Dia era officiato da dodici sacerdoti, i Fratres Arvales, che si riunivano nel santuario della dea, un tempio di forma circolare situato nei pressi di un bosco sacro vicino a Roma, al quinto miglio della Via Campana. Durante le celebrazioni, la statua della dea veniva unta ritualmente.

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Ricostruzione del tempio della Dea Dia

Il sacerdozio degli Arvali era nato in un periodo molto antico della storia di Roma, come testimoniato dalla lingua arcaica con cui è scritto il Carmen Fratrum Arvalium, e dalla tradizione che fa risalire l’istituzione del collegio a Romolo e ai dodici figli maschi di Acca Larentia. Il sodalizio venne poi riorganizzato in epoca augustea. In questa nuova forma, la confraternita era composta da dodici membri scelti per cooptazione all’interno delle famiglie più importanti, e che restavano in carica a vita; uno dei dodici sacerdoti era in genere l’imperatore regnante. In epoca imperiale, per assicurare salute e prosperità all’imperatore e alla sua famiglia, i Fratres Arvales offrivano sacrifici non solo alla Dea Dia, ma anche ad altre divinità. Di questi sacrifici resta testimonianza nei numerosi frammenti, incisi nel marmo, che costituiscono gli Acta Arvalium, e che coprono un arco di tempo che va dal 21 a.C. al 241 d.C.

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Busto di Lucio Vero raffigurato come Fratello Arvale, Museo del Louvre, Parigi

Le insegne del sacerdozio erano costituite da una corona di spighe e da bende di lana bianca. L’esistenza dei Fratres Arvales è documentata ancora fino al 304 d.C. e finì ovviamente per scomparire con il tramonto delle antiche divinità.

Testa di Dioniso scoperta a Roma

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Il sottosuolo di Roma cela ancora innumerevoli meraviglie, che continuano a riemergere dal passato della città. Venerdì 25 maggio, tra lo stupore generale, dagli scavi di via Alessandrina che serviranno ad unificare i due settori del Foro di Traiano rimasti separati dalla strada, è apparsa una testa in marmo lunense, di dimensioni maggiori del vero e in ottimo stato di conservazione. La testa è stata rinvenuta incassata in un muro tardo medievale, essendo stata reimpiegata – come spesso si faceva all’epoca – come materiale edilizio, vista la scarsità di risorse.

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La delicata fattura dei lineamenti e i capelli che ricadevano sulla nuca avevano in un primo momento fatto pensare ad una divinità femminile. Si tratta invece, molto probabilmente, di una raffigurazione di Dioniso, spesso rappresentato con caratteri femminei.

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Basandosi sullo stile, è possibile al momento ipotizzare una datazione di massima del reperto tra il I e il II secolo d.C.. La statua è stata portata nei depositi del Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, per il lavoro di ripulitura e restauro e per la ricerca di eventuali tracce di colore presenti nella fascia che cinge i capelli.

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Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei archeologici e storico-artistici della Sovrintendenza, ha dichiarato: “Pensiamo vada identificata con Dioniso. Sulla testa, infatti, ha una cintura decorata con un fiore tipicamente dionisiaco, il corimbo, e dell’edera. Gli occhi cavi, che probabilmente erano costituiti da pasta vitrea o pietre preziose ce la fanno ricondurre ai primi secoli dell’impero“. Presicce auspica che dalla stessa zona, ai piedi del Campidoglio, riemergano “altri frammenti della statua o altri pezzi pertinenti” perché si possa procedere ad una eventuale futura ricostruzione. Sulla provenienza della statua, “viene naturale pensare che venga dal Foro di Traiano anche se a volte questi frammenti hanno girato parecchio“.

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La testa di Dioniso rinvenuta nel 2014 in una fognatura sotto la Via Sacra

A questo proposito, ricordiamo che già nel 2014, da un tratto del condotto fognario che scorre sotto la Via Sacra, nei pressi dell’Arco di Tito, era riemersa una testa colossale di Dioniso, alta circa 80 cm, con la capigliatura decorata con una fascia attorno a cui si arrotolavano grandi ciocche di capelli e databile al I-II secolo d.C., che confermava la presenza nelle vicinanze di un luogo di culto di Bacco o Dioniso.

Festa di Fortuna Primigenia (25 maggio)

Ogni anno, a Roma, il 25 maggio si svolgeva la festa in onore di Fortuna Primigenia, nell’anniversario della dedica del suo tempio sul Quirinale. Il tempio di Fortuna Primigenia (Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia) era stato infatti votato nel 204 prima della battaglia di Crotone contro Annibale e venne dedicato il 25 maggio del 194 da Quinto Marcio Ralla come ringraziamento per la sconfitta dei Cartaginesi.

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Statua in marmo di Fortuna, Musei  Vaticani, Roma

Come Fortuna Primigenia Praenestina, la dea che dava origine a ogni evento era oggetto di grande venerazione a Preneste (l’odierna Palestrina), nel cui tempio, costruito alla fine del II secolo a.C. su un sito sacro alla dea risalente almeno al IV secolo, Fortuna era rappresentata nell’atto di allattare Giove e Giunone bambini e, nei giorni della sua festa, l’11 e il 12 aprile, era consultata come fonte di responsi oracolari.

Quando nel 194 il culto di Fortuna Primigenia fu importato a Roma, la dea assunse fin da subito la caratteristica di rappresentare la natura nel suo complesso, l’origine di ogni cosa umana e divina, con la funzione di determinare a ciascuno il suo destino fin dalla nascita, mentre al contempo perse il suo carattere oracolare. Fortuna Primigenia era quindi la dea della buona e della cattiva sorte, che accompagnava gli uomini in ogni momento della loro vita.

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Affresco di Fortuna – Tyche proveniente da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

L’influenza greca portò infine a identificare Fortuna Primigenia con Tyche, la dea greca della sorte, che guidava e dirigeva le vicende umane. Questa assimilazione risulta evidente nell’iconografia della Fortuna, rappresentata spesso in modo simile a Tyche, come una donna in piedi con un timone nella mano destra e una cornucopia nella sinistra. Altre volte, Fortuna veniva invece rappresentata con gli attributi tipici di Iside.

Nascita di Germanico: 24 maggio 15 a.C.

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Busto di Germanico, Musée Saint-Raymond, Tolosa

Il 24 maggio del 15 a.C. nasceva ad Anzio Nerone Claudio Druso, meglio noto in seguito come Germanico. Era figlio di Druso Maggiore (38 – 9 a.C.), il fratello di Tiberio e di Antonia Minore (36 a.C. – 37 d.C.), la nipote di Augusto. In quanto discendente sia dei Claudii che dei Giulii, Germanico era un naturale anello di congiunzione tra i due rami della famiglia imperiale. Per questo, nel 4 d.C., dopo la morte dei suoi eredi diretti Lucio e Gaio, Augusto impose a Tiberio, che aveva già un figlio, Druso Minore (15 – 23 d.C.), di adottarlo. Germanico assunse allora il nome di Germanico Giulio Cesare e, nello stesso anno, gli fu data in moglie Agrippina Maggiore (14 a.C. – 33 d.C.), un’altra nipote di Augusto, con la quale formò un’unione indissolubile, spezzata solo dalla morte di lui. Germanico e Agrippina ebbero nove figli, tutti destinati a prematura o tragica fine, tra cui il futuro imperatore Caligola e Agrippina Minore, moglie di Claudio e madre di Nerone.

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Busto di Agrippina Maggiore

Tra le imprese per cui venne sempre ricordato con grande affetto dal soldati e dal popolo di Roma, ricordiamo che Germanico riuscì a recuperare due delle tre aquile sottratte alle legioni di Varo annientate da Arminio nella selva di Teutoburgo nel 9 d.C., e che sconfisse duramente la coalizione dei Germani riunita dallo stesso Arminio nella battaglia di Idistaviso nel 16 d.C.

Oltre ad essere un valente condottiero, Germanico fu anche un raffinato letterato: scrisse alcune commedie in greco, tutte perdute, epigrammi e gli “Aratea” una traduzione dal greco dei “Fenomeni” di Arato, un poema astronomico di cui ci restano 725 versi.

La travolgente carriera di Germanico giunse al termine il 10 ottobre del 19 d.C. ad Antiochia, per la morte causata da un probabile avvelenamento di cui furono accusati  Gneo Calpurnio Pisone, governatore della Siria – con cui Germanico era entrato in attrito – e sua moglie Munazia Plancina, senza però che si potessero provare le accuse. Era stato proprio Germanico, poco prima di morire, a formulare la sua accusa dei confronti di Pisone e a farsi promettere dagli amici di non lasciare invendicata la sua morte.

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Busto in basanite di Germanico, British Museum, Londra

Poco dopo spirò, nel profondo lutto della provincia e di tutti i popoli confinanti. Se ne dolsero popoli e re stranieri, tanto grandi erano la sua umanità verso gli alleati, la mitezza verso i nemici, la reverenza che incuteva nel vederlo e nell’udirlo, egli che, pur conservando la dignitosa gravità della sua alta posizione, aveva potuto sottrarsi all’invidia e all’arroganza” ¹.

Germanico, uomo di aspetto fisico eccezionalmente bello e di ottime qualità morali, si distingueva sia per la sua cultura che per la sua prestanza e, sebbene fosse violentemente irruente contro il nemico, si comportava in modo molto mite con i concittadini. Nonostante avesse, in quanto Cesare, un grandissimo potere, manteneva le sue ambizioni allo stesso livello della gente umile; non si comportò mai odiosamente con i suoi sottoposti, non mostrò invidia per Druso né una condotta biasimevole nei riguardi di Tiberio” ².

NOTE

¹ Tacito (Annales, II, 72, 2)

² Cassio Dione (Storia Romana, LVII, 18, 6-7)

23 maggio: Tubilustrium dedicato a Vulcano

Il 23 maggio veniva ripetuta la cerimonia del Tubilustrium, dopo quella del 23 marzo in onore di Marte, all’inizio della stagione della guerra, di cui era il dio. Questa volta, però, il  Tubilustrium si svolgeva in onore di Vulcano ¹, a cui veniva dedicata la distruzione rituale delle armi nemiche. La festa segnava, nei tempi più antichi, la fine della normale campagna bellica, almeno di quella contro i nemici più vicini, che tuttavia poteva non essere l’ultima prima dell’arrivo dell’autunno.

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Particolare del sarcofago Ludovisi, III secolo d.C., Palazzo Altemps, Roma

La cerimonia del Tubilustrium consisteva nel lavaggio sacro (lustrium) delle trombe da guerra (tubae), usate nell’esercito romano per impartire gli ordini e anche dei corni utilizzati durante i rituali sacri. La cerimonia avveniva nell’Atrium Sutorium, la sede della congregazione dei calzolai, ed era accompagnata da sacrifici, giochi e dalla consueta partecipazione dei Salii, i sacerdoti del culto di Marte, che portavano in processione gli scudi sacri chiamati “ancilia“, a conferma della natura guerresca del rito.

Vulcano, conosciuto a Creta come Velchanos e in Etruria come Sethlans, era una divinità che personificava il fuoco distruttore sia nel bene che nel male ed aveva il suo altare con un fuoco perenne, denominato area volcani all’estremità occidentale del foro, alle pendici del Campidoglio, in un luogo detto Vulcanale (Volcanal), dove era presente anche la statua del dio. Le sue feste, dette Volcanalia, cadevano il 23 agosto. Per propiziarsi il dio che poteva essere responsabile degli incendi che in estate minacciavano di bruciare i raccolti, durante i Volcanalia, in suo onore, si compiva il crudele rito di gettare vivi dei pesciolini nel fuoco del Vulcanale, in sostituzione – secondo Varrone  e Festo – di sacrifici umani, e si immolavano animali dalla livrea rossa. Varrone ² attribuiva a Tito Tazio l’introduzione a Roma del culto di Vulcano, al quale era preposto anche uno dei flamini minori, il Flamen Volcanalis. Solo in epoca più tarda, Vulcano venne assimilato al greco Efesto, con cui in realtà non aveva collegamenti, e divenne quindi figlio di Giove e Giunone e anche il fabbro degli dei.

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Rilievo di Vulcano, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Vulcano aveva il suo tempio fuori dalle mura, eretto prima del 215 a.C., presso il Circo Flaminio, perché, per un precetto risalente agli etruschi, non si poteva ospitare in città il dio che avrebbe potuto incendiarla, ma anche perché, come nel caso di Marte, dall’esterno sarebbe stato più semplice volgere contro i nemici il potere distruttivo del dio. A Vulcano venivano inoltre consacrate le armi e le spoglie sottratte ai nemici sconfitti.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, V, vv. 727-728)

² Varrone (De lingua latina, V, 74)

Battaglia del Granico (22 maggio 334 a.C.)

Il 22 maggio del 334 a.C., l’esercito macedone di Alessandro Magno sconfiggeva le armate dei satrapi persiani di Dario nella battaglia presso il fiume Granico. Fu la prima grande vittoria di Alessandro sull’impero persiano.

Alessandro era da poco arrivato in Asia Minore con le sue truppe, per iniziare il suo attacco contro l’impero persiano. Memnone di Rodi, un greco al servizio dei persiani, consigliò al resto dei comandanti di non correre il rischio di affrontare i Macedoni, che erano superiori nella fanteria, e aveva proposto di utilizzare la tattica di fare terra bruciata davanti ad Alessandro per affamare le sue truppe, ma il comando persiano, formato da satrapi e governatori dell’Asia Minore optò per un attacco frontale.

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Alessandro attraversa il fiume Granico

L’esercito persiano stava attendendo la battaglia, schierato sulla riva opposta del fiume Granico, ma era numericamente inferiore rispetto a quello macedone, potendo contare su circa trentacinquemila uomini contro i cinquantamila di Alessandro. Nelle file dei persiani, militavano circa ventimila mercenari greci, al comando di Memnone.

Seguendo il consiglio di Parmenione, Alessandro fece accampare per la notte l’esercito macedone sulla riva opposta del Granico, aspettando l’alba per attraversare il fiume e sorprendere i persiani prima che potessero disporsi in assetto da battaglia.

All’alba del 22 maggio, quando i persiani si accorsero che i macedoni stavano attraversando il fiume, lasciarono il loro accampamento su una collina a un paio di miglia di distanza, Alessandro, sul lato destro del suo schieramento, guidò personalmente la carica dei suoi Eteri, la cavalleria pesante dell’esercito macedone, contro la cavalleria persiana. Contemporaneamente, sul lato sinistro, anche Parmenione con la cavalleria tessala scagliava un poderoso attacco contro lo schieramento persiano.

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Alessandro guida la carica degli “Eteri”

Dopo un durissimo scontro in cui persero la vita numerosi nobili e dignitari persiani, alcuni dei quali finiti da Alessandro stesso – che rischiò a sua volta di essere ucciso da un colpo di spada che gli spezzò l’elmo e fu salvato da Clito il Nero, il comandante dello squadrone reale della cavalleria, che trucidò il suo avversario – la cavalleria persiana iniziò a ritirarsi, lasciando sul campo un migliaio di morti, e il sovrano macedone avanzò sui mercenari greci, che costituivano il grosso della fanteria persiana. I mercenari vennero accerchiati dall’azione congiunta delle due ali della cavalleria macedone e dalla fanteria, e massacrati senza pietà; oltre quindicimila di loro morirono e circa duemila furono presi vivi e inviati come schiavi in Macedonia perché, pur essendo Greci, avevano combattuto per i barbari contro la Grecia. Memnone di Rodi riuscì invece a darsi alla fuga.

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Clito il Nero salva Alessandro da un cavaliere persiano

Nella carica condotta da Alessandro morirono venticinque dei suoi Eteri; il sovrano decretò che i loro genitori e i loro figli fossero esenti da tasse obblighi militari, e in loro onore commissionò altrettante statue di bronzo allo scultore Lisippo, che furono poste nella città di Dione, sul confine tra Macedonia e Tessaglia. Molto basse furono le altre perdite macedoni: sessanta tra i cavalieri di Parmenione e trenta fanti. Morì anche il cavallo che Alessandro montava, che non era l’amato Bucefalo, che il macedone aveva preferito tenere a riposo nell’occasione. Dopo aver dato sepoltura ai caduti di entrambe le parti, Alessandro inviò ad Atene trecento armature complete da dedicare ad Atena, ed ordinò che venissero accompagnate dalla seguente iscrizione:

Alessandro, figlio di Filippo, e i Greci, tranne gli Spartani, dedicano queste spoglie tolte ai barbari che vivono in Asia“.

Trecento armature come gli Spartani di Leonida morti alle Termopili nel 480 per fermare l’avanzata dell’armata di Serse, ma questa volta i Lacedemoni erano i grandi assenti nella spedizione che avrebbe portato Alessandro ad abbattere l’eterno nemico dei Greci: l’impero persiano.

21 maggio: Agonalia di Veiove

Il 21 maggio è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva quattro volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: l’11 dicembre a Sol Indiges, il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte e il 21 maggio a Veiove. L’etimologia del nome “agonalia” e il significato più antico del rituale erano divenuti col tempo di difficile interpretazione anche per gli autori classici.

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I festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un montone dal manto nero, simbolo di fertilità, da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un indizio dell’origine arcaica di questa festa. La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio.
Veiove (Vediove) era una antica divinità di origine italica o etrusca, il cui carattere originario era diventato oscuro anche agli eruditi romani che ne scrissero, cercando di chiarirne l’origine. Secondo Varrone, il culto di Veiove era uno di quelli la cui istituzione risaliva al regno di Tito Tazio.
Per alcuni, inoltre, Veiove era una divinità di carattere infernale, assimilabile a Plutone. Altri, a causa del nome, lo collegavano a Giove, laddove il prefisso “ve” indicava per Ovidio un Giove “fanciullo”; per Aulo Gellio un Giove “negativo”, un dio pericoloso, appartenente al mondo sotterraneo.

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Veiove di Monterazzano, I secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale di Viterbo

L’aspetto ctonio e infernale di Veiove era confermato, secondo Macrobio, dalla presenza del suo nome negli antichi riti romani di maledizione dell’esercito nemico, che avevano il potere di consegnarlo alle potenze infere del sottosuolo. A questa tenebrosa divinità era lecito immolare i colpevoli di tradimento verso le leggi dello Stato, come testimoniava Dionigi di Alicarnasso.
Tradizionalmente, Veiove era però anche il dio protettore dell’Asylum, il bosco sacro sulle pendici del Campidoglio, dove chiunque poteva rifugiarsi senza correre il rischio di essere cacciato.

Secondo la tradizione, era stato Romolo ad istituire questo luogo sacro, in cui accogliere chiunque volesse trasferirsi a Roma, straniero, fuggiasco o supplice che fosse.
Veiove era inoltre oggetto di culto da parte della gens Iulia, di cui figurava come padre in un’iscrizione rinvenuta a Bovillae. Gellio (Noctes Atticae, V, 12, 11) descriveva la statua di culto di Veiove sul Campidoglio come un giovane senza barba, recante in mano delle frecce “evidentemente destinate a nuocere” e con accanto una capra. A Veiove vennero dedicati un santuario sul lato settentrionale dell’isola Tiberina nel 194 a.C., e un tempio nella zona detta “inter duos lucos“, ovvero tra due boschi, inaugurato il 7 marzo del 192 a.C., che si trovava tra le due cime del Campidoglio, cioè tra l’Arx e il Capitolium, presso l’Asylum.

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Statua di Veiove, rinvenuta nel suo tempio sul Campidoglio, I secolo d.C., Musei Capitolini, Roma

Quest’ultimo venne scavato negli anni 1940-41 accanto al Tabularium e identificato con certezza grazie alla scoperta, nella cella del tempio, della colossale statua di culto, acefala e priva di braccia, descritta da Gellio, databile alla fine del I secolo d.C. e conservata ora nei Musei Capitolini. Nel 1955 a Monterazzano, nei pressi di Viterbo, venne invece rinvenuta una raffinata statuetta bronzea di Veiove, che ci consente di immaginare come fosse quella del Campidoglio.

Pignora Imperii (parte III): le Ceneri di Oreste

Septem fuerunt pignora, quae Imperium Romanum tenent: Acus Matris Deum, Quadriga fictilis Veientanorum, Cineres Orestis, Sceptrum Priami, Velum Ilionae, Palladium, Ancilia”.

“Ci furono sette garanzie che mantenevano il potere di Roma: l’Ago della Madre degli Dèi, la Quadriga di argilla dei Veienti, le Ceneri di Oreste, lo Scettro di Priamo, il Velo di Iliona, il Palladio, gli Ancilia”. (M. Servius Honoratus, in Vergilii carmina comentarii ad Aen., VII, 188)

Nella disamina dei sette “pignora imperii“, posti a garanzia della supremazia di Roma, è ora il turno delle Ceneri di Oreste, cioè dei resti del corpo di quell’Oreste che, per vendicare l’assassinio di suo padre Agamennone, re di Micene, aveva ucciso la madre Clitennestra e il suo amante Egisto.

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Oreste uccide Clitennestra, anfora del IV secolo a.C., J.P. Getty Museum, Malibu

Il mito narra che Oreste, per sfuggire alle Erinni che lo perseguitavano ovunque per l’uccisione di sua madre Clitennestra, avesse ricevuto dall’oracolo di Delfi il consiglio di recarsi in Tauride, di sottrarre il simulacro di Artemide caduto dal cielo e conservato nel santuario locale e di portarlo in Attica. Oreste, insieme al suo amico fraterno Pilade, giunse nella Tauride, governata dal re Toante, senza sapere che lì si trovava anche sua sorella Ifigenia, da lui creduta morta tanti anni prima, che era invece divenuta sacerdotessa di Artemide.

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Gruppo statuario di Oreste e Pilade, Museo del Louvre, Parigi

Oreste e Pilade vennero catturati da Toante; era infatti usanza di quelle terre sacrificare ad Artemide ogni straniero che fosse giunto da quelle parti, ma Ifigenia, riconosciuto il fratello Oreste, riuscì a liberare i prigionieri e i tre fuggirono portando con loro la statua della dea. Oreste infine tornò in Attica sotto la protezione di Atena, e si sottopose al giudizio dell’Areopago, il tribunale ateniese, che lo assolse dal suo delitto e lo liberò dalla persecuzione delle Erinni. Oreste quindi si impadronì dei regni di Micene, che era stato di suo padre, di Argo e di Sparta. Morì in Arcadia a settant’anni di età per il morso di un serpente e fu sepolto a Tegea.

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Sarcofago romano proveniente da Ostia (150-200 d.C. circa) con Pilade, Oreste e Ifigenia che regge il simulacro di Artemide; Altes Museum, Berlino

Una variante italica del mito, racconta invece che la fuga di Oreste e Ifigenia, con la statua di Artemide, si concluse nel Lazio, nel sacro bosco di Aricia vicino al lago di Nemi, dove i due fratelli istituirono il culto di Diana. Oreste divenne il primo sacerdote di questo culto e, dopo la sua morte, fu sepolto da Ifigenia nel bosco di Aricia, finché i Romani, dopo aver sconfitto la lega latina, ne prelevarono i resti per portarli a Roma e seppellirli sotto la soglia del tempio di Saturno, vicino al tempio della Concordia, nella zona del Foro Romano. Da quel momento le ceneri di Oreste divennero uno dei sette “pignora imperii“, dai quali dipendeva il potere di Roma. Pare invece che i Romani rispedirono a Sparta la statua di Artemide, perché non gradivano la crudeltà dei riti che si svolgevano in suo onore.

Qual era il significato simbolico delle Ceneri di Oreste, e perché esse erano così importanti per il potere di Roma?

Forse, come ritengono alcuni, per la valenza positiva che la figura di Oreste aveva assunto per aver interrotto una catena di violenze familiari culminata col matricidio ed aver raggiunto un nuova pacificazione, come quella introdotta da Augusto, dopo la guerra civile con Antonio, che aveva dato inizio all’impero?

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Ricostruzione del Tempio di Saturno in epoca augustea

Ci sembra però che la soluzione sia un’altra e che l’importanza del corpo di Oreste fosse invece strettamente connessa all’invincibilità di una città. Erodoto (Storie, I, 67-68) narra infatti di come nel VI secolo gli Spartani non riuscissero a conquistare la vicina Tegea. Inviarono allora dei messi al santuario di Delfi, per chiedere alla sacerdotessa Pizia cosa fare per poter sconfiggere i Tegeati. Secondo il responso della Pizia, gli Spartani avrebbero vinto se avessero riportato a Sparta le ossa di Oreste, il figlio di Agamennone, che erano sepolte a Tegea. Uno spartano di nome Lica, inviato a Tegea per trovare la tomba di Oreste, dopo aver scoperto che il suo sepolcro, lungo ben 7 cubiti (3 metri) era nascosto sotto un cortile, riuscì nell’impresa e, raccolte le ossa, tornò a Sparta portandole con sé. Le ossa furono poi trasferite, secondo Pausania, nel tempio delle Parche, a Sparta. Da quel momento, gli Spartani ebbero il sopravvento sui Tegeati.

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I resti del Tempio di Saturno nel Foro Romano

Se le ossa di Oreste si trovavano a Sparta, di chi erano quindi le ceneri conservate sotto la soglia del tempio di Saturno nel foro romano? Come vedremo parlando del Palladio, un altro dei “pignora imperii”, la duplicazione o moltiplicazione di questi oggetti sacri non era infrequente, perché il loro possesso era ambito da molte città proprio per l’alto valore simbolico. La stessa consuetudine la possiamo constatare, per esempio, anche nel campo delle reliquie dei martiri cristiani, il cui commercio assunse nei secoli dimensioni inusitate.

Vertumno

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Mosaico di Vertumno, II secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale di Madrid

Vertumno o Vortumno era un antica divinità italica che presiedeva al mutamento e all’alternanza ciclica delle stagioni. Secondo Varrone (De lingua latina V, 74), il culto di Vertumno venne introdotto a Roma da Tito Tazio. Il suo nome deriva dal latino “vertere”, che significa “volgere”, “trasformare”. Tuttavia i Romani erano convinti che Vertumno avesse un’origine etrusca e lo identificavano con Voltumna, il dio presso il cui tempio (fanum Voltumnae) si riunivano i rappresentanti della dodecapoli etrusca, la confederazione delle dodici città-stato alleate. Sempre Varrone (De lingua latina, V, 46) lo definisce “deus Etruriae princeps”, cioè la principale divinità dell’Etruria.

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Statua di Vertumno (II secolo d.C.), dagli scavi di Ostia Antica

Il tempio di Vertumno si trovava sull’Aventino, e venne dedicato da Marco Fulvio Flacco che nel 264 aveva trionfato sulla città etrusca di Volsinii. Come spesso accadeva quando assediavano una città nemica, i Romani, tramite il rito dell’evocatio, invitavano la divinità protettrice degli avversari ad abbandonarli e a trasferirsi a Roma. La dea protettrice di Volsinii si chiamava Veltune o Veltha, che i Romani latinizzarono in Voltumna. La questione dell’origine di Vertumno è destinata per ora a non essere risolta, vista la scarsità delle fonti in proposito; forse i Romani finirono per assimilare, a causa della somiglianza dei nomi, il preesistente dio latino Vertumno con la dea Voltumna degli avversari etruschi.

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Testa di divinità etrusca rinvenuta ad Orvieto e raffigurante Voltumna o Tinia

Vertumno era così antico che, secondo la tradizione, Mamurio Veturio – l’artigiano a cui Numa aveva affidato l’incarico di forgiare undici copie dell’ancile, lo scudo sacro caduto dal cielo – era ritenuto anche l’autore della statua arcaica del dio che sorgeva sul vicus Tuscus, all’uscita del Foro, dietro al tempio di Castore.

La festa principale, dedicata a Vertumno, detta dei Vertumnalia, si celebrava forse il 23 ottobre e rievocava il passaggio dall’estate all’autunno. A Vertumno venivano riservati i primi frutti e i primi fiori che nascevano dagli alberi e dai campi coltivati.

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Vertumno e Pomona, Laurent Delvaux 1725, Victoria and Albert Museum, Londra

Vertumno presiedeva, come abbiamo detto, al cambio delle stagioni, in particolare al passaggio tra l’estate e l’autunno, ricche di colori e in cui è più abbondante la produzione di frutti, e favoriva le trasformazioni in natura che riguardano le piante e che portano allo svilupparsi dei fiori in frutti. La relazione tra Vertumno e la generazione dei frutti veniva ricordata da un mito narrato da Ovidio (Metamorfosi, XIV, 622-771). Nel mito, Vertumno si innamorava perdutamente di Pomona, la dea dei frutti, e tentava in tutti i modi di conquistarne i favori assumendo le più svariate sembianze. Solo quando Vertumno riprese il suo splendido aspetto giovanile, Pomona, colpita dalla bellezza del dio, decise di concedersi a lui, attuando così l’unione che permette ogni anno la trasformazione dei fiori in frutti.