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Ritratto di Ermes rinvenuto ad Atene

Un ritratto del dio greco Ermes, in buono stato di conservazione, è stato scoperto durante dei lavori di manutenzione nelle fogne del centro di Atene nello scorso mese di novembre del 2020.

La testa del dio Ermes, protettore del commercio, dei ladri, dei viandanti e dei pastori, oltre che guida delle anime dei defunti, risalirebbe al IV-III secolo a.C., ed è stata rinvenuta murata sulla parete di un condotto fognario. Il ritratto raffigura Ermes in età matura, e in origine doveva far parte di un’erma, uno dei tanti pilastri, sormontati da un busto umano e muniti di un fallo eretto su un lato, che venivano collocati lungo le strade, ai crocevia, ai confini delle proprietà e dinanzi alle porte per invocare la protezione del dio Ermes, da cui derivarono anche il nome.

In un momento imprecisato dell’antichità, la testa dell’erma, che forse era stata danneggiata, venne riutilizzata ed inserita nel condotto fognario. Il ritratto di Ermes è realizzato in uno stile riconducibile a quello dello scultore greco Alcamene, attivo nella seconda metà del V secolo a.C.

Un fantasma ad Atene

La notte di Halloween è il momento adatto per presentarvi un altro classico racconto del brivido, tramandatoci da Plinio il Giovane, a cui era stato a sua volta riferito. Il luogo è una casa nella tranquilla Atene del I secolo d.C., teatro di terrificanti apparizioni notturne…

C’era ad Atene una casa ampia e comoda, ma malfamata e maledetta. Nel mezzo del silenzio della notte si udiva un suono di ferraglia e, se ascoltavi più attentamente, uno strepito di catene, da lontano prima, poi più da vicino; indi appariva uno spettro, un vecchio estenuato della magrezza e dallo squallore, con una lunga barba, i capelli irti; recava i ceppi ai piedi e le catene alle mani e le scuoteva. Perciò gli abitanti della casa trascorrevano, vegliando per la paura, delle notti sinistre e spaventose; quelle veglie finivano per produrre una malattia e, con il crescere del male, la morte. Giacché anche di giorno, pur essendo il fantasma scomparso, rimaneva negli occhi il ricordo di quella apparizione, sì che il timore durava più a lungo di ciò che l’aveva provocato. Perciò la casa fu disertata, condannata all’abbandono e lasciata tutta in balia di quel mostro. C’era però appeso un cartello, nel caso che qualcuno, ignorando un così grande male, volesse acquistarla o affittarla. Capitò ad Atene il filosofo Atenodoro, lesse il cartello, seppe il prezzo e, messo in sospetto dalla modicità, si informò, venne a conoscenza di tutto e nonostante ciò, anzi a cagione di ciò, prese in affitto la casa. Quando cominciò a fare notte, ordinò che gli preparassero un letto nella parte anteriore dell’edificio, chiese delle tavolette, uno stilo e un lume; mandò tutti i suoi nelle stanze interne ed egli, invece, si dedicò con la mente, gli occhi e la mano, allo scrivere, onde evitare che la mente, rimasta inoperosa, desse corpo alle storie di spettri che aveva sentito e a vani timori. Dapprima, come ovunque, aleggiava il silenzio della notte, poi cominciò un agitarsi di ferri, un muover di catene; Atenodoro non alza gli occhi, non ripone lo stilo, ma rafforza il proprio coraggio e lo mette a guardia delle orecchie; cresce lo strepito, continua ad avvicinarsi e già sembra di udirlo sulla soglia, già oltre la soglia. Si volta, vede e riconosce la figura di cui gli avevano parlato. Stava ritta e faceva segno con il dito, come a invitare qualcuno; ma il filosofo le fa cenno con la mano, come per dirle di attendere un poco, e si rimette alle tavolette e allo stilo.



Essa agitava le catene sopra il capo di lui che scriveva; Atenodoro si volta di nuovo, vede che gli fa cenno come prima; senza esitare, prende il lume e la segue. Essa avanzava con lento passo, quasi le gravassero le catene; dopo essere svoltata nel cortile della casa, improvvisamente svanisce, abbandonando chi la segue. Una volta rimasto solo, Atenodoro contrassegna il posto con delle erbe e delle foglie spiccate. Il giorno dopo, va dai magistrati e chiede loro che ordinino di far scavare in quel posto. Vi trovano, frammiste e avvolte dalle catene, delle ossa, che il cadavere putrefatto dall’azione del tempo e del terreno aveva lasciate scarnificate e scavate dalle catene; raccolte, vengono sepolte a spese della città. La casa non fu più visitata dai Mani, sepolti secondo i riti“. ¹

NOTE

¹ Plinio il Giovane (Epistole, VII, 27, 5-11)

Rinvenuta statua a Perge

Il Dipartimento della Cultura e del Turismo turco ha annunciato che lunedì scorso, durante gli scavi condotti a Perge, l’antica capitale della regione della Panfilia, sulla costa sud-occidentale dell’odierna Turchia, è stata rinvenuta la prima statua del 2020. Si tratta di una scultura del III secolo d.C., di squisita fattura e in ottimo stato di conservazione.

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L’eccezionalità del ritrovamento è aumentata dal fatto che della statua, che rappresenta una donna vestita con una lunga tunica e avvolta da un mantello, è stata rinvenuta anche la testa. Sconosciuta, al momento, è l’identità della donna ritratta nella statua.

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Gli scavi a Perge sono diretti da Sedef Cokay Kepce, professore di archeologia dell’Università di Istanbul. Una volta ultimato il restauro, la statua sarà esposta nel Museo di Antalya.

 

Morte di Giuliano: 26 giugno 363 d.C.

Il 26 giugno del 363 d.C., durante la ritirata verso Samarra, l’esercito romano venne attaccato a più riprese dai Persiani. Nella mischia furibonda, l’imperatore filosofo Flavio Giuliano, accorso prontamente ad incoraggiare i suoi uomini, ma senza la protezione della corazza, rimase mortalmente ferito da una lancia scagliata da mano ignota.

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Il 1° aprile 363, al comando di un poderoso esercito, Flavio Giuliano era entrato in territorio persiano, deciso a sferrare un colpo mortale al regno di Sapore II, da secoli una spina nel fianco dell’impero romano. L’Augusto, per portare a compimento l’impresa, aveva diviso il contingente ai suoi ordini, affidando parte delle truppe ai generali Procopio e Sebastiano, che avrebbero dovuto raggiungere l’Assiria passando lungo il corso del Tigri, attraverso l’Armenia e la Corduene, mentre egli si dirigeva a sud, lungo la riva dell’Eufrate. In solo due mesi, l’esercito romano guidato da Giuliano aveva raggiunto Ctesifonte, la capitale degli avversari, senza tuttavia riuscire a impegnare in una battaglia campale decisiva le forze dei Sasanidi. Ctesifonte era stata conquistata e saccheggiata altre volte dai Romani ma, in questa occasione, le possenti difese della città convinsero Giuliano dell’inutilità di porre un assedio, anche per evitare di essere colto di sorpresa alle spalle dall’esercito di Sapore II (Shāpūr). L’imperatore decise allora di andare incontro all’armata persiana e ordinò di ritirarsi, sperando anche di ricongiungersi al più presto con l’armata di Procopio e Sebastiano, per affrontare i Sasanidi con tutti gli effettivi. La marcia di ritorno fu però durissima per il caldo soffocante e la mancanza di rifornimenti; i persiani adottavano una tattica di guerriglia, facendo terra bruciata sul percorso della colonna romana e limitandosi ad improvvisi attacchi a sorpresa, evitando con cura lo scontro in campo aperto.

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Busto di Giuliano, Museo Diocesano di Acerenza

Sinistri presagi sul destino dell’imperatore si erano susseguiti nei giorni precedenti. Nella notte tra il 25 e il 26 giugno, nella sua tenda, mentre era intento a scrivere e meditare, Giuliano raccontò agli amici di aver visto confusamente l’immagine del Genio pubblico che gli era già apparsa nelle Gallie tre anni prima, quando stava per essere elevato alla dignità di Augusto; solo che questa volta il Genio si allontanava dalla tenda in atteggiamento triste, con il capo e la Cornucopia avvolti da un velo. ¹

Turbato dalla visione, Giuliano iniziò a pregare gli dèi e fu allora che gli sembrò di vedere una fiaccola ardente solcare il cielo, simile a una stella cadente, che egli interpretò come l’astro di Marte ². All’alba, gli aruspici furono convocati e consultati sul significato della stella cadente; essi risposero che si doveva evitare qualsiasi impresa:

“Dopo l’apparizione di una fiaccola in cielo non si doveva né ingaggiare battaglia né compiere alcuna azione del genere”. ³

Ignorando volutamente il parere contrario degli aruspici, come sempre faceva quando aveva già preso una decisione, Giuliano non volle comunque ritardare la partenza e ordinò di levare le tende, andando incontro al suo triste destino.

Verso mezzogiorno, mentre dalle alture circostanti i Persiani spiavano la marcia dei loro nemici, la lunga colonna romana arrivò alla desolata pianura di Maranda. Proprio allora, i Persiani aprirono le ostilità. Giuliano fu avvertito che la retroguardia era stata attaccata; l’imperatore voleva sempre essere al centro dell’azione, per sostenere e incoraggiare di persona i soldati. Per la fretta, Giuliano trascurò di indossare la lorica, e prese con sé solo uno scudo; mentre si dirigeva a cavallo verso la retroguardia, venne a sapere che anche l’avanguardia era stata attaccata. Incurante del pericolo che correva, insieme alle sue guardie del corpo Giuliano accorreva ovunque, per incitare i suoi uomini con le parole e l’esempio. Ad un certo momento, anche la parte centrale dello schieramento venne assalita dalla cavalleria corazzata dei persiani e dagli elefanti da guerra. Lo scontro si fece durissimo. Improvvisamente, nella confusione generale, una lancia persiana colpì al fianco destro Giuliano, penetrando profondamente tra le costole.

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Il ferimento di Giuliano nella mischia

Giuliano si ferì alle mani per estrarre la lancia dalla ferita e cadde da cavallo; fu subito soccorso dagli uomini del seguito e portato nella sua tenda per essere affidato alle cure dei medici. Poco dopo, essendo diminuito il dolore, chiese ancora le armi ed il cavallo per ritornare in battaglia, preoccupato per le sorti dei suoi uomini che, nel frattempo, venuti a conoscenza che l’imperatore era stato ferito, in preda all’ira e alla disperazione combattevano invece con rinnovato vigore.

“Caddero in quella battaglia cinquanta nobili e satrapi persiani, assieme a un grandissimo numero di soldati semplici; morirono, fra gli altri, i famosissimi generali Merena e Nohodare”. ⁴

La ferrea volontà di Giuliano non era però più sorretta dalle forze. Debilitato per la perdita di sangue, fu costretto a rimanere sdraiato, mentre il suo medico personale Oribasio constatava la gravità della ferita; perse infine la speranza di sopravvivere quando venne a sapere che il luogo dove era stato colpito si chiamava Frigia. Infatti, in passato, gli era stato vaticinato che in Frigia sarebbe morto per volontà del destino. Anche la notizia della morte in battaglia del suo amico e magister officiorum Anatolio provocò un ulteriore dolore al morente imperatore.

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Mosaico del V secolo d.C., rinvenuto nella sinagoga di Huqoq, in Israele, raffigurante un imperatore romano forse identificabile con Giuliano

L’ultimo grande storico romano, Ammiano Marcellino, che partecipava alla spedizione, ci narra le ore finali dell’ultimo imperatore pagano, in pagine dense di ammirazione per questa figura.

“Giuliano, che giaceva nella tenda, parlava a quanti gli stavano attorno, abbattuti e tristi: «È arrivato, amici, il momento assai opportuno di uscire dalla vita. Giunto al momento di restituirla alla natura, che la richiede, come un debitore leale mi rallegro e non mi rattristo né mi addoloro, poiché ben so, per opinione unanime dei filosofi, quanto l’anima sia più felice del corpo e penso che, ogni volta che una condizione migliore venga separata da una peggiore, dobbiamo rallegrarci, non dolerci. […] Non mi pento di quanto ho fatto, né mi sfiora il ricordo di qualche delitto; sia nel periodo di quando ero costretto all’oscurità e alla miseria, che dopo essere stato assunto all’impero, ho conservato pura la mia anima, che penso tragga origine dagli dei immortali ai quali è affine. […] Né mi vergognerò di ammettere che da tempo sapevo, in seguito ad una profezia sicura, che sarei morto di ferro. Perciò adoro la divinità eterna, perché non muoio in seguito ad insidie nascoste, né dopo una lunga e dolorosa malattia, né condannato come un criminale, ma perché ho meritato questa splendida fine in mezzo al corso della mia fiorente gloria. Infatti è giustamente considerato pauroso e ignavo chi desidera la morte quando non è necessaria come chi la evita quando è opportuna». […] Nel frattempo tutti i presenti piangevano ma Giuliano, che conservava ancora tutta la sua autorità, li rimproverava affermando che era da vili piangere un sovrano che si stava ricongiungendo al cielo ed alle stelle. Essi perciò tacquero ed egli discusse profondamente con i filosofi Massimo e Prisco sulla nobiltà dell’animo. Ma essendosi troppo aperta la ferita al fianco dov’era stato colpito ed impedendogli l’infiammazione del sangue di respirare, spirò serenamente nel cuore della notte all’età di 32 anni”. ⁵

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Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

Era quasi la mezzanotte del 26 giugno 363 e il paganesimo antico, ancora molto radicato nella società romana, dopo solo venti mesi di regno perdeva il suo ultimo difensore e una delle figure più colte e rappresentative del suo tempo. Con la morte di Giuliano, che era privo di eredi e non lasciò indicazioni per la sua successione, si estingueva anche la dinastia costantiniana. Il candidato più indicato alla successione sarebbe stato Saturnino Salustio, il prefetto del pretorio, che però rifiutò la porpora. La scelta dei generali cadde sul cristiano Gioviano, il comandante dei protectores domestici, la guardia imperiale, che per salvare ciò che restava dell’armata si affrettò a stipulare un mortificante accordo di pace coi Persiani, a cui cedette quindici fortezze, tra cui Singara, Nisibis e Castra Maurorum, e cinque province al di là del Tigri: l’Arzanena, la Moxoena, la Zabdicena, la Rehimena e la Corduene.

Misteriosa rimase l’identità di colui assestò il colpo mortale a Giuliano. Per quanto l’ipotesi più probabile è che si trattasse di un cavaliere persiano, negli anni successivi ci fu chi parlò di un sicario, forse cristiano, incaricato di eliminare l’imperatore nell’ambito di una congiura di palazzo, ed altri attribuirono l’assassinio ad un soldato romano esasperato dalla fame e dalle sofferenze.

Come attestato dallo storico Eutropio ⁶, che aveva partecipato alla spedizione contro i Sasanidi, dopo la morte Giuliano fu divinizzato tramite il consueto rituale della consecratio, e divenne oggetto di particolare venerazione negli ambienti dell’aristocrazia pagana e tradizionalista.

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Solido aureo di Giuliano

Il corpo di Giuliano fu scortato da Procopio fino a Tarso, e sepolto in un piccolo mausoleo che sorgeva accanto ad una villa suburbana, alla periferia della città, secondo le disposizioni che l’imperatore filosofo aveva dato quando era ancora in vita ⁷. Il mausoleo sorgeva di fronte alla tomba di un imperatore pagano e anticristiano, Massimino Daia, sulle rive del fiume Cnido. Sulla sua lapide funeraria Gioviano fece incidere questa iscrizione:

“Dalle rive del Tigri impetuoso, Giuliano qui è venuto a riposare, al tempo stesso buon re e valoroso guerriero”.

Quando Sapore venne a conoscenza della morte di Giuliano, che temeva moltissimo, se ne rallegrò; tuttavia, non si capacitava del motivo per cui i Romani non avessero tentato di vendicare la morte del loro imperatore.

“A Vittore, Salustio e agli altri membri della legazione inviati per definire un accordo di pace, fu chiesto da Sapore se i Romani non provavano vergogna per non essersi preoccupati di vendicare Giuliano, visto che era stato l’unico a cadere. «Io – esclamò – quando uno dei miei generali fu ucciso, feci scuoiare vivi gli uomini che mancarono di morire al suo fianco e ne inviai le teste ai parenti per consolarli»”. ⁸

NOTE

¹ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 3)

² Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 4)

³ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 7)

⁴ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 13)

⁵ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 15-23)

⁶ Eutropio (Breviarium, X, 16, 2)

⁷ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 9, 12)

⁸ Libanio (Orazioni, XXIV, 20)

Rara immagine di Iside trovata in Germania

Quando, pochi mesi fa, il frammento di terracotta è venuto alla luce, da una fossa in cui anticamente venivano gettati i rifiuti, gli archeologi hanno pensato di trovarsi di fronte a un oggetto impossibile. Cosa ci faceva una rappresentazione della Madonna con Bambino tra gli scarti di un accampamento romano a guardia del limes del basso Reno, recuperato in uno strato databile tra il I e il II secolo d.C.?

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Particolare dell’immagine di Iside sull’anfora di Krefeld

Il rilievo, alto solo 8 centimetri, decorava un’anfora in terracotta e mostra una donna seduta su un trono con un bambino piccolo in grembo e un sistro, un antico strumento musicale affine a un sonaglio, nella sua mano destra.

Una volta ripulito il reperto, un esame più accurato ha permesso di capire che il rilievo mostra in realtà la dea Iside che allatta suo figlio Horus, la cui iconografia corrisponde in gran parte a quella della Madonna che allatta Gesù bambino.

Il frammento di vaso recuperato proviene dalla zona in cui alloggiavano i civili, i mercanti, i commercianti e le famiglie dei soldati che erano di stanza nel forte romano di Gelduba, da cui ha avuto origine l’odierna città tedesca di Krefeld, e che proteggeva uno dei confini più delicati dell’impero.

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L’archeologo Eric Sponville con il frammento di vaso che contiene l’immagine di Iside, nel Museo archeologico di Krefeld

Mentre le rappresentazioni in rilievo sui manici di vasi in bronzo o argento di alta qualità sono comuni, ci sono pochissimi esempi di immagini figurative su semplici brocche di terracotta. Questo fatto ha indotto gli archeologi a ritenere che la brocca avesse una funzione di culto, posta forse su un altare domestico all’interno di una domus.

Iside, sorella e sposa di Osiride, patrona dell’agricoltura, delle arti domestiche e delle scienze, era una delle divinità principali del pantheon egizio. Il suo culto ebbe grande importanza con l’avvento della dinastia tolemaica in Egitto e, nella sua componente iniziatica, denominata Misteri di Iside, si diffuse in Grecia e poi in tutto il bacino mediterraneo, penetrando a fondo anche nella cultura romana. Già nel 105 a.C. venne infatti edificato a Pompei un Iseon, il tempio di Iside.

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Statua di Iside con sistro in mano, Musei Capitolini, Roma

Il culto di Iside giunse a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò a più  riprese di abbattere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. In età augustea non giovò a Iside la sua associazione con l’Egitto di Cleopatra, la grande nemica di Roma. Augusto e Tiberio proibirono che gli dèi egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. A partire da Caligola, che fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio, e poi con Domiziano, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, fece edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

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Statuetta di Iside che allatta Horus, Collezione Egizia del Museo di Santa Giulia, Brescia

Iside era una dea lunare ma anche signora del mare e protettrice delle navi e dei marinai. Nel mondo greco veniva assimilata a Tyche e nel mondo romano a Fortuna, di cui condivideva gli attributi caratteristici, come la cornucopia e il timone.

Quello di Iside fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto; infatti, fu solo nel VI secolo che il tempio di Iside a File fu definitivamente chiuso per ordine di Giustiniano.

Battaglia di Antiochia (8 giugno 218 d.C.)

L’8 giugno 218 d.C., presso un oscuro villaggio tra Emesa ed Antiochia, si svolgeva uno scontro la cui posta in palio era il trono imperiale. A contendersi la porpora erano il legittimo imperatore Marco Opellio Macrino e il quattordicenne Vario Avito Bassiano, noto in futuro come Elagabalo, sommo sacerdote di El Gabal, il dio solare adorato ad Emesa.

Dopo la battaglia di Nisibis, nell’estate del 217, Macrino aveva faticosamente stipulato un accordo di pace con Artabano, che chiudeva la guerra contro i Parti iniziata dal suo predecessore Caracalla. Macrino commise però alcuni errori che avrebbe pagato a caro prezzo: non tornò subito a Roma, dove avrebbe potuto rinsaldare il suo potere, preferendo invece fermarsi ad Antiochia e, soprattutto, ordinò a Giulia Mesa, di ritornare in patria, a vivere nella propria residenza di Emesa, permettendole però di conservare le ricchezze accumulate nei lunghi anni vissuti a corte con la sorella Giulia Domna, madre di Caracalla.

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Busto di Macrino, Musei Capitolini, Roma

Infatti, ad Emesa, Giulia Mesa, zia del defunto Caracalla, avvalendosi delle sue immense ricchezze, iniziò a progettare un piano per tornare al potere, ponendo sul trono il giovane nipote Vario Avito Bassiano, passato alla storia col nome di Elagabalo. A coadiuvarla nell’impresa, c’erano due personaggi di umili origini che, provenendo dal mondo degli spettacoli, avevano raggiunto importanti posizioni socialiq: Publio Valerio Comazonte, un liberto che da mimo e danzatore era divenuto comandante della Legione II Parthica, e Gannys, un altro liberto cresciuto alla corte di Giulia Mesa e amante di sua figlia Giulia Soemia, che ne fece il tutore di suo figlio Elagabalo. I tre fecero circolare la voce, probabilmente falsa, che Bassiano fosse figlio naturale del defunto Caracalla, frutto di una relazione clandestina con Giulia Soemia ai tempi in cui vivevano insieme a corte.

Giocando su questa rivelazione e sull’affetto che i soldati nutrivano ancora per Caracalla, nella notte del 15 maggio 218 Giulia Mesa, Soemia e Bassiano furono introdotti nell’accampamento della Legione III Gallica, stanziata a Raphanaea, nei pressi di Emesa, in Siria, dove il giorno successivo il ragazzo venne proclamato imperatore dai soldati, con il nome di Marco Aurelio Antonino. Macrino, l’imperatore in carica, si veniva così a trovare in una scomoda posizione; in quanto appartenente all’ordine equestre, Macrino era infatti malvisto dal Senato di Roma, che avrebbe preferito un senatore sul trono, ma anche dai soldati, che non avevano gradito la riduzione della paga da lui decisa.

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Ritratto di Elagabalo, Musei Capitolini, Roma

Quando Macrino, che si trastullava nel lusso e nell’agiatezza di Antiochia tra spettacoli di danzatori e mimi, venne a conoscenza dell’accaduto, inviò Ulpio Giuliano, uno dei prefetti del pretorio, a reprimere quella che riteneva un’insurrezione senza troppa importanza. Giuliano, giunto a Emesa, iniziò un’opera di repressione che costò la vita anche ad alcuni membri della casta sacerdotale che deteneva il potere in città ¹, a cui apparteneva il giovane Bassiano in qualità di sommo sacerdote di El Gabal. Ma quando il prefetto del pretorio arrivò all’accampamento dei ribelli e lo pose sotto assedio, accadde un evento che cambiò le carte in tavola. I soldati che erano all’interno

“condussero sopra il perimetro delle mura Avito Bassiano, che già chiamavano Marco Aurelio Antonino, e mostrarono alcune immagini di Caracalla fanciullo che rivelavano una certa somiglianza con lui, dicendo che egli era veramente suo figlio e doveva essere il successore all’impero”. ²

Mostrarono anche sacchi pieni di monete, per incitare alla ribellione gli assedianti, che

“ammisero che il fanciullo era figlio di Caracalla e anzi lo trovarono assai somigliante; senza indugio, tagliarono la testa di Giuliano e la mandarono a Macrino, mentre si aprivano le porte ed essi venivano ricevuti nell’accampamento”. ³

Informato che le file dei ribelli si stavano ingrossando, Macrino raccolse tutte le forze disponibili e si recò velocemente ad Apamea, dove erano stanziati i suoi Pretoriani, con l’intenzione di ingaggiare battaglia con i ribelli, prima di perdere il controllo della situazione. Ad Apamea, nominò Augusto suo figlio Marco Opellio Diadumeniano, che aveva solo dieci anni ed era già stato nominato Cesare l’anno prima, e promise a ciascuno dei soldati la somma di ventimila sesterzi, per garantirsene la fedeltà. Durante lo svolgimento di un banchetto, che aveva offerto ai cittadini di Apamea, a Macrino venne però recapitata la testa di Giuliano, avvolta in fasce di lino. Il macabro evento convinse Macrino di non essere più al sicuro, e lo spinse a ritornare ad Antiochia.

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Busto di Giulia Mesa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Tuttavia, i sostenitori di Elagabalo, sotto il comando di Gannys, erano partiti a loro volta per intercettare le forze di Macrino. Lo scontro avvenne l’8 giugno 218, nei pressi di un villaggio a circa 30 chilometri da Antiochia.

“Gannys occupò celermente l’angusto passaggio antistante il villaggio e predispose i soldati secondo un opportuno schieramento di guerra, malgrado avesse pochissima esperienza di tattica militare e avesse condotto la vita negli agi del lusso. Ma la Fortuna è talora così generosa in tutte le circostanze da donare persino la scienza militare a chi non la possiede”.

Lo scontro stava comunque volgendo in favore di Macrino, grazie alla superiorità in battaglia dei pretoriani, che l’imperatore aveva alleggerito delle pesanti corazze squamate e degli scudi incavati, quando Giulia Mesa, Soemia e lo stesso Elagabalo, che erano al seguito delle truppe, scesero dai carri e iniziarono a incitare i loro sostenitori, arrestandone la fuga. Elagabalo fu visto addirittura lanciarsi a cavallo tra i nemici, con la spada sguainata, in un impeto di coraggio che non avrebbe mai più mostrato nel resto della sua breve vita ⁵.

L’imprevista resistenza dei ribelli gettò nel panico Macrino, che si diede alla fuga verso Antiochia, mentre il suo esercito, demoralizzato dalla fuga dell’imperatore e dalle defezioni di interi reparti, veniva travolto e si arrendeva ai ribelli.

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Probabile ritratto di Diadumeniano, Musei Vaticani

Prima che arrivasse ad Antiochia la notizia della sua sconfitta, Macrino inviò suo figlio Diadumeniano da Artabano, il re dei Parti, per metterlo al sicuro. Poi, di notte, fuggì anch’egli a cavallo, insieme a pochi fedeli, dopo essersi rasato il capo e tagliata la barba, con indosso una veste scura al posto di quella purpurea, in modo tale da assomigliare il più possibile a un cittadino qualunque. Durante la fuga, giunse a Ega, in Cilicia, attraversò la Cappadocia, la Galazia e la Bitinia fino a Eribolo, il porto di mare situato di fronte alla città di Nicomedia. Da lì, aveva l’intenzione di salpare alla volta di Roma, dove pensava di ottenere aiuto da parte del Senato e del popolo romano. Si imbarcò da Eribolo e raggiunse Calcedonia, dove fu però riconosciuto e catturato dal centurione Aurelio Celso. Mentre veniva condotto fino in Cappadocia, venne a sapere che anche suo figlio era stato catturato mentre stava attraversando Zeugma per raggiungere il regno dei Parti.

Persa così ogni speranza, Macrino tentò la fuga gettandosi dal carro sul quale veniva trasportato, ma si fratturò una spalla. Poco tempo dopo, fu condannato a morte e ucciso, all’età di cinquantatre anni, dal centurione Marciano Tauro prima di entrare ad Antiochia. Il suo corpo fu decapitato e la testa venne portata ad Elagabalo ⁶. Stessa sorte toccò anche al giovane Diadumeniano, la cui testa venne portata in giro infissa su una lancia ⁷. Il quattordicenne Elagabalo era padrone dell’impero.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 31, 5)

² Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 34, 2-3)

³ Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, V, 4, 4)

⁴ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 38, 3)

⁵ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 38, 4)

⁶ Historia Augusta (Macrino, 10, 3)

⁷ Historia Augusta (Diadumeno, 9, 4)

(Articolo aggiornato l’11 giugno 2020)

Morte di Costantino I (22 maggio 337)

Il 22 maggio 337, nel trentunesimo anno di regno, durante la festa di Pentecoste, Flavio Valerio Costantino moriva, per una improvvisa malattia, in una residenza imperiale nel sobborgo di Achyrona ¹, nei pressi di Nicomedia. Pochi giorni prima, sentendo l’approssimarsi della morte, aveva deciso di farsi battezzare dal vescovo ariano della città, Eusebio, che negli ultimi tempi era diventato il suo consigliere in materia ecclesiastica. Per chi credeva ai presagi, la sua morte venne preannunciata dall’apparizione di una cometa di insolita grandezza, che fu visibile in cielo per diverso tempo ².

La morte colse Costantino mentre era intento ai preparativi per una guerra contro i Persiani di Sapore II, che nel 336 aveva invaso e annesso l’Armenia, alleata dei romani, e minacciava i territori della Mesopotamia.

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Testa colossale in bronzo di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Costantino, che intendeva guidare personalmente l’offensiva contro i Persiani, si ammalò mentre con la flotta si dirigeva da Costantinopoli verso la Siria. Fece allora rotta su Pythia Terma, sperando che le rinomate acque termali del luogo gli recassero giovamento. Quando le sue condizioni di salute peggiorarono ancora, si diresse a Elenopoli, in Bitinia, la città che aveva dedicato alla memoria di sua madre, per pregare sulle tombe dei martiri. A Elenopoli, Costantino comprese di essere quasi alla fine dei suoi giorni e si recò in direzione della vicina Nicomedia. Giunto nei pressi della città, convocò i vescovi e chiese di essere battezzato.

All’epoca, non era insolito ricevere il battesimo in punto di morte, allo scopo di garantirsi la vita eterna; infatti, molto pragmaticamente, col sacramento si otteneva la cancellazione di tutti i peccati e si era sicuri di non avere più il tempo di commetterne altri. Costantino, che in vecchiaia si era avvicinato sempre di più alla dottrina di Ario, respinta dal Concilio di Nicea nel 325, venne battezzato dal vescovo ariano Eusebio nella villa imperiale in cui sostava col suo seguito; poco prima aveva anche partecipato, per la prima volta nella sua vita, alla veglia Pasquale. Dopo il battesimo, Costantino indossò le vesti imperiali, ma di colore bianco anziché di porpora, e si mise a letto ad attendere la morte, che sopraggiunse a mezzogiorno, dopo che l’imperatore aveva ultimato anche la redazione del testamento.

Costantino aveva previsto di ripartire, dopo la sua morte, la gestione dell’impero tra quattro Cesari, i suoi tre figli Costantino II, Costanzo II e Costante e il nipote Dalmazio, ai quali si affiancava per l’Armenia e il Ponto, col titolo di Rex regum et Ponticarum gentium (Re dei re e delle genti del Ponto) l’altro nipote Annibaliano.

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Testa colossale di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Le cose andarono però diversamente e, poco tempo dopo, nell’estate del 337, in un bagno di sangue probabilmente ordito da Costanzo II, i soldati trucidarono tutto il ramo cadetto della famiglia composto dai fratellastri di Costantino e dai due nipoti Dalmazio e Annibaliano, consegnando l’impero nelle mani dei suoi tre figli, Costantino II, Costanzo II e Costante, che il 9 settembre 337 furono acclamati Augusti dall’esercito.

Dopo la morte, Costantino venne divinizzato con il consueto rito della consecratio ³, com’era consuetudine con gli imperatori pagani, e l’evento fu celebrato anche con alcune monete che lo mostrano avvolto in un mantello mentre vola verso il cielo su una quadriga. Il corpo, con indosso le insegne imperiali, la porpora e il diadema, fu trasportato a Costantinopoli in una bara d’oro. Il secondogenito Costanzo II fu il solo dei figli che riuscì a recarsi a Costantinopoli a presenziare ai funerali.

Costantino aveva dato disposizione di essere sepolto a Costantinopoli, nella basilica dedicata ai Santi Apostoli, da lui stesso edificata a questo scopo, dove aveva fatto collocare in cerchio dodici cenotafi dedicati agli apostoli, al cui centro c’era un sarcofago di porfido riservato a lui. Non sappiamo se con questa sistemazione Costantino intendeva suggerire di considerarsi isoapostolo, cioè alla pari dei dodici apostoli, o addirittura un nuovo Cristo.

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Mosaico con ritratto di Costantino, Basilica di Hagia Sophia, Istanbul

Costantino, che era nato il 27 febbraio del 272 o 273 a Naissus, in Mesia, fu il primo imperatore romano morto dopo aver ricevuto il battesimo cristiano. Nel Medioevo, ebbe grande fortuna una curiosa leggenda, secondo cui l’imperatore si sarebbe fatto battezzare a Roma da Papa Silvestro, perché in sogno i santi Pietro e Paolo gli dissero che solo in quel modo sarebbe potuto guarire dalla lebbra che lo aveva colpito.

Ugualmente priva di fondamento è la versione, riportata da Zosimo ⁴, secondo cui la conversione al Cristianesimo di Costantino fu dovuta al tentativo di purificarsi dalla colpa di aver fatto uccidere la sua seconda moglie Fausta e il figlio primogenito Crispo; poiché i sacerdoti pagani affermavano che nessuna cerimonia di purificazione poteva cancellare una simile empietà, Costantino si sarebbe rivolto all’unica religione che garantiva il perdono di tutti i peccati.

NOTE

¹ Aurelio Vittore (De Caesaribus, XLI, 15)

² Eutropio (Breviarium, X, 8, 3)

³ Eutropio (Breviarium, X, 8, 3)

⁴ Zosimo (Storia Nuova, II, 29, 3)

Rosaliae Signorum (10 e 31 maggio)

Il 10 e il 31 maggio, l’esercito romano imperiale celebrava una ricorrenza detta Rosaliae Signorum, i Rosalia delle insegne, durante la quale gli stendardi militari venivano festeggiati e adornati con ghirlande di fiori.

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Conosciamo le date in cui si svolgevano i Rosaliae Signorum grazie al ritrovamento, nelle rovine di Dura Europos, in Siria, del cosiddetto Feriale Duranum, un papiro databile tra il 224 e il 235 d.C. che conteneva l’elenco delle festività religiose militari che interessavano la XX Cohors Palmyrenorum,  stanziata nella città. Il successivo assedio e distruzione di Dura Europos ad opera dei Sasanidi nel 256 d.C., e il clima secco della zona hanno consentito a questo importante calendario di giungere quasi intatto fino a noi.

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La principale insegna della legione era l’aquila, emblema e simbolo sacro che esprimeva la fedeltà dei soldati e la continuità dell’unità di combattimento; l’aquila della legione veniva onorata anche in occasione del suo anniversario, denominato natalis aquilae; essa veniva portata in battaglia dall’aquilifer, e permettere che cadesse in mano al nemico, come accadde a Crasso a Carre nel 53 a.C e a Varo nella selva di Teutoburgo nel 9 d.C., era considerata una grave ignominia per coloro che sopravvivevano, potendo anche portare allo scioglimento della legione. Alcune insegne militari recavano l’immagine dell’imperatore, altre l’emblema della legione, che era in genere un animale o un segno zodiacale, come la lupa, il toro o il cinghiale; anche le singole centurie, le coorti e i manipoli avevano le loro insegne. Il drago, invece, era l’insegna delle coorti di cavalleria, il cui portatore era detto draconarius.

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Esistevano poi i vexilla, formati da un drappo quadrato che pendeva da una barra trasversale attaccata a un palo verticale e recavano scritto il nome, il numero e l’emblema della legione. Signifer era genericamente chiamato il portatore di un’insegna militare, mentre l’imaginifer si occupava del trasporto dell’immagine dell’imperatore.

In tempo di pace, i signa e i vexilla militaria delle legioni, cioè le insegne, i vessilli e gli stendardi, venivano gelosamente conservati e venerati in un apposito tempio, l’aedes signorum, situato nel cuore dell’accampamento. Nel mese di maggio, durante i Rosalia, per due volte essi venivano rimossi dal sacello, posti accanto ad un altare e incoronati con ghirlande di rose e altri fiori e cosparsi di costosi profumi. Infine, si offriva un sacrificio e si effettuava una supplicatio, cioè una preghiera, ad una divinità di cui purtroppo non conosciamo l’identità.

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Oltre ai Rosalia celebrati dai soldati, esistevano dei Rosalia civili, collegati invece con il culto dei morti, che si svolgevano a maggio, giugno e luglio. In questi giorni era consuetudine portare sui sepolcri corone di rose e viole.

Nascita di Giulia Mesa (7 maggio 170 d.C.)

Il 7 maggio del 170 d.C. nasceva a Emesa, in Siria, Giulia Mesa, sorella di Giulia Domna, la moglie di Settimio Severo. Mesa fu una delle donne più intelligenti ed importanti dell’epoca severiana e detentrice di un enorme potere che le consentì di influenzare l’elezione di ben due imperatori.

Giulia Mesa era figlia di Giulio Bassiano, cittadino romano e sommo sacerdote del dio solare El Gabal, che significava “signore della montagna“, la divinità principale di Emesa, dove veniva venerato sotto forma di una pietra nera conica che si credeva fosse caduta dal cielo ¹. Da sempre, il potere a Emesa era nelle mani di una casta sacerdotale rappresentata proprio dalla famiglia di Domna e Mesa, che esprimeva in via ereditaria il sommo sacerdote.

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Busto di Giulia Mesa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Quando intorno al 187 Settimio Severo chiese in moglie la giovane Giulia Domna, Mesa venne a Roma al seguito della sorella. In quegli anni, Mesa sposò Giulio Avito Alessiano, un cittadino romano di Siria, appartenente all’ordine equestre, da cui ebbe due figlie: Giulia Soemia e Giulia Mamea.

Mesa visse a corte per tutto il tempo in cui regnarono Settimio Severo e suo figlio Caracalla, nella vivace atmosfera culturale che animava quel periodo, circondata da filosofi ed intellettuali. Sua sorella era spesso assente, perché al seguito di Settimio Severo durante le sue campagne e Mesa, nel palazzo imperiale, riceveva tutte le attenzioni e gli onori consoni alla sorella dell’Augusta, riuscendo anche ad accumulare un’immensa fortuna.

Tutto ciò sembrò finire quando l’8 aprile 217 Caracalla venne assassinato in seguito ad una congiura e Opellio Macrino, che probabilmente ne era il promotore, venne acclamato imperatore dall’esercito. Alla notizia della morte di Caracalla, sua madre Giulia Domna, che risiedeva ad Antiochia, già debilitata da una grave malattia, si lasciò morire di fame. Macrino ordinò poi a Mesa di ritornare in patria, a vivere nella propria residenza di Emesa, permettendole però di conservare le ricchezze accumulate nei lunghi anni vissuti a corte ², commettendo di fatto un errore che pagherà a carissimo prezzo.

Giulia Mesa non aveva infatti rinunciato all’idea di riconquistare il potere per la sua casata. Era tornata a vivere a Emesa, insieme alle due figlie; la maggiore, Soemia aveva un figlio quattordicenne, di nome Vario Avito Bassiano (il futuro Elagabalo); anche la minore, Mamea, aveva un figlio, Alessiano, di dieci anni di età. Come da tradizione familiare Bassiano, il maschio più grande tra i membri della famiglia, era stato nominato sommo sacerdote di El Gabal, di cui officiava i riti. Alle funzioni partecipavano anche i soldati di stanza a Emesa, appartenenti alla Legione III Gallica, che erano affascinati dalla figura del giovane Bassiano, bello come un dio nelle sue vesti adorne d’oro e di porpora.

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Ritratto di Elagabalo, Musei Capitolini, Roma

Mesa, sapendo quanto i soldati fossero ancora affezionati alla memoria di Caracalla, concepì un diabolico piano per tornare al potere; iniziò a far circolare la voce che Bassiano era in realtà il figlio naturale di Caracalla, che lo aveva concepito con la cugina Soemia quando vivevano tutti insieme nel palazzo imperiale. Essendo inoltre in possesso di un notevole patrimonio, promise ai soldati un ricco donativo se l’avessero aiutata a restituire il trono ai Severi. Raggiunto l’accordo, di notte Mesa uscì di nascosto della città, con le figlie e i nipoti; i soldati la attendevano e la scortarono fino all’accampamento.

Secondo le previsioni, il 16 maggio 218, Bassiano venne acclamato imperatore dalle truppe, col nome di Marco Aurelio Antonino e Giuliano, il prefetto del pretorio inviato da Macrino a sedare la rivolta, venne ucciso dai ribelli. Poi, l’8 giugno 218, le truppe fedeli a Macrino vennero sconfitte in una battaglia campale nei pressi di Antiochia; Macrino, datosi alla fuga, venne raggiunto dagli inseguitori e decapitato a Calcedone, in Bitinia.

Il piano di Mesa era riuscito; non restava che dirigersi a Roma, dove il corteo imperiale con Mesa, Soemia e il giovane Antonino giunse nel luglio 219, insieme alla pietra nera che rappresentava El Gabal. Data la giovane età dell’imperatore, degli affari di stato si occupavano la nonna Mesa, la madre Soemia e i loro consiglieri. D’altronde l’imperatore, soprannominato Elagabalo per la sua devozione al dio solare di Emesa, si mostrava interessato solo a favorire il culto di El Gabal, a cui dedicò un sontuoso tempio sul Palatino, presso la sua residenza, subordinando al cosiddetto Sol Invictus Elagabal tutto il Pantheon romano, e a dare libero sfogo a una scandalosa condotta sessuale con uomini e donne, che destò la riprovazione dell’aristocrazia senatoria e della stessa guardia pretoriana. Gli venivano attribuite cinque mogli di cui una, Aquilia Severa, era addirittura una vergine Vestale, oltre a una stabile relazione con un auriga ed ex schiavo di nome Ierocle, che Elagabalo chiamava “mio marito”.

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Busto di Giulia Mesa, Museum of Archaeology and Anthropology, Philadelphia

Timorosa che la condotta del nipote pregiudicasse le sorti della famiglia, Mesa decise allora di puntare sull’altro rampollo dei Severi, suo nipote Alessiano, il figlio di Mamea e di Gessio Marciano, che era stato allevato secondo principi più consoni alla mentalità romana. Mesa e Mamea convinsero Elagabalo e sua madre Soemia ad adottare il tredicenne Alessiano e a conferirgli il titolo di Cesare; il 26 giugno 221 il nuovo Cesare assunse il nome di Alessandro Severo, col compito formale di alleggerire Elagabalo di alcune incombenze: si stava in realtà preparando un nuovo rivolgimento al potere. Soemia ed Elagabalo si accorsero del pericolo che correvano e tentarono di eliminare lo scomodo Alessandro ma, l’11 marzo 222, furono trucidati dai pretoriani, passati dalla parte di Mesa e Mamea, proprio nel loro accampamento.

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Testa bronzea di Alessandro Severo, Museo Archeologico di Ryakia, Grecia

Alessandro Severo venne a sua volta proclamato imperatore, mentre di fatto il potere veniva esercitato da sua nonna e sua madre. Ancora una volta, dimostrando una non comune sagacia politica, Giulia Mesa era riuscita a manovrare alle perfezione tutte le forze in campo e a mandare a buon fine i suoi progetti.

Giulia Mesa continuò ad esercitare il potere fino alla morte, sopravvenuta per cause naturali intorno al 226 e Mamea rimase da sola a guidare il figlio nella sua azione di governo. Alessandro Severo fu riconoscente nei confronti della nonna, che lo aveva di fatto messo sul trono. Dopo la sua morte, Mesa ebbe un funerale degno di un imperatore e fu divinizzata tramite il solenne rito della consecratio ³; inoltre, la data del suo compleanno veniva festeggiata ogni anno in tutto l’impero e negli accampamenti dei legionari.

NOTE

¹ Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco, V, 3, 5)

² Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco, V, 3, 2)

³ Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco, VI, 1, 4)

Nascita di Otone (28 aprile 32 d.C.)

Il futuro imperatore Marco Salvio Otone nacque, da una famiglia appartenente in origine all’ordine equestre, il 28 aprile del 32 d.C., sotto il consolato di Camillo Arrunzio e Domizio Enobarbo. I suoi antenati erano originari di Ferento, e appartenevano ad una delle più antiche e nobili famiglie dell’Etruria ¹.

Busto di Otone

Il primo della sua famiglia a fare carriera politica fu suo nonno Marco Salvio Otone, che divenne senatore grazie all’interessamento di Livia, la moglie di Augusto, nella cui casa era cresciuto, ma che non andò oltre la carica di pretore. Suo padre, Lucio Otone, era imparentato per parte di madre con parecchie delle più importanti famiglie romane, e pare che fosse così somigliante all’imperatore Tiberio, che molti lo credevano suo figlio. Lucio Otone rivestì con estremo rigore le magistrature urbane e il proconsolato d’Africa ed entrò nelle grazie di Claudio scoprendo una congiura ordita da un cavaliere romano per assassinarlo. Come ringraziamento, Claudio lo ammise tra i patrizi e il Senato gli fece erigere una statua sul Palatino. Dal matrimonio con la nobildonna Albia Terenzia, Lucio Otone ebbe due figli maschi, Tiziano e il nostro Marco, ed una femmina, che diede in sposa a Druso, il figlio di Germanico.

Il giovane Marco Salvio Otone non possedeva però il rigore morale del padre; fin da ragazzo ebbe un carattere turbolento ed incline al lusso, destando le ire di Lucio che sovente lo prendeva a nerbate. Si diceva che di notte vagasse per le strade, divertendosi a far cadere i passanti ubriachi che passavano sul suo mantello disteso a terra. Il giovane Otone era attirato dalla dorata vita di palazzo e non pensava ad altro che a trovare il modo di farne parte. Dopo la morte del padre, ebbe finalmente la libertà di agire; finse di essere innamorato di un’anziana liberta imperiale, che frequentava abitualmente il Palazzo e che lo introdusse alla corte di Nerone, di cui divenne ben presto intimo amico, per una certa affinità di carattere o, come si malignava, perché ne era l’amante ².

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Statua di Otone in nudità eroica, Museo del Louvre, Parigi

L’amicizia tra Nerone e Otone era così profonda che il principe gli confidò anche il proposito di voler uccidere la madre Agrippina. Ma anche questo legame così stretto andò in crisi, come spesso accade, a causa di una donna.

Viveva a Roma Poppea Sabina, una donna di grande bellezza e fascino, proveniente da una famiglia di dignità consolare. Poppea era una donna ambiziosa e senza scrupoli, decisa a sfruttare tutte le sue doti naturali a proprio vantaggio. Si raccontava che uscisse raramente in pubblico e che, quando lo faceva, tenesse una parte del volto coperta da un velo, sia per non esporsi agli sguardi altrui, che per apparire più affascinante. Il giovane e dissoluto Otone ne fu colpito ed iniziò a farle una corte serrata; Poppea, che era sposata con Rufrio Crispino, un cavaliere romano, si lasciò sedurre perché era al corrente dell’intima amicizia che legava Otone e Nerone. Ottenuto il divorzio dal marito, Poppea sposò immediatamente Otone.

Quando parlava con Nerone, Otone non perdeva occasione per lodare la bellezza e l’eleganza della moglie. Non sappiamo cosa avesse in mente: forse l’amore per Poppea l’aveva accecato e reso imprudente, oppure intendeva utilizzare la moglie per accrescere la sua influenza sul principe, facendone l’amante.

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Ritratto di Poppea Sabina, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Allo stesso tempo Poppea, ormai introdotta stabilmente a corte, esercitava tutte le sue arti per accrescere il desiderio di Nerone, non mostrandosi insensibile alle attenzioni del principe ma, a parole, manifestando la sua fedeltà ad Otone. Quali che fossero i piani di Otone, Nerone iniziò a percepirlo come un rivale e a trattarlo con più freddezza, fino ad escluderlo dal suo seguito. Poi, per liberarsene senza spargimento di sangue, lo inviò nel 58 come prefetto in Lusitania, trattenendo Poppea come amante presso di sé.

Otone rimase in Lusitania per i successivi dieci anni esercitando la sua attività di governatore con integrità e saggezza, a dispetto della vita dissoluta e sregolata che aveva condotto sino a quel momento ³. Soddisfatto per aver salvato la vita, non rinunciò a nutrire però propositi di vendetta, che si concretizzarono quando, il 2 aprile del 68, Sulpicio Galba, il governatore della Hispania Tarraconensis, si ribellò a Nerone, proclamandosi rappresentante del Senato e del Popolo Romano. Otone fu tra i primi ad appoggiare il settantenne Galba, forse perché aveva intuito la possibilità di diventare principe a sua volta. Infatti, un astrologo di nome Seleuco, che in passato gli aveva predetto che sarebbe sopravvissuto a Nerone, era da poco ricomparso inaspettatamente per annunciargli che sarebbe divenuto imperatore in breve tempo ⁴.

La previsione si avvererà, ma Otone morirà suicida a Brixellum il 17 aprile del 69 d.C., all’età di trentasette anni, dopo solo novantadue giorni di regno.

NOTE

¹ Svetonio (Otone, 1)

² Svetonio (Otone, 2)

³ Tacito (Annales, XIII, 45-46)

⁴ Svetonio (Otone, 4)