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Morte di Giuliano: 26 giugno 363 d.C.

Il 26 giugno del 363 d.C., durante la ritirata verso Samarra, l’esercito romano venne attaccato a più riprese dai Persiani. Nella mischia furibonda, l’imperatore filosofo Flavio Giuliano, accorso prontamente ad incoraggiare i suoi uomini, ma senza la protezione della corazza, rimase mortalmente ferito da una lancia scagliata da mano ignota.

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Il 1° aprile 363, al comando di un poderoso esercito, Flavio Giuliano era entrato in territorio persiano, deciso a sferrare un colpo mortale al regno di Sapore II, da secoli una spina nel fianco dell’impero romano. L’Augusto, per portare a compimento l’impresa, aveva diviso il contingente ai suoi ordini, affidando parte delle truppe ai generali Procopio e Sebastiano, che avrebbero dovuto raggiungere l’Assiria passando lungo il corso del Tigri, attraverso l’Armenia e la Corduene, mentre egli si dirigeva a sud, lungo la riva dell’Eufrate. In solo due mesi, l’esercito romano guidato da Giuliano aveva raggiunto Ctesifonte, la capitale degli avversari, senza tuttavia riuscire a impegnare in una battaglia campale decisiva le forze dei Sasanidi. Ctesifonte era stata conquistata e saccheggiata altre volte dai Romani ma, in questa occasione, le possenti difese della città convinsero Giuliano dell’inutilità di porre un assedio, anche per evitare di essere colto di sorpresa alle spalle dall’esercito di Sapore II (Shāpūr). L’imperatore decise allora di andare incontro all’armata persiana e ordinò di ritirarsi, sperando anche di ricongiungersi al più presto con l’armata di Procopio e Sebastiano, per affrontare i Sasanidi con tutti gli effettivi. La marcia di ritorno fu però durissima per il caldo soffocante e la mancanza di rifornimenti; i persiani adottavano una tattica di guerriglia, facendo terra bruciata sul percorso della colonna romana e limitandosi ad improvvisi attacchi a sorpresa, evitando con cura lo scontro in campo aperto.

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Busto di Giuliano, Museo Diocesano di Acerenza

Sinistri presagi sul destino dell’imperatore si erano susseguiti nei giorni precedenti. Nella notte tra il 25 e il 26 giugno, nella sua tenda, mentre era intento a scrivere e meditare, Giuliano raccontò agli amici di aver visto confusamente l’immagine del Genio pubblico che gli era già apparsa nelle Gallie tre anni prima, quando stava per essere elevato alla dignità di Augusto; solo che questa volta il Genio si allontanava dalla tenda in atteggiamento triste, con il capo e la Cornucopia avvolti da un velo. ¹

Turbato dalla visione, Giuliano iniziò a pregare gli dèi e fu allora che gli sembrò di vedere una fiaccola ardente solcare il cielo, simile a una stella cadente, che egli interpretò come l’astro di Marte ². All’alba, gli aruspici furono convocati e consultati sul significato della stella cadente; essi risposero che si doveva evitare qualsiasi impresa:

“Dopo l’apparizione di una fiaccola in cielo non si doveva né ingaggiare battaglia né compiere alcuna azione del genere”. ³

Ignorando volutamente il parere contrario degli aruspici, come sempre faceva quando aveva già preso una decisione, Giuliano non volle comunque ritardare la partenza e ordinò di levare le tende, andando incontro al suo triste destino.

Verso mezzogiorno, mentre dalle alture circostanti i Persiani spiavano la marcia dei loro nemici, la lunga colonna romana arrivò alla desolata pianura di Maranda. Proprio allora, i Persiani aprirono le ostilità. Giuliano fu avvertito che la retroguardia era stata attaccata; l’imperatore voleva sempre essere al centro dell’azione, per sostenere e incoraggiare di persona i soldati. Per la fretta, Giuliano trascurò di indossare la lorica, e prese con sé solo uno scudo; mentre si dirigeva a cavallo verso la retroguardia, venne a sapere che anche l’avanguardia era stata attaccata. Incurante del pericolo che correva, insieme alle sue guardie del corpo Giuliano accorreva ovunque, per incitare i suoi uomini con le parole e l’esempio. Ad un certo momento, anche la parte centrale dello schieramento venne assalita dalla cavalleria corazzata dei persiani e dagli elefanti da guerra. Lo scontro si fece durissimo. Improvvisamente, nella confusione generale, una lancia persiana colpì al fianco destro Giuliano, penetrando profondamente tra le costole.

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Il ferimento di Giuliano nella mischia

Giuliano si ferì alle mani per estrarre la lancia dalla ferita e cadde da cavallo; fu subito soccorso dagli uomini del seguito e portato nella sua tenda per essere affidato alle cure dei medici. Poco dopo, essendo diminuito il dolore, chiese ancora le armi ed il cavallo per ritornare in battaglia, preoccupato per le sorti dei suoi uomini che, nel frattempo, venuti a conoscenza che l’imperatore era stato ferito, in preda all’ira e alla disperazione combattevano invece con rinnovato vigore.

“Caddero in quella battaglia cinquanta nobili e satrapi persiani, assieme a un grandissimo numero di soldati semplici; morirono, fra gli altri, i famosissimi generali Merena e Nohodare”. ⁴

La ferrea volontà di Giuliano non era però più sorretta dalle forze. Debilitato per la perdita di sangue, fu costretto a rimanere sdraiato, mentre il suo medico personale Oribasio constatava la gravità della ferita; perse infine la speranza di sopravvivere quando venne a sapere che il luogo dove era stato colpito si chiamava Frigia. Infatti, in passato, gli era stato vaticinato che in Frigia sarebbe morto per volontà del destino. Anche la notizia della morte in battaglia del suo amico e magister officiorum Anatolio provocò un ulteriore dolore al morente imperatore.

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Mosaico del V secolo d.C., rinvenuto nella sinagoga di Huqoq, in Israele, raffigurante un imperatore romano forse identificabile con Giuliano

L’ultimo grande storico romano, Ammiano Marcellino, che partecipava alla spedizione, ci narra le ore finali dell’ultimo imperatore pagano, in pagine dense di ammirazione per questa figura.

“Giuliano, che giaceva nella tenda, parlava a quanti gli stavano attorno, abbattuti e tristi: «È arrivato, amici, il momento assai opportuno di uscire dalla vita. Giunto al momento di restituirla alla natura, che la richiede, come un debitore leale mi rallegro e non mi rattristo né mi addoloro, poiché ben so, per opinione unanime dei filosofi, quanto l’anima sia più felice del corpo e penso che, ogni volta che una condizione migliore venga separata da una peggiore, dobbiamo rallegrarci, non dolerci. […] Non mi pento di quanto ho fatto, né mi sfiora il ricordo di qualche delitto; sia nel periodo di quando ero costretto all’oscurità e alla miseria, che dopo essere stato assunto all’impero, ho conservato pura la mia anima, che penso tragga origine dagli dei immortali ai quali è affine. […] Né mi vergognerò di ammettere che da tempo sapevo, in seguito ad una profezia sicura, che sarei morto di ferro. Perciò adoro la divinità eterna, perché non muoio in seguito ad insidie nascoste, né dopo una lunga e dolorosa malattia, né condannato come un criminale, ma perché ho meritato questa splendida fine in mezzo al corso della mia fiorente gloria. Infatti è giustamente considerato pauroso e ignavo chi desidera la morte quando non è necessaria come chi la evita quando è opportuna». […] Nel frattempo tutti i presenti piangevano ma Giuliano, che conservava ancora tutta la sua autorità, li rimproverava affermando che era da vili piangere un sovrano che si stava ricongiungendo al cielo ed alle stelle. Essi perciò tacquero ed egli discusse profondamente con i filosofi Massimo e Prisco sulla nobiltà dell’animo. Ma essendosi troppo aperta la ferita al fianco dov’era stato colpito ed impedendogli l’infiammazione del sangue di respirare, spirò serenamente nel cuore della notte all’età di 32 anni”. ⁵

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Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

Era quasi la mezzanotte del 26 giugno 363 e il paganesimo antico, ancora molto radicato nella società romana, dopo solo venti mesi di regno perdeva il suo ultimo difensore e una delle figure più colte e rappresentative del suo tempo. Con la morte di Giuliano, che era privo di eredi e non lasciò indicazioni per la sua successione, si estingueva anche la dinastia costantiniana. Il candidato più indicato alla successione sarebbe stato Saturnino Salustio, il prefetto del pretorio, che però rifiutò la porpora. La scelta dei generali cadde sul cristiano Gioviano, il comandante dei protectores domestici, la guardia imperiale, che per salvare ciò che restava dell’armata si affrettò a stipulare un mortificante accordo di pace coi Persiani, a cui cedette quindici fortezze, tra cui Singara, Nisibis e Castra Maurorum, e cinque province al di là del Tigri: l’Arzanena, la Moxoena, la Zabdicena, la Rehimena e la Corduene.

Misteriosa rimase l’identità di colui assestò il colpo mortale a Giuliano. Per quanto l’ipotesi più probabile è che si trattasse di un cavaliere persiano, negli anni successivi ci fu chi parlò di un sicario, forse cristiano, incaricato di eliminare l’imperatore nell’ambito di una congiura di palazzo, ed altri attribuirono l’assassinio ad un soldato romano esasperato dalla fame e dalle sofferenze.

Come attestato dallo storico Eutropio ⁶, che aveva partecipato alla spedizione contro i Sasanidi, dopo la morte Giuliano fu divinizzato tramite il consueto rituale della consecratio, e divenne oggetto di particolare venerazione negli ambienti dell’aristocrazia pagana e tradizionalista.

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Solido aureo di Giuliano

Il corpo di Giuliano fu scortato da Procopio fino a Tarso, e sepolto in un piccolo mausoleo che sorgeva accanto ad una villa suburbana, alla periferia della città, secondo le disposizioni che l’imperatore filosofo aveva dato quando era ancora in vita ⁷. Il mausoleo sorgeva di fronte alla tomba di un imperatore pagano e anticristiano, Massimino Daia, sulle rive del fiume Cnido. Sulla sua lapide funeraria Gioviano fece incidere questa iscrizione:

“Dalle rive del Tigri impetuoso, Giuliano qui è venuto a riposare, al tempo stesso buon re e valoroso guerriero”.

Quando Sapore venne a conoscenza della morte di Giuliano, che temeva moltissimo, se ne rallegrò; tuttavia, non si capacitava del motivo per cui i Romani non avessero tentato di vendicare la morte del loro imperatore.

“A Vittore, Salustio e agli altri membri della legazione inviati per definire un accordo di pace, fu chiesto da Sapore se i Romani non provavano vergogna per non essersi preoccupati di vendicare Giuliano, visto che era stato l’unico a cadere. «Io – esclamò – quando uno dei miei generali fu ucciso, feci scuoiare vivi gli uomini che mancarono di morire al suo fianco e ne inviai le teste ai parenti per consolarli»”. ⁸

NOTE

¹ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 3)

² Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 4)

³ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 7)

⁴ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 13)

⁵ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 15-23)

⁶ Eutropio (Breviarium, X, 16, 2)

⁷ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 9, 12)

⁸ Libanio (Orazioni, XXIV, 20)

Rara immagine di Iside trovata in Germania

Quando, pochi mesi fa, il frammento di terracotta è venuto alla luce, da una fossa in cui anticamente venivano gettati i rifiuti, gli archeologi hanno pensato di trovarsi di fronte a un oggetto impossibile. Cosa ci faceva una rappresentazione della Madonna con Bambino tra gli scarti di un accampamento romano a guardia del limes del basso Reno, recuperato in uno strato databile tra il I e il II secolo d.C.?

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Particolare dell’immagine di Iside sull’anfora di Krefeld

Il rilievo, alto solo 8 centimetri, decorava un’anfora in terracotta e mostra una donna seduta su un trono con un bambino piccolo in grembo e un sistro, un antico strumento musicale affine a un sonaglio, nella sua mano destra.

Una volta ripulito il reperto, un esame più accurato ha permesso di capire che il rilievo mostra in realtà la dea Iside che allatta suo figlio Horus, la cui iconografia corrisponde in gran parte a quella della Madonna che allatta Gesù bambino.

Il frammento di vaso recuperato proviene dalla zona in cui alloggiavano i civili, i mercanti, i commercianti e le famiglie dei soldati che erano di stanza nel forte romano di Gelduba, da cui ha avuto origine l’odierna città tedesca di Krefeld, e che proteggeva uno dei confini più delicati dell’impero.

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L’archeologo Eric Sponville con il frammento di vaso che contiene l’immagine di Iside, nel Museo archeologico di Krefeld

Mentre le rappresentazioni in rilievo sui manici di vasi in bronzo o argento di alta qualità sono comuni, ci sono pochissimi esempi di immagini figurative su semplici brocche di terracotta. Questo fatto ha indotto gli archeologi a ritenere che la brocca avesse una funzione di culto, posta forse su un altare domestico all’interno di una domus.

Iside, sorella e sposa di Osiride, patrona dell’agricoltura, delle arti domestiche e delle scienze, era una delle divinità principali del pantheon egizio. Il suo culto ebbe grande importanza con l’avvento della dinastia tolemaica in Egitto e, nella sua componente iniziatica, denominata Misteri di Iside, si diffuse in Grecia e poi in tutto il bacino mediterraneo, penetrando a fondo anche nella cultura romana. Già nel 105 a.C. venne infatti edificato a Pompei un Iseon, il tempio di Iside.

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Statua di Iside con sistro in mano, Musei Capitolini, Roma

Il culto di Iside giunse a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò a più  riprese di abbattere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. In età augustea non giovò a Iside la sua associazione con l’Egitto di Cleopatra, la grande nemica di Roma. Augusto e Tiberio proibirono che gli dèi egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. A partire da Caligola, che fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio, e poi con Domiziano, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, fece edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

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Statuetta di Iside che allatta Horus, Collezione Egizia del Museo di Santa Giulia, Brescia

Iside era una dea lunare ma anche signora del mare e protettrice delle navi e dei marinai. Nel mondo greco veniva assimilata a Tyche e nel mondo romano a Fortuna, di cui condivideva gli attributi caratteristici, come la cornucopia e il timone.

Quello di Iside fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto; infatti, fu solo nel VI secolo che il tempio di Iside a File fu definitivamente chiuso per ordine di Giustiniano.

Battaglia di Antiochia (8 giugno 218 d.C.)

L’8 giugno 218 d.C., presso un oscuro villaggio tra Emesa ed Antiochia, si svolgeva uno scontro la cui posta in palio era il trono imperiale. A contendersi la porpora erano il legittimo imperatore Marco Opellio Macrino e il quattordicenne Vario Avito Bassiano, noto in futuro come Elagabalo, sommo sacerdote di El Gabal, il dio solare adorato ad Emesa.

Dopo la battaglia di Nisibis, nell’estate del 217, Macrino aveva faticosamente stipulato un accordo di pace con Artabano, che chiudeva la guerra contro i Parti iniziata dal suo predecessore Caracalla. Macrino commise però alcuni errori che avrebbe pagato a caro prezzo: non tornò subito a Roma, dove avrebbe potuto rinsaldare il suo potere, preferendo invece fermarsi ad Antiochia e, soprattutto, ordinò a Giulia Mesa, di ritornare in patria, a vivere nella propria residenza di Emesa, permettendole però di conservare le ricchezze accumulate nei lunghi anni vissuti a corte con la sorella Giulia Domna, madre di Caracalla.

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Busto di Macrino, Musei Capitolini, Roma

Infatti, ad Emesa, Giulia Mesa, zia del defunto Caracalla, avvalendosi delle sue immense ricchezze, iniziò a progettare un piano per tornare al potere, ponendo sul trono il giovane nipote Vario Avito Bassiano, passato alla storia col nome di Elagabalo. A coadiuvarla nell’impresa, c’erano due personaggi di umili origini che, provenendo dal mondo degli spettacoli, avevano raggiunto importanti posizioni socialiq: Publio Valerio Comazonte, un liberto che da mimo e danzatore era divenuto comandante della Legione II Parthica, e Gannys, un altro liberto cresciuto alla corte di Giulia Mesa e amante di sua figlia Giulia Soemia, che ne fece il tutore di suo figlio Elagabalo. I tre fecero circolare la voce, probabilmente falsa, che Bassiano fosse figlio naturale del defunto Caracalla, frutto di una relazione clandestina con Giulia Soemia ai tempi in cui vivevano insieme a corte.

Giocando su questa rivelazione e sull’affetto che i soldati nutrivano ancora per Caracalla, nella notte del 15 maggio 218 Giulia Mesa, Soemia e Bassiano furono introdotti nell’accampamento della Legione III Gallica, stanziata a Raphanaea, nei pressi di Emesa, in Siria, dove il giorno successivo il ragazzo venne proclamato imperatore dai soldati, con il nome di Marco Aurelio Antonino. Macrino, l’imperatore in carica, si veniva così a trovare in una scomoda posizione; in quanto appartenente all’ordine equestre, Macrino era infatti malvisto dal Senato di Roma, che avrebbe preferito un senatore sul trono, ma anche dai soldati, che non avevano gradito la riduzione della paga da lui decisa.

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Ritratto di Elagabalo, Musei Capitolini, Roma

Quando Macrino, che si trastullava nel lusso e nell’agiatezza di Antiochia tra spettacoli di danzatori e mimi, venne a conoscenza dell’accaduto, inviò Ulpio Giuliano, uno dei prefetti del pretorio, a reprimere quella che riteneva un’insurrezione senza troppa importanza. Giuliano, giunto a Emesa, iniziò un’opera di repressione che costò la vita anche ad alcuni membri della casta sacerdotale che deteneva il potere in città ¹, a cui apparteneva il giovane Bassiano in qualità di sommo sacerdote di El Gabal. Ma quando il prefetto del pretorio arrivò all’accampamento dei ribelli e lo pose sotto assedio, accadde un evento che cambiò le carte in tavola. I soldati che erano all’interno

“condussero sopra il perimetro delle mura Avito Bassiano, che già chiamavano Marco Aurelio Antonino, e mostrarono alcune immagini di Caracalla fanciullo che rivelavano una certa somiglianza con lui, dicendo che egli era veramente suo figlio e doveva essere il successore all’impero”. ²

Mostrarono anche sacchi pieni di monete, per incitare alla ribellione gli assedianti, che

“ammisero che il fanciullo era figlio di Caracalla e anzi lo trovarono assai somigliante; senza indugio, tagliarono la testa di Giuliano e la mandarono a Macrino, mentre si aprivano le porte ed essi venivano ricevuti nell’accampamento”. ³

Informato che le file dei ribelli si stavano ingrossando, Macrino raccolse tutte le forze disponibili e si recò velocemente ad Apamea, dove erano stanziati i suoi Pretoriani, con l’intenzione di ingaggiare battaglia con i ribelli, prima di perdere il controllo della situazione. Ad Apamea, nominò Augusto suo figlio Marco Opellio Diadumeniano, che aveva solo dieci anni ed era già stato nominato Cesare l’anno prima, e promise a ciascuno dei soldati la somma di ventimila sesterzi, per garantirsene la fedeltà. Durante lo svolgimento di un banchetto, che aveva offerto ai cittadini di Apamea, a Macrino venne però recapitata la testa di Giuliano, avvolta in fasce di lino. Il macabro evento convinse Macrino di non essere più al sicuro, e lo spinse a ritornare ad Antiochia.

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Busto di Giulia Mesa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Tuttavia, i sostenitori di Elagabalo, sotto il comando di Gannys, erano partiti a loro volta per intercettare le forze di Macrino. Lo scontro avvenne l’8 giugno 218, nei pressi di un villaggio a circa 30 chilometri da Antiochia.

“Gannys occupò celermente l’angusto passaggio antistante il villaggio e predispose i soldati secondo un opportuno schieramento di guerra, malgrado avesse pochissima esperienza di tattica militare e avesse condotto la vita negli agi del lusso. Ma la Fortuna è talora così generosa in tutte le circostanze da donare persino la scienza militare a chi non la possiede”.

Lo scontro stava comunque volgendo in favore di Macrino, grazie alla superiorità in battaglia dei pretoriani, che l’imperatore aveva alleggerito delle pesanti corazze squamate e degli scudi incavati, quando Giulia Mesa, Soemia e lo stesso Elagabalo, che erano al seguito delle truppe, scesero dai carri e iniziarono a incitare i loro sostenitori, arrestandone la fuga. Elagabalo fu visto addirittura lanciarsi a cavallo tra i nemici, con la spada sguainata, in un impeto di coraggio che non avrebbe mai più mostrato nel resto della sua breve vita ⁵.

L’imprevista resistenza dei ribelli gettò nel panico Macrino, che si diede alla fuga verso Antiochia, mentre il suo esercito, demoralizzato dalla fuga dell’imperatore e dalle defezioni di interi reparti, veniva travolto e si arrendeva ai ribelli.

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Probabile ritratto di Diadumeniano, Musei Vaticani

Prima che arrivasse ad Antiochia la notizia della sua sconfitta, Macrino inviò suo figlio Diadumeniano da Artabano, il re dei Parti, per metterlo al sicuro. Poi, di notte, fuggì anch’egli a cavallo, insieme a pochi fedeli, dopo essersi rasato il capo e tagliata la barba, con indosso una veste scura al posto di quella purpurea, in modo tale da assomigliare il più possibile a un cittadino qualunque. Durante la fuga, giunse a Ega, in Cilicia, attraversò la Cappadocia, la Galazia e la Bitinia fino a Eribolo, il porto di mare situato di fronte alla città di Nicomedia. Da lì, aveva l’intenzione di salpare alla volta di Roma, dove pensava di ottenere aiuto da parte del Senato e del popolo romano. Si imbarcò da Eribolo e raggiunse Calcedonia, dove fu però riconosciuto e catturato dal centurione Aurelio Celso. Mentre veniva condotto fino in Cappadocia, venne a sapere che anche suo figlio era stato catturato mentre stava attraversando Zeugma per raggiungere il regno dei Parti.

Persa così ogni speranza, Macrino tentò la fuga gettandosi dal carro sul quale veniva trasportato, ma si fratturò una spalla. Poco tempo dopo, fu condannato a morte e ucciso, all’età di cinquantatre anni, dal centurione Marciano Tauro prima di entrare ad Antiochia. Il suo corpo fu decapitato e la testa venne portata ad Elagabalo ⁶. Stessa sorte toccò anche al giovane Diadumeniano, la cui testa venne portata in giro infissa su una lancia ⁷. Il quattordicenne Elagabalo era padrone dell’impero.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 31, 5)

² Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 34, 2-3)

³ Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, V, 4, 4)

⁴ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 38, 3)

⁵ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 38, 4)

⁶ Historia Augusta (Macrino, 10, 3)

⁷ Historia Augusta (Diadumeno, 9, 4)

(Articolo aggiornato l’11 giugno 2020)

Morte di Costantino I (22 maggio 337)

Il 22 maggio 337, nel trentunesimo anno di regno, durante la festa di Pentecoste, Flavio Valerio Costantino moriva, per una improvvisa malattia, in una residenza imperiale nel sobborgo di Achyrona ¹, nei pressi di Nicomedia. Pochi giorni prima, sentendo l’approssimarsi della morte, aveva deciso di farsi battezzare dal vescovo ariano della città, Eusebio, che negli ultimi tempi era diventato il suo consigliere in materia ecclesiastica. Per chi credeva ai presagi, la sua morte venne preannunciata dall’apparizione di una cometa di insolita grandezza, che fu visibile in cielo per diverso tempo ².

La morte colse Costantino mentre era intento ai preparativi per una guerra contro i Persiani di Sapore II, che nel 336 aveva invaso e annesso l’Armenia, alleata dei romani, e minacciava i territori della Mesopotamia.

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Testa colossale in bronzo di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Costantino, che intendeva guidare personalmente l’offensiva contro i Persiani, si ammalò mentre con la flotta si dirigeva da Costantinopoli verso la Siria. Fece allora rotta su Pythia Terma, sperando che le rinomate acque termali del luogo gli recassero giovamento. Quando le sue condizioni di salute peggiorarono ancora, si diresse a Elenopoli, in Bitinia, la città che aveva dedicato alla memoria di sua madre, per pregare sulle tombe dei martiri. A Elenopoli, Costantino comprese di essere quasi alla fine dei suoi giorni e si recò in direzione della vicina Nicomedia. Giunto nei pressi della città, convocò i vescovi e chiese di essere battezzato.

All’epoca, non era insolito ricevere il battesimo in punto di morte, allo scopo di garantirsi la vita eterna; infatti, molto pragmaticamente, col sacramento si otteneva la cancellazione di tutti i peccati e si era sicuri di non avere più il tempo di commetterne altri. Costantino, che in vecchiaia si era avvicinato sempre di più alla dottrina di Ario, respinta dal Concilio di Nicea nel 325, venne battezzato dal vescovo ariano Eusebio nella villa imperiale in cui sostava col suo seguito; poco prima aveva anche partecipato, per la prima volta nella sua vita, alla veglia Pasquale. Dopo il battesimo, Costantino indossò le vesti imperiali, ma di colore bianco anziché di porpora, e si mise a letto ad attendere la morte, che sopraggiunse a mezzogiorno, dopo che l’imperatore aveva ultimato anche la redazione del testamento.

Costantino aveva previsto di ripartire, dopo la sua morte, la gestione dell’impero tra quattro Cesari, i suoi tre figli Costantino II, Costanzo II e Costante e il nipote Dalmazio, ai quali si affiancava per l’Armenia e il Ponto, col titolo di Rex regum et Ponticarum gentium (Re dei re e delle genti del Ponto) l’altro nipote Annibaliano.

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Testa colossale di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Le cose andarono però diversamente e, poco tempo dopo, nell’estate del 337, in un bagno di sangue probabilmente ordito da Costanzo II, i soldati trucidarono tutto il ramo cadetto della famiglia composto dai fratellastri di Costantino e dai due nipoti Dalmazio e Annibaliano, consegnando l’impero nelle mani dei suoi tre figli, Costantino II, Costanzo II e Costante, che il 9 settembre 337 furono acclamati Augusti dall’esercito.

Dopo la morte, Costantino venne divinizzato con il consueto rito della consecratio ³, com’era consuetudine con gli imperatori pagani, e l’evento fu celebrato anche con alcune monete che lo mostrano avvolto in un mantello mentre vola verso il cielo su una quadriga. Il corpo, con indosso le insegne imperiali, la porpora e il diadema, fu trasportato a Costantinopoli in una bara d’oro. Il secondogenito Costanzo II fu il solo dei figli che riuscì a recarsi a Costantinopoli a presenziare ai funerali.

Costantino aveva dato disposizione di essere sepolto a Costantinopoli, nella basilica dedicata ai Santi Apostoli, da lui stesso edificata a questo scopo, dove aveva fatto collocare in cerchio dodici cenotafi dedicati agli apostoli, al cui centro c’era un sarcofago di porfido riservato a lui. Non sappiamo se con questa sistemazione Costantino intendeva suggerire di considerarsi isoapostolo, cioè alla pari dei dodici apostoli, o addirittura un nuovo Cristo.

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Mosaico con ritratto di Costantino, Basilica di Hagia Sophia, Istanbul

Costantino, che era nato il 27 febbraio del 272 o 273 a Naissus, in Mesia, fu il primo imperatore romano morto dopo aver ricevuto il battesimo cristiano. Nel Medioevo, ebbe grande fortuna una curiosa leggenda, secondo cui l’imperatore si sarebbe fatto battezzare a Roma da Papa Silvestro, perché in sogno i santi Pietro e Paolo gli dissero che solo in quel modo sarebbe potuto guarire dalla lebbra che lo aveva colpito.

Ugualmente priva di fondamento è la versione, riportata da Zosimo ⁴, secondo cui la conversione al Cristianesimo di Costantino fu dovuta al tentativo di purificarsi dalla colpa di aver fatto uccidere la sua seconda moglie Fausta e il figlio primogenito Crispo; poiché i sacerdoti pagani affermavano che nessuna cerimonia di purificazione poteva cancellare una simile empietà, Costantino si sarebbe rivolto all’unica religione che garantiva il perdono di tutti i peccati.

NOTE

¹ Aurelio Vittore (De Caesaribus, XLI, 15)

² Eutropio (Breviarium, X, 8, 3)

³ Eutropio (Breviarium, X, 8, 3)

⁴ Zosimo (Storia Nuova, II, 29, 3)

Rosaliae Signorum (10 e 31 maggio)

Il 10 e il 31 maggio, l’esercito romano imperiale celebrava una ricorrenza detta Rosaliae Signorum, i Rosalia delle insegne, durante la quale gli stendardi militari venivano festeggiati e adornati con ghirlande di fiori.

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Conosciamo le date in cui si svolgevano i Rosaliae Signorum grazie al ritrovamento, nelle rovine di Dura Europos, in Siria, del cosiddetto Feriale Duranum, un papiro databile tra il 224 e il 235 d.C. che conteneva l’elenco delle festività religiose militari che interessavano la XX Cohors Palmyrenorum,  stanziata nella città. Il successivo assedio e distruzione di Dura Europos ad opera dei Sasanidi nel 256 d.C., e il clima secco della zona hanno consentito a questo importante calendario di giungere quasi intatto fino a noi.

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La principale insegna della legione era l’aquila, emblema e simbolo sacro che esprimeva la fedeltà dei soldati e la continuità dell’unità di combattimento; l’aquila della legione veniva onorata anche in occasione del suo anniversario, denominato natalis aquilae; essa veniva portata in battaglia dall’aquilifer, e permettere che cadesse in mano al nemico, come accadde a Crasso a Carre nel 53 a.C e a Varo nella selva di Teutoburgo nel 9 d.C., era considerata una grave ignominia per coloro che sopravvivevano, potendo anche portare allo scioglimento della legione. Alcune insegne militari recavano l’immagine dell’imperatore, altre l’emblema della legione, che era in genere un animale o un segno zodiacale, come la lupa, il toro o il cinghiale; anche le singole centurie, le coorti e i manipoli avevano le loro insegne. Il drago, invece, era l’insegna delle coorti di cavalleria, il cui portatore era detto draconarius.

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Esistevano poi i vexilla, formati da un drappo quadrato che pendeva da una barra trasversale attaccata a un palo verticale e recavano scritto il nome, il numero e l’emblema della legione. Signifer era genericamente chiamato il portatore di un’insegna militare, mentre l’imaginifer si occupava del trasporto dell’immagine dell’imperatore.

In tempo di pace, i signa e i vexilla militaria delle legioni, cioè le insegne, i vessilli e gli stendardi, venivano gelosamente conservati e venerati in un apposito tempio, l’aedes signorum, situato nel cuore dell’accampamento. Nel mese di maggio, durante i Rosalia, per due volte essi venivano rimossi dal sacello, posti accanto ad un altare e incoronati con ghirlande di rose e altri fiori e cosparsi di costosi profumi. Infine, si offriva un sacrificio e si effettuava una supplicatio, cioè una preghiera, ad una divinità di cui purtroppo non conosciamo l’identità.

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Oltre ai Rosalia celebrati dai soldati, esistevano dei Rosalia civili, collegati invece con il culto dei morti, che si svolgevano a maggio, giugno e luglio. In questi giorni era consuetudine portare sui sepolcri corone di rose e viole.

Nascita di Giulia Mesa (7 maggio 170 d.C.)

Il 7 maggio del 170 d.C. nasceva a Emesa, in Siria, Giulia Mesa, sorella di Giulia Domna, la moglie di Settimio Severo. Mesa fu una delle donne più intelligenti ed importanti dell’epoca severiana e detentrice di un enorme potere che le consentì di influenzare l’elezione di ben due imperatori.

Giulia Mesa era figlia di Giulio Bassiano, cittadino romano e sommo sacerdote del dio solare El Gabal, che significava “signore della montagna“, la divinità principale di Emesa, dove veniva venerato sotto forma di una pietra nera conica che si credeva fosse caduta dal cielo ¹. Da sempre, il potere a Emesa era nelle mani di una casta sacerdotale rappresentata proprio dalla famiglia di Domna e Mesa, che esprimeva in via ereditaria il sommo sacerdote.

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Busto di Giulia Mesa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Quando intorno al 187 Settimio Severo chiese in moglie la giovane Giulia Domna, Mesa venne a Roma al seguito della sorella. In quegli anni, Mesa sposò Giulio Avito Alessiano, un cittadino romano di Siria, appartenente all’ordine equestre, da cui ebbe due figlie: Giulia Soemia e Giulia Mamea.

Mesa visse a corte per tutto il tempo in cui regnarono Settimio Severo e suo figlio Caracalla, nella vivace atmosfera culturale che animava quel periodo, circondata da filosofi ed intellettuali. Sua sorella era spesso assente, perché al seguito di Settimio Severo durante le sue campagne e Mesa, nel palazzo imperiale, riceveva tutte le attenzioni e gli onori consoni alla sorella dell’Augusta, riuscendo anche ad accumulare un’immensa fortuna.

Tutto ciò sembrò finire quando l’8 aprile 217 Caracalla venne assassinato in seguito ad una congiura e Opellio Macrino, che probabilmente ne era il promotore, venne acclamato imperatore dall’esercito. Alla notizia della morte di Caracalla, sua madre Giulia Domna, che risiedeva ad Antiochia, già debilitata da una grave malattia, si lasciò morire di fame. Macrino ordinò poi a Mesa di ritornare in patria, a vivere nella propria residenza di Emesa, permettendole però di conservare le ricchezze accumulate nei lunghi anni vissuti a corte ², commettendo di fatto un errore che pagherà a carissimo prezzo.

Giulia Mesa non aveva infatti rinunciato all’idea di riconquistare il potere per la sua casata. Era tornata a vivere a Emesa, insieme alle due figlie; la maggiore, Soemia aveva un figlio quattordicenne, di nome Vario Avito Bassiano (il futuro Elagabalo); anche la minore, Mamea, aveva un figlio, Alessiano, di dieci anni di età. Come da tradizione familiare Bassiano, il maschio più grande tra i membri della famiglia, era stato nominato sommo sacerdote di El Gabal, di cui officiava i riti. Alle funzioni partecipavano anche i soldati di stanza a Emesa, appartenenti alla Legione III Gallica, che erano affascinati dalla figura del giovane Bassiano, bello come un dio nelle sue vesti adorne d’oro e di porpora.

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Ritratto di Elagabalo, Musei Capitolini, Roma

Mesa, sapendo quanto i soldati fossero ancora affezionati alla memoria di Caracalla, concepì un diabolico piano per tornare al potere; iniziò a far circolare la voce che Bassiano era in realtà il figlio naturale di Caracalla, che lo aveva concepito con la cugina Soemia quando vivevano tutti insieme nel palazzo imperiale. Essendo inoltre in possesso di un notevole patrimonio, promise ai soldati un ricco donativo se l’avessero aiutata a restituire il trono ai Severi. Raggiunto l’accordo, di notte Mesa uscì di nascosto della città, con le figlie e i nipoti; i soldati la attendevano e la scortarono fino all’accampamento.

Secondo le previsioni, il 16 maggio 218, Bassiano venne acclamato imperatore dalle truppe, col nome di Marco Aurelio Antonino e Giuliano, il prefetto del pretorio inviato da Macrino a sedare la rivolta, venne ucciso dai ribelli. Poi, l’8 giugno 218, le truppe fedeli a Macrino vennero sconfitte in una battaglia campale nei pressi di Antiochia; Macrino, datosi alla fuga, venne raggiunto dagli inseguitori e decapitato a Calcedone, in Bitinia.

Il piano di Mesa era riuscito; non restava che dirigersi a Roma, dove il corteo imperiale con Mesa, Soemia e il giovane Antonino giunse nel luglio 219, insieme alla pietra nera che rappresentava El Gabal. Data la giovane età dell’imperatore, degli affari di stato si occupavano la nonna Mesa, la madre Soemia e i loro consiglieri. D’altronde l’imperatore, soprannominato Elagabalo per la sua devozione al dio solare di Emesa, si mostrava interessato solo a favorire il culto di El Gabal, a cui dedicò un sontuoso tempio sul Palatino, presso la sua residenza, subordinando al cosiddetto Sol Invictus Elagabal tutto il Pantheon romano, e a dare libero sfogo a una scandalosa condotta sessuale con uomini e donne, che destò la riprovazione dell’aristocrazia senatoria e della stessa guardia pretoriana. Gli venivano attribuite cinque mogli di cui una, Aquilia Severa, era addirittura una vergine Vestale, oltre a una stabile relazione con un auriga ed ex schiavo di nome Ierocle, che Elagabalo chiamava “mio marito”.

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Busto di Giulia Mesa, Museum of Archaeology and Anthropology, Philadelphia

Timorosa che la condotta del nipote pregiudicasse le sorti della famiglia, Mesa decise allora di puntare sull’altro rampollo dei Severi, suo nipote Alessiano, il figlio di Mamea e di Gessio Marciano, che era stato allevato secondo principi più consoni alla mentalità romana. Mesa e Mamea convinsero Elagabalo e sua madre Soemia ad adottare il tredicenne Alessiano e a conferirgli il titolo di Cesare; il 26 giugno 221 il nuovo Cesare assunse il nome di Alessandro Severo, col compito formale di alleggerire Elagabalo di alcune incombenze: si stava in realtà preparando un nuovo rivolgimento al potere. Soemia ed Elagabalo si accorsero del pericolo che correvano e tentarono di eliminare lo scomodo Alessandro ma, l’11 marzo 222, furono trucidati dai pretoriani, passati dalla parte di Mesa e Mamea, proprio nel loro accampamento.

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Testa bronzea di Alessandro Severo, Museo Archeologico di Ryakia, Grecia

Alessandro Severo venne a sua volta proclamato imperatore, mentre di fatto il potere veniva esercitato da sua nonna e sua madre. Ancora una volta, dimostrando una non comune sagacia politica, Giulia Mesa era riuscita a manovrare alle perfezione tutte le forze in campo e a mandare a buon fine i suoi progetti.

Giulia Mesa continuò ad esercitare il potere fino alla morte, sopravvenuta per cause naturali intorno al 226 e Mamea rimase da sola a guidare il figlio nella sua azione di governo. Alessandro Severo fu riconoscente nei confronti della nonna, che lo aveva di fatto messo sul trono. Dopo la sua morte, Mesa ebbe un funerale degno di un imperatore e fu divinizzata tramite il solenne rito della consecratio ³; inoltre, la data del suo compleanno veniva festeggiata ogni anno in tutto l’impero e negli accampamenti dei legionari.

NOTE

¹ Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco, V, 3, 5)

² Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco, V, 3, 2)

³ Erodiano (Storia dell’impero dopo Marco, VI, 1, 4)

Nascita di Otone (28 aprile 32 d.C.)

Il futuro imperatore Marco Salvio Otone nacque, da una famiglia appartenente in origine all’ordine equestre, il 28 aprile del 32 d.C., sotto il consolato di Camillo Arrunzio e Domizio Enobarbo. I suoi antenati erano originari di Ferento, e appartenevano ad una delle più antiche e nobili famiglie dell’Etruria ¹.

Busto di Otone

Il primo della sua famiglia a fare carriera politica fu suo nonno Marco Salvio Otone, che divenne senatore grazie all’interessamento di Livia, la moglie di Augusto, nella cui casa era cresciuto, ma che non andò oltre la carica di pretore. Suo padre, Lucio Otone, era imparentato per parte di madre con parecchie delle più importanti famiglie romane, e pare che fosse così somigliante all’imperatore Tiberio, che molti lo credevano suo figlio. Lucio Otone rivestì con estremo rigore le magistrature urbane e il proconsolato d’Africa ed entrò nelle grazie di Claudio scoprendo una congiura ordita da un cavaliere romano per assassinarlo. Come ringraziamento, Claudio lo ammise tra i patrizi e il Senato gli fece erigere una statua sul Palatino. Dal matrimonio con la nobildonna Albia Terenzia, Lucio Otone ebbe due figli maschi, Tiziano e il nostro Marco, ed una femmina, che diede in sposa a Druso, il figlio di Germanico.

Il giovane Marco Salvio Otone non possedeva però il rigore morale del padre; fin da ragazzo ebbe un carattere turbolento ed incline al lusso, destando le ire di Lucio che sovente lo prendeva a nerbate. Si diceva che di notte vagasse per le strade, divertendosi a far cadere i passanti ubriachi che passavano sul suo mantello disteso a terra. Il giovane Otone era attirato dalla dorata vita di palazzo e non pensava ad altro che a trovare il modo di farne parte. Dopo la morte del padre, ebbe finalmente la libertà di agire; finse di essere innamorato di un’anziana liberta imperiale, che frequentava abitualmente il Palazzo e che lo introdusse alla corte di Nerone, di cui divenne ben presto intimo amico, per una certa affinità di carattere o, come si malignava, perché ne era l’amante ².

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Statua di Otone in nudità eroica, Museo del Louvre, Parigi

L’amicizia tra Nerone e Otone era così profonda che il principe gli confidò anche il proposito di voler uccidere la madre Agrippina. Ma anche questo legame così stretto andò in crisi, come spesso accade, a causa di una donna.

Viveva a Roma Poppea Sabina, una donna di grande bellezza e fascino, proveniente da una famiglia di dignità consolare. Poppea era una donna ambiziosa e senza scrupoli, decisa a sfruttare tutte le sue doti naturali a proprio vantaggio. Si raccontava che uscisse raramente in pubblico e che, quando lo faceva, tenesse una parte del volto coperta da un velo, sia per non esporsi agli sguardi altrui, che per apparire più affascinante. Il giovane e dissoluto Otone ne fu colpito ed iniziò a farle una corte serrata; Poppea, che era sposata con Rufrio Crispino, un cavaliere romano, si lasciò sedurre perché era al corrente dell’intima amicizia che legava Otone e Nerone. Ottenuto il divorzio dal marito, Poppea sposò immediatamente Otone.

Quando parlava con Nerone, Otone non perdeva occasione per lodare la bellezza e l’eleganza della moglie. Non sappiamo cosa avesse in mente: forse l’amore per Poppea l’aveva accecato e reso imprudente, oppure intendeva utilizzare la moglie per accrescere la sua influenza sul principe, facendone l’amante.

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Ritratto di Poppea Sabina, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Allo stesso tempo Poppea, ormai introdotta stabilmente a corte, esercitava tutte le sue arti per accrescere il desiderio di Nerone, non mostrandosi insensibile alle attenzioni del principe ma, a parole, manifestando la sua fedeltà ad Otone. Quali che fossero i piani di Otone, Nerone iniziò a percepirlo come un rivale e a trattarlo con più freddezza, fino ad escluderlo dal suo seguito. Poi, per liberarsene senza spargimento di sangue, lo inviò nel 58 come prefetto in Lusitania, trattenendo Poppea come amante presso di sé.

Otone rimase in Lusitania per i successivi dieci anni esercitando la sua attività di governatore con integrità e saggezza, a dispetto della vita dissoluta e sregolata che aveva condotto sino a quel momento ³. Soddisfatto per aver salvato la vita, non rinunciò a nutrire però propositi di vendetta, che si concretizzarono quando, il 2 aprile del 68, Sulpicio Galba, il governatore della Hispania Tarraconensis, si ribellò a Nerone, proclamandosi rappresentante del Senato e del Popolo Romano. Otone fu tra i primi ad appoggiare il settantenne Galba, forse perché aveva intuito la possibilità di diventare principe a sua volta. Infatti, un astrologo di nome Seleuco, che in passato gli aveva predetto che sarebbe sopravvissuto a Nerone, era da poco ricomparso inaspettatamente per annunciargli che sarebbe divenuto imperatore in breve tempo ⁴.

La previsione si avvererà, ma Otone morirà suicida a Brixellum il 17 aprile del 69 d.C., all’età di trentasette anni, dopo solo novantadue giorni di regno.

NOTE

¹ Svetonio (Otone, 1)

² Svetonio (Otone, 2)

³ Tacito (Annales, XIII, 45-46)

⁴ Svetonio (Otone, 4)

21 aprile: Roma Condita

Il 21 aprile, in coincidenza con le Palilie, si festeggiava a Roma e in tutto il mondo romano l’anniversario della fondazione dell’Urbe. Indicato negli antichi calendari come Roma condita, cioè fondata, undici giorni prima delle calende di maggio, di un anno che Varrone fissava nel terzo della sesta Olimpiade (754/753 a.C.) ¹, quel giorno un villaggio di pastori entrò nel mito e il tempo iniziò letteralmente a scorrere e ad essere contato da quel momento.

“Egli all’età di diciotto anni fondò una piccola città sul monte Palatino, undici giorni prima delle calende di maggio [21 aprile], nell’anno terzo della sesta Olimpiade [754/3 a.C.], nell’anno 394 dopo la caduta di Troia”. ²

Come tutti i miti, esistono numerose versioni della storia, rielaborata per i secoli a venire da infiniti autori, che differiscono a volte per pochi particolari, altre in modo più consistente. Anche l’anno di fondazione non è certo, ricompreso dagli storici antichi tra il 758 e il 728 a.C., ma i miti, com’è giusto, non hanno una collocazione temporale precisa.

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Augusto in veste di Augure, con lituo in mano, Galleria degli Uffizi, Firenze

La versione prevalente narra che Romolo, dopo aver consultato gli auspici ed averne ottenuti di più favorevoli rispetto al gemello Remo, celebrò il rito di fondazione della città seguendo le istruzioni di sacerdoti etruschi; radunato il popolo sul colle Cermalo, offrì un sacrificio agli dèi e ordinò agli altri di fare altrettanto; poi, fece accendere un fuoco, sul quale i presenti dovettero saltare per purificarsi dalle impurità; infine, dopo aver scavato una fossa presso il Comizio, dove vennero gettate le primizie del raccolto e manciate di terra portate dai luoghi di provenienza dei membri della nuova comunità, Romolo, a capo coperto, procedette a scavare, con un aratro dal vomere di bronzo, il sulcus primigenius intorno al Palatino, per indicare il tracciato delle mura.

“Romolo fondò la città, avendo fatto venire dall’Etruria uomini che gli spiegassero ogni cosa con alcune norme e testi sacri e che glieli insegnassero, come durante i misteri. Scavò una fossa di forma circolare nella zona dove ora è il Comizio, per deporvi le primizie di tutto quanto era utile secondo consuetudine o necessario secondo natura. E infine ciascuno, portando un po’ di terra dal paese da cui proveniva, la gettò dentro e la mescolò. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo: mundus. Poi, considerando questo punto come centro, tracciarono il perimetro della città. Il fondatore attaccò al suo aratro un vomere di bronzo, vi aggiogó un bue e una vacca, ed egli stesso li conduceva, tracciando un solco profondo lungo la linea di confine”. ³

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Rilievo con il tracciato del solco primigenio, Museo Archeologico di Aquileia

Fu solo a rito ultimato che si compì il dramma: Remo, assistendo alla costruzione delle mura, per scherno o per ignoranza decise di scavalcare il muro o il fossato che lo costeggiava e venne ucciso da Romolo stesso o da un certo Celere, uno degli uomini che stava costruendo il muro di cinta.

“La versione più diffusa dice che Remo, per schernire il fratello, saltò al di là delle mura appena costruite e perciò fu ucciso da Romolo infuriato, che inveendo anche a parole, avrebbe concluso: “lo stesso accadrà a chiunque scavalcherà le mie mura da ora in poi”. Così Romolo si impadronì da solo del regno; la città fondata venne chiamata con il nome del fondatore”.

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Romolo affronta Remo

Appena Romolo seppellì il corpo del fratello in una tomba e furono resi i riti funebri dovuti a Remo, il pastore Faustolo e Acca Larenzia, addolorati per la perdita del figlio adottivo, tornarono a casa e si addormentarono. Nella notte, l’ombra insanguinata di Remo gli apparve nel sonno, chiedendogli che fosse istituito un giorno solenne in suo onore, in cui Ovidio riconobbe l’origine dei Lemuria, le ricorrenze del mese di maggio dedicate ai morti anzitempo.

“Appena l’immagine fuggendo portò via con sé il sonno, entrambi riferirono al re le parole del fratello. Romolo acconsente e chiama Remuria quel giorno, in cui si rendono gli onori dovuti agli avi sepolti. Con il trascorrere del tempo, la lettera aspra che era l’iniziale del nome si mutò in lettera dolce e in seguito si dissero Lemuri anche le anime dei silenti”.

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Mosaico con allattamento di Romolo e Remo, da Apamea, in Siria

Ed ora, concludiamo con uno scritto dei più poetici sull’argomento, pervaso di lirismo e amore per una città che ormai aveva perduto tutta la sua potenza. Giovanni Lido visse infatti a Costantinopoli nel VI secolo, in epoca giustinianea, ma le sue parole testimoniano come Roma continuava ad emanare un fascino immortale, anche se ormai, della sua gloria passata, non restava che una pallida ombra.

“Undici giorni prima delle calende di maggio (21 aprile) Romolo fondò Roma, dopo aver riunito tutti gli abitanti delle zone vicine e avendo ordinato loro di portare con sé una zolla della propria terra, auspicando così che Roma dominasse tutta la regione. Quanto a lui, postosi a capo dell’intera funzione sacra, presa una tromba sacra, che i Romani sono soliti chiamare lituo, fece risuonare il nome della città. La città ebbe tre nomi, uno iniziatico, uno sacro e uno politico: quello iniziatico e Amore (Amor), cioè Eros, in modo che tutti siano pervasi da un amore divino per la città, quello sacro è Flora, cioè “fiorente”, da cui deriva la festa dei Floralia in suo onore; quello politico è Roma. Quello politico era noto a tutti e veniva pronunciato senza alcun timore, mentre evocare quello iniziatico era permesso solo ai pontefici massimi durante i riti sacri” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Romolo, 12, 6)

² Eutropio (Breviarium ab urbe condita, I, 1, 2)

³ Plutarco (Romolo, 11-12)

⁴ Livio (Ab urbe condita, I, 7, 2-3)

⁵ Ovidio (Fasti, V, 477-483)

⁶ Giovanni Lido (De Mensibus, IV, 50)

Prima battaglia di Bedriaco (14 aprile 69 d.C.)

Il 14 aprile del 69 d.C., nel famigerato anno dei quattro imperatori, fu combattuta la prima battaglia di Bedriaco tra le forze di Otone e quelle di Vitellio. La battaglia, in cui persero la vita circa quarantamila uomini, si concluse con il trionfo dell’esercito guidato da Aulo Cecina Alieno e Fabio Valente e consegnò l’impero al vittorioso Vitellio.

Il 15 gennaio del 69, Galba, succeduto a Nerone alcuni mesi prima, era stato assassinato dai pretoriani che avevano acclamato imperatore Marco Salvio Otone. Già dal 2 gennaio del 69, le legioni stanziate in Germania si erano ribellate a Galba e avevano invece proclamato imperatore il loro comandante, il legato Aulo Vitellio. Il Senato accettò l’elevazione di Otone, per non contrastare la volontà dei pretoriani. A quel punto la guerra civile era inevitabile. Fabio Valente e Aulo Cecina Alieno, due generali di Vitellio, oltrepassarono le Alpi e avanzarono in Italia per unire le proprie forze a Cremona, seguendo le direttive di Vitellio.

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Ritratto di Vitellio, Museo Nazionale del Bardo,  Tunisi

I due, uomini di grande avidità e temerarietà, erano divisi da una fiera rivalità, desiderosi ognuno per proprio conto di mettersi in mostra agli occhi di Vitellio, dando un apporto decisivo alla campagna. Valente, entrato in Italia dalle Alpi Cozie, guidava un contingente di quarantamila uomini provenienti dalla Germania Inferiore; Cecina, alla testa di trentamila legionari della Germania Superiore, penetrò dalle Alpi Pennine; ad entrambi erano stati poi aggregati degli ausiliari germanici ¹.

Il 14 marzo Otone si mise in marcia verso nord e stabilì il suo quartier generale a Brixellum, a sud del Po. I suoi migliori generali erano Gaio Svetonio Paolino, Annio Gallo e Mario Celso, ma Otone aveva preferito associargli nel comando il fratello Lucio Salvio Otone Tiziano e il prefetto del pretorio Licinio Proculo.

Il 12 aprile, a Brixellum, Otone tenne un consiglio di guerra. Il suo esercito contava non più di trentaseimila uomini, per cui saggiamente Svetonio Paolino, Annio Gallo e Mario Celso consigliarono di temporeggiare e attendere l’arrivo dei rinforzi: erano già in marcia, infatti, le legioni provenienti dalla Dalmazia, dalla Pannonia e dalla Mesia, composte da quarantunomila uomini, che avrebbero consentito ad Otone di combattere ad armi pari contro i Vitelliani.

Otone preferì invece dare ascolto alle opinioni del fratello Salvio Tiziano e del prefetto del pretorio Licinio Proculo, desiderosi di ingaggiare subito battaglia. Dopo alcune scaramucce di secondaria importanza, e tentativi di attirare l’avversario in un’imboscata, lo scontro decisivo avvenne a Bedriaco, una località a nord del Po, tra Cremona e Verona, presso l’attuale Calvatone, dove si era accampato l’esercito di Otone.

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Statua di Otone, proveniente da Terracina; Museo del Louvre, Parigi

Otone aveva deciso di non prendere parte alla battaglia e di restare al sicuro a Brixellum, affidando il comando delle operazioni a Tiziano e Proculo, che il 14 aprile decisero di spostare il campo a quattro miglia da Bedriaco, dove rimase Annio Gallo, reduce da una brutta caduta da cavallo.

Gli uomini di Otone, partiti da Bedriaco in direzione di Cremona, giunsero sul luogo dopo un’estenuante marcia con armi e bagagli al seguito.

“Dalla parte di Otone, i comandanti erano intimiditi, i soldati intolleranti degli ordini, i vivandieri ed i veicoli inframmezzati alle formazioni e la strada, che sarebbe stata stretta anche per una marcia indisturbata, era fiancheggiata da ambo i lati da profondi fossi. Alcuni uomini stavano attorno alle proprie insegne ed altri le cercavano; da ogni parte si sentiva un vociare incerto di persone che accorrevano e che chiamavano, ed ognuno, secondo il proprio coraggio o la propria paura, correva in prima fila o si faceva assorbire verso il fondo”. ²

I Vitelliani, agli ordini di Valente e Cecina, avevano invece preso posizione ordinatamente e con calma e attendevano solo il momento giusto per attaccare.

Proprio in quel mentre, iniziò a circolare una voce diffusa ad arte, secondo cui Vitellio era stato abbandonato dal suo esercito e c’era l’intenzione di negoziare una tregua per arrivare ad un accordo tra i due pretendenti al trono.

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Aureo di Otone

Gli Otoniani, stanchi per la marcia e ostacolati dai carri con le vettovaglie al seguito, prestarono fede alla diceria e si trovarono impreparati al combattimento; arrivarono addirittura a salutare il nemico, credendo che fosse in atto una tregua.

In quel momento i Vitelliani, in formazioni compatte, al segnale convenuto passarono all’attacco e gli Otoniani, pur se affaticati e inferiori di numero, sostennero l’urto valorosamente. Il terreno era accidentato e cosparso di alberi e vigneti, e la battaglia si frammentò subito in una serie scontri tra singole formazioni. La Legione I Adiutrix, che sosteneva Otone, riuscì addirittura a catturare l’aquila della Legione XXI Rapax, agli ordini di Vitellio, ma l’arrivo delle coorti Batave, guidate da Alfeno Varo, che avevano travolto gli uomini di Vestricio Spurinna e un contingente di duemila gladiatori agli ordini di Flavio Sabino, volse le sorti della battaglia in favore di Vitellio. Gli Otoniani furono investiti sul fianco e sbandarono.

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“Rotto lo schieramento al centro, gli Otoniani fuggirono da ogni parte in direzione di Bedriaco. La distanza era grande e le strade ostruite dai cadaveri dove più vasta era stata la carneficina. Nelle guerre civili, infatti, i prigionieri non costituiscono una preda”. ³

Per i Vitelliani fu facile a quel punto massacrare gli avversari in fuga. Svetonio Paolino e Licinio Proculo si dileguarono, evitando anche di tornare all’accampamento di Bedriaco, che fu invece raggiunto col favore delle tenebre da Tiziano e Celso. Dopo una notte trascorsa discutendo sull’opportunità di continuare la guerra, come volevano i pretoriani fedeli ad Otone, prevalse l’opinione di chi voleva arrendersi e furono inviati ambasciatori al campo dei capi Vitelliani; Cecina e Valente non ebbero esitazioni nel concedere la pace.

“Allora vinti e vincitori, scoppiando in lacrime, in una triste gioia, maledicevano il destino delle guerre civili e, dentro le stesse tende, curavano le ferite dei fratelli e degli amici. I premi e le speranze erano incerti, ma certe erano le morti e i pianti e non vi era nessuno così privo di disgrazie da non dover piangere la morte di qualcuno”. ⁴

Enorme fu il costo in vite umane. Nel corso della battaglia, persero la vita circa quarantamila soldati da entrambe le parti ⁵. Un testimone oculare confidò che il cumulo dei cadaveri raggiungeva il frontone di un tempio vicino ⁶.

Busto di Otone

Quando il 16 aprile la notizia della sconfitta giunse a Brixellum, portata da un cavaliere, molti sollecitarono Otone a non arrendersi; erano arrivati anche i rinforzi dalla Pannonia e gli uomini gli erano ancora fedeli. Ma Otone, che aveva trascorso gran parte della vita tra malvagità e scelleratezze, decise nobilmente che era ora di mettere la parola fine. Rivolgendosi quindi ai suoi uomini disse:

“È sufficiente quello che è appena accaduto. Odio la guerra civile, anche quando sono io a vincere; amo tutti i Romani anche quando non stanno dalla mia parte. Che Vitellio sia il vincitore, dato che così è sembrato giusto agli dei; che vengano risparmiate anche le vite dei suoi soldati, perché così pare giusto a me. È senza dubbio molto meglio e molto più giusto che uno solo muoia per tutti, piuttosto che molti per uno solo, ed è anche meglio evitare che il popolo romano sia coinvolto in una guerra civile a causa di uno solo e che una così grande moltitudine di uomini perisca”. ⁷

Concluso questo discorso si ritirò nel suo alloggio, inviò alcuni messaggi ai suoi uomini di fiducia e altri a Vitellio in loro difesa; quindi bruciò tutte le lettere che, se scoperte, avrebbero messo in pericolo i suoi fedeli, li chiamò e salutò tutti, dando loro del denaro.

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Statua di Otone in nudità eroica, Museo del Louvre, Parigi

Verso sera si fece portare due pugnali e, scelto quello più affilato, lo mise sotto il cuscino. Otone si uccise all’alba, appoggiandosi al pugnale con tutto il peso del corpo. Entrati nella tenda dopo aver udito un gemito, i servi, i liberti e il prefetto del pretorio Plozio Firmo ne constatarono la morte per una ferita al petto. I funerali verranno celebrati celermente, secondo i suoi desideri ⁸. Le coorti pretoriane trasportarono il corpo baciandogli la ferita e le mani in segno di omaggio, e alcuni soldati si uccisero vicino al rogo per imitare il suo nobile gesto e per fedeltà al loro sovrano. Le sue ceneri vennero poste in un modesto sepolcro, che per la sua povertà sfuggì ad ogni profanazione. Su di esso, erano incise in greco poche, semplici parole:

“Alla memoria di Marco Otone”. ⁹

Era il 17 aprile del 69 d.C.; questa fu la fine di Marco Salvio Otone, all’età di trentasette anni, dopo novantadue giorni di regno. Era nato il 28 aprile del 32 d.C.

NOTE

¹ Tacito (Historiae, I, 61, 1-2)

² Tacito (Historiae, II, 41, 6-7)

³ Tacito (Historiae, II, 44, 1-2)

⁴ Tacito (Historiae, II, 45, 5)

⁵ Dione Cassio (Storia Romana, LXIV, 10, 3)

⁶ Plutarco (Otone, 14)

⁷ Dione Cassio (Storia Romana, LXIV, 13, 1-2)

⁸ Svetonio (Otone, XI)

⁹ Plutarco (Otone, 18)

 

 

30 marzo: festa di Salus, Concordia e Pax

Il 30 marzo, quattro giorni dopo l’equinozio di primavera, si celebrava a Roma la festa in onore di Salus Publica Populi Romani, di Concordia e di Pax, le personificazioni della Salvezza dello Stato romano, della Concordia dei cittadini e della Pace. I culti di Salus e Concordia esistevano già da secoli; Augusto, nel 10 a.C. vi aggiunse anche il culto pubblico della Pace, dedicando e collocando tre statue che rappresentavano le entità divine ¹; venne inoltre dedicata alla Pace anche un’ara dove ogni anno si svolgevano le celebrazioni.

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Ricostruzione dell’Ara Pacis Augustae

Secondo Ovidio, nello stesso giorno si doveva venerare anche Giano ². Augusto infatti, nel 10 a.C., intendeva far chiudere  le porte del tempio di Giano Gemino, perché non c’erano più guerre in atto ³, ma il proposito non venne attuato per le improvvise sollevazioni dei Daci e dei Dalmati, che resero necessario l’invio di truppe.

Salus, Concordia e Pax, come tutte le personificazioni di un importante concetto astratto, molto popolari nella religione romana, non possedevano una mitologia o delle leggende ad esse ricollegabili.

A Concordia, erano dedicati a Roma diversi templi, il più antico e importante dei quali era quello votato nel 367 a.C. dal dittatore Furio Camillo ⁴, per favorire la riconciliazione tra patrizi e plebei in un periodo di aspri contrasti sociali, e situato ai piedi del Campidoglio, nell’angolo nord-occidentale del Foro.

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Statua della Concordia Augusta, da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Concordia veniva iconograficamente rappresentata come una matrona, adornata di ghirlande, con una cornucopia nella mano sinistra e un ramo d’ulivo o una coppa nella destra.

Salus, era in origine la personificazione della salvezza, del benessere, della sicurezza e della prosperità del Popolo Romano, per cui il suo nome era spesso accompagnato dall’epiteto publica o anche romana. In seguito, Salus finì per estendere la sua sfera d’azione anche alla salute fisica e individuale delle persone, per cui venne identificata con Igea, la dea greca della salute, figlia di Asclepio, che preveniva le malattie e ristabiliva la salute persa. Aveva un tempio sul Quirinale che le era stato dedicato nel 311 a.C. dal console Giunio Bubulco in seguito alle sue vittorie nella guerra sannitica, ornato dai dipinti di Fabio Pittore.

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Statua di Igea, copia romana del II secolo d.C., William Randolph Hearst Collection, LACMA, Los Angeles

Salus era spesso rappresentata come una bella donna con una coppa per le libagioni in mano, dalla quale si alimentava un serpente, in genere avvolto intorno ad un altare.

Pax, personificazione della pace, era identificata con la dea greca Irene, dalle analoghe funzioni. Veniva spesso rappresentata come una donna con una cornucopia nella mano sinistra e un ramo di ulivo nella destra.

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Statua di Irene, Glyptothek, Monaco

Augusto le dedicò nel 9 a.C. un altare, l’Ara Pacis Augustae, per consacrare il ristabilimento definitivo della pace nell’Impero. Più tardi Vespasiano e poi Domiziano le dedicarono un tempio nel Foro che venne appunto detto Foro della Pace.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storia Romana, LIV, 35, 2)

² Ovidio (Fasti, III, 881)

³ Cassio  Dione (Storia Romana, LIV, 36, 2)

⁴ Plutarco (Camillo, 42, 2-4)