Nisibis: l’ultima battaglia dei Parti contro i Romani

Nell’estate del 217 d.C., presso la città di Nisibis, l’esercito romano, al comando di Macrino e quello dei Parti, guidato dal re Artabano IV, si affrontarono in una feroce battaglia che durò tre giorni, senza che nessuno riuscisse a prevalere. Per tre giorni i Romani riuscirono a resistere agli assalti dei Parti allungando la linea del fronte e utilizzando il contingente di cavalleria per proteggere le ali, impedendo così alla cavalleria avversaria ogni possibile manovra di accerchiamento.

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Busto di Macrino, Musei Capitolini, Roma

Marco Opellio Macrino, dopo la morte di Caracalla, in una congiura a cui non era estraneo, e la sua acclamazione come imperatore, si trovò subito in grande difficoltà. Caracalla, infatti, nel suo tentativo di emulare le gesta di Alessandro Magno, nel 215 aveva escogitato un piano per attaccare a tradimento i Parti. Egli aveva infatti inviato una lettera ad Artabano (Ardawan), accompagnata da molti e splendidi doni, con cui esprimeva al sovrano dei Parti il desiderio di prendere in moglie una delle sue figlie, in modo che l’impero di Roma e quello dei Parti si potessero unire in un’eterna alleanza che non avrebbe avuto rivali al mondo. L’insistenza e i doni di Caracalla ebbero la meglio sulle iniziali perplessità di Artabano, che acconsentì infine alla proposta. Caracalla attraversò pacificamente con le truppe il Tigri e l’Eufrate ed entrò nel territorio dei Parti, accolto ovunque con tutti gli onori. Giunto in prossimità della residenza di Artabano, il re dei Parti gli venne incontro amichevolmente col suo seguito di dignitari e familiari, per salutare il futuro sposo di sua figlia.

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Busto di Caracalla, Altes Museum, Berlino

Caracalla non attendeva altro; appena iniziarono i festeggiamenti, diede un segnale e il suo esercito caricò la folla festante e indifesa. Artabano fu salvato dalle sue guardie del corpo e scampò a stento, fuggendo a cavallo con pochi uomini. I Romani fecero strage, si impadronirono di un ricco bottino e di molti prigionieri ¹. Poi, effettuarono un’incursione nella regione confinante con la Media, durante la quale saccheggiarono numerosi forti e conquistarono Arbela. Non ancora soddisfatto, Caracalla profanò le tombe regie dei Parti ad Arbela e ne disperse le ossa ². In virtù di queste discutibili e poco gloriose vittorie, si fece attribuire dal Senato il titolo di Parthicus; poi, si recò con l’esercito, stanco di tanti massacri, a svernare a Edessa, capitale dell’Osroene, in Mesopotamia.

Il fato volle che l’8 aprile 217, su istigazione del prefetto del pretorio Macrino, Caracalla fu pugnalato a morte nei pressi di Carre, dove era appena giunto con l’esercito, in previsione di una seconda spedizione contro i Parti. Nel frattempo, un Artabano furente per l’oltraggio subito, e probabilmente ignaro della morte di Caracalla, si dava da fare per allestire un grande esercito composto da Parti e Medi, con cui attaccare i Romani.

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Cavalieri Parti

Macrino, la cui acclamazione a imperatore era stata ratificata dal Senato, si trovò nella scomoda posizione di dover continuare la guerra contro i Parti scatenata dal suo predecessore. Macrino tentò di proporre la pace ad Artabano, che aveva ormai invaso col suo esercito la Mesopotamia, restituendogli di sua iniziativa i prigionieri, ma il sovrano dei Parti rifiutò la proposta, ingiungendo ai Romani di ricostruire i forti e le città danneggiate durante la prima offensiva di Caracalla, la restituzione delle province romane della Mesopotamia settentrionale, conquistate recentemente da Settimio Severo, e chiedendo un indennizzo per la distruzione dei sepolcri regali di Arbela ³.

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Il regno dei Parti e le province confinanti

Macrino non poteva che rifiutare l’ultimatum di Artabano e, consapevole di essere in inferiorità numerica e di rischiare la vita contro l’armata dei Parti, tenne un discorso alle truppe, cercando di motivarle:

Come sapete, il barbaro incalza con tutte le forze dell’Oriente e ritiene di avere una buona ragione per combatterci. Infatti, noi stessi lo abbiamo sfidato venendo meno ai patti, e abbiamo acceso la guerra mentre la pace regnava. La sorte di tutto l’impero dipende ora dal vostro coraggio e dalla vostra fedeltà. Non combattiamo infatti contro il Gran Re per segnare il confine lungo un fiume piuttosto che lungo un altro, ma causa della guerra sono i figli e i parenti che egli ritiene siano stati da noi massacrati ingiustamente” ⁴.

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La fanteria romana affronta la cavalleria dei Parti

Lo scontro avvenne nei pressi della città di Nisibis, nell’estate del 217, e fu originato dal tentativo di impossessarsi di una fonte per l’approvvigionamento di acqua ⁵. L’esercito di Artabano era apparso all’alba, salutando il sorgere del sole, come di consueto, con alte grida. Poi, i cavalieri catafratti ⁶, armati di lunghe lance e montati su cavalli o cammelli, caricarono il centro dello schieramento romano, costituito dalla fanteria, mentre gli arcieri Parti scagliavano nugoli di frecce. I Romani schieravano alle ali la cavalleria e gli arcieri Mauri. Per due giorni si combatté dalla mattina alla sera. I Romani subirono gravi perdite per l’impatto con i catafratti Parti che li colpivano con le lance ma, arrivati al corpo a corpo, avevano facilmente la meglio. Quando la pressione si faceva insostenibile, i legionari fingevano di ritirarsi, lasciando sul terreno dei letali triboli e altri oggetti muniti di punte di ferro che azzoppavano cavalli e cammelli, per poi finire i cavalieri ruzzolati a terra. Al calar della sera, i soldati tornavano nei loro accampamenti, ciascuno ritenendosi vincitore. Il terzo giorno, i Parti tentarono ancora di accerchiare i Romani, ma la lunghezza dello schieramento e l’efficace lavoro della cavalleria romana impedì il disastro. Tanto grande era il numero dei corpi di uomini ed animali, che la pianura ne era ricoperta. Ovunque c’erano cumuli di cadaveri che ostacolavano il movimento delle truppe e i due eserciti, ormai divisi da un muro di morti, rinunciarono a combattere e tornarono negli accampamenti, in attesa di sgomberare il terreno dai cadaveri.

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I catafratti dei Parti in azione

Macrino comprese che Artabano continuava ad attaccare perché credeva di avere ancora di fronte Caracalla. Mandò quindi ambasciatori con una lettera in cui spiegava che il responsabile della guerra era già stato ucciso e chiedeva la pace, che il re partico concesse volentieri ⁷, essendo esauste anche le sue truppe, ma dietro il pagamento di un enorme indennizzo di duecento milioni di sesterzi oltre alla restituzione dei prigionieri catturati da Caracalla. Si stipulò quindi un trattato di pace e Macrino lasciò la Mesopotamia, tornando rapidamente verso Antiochia.

Quella che si combatté a Nisibis fu l’ultima battaglia tra i Romani e i Parti della dinastia degli Arsacidi che, pochi anni dopo, furono detronizzati dai Persiani sasanidi.

Infatti, il 28 aprile del 224 d.C., nella piana di Hormozgan (odierno Iran meridionale), Ardashir, vassallo persiano di Artabano, al culmine di una ribellione, lo sconfisse e uccise in battaglia. Ardashir si vantava di discendere da un certo Sāsān, che diede il nome alla dinastia Sasanide, e dopo la battaglia si proclamò Re dei Re, per essere poi incoronato ufficialmente nel 226 d.C. nella capitale Ctesifonte. Dopo più di 400 anni, la storia dei Parti si concludeva definitivamente, ma i Romani avrebbero presto trovato nei Sasanidi un nuovo, formidabile avversario.

NOTE

¹ Erodiano (Storia dell’Impero dopo Marco, IV, 10-11)

² Dione Cassio (Storia Romana, LXXVIII, 1, 2)

³ Dione Cassio (Storia Romana, LXXVIII, 26, 3)

⁴ Erodiano (Storia dell’Impero dopo Marco, IV, 14, 6)

⁵ Dione Cassio (Storia Romana, LXXVIII, 26, 5)

⁶ I catafratti erano cavalieri forniti di una corazza che proteggeva interamente il corpo.

⁷ Historia Augusta (Macrino, 8, 3)

Seconda battaglia di Bedriaco (24 ottobre 69 d.C.)

Il 24 ottobre del 69 d.C., nel famigerato anno dei quattro imperatori, fu combattuta la seconda battaglia di Bedriaco tra le forze di Vitellio e di Vespasiano. La battaglia durò tutta la notte e si concluse il giorno successivo, con il trionfo dell’esercito guidato da Antonio Primo, la sconfitta dei Vitelliani e il saccheggio di Cremona.

Bedriacum era una località a nord del Po, tra Cremona e Verona, presso l’attuale Calvatone. Il 14 aprile si era già svolta a Bedriaco una battaglia tra le forze di Otone e quelle di Vitellio, guidate da Aulo Cecina Alieno e Fabio Valente. Lo scontro, in cui avevano perso la vita circa quarantamila uomini, aveva consegnato l’impero al vittorioso Vitellio.

Successivamente, l’11 luglio del 69 d.C., Vespasiano, che era impegnato dal 66 nella guerra giudaica, fu acclamato imperatore dalle sue truppe. Vespasiano inviò allora Gaio Licinio Muciano, legato di Siria, con delle truppe verso l’Italia, mentre stabilizzava la situazione in Oriente.

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Busto di Marco Antonio Primo (XVII secolo), Musée des Augustins, Tolosa

In Italia, intanto, Antonio Primo, comandante della VII legione Galbiana e partigiano di Vespasiano, venuto a sapere che Cecina, il comandante dei Vitelliani era stato imprigionato dai suoi soldati perché aveva tentato di convincerli ad abbandonare Vitellio, decise che era giunto il momento di attaccare e iniziò ad avanzare in direzione di Cremona. Il piano di Antonio era di sconfiggere l’esercito di Vitellio a Cremona prima che arrivasse il vitelliano Fabio Valente, partito da Roma con dei rinforzi. In quegli stessi giorni, anche Lucilio Basso, nominato da Vitellio prefetto delle flotte di Ravenna e di Miseno, aveva defezionato in favore di Vespasiano.

L’esercito di Vitellio, senza più la guida di Cecina, a cui erano subentrati Fabio Fabullo e Cassio Longo, cercò di raggiungere per primo Cremona, città a loro alleata, per congiungersi con la I legione Italica e la XXI Rapax. Si addivenne così allo scontro tra Cremona e Bedriaco: era il pomeriggio del 24 ottobre del 69 d.C.

La battaglia non si svolse secondo uno schema definito; mentre Antonio era ancora impegnato nel consiglio di guerra, Arrio Varo, di sua iniziativa, caricò i vitelliani con la cavalleria, ma fu respinto e costretto ad una fuga precipitosa. A quel punto, Antonio fu costretto a dare il segnale di battaglia, per evitare lo sbandamento delle sue truppe. Nel momento in cui Antonio, alla testa dei suoi, riusciva a respingere i Vitelliani, arrivarono sul campo le due legioni di stanza a Cremona: la Italica e la Rapax. Purtroppo per la fazione di Vitellio, la mancanza di un comandante unico del calibro di Cecina si fece sentire e, nell’indecisione generale, la cavalleria di Antonio, seguita dal tribuno Vipstano Messalla, con gli ausiliari di Mesia, attaccò e travolse la linea dei Vitelliani.

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Poi, calò la notte, durante la quale i combattimenti erano inframmezzati da momenti di tregua. Antonio dovette faticare per far desistere i suoi soldati dall’idea di attaccare subito Cremona per saccheggiarla. Nel frattempo, come in tutte le guerre civili, non era raro che i combattenti delle fazioni avverse si conoscessero tra di loro, e nei momenti di pausa, durante la notte, arrivarono a scambiarsi battute, invitandosi a desistere reciprocamente. Quando le donne di Cremona, rischiando la vita, portarono cibo e bevande da offrire agli uomini di Vitellio, questi divisero adirittura le vettovaglie coi loro avversari ¹.

L’atrocità della guerra civile è testimoniata da un episodio particolarmente triste: Giulio Mansueto, nato in Hispania e arruolato nella XXI legione Rapax, venne mortalmente ferito dal figlio, che militava con gli avversari nella VII Galbiana ². Riconosciuto il padre morente, il figlio gridò tutto il suo dolore e implorò i Mani del padre di non considerarlo un parricida, perché il delitto era imputabile alla guerra. Il terribile fatto turbò gli eserciti, ma il massacro riprese subito, con rinnovata ferocia.

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Si continuò così per tutta la notte, fino all’alba, con Antonio che continuò incessantemente a incitare i suoi uomini a combattere. Avvenne allora che i soldati della III legione Gallica, che, prima di essere trasferiti in Mesia, avevano servito per anni, sotto il comando di Corbulone, in Siria e ne avevano adottato le usanze, salutarono lo spuntar dei primi raggi del sole con alte grida. I Vitelliani, per un equivoco alimentato ad arte, credettero che il clamore fosse dovuto all’arrivo dei rinforzi comandati da Muciano, che era invece ancora molto lontano dall’Italia, e si spaventarono, dandosi alla fuga e ritirandosi all’interno dell’accampamento fortificato davanti alle mura di Cremona.

Si prospettava, per i soldati di Antonio, già provati da molte ore di battaglia, un altro sforzo immane. La conquista delle fortificazioni sarebbe costata altro sangue e fatica, ma Antonio ebbe una micidiale idea per motivare i suoi uomini: gli mostrò la grandezza di Cremona e lo splendore dei suoi edifici, gli parlò delle ricchezze accumulate dai suoi abitanti, che erano tutti rimasti fedeli al partito di Vitellio. Tutti quei beni, in caso di vittoria, sarebbero stati loro. Di fronte a quella prospettiva, le legioni al comando di Antonio si lanciarono in formazione a testuggine contro le fortificazioni, da cui i difensori lanciavano ogni sorta di proiettile. Alla fine, le difese furono spazzate via e i Vitelliani fuggirono, in preda al panico, dentro le mura di Cremona.

“Tutto lo spazio che vi era fra il campo e le mura fu così colmo di cadaveri”. ³

Antonio aveva già dato l’ordine di assaltare le mura della città. I Vitelliani capirono che la battaglia era persa e decisero di arrendersi per non essere massacrati. Appesero veli e bende bianche alle mura e liberarono il loro ex comandante Cecina, incaricandolo di recarsi da Antonio per negoziare la resa. Quando Antonio ordinò di sospendere l’assalto, i Vitelliani uscirono con le aquile e le insegne, disarmati e in una lunga fila. Antonio prese in consegna Cecina e lo spedì da Vespasiano; poi lasciò Cremona e i suoi abitanti alla mercé dei suoi soldati.

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Quarantamila uomini vi fecero irruzione, stuprando e uccidendo senza pietà. I templi furono spogliati dei doni votivi, le case depredate, gli abitanti torturati per farsi rivelare i nascondigli del denaro. Tutto fu dato alle fiamme. Cremona fu saccheggiata per quattro interminabili giorni; tutti gli edifici sacri e profani crollarono; rimase in piedi solo il tempio della dea Mefitis, fuori delle mura.

“Questa fu la fine di Cremona, nel duecentottantaseiesimo anno dalla sua fondazione”. ⁴

Sul campo di battaglia alla fine si contarono cinquantamila morti. Il fetore di morte e di sangue che impregnava la zona costrinse i soldati ad allontanarsi dalle rovine della città. I soldati di Vitellio che si erano arresi furono risparmiati e inviati nelle guarnigioni dell’Illirico.

Antonio, provando un po’ di vergogna per la strage dei civili, fu costretto ad emanare un editto in cui si vietava di tenere come schiavi i cittadini di Cremona catturati come bottino di guerra. In seguito, la popolazione superstite ritornò a Cremona, che venne ricostruita con l’aiuto economico di Vespasiano.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storie, LXV, 13, 3)

² Tacito (Storie, III, 25, 7)

³ Tacito (Storie, III, 29, 5)

⁴ Tacito (Storie, III, 34, 1)

Nascita di Domiziano (24 ottobre 51 d.C.)

Tito Flavio Domiziano nacque il 24 ottobre del 51 d.C., in una modesta casa situata nella Sesta Regione di Roma, in un quartiere detto Ad Malum Punicum (il Melo Punico o Melograno), che in seguito trasformò nel tempio della Gens Flavia. Suo padre Vespasiano era console designato e sarebbe entrato in carica il mese successivo; sua madre era Flavia Domitilla, figlia di Flavio Liberale, un semplice scriba di un questore, e morì prima dell’ascesa al trono di Vespasiano nel 69.

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Ritratto di giovane Domiziano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Domiziano trascorse l’infanzia con la balia Fillide e la fanciullezza in ristrettezze economiche; si vociferava che fosse addirittura arrivato a vendere il suo corpo all’ex pretore Clodio Pollione e a Nerva, che poi sarebbe stato il suo successore ¹. Fin dalla gioventù dimostrò di avere un carattere altero, superbo e smodato sia a parole che nei fatti, e di essere invidioso dei successi conseguiti dal suo fratello maggiore Tito.

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Busto di Domiziano, The Toledo Museum of Art, Toledo, Ohio

Domiziano aveva solo diciotto anni quando, durante la guerra civile contro Vitellio, si rifugiò in Campidoglio con suo zio Flavio Sabino, che era prefetto dell’Urbe, e una parte dei loro sostenitori. Negli scontri che scoppiarono tra i pretoriani fedeli a Vitellio e le coorti urbane agli ordini di Sabino, qualcuno appicco un terribile incendio al colle, che distrusse una parte degli edifici, tra cui il tempio di Giove. Flavio Sabino perse la vita nel rogo ², o fu catturato e giustiziato ³ su ordine di Vitellio. Nella confusione generale, Domiziano si nascose nell’abitazione del custode del tempio di Giove Capitolino e vi passò la notte. La mattina seguente, il 20 dicembre del 69, travestito con un abito lungo di lino da sacerdote di Iside, si rifugiò dall’altra parte del Tevere, in casa della madre di un amico ⁴, o presso Cornelio Primo, un cliente di Vespasiano ⁵. Fece quindi perdere le sue tracce e tornò a Roma solo dopo la vittoria delle forze Flaviane, assumendo il titolo di Cesare insieme a Tito. In seguito, durante il regno di Vespasiano, come ringraziamento  per la sua salvezza, Domiziano fece abbattere l’abitazione del custode e, al suo posto, eresse una cappella a Giove Conservatore e un altare con sopra inciso il resoconto di quelle vicende. Appena divenuto imperatore, poi, consacrò a Giove Custode un grande tempio ed una statua di se stesso in grembo al dio ⁶.

NOTE

¹ Svetonio (Domiziano, 1)

² Svetonio (Vitellio, 15)

³ Tacito (Storie, III, 74, 3)

⁴ Svetonio (Domiziano, 1)

⁵ Tacito (Storie, III, 74, 1)

⁶ Tacito (Storie, III, 74, 1-2)

Seconda battaglia di Filippi (23 ottobre 42 a.C.)

Il 23 ottobre del 42 a.C., sulla piana di Filippi, il cesaricida Marco Giunio Bruto andava incontro al destino che si era forgiato con le sue mani versando il sangue di Cesare più di due anni prima.

Verso la metà di luglio del 42 a.C., Bruto aveva avuto una terrificante visione. Nel cuore della notte, mentre il resto dell’accampamento era immerso nel silenzio, a Bruto era sembrato che qualcuno entrasse nella sua tenda. Volse allora lo sguardo e vide una figura enorme che stava ritta al suo fianco, in profondo silenzio.
A stento, Bruto trovò il coraggio di chiederle: “Chi sei tu, uomo o dio, e perché sei qui da me?“. Con voce bassa e profonda, l’apparizione rispose: “Sono il tuo cattivo demone, Bruto; mi rivedrai a Filippi“. E Bruto, imperturbabile, disse: “Ti rivedrò“. L’apparizione scomparve: gli schiavi, chiamati da Bruto, affermarono di non aver udito e visto nulla ¹.

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L’apparizione del cattivo demone di Bruto, dipinto di Alexandre Bida (1813-1895)

Dopo il suicidio di Cassio, e il sostanziale pareggio con cui si era conclusa il 3 ottobre del 42 a.C. la prima battaglia di Filippi, Bruto aggregò al suo esercito i soldati di Cassio che si erano salvati, li rincuorò e offrì loro del denaro. Poi, si trasferì nel loro accampamento, che era più sicuro. Bruto non aveva intenzione di impegnare Antonio e Ottaviano in una nuova battaglia campale. Lo stesso giorno della battaglia di Filippi, la flotta repubblicana al comando di Lucio Staio Murco e Gneo Domizio Enobarbo aveva infatti intercettato e distrutto le navi con i rinforzi e i rifornimenti – guidate da Gneo Domizio Calvino – partite da Brindisi e destinate agli eserciti dei due triumviri, che si trovarono così a corto di vettovaglie e di denaro. Così, mentre da una parte Ottaviano e Antonio avevano urgenza di attaccare battaglia prima che i loro uomini venissero a conoscenza della perdita dei rifornimenti, dall’altra Bruto, che ignorava il successo navale dei suoi alleati, temporeggiava e cercava di logorare gli avversari con azioni di disturbo: una volta, deviò il fiume e inondò l’accampamento dei Cesariani; un’altra ancora, tentò un assalto notturno.

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Ritratto di Marco Giunio Bruto, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Poiché Bruto non accettava il combattimento a viso aperto, Antonio e Ottaviano fecero gettare nel suo campo dei libelli, con cui esortavano i soldati o a passare dalla loro parte, o a combattere, se avevano coraggio. Quando iniziarono le prime defezioni, Bruto decise però di accettare lo scontro. Prima, però, spinto dalla necessità e contro la sua stessa indole, fece uccidere molti dei prigionieri che erano nel suo campo, non sapendo come sorvegliarli durante la battaglia e temendo di ritrovarseli contro. D’altronde, anche i suoi avversari avevano ucciso molti suoi soldati caduti prigionieri. Poi, si preparò alla battaglia: era il 23 ottobre. Si raccontava che la sera prima, fosse apparsa di nuovo a Bruto la figura misteriosa che tempo prima gli aveva detto di essere il suo cattivo demone, ma stavolta scomparve senza proferire parola ².

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L’apparizione dello spettro

Mentre i due eserciti erano schierati l’uno di fronte all’altro, due aquile volarono sopra di essi e combattendo, preannunziarono l’esito dello scontro: infatti, l’aquila che combatteva dalla parte dello schieramento di Bruto fu vinta e messa in fuga. Temendo altre diserzioni, verso l’ora nona, mentre il sole stava per tramontare, Bruto diede il segnale di attacco. La battaglia fu a lungo incerta e aspramente combattuta da ambo le parti. Poi, la fanteria di Bruto cedette al centro e fu travolta e anche la cavalleria, che pure aveva combattuto con valore, si arrese. Dopo la battaglia, i vincitori inseguirono i vinti, tra cui si trovava anche il poeta Orazio, per impedire che si raggruppassero, ma senza arrivare ad ulteriori scontri.

Si era ormai fatto buio; Bruto si era rifugiato su un luogo scosceso, accompagnato da pochi amici e ufficiali, tra cui il filosofo Publio Volumnio, lo scudiero Dardano e il suo schiavo Clito; cercò di raggiungere il suo accampamento, ma non vi riuscì. Quando poi seppe che una parte dei suoi soldati era passata al nemico, perse ogni speranza e, non volendo essere catturato vivo, decise di uccidersi. Dopo aver declamato due famosi versi di Euripide,

“O misera virtù, eri solo una parola e io ti adoravo come una cosa reale. Ma tu eri schiava del caso”. ³

supplicò Stratone, che gli era stato amico sin dai tempi degli studi di retorica, di ucciderlo. Stratone tenne ferma una spada sotto di lui, volgendo altrove lo sguardo; Bruto vi si gettò col petto sopra e subito morì ⁴.

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Suicidio di Bruto

Quando Antonio trovò il cadavere di Bruto, lo fece avvolgere nel più sontuoso dei suoi mantelli purpurei, in segno di rispetto, e provvide a inviare a Servilia, la madre di Bruto, i resti del figlio ⁵. Per molti anni, in gioventù, Servilia era stata amante di Cesare, tanto che circolava voce che Bruto fosse in realtà suo figlio. Per quanto riguarda Porcia, la moglie di Bruto, alcuni affermano che si suicidò ingoiando dei tizzoni ardenti quando seppe della morte del marito; altri ritengono che fosse già morta di malattia nell’estate del 43 a.C.

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Ritratto di Marco Antonio, Centrale Montemartini, Roma

Il trionfatore di Filippi fu senza dubbio Marco Antonio, in virtù della sua esperienza e delle sue capacità strategiche. Dopo la battaglia, Ottaviano, il cui ruolo nella battaglia era stato invece piuttosto marginale, non ebbe nessuna moderazione e fu crudele coi prigionieri più illustri. Per questo motivo, gli altri prigionieri, quando furono portati in catene al cospetto dei vincitori, salutarono tutti Antonio col titolo di “imperator” e coprirono invece Ottaviano di tremendi insulti ⁶. Molti aristocratici persero la vita nella battaglia, tra cui Marco, il figlio di Catone Uticense e il figlio dell’oratore Quinto Ortensio Ortalo. I repubblicani superstiti, sfuggiti alla cattura, cercarono rifugio presso Sesto Pompeo, che controllava la Sicilia.

NOTE

¹ Plutarco (Cesare 69, 11)

² Plutarco (Bruto, 48, 1)

³ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 49, 2)

⁴ Plutarco (Bruto, 52, 8)

⁵ Plutarco (Bruto, 53, 4)

⁶ Svetonio (Vita di Augusto, 13)

19 ottobre: Armilustrium (ancilia condere)

A ottobre, con l’inizio del cattivo tempo, si chiudeva la stagione della guerra, che si era invece aperta a Marzo, con l’arrivo della primavera. Per sugellare il ritorno alla vita civile dei soldati, il 19 ottobre si celebrava il rito dell’Armilustrium, la purificazione delle armi contaminate dal sangue dei nemici.

Nella cerimonia di purificazione, che si svolgeva sull’Aventino, in un luogo chiamato anch’esso Armilustrium ¹, i sacrifici venivano officiati da uomini in armi e i riti erano accompagnati dal suono delle tubae, le caratteristiche trombe di guerra.

Il rito era ovviamente dedicato a Marte, il dio della guerra e vedeva la partecipazione dei sacerdoti Salii che, con la loro danza rituale, avrebbero riposto nel Sacrarium Martis gli scudi sacri detti ancilia per celarli alla vista del pubblico fino alla primavera seguente.

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I dodici ancilia venivano custoditi nel Sacrarium Martis, il deposito di oggetti sacri della Regia, dimora del re e adibita, in età repubblicana, alle attività dei pontefici. Per la custodia degli ancilia e per la celebrazione dei riti connessi, Numa istituì un gruppo di dodici Salii Palatini, con sede sul Palatino e sotto la tutela di Marte. In seguito, Tullo Ostilio istituì un secondo gruppo di Salii, detti Collini o Agonensi, con sede sul Quirinale e sotto la tutela di Quirino. I Salii, scelti nelle famiglie patrizie, tenevano i loro riti a Marzo, con l’inizio della stagione della guerra e ad Ottobre, con la sua conclusione.
Nel rito che iniziava il 19 ottobre, indicato nel calendario con l’espressione tecnica “ancilia condere”, i Salii, indossando tuniche rosse, un corto mantello, la spada di bronzo e un copricapo di feltro appuntito, portavano in processione attraverso la città i dodici ancilia. I Salii si fermavano in alcuni luoghi prestabiliti e, battendo i piedi, eseguivano una danza ritmata a tre tempi, chiamata tripudium, in cui compivano un salto ogni tre passi, imbracciando i sacri scudi.

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Il nome dei Salii deriva infatti dal verbo latino “salire”, che significa saltare. Poi, accompagnati dal suono dei flauti, cantavano l’inno detto Carmen Saliare, il cui latino arcaico era a malapena comprensibile alla fine della Repubblica. L’inno era recitato in onore di tutti gli dei e terminava con l’invocazione al leggendario Mamurio Veturio, per ringraziarlo dell’opera prestata nella creazione delle undici copie dell’ancile originale, caduto dal cielo.
Durante la processione, i Salii percuotevano gli scudi con delle lance rituali consacrate a Marte, le “hastae Martiae”, conservate anch’esse nella Regia, ma di cui non conosciamo l’origine.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, VI, 22)

Valeriano, prigionia di un imperatore

All’inizio dell’estate del 260 d.C. avvenne un fatto mai accaduto prima nella storia dell’impero di Roma: un imperatore romano cadde prigioniero dei Persiani e non sarebbe più tornato in patria. Un evento epocale, noto come Battaglia di Edessa, che ebbe vaste ripercussioni nel mondo romano e che gettò un’ombra di disonore su un impero che stava già vivendo un periodo di grave crisi.

Nato intorno al 200 d.C., Publio Licinio Valeriano apparteneva ad una famiglia di antica nobiltà, i Licinii, e fu acclamato imperatore dalle sue truppe nel 253, dopo la morte di Treboniano Gallo. Uomo di grande dirittura morale e senso del dovere, durante il suo regno (253-260) l’impero romano fu messo a durissima prova, subendo alla frontiera gallica gli attacchi di Franchi e Alamanni e, a oriente, dei Goti, che arrivarono fino a Tessalonica e Nicomedia.

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Ritratto di Valeriano, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Per garantire una migliore prontezza nel rispondere ai nemici che minacciavano l’impero, Valeriano aveva opportunamente nominato Augusto suo figlio Gallieno, a cui aveva affidato il controllo della parte occidentale, riservando a sé la parte orientale in cui, dopo la sconfitta di Gordiano III nel 244, la presenza romana si era pericolosamente indebolita nei confronti dell’impero persiano, riportato all’antica potenza da Ardashir I, della famiglia dei Sasanidi, che aveva soppiantato la dinastia partica degli Arsacidi.

Come si temeva, nel 259 anche il sovrano Shapur I, figlio di Ardashir diede inizio a un nuovo, poderoso attacco contro l’impero romano. Caduta nel 256, durante la precedente offensiva, l’antica città di Dura Europos, i Persiani dilagarono e occuparono Antiochia. Valeriano decise di intervenire di persona ma, dopo un inizio promettente, in cui aveva riportato qualche successo contro i Persiani, nel mese di luglio del 260, dopo un duro scontro a Edessa fu fatto prigioniero.

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Valeriano si arrende a Shapur

Si trattò del culmine della crisi del III secolo, un episodio disonorevole la cui eco raggiunse ogni angolo dell’impero. L’evento fu così sconvolgente che non abbiamo neppure un resoconto univoco di come si svolse la battaglia di Edessa, che resta uno degli episodi più misteriosi della storia romana. Eutropio, Festo e Aurelio Vittore parlano di una sconfitta in battaglia, versione confermata anche dall’iscrizione trilingue sulle imprese di Shapur I rinvenuta nei pressi di Persepoli; Zosimo fa menzione di un tradimento, mentre Zonara riferisce che fu lo stesso Valeriano a chiedere asilo a Shapur I, per non affrontare il malumore dei suoi soldati, decimati dalla peste. Ma sulla vicenda di Edessa scrivono altri autori, oltre quelli già citati, come Agazia di Myrina, Evagrio Scolastico, Pietro Patrizio, il bizantino Giovanni Sincello, la cronaca di Al-Tabarī, il poema epico Shah-namē del persiano Firdūsī. Ognuna di queste fonti aggiunge un tassello che consente di gettare un po’ di luce su questa vicenda.

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Uno scontro tra Romani e Sasanidi

Valeriano aveva radunato il suo esercito nei pressi di Zeugma, sulla riva destra dell’Eufrate, mentre Shapur iniziò ad attaccare alcune città in Mesopotamia, tra cui Carre, Nisibi ed Edessa. Mentre Edessa era sotto assedio, Valeriano restò indeciso se attaccare o meno gli assedianti, perché non ne conosceva con certezza la consistenza numerica. Quando gli arrivò la notizia che i soldati di stanza ad Edessa avevano effettuato una sortita, infliggendo gravi perdite ai Persiani, Valeriano prese coraggio e decise di attaccare. Lo scontro avvenne circa a metà strada tra Zeugma ed Edessa, ma i Romani avevano fatto male i loro conti: vennero accerchiati e sconfitti dai Sasanidi.

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Cameo di Shapur I, raffigurante il re sasanide che cattura Valeriano; Musee du Cabinet des Medailles, Parigi

A questo punto, Valeriano fu costretto a cercare rifugio tra le mura di Edessa con ciò che restava delle sue truppe. Nella città assediata imperversava un’epidemia, scarseggiava il cibo e i soldati erano ormai sul punto di rivoltarsi. Valeriano, decisamente preoccupato dalla piega che stavano prendendo gli eventi, inviò un’ambasceria a Shapur per cercare un’accordo, ma il sovrano sasanide, consapevole della condizione disperata in cui si trovavano i Romani, rimandò indietro la delegazione, chiedendo che fosse lo stesso Valeriano, col suo stato maggiore, a presentarsi di persona per portare avanti una trattativa così importante. La trappola era pronta e, quando Valeriano, col prefetto del pretorio Successiano, il funzionario Cledonio e i senatori al suo seguito si presentarono sul luogo dell’appuntamento, i Persiani ebbero la meglio sulla scorta armata e li imprigionarono tutti. Lo stesso tranello utilizzato dai Parti contro Crasso nel 53 a.C. ebbe nuovamente successo trecento anni dopo.

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Rilievo in cui Shapur a cavallo stringe per i polsi Valeriano, appena catturato; Naqsh-e Rustam, Iran

Lo stesso Shapur, in un’iscrizione trilingue, celebra così la sua impresa:

“Noi ingaggiammo una grande battaglia con Valeriano Cesare e con le nostre mani prendemmo prigioniero Valeriano Cesare e gli altri, il prefetto del pretorio, i senatori e gli ufficiali che erano al comando di quell’esercito e li deportammo in Persia” ¹

Valeriano venne catturato con la quasi totalità del suo esercito, di cui ignoriamo la consistenza numerica. Tutti furono deportati e impiegati dai Persiani nella costruzione della città di Gundesshapur, sul sito dell’antica Susa, e della diga di Shushtar, sul fiume Karun, in Susiana. Dopo la vittoria di Edessa, le armate persiane attraversarono l’Eufrate e dilagarono in Siria, saccheggiando tutte le città che incontrarono sul loro cammino, tra cui Antiochia e Cesarea, fino ad arrivare in Cilicia e Cappadocia.

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Un altro rilievo simbolico in cui Shapur trattiene per un braccio Valeriano, mentre il cavallo calpesta il cadavere di Gordiano III e Filippo l’Arabo chiede pietà in ginocchio; Naqsh-e Rustam, Iran

Sulla sorte di Valeriano dopo la cattura non si hanno certezze; gli scrittori cristiani – che odiavano Valeriano per gli editti che aveva promulgato contro di loro nel 257 e 258 – riferiscono con un certo compiacimento le umiliazioni che l’anziano imperatore avrebbe subito durante la prigionia. Secondo Orosio, Valeriano veniva utilizzato da Shapur come sgabello umano:

“Chino a terra, sollevava non con la sua mano ma con la sua schiena il re che si accingeva a salire a cavallo” ²

Molti sovrani orientali alleati di Shapur consigliarono al re sasanide di rilasciare il prestigioso ostaggio, per evitare che la vendetta dei Romani si abbattesse sui Persiani, ma non furono ascoltati. D’altronde, suo figlio Gallieno, rimasto unico Augusto, ritenne saggiamente inutile tentare una rischiosa spedizione per liberare il genitore: un’impresa onestamente impossibile.

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Shapur sale a cavallo utilizzando Valeriano come sgabello

Alla fine Valeriano morì in prigionia e correva voce che la sua pelle, secondo un’antica usanza persiana, fosse stata scuoiata dal corpo e appesa in un tempio, a eterna memoria della vittoria sugli odiati Romani. L’unica cosa certa è che Valeriano non fece più ritorno in patria.

Il retore cristiano Lattanzio scrisse che:

“Dopo che Valeriano ebbe consumato questa ignobile vita nel disonore, gli fu strappata la pelle e, spogliata della carne, fu dipinta di una tintura rossa, perché fosse poi esposta in un tempio degli dèi barbari a memoria del magnifico  trionfo” ³

Solo con la campagna del 297-298 i Romani riuscirono a vendicare l’oltraggio subito: il Cesare Galerio sconfisse a Satala l’esercito del sovrano Narseh, figlio di Shapur, espugnò l’accampamento persiano e catturò i più stretti familiari del re; poi, conquistò e oltrepassò la capitale Ctesifonte, prima di cessare l’avanzata e ricongiungersi con le truppe di Diocleziano. Dopo la firma della pace, gli ostaggi, tra cui mogli, figli e sorelle di Narseh furono rilasciati. Proprio in quell’occasione, Galerio non si trattenne dal rinfacciare all’ambasciatore persiano il comportamento ignobile tenuto da Shapur I con Valeriano:

“Dopo averlo catturato con l’inganno, lo avete tenuto senza liberarlo fino all’estrema vecchiaia e fino a una morte senza dignità; e perfino dopo la morte, con un’arte maligna ne avete custodito la pelle, e avete oltraggiato un corpo mortale con un’offesa immortale” ⁴

Galerio, con queste parole, riaffermava la superiorità morale dei Romani nei confronti dei Persiani, esemplificata nel diverso trattamento riservato ai prigionieri. Dopo quasi cinquant’anni, la tempra dei Tetrarchi era riuscita a sanare l’oltraggio arrecato a Roma nella persona dell’imperatore, che ne era l’incarnazione.

NOTE

¹ Res Gestae Divi Saporis, iscrizione trilingue rinvenuta presso Naqsh-e Rustam

² Orosio (Storie contro i pagani, VII, 22, 4)

³ Lattanzio (Le morti dei persecutori, V, 6)

⁴ Pietro Patrizio (in Excerpta de Legationibus Gentium, 12)

(Articolo aggiornato il 29 giugno)

Nascita di Virgilio (15 ottobre 70 a.C.)

Il 15 ottobre del 70 a.C., sotto il consolato di Pompeo Magno e Licinio Crasso, nasceva ad Andes, un distretto rurale (pagus) della Gallia Cisalpina, nei pressi di Mantova, il poeta Publio Virgilio Marone, autore delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide. Molto scarse sono le notizie sui suoi primi anni di vita. Proveniva da una famiglia di umili origini, che tuttavia aveva acquisito una certa agiatezza: il padre per alcuni era un vasaio, per altri un bracciante che, lavorando al servizio di Magio, un facoltoso mercante di cui sposò la figlia, avrebbe a poco a poco accresciuto le sue sostanze, allevando api e acquistando terreni; narra la leggenda che la madre lo partorì alle prime luci dell’alba, per strada, in un fossato. Aveva anche due fratelli, Silone e Flacco.

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Mosaico di Virgilio, Rhenish State Museum, Trier

Trascorse l’adolescenza a Cremona dove studiò grammatica e, a quindici anni, nel 55 a.C., indossò la toga virile, nuovamente sotto il consolato di Pompeo e Crasso, nello stesso giorno in cui moriva il poeta Lucrezio; si trasferì poi a Milano e infine a Roma, dove studiò retorica sotto la guida del famoso maestro Epidio, per coltivare l’arte dell’eloquenza, com’era consuetudine per i giovani delle famiglie benestanti. Ben presto, resosi conto di non essere portato per l’eloquenza, abbandonò la retorica e si recò a Napoli, presso la scuola del filosofo epicureo Sirone. Aveva ventotto anni quando iniziò a comporre le Bucoliche, che richiamarono su di lui l’attenzione di Mecenate, che lo volle nel suo circolo.

Equus October (15 ottobre)

In ottobre si chiude il periodo delle campagne belliche, che iniziava in primavera, a marzo. Il 15 del mese di ottobre, alle idi, si svolgeva a Roma una particolare e crudele cerimonia denominata Equus October, il Cavallo d’Ottobre, che affondava le sue radici nell’età regia, e aveva una notevole somiglianza con il rito dell’Aśvamedha, il sacrificio vedico del cavallo che si celebrava in India ¹. Nel Campo Marzio si svolgeva una corsa di bighe, trainate da una coppia di cavalli da guerra. Al termine della corsa, il cavallo del carro vincitore che era aggiogato a destra veniva sacrificato a Marte a colpi di giavellotto, alla presenza del Flamen Martialis. All’animale venivano poi tagliate la testa e la coda.

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Rilievo con corsa di bighe al Circo, III secolo d.C., Musei Vaticani

A quel punto, si apriva una contesa tra gli abitanti di due quartieri: da una parte quelli della Via Sacra e dall’altra quelli della Suburra, che lottavano senza esclusione di colpi per contendersi il possesso della testa. Se vincevano i primi, la testa veniva infissa come un trofeo sulle mura della Regia; se invece vincevano i secondi, era appesa alla Torre Mamilia. La testa del cavallo veniva adornata di pani, perché il sacrificio era simbolicamente effettuato in riconoscenza per la buona riuscita della mietitura passata, il cui frutto era stato immagazzinato e trasformato in pane.

Mentre si svolgeva la contesa per la testa del cavallo, la coda veniva portata di corsa alla Regia, in modo che, prima che si coagulasse, potessero ancora cadere delle gocce di sangue sul focolare.

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Si discute ancora molto sul significato di questo arcaico rituale. Come accadeva quasi sempre, per le feste che avevano origini molto risalenti nel tempo, i romani ad un certo punto della loro storia non comprendevano più il significato originario della cerimonia. Nei fatti, il rito dell’Equus October aveva a che fare sia con l’agricoltura che con la guerra, unificate nella figura di Marte, il cui flamine presiedeva allo svolgimento della cerimonia.

Il sacrificio di un cavallo da guerra è offerto in onore di Marte, che della guerra è il dio. Non deve ingannare la presenza del pane che richiama il buon esito del raccolto. Infatti, in epoca arcaica, la guerra era il mezzo che serviva a garantire la protezione dei campi dalle razzie dei nemici. Era quindi merito di Marte, nella sua funzione difensiva e guerriera, se il raccolto era andato a buon fine.

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Mosaico con cavallo, Museo del Bardo, Tunisi

Grande importanza aveva poi la figura del re; la lotta per il possesso della testa si svolgeva infatti in origine tra la squadra del re (gli uomini della via Sacra, accanto alla Regia) e un gruppo esterno (la gente della Suburra). Al termine della cerimonia, nella migliore delle ipotesi, sia la testa che la coda del cavallo d’ottobre sarebbero finiti nella Regia, a rinsaldare il rapporto tra il re e la funzione guerriera che garantiva la sopravvivenza di Roma.

NOTE

¹ Georges Dumézil (La religione romana arcaica, 2001, p. 205)

Dies imperii di Nerone (13 ottobre 54 d.C.)

Il 13 ottobre del 54 d.C., succedendo al suo padre adottivo Claudio, all’età di quasi diciassette anni, saliva sul trono di Roma Nerone Claudio Cesare Druso Germanico, figlio di Domizio Enobarbo e Agrippina, quinto ed ultimo principe della dinastia Giulio-Claudia.

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Statua di Nerone da giovane, Detroit Institute of Arts

Claudio era morto nelle prime ore del mattino; verso la metà del giorno, le porte del palazzo si aprirono e Nerone, in compagnia di Afranio Burro, il prefetto del pretorio, uscì e si diresse verso i pretoriani che erano di guardia. Accolto da applausi augurali, fu fatto salire sulla lettiga e portato al campo pretorio. Si dice che alcuni pretoriani avessero esitato, aspettandosi di veder comparire Britannico, ma finirono ben presto per adattarsi alla situazione.

Nell’accampamento, Nerone pronunciò un’orazione, scritta per lui da Seneca, al termine della quale promise i consueti donativi e, dopo ciò, fu acclamato imperatore. La delibera del Senato si limitò a ratificare l’espressa volontà delle truppe. Il testamento di Claudio non fu invece reso pubblico.

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Ritratto di Agrippina minore, Museo Archeologico di Milano

Nerone sapeva bene che doveva tutto all’azione senza scrupoli di Agrippina, che aveva eliminato Claudio prima che potesse favorire il suo figlio legittimo Britannico nella successione al trono. Nel primo giorno di regno, quando un tribuno, secondo l’uso militare, gli chiese di stabilire la parola d’ordine, Nerone rispose: “Ottima madre” ¹.

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Ritratto di Nerone, proveniente da Olbia, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Fu lo stesso Nerone a pronunciare l’elogio funebre di Claudio, con una elegante orazione sempre scritta da Seneca. Nerone, non essendo dotato di particolari doti oratorie, fu il primo principe ad aver bisogno di qualcuno che gli scrivesse i discorsi. Fin dalla fanciullezza, infatti, il vivace ingegno di Nerone fu attratto da tutt’altre attività, come l’arte del cesello, la pittura, il canto, i cavalli e la composizione di versi ². Proprio per questo motivo, Agrippina aveva voluto Seneca come precettore di suo figlio, sperando che, dai suoi insegnamenti, Nerone traesse giovamento. E, per qualche anno, fu effettivamente così…

 

NOTE

¹ Tacito (Annales, XIII, 2, 3)

² Tacito (Annales, XIII, 3, 3)

Morte di Claudio (13 ottobre 54 d.C.)

Alle prime ore del mattino del 13 Ottobre del 54 d.C., Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico moriva dopo aver ingerito, la sera prima, una portata di funghi avvelenati, in seguito ad una congiura di palazzo ordita da sua moglie Agrippina.

Agrippina aveva da tempo deciso di eliminare Claudio, per garantire la successione al trono a suo figlio Nerone, avuto dal primo marito Gneo Domizio Enobarbo; aspettava solo il momento giusto. Claudio infatti, negli ultimi tempi, era divenuto consapevole delle manovre di Agrippina, si era pentito di aver adottato Nerone e, ogni volta che incontrava il suo legittimo figlio Britannico lo ricopriva di affetto, meditando di cambiare il testamento per designarlo successore al trono imperiale, non appena avesse indossato la toga virile. Tuttavia, non ne ebbe il tempo.

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Claudio in nudità eroica, Museo del Louvre, Parigi

L’occasione attesa da Agrippina si presentò infatti quando Narcisso, il potente liberto di Claudio e protettore di Britannico, si ammalò di gotta e si recò a Sinuessa per riprendere le forze grazie al clima salubre e alle acque salutari del luogo. Narcisso era l’addetto ab epistulis, ruolo che gli dava il diritto di portare un pugnale alla cintura e, fino a quel momento, aveva attentamente fatto in modo che al suo padrone, grazie al quale aveva accumulato un patrimonio di quattrocento milioni di sesterzi, non succedesse nulla di male.

Agrippina, che aveva numerosi complici, tra cui il liberto Pallante, aveva deciso di uccidere Claudio con un veleno il cui effetto non fosse né troppo rapido, da rendere palese l’avvelenamento, né troppo lento, da consentire all’imperatore di rendersi conto del tradimento. Per avere il veleno, Agrippina si rivolse a Locusta, un’abile avvelenatrice che aveva già prestato il suo letale talento negli intrighi di corte. L’eunuco Aloto, che aveva l’incarico di portare le vivande ed assaggiarle per primo, fu incaricato di versare il veleno su dei funghi che piacevano molto a Claudio. Claudio non si accorse di nulla, perché annebbiato dal vino, che era una delle sue passioni, ma fu colto ben presto da conati di vomito. Per evitare che Claudio si liberasse così dal veleno che aveva ingerito, Agrippina ricorse anche alla complicità del medico Senofonte che, fingendo di aiutare Claudio a liberarsi lo stomaco, gli infilò in gola una penna intinta con un potente veleno. Per Claudio fu la fine; venne portato via dal banchetto su una lettiga, come se fosse ubriaco, e alle prime luci dell’alba morì nelle sue stanze senza riuscire a dire nulla, all’età di sessantatré anni, due mesi e tredici giorni, sotto il consolato  di Asinio Marcello e Acilio Aviola.

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Statua di Agrippina minore, madre di Nerone, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Il suo corpo venne avvolto in vesti e bende, mentre Agrippina, dopo aver fatto chiudere tutti gli ingressi, faceva diffondere voci che la salute di Claudio stava migliorando. Un espediente per guadagnare tempo, tranquillizzare Britannico, Antonia e Ottavia, i figli di Claudio, e preparare l’assunzione al potere di Nerone. Poche ore dopo, a metà giornata, le porte del palazzo si spalancarono e ne uscì Nerone, in compagnia del prefetto del pretorio Afranio Burro, per dirigersi nell’accampamento dei pretoriani ed essere acclamato imperatore: era il 13 ottobre del 54 d.C.

A Claudio furono decretati onori divini e gli fu celebrato un funerale simile a quello di Augusto. Il suo testamento, invece, non fu reso pubblico, perché il fatto di aver anteposto il figliastro Nerone al figlio Britannico avrebbe urtato la sensibilità del popolo, o perché Claudio lo aveva modificato, indicando Britannico come successore.

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Particolare della statua dell’imperatore Claudio in veste di Giove (Museo Pio-Clementino, nei Musei Vaticani)

Che tutti sapessero che la morte di Claudio non fosse stata naturale, è testimoniato da una battuta ironica del fratello di Seneca, Lucio Giunio Gallione che, dopo la divinizzazione del defunto imperatore, disse che Claudio era stato innalzato fino al cielo con un uncino ¹, alludendo all’usanza dei carnefici, di trascinare attraverso il Foro con grossi uncini i cadaveri dei condannati a morte in carcere, prima di gettarli nel fiume.

Lo stesso Nerone, quando nel corso di un banchetto vennero portati dei funghi e un commensale disse che erano il cibo degli dèi, con un macabro senso dell’umorismo disse:

“È vero. Del resto mio padre è diventato un dio dopo aver mangiato un fungo! ²”.

La morte di Claudio travolse anche il liberto Narcisso, che, imprigionato, fu spinto al suicidio ³. Tuttavia, prima di morire, bruciò tutte le lettere di Claudio che contenevano informazioni contro Agrippina e altri personaggi, e che avrebbero potuto mettere in difficoltà i delatori ⁴.

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Particolare della statua bronzea di Claudio in nudità eroica rinvenuta ad Ercolano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Molti furono i prodigi che preannunciarono la morte di Claudio: apparve in cielo una stella cometa, che fu visibile per molto tempo, il mausoleo di suo padre Druso fu colpito da un fulmine e quasi tutti i magistrati di quell’anno morirono ⁵.

Pare che neppure Claudio ignorasse che quelli fossero i suoi ultimi giorni di vita: nel nominare i consoli, non ne designò nessuno per i mesi che seguirono la sua morte e, inoltre, durante la sua ultima istruttoria, dall’alto del suo scranno disse:

“Sono giunto al termine della mia vita mortale”.

E mentre i presenti facevano gli scongiuri di rito, pronunciò la frase una seconda volta ⁶.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LX, 35, 4)

² Pietro Patrizio (Excerpta Vaticana, 44)

³ Tacito (Annales, XIII, 1, 3)

⁴ Dione Cassio (Storia Romana, LX, 34, 5)

⁵ Svetonio (Vita di Claudio, XLVI)

⁶ Svetonio (Vita di Claudio, XLVI)