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Vinalia rustica o altera (19 agosto)

I Vinalia di agosto, dedicati alla protezione dell’uva che stava crescendo nei vigneti, erano definiti rustica perché si festeggiavano più in campagna che in città, al contrario dei Vinalia Priora del 23 aprile, in cui il vino, frutto della vendemmia dell’anno precedente, si spillava dalle botti e si poteva assaggiare per la prima volta, offrendone la primizia a Giove.

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Scena di vendemmia, Mausoleo di Santa Costanza, Roma

Durante i Vinalia Rustica si pregava affinché nessun fenomeno naturale o divino rovinasse la vendemmia di settembre; il Flamen Dialis, sacrificava un agnello a Giove, che veniva ringraziato per non aver devastato le vigne con le sue folgori durante i temporali o con la siccità. Poi, sempre il Flamine tagliava un grappolo d’uva maturo e ne spremeva il succo tra le mani, offrendolo come primizia a Giove.

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Scena di vendemmia, Mausoleo di Santa Costanza, Roma 

Dal punto di vista mitico, la ragione della dedica dei Vinalia a Giove veniva spiegata con un episodio ambientato durante la guerra tra i Troiani di Enea e i Rutuli di Turno per la conquista del Lazio. Turno aveva promesso al re etrusco Mezenzio tutto il raccolto della vendemmia del Lazio, in cambio del suo aiuto nella lotta contro i Troiani. Enea, invece, per il tramite di sua madre Venere, fece la stessa offerta ma a Giove, che infatti accordò la sua preferenza ai Troiani. Da quel momento, in ottemperanza del voto di Enea, si festeggiarono i Vinalia. Per il suo legame con Enea, i Vinalia erano quindi dedicati anche a Venere; ed infatti, il 19 agosto ricorreva anche la dedica del tempio di Venere Obsequens votato nel 295 da Fabio Gurge, nonno del Fabio Massimo detti il Temporeggiatore.

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Morte di Augusto (19 agosto 14 d.C.)

Il 19 Agosto del 14 d.C. moriva a Nola Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Era nato a Roma, nel quartiere del Palatino, il 23 settembre del 63 a.C.: suo padre era Gaio Ottavio e sua madre era Azia, figlia di Giulia, la sorella di Giulio Cesare che, non avendo avuto eredi legittimi, lo aveva adottato.

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Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani, Roma

Tra i presagi che ne annunciarono la morte e la successiva divinizzazione, Svetonio ricorda che un fulmine, colpendo una sua statua, cancellò la prima lettera del suo nome (CAESAR) dall’iscrizione. Interrogati gli indovini, il responso fu che Augusto sarebbe vissuto solo altri cento giorni, poiché il numero cento si scriveva con la lettera C; e che in seguito sarebbe stato divinizzato, poiché AESAR, cioè quanto rimasto del nome, in lingua etrusca significava “dio”. Inoltre, in quei giorni, mentre si trovava nel Campo Marzio, un’aquila, dopo aver avergli volteggiato parecchie volte sulla testa, passata su un tempio vicino, si posò sul nome di Agrippa, sopra la prima lettera.

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Augusto come Pontefice Massimo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Incurante di questi segni, Augusto aveva deciso di inviare Tiberio nell’Illiria e di accompagnarlo personalmente, col suo seguito, fino a Benevento. Salpato di notte da Astura – un approdo nei pressi di Neptunium, l’odierna Nettuno – fece via mare il giro delle spiagge della Campania e delle isole vicine, tra cui Capri, dove si fermò per quattro giorni nella sua villa, per riprendersi da un malessere intestinale che l’aveva colpito dall’inizio del viaggio. Arrivò quindi a Napoli, dove assistette alle gare ginniche dei Giochi Isolimpici quinquennali istituiti in suo onore, e poi riprese il viaggio con Tiberio verso Benevento. Durante il ritorno, la sua malattia si aggravò, e fu costretto a fermarsi a Nola. Tiberio, che era appena arrivato nell’Illirico, venne richiamato con urgenza dalla madre Livia con una lettera. Non si sa se Tiberio, giunto a Nola, abbia trovato Augusto ancora in vita o già morto. Livia aveva ordinato di circondare la casa e le vie di accesso con una vigilanza strettissima per evitare che trapelassero notizie. La versione ufficiale fu che Tiberio fosse tornato in tempo per avere un lungo colloquio privato con Augusto. In ogni caso, la notizia della morte di Augusto, fu resa di dominio pubblico solo quando Tiberio rientrò a Roma.

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Statua equestre di Augusto, Museo Archeologico Nazionale di Atene

Il suo ultimo giorno – secondo Svetonio e Dione Cassio – dopo aver chiesto ripetutamente se il suo stato di salute provocava già animazione in città, fattosi portare uno specchio, diede ordine di pettinarlo e di correggergli un po’ col belletto le guance cadenti e, fatti entrare gli amici e i collaboratori, proferì la celebre frase: “Ho ricevuto una Roma di mattoni; ve la lascio di marmo“; quindi, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita e aggiunse anche la consueta formula finale che usavano gli attori: «Se lo spettacolo vi è piaciuto, offriteci il vostro applauso e tutti insieme manifestate la vostra gioia». Poi, congedati tutti, mentre stava chiedendo a quelli che erano arrivati da Roma notizie della figlia di Druso, che era ammalata, spirò improvvisamente tra le braccia di Livia, salutandola con queste parole: «Livia, fin che vivi ricordati della nostra unione. Addio!» Ed ebbe così una fine dolce, come aveva sempre desiderato. Morì il 19 agosto del 14 d.C. a settantacinque anni, dieci mesi e ventisei giorni, nella stessa camera in cui era morto suo padre, nell’anniversario del suo primo consolato rivestito nel 43 a.C..

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Augusto nelle sembianze di Giove, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La salma di Augusto, onorata con manifestazioni di cordoglio nei paesi dove sostava nel tragitto da Nola a Roma, venne portata a spalla fino a Boville, paese d’origine della gens Iulia, dai decurioni dei municipi e delle colonie campane. Da Boville a Roma subentrarono i membri dell’ordine equestre e, infine nell’Urbe, i senatori. La processione impiegò due settimane per raggiungere Roma. Il feretro venne cremato nel Campo Marzio e i suoi resti vennero deposti nel Mausoleo che aveva fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere, che già ospitava i membri della sua famiglia. Finita la cerimonia della sepoltura, il 17 settembre del 14 d.C. furono decretati ad Augusto gli onori divini e un tempio, con dei sacerdoti preposti al suo culto, chiamati Sodales Augustales.

Portunalia (17 agosto)

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Palemone o Portuno a cavallo di un delfino, Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo

Il 17 agosto è il giorno in cui si celebrano i Portunalia, la festa in onore di Portuno, un’antica divinità romana, protettrice dei porti e delle porte, la cui appartenenza all’epoca più arcaica è testimoniata dall’esistenza di un suo culto pubblico curato dal Flamine Portunale (flamen portunalis), uno dei dodici flamini minori. La funzione di protezione delle vie di accesso rendeva Portuno affine a Giano, di cui alcuni studiosi lo ritengono un’emanazione. Le prerogative di Portuno si limitarono infine, col tempo, alla protezione dell’ingresso marittimo e fluviale di Roma, e quindi al suo porto, ridefinendolo come divinità marina.

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Mosaico proveniente da Djemila, Algeria

Come testimoniato da Festo, Portuno veniva rappresentato con le chiavi in mano (come Giano) e le chiavi, insieme al fuoco, avevano un ruolo nei Portunalia, anche se purtroppo non sappiamo quale, a causa della corruzione di un testo che ne parlava: forse le chiavi venivano gettate nel fuoco. In età repubblicana, nel processo di reinterpretazione delle divinità romane sulla base dei miti greci, Portuno finì per essere identificato col dio del mare Palemone, figlio di Leucotea. A sua volta, l’assimilazione di Leucotea con Mater Matuta, la dea romana dell’aurora, rese quest’ultima madre di Portuno/Palemone.

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Tempio di Portuno al Foro Boario

A Portuno era dedicato un tempio nel Foro Boario, presso il ponte Emilio, vicino all’antico porto tiberino, dov’era lo scalo delle merci. Il tempio di Portuno (Aedes Portuni) secondo Varrone fu dedicato proprio nel giorno dei Portunalia e si presenta di ordine ionico, tetrastilo (con quattro colonne scanalate sulla fronte); la forma in cui lo vediamo attualmente è un rifacimento del I secolo a.C., ma il tempio originale risalirebbe almeno al VI secolo.
Le colonne erano anticamente rivestite con intonaco per imitare il marmo e in vari punti è ancora visibile e conservato.
La trasformazione del tempio in chiesa cristiana, nel IX secolo, ne ha consentito la conservazione delle strutture esterne.

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Festa di Diana (13 agosto)

Il 13 agosto (Idi di agosto) si celebrava ogni anno la festa in onore di Diana, in occasione della dedica del suo tempio sull’Aventino (aedes Dianae in Aventino).

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Mosaico di Diana cacciatrice, da Utica, III secolo d.C., Museo del Bardo, Tunisi

Diana era un’antica divinità italica dei boschi e della natura allo stato selvaggio, che gli Etruschi conoscevano come Artumes o Aritimi. Protettrice delle donne, delle puerpere e dei neonati, la vergine Diana era anche patrona della lega latina e collegata alla luna. Il suo santuario più importante era il bosco sacro sulle rive del lago di Nemi, nei pressi di Ariccia, dove le veniva tributato il culto come Diana Nemorensis, la Diana del bosco, da nemus, che significa bosco; lo stesso lago di Nemi, sul quale si rifletteva di notte la luna, era identificato con lo speculum Dianae, lo specchio di Diana. Il sommo sacerdote del culto di Diana a Nemi e custode del suo santuario era il Rex Nemorensis, il re del bosco, uno schiavo fuggitivo che, per avere quel titolo, aveva ucciso di sua mano il predecessore in un duello rituale. Nel recinto del santuario di Nemi esisteva infatti un albero da cui non era consentito spezzare alcun ramo. Soltanto uno schiavo fuggitivo, se ci fosse riuscito, poteva spezzarne uno, guadagnandosi il diritto di battersi col sacerdote in carica e, in caso di vittoria, di ottenere la libertà e regnare al suo posto come Rex Nemorensis. Il Rex Nemorensis viveva quindi con la consapevolezza che, prima o poi, sarebbe arrivato qualcuno che, più giovane e forte, gli avrebbe strappato il sacerdozio e la vita in questo cruento e primordiale rito di successione. Una delle azioni riprovevoli che Svetonio rimproverava a Caligola durante il suo principato, fu quella di aver inviato un avversario più vigoroso contro il Rex Nemorensis che era da molti anni in possesso della carica (Caligola, IV, 35). Il sacerdozio del Rex Nemorensis era ancora esistente al tempo di Antonino Pio.

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Statua in bronzo di Diana, proveniente da Roma, Metropolitan Museum, New York 

La tradizione attribuisce a Servio Tullio l’introduzione del culto di Diana a Roma. Trattandosi di una dea non originaria di Roma, il suo tempio fu eretto sull’Aventino, un colle che, essendo situato fuori dal pomerio, era riservato al culto degli dèi stranieri. Il 13 agosto, in occasione dell’anniversario della dedica del tempio sull’Aventino, che era lo stesso del santuario di Ariccia, le donne romane si lavavano la testa e pettinavano con cura particolare; poi si recavano al tempio per chiedere alla dea un parto agevole e senza complicazioni. Le donne che invece erano rimaste gravide si recavano in processione al suo tempio per ringraziarla, con ghirlande sul capo e portando torce accese; i cani da caccia venivano incoronati e non si molestavano gli animali selvatici. Diana era anche particolarmente venerata dagli schiavi, al punto che il suo dies natalis era anche detto dies servorum (giorno degli schiavi). La ragione di questa devozione veniva spiegata tradizionalmente col fatto che il tempio sull’Aventino era stato fondato da Servio Tullio, un re che, come fa capire anche il nome, era figlio di schiavi; oppure, col fatto che il culto di Diana era di origine latina, come gran parte degli schiavi nel periodo arcaico; d’altronde, anche il suo sommo sacerdote, il Rex Nemorensis, era un ex schiavo.

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Statua di Diana, da un originale greco del IV secolo, Museo del Louvre, Parigi 

A partire dal IV secolo a.C., Diana fu progressivamente assimilata alla dea greca Artemide, di cui assorbì tutta la storia e le prerogative. In genere, Diana veniva raffigurata in aspetto di cacciatrice, con lunghe vesti, arco e faretra, e come protettrice degli animali.

Ercole Invitto (12 agosto)

Il 12 agosto di ogni anno, si celebrava a Roma la festa in onore di Ercole Invitto, l’indomabile, il dio conosciuto in Grecia come Eracle, una delle quattro divinità greche – insieme a Castore, Apollo ed Esculapio – entrate a far parte del pantheon romano.

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Statua di Ercole, età Flavia, Metropolitan Museum, New York

Il culto di Ercole a Roma ha origini molto antiche. Il più antico luogo di culto di Ercole era l’Ara Maxima, localizzata nell’area del Foro Boario, che secondo la tradizione era stata edificata da Evandro in occasione della vittoria di Ercole su Caco. Conosciuto dagli Etruschi come Hercle e dai Fenici col nome di Melqart, presso questi popoli si trattava di una divinità che tutelava i mercanti e favoriva gli scambi commerciali. Proprio la presenza dell’Ara Maxima nel Foro Boario, in cui si teneva il mercato del bestiame, è una prova che anche l’Ercole romano aveva una sfera di influenza sul commercio. Fino al IV secolo a.C., il culto di Ercole all’Ara Maxima fu un culto privato, cui provvedevano due famiglie, a cui Ercole stesso aveva concesso il privilegio: i Potitii e, in posizione subordinata, i Pinarii.

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Statua di Ercole combattente, copia romana da originale greco del IV secolo a.C., Musei Capitolini, Roma

Nel 312 il culto fu statalizzato dal censore Appio Claudio, in seguito all’estinzione della gens dei Potitii o venduto da essi allo Stato, e fu affidato a schiavi pubblici. L’Ara Maxima si trovava in un bosco sacro (lucus), con un sacello che conteneva un’antica statua d’argilla di Ercole, attribuita allo scultore etrusco Vulca, autore anche della statua di Giove Capitolino.

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Ercole Farnese, Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Il 12 agosto di ogni anno il pretore urbano offriva ad Ercole un bue o una giovenca all’Ara Maxima. Il rito in onore di Ercole veniva officiato secondo il rito greco (graeco ritu), cioè il sacrificio veniva effettuato col capo scoperto (aperto capite), ornato soltanto da una corona di lauro colto sull’Aventino, a differenza del rito romano, in cui l’officiante celebrava capite velato, ossia con la testa coperta da un lembo della toga. Le donne non potevano entrare nell’area ed erano escluse dalla cerimonia, come in numerosi culti greci di Eracle. Il rito si svolgeva in due tempi; la vittima veniva sacrificata prima di mezzogiorno, mentre gli exta, le parti eccelse riservate esclusivamente alla divinità (fegato, vescicola biliare, polmoni, cuore e peritoneo) venivano bolliti, arrostiti e deposti sull’altare per essere offerti al dio al termine della giornata, fra canti e inni, dopo una processione alla luce delle torce.

Dies natalis imperii di Adriano (11 agosto 117 d.C.)

L’11 Agosto del 117 Publio Elio Traiano Adriano viene proclamato imperatore dalle legioni ad Antiochia, all’età di quarant’anni.

Traiano era morto a Selinus, in Cilicia, tra il 7 e l’8 agosto del 117. Pochi giorni prima, sul letto di morte, aveva formalmente adottato Adriano, anche se non mancarono persone che misero in dubbio l’effettiva esistenza di questa adozione, come lo storico Dione Cassio, che attribuisce la decisione non a Traiano, ma a sua moglie Plotina, che aveva un debole per Adriano. Traiano era stato parente, tutore e amico di Adriano, ne aveva approvato il suo matrimonio con sua nipote Sabina e lo aveva scelto come suo Legato in Siria per muovere guerra ai Parti, ma sui documenti di adozione non c’era la sua firma: c’era quella di Plotina.

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Busto di Adriano, Musei Capitolini,  Roma

Comunque siano andate le cose, la morte di Traiano fu tenuta nascosta per alcuni giorni, necessari a preparare il diploma di adozione e inviarlo ad Adriano, che il 9 agosto lo ricevette ad Antiochia, dove si trovava in qualità di Legato della Siria. Fu solo l’11 agosto che il decesso di Traiano fu reso pubblico ed Adriano fu acclamato imperatore dalle legioni ad Antiochia, che egli ricompensò con una doppia elargizione. Cassio Dione (Storia Romana, LXIX, 2, 1) narra che pochi giorni prima ad Adriano era parso “di vedere in sogno che un fuoco cadesse dal cielo, per quanto limpido e sereno, sulla spalla sinistra e che passasse su quella destra, senza spaventarlo o danneggiarlo“. Fu lo stesso Adriano a stabilire che l’11 agosto, giorno in cui ricevette la notizia della morte di Traiano, dovesse essere solennizzato come anniversario della sua ascesa al trono (dies natalis imperii).

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Contemporaneamente, Adriano inviò una lettera al Senato, scusandosi di aver assunto il potere con la sola proclamazione dell’esercito, per non lasciare l’impero senza capo, e chiese la ratifica della sua elezione. Sempre per lettera, giurava che non avrebbe mai fatto nulla al di fuori del pubblico interesse e che non avrebbe fatto uccidere alcun senatore, invocando la maledizione su di sé, se avesse violato una qualsiasi di quelle promesse.

Dopo aver assistito da Selinus alla partenza delle ceneri di Traiano alla volta di Roma, accompagnate da Plotina, da Matidia e da Attiano, Adriano tornò ad Antiochia dove rimase ancora parecchi mesi per dare un assetto definitivo all’Oriente. Solo il 9 luglio del 118 Adriano raggiungerà Roma – dopo aver affidato il governo della Siria a Catilio Severo –  per farsi incoronare ufficialmente dal Senato.

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Statua di Adriano con corona civica, proveniente da Perga, Museo di Antalya

Per quanto riguarda le promesse fatte al Senato, solo pochi mesi dopo, in seguito a una congiura, Avidio Nigrino, Cornelio Palma, Publilio Celso e Lusio Quieto, quattro consolari di rango elevato, furono fatti eliminare, ma Adriano giurò di non aver ordinato la loro uccisione e scaricò la colpa sul prefetto del pretorio Attiano.

Battaglia di Adrianopoli: 9 agosto 378 d.C.

È l’alba del 9 agosto del 378 d.C., quando l’imperatore d’oriente Valente muove da Adrianopoli al comando di un esercito di circa trentamila uomini per dirigersi verso il campo dei Goti guidati da Fritigerno. È il giorno in cui un imperatore morirà e il destino dell’impero romano cambierà per sempre.

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Probabile busto di Valente, Musei Capitolini, Roma

Due anni prima i Goti Tervingi di Fritigerno, col permesso di Valente, avevano varcato il Danubio per stabilirsi come coloni entro i confini dell’impero e mettersi così al riparo dalla ormai insostenibile pressione esercitata dagli Unni. L’impero era ormai da decenni a corto sia di manodopera che di soldati e l’idea di utilizzare i Goti a tale scopo aveva destato l’interesse di Valente.

Purtroppo, a minare i buoni rapporti tra i Goti e i Romani, furono la cupidigia e la corruzione di funzionari come il comes della Tracia Lupicino e il dux della Mesia Massimo, che pensarono bene di sottrarre i viveri destinati a sostenere i coloni goti nel primo anno, in attesa che i terreni loro assegnati dessero i frutti, e di intascarne i profitti derivanti dalla vendita; inoltre, approfittando dello stato di carestia creato ad arte, i Romani iniziarono a scambiare cibo con schiavi Goti o lavoratori agricoli a buon mercato. Il malcontento dei Goti per questo trattamento degenerò ben presto in feroce ribellione e in saccheggi.

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I Tervingi vennero intanto raggiunti dai Greutungi, un altro gruppo di Goti a cui Valente aveva invece negato accoglienza, mentre Lupicino, preoccupato dalla piega che stavano prendendo gli eventi, alla fine del 376 cercò di eliminare con una trappola i capi dei Goti, Fritigerno e Alavivo, attirandoli a tradimento all’interno delle mura di Marcianopoli, con la scusa di un invito a un banchetto. Fritigerno sopravvisse a stento all’agguato e, tornato dai suoi, cominciò a saccheggiare le ricche ville nei dintorni della città. Agli inizi del 377 Lupicino decise di attaccare per risolvere il problema e, dopo aver radunato le sue truppe, ingaggiò battaglia con i Goti a circa 9 miglia da Marcianopoli, subendo però una rovinosa sconfitta e riuscendo a salvarsi a stento con pochi uomini. Resi più spavaldi dalla vittoria, altre bande di Goti si unirono a Fritigerno, oltre a mercenari Unni e Alani attirati dalla promessa di bottino, minatori insoddisfatti, schiavi fuggitivi e addirittura disertori dell’esercito romano.

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Teatro di guerra

Frattanto, a metà dell’estate, Valente si trovava ancora ad Antiochia, in preparazione di una spedizione contro i Persiani. Dopo aver appreso della rivolta che insanguinava la Tracia, Valente si affrettò a chiedere la pace a Shapur e a sollecitare l’imperatore d’occidente e nipote Graziano a inviare rinforzi. Inoltre nominò due nuovi magistri militum, Profuturo e Traiano. Graziano inviò un esiguo distaccamento di truppe al comando del suo comandante della guardia imperiale (comes domesticorum) Ricomero che raggiunse Profuturo e Traiano nei pressi della cittadina di Ad Salices (vicino ai salici), dove i Romani affrontarono i Goti. La battaglia che seguì, sul finire dell’estate del 377, si risolse in una carneficina da entrambe le parti: il magister militum Profuturo perse la vita, i Romani si ritirarono a Marcianopoli e i Goti si rifugiarono nei loro accampamenti denominati carrago, perché formati da enormi formazioni di carri disposti in cerchio, dove passarono una settimana intera a riprendersi dalle conseguenze dello scontro.

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Valente nominò un nuovo magister militum, Saturnino e, stipulata una tregua con i Persiani di Shapur, lasciò Antiochia e si diresse verso Costantinopoli, che raggiunse nel maggio del 378 e dove non fu bene accolto dalla popolazione, preoccupata dalla minaccia gotica. A Costantinopoli, Valente fece affluire le migliori unità di cui disponeva, non più necessarie in Mesopotamia contro i Persiani e, al posto di Traiano, nominò comandante della fanteria (magister peditumSebastiano, un comandante venuto da occidente a prestare soccorso, a cui diede con successo l’incarico di ripulire la via che portava in direzione di Adrianopoli dalla presenza di bande di Goti. Valente abbandonò Costantinopoli l’11 giugno, per dirigersi fino alla villa imperiale di Melanthias, a 27 chilometri dalla capitale, dove decise di radunare le sue truppe in attesa dei rinforzi richiesti da tempo a Graziano, che tuttavia aveva rallentato la sua marcia verso oriente per compiere delle incursioni vittoriose contro gli Alamanni Lentienses.

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Nel frattempo, anche Fritigerno aveva radunato il suo esercito stava muovendo in direzione di Adrianopoli. Valente si mosse a sua volta e raggiunse Adrianopoli alla fine di luglio del 378, dove accampò le sue truppe fuori dalle mura proteggendole con un fossato e una palizzata, come tradizionalmente facevano i Romani. Poi, convocò un consiglio di guerra per decidere il da farsi. Nonostante una lettera inviata dal nipote Graziano, in cui si invitava lo zio Valente ad attendere il suo imminente arrivo e a non correre rischi inutili, e il parere del comandante della cavalleria Vittore, che invitava alla prudenza, prevalse la linea a favore dell’attacco di cui era fautore il magister militum Sebastiano, incoraggiata da una relazione errata degli esploratori, che avevano quantificato in soli diecimila uomini gli effettivi a disposizione di Fritigerno, contro i trentamila a disposizione di Valente, e soprattutto dalla volontà dell’imperatore che non voleva dividere il merito della vittoria con Graziano, dei cui successi in Occidente era geloso. In realtà, il rapporto degli esploratori sulla consistenza numerica dei barbari era decisamente sbagliato, come i Romani avrebbero amaramente constatato pochi giorni dopo.

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Il 9 agosto, lasciato il seguito imperiale e la tesoreria ad Adrianopoli, Valente condusse il suo esercito, sotto un sole cocente, in una marcia di avvicinamento verso il carrago dei Goti, a circa 17 chilometri dalla città, che i Romani avvistarono nel primo pomeriggio. I Goti uscirono dall’accampamento e si schierarono in assetto di battaglia. Non erano molti in più dei diecimila quantificati dagli esploratori romani. Quello che Valente ignorava, era la presenza, nelle vicinanze, di gran parte della cavalleria gota e delle bande di Unni e Alani, che Fritigerno aveva opportunamente nascosto ai Romani.

Fritigerno inviò allora a Valente un’ambasceria per proporre una tregua garantita da uno scambio di ostaggi nel tentativo di evitare lo scontro. Non sapremo mai se Fritigerno cercasse solo di guadagnare tempo per attendere l’arrivo della sua cavalleria o se temesse i Romani schierati di fronte al suo accampamento. Valente aveva tutto l’interesse ad accettare una tregua, perché le sue truppe erano sfinite dalla marcia e dal caldo. Si discusse a lungo su chi i Romani dovessero inviare come ostaggio al campo dei Goti: il tribuno Equizio, a cui era affidata l’amministrazione del palazzo imperiale (curator palatii), e che per giunta era parente di Valente, si rifiutò perche in passato era già stato catturato dai Goti e non desiderava ripetere l’esperienza. Si offrì allora come volontario Ricomero quando gli eventi improvvisamente precipitarono.

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I sagittarii (arcieri) e gli scutarii di Valente, che erano arrivati a ridosso del nemico, al comando di tali Bacurio e Cassio, attaccarono inspiegabilmente i barbari, rompendo lo schieramento, salvo poi operare una ritirata precipitosa. Si trattava più che altro di una schermaglia, provocata dal nervosimo per l’attesa. Purtroppo, in quel momento, la cavalleria dei Goti che Fritigerno attendeva piombò dalle montagne come una valanga umana, investendo il fianco sinistro dello schieramento romano. La trappola orchestrata da Fritigerno era scattata. La cavalleria romana, venne messa in fuga dall’attacco a sorpresa dei cavalieri Greutungi e non poté proteggere l’ala sinistra, che venne circondata e annientata. L’ala destra continuò eroicamente a combattere finché nel tardo pomeriggio cedette e fu massacrata. Il terreno era ormai intriso di sangue e ricoperto di corpi di uomini e cavalli, mentre i barbari inseguivano ed uccidevano i Romani che fuggivano disordinatamente. Al calare della sera, circa ventimila romani sfiniti dal caldo e dalla fatica erano già caduti sotto l’assalto dei Goti, oltre a trentacinque tribuni militari, il curator palatii Equizio, il tribunus stabuli Valeriano, il tribunus promotorum Potenzio e i magistri militum Traiano e Sebastiano. Come scrisse Temistio (Orazioni 16, 26d) “un esercito intero scomparve come un’ombra“. La strage terminò solo quando scese la notte che, priva di luna a illuminare il campo di battaglia, impedì ai Goti di continuare nel massacro.

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Valente perse la vita coi suoi uomini e il suo corpo non fu mai più ritrovato. Lo storico Ammiano riporta due versioni diverse sulla sua morte, entrambe verosimili. Nella prima, privo ormai della sua guardia personale e abbandonato dai comandanti Vittore, Ricomero e Saturnino, fuggiti dal campo di battaglia quando fu chiaro che ogni speranza era perduta, Valente cadde fra i soldati colpito mortalmente da una freccia e morì subito. Nella seconda versione, sempre colpito da una freccia, Valente non morì subito ma fu trasportato, dalle guardie del corpo e da alcuni eunuchi che non lo avevano abbandonato, per essere curato in una dimora fortificata. Purtroppo l’edificio venne circondato dai nemici, che ignoravano l’identità del suo occupante. I Goti tentarono di sfondare la porta ma venivano bersagliati dal piano superiore, per cui, non volendo perdere ulteriore tempo, raccolsero fasci di paglia e legna a cui diedero fuoco, appiccando un incendio che bruciò la casa e i suoi occupanti, tranne uno che, datosi alla fuga, narrò in seguito l’accaduto. Flavio Valente morì alle soglie dei cinquant’anni, dopo aver regnato poco meno di quattordici. Era nato alla fine dell’estate del 328 a Cibalae, in Pannonia.

Dopo la vittoria su Valente e il suo esercito, i Goti pensavano di avere ormai campo libero e tentarono di assediare prima Adrianopoli e poi addirittura Costantinopoli ma, non possedendo macchine da guerra, dovettero desistere dopo pochi giorni per ritornare alle ordinarie scorrerie. La resa dei conti tra Romani e Goti era però solo rinviata.