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Nascita di Orazio (8 dicembre 65 a.C.)

Quinto Orazio Flacco nacque a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Orazio lamenterà in seguito che i figli dei coloni romani trattavano con disprezzo la popolazione locale ¹, motivo per cui, il padre, che possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere un trasferimento a Roma, decise di tentare di migliorare la propria condizione sociale, recandosi nell’Urbe. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica. Ad Atene, Orazio venne soprattutto in contatto con i circoli di matrice stoica, e rimase anche coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede repentinamente alla fuga ².
Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore e per avergli fornito dei saldi principi morali.
Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea, tramite gli scritti di Filodemo e di Lucrezio; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea; volle però sempre mantenere la sua indipendenza e libertà, e pertanto rifiutò l’insistente invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che, quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ³.

Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ⁴.

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Satire, I, 6, 72)

² Orazio (Carmina, II, 7, vv. 9-14)

³ Orazio (Carmina, II, 17)

⁴ Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

Festa di Tiberino (8 dicembre)

L’8 dicembre di ogni anno, a Roma, nell’anniversario della fondazione del suo tempio sull’isola Tiberina, si festeggiava Tiberino (Pater Tiberinus), la personificazione del fiume Tevere. Le celebrazioni erano dette Tiberinalia e consistevano in cerimonie di purificazione delle acque e delle sorgenti.

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Statua colossale di Tiberinus (età adrianea), rinvenuta a Roma nel 1512 nell’area dell’Iseum Campense, e ora al Louvre di Parigi

Secondo alcuni, Tiberino era figlio di Giano e di Camesene ¹, una ninfa dei boschi, ed era il dio che diede nome al Tevere, chiamato precedentemente Albula ², per le sue acque terse e brillanti (albus significa bianco in latino).

Tiberino possedeva anche doti profetiche e veniva descritto da Virgilio come un vecchio con la testa cinta di una corona di canne palustri ³. Tra i vari attributi che lo caratterizzano nelle sue statue, troviamo un ramo frondoso, una cornucopia, un remo, la prua di una nave e la lupa che allatta Remo e Romolo.

Dall’unione di Tiberino con Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, nacque Ocno o Aucno, eroe fondatore di Mantova ⁴.

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Statua di Tiberino, dal Canopo di Villa Adriana

Secondo un’altra tradizione Tiberino, chiamato Thybris dagli etruschi, fu uno dei re di Alba Longa, figlio di Capete e padre di Agrippa⁵ ⁶ o Acrota ⁷; durante una battaglia cadde nel fiume Albula e morì annegato nelle sue acque; senpre in suo onore il fiume fu ribattezzato Tevere.

NOTE

¹ Ateneo di Naucrati (Deipnosofisti, XV, 692d-f)

² Servio (Commento all’Eneide, VIII, 330)

³ Virgilio (Eneide, VIII, 31 – 34)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, X, 198)

⁵ Livio (Ab urbe condita, I, 3, 8 – 9)

⁶ Orazio (Fasti, IV, 46 – 49)

⁷ Ovidio (Metamorfosi, XIV, 614 – 616)

Morte di Cicerone: 7 dicembre 43 a.C.

Alla fine di ottobre del 43 a.C. Antonio, Lepido e Ottaviano si incontrarono in un’isoletta sul Reno, a nord di Bologna, dove siglarono un accordo di spartizione del potere, noto come secondo triumvirato, garantendosi reciproco sostegno. L’accordo prevedeva la soppressione di tutti coloro che potevano essere di ostacolo al programma del triumvirato. Venne stilata una lista di persone da eliminare, al cui primo posto figurava il nome di Marco Tullio Cicerone. Pare che Ottaviano cercò per due giorni di convincere gli altri triumviri a risparmiare l’anziano oratore, con cui intratteneva ottimi rapporti, ma non ci fu nulla da fare. Di fronte al fatto che Antonio aveva inserito nelle liste di proscrizione Lucio Cesare, suo zio per parte di madre, e Lepido addirittura il fratello Lucio Paullo, Ottaviano non poté far altro che abbandonare Cicerone al suo destino.

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Busto di Cicerone, Musei Capitolini, Roma

Mentre i triumviri stavano tornando a Roma, Cicerone si trovava a Tuscolo in compagnia di suo fratello Quinto e del nipote. Quando i due fratelli ebbero notizia dell’accordo tra Ottaviano, Antonio e Lepido, compresero di essere in grave pericolo, tanto più che Quinto Pedio, il collega di Ottaviano nel consolato, aveva fatto pubblicare una lista dei primi diciassette proscritti. Cicerone decise allora di dirigersi alla sua villa di Astura, che era sulla riva del mare, da dove si sarebbe potuto imbarcare per l’oriente e raggiungere Bruto e Cassio in Macedonia. Quinto però ritenne prima opportuno recarsi col suo omonimo figlio ad Arpino per fare i bagagli e procurarsi il denaro necessario al lungo viaggio. I due fratelli non si sarebbero più rivisti; pochi giorni dopo, Quinto e il figlio furono traditi dai servi e assassinati lungo la strada.

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Raggiunta Astura, dopo molte indecisioni Cicerone si imbarcò per Gaeta, dove aveva un’altro podere, in cui si recava d’estate. Appena la sua imbarcazione toccò la riva, dal tempio di Apollo, che si trovava nei pressi, uno stuolo di corvi sacri al dio, si alzò in volo per fermarsi sul pennone della barca e gracchiare furiosamente ¹. Tutti interpretarono il fatto come un sinistro presagio. Cicerone trascorse la notte a Gaeta, in preda allo sconforto; soprattutto non si capacitava di essere stato abbandonato da Ottaviano, verso il quale aveva nutrito molte speranze. L’indomani, nel tentativo di salvargli la vita, i servi lo fecero salire a forza su una lettiga, per portarlo ancora una volta verso il mare e farlo partire. Subito dopo, i sicari di Antonio giunsero alla villa chiedendo notizie dell’oratore. Un liberto di Quinto, di nome Filologo, li indirizzò verso il sentiero preso da Cicerone. I soldati erano guidati da un centurione di nome Erennio e da Popilio Lenate, un tribuno che Cicerone aveva anni prima difeso con successo da un’accusa di parricidio. Fu Erennio a raggiungere la lettiga per primo; quando Cicerone lo vide, diede ordine ai servi di fermarsi, quindi, aprì le tende e sporse la testa, guardando fisso il volto del centurione. Mentre tutti distoglievano lo sguardo, impietositi dalla rassegnazione di Cicerone, Erennio gli inflisse un colpo mortale al collo; poi, seguendo gli ordini di Antonio, gli tagliò la testa e le mani, che furono inviate a Roma per essere esposte sui rostri. Era il 7 dicembre del 43 a.C. ².

Tancredi Scarpelli - The death of Cicero - (MeisterDrucke-38109)

Prima di essere esposta sui rostri, la testa mozzata di Cicerone fu portata alla moglie di Antonio, Fulvia, che la prese tra le mani, le sputò sopra con sdegno e se la pose sulle ginocchia; poi, aprì la bocca, strappò la lingua che aveva parlato contro il marito e la trafisse con lo spillone che usava per raccogliere i capelli. Pare che Antonio, in seguito, per spirito di giustizia, avesse consegnato il traditore Filologo a Pomponia, la moglie di Quinto, e che questa, avutolo nelle sue mani, lo abbia ucciso tra atroci supplizi.

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Fulvia con la testa di Cicerone (1871), olio su tela di Pavel Svedomsky (1849-1904)

A riprova del fatto che l’assassinio di Cicerone fu voluto solo da Antonio, si ricorda che dopo la definitiva vittoria su Marco Antonio, Ottaviano scelse come collega nel consolato Marco, il figlio di Cicerone; furono abbattute le statue di Antonio, furono annullati gli onori che gli erano stati conferiti e fu decretato che, in futuro, nessuno degli Antonii avrebbe potuto avere il nome di Marco ⁴.

Parecchi anni dopo, entrando in camera di un suo nipote, Augusto lo trovò intento a leggere un libro di Cicerone. Il ragazzo, temendo di aver suscitato le ire dello zio, si coprì il volto con le mani. Augusto prese il libro e lo sfogliò a lungo, stando in piedi; poi lo restituì al nipote, dicendo:

Era un saggio, ragazzo mio, un saggio; e amava la patria” ⁵.

In chiusura dell’articolo, riportiamo un lungo e splendido frammento di Tito Livio tratto dal perduto libro CXX dell’Ab urbe condita di Livio, conservatoci in una suasoria di Seneca il Vecchio e che, oltre al racconto della morte di Cicerone, contiene anche un lucido giudizio sulla sua persona.

“Cicerone, nell’imminenza dell’arrivo dei triumviri, s’era allontanato da Roma, ritenendo per certo – come in realtà era – di non poter sfuggire alla vendetta di Antonio più di quanto Cassio e Bruto avrebbero potuto sfuggire a quella di Cesare (Ottaviano). Dapprima si rifugiò nella sua villa di Tuscolo, di lì si diresse, per vie secondarie e traverse, in quella di Formia, con l’intenzione di salpare da Gaeta. Ma dopo essersi più volte spinto di lì in alto mare, poiché ora i venti contrari lo risospingevano a riva, ora lo sconvolgeva il rullio della nave sbattuta dai marosi, fu preso dal disgusto della fuga e della vita stessa: rientrato nella villa che guarda dall’alto il mare e ne dista poco più di un miglio: «Morrò – disse – nella patria tante volte salvata». È risaputo che gli schiavi eran pronti a battersi strenuamente e fedelmente per lui; ma egli ordinò loro di porre a terra la lettiga e di tollerare senza ribellarsi ciò che la sorte avversa imponeva. Mentre si sporgeva dalla lettiga e tendeva il collo senza un fremito, gli fu recisa la testa. Né ciò fu abbastanza per la stolta ferocia dei soldati: gli tagliarono anche le mani, facendo loro carico d’aver scritto contro Antonio. Poi la testa fu recata ad Antonio e per ordine suo fu esposta, in mezzo alle due mani, sui rostri, là dove egli, parlando e da console e da consolare e in quell’anno stesso contro Antonio, aveva suscitato negli ascoltatori tanta ammirazione quanta nessun’altra voce umana mai. A stento, sollevando gli occhi annebbiati dalle lacrime, gli uomini potevan reggere la vista di quelle membra mutilate. Visse sessantatré anni, sì che, se si fosse spento per esaurimento naturale, non potremmo neanche giudicar prematura la sua morte; il suo ingegno fu fecondo di opere, che gli procurarono adeguata rinomanza; godette a lungo di prospera fortuna, e bersagliato ogni tanto, pur nella lunga durata della sua fortuna, da gravi colpi, l’esilio, il crollo del partito cui s’era aggregato, la morte della figlia, una fine così dolorosa e atroce, non seppe sopportare virilmente nessuna di queste avversità, tranne la morte; ed essa, in chi sapeva ponderar bene le cose, avrà esercitato minore indignazione, perché egli dal nemico vincitore non aveva avuto a soffrire nulla di più crudele di quanto egli stesso sarebbe stato capace di fare, se avesse potuto raggiungere il medesimo successo. Ma se vogliamo controbilanciare i difetti con le virtù, dobbiamo riconoscere che fu uomo magnanimo, alacre, degno di eterno ricordo, e tale che a celebrarne i meriti occorrerebbe l’eloquenza di un altro Cicerone” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Cicerone, 47, 8)

² Plutarco (Cicerone, 48, 1-5)

³ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 8, 4)

⁴ Plutarco (Cicerone, 49, 6)

⁵ Plutarco (Cicerone, 49, 5)

⁶ Tito Livio (in Seneca il Vecchio, Suasorie 7, 17)

Faunalia (5 dicembre)

Nel calendario romano il 5 dicembre ricorreva la festa delle Faunalia, che si svolgeva non in città, ma nelle campagne. Le Faunalia venivano celebrate in onore di Fauno, una divinità italica oggetto di un culto antichissimo; dio della fertilità, protettore degli animali, dei campi e delle selve. In questa giornata, i contadini sospendevano ogni attività lavorativa nei campo, sacrificavano a Fauno un capretto o una pecora e gli offrivano del vino, affinché proteggesse i boschi, il bestiame e le colture e bruciavano incenso sulle are ¹.

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Fauno danzante, dalla Casa del Fauno a Pompei; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Le caratteristiche principali di Fauno sono evidenziate dai suoi appellativi. Fauno è “Agrestis” ², si aggira nelle foreste e nelle campagne, per apparire spesso ai contadini, che si diverte a spaventare, di giorno e anche di notte; è “Incubus” perché grava sul corpo di chi dorme e lo affligge con inquietanti visioni notturne; è “Inuus” (fecondatore), ovvero è perennemente intento ad accoppiarsi con donne e ninfe, ma anche con le femmine di tutti gli animali; è anche “Fatuus” o “Fatuclus” ³, ovvero dotato di parola, che utilizza per dar voce alla foresta e anche per pronunciare i suoi oracoli. Fauno si trova spesso associato a divinità a lui simili, come Silvano, dio delle selve, e Luperco, una sua manifestazione sotto forma di lupo. Nei miti italici, Fauno è anche il quarto re divino del Lazio (dopo Giano, Saturno e Pico), nipote di Saturno, figlio di Pico e della ninfa Canente e padre di Latino.

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Fauno in marmo rosso (II secolo d.C.), proveniente da Villa Adriana; Musei Capitolini, Roma

Quando la più tarda interpretazione ellenizzante identificherà Fauno con Pan, il dio italico iniziò ad essere rappresentato con corna e zoccoli di capra, come il suo equivalente greco.
Fauno aveva un bosco sacro a lui dedicato sui monti Tiburtini, dove si trovava la sorgente Albunea e si andava per ottenere dal dio gli oracoli durante il sonno, dormendo sopra una pelle di pecora sacrificata ⁴, con il rito dell’incubazione. Fauno era inoltre venerato in una grotta alle pendici del Palatino, detta Lupercale, dove secondo la tradizione la lupa aveva allattato Romolo e Remo.
Nella grotta del Lupercale c’era un’immagine del dio rappresentato nell’abbigliamento dei suoi sacerdoti, i Luperci, nudo e cinto solo di una pelle di capra.
Oltre ai Faunalia del 5 dicembre, in onore di Fauno si celebravano anche i Lupercalia del 15 febbraio. Inoltre, il 13 febbraio ricorreva l’anniversario della fondazione del tempio di Fauno sull’Isola Tiberina, fatto costruire nel 196 da edili plebei e dedicato due anni dopo nel 194 a.C., alle idi di febbraio, che anticipavano di due giorni la più importante festività romana di Fauno, i Lupercalia.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, III, 18)

² Ovidio (Fasti, II, 193)

³ Servio (Commento all’Eneide, VI, 775 e VIII, 314)

⁴ Virgilio (Eneide, VII, 81-106)

Festa della Bona Dea (4 dicembre)

Bona Dea era uno degli appellativi della dea senza nome, venerata dai popoli italici come patrona della fertilità, della prosperità e della guarigione dalle malattie, nonché come divinità oracolare, ma il cui vero nome non poteva essere pronunciato. Macrobio scrive infatti che questa dea “nei libri dei pontefici è indicata come Bona, Fauna, Opi, e Fatua: Bona perché è l’origine di ogni cosa buona per il nostro sostentamento, Fauna perché soddisfa (favet) i bisogni di tutti gli esseri animati, Opi perché la vita è opera sua, Fatua da fari (parlare, vaticinare)”.

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Statua della Bona Dea (I secolo a.C.), Musée de la Romanité, Nîmes

La Bona Dea venne identificata dai Romani prima con Maia, la Terra, da cui prende il nome il mese di maggio, e poi con Fauna, moglie, figlia o sorella di Fauno, a seconda della tradizione. Secondo il mito, Fauna avrebbe contravvenuto al divieto per le donne di bere vino puro e sarebbe stata perciò frustata a morte dal marito Fauno con dei rami di mirto.
Il culto della Bona Dea era segreto e riservato strettamente alle donne. Alla Bona Dea era dedicata una cerimonia di carattere privato che si celebrava ogni anno agli inizi di dicembre, nella casa di un magistrato cum imperio, quindi di uno dei consoli o del pretore, alla quale partecipavano le donne più influenti della città. Durante la festa, si ricoprivano le tende con tralci di vite, si poneva accanto alla statua della dea un serpente sacro e venivano officiati sacrifici in favore dell’intero popolo romano (pro salute populi romani). La celebrazione, di natura misterica, era diretta dalle Vestali e nessun uomo poteva essere presente all’interno della casa. Quando veniva il momento della festa, la moglie di colui che era console o pretore preparava la casa per il rito e gli uomini della famiglia se ne andavano. I riti più importanti si celebravano durante la notte e, alla veglia notturna, si alternavano giochi e musica.

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Il Sacrilegio di Clodio, di W. S. Bagdatopulos

A questo proposito si ricorda un famoso episodio che accadde nella cerimonia del dicembre del 62 a.C., quando il futuro tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro, fu sorpreso a prendervi parte travestito da donna, profanando così le celebrazioni della Bona Dea che si tenevano nella casa del pretore e pontefice massimo Giulio Cesare e di sua moglie Pompeia. Pare infatti che Clodio fosse innamorato di Pompeia e da lei ricambiato, ma venne scoperto di notte in casa da Aurelia, la madre di Cesare. A causa dello scandalo, Cesare fu costretto a ripudiare Pompeia, per il solo sospetto che fosse l’amante di Clodio, anche se quest’ultimo venne assolto dalle accuse nel processo che ne seguì. Cesare, infatti, per evitare che Clodio, che era un suo alleato in politica, venisse condannato, disse di non sapere nulla dell’accaduto. Incalzato dall’accusatore, che gli chiedeva perché avesse allora ripudiato Pompeia, Cesare rispose con la celebre frase:

“Perché pensavo che neppure il sospetto dovesse sfiorare mia moglie” ².

I rituali misterici e privati del 4 dicembre, di probabile derivazione greca, non erano l’unica manifestazione di culto riservato alla Bona Dea. Infatti, il 1° maggio, nell’anniversario della dedica del suo tempio sull’Aventino, si svolgeva la festa pubblica in onore della Bona Dea. Il tempio sull’Aventino, in cui gli uomini non potevano entrare, veniva decorato con tralci di vite, piante e fiori, e le sacerdotesse, chiamate “antistes” compivano i loro riti misteriosi. Nel tempio, veniva sacrificata una scrofa, simbolo di fertilità, e alla dea veniva offerto del vino, che si doveva però chiamare “latte”, mentre la coppa in cui veniva servito era chiamata “mellaria“, cioè “vasetto di miele”. Il mirto era bandito dal tempio, per il fatto che la Bona Dea era stata frustata con i rami di questa pianta. Sempre in quel giorno, le donne si recavano nel bosco sacro vicino al tempio, dove celebravano i misteri della Bona Dea, dal cui culto gli uomini erano come sempre esclusi. I riti avevano lo scopo di propiziare la fertilità e la guarigione, ma anche di invocare la protezione sullo Stato e sul popolo romano.

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Statua della Bona Dea, Musée de la Romanité, Nîmes

Al tempio della Bona Dea Subsaxana, così chiamato perche si trovava sotto un “saxum”, una roccia sull’Aventino, era inoltre annessa una farmacia in cui le sacerdotesse preparavano rimedi curativi grazie alle proprietà medicamentose delle erbe. L’iconografia della Bona Dea era quella di una matrona romana raffigurata con una cornucopia e un serpente.

Al culto della Bona Dea finirono talvolta col sovrapporsi anche quelli di Damia, un’arcaica divinità greca della fertilità importata da Taranto con la conquista della città nel 272, e della Magna Mater Cibele, impersonificata dalla pietra nera che giunse a Roma da Pessinunte nel 204 a.C.

NOTE

¹ Macrobio (Saturnalia, I, 12, 21-22)

² Plutarco (Cesare, 10, 9)

Nascita di Antinoo (27 novembre)

Antinoo, il giovane favorito di Adriano, era un greco della città di Claudiopoli, in Bitinia. Nacque il 27 novembre, intorno al 110 d.C.; conosciamo la data di nascita di Antinoo perché tale giorno era oggetto di celebrazione da parte del Collegio dei Culti di Diana e di Antinoo a Lanuvio ¹. Non sappiamo se fosse uno schiavo o un uomo libero; Adriano forse lo conobbe nel 123, in occasione della sua visita alla regione e se ne invaghì. Lo fece portare in Italia e, a partire dal 128, Antinoo seguì sempre Adriano nelle sue peregrinazioni. Oltre che per i viaggi, Adriano aveva una grande passione per la caccia; in sella a Boristene, il suo cavallo preferito, ogni volta che poteva l’imperatore dava la caccia a orsi, cinghiali e leoni, che abbatteva spesso con un solo colpo di lancia. Anche questo amore per la caccia accomunava Adriano ad Antinoo, che lo accompagnava volentieri nelle battute. Non sappiamo molto altro della vita del giovane amasio dell’imperatore, prima della sua tragica fine.

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Busti di Adriano e Antinoo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Nel 130, Adriano decise di intraprendere un viaggio lungo il Nilo partendo da Alessandria, per osservare le meraviglie dell’Egitto; del suo seguito in questo viaggio culturale, oltre ad Antinoo, facevano parte, tra gli altri, sua sorella Domizia Paolina, la sua sorellastra Matidia minore, Lucio Elio Vero (suo futuro successore designato), l’imperatrice Vibia Sabina, la poetessa greca Giulia Balbilla. Dopo aver dato il via a una ristrutturazione del Serapeum di Alessandria e aver offerto un sacrificio funebre a Pompeo, Adriano e il suo seguito iniziarono la risalita del Nilo.

Purtroppo, durante il viaggio, sul finire di ottobre (forse il 30), nei pressi di Besa, Antinoo cadde nelle acque del Nilo in circostanze oscure e vi annegò. Grande fu il dolore di Adriano, che si lasciò andare a scene di disperazione e pianse lacrime amare, destando anche un certo scandalo. Per onorarne la memoria, Adriano ordinò che, nel luogo della morte di Antinoo, venisse edificata una città che chiamò Antinoopolis, coniò numerose monete in Oriente con la sua effigie, istituì oracoli in suo nome a Claudiopoli e fondò un culto del divinizzato Antinoo, che ebbe una vasta diffusione in tutto l’impero. Inoltre, Adriano e il suo seguito osservarono in cielo la nascita di una stella, che identificarono con l’anima di Antinoo ascesa in cielo ². La stella di Antinoo venne localizzata vicino alla costellazione dell’Aquila ³, l’uccello che per ordine di Zeus aveva rapito il suo amato Ganimede.

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Busto di Antinoo, British Museum, Londra

Sulla misteriosa morte di Antinoo, ovviamente iniziarono a circolare molte voci diverse. La versione ufficiale, che Adriano riportava nella sua perduta autobiografia, narra che Antinoo fosse caduto accidentalmente nel Nilo. Ovviamente, iniziarono subito a circolare ipotesi alternative; alcuni asserivano invece che Antinoo fosse stato ucciso per ordine dell’imperatore, ma per quale motivo? Adriano lo amava, come testimoniato dal suo dolore e dall’adorazione con cui onorò la sua memoria.
Resta una terza ipotesi, riportata da Cassio Dione e Aurelio Vittore: Antinoo si sarebbe ucciso per prolungare la vita di Adriano. Il 30 ottobre del 130 Adriano era infatti nel suo cinquantacinquesimo anno di vita. Era stato iniziato all’astrologia dal prozio materno Elio  Adriano ed era egli stesso un astrologo.

Conosciamo, perché trasmessoci da Efestione di Tebe, l’oroscopo che l’astrologo Antigono di Nicea gli fece sulla base della data di nascita dell’imperatore (24 gennaio 76), in occasione del suo quarantesimo compleanno, il 24 gennaio del 116. Oltre a una luminosa carriera, in questo oroscopo gli venivano predetti cinquantasei anni di vita, con un possibile prolungamento di altri sei. Forse Adriano si volle garantire quel prolungamento attraverso pratiche magiche che richiedevano il sacrificio di qualcun altro che morisse al suo posto. Come scrive Aurelio Vittore: “i maghi avevano chiesto un volontario che morisse al posto di Adriano e siccome tutti si rifiutarono, si dice che Antinoo si offrì” ⁴.

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Busto di Antinoo, Museo del Prado, Madrid

Per riconoscenza, conclude Aurelio Vittore, Adriano avrebbe quindi reso ad Antinoo tutti gli onori prima menzionati. Anche Cassio Dione, dopo aver menzionato la versione dell’incidente fornita da Adriano nella sua autobiografia, scrisse che Antinoo era “stato immolato in sacrificio. Infatti Adriano era sempre molto superstizioso e ricorreva a indovini e arti magiche d’ogni genere. Così dunque onorò Antinoo, o perché lo aveva amato, o perché questi era andato volontariamente incontro alla morte; infatti Adriano aveva bisogno di un’anima che si sacrificasse volontariamente“ ⁵. Tra l’altro, un papiro egizio, appartenente al corpus dei “papiri magici”, cita il nome di un certo Pacrate, un mago di Eliopoli che avrebbe formulato per Adriano una profezia che assicurava la vita e la salute dell’imperatore solo attraverso il volontario sacrificio di un uomo.

Comunque sia, Adriano morì il 10 luglio 138 ed ebbe il prolungamento che desiderava, essendo vissuto effettivamente sessantadue anni, cinque mesi e diciassette giorni. Non sapremo mai come si svolsero effettivamente i fatti, ma rimane la testimonianza dell’amore di Adriano per Antinoo nel centinaio di ritratti che ci sono pervenuti e che lo raffigurano, di volta in volta, con gli attributi di divinità come Ermes, Osiride, Dioniso, Apollo e altri. Ritratti talmente numerosi, da essere inferiori, nel numero di quelli giunti fino a noi, solo a quelli di Augusto e dello stesso Adriano.

NOTE

¹ Iscrizione del Collegio di Diana e Antinoo (CIL XIX, 2112)

² Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 4)

³ Firmico Materno (Mathesis, 29, 13)

⁴ Aurelio Vittore (Liber de Caesaribus XIV, 6-12)

⁵ Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 2-3)

Morte di Orazio (27 novembre 8 a.C.)

Il 27 Novembre dell’anno 8 a.C. moriva Quinto Orazio Flacco, considerato uno dei maggiori poeti dell’età antica.

Quinto Orazio Flacco era nato a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Suo padre possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere di trasferirsi a Roma per tentare di migliorare la propria condizione sociale. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica di matrice stoica, ma lì rimase coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse  il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede alla fuga.

Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore.

Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea ma, per mantenere la sua indipendenza e libertà, rifiutò sempre l’invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

“Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che,  quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ¹.

“Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ².

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, II, 17)

² Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)