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Consualia (15 dicembre)

Il 15 dicembre, dopo la semina, si celebrava una delle due feste del calendario romano dedicate all’antico dio Conso (Consus): i Consualia. Gli altri Consualia, quelli estivi, si tenevano il 21 agosto, dopo il raccolto. Entrambe le feste il 21 agosto e il 15 dicembre erano seguite dopo un uguale numero di giorni (rispettivamente il 25 agosto e il 19 dicembre) da due celebrazioni (le Opeconsivia e le Opalia) dedicate alla dea Ops, personificazione dell’abbondanza in questo caso agricola, il cui epiteto più frequente era appunto Consivia, in quanto associata in stretto relazione col dio Conso, che era il protettore del raccolto che originariamente veniva immagazzinato in silos sotterranei. Ad Ops era dedicata una cappella nella Regia del Foro, alla quale avevano accesso solo il Pontefice Massimo e le Vestali.

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Mosaico da Piazza Armerina

I Consualia estivi ed invernali si svolgevano con modalità simili. Erano il Flamine di Quirino (flamen quirinalis) e le vergini Vestali a sacrificare in onore di Conso sull’altare a lui dedicato, che si trovava interrato nel Circo Massimo – perché il dio presiedeva alla conservazione del grano in silos sotterranei – e che veniva riportato alla luce solo in queste occasioni. L’altare era circondato dalle immagini di altre antiche divinità romane che avevano la funzione di proteggere le messi nei vari stati della crescita: Seia, Segezia e Tutilina. Dopo i sacrifici e l’offerta di primizie, si tenevano corse di cavalli montati e di carri, oltre a giochi campestri e corse di carri trainati da muli. Gli animali utilizzati per i lavori agricoli, come cavalli, asini e muli, erano esentati dal lavoro e venivano adornati con corone di fiori.

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Mosaico  con carro e cavalli, Centrale Montemartini, Roma

I Consualia estivi avevano lo scopo di mettere sotto la protezione di Conso il raccolto immagazzinato nei granai. La tradizione attribuiva addirittura a Romolo l’istituzione dei Consualia del 21 agosto ¹, durante i quali si sarebbe svolto il Ratto delle Sabine.

NOTE

¹ Tito Livio (Ab urbe condita, I, 9)

Lettisternio di Tellus e Cerere (13 dicembre)

Il 13 dicembre, alla fine della semina, si svolgeva a Roma un lettisternio dedicato a Tellus e a Cerere. Le due dee, infatti, erano strettamente legate; come dice Ovidio, “Cerere e Tellus svolgono una funzione comune; l’una dà origine alle colture, l’altra dà il luogo” ¹.

Il lettisternio (da lectus “letto” e sternere “stendere”) era un rito di derivazione greca, che si celebrava in circostanze di particolare gravità e che consisteva nel distendere le statue delle divinità su un letto da simposio (pulvinar) per offrirgli un banchetto sacro all’esterno del tempio, alla vista del pubblico. Il primo lettisternio attestato nelle fonti si celebrò nel 399 a.C. quando, al fine di porre termine ad una devastante epidemia, fu offerto un banchetto a tre coppie di divinità: Apollo e Latona, Mercurio e Nettuno, Ercole e Diana. Come in tutte le celebrazioni in onore di Tellus e Cerere, il 13 dicembre era molto probabile la presenza del Flamen Cerialis, il flamine di Cerere, a sacrificare e dirigere il rito del lectisternium.

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Rilievo di Tellus, Ara Pacis, Roma

Il tempio di Tellus (Aedes Telluris), dedicato nel 268 a.C., si trovava sull’Esquilino, nel quartiere delle Carinae, in un sito già consacrato alla dea da almeno due secoli. Tellus era la Madre Terra, genitrice di tutti gli esseri viventi, ed a lei era dedicata anche la festa dei Fordicidia che si celebrava il 15 aprile, durante i Ludi Ceriales (dal 12 al 19 aprile) in onore di Cerere. Oltre ad essere patrona della vita, Tellus era però anche una potenza oscura e sotterranea; infatti, agli dèi Mani e a Tellus l’officiante consacrava sé stesso e l’esercito avversario con la formula rituale della devotio; e, sempre per placare Tellus, Marco Curzio si gettò in una voragine che si era aperta nel Foro, sacrificando la sua vita per far cessare una tremenda pestilenza.

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Rilievo in terracotta con Cerere (I secolo d.C.) Museo Kircheriano, Roma

A sua volta Cerere, personificazione della forza vitale che induce la crescita di piante e animali, veniva celebrata il 19 aprile con la festa dei Cerialia. L’italica Cerere venne ben presto assimilata alla dea greca Demetra ed aveva anche lei una importante correlazione con il mondo dei morti. Annesso al suo tempio, che si trovava sull’Aventino ed era stato dedicato nel 493 a.C., si trovava infatti il Mundus Cereris, una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo dei morti e che veniva aperta solo tre volte all’anno (24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre), in occasione della ricorrenza denominata Mundus patet.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, I, 671-674)

Festa di Tiberino (8 dicembre)

L’8 dicembre di ogni anno, a Roma, nell’anniversario della fondazione del suo tempio sull’isola Tiberina, si festeggiava Tiberino (Pater Tiberinus), la personificazione del fiume Tevere. Le celebrazioni erano dette Tiberinalia e consistevano in cerimonie di purificazione delle acque e delle sorgenti.

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Statua colossale di Tiberinus (età adrianea), rinvenuta a Roma nel 1512 nell’area dell’Iseum Campense, e ora al Louvre di Parigi

Secondo alcuni, Tiberino era figlio di Giano e di Camesene ¹, una ninfa dei boschi, ed era il dio che diede nome al Tevere, chiamato precedentemente Albula ², per le sue acque terse e brillanti (albus significa bianco in latino).

Tiberino possedeva anche doti profetiche e veniva descritto da Virgilio come un vecchio con la testa cinta di una corona di canne palustri ³. Tra i vari attributi che lo caratterizzano nelle sue statue, troviamo un ramo frondoso, una cornucopia, un remo, la prua di una nave e la lupa che allatta Remo e Romolo.

Dall’unione di Tiberino con Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, nacque Ocno o Aucno, eroe fondatore di Mantova ⁴.

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Statua di Tiberino, dal Canopo di Villa Adriana

Secondo un’altra tradizione Tiberino, chiamato Thybris dagli etruschi, fu uno dei re di Alba Longa, figlio di Capete e padre di Agrippa⁵ ⁶ o Acrota ⁷; durante una battaglia cadde nel fiume Albula e morì annegato nelle sue acque; senpre in suo onore il fiume fu ribattezzato Tevere.

NOTE

¹ Ateneo di Naucrati (Deipnosofisti, XV, 692d-f)

² Servio (Commento all’Eneide, VIII, 330)

³ Virgilio (Eneide, VIII, 31 – 34)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, X, 198)

⁵ Livio (Ab urbe condita, I, 3, 8 – 9)

⁶ Orazio (Fasti, IV, 46 – 49)

⁷ Ovidio (Metamorfosi, XIV, 614 – 616)

Festa di Feronia: 13 novembre

Il 13 novembre, alle idi, nell’anniversario della dedica del suo tempio nel Campo Marzio, si celebrava una festa in onore di Feronia, un’antica divinità italica, il cui culto era largamente diffuso nella penisola. Non sappiamo quando il culto di Feronia sia stato introdotto nell’Urbe, ma lo troviamo per la prima volta attestato nelle fonti nel 218 a.C. quando, dopo la sconfitta al fiume Trebbia, la consultazione dei Libri Sibillini, tra le altre prescrizioni, impose alle schiave liberate di raccogliere tra loro i fondi per offrire un dono a Feronia.

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Denario di Augusto con busto diademato di Feronia (circa 19 a.C.)

Un importante luogo di culto di Feronia era in territorio etrusco, ai piedi del Monte Soratte, nei pressi di Capena; un altro tempio sorgeva a Terracina; tutti i suoi templi avevano delle particolarità: dovevano essere posti nei pressi di un bosco sacro (lucus Feroniae), fuori dalle città e vi doveva essere una fonte d’acqua. Lo stesso tempio di Feronia nel Campo Marzio, a Roma, si trovava in un lucus. La dea voleva infatti la solitudine e rifiutava ogni vincolo di continuità tra i suoi templi e le città vicine. A questo proposito, Plinio il Vecchio racconta che si era smesso di costruire torri tra Terracina e il santuario di Feronia perché venivano tutte distrutte dalle folgori ¹. E Servio narra che in Campania, quando un bosco sacro a Feronia andò a fuoco, gli abitanti del luogo cercarono di spostarne altrove le statue; la dea, pur di non essere allontanata dal suo lucus, compì un miracolo: l’incendio si spense e il bosco tornò subito verde ². Infatti, la dea ” Feronia si rallegra dei boschi verdeggianti”. ³

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Testa di Feronia (II secolo a.C.), Museo Archeologico di Rieti

A Feronia, con l’appellativo di Salus, erano attribuiti poteri di guaritrice, ma il suo culto era collegato anche con la terra e la fecondità dei campi (Feronia Frugifera), per cui gli abitanti di Capena le offrivano, nel suo tempio, le primizie del raccolto. Inoltre, Feronia esercitava anche una sorta di tutela sulla liberazione degli schiavi.

In occasione della festa di Feronia che si svolgeva a Terracina, dove era infatti conosciuta come “dea dei liberti” ⁴, nel tempio avveniva la cerimonia di liberazione degli schiavi, che venivano emancipati e vi ricevevano il pileus, il copricapo di forma conica che simboleggiava la condizione libera. Nel tempio, infatti, si trovava un sedile di pietra con la scritta:

Gli schiavi che lo meritano si siedano e si rialzino liberi“.

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Statua di Gallo prigioniero (fine I secolo a.C.), Musée antique d’Arles

Il nome di Feronia è connesso all’aggettivo ferus, che significa “selvaggio”, “incolto” e costituisce la chiave per interpretare la sua figura. Feronia è infatti, come Sorano, Fauno e Silvano, la dea delle forze selvagge della natura, che però mette al servizio degli uomini per la loro alimentazione e salute; presiede quindi al passaggio dall’incultum al cultum, dal disordine all’ordine ⁵. Ecco perché Feronia ha capacità taumaturgiche che permettono di guarire dalle malattie e presiede al passaggio dalla condizione di schiavitù a quella di uomo libero.

A Preneste, infine, Feronia era considerata la madre di Erulo, l’orrendo mostro con tre vite e tre corpi, che Evandro, appena arrivato in Italia, dovette uccidere tre volte per affermare il suo dominio ⁶.

NOTE

¹ Plinio (Naturalis Historia, II, 146)

² Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

³ Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, VIII, 564)

⁵ G. Dumézil  (La religione romana arcaica, 2001)

⁶ Virgilio (Eneide, VIII, 563-567)

Isia o “Invenzione di Osiride”

Dal 23 ottobre al 3 novembre si celebravano a Roma gli Isia, detti anche “Invenzione di Osiride“, la seconda grande festa annuale dedicata ad Iside, dopo il Navigium Isidis del 5 marzo. Il culto di Iside era giunto dall’Egitto tolemaico a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò di distruggere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. Augusto e Tiberio proibirono che gli dei egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. Caligola fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio e, da quel momento, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, farà edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

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Affresco con scena di liturgia isiaca, proveniente  da Ercolano; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La festa degli Isia, di origine egizia, rievocava la vicenda di Osiride, il dio patrono dei morti. Il mito, di cui esistono diverse varianti, narrava che Osiride, fratello e sposo di Iside, venne ucciso per invidia dal fratello Seth, che ne smembrò il corpo in quattordici parti e le sparpagliò per l’Egitto. Iside, assistita dalla sorella Neftis, riuscì a ritrovare tutte le parti del corpo, tranne il membro virile, che era stato divorato da un pesce del Nilo, affinché Osiride non potesse avere una discendenza. Grazie all’aiuto di Toth, Iside riuscì infine a ricomporre il corpo e a riportare in vita Osiride per il tempo sufficiente a concepire e generare un figlio, Horus, identificato dai Romani con Arpocrate, che avrebbe in seguito vendicato il padre.

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Altra scena di liturgia isiaca, da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Durante gli Isia, ogni giorno si rappresentava una fase del mito Osiride. Il dio veniva ucciso da Seth e, attorno al suo corpo, si succedevano le lamentazioni funebri. I fedeli, vestiti di nero come segno di partecipazione al lutto che aveva colpito Iside, coprivano le immagini degli dèi con veli neri; poi, insieme ai sacerdoti, si battevano il petto gridando al mondo tutto il loro dolore. Si trattava di una festa di morte e rinascita, che ricordava il rituale di sofferenza, morte e resurrezione di Attis, rievocato ogni anno nelle Megalesie tra il 15 e il 27 marzo, in onore di Cibele. Dopo aver ritrovato e ricomposto il corpo, nell’ultimo giorno, denominato Hilaria, per la gioia derivante dalla resurrezione di Osiride, un festoso corteo di fedeli e sacerdoti percorreva le strade al suono dei sistri e al grido di giubilo di “Abbiamo trovato! Siamo pieni di gioia!

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Il sommo sacerdote presenta ai fedeli il vaso contenente l’acqua del Nilo

Come simbolo della resurrezione, Osiride era anche patrono della rinascita della vegetazione. Il clero che si occupava di questi culti era organizzato secondo modelli che risalivano all’Egitto tolemaico. Oltre al sommo sacerdote, c’erano dei profeti, istruiti nella scienza divina, degli scribi, che leggevano le formule contenute nei testi canonici, delle stoliste o ornatrici, che vestivano le statue degli dei, e dei pastofori, che portavano gli oggetti sacri in processione. Tutti i sacerdoti, come in Egitto, avevano il capo rasato ed indossavano una tunica di lino.

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Un sacerdote che legge, dal tempio di Iside a Pompei; Museo Archeologico di Napoli

Tra le ragioni del successo del culto di Iside e Osiride nel mondo greco-romano, c’era l’idea della speranza di una vita dopo la morte che tanta fortuna avrà anche col Cristianesimo. Oltre al culto pubblico, Iside e Osiride avevano anche delle cerimonie riservate ai soli iniziati, denominate Misteri, che ebbero grande diffusione nell’area mediterranea. I misteri di Osiride erano definiti Grandi Misteri; quelli di Iside, Piccoli Misteri.

Quello di Iside fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto. Fu soltanto nel 535 che Giustiniano fece infatti chiudere l’ultimo tempio di Iside, a File.

Apollo Palatino (9 ottobre 28 a.C.)

Il 9 ottobre ricorre l’anniversario della dedica a Roma del tempio di Apollo sul Palatino, avvenuta nel 28 a.C.; Apollo era una di quelle divinità di origine greca – insieme ad Ercole, Castore ed Esculapio – che non avevano un corrispettivo italico e che furono letteralmente adottate ed inserite nel pantheon romano.

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Apollo del Belvedere (particolare), età adrianea, Musei Vaticani

La prima attestazione di Apollo che conosciamo, risale alla Roma del V secolo, e riguarda un Apollo Medico a cui fu votato un tempio nel 433, in occasione di una interminabile epidemia, e dedicato nel 431 dal console Cneo Giulio Mentone, ai piedi delle pendici sud-occidentali del Campidoglio, nel Campo Marzio, in un luogo che già in precedenza si chiamava Apollinar ¹, e dove sorgeva un sacello privato del dio. Quello di guaritore (Apollus Medicus) è l’aspetto di Apollo che interessò di più ai Romani almeno fino alla seconda guerra punica. I Romani tralasciarono invece di assorbire, nell’Apollo accolto nel loro pantheon, le facoltà divinatorie che erano una prerogativa importante dell’Apollo greco, che dispensava celebri oracoli dal suo santuario a Delfi.

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La sacerdotessa di Apollo a Delfi pronuncia un oracolo, opera di Camillo Miola, 1880

Dopo la sconfitta di Canne nel 216 e la grave crisi che ne seguì, venne però deciso di inviare Quinto Fabio Pittore, uno dei decemviri, per chiedere ad Apollo, nel suo santuario a Delfi, quale fosse il rituale opportuno per assicurarsi la vittoria sui Cartaginesi. Il responso ottenuto salvò Roma dalla disfatta e quella di Canne fu, per molto tempo, l’ultima sconfitta subita dai romani.

Sappiamo che Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.) aveva una particolare devozione per Apollo, di cui conservava una statuetta d’oro, proveniente dal tesoro di Delfi, che aveva saccheggiato, e alla quale rivolse le sue preghiere prima della decisiva e vittoriosa battaglia di Porta Collina, nell’82.

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Apollo seduto, copia romana del I secolo d.C. da originale ellenistico, Uffizi, Firenze

Per tutta l’età repubblicana, Apollo fu venerato in un tempio fuori dalle mura della città, in quanto divinità di origine straniera e il suo culto non conobbe comunque una grande diffusione finché Augusto, che lo considerava il suo padre divino, non gli riservò particolare attenzione e lo accolse in città, facendone una delle divinità centrali del pantheon romano.

Il giovane Ottaviano aveva infatti sempre riservato ad Apollo una grande devozione. La propaganda augustea aveva messo in giro la voce che fosse figlio del dio. Non è un caso se Svetonio menziona uno scandaloso “banchetto dei dodici dèi“, sei maschi e sei femmine, a cui Augusto aveva partecipato in gioventù nelle vesti di Apollo, e che Marco Antonio gli rinfacciò con delle lettere, menzionando tutti i partecipanti ².

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Apollo Citaredo (II secolo d.C.), Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Si raccontava che Azia, la madre di Ottaviano, recatasi a mezzanotte a una solenne cerimonia in onore di Apollo, fatta posare la sua lettiga nel tempio, vi si fosse addormentata. Un serpente, all’improvviso, le era strisciato addosso e, poco dopo, se n’era andato. Al risveglio, si accorse che le era comparsa sul corpo una macchia a forma di serpente, che non riuscì più a cancellare, tanto che dovette per sempre astenersi dal frequentare i bagni pubblici ³. Augusto, che nacque nel decimo mese dopo questo evento, venne quindi ritenuto figlio di Apollo.

A testimoniare la devozione nutrita per questa divinità, Ottaviano ampliò e restaurò il santuario di Apollo che si ergeva nei pressi del luogo dove si era svolta la battaglia navale di Azio, poiché aveva attribuito al favore del dio la vittoria conseguita su Antonio e Cleopatra nel 31 a.C.

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Apollo Citaredo, affresco di epoca neroniana, proveniente dalla villa di Moregine, Pompei

Nel 36, inoltre, dopo la vittoria su Sesto Pompeo a Nauloco, che aveva posto momentaneamente fine alle guerre civili, Ottaviano decise di costruire a sue spese un tempio ad Apollo. Il luogo lo scelse il dio: sul Palatino, pochi mesi dopo, un fulmine colpì la casa di Ottaviano; il futuro Augusto, che era anche augure, e gli aruspici, interpretarono il prodigio come un segno che Apollo intendeva reclamare per sé quella parte di casa. Ottaviano decise allora di costruire in quel punto il tempio (Aedes Apollinis), che fu completato e dedicato il 9 ottobre del 28 a.C. Nel tempio erano presenti tre statue di culto, poste su un basamento: Apollo era posto al centro, con ai lati la madre Latona e la sorella Diana. Inoltre, il frontone del tempio era decorato con preziose statue greche di Apollo e Diana, risalenti al VI secolo a.C.

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Ricostruzione del tempio di Apollo Palatino

Augusto fece anche trasferire nel tempio di Apollo Palatino i Libri Sibillini, che erano stati fino a quel momento conservati nel tempio di Giove Capitolino. Sempre in onore di Apollo, suo nume tutelare, Augusto fece celebrare i Ludi Saeculares nel 17 a.C.; per questa occasione, Orazio compose il celebre Carmen Saeculare. La cerimonia durò tre giorni, dal 31 maggio al 3 giugno, in cui si alternarono di notte riti dedicati a Dite e Proserpina (rispettivamente i greci Plutone e Persefone) gli dèi dell’oltretomba, nel luogo detto Tarentum, a un’estremità del Campo Marzio, dove c’era un altare sotterraneo a loro dedicato, e di giorno riti in onore di Giove e Giunone (sul Campidoglio) e di Apollo e Diana (sul Palatino). Infine, per sette giorni si svolsero spettacoli teatrali e giochi nel circo.

I Ludi Secolari, che si erano tenuti in precedenza nel 146 e nel 249 a.C. si dovevano ripetere alla fine di ogni saeculum, inteso come durata massima della vita di un uomo, convenzionalmente fissato in 100 o 110 anni, ma il termine non fu mai rigorosamente rispettato.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, III, 63, 7)

² Svetonio (Vita di Augusto 70)

³ Svetonio (Vita di Augusto, 94)

Rinvenute due statue romane a Capo Bon

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Due statue in marmo bianco di epoca romana sono state portate alla luce il 30 agosto 2019 durante uno scavo di salvataggio condotto dal National Heritage Institute a El Maamoura (Capo Bon), in Tunisia, in una proprietà privata dove sono stati rinvenuti anche i resti di uno stabilimento termale di tarda epoca imperiale.

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I resti dello stabilimento termale

La prima statua rinvenuta è quella di Demetra-Cerere, dea dell’agricoltura, del raccolto e della fertilità, riconoscibile dalla cornucopia tenuta col braccio sinistro. La seconda statua, anch’essa acefala, rappresenterebbe una divinità maschile, forse Plutone-Ade. In base ai ritrovamenti, saremmo in presenza di un deposito sacro, in cui venivano seppellite le statue di culto inservibili perché danneggiate.

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La statua di Demetra-Cerere

Lo scavo continuerà sotto la direzione del National Heritage Institute alla ricerca di ulteriori statue che potrebbero trovarsi nelle vicinanze.