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Apollo Palatino (9 ottobre 28 a.C.)

Il 9 ottobre ricorre l’anniversario della dedica a Roma del tempio di Apollo sul Palatino, avvenuta nel 28 a.C.; Apollo era una di quelle divinità di origine greca – insieme ad Ercole, Castore ed Esculapio – che non avevano un corrispettivo italico e che furono letteralmente adottate ed inserite nel pantheon romano.

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Apollo del Belvedere (particolare), età adrianea, Musei Vaticani

La prima attestazione di Apollo che conosciamo, risale alla Roma del V secolo, e riguarda un Apollo Medico a cui fu votato un tempio nel 433, in occasione di una interminabile epidemia, e dedicato nel 431 dal console Cneo Giulio Mentone, ai piedi delle pendici sud-occidentali del Campidoglio, nel Campo Marzio, in un luogo che già in precedenza si chiamava Apollinar ¹, e dove sorgeva un sacello privato del dio. Quello di guaritore (Apollus Medicus) è l’aspetto di Apollo che interessò di più ai Romani almeno fino alla seconda guerra punica. I Romani tralasciarono invece di assorbire, nell’Apollo accolto nel loro pantheon, le facoltà divinatorie che erano una prerogativa importante dell’Apollo greco, che dispensava celebri oracoli dal suo santuario a Delfi.

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La sacerdotessa di Apollo a Delfi pronuncia un oracolo, opera di Camillo Miola, 1880

Dopo la sconfitta di Canne nel 216 e la grave crisi che ne seguì, venne però deciso di inviare Quinto Fabio Pittore, uno dei decemviri, per chiedere ad Apollo, nel suo santuario a Delfi, quale fosse il rituale opportuno per assicurarsi la vittoria sui Cartaginesi. Il responso ottenuto salvò Roma dalla disfatta e quella di Canne fu, per molto tempo, l’ultima sconfitta subita dai romani.

Sappiamo che Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.) aveva una particolare devozione per Apollo, di cui conservava una statuetta d’oro, proveniente dal tesoro di Delfi, che aveva saccheggiato, e alla quale rivolse le sue preghiere prima della decisiva e vittoriosa battaglia di Porta Collina, nell’82.

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Apollo seduto, copia romana del I secolo d.C. da originale ellenistico, Uffizi, Firenze

Per tutta l’età repubblicana, Apollo fu venerato in un tempio fuori dalle mura della città, in quanto divinità di origine straniera e il suo culto non conobbe comunque una grande diffusione finché Augusto, che lo considerava il suo padre divino, non gli riservò particolare attenzione e lo accolse in città, facendone una delle divinità centrali del pantheon romano.

Il giovane Ottaviano aveva infatti sempre riservato ad Apollo una grande devozione. La propaganda augustea aveva messo in giro la voce che fosse figlio del dio. Non è un caso se Svetonio menziona uno scandaloso “banchetto dei dodici dèi“, sei maschi e sei femmine, a cui Augusto aveva partecipato in gioventù nelle vesti di Apollo, e che Marco Antonio gli rinfacciò con delle lettere, menzionando tutti i partecipanti ².

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Apollo Citaredo (II secolo d.C.), Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Si raccontava che Azia, la madre di Ottaviano, recatasi a mezzanotte a una solenne cerimonia in onore di Apollo, fatta posare la sua lettiga nel tempio, vi si fosse addormentata. Un serpente, all’improvviso, le era strisciato addosso e, poco dopo, se n’era andato. Al risveglio, si accorse che le era comparsa sul corpo una macchia a forma di serpente, che non riuscì più a cancellare, tanto che dovette per sempre astenersi dal frequentare i bagni pubblici ³. Augusto, che nacque nel decimo mese dopo questo evento, venne quindi ritenuto figlio di Apollo.

A testimoniare la devozione nutrita per questa divinità, Ottaviano ampliò e restaurò il santuario di Apollo che si ergeva nei pressi del luogo dove si era svolta la battaglia navale di Azio, poiché aveva attribuito al favore del dio la vittoria conseguita su Antonio e Cleopatra nel 31 a.C.

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Apollo Citaredo, affresco di epoca neroniana, proveniente dalla villa di Moregine, Pompei

Nel 36, inoltre, dopo la vittoria su Sesto Pompeo a Nauloco, che aveva posto momentaneamente fine alle guerre civili, Ottaviano decise di costruire a sue spese un tempio ad Apollo. Il luogo lo scelse il dio: sul Palatino, pochi mesi dopo, un fulmine colpì la casa di Ottaviano; il futuro Augusto, che era anche augure, e gli aruspici, interpretarono il prodigio come un segno che Apollo intendeva reclamare per sé quella parte di casa. Ottaviano decise allora di costruire in quel punto il tempio (Aedes Apollinis), che fu completato e dedicato il 9 ottobre del 28 a.C. Nel tempio erano presenti tre statue di culto, poste su un basamento: Apollo era posto al centro, con ai lati la madre Latona e la sorella Diana. Inoltre, il frontone del tempio era decorato con preziose statue greche di Apollo e Diana, risalenti al VI secolo a.C.

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Ricostruzione del tempio di Apollo Palatino

Augusto fece anche trasferire nel tempio di Apollo Palatino i Libri Sibillini, che erano stati fino a quel momento conservati nel tempio di Giove Capitolino. Sempre in onore di Apollo, suo nume tutelare, Augusto fece celebrare i Ludi Saeculares nel 17 a.C.; per questa occasione, Orazio compose il celebre Carmen Saeculare. La cerimonia durò tre giorni, dal 31 maggio al 3 giugno, in cui si alternarono di notte riti dedicati a Dite e Proserpina (rispettivamente i greci Plutone e Persefone) gli dèi dell’oltretomba, nel luogo detto Tarentum, a un’estremità del Campo Marzio, dove c’era un altare sotterraneo a loro dedicato, e di giorno riti in onore di Giove e Giunone (sul Campidoglio) e di Apollo e Diana (sul Palatino). Infine, per sette giorni si svolsero spettacoli teatrali e giochi nel circo.

I Ludi Secolari, che si erano tenuti in precedenza nel 146 e nel 249 a.C. si dovevano ripetere alla fine di ogni saeculum, inteso come durata massima della vita di un uomo, convenzionalmente fissato in 100 o 110 anni, ma il termine non fu mai rigorosamente rispettato.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, III, 63, 7)

² Svetonio (Vita di Augusto 70)

³ Svetonio (Vita di Augusto, 94)

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Rinvenute due statue romane a Capo Bon

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Due statue in marmo bianco di epoca romana sono state portate alla luce il 30 agosto 2019 durante uno scavo di salvataggio condotto dal National Heritage Institute a El Maamoura (Capo Bon), in Tunisia, in una proprietà privata dove sono stati rinvenuti anche i resti di uno stabilimento termale di tarda epoca imperiale.

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I resti dello stabilimento termale

La prima statua rinvenuta è quella di Demetra-Cerere, dea dell’agricoltura, del raccolto e della fertilità, riconoscibile dalla cornucopia tenuta col braccio sinistro. La seconda statua, anch’essa acefala, rappresenterebbe una divinità maschile, forse Plutone-Ade. In base ai ritrovamenti, saremmo in presenza di un deposito sacro, in cui venivano seppellite le statue di culto inservibili perché danneggiate.

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La statua di Demetra-Cerere

Lo scavo continuerà sotto la direzione del National Heritage Institute alla ricerca di ulteriori statue che potrebbero trovarsi nelle vicinanze.

Il mosaico di Pelope

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È stato finalmente riportato interamente alla luce il mosaico romano del IV secolo d.C. scoperto nel 2017 a Boxford, un villaggio del Berkshire, in Gran Bretagna. Il mosaico policromo decorava il pavimento di un’imponente villa e presenta vari personaggi della  mitologia greca.

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Si tratta di una delle più importanti scoperte archeologiche avvenute in Gran Bretagna negli ultimi anni. Quando il mosaico venne rinvenuto in un campo, due anni fa, fu subito ricoperto per non esporlo agli agenti atmosferici. Purtroppo, anche questa volta, il mosaico verrà ricoperto di terra e lasciato al sicuro sul posto; è troppo grande per trovare al momento posto in un museo.

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La ricostruzione del mosaico da parte degli archeologi

Il mosaico romano, che è lungo 6 metri, era probabilmente il vanto del proprietario della villa, che ne faceva sfoggio per impressionare i suoi ospiti. Tra i vari personaggi raffigurati, si notano quattro Telamoni agli angoli, Alessandro Magno con il cavallo Bucefalo, Eracle in lotta con un centauro, il cavallo alato Pegaso e Bellerofonte che uccide la Chimera, e al centro si trova una guardia armata che viene considerata l’unica rappresentazione contemporanea di un soldato del IV secolo rinvenuta in Gran Bretagna.

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Il soldato del IV secolo d.C.

La scena principale del mosaico rappresenta però la corsa dei carri a cui Pelope dovette partecipare per conquistare la mano della sua amata Ippodamia.
Pelope, uno dei più grandi eroi della mitologia greca, era figlio di Tantalo, re della Frigia, e nipote di Zeus. Un giorno, decise di chiedere la mano di Ippodamia, figlia di Enomao, re di Pisa nell’Elide. Pare che un oracolo avesse predetto ad Enomao che sarebbe stato ucciso dal marito della propria figlia, o che egli ne fosse perversamente innamorato.

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Ercole e il centauro

Comunque stessero le cose, per evitare che la figlia si sposasse, Enomao dichiarò che avrebbe concesso la mano di Ippodamia solo a chi fosse stato in grado di batterlo nella corsa dei carri. Chi però avesse partecipato alla corsa e ne fosse uscito sconfitto, sarebbe stato ucciso. Enomao esigeva che Ippodamia salisse sul cocchio del pretendente, a cui lasciava un vantaggio di mezz’ora. Enomao era sempre sicuro di vincere: Psilla e Arpinna, le cavalle, che aveva ricevuto in dono da suo padre Ares, erano le più veloci di tutta la Grecia, e Ippodamia sul carro costituiva una distrazione fatale per lo sfidante. Già dodici o tredici pretendenti erano stati uccisi da Enomao, che poi ne inchiodava le teste e le membra al portone del suo palazzo.

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Uno dei quattro Telamoni

Pelope, amato anche da Poseidone per la sua straordinaria bellezza, ricevette come dono dal suo divino amante un cocchio dorato trainato da cavalli alati ma, per essere ancora più sicuro di vincere, corruppe Mirtilo, l’auriga di Enomao. Pelope promise a Mirtilo che, se avesse sabotato i perni che reggevano i mozzi delle ruote del carro di Enomao, gli avrebbe concesso metà del suo regno e una notte d’amore con Ippodamia.

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Mirtilo (a sinistra) ed Enomao sul carro

Tutto si svolse secondo i piani; durante la folle corsa, mentre stava per raggiungere il cocchio di Pelope, il carro di Enomao perse le ruote e il re, rimasto impigliato nelle briglie, venne travolto dai suoi stessi cavalli e morì. Successivamente Pelope, che non aveva intenzione di dare la ricompensa pattuita con Mirtilo per il suo tradimento, gettò l’auriga di Enomao da una rupe a picco sul mare. Mentre precipitava incontro alla morte Mirtilo, che era figlio di Ermes, maledisse Pelope e i suoi discendenti, tra cui si annoverano Atreo e Tieste, che subirono gli effetti della maledizione.

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Il leone

Sposata Ippodamia, Pelope divenne re di Pisa e soggiogò tutta la regione, che da lui prese il nome di Peloponneso, che significa “Isola di Pelope”. Il suo nome è legato all’istituzione dei giochi olimpici. Secondo una tradizione, infatti, nei giochi funebri che si tennero alla sua morte, venne ripercorso, con una corsa di carri, l’itinerario della gara con Enomao; da quella rievocazione, nacque l’usanza di ripetere la gara ogni quattro anni. In quanto a Mirtilo, dopo la sua morte fu collocato da Ermes in cielo, tra le stelle, come costellazione dell’Auriga.

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L’arciere Iante, figlio di Atlante

Il mosaico di Pelope è databile agli anni tra il 360 e il 380 d.C.; solo pochi anni dopo, nel 410, le truppe romane completavano l’abbandono della Britannia lasciando la popolazione locale al suo destino.

Volturnalia (27 agosto)

Volturno era un’antica divinità romana di cui conosciamo l’esistenza grazie al Flamen Volturnalis, il sacerdote che era preposto al suo culto, e alla presenza nel calendario di una festa a lui dedicata, i Volturnalia, che si celebravano il 27 agosto. A causa della scarsità di fonti in proposito, ben poche sono le certezze sull’identità di questa enigmatica divinità.

C’è chi ritiene che si trattasse di una divinità fluviale collegata al Tevere o all’omonimo fiume Volturno che scorre in Campania. È coerente con questa interpretazione fluviale la testimonianza dello scrittore cristiano Arnobio, secondo cui Volturno era ritenuto il padre della ninfa Giuturna.

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Protome del dio Volturno conservata nel Museo Campano di Capua

Secondo Aulo Gellio (Noctes Atticae, II, 22, 10), Volturno era il nome dato dai Romani a un vento che spirava da oriente d’inverno, e che i Greci chiamavano Eurònoto. Questo vento caldo, che proveniva da sud-est, portava repentini cambi di clima e poteva danneggiare gli alberi da frutto e i vigneti dove si trovava l’uva non ancora matura. In quest’ottica, lo scopo dei Volturnalia era quello di implorare il vento di non danneggiare la vendemmia ormai prossima e la raccolta dei frutti. Anche secondo Columella, in Betica i contadini chiamavano Volturnus il vento caldo che devastava le viti se non venivano protette con stuoie di palma.

Infine, c’è anche chi identifica Volturno con Vortumno, il dio del mutamento, che i Romani ritenevano essere il dio Voltumna o Veltune venerato dagli Etruschi e accolto nel pantheon romano dopo la conquista di Volsinii nel 264 a.C.

Opiconsivia (25 agosto)

Il 25 agosto si celebravano le Opiconsivia, una delle due feste annuali – l’altra, le Opalia, si teneva il 19 dicembre – in onore di Ops (Opi), dea dell’opulenza e dell’abbondanza agricola, connessa con la madre terra, da cui derivava ogni umana agiatezza, ed associata all’antico dio Conso, protettore del raccolto immagazzinato.

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Livia Drusilla rappresentata come Ops, proveniente da Baena (Cordoba), Museo Archeologico Nazionale, Madrid

Ad Ops furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l’altro nella Regia che si trovava nel Foro, dove c’era una cappella (sacrarium Opis) in cui potevano entrare solo le Vestali e il Pontefice Massimo e dove, secondo la testimonianza di Festo (p. 354 Lindsay), era custodito un particolare tipo di vaso che veniva utilizzato nei riti effettuati nel sacrario.

A causa della scarsezza delle fonti, non abbiamo grandi informazioni sullo svolgimento rituale delle Opiconsivia; possiamo solo ipotizzare che il Pontefice Massimo e le Vestali avessero un ruolo nella cerimonia che si svolgeva nella cappella di Ops.
Secondo Varrone, il culto di Ops, a conferma della sua antichità, era di origine sabina e venne introdotto a Roma dal re Tito Tazio, quando regnava insieme a Romolo.

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Statua di Livia Drusilla rappresentata come Ops, Museo del Louvre, Parigi

Secondo una tradizione riportata da Macrobio (Saturnalia, III, 9, 4), Ops Consivia era una delle figure divine che potevano essere identificate con la divinità tutelare di Roma, il cui nome doveva restare segreto per impedire che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta, con il temibile rito dell’evocatio.

La successiva interpretazione greca di Ops come Rhea, ne farà la sposa di Saturno, assimilato a sua volta al greco Kronos. Un frequente appellativo di Ops era Consivia, perché associata al dio Conso, le cui feste erano seguite, dopo quattro giorni, proprio da quelle di Ops. Venivano offerti sacrifici in onore di Ops, venerata con l’epiteto di Opifera, anche durante le Volcanalia del 23 agosto. Ops veniva in genere rappresentata con i suoi simboli: la cornucopia e le spighe di grano.

23 agosto: Volcanalia

Il 23 agosto si celebravano ogni anno le feste chiamate Volcanalia, in onore dell’antico dio romano Vulcano. Vulcano, conosciuto a Creta come Velchanos e in Etruria prima come Sethlans e poi come Velchans, era una divinità che personificava il fuoco distruttore sia nel bene che nel male ed aveva il suo altare con un fuoco perenne, denominato area Volcani, all’estremità occidentale del foro, alle pendici del Campidoglio, in un luogo detto Vulcanale (Volcanal), dove era presente anche la statua del dio. Per propiziarsi il dio che poteva essere responsabile degli incendi che in estate minacciavano di bruciare i raccolti, durante i Volcanalia, in suo onore, si compiva il crudele rito di gettare vivi dei pesciolini nel fuoco del Vulcanale, in sostituzione – secondo Varrone  e Festo – di sacrifici umani. Varrone (De lingua latina, V, 74) attribuiva a Tito Tazio l’introduzione a Roma del culto di Vulcano, al quale era preposto anche uno dei flamini minori: il Flamen Volcanalis. Secondo la tradizione romana, Vulcano aveva come sposa l’antica dea italica Maia o Maiesta e, tra i figli, Ceculo, il mitico fondatore della città latina di Preneste, Caco, il mostruoso essere che depredava il Lazio e che fu ucciso da Ercole, ed infine Servio Tullio, sesto re di Roma.

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Statuetta in bronzo di Vulcano, Musée des Beaux-Arts, Lione

Vulcano aveva il suo tempio fuori dalle mura, eretto prima del 215 a.C., presso il Circo Flaminio, poiché, per un precetto risalente agli etruschi, non si poteva ospitare in città il dio che avrebbe potuto incendiarla, ma anche perché, come nel caso dei luoghi di culto di Marte, dall’esterno sarebbe stato più semplice volgere contro i nemici il potere distruttivo del dio. A Vulcano venivano poi consacrate le armi e le spoglie sottratte ai nemici sconfitti. Nel Volcanale, inoltre, a scopo di purificazione venivano spesso portate le statue e gli oggetti colpiti dai fulmini, per la connessione tra il fuoco, di cui Vulcano era il dio, e il potere incendiario e distruttivo delle folgori.

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Rilievo arcaizzante di Vulcano, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Solo in epoca più tarda, Vulcano venne assimilato al greco Efesto, con cui in realtà non aveva nulla in comune, e divenne quindi figlio di Giove e Giunone e anche il fabbro degli dei.

Consualia (21 agosto)

Il 21 agosto, dopo il raccolto, si celebrava una delle due feste del calendario romano dedicate all’antico dio Conso: i Consualia. Gli altri Consualia si tenevano il 15 dicembre, dopo la semina. Entrambe le feste il 21 agosto e il 15 dicembre erano seguite dopo un uguale numero di giorni (25 agosto e 19 dicembre) da due celebrazioni (le Opeconsivia e le Opalia) dedicate alla dea Ops, personificazione dell’abbondanza in questo caso agricola, il cui epiteto più frequente era appunto Consivia, in quanto associata al dio Conso, che era il protettore del raccolto che originariamente veniva immagazzinato in silos sotterranei. Ad Ops era dedicata una cappella nella Regia del Foro, alla quale avevano accesso solo il Pontefice Massimo e le Vestali.

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Mosaico  con carro e cavalli, Centrale Montemartini, Roma

I Consualia estivi ed invernali si svolgevano con modalità simili. Erano il Flamine di Quirino e le vergini Vestali a sacrificare in onore di Conso sull’altare a lui dedicato, che si trovava interrato nel Circo Massimo – perché il dio presiedeva alla conservazione del grano in silos sotterranei – e che veniva riportato alla luce solo in queste occasioni. L’altare era circondato dalle immagini di altre antiche divinità romane che avevano la funzione di proteggere le messi nei vari stati della crescita: Seia, Segezia e Tutilina. Dopo i sacrifici e l’offerta di primizie, si tenevano corse di cavalli montati e di carri, oltre a giochi campestri e corse di carri trainati da muli. Gli animali utilizzati per i lavori agricoli, come cavalli, asini e muli, erano esentati dal lavoro e venivano adornati con corone di fiori.

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Mosaico ďa Piazza Armefź

I Consualia estivi avevano lo scopo di mettere sotto la protezione di Conso il raccolto immagazzinato nei granai. La tradizione attribuiva addirittura a Romolo l’istituzione dei Consualia del 21 agosto, durante i quali si sarebbe svolto il Ratto delle Sabine.