Morte di Pompeo (29 settembre 48 a.C.)

Il 29 settembre del 48 a.C. Gneo Pompeo veniva assassinato a tradimento dagli uomini di Tolomeo XIII a Pelusium, un importante porto fluviale sul delta del Nilo.

Dopo la disfatta di Farsalo, Pompeo, inseguito da Cesare, deciso a chiudere i conti col suo rivale, raggiunse a cavallo Larissa e poi, da Anfipoli, si imbarcò con pochi amici per raggiungere l’isola di Lesbo dove, a Mitilene, si ricongiunse con la moglie Cornelia e il figlio Sesto e sostò un paio di giorni per evitare una tempesta. Da lì, con una flotta di quattro triremi, insieme a Cornelia, a suo figlio Sesto, Favonio, Lentulo Crure e Lentulo Spinther giunse a Siedra, in Cilicia, e poi a Cipro, nella città di Paphos. Progettava di raggiungere la Siria ma dovette desistere in quanto, ovunque, i Romani si stavano schierando con Cesare. Si diresse quindi a Pelusium, sul delta del Nilo, dove in quel momento si trovava Tolomeo XIII, in guerra contro la sorella Cleopatra VII, che aveva di recente scacciato dal trono.

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Ritratto di Pompeo, Museo Archeologico Nazionale di Venezia

Nel 55, Pompeo aveva infatti inviato in Egitto Aulo Gabinio, il governatore della Siria, per rimettere sul trono Tolomeo XII Aulete, che era stato spodestato dopo una ribellione degli Alessandrini, stanchi della sudditanza nei confronti dei Romani. Eseguito l’ordine, Gabinio lasciò ad Alessandria una guarnigione per proteggere Tolomeo, i cosiddetti milites gabiniani. Quando nel 51 Tolomeo XII morì, lasciò per testamento il regno a due suoi figli: Tolomeo XIII che aveva dieci anni e la diciottenne Cleopatra VII Filopatore. 

Giunto al largo di Pelusium, Pompeo inviò dei messi per chiedere a Tolomeo XIII di essere accolto ad Alessandria, in virtù dei legami di amicizia che aveva avuto col padre Tolomeo XII. Il tredicenne Tolomeo era sotto la tutela dell’egiziano Achilla, che comandava l’esercito, dell’eunuco Pothino, che custodiva il tesoro e del maestro di retorica Teodoto di Chio, al quale era affidata l’educazione del re.

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Denario di Pompeo Magno

I consiglieri di Tolomeo XIII, Pothino, Teodoto e Achilla, temendo che Pompeo si volesse impadronire dell’Egitto, avvalendosi dell’aiuto dei suoi ex soldati lasciati da Gabinio a proteggere Tolomeo, oppure non volendo provocare le ire di Cesare dando asilo al suo avversario, decisero di assassinarlo. Secondo Teodoto, “la soluzione migliore era quella di mandarlo a prendere e ucciderlo, giacché in questo modo avrebbero compiaciuto Cesare senza avere nulla da temere da Pompeo. E sorridendo aggiunse che un cadavere non morde“. ¹

Decisero di inviare un certo Lucio Settimio, un tribuno militare che aveva militato in precedenza per Pompeo, per invitarlo a salire su un battello, che lo avrebbe portato dal giovane Tolomeo.

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Testa di Pompeo, Ny Carlsberg Glyptothek, Copenaghen

Pompeo si trovava sulla trireme ammiraglia, quando un battello da pesca, sul quale avevano preso posto Achilla e i romani Settimio e Salvio, si accostò alla nave. Settimio e Achilla invitarono Pompeo a salire per condurlo da Tolomeo, in quanto il fondo basso e sabbioso avrebbe fatto incagliare la trireme. Pompeo si fidò; aveva riconosciuto Settimio, che era stato al suo servizio al tempo della guerra contro i pirati. Abbracciò la moglie Cornelia e, facendosi precedere da due centurioni, dal liberto Filippo e da un servo, salì sulla piccola nave. Una folla di cortigiani e di soldati, in apparenza amichevole, attendeva sulla riva. Appena Pompeo si alzò per scendere, Settimio lo trafisse alle spalle; poi, anche Achilla e Salvio lo pugnalarono. Pompeo non emise lamenti; si tirò la toga sul volto, in un gesto simile a quello che avrebbe fatto Cesare anni dopo sotto i colpi dei congiurati, e morì emettendo un profondo sospiro.

Cornelia e il figlio Sesto assistettero impotenti all’assassinio dalla nave. Subito fu dato l’ordine di levare le ancore e di fuggire, prima di cadere nelle mani degli egiziani, che rinunciarono all’inseguimento.

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La Morte di Pompeo, Anonimo, Museo Nazionale Magnin, Digione

Sulla barca, intanto, Settimio aggiungeva infamia al tradimento; tagliò la testa di Pompeo e la fece conficcare su un’asta, per farla mummificare. Il corpo fu gettato, nudo, fuori dalla barca. Filippo, il liberto, attese che tutti se ne fossero andati; raccolto il cadavere, lo lavò in mare e lo avvolse in una tunica; poi, raccolse del legname dai resti di barche sulla spiaggia e preparò un rogo, aiutato da un vecchio soldato romano che aveva servito sotto Pompeo. Le sue ceneri furono tumulate sulla spiaggia.

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Testa di Pompeo offerta a Cesare, Santo Legnani, 1793, Provincia di Cremona

Cesare apprese della morte di Pompeo solo quando giunse ad Alessandria; si ritrasse inorridito quando gli portarono la testa del suo rivale e il suo anello col sigillo, sul quale era impresso un leone armato di spada. Le fonti concordano nel riferire che Cesare gemette e pianse di fronte alla testa di Pompeo, che era stato suo genero e con cui aveva a lungo condiviso il potere, ma Lucano e Cassio Dione ritenevano che non fosse sincero nel suo dolore. Comunque sia, Cesare ordinò che la testa di Pompeo fosse seppellita in un sobborgo di Alessandria, chiamato “recinto di Nemesi”, la dea della vendetta. Le ceneri del corpo furono invece inviate a Cornelia, che le depose nell’Albanum, la villa che Pompeo aveva fatto costruire nei pressi dell’odierna Albano Laziale.

Il sangue versato da Pompeo portò sventura ai suoi assassini. Pothino e Achilla vennero fatti uccidere da Cesare durante la rivolta degli Alessandrini contro di lui. Teodoto riuscì a fuggire ma fu trovato in Asia e fatto crocifiggere da Marco Giunio Bruto o Gaio Cassio Longino. Tolomeo XIII, invece, scomparve nelle acque del Nilo, dopo essere stato sconfitto in battaglia dall’esercito di Cesare e Cleopatra.

NOTE

¹ Plutarco (Vita di Pompeo, 77, 7)

Nascita di Pompeo (28 settembre 106 a.C.)

Gneo Pompeo, in seguito conosciuto con l’appellativo di Magno, nacque il 28 o 29 settembre del 106 a.C., in una località che non conosciamo, forse nel Piceno. La famiglia dei Pompei era infatti originaria proprie di quella zona, dove aveva vasti possedimenti e una fitta rete di clientele; era una gens di recente nobiltà, arrivata al consolato per la prima volta nel 141 a.C., con Quinto Pompeo. Sua madre, una Lucilia, era figlia di un senatore e, forse, imparentata col poeta satirico Gaio Lucilio, di Sessa Aurunca, grande amico degli Scipioni.

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Ritratto di Pompeo da giovane, Louvre, Parigi

Suo padre era Gneo Pompeo Strabone, pretore nel 92 e console nell’89, un uomo ambizioso, sanguinario e privo di scrupoli, profondamente impegnato nella convulsa vita politica della tarda repubblica, odiato da molti e sospettato anche di essere stato il mandante dell’assassinio di un suo parente, il console dell’88 Quinto Pompeo Rufo, che era subentrato al comando delle truppe, che Strabone aveva ormai trasformato in un esercito personale, come era usuale in quel periodo. Il giovane Pompeo aveva anche una sorella, Pompeia, che sposò Gaio Memmio.

È molto probabile che Pompeo, visti gli impegni politici del padre, abbia trascorso la sua fanciullezza a Roma, nella dimora di famiglia alle Carinae, sull’Esquilino, presso il tempio di Tellus. Il padre affidò l’educazione del bambino alla scuola di Aristodemo di Nisa, nipote del filosofo Posidonio di Apamea e al liberto Manio Otacilio Fitolao, ma Pompeo era un ragazzo vivace e fu invece sempre particolarmente attratto dagli esercizi ginnici; primeggiava infatti nel salto, nella corsa e nel giavellotto.

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Ritratto di Pompeo da giovane, Louvre, Parigi

Pompeo era un bel ragazzo, con i capelli rivolti leggermente all’indietro e gli occhi vivaci; qualcosa nel suo aspetto ricordava i ritratti di Alessandro Magno. Molto attratto dalle donne, da cui fu sempre ricambiato per la sua bellezza, gentilezza e affabilità (si sposò cinque volte), aveva un’innata abilità oratoria ed abitudini frugali. Che gli interessi del giovane Pompeo non fossero rivolti alla cultura letteraria o ad una carriera oratoria divenne però chiaro quando nell’89 abbandonò gli studi per mettersi agli ordini del padre, impegnato nell’assedio di Ascoli durante la sanguinosa guerra sociale, che vide Roma impegnata in una lotta mortale contro i suoi alleati italici.

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Ritratto di Pompeo, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenhagen

Fu proprio in quell’occasione che il diciassettenne Pompeo rivestì la toga virile e iniziò la sua esperienza militare che lo avrebbe condotto ad una trionfale carriera. Nell’87, in piena guerra civile tra la fazione dei populares di Cinna e Mario, e gli optimates di Silla, suo padre Strabone morì nella sua tenda, di peste o colpito da un fulmine. Nell’85, il giovane Pompeo venne assolto in un processo per peculato accusato di essersi appropriato di beni provenienti dal bottino di Ascoli e preferì ritirarsi nelle sue proprietà nel Piceno, in attesa che, col ritorno di Silla, la situazione per lui tornasse più favorevole. Nella sua terra, Pompeo arruolò privatamente tre legioni e si uní a Silla, appena il proconsole sbarcò in Italia. Da allora in poi, Pompeo sarebbe stato uno dei grandi e indiscussi protagonisti dei decenni finali della Repubblica Romana.

Nascita di Augusto (23 settembre 63 a.C.)

Gaio Ottavio, noto in seguito come Augusto, nacque il 23 settembre del 63 a.C., sotto il consolato di Marco Tullio Cicerone e di Gaio Antonio Ibrida. Venne alla luce in una zona del Palatino denominata “Ad capita bubula“, cioè “Testa di bue”, dove poco dopo la sua morte fu costruito un sacrario.

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Busto di Ottaviano da giovane, Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

Venne allevato in una villa suburbana nei pressi di Velitrae (Velletri), la cittadina di cui era originaria la gens Ottavia, un’antica famiglia di rango equestre. Da fanciullo, gli venne dato il soprannome di Turino perché suo padre Gaio Ottavio, poco dopo la sua nascita, sterminò su incarico del Senato i fuggitivi delle truppe di Spartaco e Catilina che avevano trovato rifugio nelle campagne nei pressi di Turi. Suo padre Ottavio fu anche il primo della sua famiglia a diventare senatore; fu pretore nel 61 ed ebbe poi l’incarico di governare la Macedonia; nel 59, sulla via del ritorno, improvvisamente morì a Nola, lasciando tre figli: Ottavia Maggiore, Ottavia Minore e il piccolo Gaio Ottavio, che allora aveva solo quattro anni.

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Ritratto giovanile di Ottaviano, proveniente dalla collezione privata di Giacomo Astolfo Motta

Sua madre, Azia, era figlia di Marco Azio Balbo e di Giulia minore, una sorella di Giulio Cesare. Azia per spiegare il ruolo da predestinato di suo figlio, era solita raccontare che un giorno, trovandosi nel tempio di Apollo, si era addormentata ed aveva sognato di congiungersi con un drago; risvegliatasi, si accorse di avere sul corpo una macchia a forma si serpente e nove mesi dopo nacque Ottavio. Dopo la morte del primo marito, si risposò con Lucio Marcio Filippo, il console del 56 che, da patrigno, non fece mancare il suo contributo all’educazione di Ottavio. A dodici anni, il piccolo Ottavio, davanti al popolo riunito, pronunciò l’elogio funebre di sua nonna Giulia minore, presso la quale aveva vissuto dopo la morte del padre, e a sedici anni indossò la toga virile.

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Busto di giovane Ottaviano, Musei Vaticani

Giulio Cesare, che non aveva figli maschi, aveva come eredi, oltre al giovane Gaio Ottavio, anche Lucio Pinario e Quinto Pedio, i figli dell’altra sorella Giulia maggiore. Non sappiamo quando Cesare maturò l’idea di adottare Gaio Ottavio. Sappiamo però che Cesare lo avrebbe voluto al suo seguito già nella campagna africana contro i pompeiani nel 47-46, ma Azia si oppose in virtù della giovane età e della salute malferma del ragazzo. Tuttavia, Ottavio raggiunse poco dopo lo zio in Spagna, dove nel marzo del 45 Cesare sconfisse i figli di Pompeo a Munda.

Tornato a Roma, Ottavio fu inviato da Cesare ad Apollonia, in Epiro, per completare i suoi studi presso il retore Apollodoro di Pergamo. Si trovava ancora ad Apollonia, insieme al suo amico Marco Vipsanio Agrippa, quando il 20 marzo del 44 venne informato che Giulio Cesare era stato assassinato e che nel testamento era stato nominato suo erede insieme agli altri due nipoti Lucio Pinario e Quinto Pedio; ma soprattutto, che era stato adottato dal defunto dittatore. Con l’adozione, il giovane Ottavio mutò il suo nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Da quel momento, iniziò la sua ascesa politica.

Morte di Virgilio (21 settembre 19 a.C.)

Il 21 settembre del 19 a.C., Publio Virgilio Marone, moriva a Brindisi. Virgilio (Publius Vergilius Maro) stava tornando da un soggiorno in Grecia, dove si era recato per completare l’Eneide; sulla via del ritorno, si era aggregato ad Augusto, che tornava da un viaggio in Oriente. Si era ammalato durante una visita a Megara, in Attica, e le sue condizioni si erano aggravate durante la navigazione. Fermatosi a Brindisi, la morte pose fine alla sua esistenza.

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Mosaico raffigurante Virgilio tra le Muse, III secolo d.C., proveniente da Hadrumetum, Museo del Bardo, Tunisi

Fu sepolto a Napoli, che era la sua località di soggiorno preferita e dove frequentava i circoli epicurei. Sul suo sepolcro, sulla via di Pozzuoli, venne incisa questa epigrafe con il suo epitaffio, che secondo la tradizione sarebbe stato dettato dal poeta stesso:

Mantova mi ha generato, la Puglia mi ha strappato la vita e ora sono sepolto a Napoli; ho cantato i pascoli, i campi, i condottieri

Nell’epitaffio, si ricordano le sue opere maggiori: le Bucoliche (i pascoli), le Georgiche (i campi) e l’Eneide (i condottieri).

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Virgilio legge l’Eneide ad Augusto ed Ottavia, Jean Auguste Dominique Ingres, 1811, Musée des Augustins

Nel testamento, lasciò eredi del suo patrimonio per metà Valerio Proculo, il fratello per parte di madre, per un quarto Augusto, per il resto Mecenate, Lucio Vario e Plozio Tucca. A Vario e Tucca affidò il manoscritto dell’Eneide, chiedendo che lo dessero alle fiamme perché il poema non era ancora completo. Augusto invece ne ordinò la pubblicazione, che fu curata da Vario e avvenne tra il 18 e il 17. Del resto, alcune parti del poema erano già state lette in pubblico, nella cerchia di Mecenate e alla corte di Augusto. Celebre l’episodio di Ottavia che svenne ascoltando i versi in memoria del figlio Marcello, morto prematuramente nel 23 a.C.

Virgilio era nato il 15 ottobre del 70 ad Andes, una località nei pressi di Mantova, identificata nel Medioevo con Piètole, ma senza attuali certezze.

Il brodo nero degli Spartani

Sparta, la grande rivale di Atene, era anticamente famosa per la frugalità dei costumi dei suoi abitanti. Gli Spartani maschi erano obbligati a consumare i loro pasti in una mensa comune. Questi pasti quotidiani venivano chiamati “sissizi” e le loro spese erano ripartite in parti uguali fra i partecipanti. Ogni commensale doveva fornire la sua quota-parte mensile, che comprendeva orzo, vino, formaggio e fichi. Chi non poteva pagare la propria parte, cessava di essere cittadino a pieno titolo.

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Il piatto tradizionale spartano era il brodo nero (μέλας ζωμός). Si trattava di una specie di zuppa, preparata con uno spezzatino di carne e sangue di maiale, aceto e sale, famosa per la sgradevolezza del suo sapore. Si raccontava che gli stranieri che avevano avuto modo di assaggiarlo, dicevano scherzando di aver capito perché gli Spartani non avevano timore della morte.

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Plutarco riferisce che un re del Ponto aveva assoldato un cuoco spartano per farsi preparare il brodo nero, ma che, dopo averlo assaggiato, ne fosse rimasto disgustato. Il cuoco gli aveva allora risposto: “Re, questo cibo va mangiato dopo un bagno nell’Eurota“, che era il fiume di Sparta, lasciando intendere che solo gli Spartani potevano apprezzarlo. Sempre Plutarco infatti scrive che gli anziani della città si saziavano versandosi il brodo e preferivano addirittura lasciare la carne ai più giovani.

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Nel 479 a.C., subito dopo la vittoria contro i Persiani a Platea, il comandante e reggente spartano Pausania entrò nell’accampamento nemico. Giunto nella lussuosa tenda di Mardonio, il comandante nemico morto in battaglia, ordinò ai cuochi persiani di preparargli un pasto degno del loro re Serse. Quando essi ebbero finito e il pasto fu pronto, fece preparare un secondo pasto alla maniera spartana e invitò gli altri comandanti greci ad assaggiarli per constatare la differenza. Quindi, ridendo, disse: “Uomini di Grecia, volevo mostrarvi la stupidità dei Medi, che pur potendo godere di tali prelibatezze, sono venuti da noi per portarci via la nostra misera cena“.
Ateneo, scrivendo alla fine del II secolo d.C., individuava, quale segno della inarrestabile decadenza di Sparta, il fatto che i cuochi, intenti a elaborare pasti raffinati, non erano più in grado di preparare il leggendario brodo nero.

Nascita di Antonino Pio (19 settembre 86)

Il 19 settembre dell’86 d.C. nasceva a Lanuvium Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino, in seguito conosciuto come Antonino Pio. La sua famiglia era originaria di Nîmes (Nemausus) e vantava antenati illustri, come i nonni Tito Aurelio Fulvo e Arrio Antonino, entrambi consoli. Anche suo padre, come il nonno, si chiamava Tito Aurelio Fulvo e rivestì la dignità consolare, mentre sua madre fu Arria Fadilla, di illustre famiglia.

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Statua di Antonino Pio, proveniente da Terracina, Palazzo Massimo, Roma

Antonino trascorse gli anni della giovinezza a Lorium, lungo la via Aurelia, nell’Etruria meridionale, non lontano da Roma e, dopo la morte del padre, i nonni Aurelio Fulvo e Arrio Antonino si occuparono della sua educazione, che gli consentì di possedere una grande cultura letteraria e una notevole abilità oratoria. Gli anni felici trascorsi nella pace di Lorium rimasero indelebilmente impressi nella memoria di Antonino, che in seguito vi fece costruire un palazzo i cui resti erano ancora visibili nel IV secolo. Intorno ai vent’anni sposò Annia Galeria Faustina (Faustina Maggiore), figlia di Marco Annio Vero, il nonno di Marco Aurelio, da cui ebbe quattro figli.

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Ritratto di Antonino Pio, Metropolitan Museum, New York

Successe al padre adottivo Adriano, morto il 10 luglio del 138 e fu un attento amministratore, garantendo all’impero un lungo periodo di pace. Tra i vari motivi per cui ebbe l’appellativo di “Pio”, si ricordano la pietas che dimostrò verso Adriano nel volerne la divinizzazione nonostante la resistenza del Senato e la sospensione dell’esecuzione delle condanne a morte ordinate da Adriano nei suoi ultimi mesi di vita. Poche le imprese militari durante il suo regno, tra cui la riconquista dei Lowlands scozzesi ad opera di Quinto Lollio Urbico, governatore della Britannia dal 139 al 145, che portò alla costruzione del Vallo Antonino come nuova barriera di confine dall’estuario del Forth a quello del Clyde. Dal suo matrimonio con Faustina Maggiore ebbe due figli maschi e due femmine, di cui solo Faustina Minore gli sopravvisse. Morì il 7 marzo del 161 d.C., nel suo amato palazzo di Lorium, lasciando l’impero nelle capaci mani dei figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero. Fu sepolto nel mausoleo di Adriano.

Morte di Domiziano (18 settembre 96)

Il 18 settembre del 96 d.C. moriva Domiziano, in seguito a una congiura di palazzo, finalizzata a nominare princeps il vecchio e stimato senatore Cocceio Nerva, e nella quale era forse implicata anche Domizia Longina, la moglie stessa dell’imperatore. Domiziano fu ucciso da un liberto di Domitilla, vedova del cugino Tito Flavio Clemente, da lui fatto uccidere nel 95 con l’accusa di empietà.

Fin da quando era adolescente, gli indovini gli avevano predetto a Domiziano quale sarebbe stata la data e l’ora della sua fine e che la sua morte sarebbe stata causata dal ferro. Si narrava che suo padre Vespasiano lo avesse deriso in pubblico perché una volta, a tavola, si era rifiutato di mangiare i funghi, e gli avesse ricordato che nel suo destino era scritto che si sarebbe invece dovuto guardare dal ferro.

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Busto di Domiziano,  Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Approssimandosi la data fatale, Domiziano diventava sempre più sospettoso e nervoso. Fece uccidere l’astrologo Ascletarione e mettere a morte il cancelliere Epafrodito, per la sola colpa che tanti anni prima aveva aiutato Nerone ad uccidersi. Il terrore non risparmiava, ormai, neppure i suoi familiari. Suo cugino Flavio Clemente, appena deposta la carica di console, venne fatto giustiziare con l’accusa di empietà, forse perché convertitosi all’Ebraismo o addirittura al Cristianesimo. Quest’ultimo delitto convinse i congiurati ad agire al più presto, prima che la furia omicida di Domiziano si abbattesse anche su di loro. 

Tra i segni che ne preannunciarono la morte, nei mesi precedenti dei fulmini colpirono il Campidoglio, il Tempio della Gens Flavia, il Palazzo imperiale e anche la sua camera da letto; una tempesta strappò dal piedistallo di una sua statua la targa con l’iscrizione e la gettò su di una tomba vicina. Inoltre, Domiziano sognò che Minerva, di cui era tanto devoto da tenerne una statua in camera da letto, fosse uscita dal suo sacrario, dicendo di non poterlo più proteggere, perché Giove l’aveva disarmata.

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Ritratto di Domiziano, Metropolitan Museum, New York

La vigilia del giorno in cui morì, essendogli stati portati dei tartufi, li rifiutò, dando ordine di conservarli per il giorno successivo, dicendo ai commensali: “Se potrò mangiarli, perché domani la Luna sarà nell’Acquario e farà accadere un fatto di sangue di cui parleranno gli uomini su tutta la terra“.

La mattina seguente, ascoltò e condannò a morte l’aruspice Largino Proclo, inviatogli dal governatore della Germania perché aveva predetto che Domiziano sarebbe morto il 18 settembre. L’esecuzione fu rinviata perché Proclo morisse dopo che Domiziano avesse superato la data fatale senza problemi. Poi, essendogli uscito del sangue per essersi grattato con troppa forza la fronte, esclamò: “Voglia il cielo che questo sia sufficiente“. Alla fine, avendo chiesto l’ora, gli fu risposto falsamente che era la sesta, invece dell’ora quinta che temeva. Allora, convinto che il pericolo fosse passato, si dedicò alle cure del corpo, quando fu interrotto dal cubiculario Partenio, che gli annunciò la presenza di un visitatore per qualcosa di molto importante che non poteva essere rimandato. Allora, dopo aver allontanato tutti, Domiziano si ritirò in camera da letto e qui fu ucciso.

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Ritratto di Domizia Longina, Museo di Santa Giulia, Brescia

Domiziano non aveva idea dell’ampiezza della congiura che era stata ordita ai suoi danni, e di cui facevano parte molte persone che avevano fondate ragioni di temere per la loro vita: sua moglie Domizia, numerosi senatori, i comandanti delle truppe stanziate in Germania, i prefetti del pretorio Norbano e Petronio Secondo, i cubiculari Partenio e Sigerio, il liberto Stefano, il segretario a libellis ¹ Entello.  I congiurati non volevano muoversi finché non fosse stato stabilito chi sarebbe stato il successore. Dopo vari contatti andati a vuoto, il senatore Cocceio Nerva diede il suo assenso ad essere proclamato princeps. Stabilito il giorno dell’azione, Partenio, il cubiculario ², tolse la lama dal pugnale che Domiziano teneva sempre sotto il cuscino in camera da letto, in modo che non potesse utilizzarlo.

Il visitatore misterioso, annunciato da Partenio era infatti Stefano, il procuratore di Domitilla, figlia della sorella di Domiziano e fresca vedova di Flavio Clemente. Stefano, col pretesto di denunciare una congiura, fu introdotto nella camera da letto di Domiziano. Da giorni si era fasciato con bende di lana un braccio, fingendo di essere ferito; sotto la fasciatura celava invece un coltello. Mentre Domiziano leggeva la lettera di denuncia, Stefano estrasse il pugnale e lo colpì all’inguine; il princeps cercò sotto il cuscino il pugnale che vi teneva ma trovò solo l’elsa; si gettò allora a mani nude su Stefano e, mentre lottavano avvinghiati, Partenio fece intervenire il corniculario ³ Clodiano, Massimo, un liberto di Partenio, Saturo, il capo dei cubiculari e alcuni gladiatori, che lo trafissero altre sette volte. Nella mischia, anche Stefano perse la vita.

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Assassinio di Domiziano, Lazzaro Baldi (1624-1703)

Largino Proclo, grazie alla morte di Domiziano ebbe salva la vita e ricevette quattrocentomila sesterzi da Nerva, che venne proclamato imperatore il giorno stesso. Dione Cassio ricorda infine un curioso episodio; il sapiente neopitagorico Apollonio di Tiana, proprio nel preciso momento in cui Domiziano veniva assassinato, salì su una roccia ad Efeso e, dopo aver arringato la folla, disse queste parole: “Bene Stefano, bravo! Colpisci l’assassino! L’hai colpito, l’hai ferito, l’hai ucciso!” ⁴.

Domiziano venne ucciso il 18 settembre del 96, a quarantacinque anni di età, dopo quindici di regno. Il Senato ne decretò la damnatio memoriae, per cui le sue statue vennero distrutte e il suo nome fu cancellato dalle iscrizioni. Il suo corpo fu trasportato dai becchini in una bara comune. La sua balia Fillide, dopo averne cremato il cadavere nella villa suburbana sulla via Latina, ne portò di nascosto i resti nel Tempio della Gens Flavia e ne mescolò le ceneri con quelle di Giulia, figlia di Tito, che era stata anch’essa allevata da lei.

Note

¹ lo scrinium a libellis era l’addetto alla stesura delle risposte alle domande di varia natura rivolte al principe da privati in forma scritta

² il cubicularius era l’addetto al servizio della camera da letto dell’imperatore

³ il cornicularius era un centurione anziano che portava sull’elmo un piccolo corno in cui venicano inserite piume, crini di cavallo o altri elementi decorativi

⁴ Dione Cassio (Storia Romana, LXVII, 18, 1)