Due busti di epoca romana scoperti in Israele

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L’Autorità per le Antichità israeliane (AIA) ha reso noto ieri che una passante che si trovava a camminare vicino a delle antiche rovine ha scoperto per caso la parte superiore di una statua che ha permesso di consentire il recupero di due busti di epoca romana.

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Si tratta di sculture a grandezza naturale, scolpite in pietra calcarea, e scoperte nella città di Beit Shean, all’inizio di questo mese. I busti, in buono stato di conservazione, rappresentano due uomini e risalirebbero a circa 1.700 anni fa.

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Uno di loro ha la barba e il suo busto è stato scolpito in uno stile orientale, di moda proprio verso la fine dell’epoca romana. Secondo l’AIA, le sculture, rimaste sepolte fino ad oggi, sono tornate ad essere visibili a causa delle recenti piogge torrenziali, che hanno colpito la zona.
I due busti si trovavano a nord del parco nazionale di Beit Shean, nel mezzo delle rovine di una città di epoca romana e poi bizantina.

afp-7d5a8771bd0694f1fad35741fbb12ee1bfcbbbdbI busti di questo tipo venivano solitamente collocati all’interno o vicino alle grotte funerarie e spesso rappresentavano l’immagine del defunto. I busti saranno esposti al pubblico una volta che gli esperti avranno terminato lo studio delle sculture.
(Fonti: timesofisrael.com; lefigaro.fr; http://www.i24news.tv)

Morte di Commodo (31 dicembre 192 d.C.)

Il 31 dicembre 192 d.C. viene assassinato a Roma Lucio Elio Aurelio Commodo. La congiura venne ordita dal prefetto del pretorio Quinto Emilio Leto e dal cubicularius Eclecto, timorosi per la propria sorte in seguito al comportamento sempre più sregolato e sanguinario dell’imperatore, al quale avevano cercato invano di porre un freno. Leto ed Eclecto coinvolsero nel complotto anche la concubina Marcia, che avvelenò il vino servito a Commodo durante il banchetto.

Figlio dell’imperatore filosofo Marco Aurelio, Commodo fu associato al trono nel 177, succedendo al padre nel 180. Il giovane principe non amava la guerra, per cui si risolse subito a concludere una frettolosa pace con i barbari per dedicarsi, una volta tornato a Roma, alla sua passione per i combattimenti gladiatori e con le bestie, esibendosi anche come gladiatore e in prove di forza, e facendosi soprannominare l’Ercole romano.

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Avverso al Senato e da questi odiato, governò sempre in maniera autoritaria. Durante i dodici anni di principato, adottò invece una politica di favore verso la plebe di Roma, con pubbliche elargizioni di denaro e generi alimentari e promulgando un calmiere dei prezzi, oltre ad offrire sontuosi spettacoli nel Circo Massimo e nell’Anfiteatro Flavio. Nonostante la fama di despota, Commodo inaugurò una politica di tolleranza religiosa. Pare infatti che la sua concubina Marcia avesse simpatie per il Cristianesimo e lo avesse indotto a porre fine proprio alle persecuzioni contro i cristiani, che con Commodo godettero di un lungo periodo di pace.

Dopo dodici anni e nove mesi di regno, si era ormai giunti al 31 dicembre del 192; il primo giorno dell’anno successivo, durante le celebrazioni in onore di Giano, i nuovi consoli Erucio Claro e Sosio Falcone avrebbero indossato per la prima volta le insegne annuali della loro cariche. Essi non sapevano, però, che Commodo aveva già deciso di farli uccidere ¹.

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Busto di Commodo, Getty Museum, Malibu

Secondo quanto racconta Erodiano ² Commodo aveva l’intenzione, mentre i festeggiamenti erano al culmine, di presentarsi al popolo di Roma, per officiare il sacrificio in onore di Giano, partendo dalla caserma dei gladiatori anziché, come era costume, dal palazzo imperiale, con le insegne consolari, indossando l’armatura da secutor – in luogo della porpora imperiale – e scortato dagli altri gladiatori. Egli comunicò il suo progetto a Marcia, ma la donna, venendo a conoscenza di un’idea così assurda e indegna, lo supplicò e si gettò ai suoi piedi, chiedendogli tra le lacrime di non fare oltraggio all’impero di Roma, e di non mettersi in pericolo affidandosi a uomini giudicati spregevoli come i gladiatori. Infine, poiché con tutte le sue preghiere non ottenne nulla, se ne andò piangendo.

Commodo comunicò i suoi propositi anche a Emilio Leto, il prefetto del pretorio e ad Eclecto, il cubiculario, incaricandoli di preparare la caserma dei gladiatori affinché egli potesse trascorrervi la notte per uscirne direttamente il giorno dopo, scortato dai suoi occupanti. Ovviamente, anche Leto ed Eclecto cercarono di persuadere Commodo ad evitare questa parata indegna di un imperatore. Commodo, visibilmente irritato, li congedò e si ritirò nelle sue stanze per riposare prima della cena. Là prese un foglio ricavato dalla scorza di tiglio e iniziò a scrivere una lista di persone che voleva far uccidere quella notte:

“Il primo nome era quello di Marcia; subito dopo venivano Leto ed Eclecto, quindi molti dei senatori più eminenti” ³.

Dopo aver compilato l’elenco, Commodo lo lasciò imprudentemente sul letto, pensando che nessuno si sarebbe introdotto nella sua camera senza il suo permesso, e si recò a fare le consuete abluzioni. Tuttavia, tra i romani amanti del lusso era di moda avere degli schiavi bambini, liberi di girare nudi per la casa, coperti solo d’oro e di gemme preziose. Commodo non era da meno e ne teneva uno presso di sé, chiamato Filocommodo, con allusione alla predilezione dell’imperatore per lui. Commodo lo adorava così tanto che spesso lo teneva a dormire con sé. Filocommodo entrò nella camera che ben conosceva per averci trascorso tante notti e prese il foglio abbandonato sul letto con l’intenzione di giocarci, come farebbero tutti i bambini; quindi uscì dalla stanza. Il destino volle che il piccolo Filocommodo incontrasse Marcia, che gli era ugualmente affezionata. Marcia gli si fece incontro per abbracciarlo e baciarlo, ma gli tolse il foglio per evitare che il bambino distruggesse qualcosa di importante; riconobbe però la scrittura di Commodo e le venne la curiosità di leggerlo. Fin dalle prime righe il sangue le si ghiacciò nelle vene; Marcia stava leggendo la sua condanna a morte: lei sarebbe morta per prima, seguita da Leto ed Eclecto e da molti altri. Questa era la ricompensa che Commodo le riservava, dopo tanti anni in cui gli era stata lealmente accanto e ne aveva sopportato le bizzarrie.

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Busto di Commodo, Museo Archeologico dei Campi Flegrei, Baia

Furiosa, Marcia mandò a chiamare il cubiculario Eclecto, con cui aveva grande familiarità; si vociferava anzi che ne fosse anche l’amante, ed infatti lo sposò dopo la morte di Commodo. Eclecto era egiziano, di temperamento sanguigno e pronto a decidere ed agire; mise il suo sigillo sul foglio e lo inviò, tramite un uomo fidato, a Leto affinché lo leggesse. I tre si riunirono prontamente, fingendo di occuparsi dei preparativi riguardanti la caserma dei gladiatori, ma risoluti ad agire prima che la vendetta di Commodo li colpisse. Decisero di usare il veleno, perché Marcia, in quanto concubina prediletta, era solita riempire e offrire a Commodo la prima coppa di vino.

Quando Commodo tornò dai bagni, Marcia gli versò il veleno in una coppa di vino profumato, che l’imperatore, assetato per gli esercizi fisici e le abluzioni, bevve tutto d’un fiato. Poi, credendo di sentirsi spossato dal vino e dalla fatica, come spesso faceva, Commodo si ritirò a riposare nelle sue stanze. Più tardi, il veleno gli provocò un forte senso di nausea; appesantito dal pasto e dal vino ingerito, chiese ai servitori di aiutarlo a vomitare, salvandosi così fortunosamente dall’avvelenamento. A quel punto, Commodo iniziò a sospettare di essere stato avvelenato e iniziò a proferire violente minacce. I congiurati, temendo che Commodo si fosse liberato, vomitando, dal veleno in corpo e si riprendesse, mandarono a chiamare un giovane e robusto lottatore di nome Narcisso, istruttore personale dell’imperatore, e lo convinsero, dietro lauto compenso, a finire l’opera. Narcisso entrò nella stanza e, trovando Commodo stordito dall’ubriachezza e dal veleno, lo strangolò quella sera stessa senza difficoltà, mentre si trovava ancora in bagno. Commodo moriva così all’età di trentuno anni e quattro mesi e con lui finiva la dinastia degli Antonini e il secolo d’oro dell’impero. Il Senato ne decretò subito la damnatio memoriae, ordinando e l’abbattimento delle statue dell’imperatore e la cancellazione del suo nome dagli edifici. Il Senato avrebbe voluto anche che, come tutti i criminali, il corpo di Commodo fosse trascinato con un uncino e gettato nel Tevere, ma il suo successore Pertinace lo fece seppellire nel mausoleo di Adriano, dove riposavano i suoi predecessori ⁴.

“Tale fine ebbe Commodo che, dopo esser succeduto al padre, aveva regnato tredici anni. Egli era più nobile per sangue di tutti i suoi predecessori, era l’uomo più bello e più proporzionato del suo tempo e, se dobbiamo ricordare anche il suo valore, non era secondo a nessuno in destrezza e abilità: ma, come si è detto, sciupò tutti questi pregi con i suoi turpi costumi” ⁵.

Restarono in vita, della casata di Marco Aurelio, tre sorelle di Commodo: Vibia Aurelia Sabina, Cornificia e Arria Fadilla ⁶. Pochi anni dopo, nel 197, Commodo fu addirittura divinizzato da Settimio Severo, che si autoproclamò figlio di Marco Aurelio ⁷.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LXXII, 22, 2)

² Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, I, 16, 2)

³ Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, I, 17, 2)

⁴ Historia Augusta (Vita di Commodo, 17, 4)

⁵ Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, I, 17, 12)

⁶ Historia Augusta (Vita di Commodo, 17, 12)

⁷ Cassio Dione (Storia Romana, LXXV, 7, 4)

Il mosaico di Orione a Pompei

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È stata finalmente resa nota un’immagine intera del mosaico recentemente scoperto durante gli scavi a Pompei, nella Regio V, all’interno della Casa di Giove. Quello che all’inizio era stato descritto come un mosaico di “grande qualità artistica e con raffigurazioni straordinarie, prive, finora, di precisi confronti e che, a un primo esame, sembrano riferirsi a miti poco rappresentati, probabilmente di carattere astrologico”, sembra ora aver svelato il suo segreto.

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Si tratterebbe infatti di un “catasterismo”, cioè della collocazione di un dio o di un eroe tra le stelle, sotto forma di costellazione. Nel caso specifico, tutto lascerebbe supporre che si tratti di Orione.
Orione era un gigantesco e bellissimo cacciatore, per alcuni figlio di Poseidone ed Euriale, per altri del re Irieo e di Enopione. Durante la sua movimentata vita venne anche accecato per vendetta ma riacquistò la vista grazie all’intervento di Elios, il sole. Molteplici sono i miti che narrano della morte di Orione, alcuni dei quali, come raffigurato nel mosaico in questione, coinvolgono uno scorpione. In uno di questi, Orione finì per attirare le attenzioni e l’amore di Artemide, cui l’accomunava la passione per la caccia. Purtroppo Apollo, geloso di sua sorella Artemide, indusse la Madre Terra a scatenare un terribile scorpione contro Orione. Orione non riuscì a difendersi dall’invulnerabile scorpione né con le frecce, né con la spada, e fu infine costretto a gettarsi in mare per dirigersi a nuoto verso l’isola Ortigia, dove sperava di ottenere protezione. Tuttavia Apollo non aveva ancora concluso la sua trama; convinse con l’inganno Artemide a scagliare una delle sue infallibili frecce verso il bersaglio che si avvicinava nuotando verso l’isola a lui sacra. Artemide centrò in pieno la testa dello sventurato Orione, salvo poi disperarsi quando riconobbe il suo amato cacciatore. Asclepio, figlio di Apollo, che aveva acconsentito a ridonare la vita ad Orione su richiesta di Artemide, non poté completare l’opera perché ucciso da Zeus con una folgore, come punizione per aver violato le leggi della natura. In un altro mito, fu invece proprio il veleno dello scorpione a causare la morte di Orione.

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Comunque sia, alla disperata Artemide non restò che accogliere Orione tra le stelle, nella costellazione che da lui prende il nome, non a caso sempre inseguita nel cielo stellato, a debita distanza, da quella dello Scorpione, che sorge quando Orione tramonta. Nell’iconografia, Orione veniva spesso rappresentato come un gigante, con una spada, una mazza, una cintura e una pelle di leone.

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Proprio la spada alla cintura, oltre allo scorpione, ha consentito di identificare il personaggio rappresentato nel mosaico con Orione. Singolari sono le ali da farfalla che consentono al gigantesco cacciatore di ascendere al cielo.

Larentalia (23 dicembre)

Nel calendario romano, il 23 dicembre, ultimo giorno dei Saturnali, si teneva il rito dei Larentalia, che consisteva nello svolgimento di sacrifici tipici dei defunti (parentationes) offerti presso la tomba di Acca Larentia, al Velabro. Acca Larentia, conosciuta anche come Larunda e Larenta, era una entità che era divenuta sfuggente, nel corso dei secoli, già agli stessi Romani. Infatti, tutte le figure particolarmente originali della più antica mitologia romana, che non erano state assimilate alle divinità greche, sopravvivevano ormai solo in riti sempre meno comprensibili ai romani stessi.

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Una cosa era però certa: Larenzia non era una dea ma una donna mortale, protagonista di due diverse leggende. Nella prima, Larenzia era una cortigiana che durante il regno di Anco Marzio, in seguito a una scommessa ai dadi persa dal custode del tempio di Ercole contro il dio stesso, fu costretta a passare una notte nel santuario. Durante la notte, Larenzia sognò Ercole che la possedeva e le profetizzava che avrebbe incontrato un uomo il giorno successivo. Uscita dal tempio l’indomani, Larenzia incontrò realmente un uomo ricchissimo, giovane o vecchio a seconda delle fonti, che in seguito la sposò e la lasciò erede di un’ingente fortuna in proprietà terriere. Quando Larenzia morì a sua volta, lasciò tutto in eredità al popolo romano, che da allora, come ringraziamento ogni 23 dicembre offriva libagioni sulla sua tomba.

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Acca Larentia di Jacopo della Quercia

Nella seconda leggenda, Acca Larentia è invece la moglie del pastore Faustolo, che pare esercitasse anche il mestiere di prostituta. Quando Faustolo trovò i gemelli, li portò a sua moglie, che divenne così la nutrice di Romolo e Remo.
Secondo Gellio ¹, il rito funerario al Velabro veniva officiato dal flamine di Quirino, per il suo stretto rapporto con Romolo, o comunque da un flamine secondo Plutarco ² e Macrobio ³; Cicerone ⁴ parla invece di una cerimonia celebrata dai pontefici e Varrone ⁵ di generici sacerdoti . Nulla vieta, in realtà, che entrambe le tipologie sacerdotali fossero presenti durante la cerimonia, come avveniva in altri riti, per esempio, la Confarreatio e il sacrificio dell’Equus October.

NOTE

¹ Gellio (Noctes Atticae VII, 7, 7)

² Plutarco (Rom. 4, 7)

³ Macrobio (Saturnalia, I, 10, 15)

⁴ Cicerone (Ep. ad Brutum, I, 15, 8)

⁵ Varrone (Lingua Latina, VI, 23)

Anello d’oro con Vittoria trovato in Inghilterra

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Ad agosto, in un campo nei pressi di Crewkerne nel Somerset, in Inghilterra, Jason Massey, un cercatore di tesori, usando il suo metal detector, ha fatto una sensazionale scoperta. Si tratta di un anello con sigillo d’oro risalente a circa 1,800 anni fa, sul quale è raffigurata la dea romana della Vittoria.
Massey ha rinvenuto l’anello, insieme a circa sessanta monete, in un sito che si ritiene ospitasse una importante villa romana.
L’anello, per la sua notevole fattura, non poteva che appartenere ad un personaggio di rango elevato e rappresenta una delle scoperte archeologiche più importanti mai effettuate nel Somerset.

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L’anello è già stato consegnato agli esperti del British Museum, a Londra, che, da una prima sommaria analisi, lo hanno datato al III secolo d.C.; la dea della Vittoria è raffigurata, come al solito, con la veste fluente, alata e alla guida di un carro, trainato da due cavalli.
A Roma, il tempo della Vittoria (Aedes Victoriae), dedicato nel 294 a.C., si trovava sul Palatino, mentre una statua d’oro massiccio della Vittoria, donata ai romani dall’alleato Gerone II di Siracusa (308-215), era custodita nel tempio di Giove, sul Campidoglio.

Come previsto dalla legge inglese, Massey e il proprietario del campo si divideranno in parti uguali il ricavato della vendita dell’anello, quando gli esperti del British Museum ne avranno determinato il valore.
(Fonte: dailymail.co.uk)

Angeronalia (21 dicembre)

Il 21 dicembre, nel giorno del solstizio d’inverno, si teneva la festa dei Divalia o Angeronalia, dedicata all’antica dea Angerona, le cui prerogative erano col tempo diventate oscure anche agli eruditi latini. Si ritiene ora che alla dea Angerona fosse affidato il superamento degli “angusti dies“, i giorni più corti dell’anno, in cui l’oscurità della notte prevaleva sulla luce del sole. Proprio per questo motivo, la festa dei Divalia o Angeronalia, si celebrava nel giorno del solstizio d’inverno, per consentire alla dea Angerona di assicurare il superamento di questo periodo critico dell’anno e la rinascita dell’astro solare uscito vincitore sulle tenebre.

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Nel giorno del solstizio d’inverno, per tenere lontane le pene e i dolori ¹, i pontefici offrivano alla dea un sacrificio nella curia Acculeia o nel sacello di Volupia, la dea del piacere, vicino alla Porta Romanula, una delle porte interne di Roma, sul fronte settentrionale del Palatino. In questa cappella, si trovava una statua di Angerona, con la bocca bendata e, forse, con il dito sulle labbra nel gesto di imporre il silenzio. Quest’ultima caratteristica, contribuì a fare di Angerona, in concorrenza con Giove, Lua e Opi Consivia, una candidata al titolo di dea tutelare di Roma, il cui nome doveva restare segreto per il timore che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta.

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Plinio il Vecchio, infatti, riteneva che il sacrificio ad Angerona fosse stato istituito proprio in espiazione del sacrilegio commesso da Valerio Sorano ², un esperto erudito e tribuno della plebe che nell’82 a.C. rivelò a qualcuno, per ragioni sconosciute, il nome segreto di Roma o quello della sua divinità tutelare e che, a causa di questa colpa, fu fatto uccidere.

NOTE

¹ Macrobio (Saturnalia, I, 10)

² Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, III, 9)

Opalia (19 dicembre)

Durante i festeggiamenti per i Saturnalia, dopo la fine della semina e l’immagazzinamento del raccolto nei silos ¹, il 19 dicembre i Romani celebravano le Opalia, la festa di Opi (Ops), dea dell’opulenza e dell’abbondanza agricola, connessa con la madre terra, da cui derivava ogni umana agiatezza, ed associata all’antico dio Conso. Si trattava di una delle due feste annuali in onore di Opi; l’altra, le Opiconsivia, si teneva il 25 agosto, dopo la fine del raccolto. Proprio durante questi giorni, i padroni, in una totale sospensione dell’ordine sociale, servivano a mensa i loro servi e schiavi, e tenevano pronta la tavola imbandita per chiunque si presentasse in casa loro.
Secondo Varrone, il culto di Opi, a conferma della sua antichità, venne tradizionalmente introdotto a Roma dal re sabino Tito Tazio, quando regnava insieme a Romolo ².

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Livia Drusilla come Ops (I secolo a.C.), Museo del Louvre

Ad Opi furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l’altro nella Regia che si trovava nel Foro, dove c’era una cappella (Sacrarium Opis) in cui potevano entrare solo le Vestali e il Pontefice Massimo e dove, secondo la testimonianza di Festo ³, era custodito un particolare tipo di vaso che veniva utilizzato nei riti effettuati nel sacrario.

Secondo una tradizione riportata da Macrobio ⁴, Opi Consivia era una delle figure divine che potevano essere identificate con la divinità tutelare di Roma, il cui nome doveva restare segreto per impedire che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta, con il temibile rito dell’evocatio.

Come abbiamo detto, in origine, Opi aveva uno stretto legame con il dio Conso, protettore del grano immagazzinato. Un frequente appellativo di Opi era Consivia, proprio perché associata al dio Conso, le cui feste erano seguite, dopo quattro giorni, proprio da quelle di Opi. Venivano offerti sacrifici in onore di Opi, venerata con l’epiteto di Opifera, anche durante le Volcanalia del 23 agosto.

La successiva interpretazione greca di Opi come Rhea, ne farà la sposa di Saturno, altro antico dio agricolo, assimilato in maniera decisamente forzata al greco Kronos. Del tutto naturale, a quel punto, che le Opalia dedicate a Opi si svolgessero durante i Saturnalia, in onore del suo sposo Saturno. Opi veniva in genere iconograficamente rappresentata insieme ai suoi simboli: la cornucopia e le spighe di grano.

NOTE

¹ Il 15 dicembre si celebravano i Consualia in onore del dio Conso, protettore del raccolto immagazzinato.

² Varrone (De lingua latina, V, 74)

³ Festo (p. 354 Lindsay)

⁴ Macrobio (Saturnalia, III, 9, 4)

Statuetta di Cernunno rinvenuta in Inghilterra

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Una statuetta risalente al II secolo d.C., raffigurante il dio celtico della fertilità, è stata scoperta in un un antico insediamento romano trovato in una fattoria nel Cambridgeshire, in Inghilterra. La scoperta dimostra lo stretto legame che si creò tra gli antichi abitanti della Britannia e i legionari durante l’occupazione dell’isola tra il 100 e il 150 d.C., e che portò i Romani ad accettare ed abbracciare anche il culto degli dei celtici.

7328982-6487471-image-a-9_1544617555987La statuetta, di fattura romana e alta 5 cm, è senza volto e tiene in mano un torque, il girocollo che rappresenta Cernunno, il dio celtico della natura, della vita, della fertilità e dell’oltretomba.
Raffigurazioni simili di Cernunno sono state trovate scolpite in pietra, ma questa è l’unica statuina in metallo che sia stata rinvenuta in Britannia. Il sito nel quale è stata rinvenuta era al centro di una importante rete commerciale. Durante gli scavi, sono stati rinvenuti più di trecento oggetti di metallo, tra cui monete, finimenti per cavalli, chiavi, la punta di una lancia, la testa di un’ascia, spille e un anello.

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(Fonti: dailymail.co.uk; mirror.co.uk)

Il rapimento di Persefone

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Ade, fratello di Zeus e Poseidone, era il signore degli Inferi, un sovrano però senza consorte. Desideroso di una compagnia femminile che rischiarasse le tenebre del suo palazzo, Ade si innamorò della bella Persefone, figlia di sua sorella Demetra, dea delle messi e dell’agricoltura. Con il tacito consenso di Zeus, Ade decise di rapire Persefone, che si chiamava anche Kore, il cui nome significa “vergine” o “fanciulla”. Un giorno, mentre era intenta a raccogliere fiori in compagnia delle Oceanine e di sua madre Demetra, Persefone si allontanò per cogliere un narciso.

Improvvisamente, una voragine si aprì sotto i suoi piedi; Ade afferrò al volo la fanciulla e, col suo carro trainato da cavalli immortali, la trascinò via nelle viscere della terra. Solo Ecate udì le sue grida disperate, ma senza riuscire a vedere cosa fosse accaduto. All’oscuro di tutto, Demetra cercò disperatamente Persefone sulla terra per nove giorni e nove notti, senza mangiare né bere. Il decimo giorno, con l’aiuto di Ecate, Demetra si recò da Elios, il Sole, che vede e sorveglia tutte le azioni di uomini e dèi. Elios le svelò il rapimento di Persefone ad opera di Ade e con la segreta complicità di Zeus. Furiosa con Zeus, Demetra fece sapere al sovrano degli dèi che non sarebbe più tornata sull’Olimpo e non avrebbe permesso alla terra di produrre i suoi frutti finché non le fosse stata restituita Persefone.

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Preoccupato per il futuro del genere umano, minacciato dalla sterilità dei campi, decise di inviare Ermes da Ade per convincerlo a restituire la fanciulla alla madre. Ade infine acconsentì; Persefone sarebbe potuta tornare nel mondo dei vivi a patto che nel regno dei morti non avesse assaggiato alcun cibo. Purtroppo, poco prima di essere liberata, Persefone era stata indotta con l’inganno da Ade a mangiare alcuni semi di melagrana, per vanificare così le speranze di Demetra. Solo grazie alla mediazione di Rea, madre di Ade, Demetra e Zeus, si addivenne infine ad un accordo: Persefone avrebbe trascorso nove mesi all’anno con sua madre Demetra e i tre mesi restanti con Ade, come regina del Tartaro. Ecate si assunse il compito di far rispettare l’accordo. La terra riprese a dare i suoi frutti e ogni anno Persefone torna sulla terra con la primavera per allontanarsene alla fine dell’autunno. A Roma, Demetra venne in seguito assimilata a Cerere e Persefone a Proserpina. Nelle foto, il momento del rapimento, immortalato con sublime maestria nel Ratto di Proserpina da Gian Lorenzo Bernini, tra il 1621 e il 1622 ed esposto nella Galleria Borghese di Roma.

11 dicembre: Agonalia dedicati a Sol Indiges

L’11 dicembre è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva altre tre volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte, e il 21 maggio a Veiove (Veiovis).

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Gli Agonalia dell’11 dicembre erano invece dedicati a Sol Indiges, antica divinità italica regolatrice delle stagioni e dei mesi. In età regia, i festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un ariete dal manto nero ad opera del re; in età repubblicana, il sacrificio veniva officiato da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un chiaro indizio dell’origine arcaica di questa festa.

La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio. Sol Indiges, il cui epiteto è tuttora oscuro, era ovviamente una divinità solare, venerata anche a Lanuvio, dove il santuario del dio sorgeva proprio nel luogo del mitico sbarco di Enea. Varrone attribuisce a Tito Tazio l’introduzione del culto di Sol Indiges a Roma ¹, e quindi ad un’epoca molto arcaica. Il santuario di Sol Indiges si trovava sul Quirinale, di fianco al tempio di Quirino. Pare anche, secondo quanto ci dice Festo, che la gens Aurelia, originaria della Sabina, si chiamasse in origine Auselia (prima del rotacismo della esse in erre) proprio dal nome del sole, che in sabino si dice “ausel” e ne celebrasse privatamente i riti sempre sul Quirinale, in un terreno concesso a spese dello stato per celebrarvi i sacrifici al Sole ². Il nome “ausel” è poi riconducibile ad Usil, il dio etrusco del sole.

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Usil, dio etrusco del sole

Il culto repubblicano di Sol Indiges, di origine italica, ebbe comunque sempre un’importanza secondaria e non va confuso con quello molto più tardo di Sol Invictus, portato a Roma una prima volta da Emesa, in Siria, dopo il 218 d.C. da Elagabalo, sotto la forma di una grossa pietra nera di probabile origine meteorica, e definitivamente da Aureliano nel 274, dopo la conquista di Palmira ³. Aureliano fece anche portare a Roma e posizionare nel monumentale tempio di Sol Invictus le statue degli dèi siriaci Bêl e Helios, il cui culto fu affidato ai pontefici del Sole, parificati nel rango ai più antichi pontefici romani. Onorato con splendidi giochi che si tenevano ogni quattro anni, il culto di Sol Invictus (l’invincibile), identificato con Mithra, il cui dies natalis veniva celebrato il 25 dicembre, vide una diffusione capillare nel III secolo d.C.

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Raffigurazione del Sole nel mosaico romano della Casa del Planetario a Italica, Spagna

Accompagnato da titoli come Oriens (colui che sorge) e Comes Augusti (Compagno dell’Augusto), Sol Invictus sarà raffigurato nelle monete, accanto all’imperatore, ancora fino al 324, durante il regno di Costantino, per poi scomparire improvvisamente, travolto dalla svolta religiosa in senso cristiano del sovrano.

NOTE

¹ Varrone (De Lingua Latina, V, 74)

² Festo (p. 120 L)

³ Historia Augusta (Aureliano, 35, 3)