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19 ottobre: Armilustrium (ancilia condere)

A ottobre, con l’inizio del cattivo tempo, si chiudeva la stagione della guerra, che si era invece aperta a Marzo, con l’arrivo della primavera. Per sugellare il ritorno alla vita civile dei soldati, il 19 ottobre si celebrava il rito dell’Armilustrium, la purificazione delle armi contaminate dal sangue dei nemici.

Nella cerimonia di purificazione, che si svolgeva sull’Aventino, in un luogo chiamato anch’esso Armilustrium ¹, i sacrifici venivano officiati da uomini in armi e i riti erano accompagnati dal suono delle tubae, le caratteristiche trombe di guerra.

Il rito era ovviamente dedicato a Marte, il dio della guerra e vedeva la partecipazione dei sacerdoti Salii che, con la loro danza rituale, avrebbero riposto nel Sacrarium Martis gli scudi sacri detti ancilia per celarli alla vista del pubblico fino alla primavera seguente.

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I dodici ancilia venivano custoditi nel Sacrarium Martis, il deposito di oggetti sacri della Regia, dimora del re e adibita, in età repubblicana, alle attività dei pontefici. Per la custodia degli ancilia e per la celebrazione dei riti connessi, Numa istituì un gruppo di dodici Salii Palatini, con sede sul Palatino e sotto la tutela di Marte. In seguito, Tullo Ostilio istituì un secondo gruppo di Salii, detti Collini o Agonensi, con sede sul Quirinale e sotto la tutela di Quirino. I Salii, scelti nelle famiglie patrizie, tenevano i loro riti a Marzo, con l’inizio della stagione della guerra e ad Ottobre, con la sua conclusione.
Nel rito che iniziava il 19 ottobre, indicato nel calendario con l’espressione tecnica “ancilia condere”, i Salii, indossando tuniche rosse, un corto mantello, la spada di bronzo e un copricapo di feltro appuntito, portavano in processione attraverso la città i dodici ancilia. I Salii si fermavano in alcuni luoghi prestabiliti e, battendo i piedi, eseguivano una danza ritmata a tre tempi, chiamata tripudium, in cui compivano un salto ogni tre passi, imbracciando i sacri scudi.

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Il nome dei Salii deriva infatti dal verbo latino “salire”, che significa saltare. Poi, accompagnati dal suono dei flauti, cantavano l’inno detto Carmen Saliare, il cui latino arcaico era a malapena comprensibile alla fine della Repubblica. L’inno era recitato in onore di tutti gli dei e terminava con l’invocazione al leggendario Mamurio Veturio, per ringraziarlo dell’opera prestata nella creazione delle undici copie dell’ancile originale, caduto dal cielo.
Durante la processione, i Salii percuotevano gli scudi con delle lance rituali consacrate a Marte, le “hastae Martiae”, conservate anch’esse nella Regia, ma di cui non conosciamo l’origine.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, VI, 22)

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Equus October (15 ottobre)

In ottobre si chiude il periodo delle campagne belliche, che iniziava in primavera, a marzo. Il 15 del mese di ottobre, alle idi, si svolgeva a Roma una particolare e crudele cerimonia denominata Equus October, il Cavallo d’Ottobre, che affondava le sue radici nell’età regia, e aveva una notevole somiglianza con il rito dell’Aśvamedha, il sacrificio vedico del cavallo che si celebrava in India ¹. Nel Campo Marzio si svolgeva una corsa di bighe, trainate da una coppia di cavalli da guerra. Al termine della corsa, il cavallo del carro vincitore che era aggiogato a destra veniva sacrificato a Marte a colpi di giavellotto, alla presenza del Flamen Martialis. All’animale venivano poi tagliate la testa e la coda.

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Rilievo con corsa di bighe al Circo, III secolo d.C., Musei Vaticani

A quel punto, si apriva una contesa tra gli abitanti di due quartieri: da una parte quelli della Via Sacra e dall’altra quelli della Suburra, che lottavano senza esclusione di colpi per contendersi il possesso della testa. Se vincevano i primi, la testa veniva infissa come un trofeo sulle mura della Regia; se invece vincevano i secondi, era appesa alla Torre Mamilia. La testa del cavallo veniva adornata di pani, perché il sacrificio era simbolicamente effettuato in riconoscenza per la buona riuscita della mietitura passata, il cui frutto era stato immagazzinato e trasformato in pane.

Mentre si svolgeva la contesa per la testa del cavallo, la coda veniva portata di corsa alla Regia, in modo che, prima che si coagulasse, potessero ancora cadere delle gocce di sangue sul focolare.

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Si discute ancora molto sul significato di questo arcaico rituale. Come accadeva quasi sempre, per le feste che avevano origini molto risalenti nel tempo, i romani ad un certo punto della loro storia non comprendevano più il significato originario della cerimonia. Nei fatti, il rito dell’Equus October aveva a che fare sia con l’agricoltura che con la guerra, unificate nella figura di Marte, il cui flamine presiedeva allo svolgimento della cerimonia.

Il sacrificio di un cavallo da guerra è offerto in onore di Marte, che della guerra è il dio. Non deve ingannare la presenza del pane che richiama il buon esito del raccolto. Infatti, in epoca arcaica, la guerra era il mezzo che serviva a garantire la protezione dei campi dalle razzie dei nemici. Era quindi merito di Marte, nella sua funzione difensiva e guerriera, se il raccolto era andato a buon fine.

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Mosaico con cavallo, Museo del Bardo, Tunisi

Grande importanza aveva poi la figura del re; la lotta per il possesso della testa si svolgeva infatti in origine tra la squadra del re (gli uomini della via Sacra, accanto alla Regia) e un gruppo esterno (la gente della Suburra). Al termine della cerimonia, nella migliore delle ipotesi, sia la testa che la coda del cavallo d’ottobre sarebbero finiti nella Regia, a rinsaldare il rapporto tra il re e la funzione guerriera che garantiva la sopravvivenza di Roma.

NOTE

¹ Georges Dumézil (La religione romana arcaica, 2001, p. 205)

Fontinalia (13 ottobre)

Il 13 ottobre di ogni anno si celebrava a Roma la festa pubblica dei Fontinalia, in onore di Fons, o Fontus, dio delle sorgenti, delle fonti e dei pozzi. Ghirlande di fiori venivano gettate nelle sorgenti naturali o deposte sui pozzi ¹, e i passanti vi lanciavano all’interno delle monete, come augurio di buona sorte.

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Olio su tela di Eduardo Ettore Forti, collezione privata

A Fons era consacrata un’ara sul Gianicolo ² e, nel 231, ad opera del console Gaio Papirio Masone, gli fu dedicato un tempio fuori le mura, dinanzi alla Porta Fontinalis, dove si svolgevano i sacrifici connessi alla festa. Nella stessa epoca, il dio delle sorgenti venne collocato nel mito come figlio di Giano, il dio degli inizi. Giano, il primo mitico sovrano del Lazio avrebbe concepito Fons con la ninfa acquatica Giuturna.

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Pozzo romano in marmo con il mito di Narciso ed Eco, (II secolo d.C.), Metropolitan Museum, New York

Fons era il dio delle sorgenti in generale, ma per la religiosità dei romani, ogni sorgente era poi sorvegliata da un essere divino, in genere una ninfa, come Egeria e Giuturna. Ancora nel V secolo d.C. il grammatico Servio affermava che non c’era sorgente che non fosse sacra.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, VI, 22)

² Cicerone (De legibus, II, 56)

Meditrinalia (11 ottobre)

Nel mese della vendemmia, l’11 ottobre si celebravano le Meditrinalia, ultima festa dell’anno dedicata al vino, con cui si solennizzava la fine della stagione della raccolta dell’uva. Ne conosciamo l’esistenza solo grazie ai calendari e a brevi cenni di Varrone e Festo. Le Meditrinalia si celebravano in onore di Giove e della dea Meditrina, patrona della festa. Durante il rito, i partecipanti assaggiavano, forse mescolandoli insieme, il vino vecchio e quello nuovo, cioè il mosto, recitando formule destinate a portare la guarigione dalle malattie e scambiandosi un augurio di buona salute con la formula:

Bevo il vino vecchio e il nuovo: mi curo dai vecchi e dai nuovi mali” ¹.

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Mosaico dalla Villa romana del Tellaro. Un servitore miscela il vino ad un ospite.

Al vino nuovo, che sarebbe stato messo in commercio solo solo dopo la festa primaverile dei Vinalia Priora (23 aprile), si attribuivano quindi proprietà medicamentose, che avrebbero anche dato il nome alla festa. Secondo Varrone, infatti, le Meditrinalia derivano dal verbo “mederi”, che significa “guarire”. Il nome stesso della dea Meditrina, preposta alle medicine e alle guarigioni, è derivato da questa parola ². Meditrina infatti è una delle innumerevoli divinità che Varrone, nella perduta opera Antiquitates rerum divinarum, chiamava dii certi, gli dei noti identificati solo con la funzione che erano chiamati a svolgere e privi di una mitologia propria. Esiste anche la possibilità che a dover essere curato fosse invece proprio il mosto, che poteva dar vita a vini difettosi.

Purtroppo, come tutte le feste più arcaiche, già nella tarda età repubblicana il vero significato delle Meditrinalia era diventato oscuro per i Romani. Cadute in disuso, vennero ripristinate in età augustea, per scomparire definitivamente col tramonto della vecchia religione. Nel calendario di Filocalo del 354 d.C., infatti, le Meditrinalia non compaiono più.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, VI, 21)

² Paolo (da Festo, pp. 123-124)

Apollo Palatino (9 ottobre 28 a.C.)

Il 9 ottobre ricorre l’anniversario della dedica a Roma del tempio di Apollo sul Palatino, avvenuta nel 28 a.C.; Apollo era una di quelle divinità di origine greca – insieme ad Ercole, Castore ed Esculapio – che non avevano un corrispettivo italico e che furono letteralmente adottate ed inserite nel pantheon romano.

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Apollo del Belvedere (particolare), età adrianea, Musei Vaticani

La prima attestazione di Apollo che conosciamo, risale alla Roma del V secolo, e riguarda un Apollo Medico a cui fu votato un tempio nel 433, in occasione di una interminabile epidemia, e dedicato nel 431 dal console Cneo Giulio Mentone, ai piedi delle pendici sud-occidentali del Campidoglio, nel Campo Marzio, in un luogo che già in precedenza si chiamava Apollinar ¹, e dove sorgeva un sacello privato del dio. Quello di guaritore (Apollus Medicus) è l’aspetto di Apollo che interessò di più ai Romani almeno fino alla seconda guerra punica. I Romani tralasciarono invece di assorbire, nell’Apollo accolto nel loro pantheon, le facoltà divinatorie che erano una prerogativa importante dell’Apollo greco, che dispensava celebri oracoli dal suo santuario a Delfi.

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La sacerdotessa di Apollo a Delfi pronuncia un oracolo, opera di Camillo Miola, 1880

Dopo la sconfitta di Canne nel 216 e la grave crisi che ne seguì, venne però deciso di inviare Quinto Fabio Pittore, uno dei decemviri, per chiedere ad Apollo, nel suo santuario a Delfi, quale fosse il rituale opportuno per assicurarsi la vittoria sui Cartaginesi. Il responso ottenuto salvò Roma dalla disfatta e quella di Canne fu, per molto tempo, l’ultima sconfitta subita dai romani.

Sappiamo che Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.) aveva una particolare devozione per Apollo, di cui conservava una statuetta d’oro, proveniente dal tesoro di Delfi, che aveva saccheggiato, e alla quale rivolse le sue preghiere prima della decisiva e vittoriosa battaglia di Porta Collina, nell’82.

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Apollo seduto, copia romana del I secolo d.C. da originale ellenistico, Uffizi, Firenze

Per tutta l’età repubblicana, Apollo fu venerato in un tempio fuori dalle mura della città, in quanto divinità di origine straniera e il suo culto non conobbe comunque una grande diffusione finché Augusto, che lo considerava il suo padre divino, non gli riservò particolare attenzione e lo accolse in città, facendone una delle divinità centrali del pantheon romano.

Il giovane Ottaviano aveva infatti sempre riservato ad Apollo una grande devozione. La propaganda augustea aveva messo in giro la voce che fosse figlio del dio. Non è un caso se Svetonio menziona uno scandaloso “banchetto dei dodici dèi“, sei maschi e sei femmine, a cui Augusto aveva partecipato in gioventù nelle vesti di Apollo, e che Marco Antonio gli rinfacciò con delle lettere, menzionando tutti i partecipanti ².

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Apollo Citaredo (II secolo d.C.), Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Si raccontava che Azia, la madre di Ottaviano, recatasi a mezzanotte a una solenne cerimonia in onore di Apollo, fatta posare la sua lettiga nel tempio, vi si fosse addormentata. Un serpente, all’improvviso, le era strisciato addosso e, poco dopo, se n’era andato. Al risveglio, si accorse che le era comparsa sul corpo una macchia a forma di serpente, che non riuscì più a cancellare, tanto che dovette per sempre astenersi dal frequentare i bagni pubblici ³. Augusto, che nacque nel decimo mese dopo questo evento, venne quindi ritenuto figlio di Apollo.

A testimoniare la devozione nutrita per questa divinità, Ottaviano ampliò e restaurò il santuario di Apollo che si ergeva nei pressi del luogo dove si era svolta la battaglia navale di Azio, poiché aveva attribuito al favore del dio la vittoria conseguita su Antonio e Cleopatra nel 31 a.C.

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Apollo Citaredo, affresco di epoca neroniana, proveniente dalla villa di Moregine, Pompei

Nel 36, inoltre, dopo la vittoria su Sesto Pompeo a Nauloco, che aveva posto momentaneamente fine alle guerre civili, Ottaviano decise di costruire a sue spese un tempio ad Apollo. Il luogo lo scelse il dio: sul Palatino, pochi mesi dopo, un fulmine colpì la casa di Ottaviano; il futuro Augusto, che era anche augure, e gli aruspici, interpretarono il prodigio come un segno che Apollo intendeva reclamare per sé quella parte di casa. Ottaviano decise allora di costruire in quel punto il tempio (Aedes Apollinis), che fu completato e dedicato il 9 ottobre del 28 a.C. Nel tempio erano presenti tre statue di culto, poste su un basamento: Apollo era posto al centro, con ai lati la madre Latona e la sorella Diana. Inoltre, il frontone del tempio era decorato con preziose statue greche di Apollo e Diana, risalenti al VI secolo a.C.

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Ricostruzione del tempio di Apollo Palatino

Augusto fece anche trasferire nel tempio di Apollo Palatino i Libri Sibillini, che erano stati fino a quel momento conservati nel tempio di Giove Capitolino. Sempre in onore di Apollo, suo nume tutelare, Augusto fece celebrare i Ludi Saeculares nel 17 a.C.; per questa occasione, Orazio compose il celebre Carmen Saeculare. La cerimonia durò tre giorni, dal 31 maggio al 3 giugno, in cui si alternarono di notte riti dedicati a Dite e Proserpina (rispettivamente i greci Plutone e Persefone) gli dèi dell’oltretomba, nel luogo detto Tarentum, a un’estremità del Campo Marzio, dove c’era un altare sotterraneo a loro dedicato, e di giorno riti in onore di Giove e Giunone (sul Campidoglio) e di Apollo e Diana (sul Palatino). Infine, per sette giorni si svolsero spettacoli teatrali e giochi nel circo.

I Ludi Secolari, che si erano tenuti in precedenza nel 146 e nel 249 a.C. si dovevano ripetere alla fine di ogni saeculum, inteso come durata massima della vita di un uomo, convenzionalmente fissato in 100 o 110 anni, ma il termine non fu mai rigorosamente rispettato.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, III, 63, 7)

² Svetonio (Vita di Augusto 70)

³ Svetonio (Vita di Augusto, 94)

5 ottobre: Mundus Patet

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Sarcofago romano degli sposi con Mercurio di guardia alla porta dell’Ade, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

Il 5 ottobre, nella tradizione romana più arcaica, era uno dei tre giorni all’anno (gli altri erano il 24 agosto  e l’8 novembre) in cui il mondo dei morti entrava in comunicazione col mondo dei vivi.

Questa ricorrenza era denominata “Mundus Cereris”, il mundus di Cerere, indicato nei calendari romani anche come “Mundus patet”, il giorno in cui “il mundus è aperto”. Il mundus era una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo e che si trovava in un luogo annesso al tempio di Cerere, dea legata anch’essa al mondo dei morti.

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La porta di ingresso dell’Ade, sull’altare dedicato a Telegennio Antho, Uffizi, Firenze

La nozione di mundus è una delle più controverse della religione romana. Secondo Catone (il figlio del Censore), citato da Festo, la fossa era chiamata “mundus“, con un termine che designava la volta celeste, perché la sua estremità superiore era simile al cielo, mentre la parte inferiore, consacrata agli dei Mani, restava sempre chiusa, tranne che nei tre giorni in cui, appunto, “mundus patet”, il mundus è aperto. Questi giorni venivano considerati dies nefasti e religiosi, in cui era cioè sconveniente fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

In questi giorni, in cui si apriva la via di accesso agli inferi, era infatti proibita, secondo Festo, qualsiasi attività ufficiale: non si mobilitavano truppe, non si attaccava battaglia coi nemici, non si tenevano i comizi, non si potevano arruolare truppe o salpare con le navi salvo casi di assolutà necessità ¹; era, infine, vietato anche sposarsi o congiungersi alla moglie per fare figli. Si trattava di giorni, sempre secondo la testimonianza di Festo, in cui i segreti della religione degli dèi Mani erano portati alla luce e rivelati.

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Mercurio apre la porta dell’Ade (particolare del sarcofago degli sposi)

Con il nome di “dèi Mani” si indicava la collettività degli spiriti dei defunti, che si trovavano nel sottosuolo, ma già anticamente si dibatteva sulla reale natura dei Mani. Alcuni li consideravano veri e propri dèi che governavano il regno sotterraneo; per altri,  come Apuleio, essi erano gli spiriti dei defunti la cui indole non era né buona né malvagia ³.

Non conosciamo la natura di questi tenebrosi segreti, forse di natura misterica, risalenti alle epoche più remote della religiosità romana e divenuti ormai oscuri anche agli autori romani più tardi (Festo, Varrone, Macrobio) che ne parlavano. Pare comunque che i pericoli dell’apertura del Mundus non fossero legati a un’eventuale risalita dei morti dagli Inferi, ma a una discesa probabilmente più facile nel regno dei morti. Da qui l’idea che fosse meglio muovere guerra quando la “bocca di Plutone”, cioè la porta di accesso agli Inferi, fosse chiusa.

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Il “mundus di Cerere” non va confuso con l’altro mundus della tradizione romana, cioè la fossa chiusa per sempre in cui Romolo, al momento della fondazione di Roma, seguendo un rituale suggeritogli da àuguri etruschi, “aveva deposto le primizie di tutto ciò che è bello e di tutto ciò che è necessario secondo natura; poi ciascuno gettò nella fossa una porzione della terra del paese da cui proveniva, dopo di che le mescolarono. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo, cioè mundus. In seguito, prendendo questa fossa come centro, tracciarono in cerchio il perimetro della città” ³. Si trattava, in questo caso, dell’importante fossa destinata a costituire il centro della fondazione, e non di un accesso al mondo sotterraneo.

NOTE

¹ Festo (De verborum significatu, p. 273 Lindsay)

³ Apuleio (Il demone di Socrate, XV))

³ Plutarco (Vita di Romolo, 11, 1-4)

 

Ludi Magni o Romani

I Ludi Magni, poi detti Ludi Romani, furono istituiti, secondo la tradizione, da Tarquinio Prisco, in onore di Giove Ottimo Massimo. Inizialmente si svolgevano dal 15 al 18 settembre, dopo il dies natalis del tempio di Giove sul Campidoglio, dedicato alle idi di settembre del 509 (il 13), dopo l’intervallo del 14 che, come tutti i giorni successivi alle idi, era un dies ater, un giorno infausto.

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Tempio di Giove Capitolino

I Ludi Magni divennero annuali nel 366 a.C., quando furono istituiti gli edili curuli, designati curatores ludorum sollemnium. Inizialmente, i giorni dei giochi erano solo quattro, dal 15 al 18 settembre; poi, progressivamente, vennero aggiunti nove giorni di ludi scaenici (giochi teatrali) prima del dies natalis del tempio di Giove, caratterizzato a sua volta dalla cerimonia dell’epulum Iovis.

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Statua di Giove (circa 150 d.C.), proveniente  da Roma, Louvre-Lens Museum

A partire quindi dal IV secolo, i Ludi Magni iniziavano dal 4 settembre con i ludi scaenici. Non si trattava ancora di teatro vero e proprio, che a Roma arrivò solo nel III secolo, ma di pantomima e di danze espressive di derivazione etrusca, accompagnate dal suono del flauto.

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Mosaico con scena di pantomima, dalla Villa di Noheda, in Spagna

I ludi scaenici si protraevano fino al 13, cioè ai festeggiamenti per l’anniversario della dedica del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, dove si celebrava il culto della triade capitolina. In questo giorno si svolgeva anche la cerimonia dell’epulum Iovis, il banchetto rituale in onore di Giove, Giunone e Minerva, a cui partecipavano magistrati e senatori.

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Triade Capitolina, Museo Archeologico Rodolfo Lanciani, Guidonia Montecelio

Il 15 settembre si apriva l’ultima parte dei Ludi, quella più attesa dai Romani: i Ludi Circenses. La cerimonia si apriva con una processione rituale (pompa circensis) che, attraverso il Foro e la via Sacra, si recava dal tempio di Giove Capitolino al Circo, ove si svolgevano i giochi, e là sfilava tra gli applausi.

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Frammento di sarcofago con rappresentazione di una tensa (260-270 d.C.), British Museum, Londra

Un magistrato apriva il corteo, seguito da giovani a piedi e a cavallo; venivano poi gli aurighi, gli atleti e i lottatori che avrebbero gareggiato; infine, su un carro speciale, un veicolo sacro chiamato tensa, e condotto da un fanciullo non orfano di padre o di madre (puer patrimus et matrimus), trovavano posto le statue degli dèi e i loro attributi. Il corteo si chiudeva con i sacerdoti e i buoi sacrificali. Alla fine della processione, alla presenza del Flamine di Giove, il flamen Dialis, i sacerdoti davano ordine di sacrificare le vittime. Dopo l’offerta delle carni agli dei, venivano dichiarati aperti i ludi circenses nel Circo Massimo.

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Lastra di fregio architettonico con raffigurazione di una tensa (età claudia), Szépművészeti Múzeum, Budapest

Durante i giochi circensi, che terminavano il 19 settembre, si svolgevano le gare di quadrighe, tanto amate dal popolo romano, di desultores, gli acrobati che saltavano da un cavallo all’altro, di lottatori e di pugili; erano esclusi invece i combattimenti tra gladiatori.