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Rosaliae Signorum (10 e 31 maggio)

Il 10 e il 31 maggio, l’esercito romano imperiale celebrava una ricorrenza detta Rosaliae Signorum, i Rosalia delle insegne, durante la quale gli stendardi militari venivano festeggiati e adornati con ghirlande di fiori.

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Conosciamo le date in cui si svolgevano i Rosaliae Signorum grazie al ritrovamento, nelle rovine di Dura Europos, in Siria, del cosiddetto Feriale Duranum, un papiro databile tra il 224 e il 235 d.C. che conteneva l’elenco delle festività religiose militari che interessavano la XX Cohors Palmyrenorum,  stanziata nella città. Il successivo assedio e distruzione di Dura Europos ad opera dei Sasanidi nel 256 d.C., e il clima secco della zona hanno consentito a questo importante calendario di giungere quasi intatto fino a noi.

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La principale insegna della legione era l’aquila, emblema e simbolo sacro che esprimeva la fedeltà dei soldati e la continuità dell’unità di combattimento; l’aquila della legione veniva onorata anche in occasione del suo anniversario, denominato natalis aquilae; essa veniva portata in battaglia dall’aquilifer, e permettere che cadesse in mano al nemico, come accadde a Crasso a Carre nel 53 a.C e a Varo nella selva di Teutoburgo nel 9 d.C., era considerata una grave ignominia per coloro che sopravvivevano, potendo anche portare allo scioglimento della legione. Alcune insegne militari recavano l’immagine dell’imperatore, altre l’emblema della legione, che era in genere un animale o un segno zodiacale, come la lupa, il toro o il cinghiale; anche le singole centurie, le coorti e i manipoli avevano le loro insegne. Il drago, invece, era l’insegna delle coorti di cavalleria, il cui portatore era detto draconarius.

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Esistevano poi i vexilla, formati da un drappo quadrato che pendeva da una barra trasversale attaccata a un palo verticale e recavano scritto il nome, il numero e l’emblema della legione. Signifer era genericamente chiamato il portatore di un’insegna militare, mentre l’imaginifer si occupava del trasporto dell’immagine dell’imperatore.

In tempo di pace, i signa e i vexilla militaria delle legioni, cioè le insegne, i vessilli e gli stendardi, venivano gelosamente conservati e venerati in un apposito tempio, l’aedes signorum, situato nel cuore dell’accampamento. Nel mese di maggio, durante i Rosalia, per due volte essi venivano rimossi dal sacello, posti accanto ad un altare e incoronati con ghirlande di rose e altri fiori e cosparsi di costosi profumi. Infine, si offriva un sacrificio e si effettuava una supplicatio, cioè una preghiera, ad una divinità di cui purtroppo non conosciamo l’identità.

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Oltre ai Rosalia celebrati dai soldati, esistevano dei Rosalia civili, collegati invece con il culto dei morti, che si svolgevano a maggio, giugno e luglio. In questi giorni era consuetudine portare sui sepolcri corone di rose e viole.

21 aprile: Roma Condita

Il 21 aprile, in coincidenza con le Palilie, si festeggiava a Roma e in tutto il mondo romano l’anniversario della fondazione dell’Urbe. Indicato negli antichi calendari come Roma condita, cioè fondata, undici giorni prima delle calende di maggio, di un anno che Varrone fissava nel terzo della sesta Olimpiade (754/753 a.C.) ¹, quel giorno un villaggio di pastori entrò nel mito e il tempo iniziò letteralmente a scorrere e ad essere contato da quel momento.

“Egli all’età di diciotto anni fondò una piccola città sul monte Palatino, undici giorni prima delle calende di maggio [21 aprile], nell’anno terzo della sesta Olimpiade [754/3 a.C.], nell’anno 394 dopo la caduta di Troia”. ²

Come tutti i miti, esistono numerose versioni della storia, rielaborata per i secoli a venire da infiniti autori, che differiscono a volte per pochi particolari, altre in modo più consistente. Anche l’anno di fondazione non è certo, ricompreso dagli storici antichi tra il 758 e il 728 a.C., ma i miti, com’è giusto, non hanno una collocazione temporale precisa.

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Augusto in veste di Augure, con lituo in mano, Galleria degli Uffizi, Firenze

La versione prevalente narra che Romolo, dopo aver consultato gli auspici ed averne ottenuti di più favorevoli rispetto al gemello Remo, celebrò il rito di fondazione della città seguendo le istruzioni di sacerdoti etruschi; radunato il popolo sul colle Cermalo, offrì un sacrificio agli dèi e ordinò agli altri di fare altrettanto; poi, fece accendere un fuoco, sul quale i presenti dovettero saltare per purificarsi dalle impurità; infine, dopo aver scavato una fossa presso il Comizio, dove vennero gettate le primizie del raccolto e manciate di terra portate dai luoghi di provenienza dei membri della nuova comunità, Romolo, a capo coperto, procedette a scavare, con un aratro dal vomere di bronzo, il sulcus primigenius intorno al Palatino, per indicare il tracciato delle mura.

“Romolo fondò la città, avendo fatto venire dall’Etruria uomini che gli spiegassero ogni cosa con alcune norme e testi sacri e che glieli insegnassero, come durante i misteri. Scavò una fossa di forma circolare nella zona dove ora è il Comizio, per deporvi le primizie di tutto quanto era utile secondo consuetudine o necessario secondo natura. E infine ciascuno, portando un po’ di terra dal paese da cui proveniva, la gettò dentro e la mescolò. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo: mundus. Poi, considerando questo punto come centro, tracciarono il perimetro della città. Il fondatore attaccò al suo aratro un vomere di bronzo, vi aggiogó un bue e una vacca, ed egli stesso li conduceva, tracciando un solco profondo lungo la linea di confine”. ³

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Rilievo con il tracciato del solco primigenio, Museo Archeologico di Aquileia

Fu solo a rito ultimato che si compì il dramma: Remo, assistendo alla costruzione delle mura, per scherno o per ignoranza decise di scavalcare il muro o il fossato che lo costeggiava e venne ucciso da Romolo stesso o da un certo Celere, uno degli uomini che stava costruendo il muro di cinta.

“La versione più diffusa dice che Remo, per schernire il fratello, saltò al di là delle mura appena costruite e perciò fu ucciso da Romolo infuriato, che inveendo anche a parole, avrebbe concluso: “lo stesso accadrà a chiunque scavalcherà le mie mura da ora in poi”. Così Romolo si impadronì da solo del regno; la città fondata venne chiamata con il nome del fondatore”.

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Romolo affronta Remo

Appena Romolo seppellì il corpo del fratello in una tomba e furono resi i riti funebri dovuti a Remo, il pastore Faustolo e Acca Larenzia, addolorati per la perdita del figlio adottivo, tornarono a casa e si addormentarono. Nella notte, l’ombra insanguinata di Remo gli apparve nel sonno, chiedendogli che fosse istituito un giorno solenne in suo onore, in cui Ovidio riconobbe l’origine dei Lemuria, le ricorrenze del mese di maggio dedicate ai morti anzitempo.

“Appena l’immagine fuggendo portò via con sé il sonno, entrambi riferirono al re le parole del fratello. Romolo acconsente e chiama Remuria quel giorno, in cui si rendono gli onori dovuti agli avi sepolti. Con il trascorrere del tempo, la lettera aspra che era l’iniziale del nome si mutò in lettera dolce e in seguito si dissero Lemuri anche le anime dei silenti”.

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Mosaico con allattamento di Romolo e Remo, da Apamea, in Siria

Ed ora, concludiamo con uno scritto dei più poetici sull’argomento, pervaso di lirismo e amore per una città che ormai aveva perduto tutta la sua potenza. Giovanni Lido visse infatti a Costantinopoli nel VI secolo, in epoca giustinianea, ma le sue parole testimoniano come Roma continuava ad emanare un fascino immortale, anche se ormai, della sua gloria passata, non restava che una pallida ombra.

“Undici giorni prima delle calende di maggio (21 aprile) Romolo fondò Roma, dopo aver riunito tutti gli abitanti delle zone vicine e avendo ordinato loro di portare con sé una zolla della propria terra, auspicando così che Roma dominasse tutta la regione. Quanto a lui, postosi a capo dell’intera funzione sacra, presa una tromba sacra, che i Romani sono soliti chiamare lituo, fece risuonare il nome della città. La città ebbe tre nomi, uno iniziatico, uno sacro e uno politico: quello iniziatico e Amore (Amor), cioè Eros, in modo che tutti siano pervasi da un amore divino per la città, quello sacro è Flora, cioè “fiorente”, da cui deriva la festa dei Floralia in suo onore; quello politico è Roma. Quello politico era noto a tutti e veniva pronunciato senza alcun timore, mentre evocare quello iniziatico era permesso solo ai pontefici massimi durante i riti sacri” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Romolo, 12, 6)

² Eutropio (Breviarium ab urbe condita, I, 1, 2)

³ Plutarco (Romolo, 11-12)

⁴ Livio (Ab urbe condita, I, 7, 2-3)

⁵ Ovidio (Fasti, V, 477-483)

⁶ Giovanni Lido (De Mensibus, IV, 50)

30 marzo: festa di Salus, Concordia e Pax

Il 30 marzo, quattro giorni dopo l’equinozio di primavera, si celebrava a Roma la festa in onore di Salus Publica Populi Romani, di Concordia e di Pax, le personificazioni della Salvezza dello Stato romano, della Concordia dei cittadini e della Pace. I culti di Salus e Concordia esistevano già da secoli; Augusto, nel 10 a.C. vi aggiunse anche il culto pubblico della Pace, dedicando e collocando tre statue che rappresentavano le entità divine ¹; venne inoltre dedicata alla Pace anche un’ara dove ogni anno si svolgevano le celebrazioni.

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Ricostruzione dell’Ara Pacis Augustae

Secondo Ovidio, nello stesso giorno si doveva venerare anche Giano ². Augusto infatti, nel 10 a.C., intendeva far chiudere  le porte del tempio di Giano Gemino, perché non c’erano più guerre in atto ³, ma il proposito non venne attuato per le improvvise sollevazioni dei Daci e dei Dalmati, che resero necessario l’invio di truppe.

Salus, Concordia e Pax, come tutte le personificazioni di un importante concetto astratto, molto popolari nella religione romana, non possedevano una mitologia o delle leggende ad esse ricollegabili.

A Concordia, erano dedicati a Roma diversi templi, il più antico e importante dei quali era quello votato nel 367 a.C. dal dittatore Furio Camillo ⁴, per favorire la riconciliazione tra patrizi e plebei in un periodo di aspri contrasti sociali, e situato ai piedi del Campidoglio, nell’angolo nord-occidentale del Foro.

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Statua della Concordia Augusta, da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Concordia veniva iconograficamente rappresentata come una matrona, adornata di ghirlande, con una cornucopia nella mano sinistra e un ramo d’ulivo o una coppa nella destra.

Salus, era in origine la personificazione della salvezza, del benessere, della sicurezza e della prosperità del Popolo Romano, per cui il suo nome era spesso accompagnato dall’epiteto publica o anche romana. In seguito, Salus finì per estendere la sua sfera d’azione anche alla salute fisica e individuale delle persone, per cui venne identificata con Igea, la dea greca della salute, figlia di Asclepio, che preveniva le malattie e ristabiliva la salute persa. Aveva un tempio sul Quirinale che le era stato dedicato nel 311 a.C. dal console Giunio Bubulco in seguito alle sue vittorie nella guerra sannitica, ornato dai dipinti di Fabio Pittore.

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Statua di Igea, copia romana del II secolo d.C., William Randolph Hearst Collection, LACMA, Los Angeles

Salus era spesso rappresentata come una bella donna con una coppa per le libagioni in mano, dalla quale si alimentava un serpente, in genere avvolto intorno ad un altare.

Pax, personificazione della pace, era identificata con la dea greca Irene, dalle analoghe funzioni. Veniva spesso rappresentata come una donna con una cornucopia nella mano sinistra e un ramo di ulivo nella destra.

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Statua di Irene, Glyptothek, Monaco

Augusto le dedicò nel 9 a.C. un altare, l’Ara Pacis Augustae, per consacrare il ristabilimento definitivo della pace nell’Impero. Più tardi Vespasiano e poi Domiziano le dedicarono un tempio nel Foro che venne appunto detto Foro della Pace.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storia Romana, LIV, 35, 2)

² Ovidio (Fasti, III, 881)

³ Cassio  Dione (Storia Romana, LIV, 36, 2)

⁴ Plutarco (Camillo, 42, 2-4)

 

Navigium Isidis (5 marzo)

Iside, sorella e sposa di Osiride, patrona dell’agricoltura, delle arti domestiche e delle scienze, era una delle divinità principali del pantheon egizio. Il suo culto ebbe grande importanza con l’avvento della dinastia tolemaica in Egitto e, nella sua componente iniziatica, denominata Misteri di Iside, si diffuse in Grecia e poi in tutto il bacino mediterraneo, penetrando a fondo anche nella cultura romana. Già nel 105 a.C. venne infatti edificato a Pompei un Iseon, il tempio di Iside.

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Statua di Iside con sistro in mano, Musei Capitolini, Roma

Il culto di Iside giunse a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò a più  riprese di abbattere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. In età augustea non giovò a Iside la sua associazione con l’Egitto di Cleopatra, la grande nemica di Roma. Augusto e Tiberio proibirono che gli dei egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. A partire da Caligola, che fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio, e poi con Domiziano, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, fece edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

Iside era una dea lunare ma anche signora del mare e protettrice delle navi e dei marinai. Nel mondo greco veniva assimilata a Tyche e nel mondo romano a Fortuna di cui condivideva gli attributi caratteristici, come la cornucopia e il timone. Una delle celebrazioni più importanti del culto di Iside ricorreva il 5 marzo, quando si riapriva la stagione della navigazione, interrotta durante i mesi invernali in cui era pericoloso viaggiare via mare. Si teneva in quel giorno la grande festa della dea Iside, il Navigium Isidis, cioè la “Barca di Iside“, che consisteva nel mandare alla deriva in mare un vascello consacrato alla dea. Della celebrazione, una delle più colorite e festose del mondo antico, abbiamo una vivace descrizione che dobbiamo ad Apuleio ¹.

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Scena di liturgia isiaca, con personaggio travestito da Bes, da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La processione, che a Roma si svolgeva ad Ostia, era preceduta da una sfilata di gruppi mascherati, abbigliati con magnifici costumi; c’era chi si travestiva da soldato, e chi da cacciatore, altri indossavano parrucche e indumenti femminili, altri ancora si abbigliavano da filosofi, da gladiatori e da magistrati. Si apriva poi la processione vera e propria dedicata alla dea Iside: donne in veste bianca, col capo ornato di ghirlande primaverili, lanciavano fiori per cospargere la strada dove passava il corteo; le stoliste o ornatrici, agitando pettini e arnesi da toilette, fingevano di adornare e pettinare la capigliatura della dea; altre donne cospargevano l’aria di deliziosi profumi e unguenti.

Venivano poi i dadofori, che portavano in mano lucerne, fiaccole e ceri, e i suonatori di flauto, che diffondevano nell’aria una soave melodia. Seguivano quindi gli imnodi, un coro di giovani in tunica bianca che intonavano un inno al ritmo della musica.

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Raffigurazione di Iside, dal Tempio di Iside a Pompei

A quel punto, accompagnata dal tintinnio di sistri d’oro e d’argento, entrava in scena la folla degli iniziati ai sacri Misteri di Iside, avvolti in candide vesti di lino, le donne coi capelli profumati coperti da veli trasparenti e gli uomini con la testa rasata. Insieme ad essi avanzavano maestosi sei sacerdoti del culto, fasciati dal petto ai piedi da una tunica di lino, che recavano in mano gli attributi della dea: una lucerna a forma di barchetta, un piccolo altare chiamato “ausilio”, un ramo di palma dalle foglie dorate, il caduceo, uno scettro a foggia di mano aperta, un vasetto d’oro a forma di mammella, un setaccio d’oro pieno di rametti di alloro e un’anfora.

Dopo i sacerdoti, venivano gli dei a figura di animale, portati sulle spalle dai pastofori: Anubi dalla testa di sciacallo e Hathor in forma di vacca. Per ultima Iside, rappresentata da una piccola urna d’oro ornata da un serpente ureo, che conteneva l’acqua del Nilo.

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Affresco con scena di liturgia isiaca, proveniente  da Ercolano; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La processione si arrestava in riva al mare, dove gli oggetti sacri venivano disposti sugli altari. Sulla spiaggia li attendeva la nave di Iside, costruita a regola d’arte appositamente per il rito e decorata sulle fiancate con magnifiche pitture egizie. Il sommo sacerdote, dopo aver recitato le preghiere più solenni, celebrava il rito della purificazione con una fiaccola ardente, un uovo e dello zolfo e, all’atto della consacrazione, poneva la nave sotto la protezione della dea.

La candida vela della nave, issata sull’albero, recava impresse delle lettere ricamate in oro che esprimevano un voto di augurio per la prospera ripresa della navigazione e dei traffici marittimi. La poppa della nave finiva in un ricurvo collo di cigno ed era rivestita di lamine d’oro e la carena, costruita in legno di cedro, emetteva luminosi riflessi. Allora i fedeli e coloro che assistevano al rito deponevano nella nave setacci colmi di spezie e altre offerte del genere, e versavano sulle acque del mare, come libagione, una crema fatta con latte. Infine, la nave piena di doni e di offerte votive veniva calata in mare e liberata dalle gomene. Sospinta dai venti, la nave di Iside si allontanava alla deriva, seguita dagli sguardi dei fedeli. Quando la nave scompariva oltre l’orizzonte, i sacerdoti denominati Pastofori riprendevano le immagini divine e gli arredi sacri e, in processione, tornavano al tempio.

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Un sacerdote Scriba nell’atto di leggere, dal tempio di Iside a Pompei; Museo Archeologico di Napoli

Qui, il sacerdote chiamato Scriba o Grammateus, dall’alto di una tribuna, leggeva un testo che conteneva una formula di augurio e prosperità per l’imperatore, il Senato, l’ordine equestre e il popolo romano, e anche per i marinai e le navi che solcavano i mari entro i confini dell’impero; infine, proclamava l’apertura della stagione della navigazione. In quel momento, tra le grida di giubilo della folla, portando in mano germogli, ramoscelli e ghirlande di fiori, tutti si chinavano a baciare i piedi della statua della dea, che era stata collocata sulla gradinata del tempio, e poi facevano ritorno alle loro case.

Quello di Iside, per la sua grande diffusione, fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto. Fu soltanto nel 535 che Giustiniano fece infatti chiudere l’ultimo tempio di Iside, a File.

NOTE

¹ Apuleio (Metamorfosi, 11, 8-17)

Saturnalia (17 – 23 dicembre)

Dal 17 al 23 dicembre si svolgeva a Roma la festa forse più attesa di tutte, per il carattere di gioiosa allegria che la contraddistingueva: i Saturnalia, in onore di Saturno.

Saturno era un’antica divinità di cui non siamo in grado di determinare con certezza l’origine. Forse identificabile con l’etrusco Satres, Saturno è nell’elenco delle divinità importate a Roma da Tito Tazio ¹. Nel periodo monarchico, sappiamo che a Saturno era dedicato un altare nel foro, di cui la tradizione attribuiva la fondazione ai compagni di Ercole. Tarquinio il Superbo volle sostituirlo con un tempio che fu però dedicato solo nel 497, anni dopo la sua cacciata. Solo in seguito, Saturno venne identificato con Crono, il titano sposo di Rea che venne scacciato dall’Olimpo da suo figlio Zeus, e ne assunse in parte il retroterra mitico, che gli era in realtà estraneo.

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Saturno che impugna la falce; affresco del I secolo d.C.; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Secondo il mito che si è in seguito consolidato, Saturno, rappresentato come un vecchio dalla barba bianca e con una falce in mano, giunse in Italia detronizzato da Giove e venne accolto da Giano, che era il primo sovrano di queste terre. Giano, dalla sua dimora sul Mons Ianiculus, accolse benevolmente l’ospite, gli offrì come rifugio il colle di fronte al suo, che chiamò Mons Saturnius, e che in futuro sarebbe stato conosciuto col nome di Campidoglio; poi, da divinità civilizzatrici quali erano entrambi, regnarono insieme di comune accordo.

Quando Saturno si insediò nel Lazio, ebbe inizio il suo regno, un’età dell’oro chiamata saturnia regna (il regno di Saturno), in cui gli uomini vivevano in pace, nell’abbondanza, senza disuguaglianze sociali, violenze e dolori. Saturno, il cui nome secondo Varrone ² e Macrobio ³ derivava dal verbo serere (seminare), era sicuramente un dio agricolo, legato alla terra, e conosceva tutti i segreti dell’arte dell’agricoltura tra cui, come testimoniato dall’appellativo di Stercutius, la fertilizzazione dei campi col letame.

Saturno iniziò a insegnare agli uomini come coltivare la terra, eliminò le usanze più barbare e introdusse nel Lazio la civiltà e l’ordine sociale che deriva dalle leggi. Accanto a Saturno, sedeva come sposa Ops, dea dell’abbondanza e della prosperità, che forniva agli uomini i beni necessari al sostentamento. Nacque allora il mito della Saturnia Tellus, la Terra di Saturno, in cui i campi generavano spontaneamente i frutti di cui gli uomini avevano bisogno.

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Statua di Saturno (I secolo d.C.), Museo Numantino di Soria, Spagna

Questa mitica età dell’oro, in cui uomini e dèi vivevano insieme, ebbe purtroppo termine quando Saturno un giorno improvvisamente sparì (come accadrà anche ad altre figure mitiche come Enea, Latino e Romolo), ed iniziò il tempo di Giove. Saturno non era però morto, ma solo addormentato ed era stato portato da Giove ai confini della terra, in un luogo denominato Isola dei Beati, dove continuò a dormire il suo eterno sonno.

In onore di Saturno, Giano istituì la festa dei Saturnalia ⁴, che aveva lo scopo di celebrare l’aureo regno di Saturno nel Lazio.

La celebrazione dei Saturnali iniziava con un solenne sacrificio a Saturno presso il suo tempio nel Foro, presso cui era custodito l’aerarium, il tesoro pubblico del popolo romano. Al dio veniva offerta una scrofa e si consumava un banchetto sacro al quale tutti potevano partecipare. Al termine del banchetto collettivo, i convitati si scambiavano il caratteristico augurio al grido di “Io Saturnalia“. I riti sacrificali venivano officiati da sacerdoti a capo scoperto, secondo l’uso greco. La statua del dio Saturno nel tempio aveva sempre i piedi legati con bende di lana ⁵. Tali legami (compedes) erano caratteristici degli schiavi e venivano sciolti solo in occasione dei Saturnalia, per consentire al dio di prendere parte ai festeggiamenti.

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Saturnalia (1782-1783), di Antoine Callet. Sullo sfondo, si nota la statua di Saturno con la falce.

I Saturnalia vennero celebrati per la prima volta in epoca storica il 17 dicembre del 497 a.C., in occasione della dedica del tempio di Saturno nel foro romano ⁶. Inizialmente la festa veniva celebrata solo il 17 dicembre; sul finire della Repubblica essa fu estesa fino al 19 dicembre mentre in età domizianea raggiunse la durata definitiva fino al 23 dicembre.

Uno dei tratti caratteristici dei Saturnalia era la libertà concessa agli schiavi, che banchettavano insieme ai padroni. Toccava infatti ai padroni servire i propri schiavi, a meno che non preferissero dividere il pasto con loro ⁷.

Tutti gli invitati ai banchetti si scambiavano il saluto augurale “Io, Saturnalia”, forse un’abbreviazione della frase “ego tibi optimis Saturnalia auspico”.

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Mosaico con gioco dei dadi (III secolo d.C.), da El Djem; Museo del Bardo, Tunisi

Nei giorni dei Saturnalia erano permessi i giochi d’azzardo, normalmente proibiti dalla legge, i tribunali non funzionavano, non si poteva richiedere il pagamento dei debiti, nessuno poteva essere condannato, non si portava la toga ma la synthesis, una più pratica veste da camera.

Come simbolo di uguaglianza tra gli uomini, tutti portavano il pilleus, il copricapo che indossavano i liberti, cioè gli schiavi che erano stati affrancati. Caratteristica dei Saturnali non era quindi il sovvertimento dell’ordine sociale – come a volte si afferma – ma l’uguaglianza tra gli uomini, la mancanza di differenze di ceto che era stato il tratto tipico dell’età dell’oro di Saturno. Durante i Saturnali, si organizzavano anche dei banchetti nelle sontuose dimore della nobiltà, in cui si affrontavano dibattiti filosofici e discussioni sui grandi temi filosofici, sulla poesia, sulla vita, sulla morte, sull’amore. Durante questi banchetti privati, si eleggeva un princeps o rex saturnalicius, il re dei Saturnali, che indossava una maschera dai colori sgargianti, si vestiva di rosso e si occupava della buona riuscita dei festeggiamenti. Una testimonianza delle discussioni che si tenevano in questi banchetti ci è offerta, a cavallo tra il IV e V secolo d.C. da Macrobio, nella sua opera intitolata appunto “Saturnalia”.

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Rilievo raffigurante Saturno con falce (II secolo d.C.); Musei Capitolini, Roma

Il 20 dicembre si celebravano i Sigillaria, che prendevano il nome dai sigilla, le statuine di cera o pasta che si regalavano come doni ai familiari e agli amici più stretti, per essere offerte ai Lari e a Saturno, e che venivano venduti in un apposito mercatino.

I Saturnalia erano così popolari che continuarono ad essere celebrati anche dopo il V secolo, quando ormai il cristianesimo si era affermato, ormai depurati dagli elementi più strettamente pagani, per poi essere in parte assorbiti dalle festività per la fine dell’anno e dal Carnevale.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, V, 74)

² Varrone (De lingua latina, V, 64)

³ Macrobio (Saturnalia, I, 10, 20)

⁴ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 24)

⁵ Macrobio (Saturnalia, I, 8, 15)

⁶ Tito Livio (Ab urbe condita,  II, 21, 2)

⁷ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 37)

Consualia (15 dicembre)

Il 15 dicembre, dopo la semina, si celebrava una delle due feste del calendario romano dedicate all’antico dio Conso (Consus): i Consualia. Gli altri Consualia, quelli estivi, si tenevano il 21 agosto, dopo il raccolto. Entrambe le feste il 21 agosto e il 15 dicembre erano seguite dopo un uguale numero di giorni (rispettivamente il 25 agosto e il 19 dicembre) da due celebrazioni (le Opeconsivia e le Opalia) dedicate alla dea Ops, personificazione dell’abbondanza in questo caso agricola, il cui epiteto più frequente era appunto Consivia, in quanto associata in stretto relazione col dio Conso, che era il protettore del raccolto che originariamente veniva immagazzinato in silos sotterranei. Ad Ops era dedicata una cappella nella Regia del Foro, alla quale avevano accesso solo il Pontefice Massimo e le Vestali.

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Mosaico da Piazza Armerina

I Consualia estivi ed invernali si svolgevano con modalità simili. Erano il Flamine di Quirino (flamen quirinalis) e le vergini Vestali a sacrificare in onore di Conso sull’altare a lui dedicato, che si trovava interrato nel Circo Massimo – perché il dio presiedeva alla conservazione del grano in silos sotterranei – e che veniva riportato alla luce solo in queste occasioni. L’altare era circondato dalle immagini di altre antiche divinità romane che avevano la funzione di proteggere le messi nei vari stati della crescita: Seia, Segezia e Tutilina. Dopo i sacrifici e l’offerta di primizie, si tenevano corse di cavalli montati e di carri, oltre a giochi campestri e corse di carri trainati da muli. Gli animali utilizzati per i lavori agricoli, come cavalli, asini e muli, erano esentati dal lavoro e venivano adornati con corone di fiori.

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Mosaico  con carro e cavalli, Centrale Montemartini, Roma

I Consualia estivi avevano lo scopo di mettere sotto la protezione di Conso il raccolto immagazzinato nei granai. La tradizione attribuiva addirittura a Romolo l’istituzione dei Consualia del 21 agosto ¹, durante i quali si sarebbe svolto il Ratto delle Sabine.

NOTE

¹ Tito Livio (Ab urbe condita, I, 9)

Lettisternio di Tellus e Cerere (13 dicembre)

Il 13 dicembre, alla fine della semina, si svolgeva a Roma un lettisternio dedicato a Tellus e a Cerere. Le due dee, infatti, erano strettamente legate; come dice Ovidio, “Cerere e Tellus svolgono una funzione comune; l’una dà origine alle colture, l’altra dà il luogo” ¹.

Il lettisternio (da lectus “letto” e sternere “stendere”) era un rito di derivazione greca, che si celebrava in circostanze di particolare gravità e che consisteva nel distendere le statue delle divinità su un letto da simposio (pulvinar) per offrirgli un banchetto sacro all’esterno del tempio, alla vista del pubblico. Il primo lettisternio attestato nelle fonti si celebrò nel 399 a.C. quando, al fine di porre termine ad una devastante epidemia, fu offerto un banchetto a tre coppie di divinità: Apollo e Latona, Mercurio e Nettuno, Ercole e Diana. Come in tutte le celebrazioni in onore di Tellus e Cerere, il 13 dicembre era molto probabile la presenza del Flamen Cerialis, il flamine di Cerere, a sacrificare e dirigere il rito del lectisternium.

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Rilievo di Tellus, Ara Pacis, Roma

Il tempio di Tellus (Aedes Telluris), dedicato nel 268 a.C., si trovava sull’Esquilino, nel quartiere delle Carinae, in un sito già consacrato alla dea da almeno due secoli. Tellus era la Madre Terra, genitrice di tutti gli esseri viventi, ed a lei era dedicata anche la festa dei Fordicidia che si celebrava il 15 aprile, durante i Ludi Ceriales (dal 12 al 19 aprile) in onore di Cerere. Oltre ad essere patrona della vita, Tellus era però anche una potenza oscura e sotterranea; infatti, agli dèi Mani e a Tellus l’officiante consacrava sé stesso e l’esercito avversario con la formula rituale della devotio; e, sempre per placare Tellus, Marco Curzio si gettò in una voragine che si era aperta nel Foro, sacrificando la sua vita per far cessare una tremenda pestilenza.

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Rilievo in terracotta con Cerere (I secolo d.C.) Museo Kircheriano, Roma

A sua volta Cerere, personificazione della forza vitale che induce la crescita di piante e animali, veniva celebrata il 19 aprile con la festa dei Cerialia. L’italica Cerere venne ben presto assimilata alla dea greca Demetra ed aveva anche lei una importante correlazione con il mondo dei morti. Annesso al suo tempio, che si trovava sull’Aventino ed era stato dedicato nel 493 a.C., si trovava infatti il Mundus Cereris, una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo dei morti e che veniva aperta solo tre volte all’anno (24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre), in occasione della ricorrenza denominata Mundus patet.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, I, 671-674)

La festa del Septimontium (11 dicembre)

L’11 dicembre si celebrava a Roma la festa del Septimontium, che coinvolgeva nei festeggiamenti gli abitanti dei sette montes (da non confondersi con i sette colli di Roma) che erano: Palatium, Cermalus e Velia (che formavano il Palatino), Fagutal, Oppius e Cispius (facenti parte dell’Esquilino) e Caelius (insieme a Subura). La festa risaliva a un’epoca molto antica, corrispondente alla prima espansione del centro urbano dal Palatino ai colli circostanti, quindi ad una fase intermedia tra il nucleo primitivo del villaggio e la città organizzata. In ognuno dei montes si celebravano sacrifici e riti differenti.

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Si discute ancora se il termine Septimontium derivi da Septem Montes, con riferimento ai sette colli del primo nucleo abitato della città, o da Saepti Montes, che significa colli divisi, mediante recinzioni o palizzate che proteggevano i primi nuclei abitati non ancora fusi a costituire un unico centro abitato.

Oltre ai sacrifici offerti dagli abitanti delle sette sommità, durante il Septimontium si svolgeva una processione che si snodava lungo determinate tappe: Palatium, Velia, Fagutal, Subura, Cermalus, Oppius, Caelius e Cispius. Nella giornata del Septimontium era inoltre proibito utilizzare carri trainati da bestie da soma ¹.

NOTE

¹ Plutarco (Questioni Romane, 69)

Festa di Tiberino (8 dicembre)

L’8 dicembre di ogni anno, a Roma, nell’anniversario della fondazione del suo tempio sull’isola Tiberina, si festeggiava Tiberino (Pater Tiberinus), la personificazione del fiume Tevere. Le celebrazioni erano dette Tiberinalia e consistevano in cerimonie di purificazione delle acque e delle sorgenti.

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Statua colossale di Tiberinus (età adrianea), rinvenuta a Roma nel 1512 nell’area dell’Iseum Campense, e ora al Louvre di Parigi

Secondo alcuni, Tiberino era figlio di Giano e di Camesene ¹, una ninfa dei boschi, ed era il dio che diede nome al Tevere, chiamato precedentemente Albula ², per le sue acque terse e brillanti (albus significa bianco in latino).

Tiberino possedeva anche doti profetiche e veniva descritto da Virgilio come un vecchio con la testa cinta di una corona di canne palustri ³. Tra i vari attributi che lo caratterizzano nelle sue statue, troviamo un ramo frondoso, una cornucopia, un remo, la prua di una nave e la lupa che allatta Remo e Romolo.

Dall’unione di Tiberino con Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, nacque Ocno o Aucno, eroe fondatore di Mantova ⁴.

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Statua di Tiberino, dal Canopo di Villa Adriana

Secondo un’altra tradizione Tiberino, chiamato Thybris dagli etruschi, fu uno dei re di Alba Longa, figlio di Capete e padre di Agrippa⁵ ⁶ o Acrota ⁷; durante una battaglia cadde nel fiume Albula e morì annegato nelle sue acque; senpre in suo onore il fiume fu ribattezzato Tevere.

NOTE

¹ Ateneo di Naucrati (Deipnosofisti, XV, 692d-f)

² Servio (Commento all’Eneide, VIII, 330)

³ Virgilio (Eneide, VIII, 31 – 34)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, X, 198)

⁵ Livio (Ab urbe condita, I, 3, 8 – 9)

⁶ Orazio (Fasti, IV, 46 – 49)

⁷ Ovidio (Metamorfosi, XIV, 614 – 616)

Faunalia (5 dicembre)

Nel calendario romano il 5 dicembre ricorreva la festa delle Faunalia, che si svolgeva non in città, ma nelle campagne. Le Faunalia venivano celebrate in onore di Fauno, una divinità italica oggetto di un culto antichissimo; dio della fertilità, protettore degli animali, dei campi e delle selve. In questa giornata, i contadini sospendevano ogni attività lavorativa nei campo, sacrificavano a Fauno un capretto o una pecora e gli offrivano del vino, affinché proteggesse i boschi, il bestiame e le colture e bruciavano incenso sulle are ¹.

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Fauno danzante, dalla Casa del Fauno a Pompei; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Le caratteristiche principali di Fauno sono evidenziate dai suoi appellativi. Fauno è “Agrestis” ², si aggira nelle foreste e nelle campagne, per apparire spesso ai contadini, che si diverte a spaventare, di giorno e anche di notte; è “Incubus” perché grava sul corpo di chi dorme e lo affligge con inquietanti visioni notturne; è “Inuus” (fecondatore), ovvero è perennemente intento ad accoppiarsi con donne e ninfe, ma anche con le femmine di tutti gli animali; è anche “Fatuus” o “Fatuclus” ³, ovvero dotato di parola, che utilizza per dar voce alla foresta e anche per pronunciare i suoi oracoli. Fauno si trova spesso associato a divinità a lui simili, come Silvano, dio delle selve, e Luperco, una sua manifestazione sotto forma di lupo. Nei miti italici, Fauno è anche il quarto re divino del Lazio (dopo Giano, Saturno e Pico), nipote di Saturno, figlio di Pico e della ninfa Canente e padre di Latino.

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Fauno in marmo rosso (II secolo d.C.), proveniente da Villa Adriana; Musei Capitolini, Roma

Quando la più tarda interpretazione ellenizzante identificherà Fauno con Pan, il dio italico iniziò ad essere rappresentato con corna e zoccoli di capra, come il suo equivalente greco.
Fauno aveva un bosco sacro a lui dedicato sui monti Tiburtini, dove si trovava la sorgente Albunea e si andava per ottenere dal dio gli oracoli durante il sonno, dormendo sopra una pelle di pecora sacrificata ⁴, con il rito dell’incubazione. Fauno era inoltre venerato in una grotta alle pendici del Palatino, detta Lupercale, dove secondo la tradizione la lupa aveva allattato Romolo e Remo.
Nella grotta del Lupercale c’era un’immagine del dio rappresentato nell’abbigliamento dei suoi sacerdoti, i Luperci, nudo e cinto solo di una pelle di capra.
Oltre ai Faunalia del 5 dicembre, in onore di Fauno si celebravano anche i Lupercalia del 15 febbraio. Inoltre, il 13 febbraio ricorreva l’anniversario della fondazione del tempio di Fauno sull’Isola Tiberina, fatto costruire nel 196 da edili plebei e dedicato due anni dopo nel 194 a.C., alle idi di febbraio, che anticipavano di due giorni la più importante festività romana di Fauno, i Lupercalia.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, III, 18)

² Ovidio (Fasti, II, 193)

³ Servio (Commento all’Eneide, VI, 775 e VIII, 314)

⁴ Virgilio (Eneide, VII, 81-106)