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Festa di Tiberino (8 dicembre)

L’8 dicembre di ogni anno, a Roma, nell’anniversario della fondazione del suo tempio sull’isola Tiberina, si festeggiava Tiberino (Pater Tiberinus), la personificazione del fiume Tevere. Le celebrazioni erano dette Tiberinalia e consistevano in cerimonie di purificazione delle acque e delle sorgenti.

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Statua colossale di Tiberinus (età adrianea), rinvenuta a Roma nel 1512 nell’area dell’Iseum Campense, e ora al Louvre di Parigi

Secondo alcuni, Tiberino era figlio di Giano e di Camesene ¹, una ninfa dei boschi, ed era il dio che diede nome al Tevere, chiamato precedentemente Albula ², per le sue acque terse e brillanti (albus significa bianco in latino).

Tiberino possedeva anche doti profetiche e veniva descritto da Virgilio come un vecchio con la testa cinta di una corona di canne palustri ³. Tra i vari attributi che lo caratterizzano nelle sue statue, troviamo un ramo frondoso, una cornucopia, un remo, la prua di una nave e la lupa che allatta Remo e Romolo.

Dall’unione di Tiberino con Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, nacque Ocno o Aucno, eroe fondatore di Mantova ⁴.

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Statua di Tiberino, dal Canopo di Villa Adriana

Secondo un’altra tradizione Tiberino, chiamato Thybris dagli etruschi, fu uno dei re di Alba Longa, figlio di Capete e padre di Agrippa⁵ ⁶ o Acrota ⁷; durante una battaglia cadde nel fiume Albula e morì annegato nelle sue acque; senpre in suo onore il fiume fu ribattezzato Tevere.

NOTE

¹ Ateneo di Naucrati (Deipnosofisti, XV, 692d-f)

² Servio (Commento all’Eneide, VIII, 330)

³ Virgilio (Eneide, VIII, 31 – 34)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, X, 198)

⁵ Livio (Ab urbe condita, I, 3, 8 – 9)

⁶ Orazio (Fasti, IV, 46 – 49)

⁷ Ovidio (Metamorfosi, XIV, 614 – 616)

Nascita di Antinoo (27 novembre)

Antinoo, il giovane favorito di Adriano, era un greco della città di Claudiopoli, in Bitinia. Nacque il 27 novembre, intorno al 110 d.C.; conosciamo la data di nascita di Antinoo perché tale giorno era oggetto di celebrazione da parte del Collegio dei Culti di Diana e di Antinoo a Lanuvio ¹. Non sappiamo se fosse uno schiavo o un uomo libero; Adriano forse lo conobbe nel 123, in occasione della sua visita alla regione e se ne invaghì. Lo fece portare in Italia e, a partire dal 128, Antinoo seguì sempre Adriano nelle sue peregrinazioni. Oltre che per i viaggi, Adriano aveva una grande passione per la caccia; in sella a Boristene, il suo cavallo preferito, ogni volta che poteva l’imperatore dava la caccia a orsi, cinghiali e leoni, che abbatteva spesso con un solo colpo di lancia. Anche questo amore per la caccia accomunava Adriano ad Antinoo, che lo accompagnava volentieri nelle battute. Non sappiamo molto altro della vita del giovane amasio dell’imperatore, prima della sua tragica fine.

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Busti di Adriano e Antinoo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Nel 130, Adriano decise di intraprendere un viaggio lungo il Nilo partendo da Alessandria, per osservare le meraviglie dell’Egitto; del suo seguito in questo viaggio culturale, oltre ad Antinoo, facevano parte, tra gli altri, sua sorella Domizia Paolina, la sua sorellastra Matidia minore, Lucio Elio Vero (suo futuro successore designato), l’imperatrice Vibia Sabina, la poetessa greca Giulia Balbilla. Dopo aver dato il via a una ristrutturazione del Serapeum di Alessandria e aver offerto un sacrificio funebre a Pompeo, Adriano e il suo seguito iniziarono la risalita del Nilo.

Purtroppo, durante il viaggio, sul finire di ottobre (forse il 30), nei pressi di Besa, Antinoo cadde nelle acque del Nilo in circostanze oscure e vi annegò. Grande fu il dolore di Adriano, che si lasciò andare a scene di disperazione e pianse lacrime amare, destando anche un certo scandalo. Per onorarne la memoria, Adriano ordinò che, nel luogo della morte di Antinoo, venisse edificata una città che chiamò Antinoopolis, coniò numerose monete in Oriente con la sua effigie, istituì oracoli in suo nome a Claudiopoli e fondò un culto del divinizzato Antinoo, che ebbe una vasta diffusione in tutto l’impero. Inoltre, Adriano e il suo seguito osservarono in cielo la nascita di una stella, che identificarono con l’anima di Antinoo ascesa in cielo ². La stella di Antinoo venne localizzata vicino alla costellazione dell’Aquila ³, l’uccello che per ordine di Zeus aveva rapito il suo amato Ganimede.

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Busto di Antinoo, British Museum, Londra

Sulla misteriosa morte di Antinoo, ovviamente iniziarono a circolare molte voci diverse. La versione ufficiale, che Adriano riportava nella sua perduta autobiografia, narra che Antinoo fosse caduto accidentalmente nel Nilo. Ovviamente, iniziarono subito a circolare ipotesi alternative; alcuni asserivano invece che Antinoo fosse stato ucciso per ordine dell’imperatore, ma per quale motivo? Adriano lo amava, come testimoniato dal suo dolore e dall’adorazione con cui onorò la sua memoria.
Resta una terza ipotesi, riportata da Cassio Dione e Aurelio Vittore: Antinoo si sarebbe ucciso per prolungare la vita di Adriano. Il 30 ottobre del 130 Adriano era infatti nel suo cinquantacinquesimo anno di vita. Era stato iniziato all’astrologia dal prozio materno Elio  Adriano ed era egli stesso un astrologo.

Conosciamo, perché trasmessoci da Efestione di Tebe, l’oroscopo che l’astrologo Antigono di Nicea gli fece sulla base della data di nascita dell’imperatore (24 gennaio 76), in occasione del suo quarantesimo compleanno, il 24 gennaio del 116. Oltre a una luminosa carriera, in questo oroscopo gli venivano predetti cinquantasei anni di vita, con un possibile prolungamento di altri sei. Forse Adriano si volle garantire quel prolungamento attraverso pratiche magiche che richiedevano il sacrificio di qualcun altro che morisse al suo posto. Come scrive Aurelio Vittore: “i maghi avevano chiesto un volontario che morisse al posto di Adriano e siccome tutti si rifiutarono, si dice che Antinoo si offrì” ⁴.

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Busto di Antinoo, Museo del Prado, Madrid

Per riconoscenza, conclude Aurelio Vittore, Adriano avrebbe quindi reso ad Antinoo tutti gli onori prima menzionati. Anche Cassio Dione, dopo aver menzionato la versione dell’incidente fornita da Adriano nella sua autobiografia, scrisse che Antinoo era “stato immolato in sacrificio. Infatti Adriano era sempre molto superstizioso e ricorreva a indovini e arti magiche d’ogni genere. Così dunque onorò Antinoo, o perché lo aveva amato, o perché questi era andato volontariamente incontro alla morte; infatti Adriano aveva bisogno di un’anima che si sacrificasse volontariamente“ ⁵. Tra l’altro, un papiro egizio, appartenente al corpus dei “papiri magici”, cita il nome di un certo Pacrate, un mago di Eliopoli che avrebbe formulato per Adriano una profezia che assicurava la vita e la salute dell’imperatore solo attraverso il volontario sacrificio di un uomo.

Comunque sia, Adriano morì il 10 luglio 138 ed ebbe il prolungamento che desiderava, essendo vissuto effettivamente sessantadue anni, cinque mesi e diciassette giorni. Non sapremo mai come si svolsero effettivamente i fatti, ma rimane la testimonianza dell’amore di Adriano per Antinoo nel centinaio di ritratti che ci sono pervenuti e che lo raffigurano, di volta in volta, con gli attributi di divinità come Ermes, Osiride, Dioniso, Apollo e altri. Ritratti talmente numerosi, da essere inferiori, nel numero di quelli giunti fino a noi, solo a quelli di Augusto e dello stesso Adriano.

NOTE

¹ Iscrizione del Collegio di Diana e Antinoo (CIL XIX, 2112)

² Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 4)

³ Firmico Materno (Mathesis, 29, 13)

⁴ Aurelio Vittore (Liber de Caesaribus XIV, 6-12)

⁵ Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 2-3)

Morte di Claudio (13 ottobre 54 d.C.)

Alle prime ore del mattino del 13 Ottobre del 54 d.C., Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico moriva dopo aver ingerito, la sera prima, una portata di funghi avvelenati, in seguito ad una congiura di palazzo ordita da sua moglie Agrippina.

Agrippina aveva da tempo deciso di eliminare Claudio, per garantire la successione al trono a suo figlio Nerone, avuto dal primo marito Gneo Domizio Enobarbo; aspettava solo il momento giusto. Claudio infatti, negli ultimi tempi, era divenuto consapevole delle manovre di Agrippina, si era pentito di aver adottato Nerone e, ogni volta che incontrava il suo legittimo figlio Britannico lo ricopriva di affetto, meditando di cambiare il testamento per designarlo successore al trono imperiale, non appena avesse indossato la toga virile. Tuttavia, non ne ebbe il tempo.

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Claudio in nudità eroica, Museo del Louvre, Parigi

L’occasione attesa da Agrippina si presentò infatti quando Narcisso, il potente liberto di Claudio e protettore di Britannico, si ammalò di gotta e si recò a Sinuessa per riprendere le forze grazie al clima salubre e alle acque salutari del luogo. Narcisso era l’addetto ab epistulis, ruolo che gli dava il diritto di portare un pugnale alla cintura e, fino a quel momento, aveva attentamente fatto in modo che al suo padrone, grazie al quale aveva accumulato un patrimonio di quattrocento milioni di sesterzi, non succedesse nulla di male.

Agrippina, che aveva numerosi complici, tra cui il liberto Pallante, aveva deciso di uccidere Claudio con un veleno il cui effetto non fosse né troppo rapido, da rendere palese l’avvelenamento, né troppo lento, da consentire all’imperatore di rendersi conto del tradimento. Per avere il veleno, Agrippina si rivolse a Locusta, un’abile avvelenatrice che aveva già prestato il suo letale talento negli intrighi di corte. L’eunuco Aloto, che aveva l’incarico di portare le vivande ed assaggiarle per primo, fu incaricato di versare il veleno su dei funghi che piacevano molto a Claudio. Claudio non si accorse di nulla, perché annebbiato dal vino, che era una delle sue passioni, ma fu colto ben presto da conati di vomito. Per evitare che Claudio si liberasse così dal veleno che aveva ingerito, Agrippina ricorse anche alla complicità del medico Senofonte che, fingendo di aiutare Claudio a liberarsi lo stomaco, gli infilò in gola una penna intinta con un potente veleno. Per Claudio fu la fine; venne portato via dal banchetto su una lettiga, come se fosse ubriaco, e alle prime luci dell’alba morì nelle sue stanze senza riuscire a dire nulla, all’età di sessantatré anni, due mesi e tredici giorni, sotto il consolato  di Asinio Marcello e Acilio Aviola.

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Statua di Agrippina minore, madre di Nerone, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Il suo corpo venne avvolto in vesti e bende, mentre Agrippina, dopo aver fatto chiudere tutti gli ingressi, faceva diffondere voci che la salute di Claudio stava migliorando. Un espediente per guadagnare tempo, tranquillizzare Britannico, Antonia e Ottavia, i figli di Claudio, e preparare l’assunzione al potere di Nerone. Poche ore dopo, a metà giornata, le porte del palazzo si spalancarono e ne uscì Nerone, in compagnia del prefetto del pretorio Afranio Burro, per dirigersi nell’accampamento dei pretoriani ed essere acclamato imperatore: era il 13 ottobre del 54 d.C.

A Claudio furono decretati onori divini e gli fu celebrato un funerale simile a quello di Augusto. Il suo testamento, invece, non fu reso pubblico, perché il fatto di aver anteposto il figliastro Nerone al figlio Britannico avrebbe urtato la sensibilità del popolo, o perché Claudio lo aveva modificato, indicando Britannico come successore.

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Particolare della statua dell’imperatore Claudio in veste di Giove (Museo Pio-Clementino, nei Musei Vaticani)

Che tutti sapessero che la morte di Claudio non fosse stata naturale, è testimoniato da una battuta ironica del fratello di Seneca, Lucio Giunio Gallione che, dopo la divinizzazione del defunto imperatore, disse che Claudio era stato innalzato fino al cielo con un uncino ¹, alludendo all’usanza dei carnefici, di trascinare attraverso il Foro con grossi uncini i cadaveri dei condannati a morte in carcere, prima di gettarli nel fiume.

Lo stesso Nerone, quando nel corso di un banchetto vennero portati dei funghi e un commensale disse che erano il cibo degli dèi, con un macabro senso dell’umorismo disse:

“È vero. Del resto mio padre è diventato un dio dopo aver mangiato un fungo! ²”.

La morte di Claudio travolse anche il liberto Narcisso, che, imprigionato, fu spinto al suicidio ³. Tuttavia, prima di morire, bruciò tutte le lettere di Claudio che contenevano informazioni contro Agrippina e altri personaggi, e che avrebbero potuto mettere in difficoltà i delatori ⁴.

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Particolare della statua bronzea di Claudio in nudità eroica rinvenuta ad Ercolano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Molti furono i prodigi che preannunciarono la morte di Claudio: apparve in cielo una stella cometa, che fu visibile per molto tempo, il mausoleo di suo padre Druso fu colpito da un fulmine e quasi tutti i magistrati di quell’anno morirono ⁵.

Pare che neppure Claudio ignorasse che quelli fossero i suoi ultimi giorni di vita: nel nominare i consoli, non ne designò nessuno per i mesi che seguirono la sua morte e, inoltre, durante la sua ultima istruttoria, dall’alto del suo scranno disse:

“Sono giunto al termine della mia vita mortale”.

E mentre i presenti facevano gli scongiuri di rito, pronunciò la frase una seconda volta ⁶.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LX, 35, 4)

² Pietro Patrizio (Excerpta Vaticana, 44)

³ Tacito (Annales, XIII, 1, 3)

⁴ Dione Cassio (Storia Romana, LX, 34, 5)

⁵ Svetonio (Vita di Claudio, XLVI)

⁶ Svetonio (Vita di Claudio, XLVI)

Apollo Palatino (9 ottobre 28 a.C.)

Il 9 ottobre ricorre l’anniversario della dedica a Roma del tempio di Apollo sul Palatino, avvenuta nel 28 a.C.; Apollo era una di quelle divinità di origine greca – insieme ad Ercole, Castore ed Esculapio – che non avevano un corrispettivo italico e che furono letteralmente adottate ed inserite nel pantheon romano.

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Apollo del Belvedere (particolare), età adrianea, Musei Vaticani

La prima attestazione di Apollo che conosciamo, risale alla Roma del V secolo, e riguarda un Apollo Medico a cui fu votato un tempio nel 433, in occasione di una interminabile epidemia, e dedicato nel 431 dal console Cneo Giulio Mentone, ai piedi delle pendici sud-occidentali del Campidoglio, nel Campo Marzio, in un luogo che già in precedenza si chiamava Apollinar ¹, e dove sorgeva un sacello privato del dio. Quello di guaritore (Apollus Medicus) è l’aspetto di Apollo che interessò di più ai Romani almeno fino alla seconda guerra punica. I Romani tralasciarono invece di assorbire, nell’Apollo accolto nel loro pantheon, le facoltà divinatorie che erano una prerogativa importante dell’Apollo greco, che dispensava celebri oracoli dal suo santuario a Delfi.

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La sacerdotessa di Apollo a Delfi pronuncia un oracolo, opera di Camillo Miola, 1880

Dopo la sconfitta di Canne nel 216 e la grave crisi che ne seguì, venne però deciso di inviare Quinto Fabio Pittore, uno dei decemviri, per chiedere ad Apollo, nel suo santuario a Delfi, quale fosse il rituale opportuno per assicurarsi la vittoria sui Cartaginesi. Il responso ottenuto salvò Roma dalla disfatta e quella di Canne fu, per molto tempo, l’ultima sconfitta subita dai romani.

Sappiamo che Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.) aveva una particolare devozione per Apollo, di cui conservava una statuetta d’oro, proveniente dal tesoro di Delfi, che aveva saccheggiato, e alla quale rivolse le sue preghiere prima della decisiva e vittoriosa battaglia di Porta Collina, nell’82.

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Apollo seduto, copia romana del I secolo d.C. da originale ellenistico, Uffizi, Firenze

Per tutta l’età repubblicana, Apollo fu venerato in un tempio fuori dalle mura della città, in quanto divinità di origine straniera e il suo culto non conobbe comunque una grande diffusione finché Augusto, che lo considerava il suo padre divino, non gli riservò particolare attenzione e lo accolse in città, facendone una delle divinità centrali del pantheon romano.

Il giovane Ottaviano aveva infatti sempre riservato ad Apollo una grande devozione. La propaganda augustea aveva messo in giro la voce che fosse figlio del dio. Non è un caso se Svetonio menziona uno scandaloso “banchetto dei dodici dèi“, sei maschi e sei femmine, a cui Augusto aveva partecipato in gioventù nelle vesti di Apollo, e che Marco Antonio gli rinfacciò con delle lettere, menzionando tutti i partecipanti ².

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Apollo Citaredo (II secolo d.C.), Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Si raccontava che Azia, la madre di Ottaviano, recatasi a mezzanotte a una solenne cerimonia in onore di Apollo, fatta posare la sua lettiga nel tempio, vi si fosse addormentata. Un serpente, all’improvviso, le era strisciato addosso e, poco dopo, se n’era andato. Al risveglio, si accorse che le era comparsa sul corpo una macchia a forma di serpente, che non riuscì più a cancellare, tanto che dovette per sempre astenersi dal frequentare i bagni pubblici ³. Augusto, che nacque nel decimo mese dopo questo evento, venne quindi ritenuto figlio di Apollo.

A testimoniare la devozione nutrita per questa divinità, Ottaviano ampliò e restaurò il santuario di Apollo che si ergeva nei pressi del luogo dove si era svolta la battaglia navale di Azio, poiché aveva attribuito al favore del dio la vittoria conseguita su Antonio e Cleopatra nel 31 a.C.

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Apollo Citaredo, affresco di epoca neroniana, proveniente dalla villa di Moregine, Pompei

Nel 36, inoltre, dopo la vittoria su Sesto Pompeo a Nauloco, che aveva posto momentaneamente fine alle guerre civili, Ottaviano decise di costruire a sue spese un tempio ad Apollo. Il luogo lo scelse il dio: sul Palatino, pochi mesi dopo, un fulmine colpì la casa di Ottaviano; il futuro Augusto, che era anche augure, e gli aruspici, interpretarono il prodigio come un segno che Apollo intendeva reclamare per sé quella parte di casa. Ottaviano decise allora di costruire in quel punto il tempio (Aedes Apollinis), che fu completato e dedicato il 9 ottobre del 28 a.C. Nel tempio erano presenti tre statue di culto, poste su un basamento: Apollo era posto al centro, con ai lati la madre Latona e la sorella Diana. Inoltre, il frontone del tempio era decorato con preziose statue greche di Apollo e Diana, risalenti al VI secolo a.C.

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Ricostruzione del tempio di Apollo Palatino

Augusto fece anche trasferire nel tempio di Apollo Palatino i Libri Sibillini, che erano stati fino a quel momento conservati nel tempio di Giove Capitolino. Sempre in onore di Apollo, suo nume tutelare, Augusto fece celebrare i Ludi Saeculares nel 17 a.C.; per questa occasione, Orazio compose il celebre Carmen Saeculare. La cerimonia durò tre giorni, dal 31 maggio al 3 giugno, in cui si alternarono di notte riti dedicati a Dite e Proserpina (rispettivamente i greci Plutone e Persefone) gli dèi dell’oltretomba, nel luogo detto Tarentum, a un’estremità del Campo Marzio, dove c’era un altare sotterraneo a loro dedicato, e di giorno riti in onore di Giove e Giunone (sul Campidoglio) e di Apollo e Diana (sul Palatino). Infine, per sette giorni si svolsero spettacoli teatrali e giochi nel circo.

I Ludi Secolari, che si erano tenuti in precedenza nel 146 e nel 249 a.C. si dovevano ripetere alla fine di ogni saeculum, inteso come durata massima della vita di un uomo, convenzionalmente fissato in 100 o 110 anni, ma il termine non fu mai rigorosamente rispettato.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, III, 63, 7)

² Svetonio (Vita di Augusto 70)

³ Svetonio (Vita di Augusto, 94)

Il cenotafio di Marcus Caelius

Nei tre giorni in cui si svolse la battaglia nella selva di Teutoburgo, i romani persero tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX), sei coorti di fanteria e tre di cavalleria ausiliaria, più un numero imprecisato di servitori e addetti al seguito: in totale, oltre ventimila uomini. Una strage che ebbe gravi conseguenze per la politica espansionistica romana. Di uno di questi soldati, Marco Celio, possediamo il ritratto nel suo cenotafio, un monumento commemorativo che non contiene resti umani.

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Stele di Marco Celio, Rheinisches Landesmuseum, Bonn

Marco Celio era nato a Bologna, in Italia, ed era centurione della XVIII legione. Morì a 53 anni nella disfatta di Teutoburgo nel settembre del 9 d.C.; il fratello Publio Celio, con la speranza di recuperarne il corpo, fece erigere questo cenotafio nei pressi dell’accampamento in cui probabilmente era stanziata la legione (Castra Vetera) in Germania, nell’odierna Xanten, in cui Marco Celio è raffigurato in uniforme da parata e con tutte le sue decorazioni militari, insieme ai suoi due liberti Privato e Thiamino, che probabilmente morirono al suo fianco. L’iscrizione sul cenotafio recita:
A Marco Celio, figlio di Tito, della tribù Lemonia, di Bologna, centurione della prima coorte della XVIII legione, di 53 anni e mezzo, ucciso nella guerra di Varo. Sarà consentito porre qui le ossa. Il fratello Publio Celio, figlio di Tito, della tribù Lemonia, fece“.
La pietà e l’amore per il fratello hanno consentito alla storia di Marco Celio, di giungere sino a noi.

Rinvenute due statue romane a Capo Bon

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Due statue in marmo bianco di epoca romana sono state portate alla luce il 30 agosto 2019 durante uno scavo di salvataggio condotto dal National Heritage Institute a El Maamoura (Capo Bon), in Tunisia, in una proprietà privata dove sono stati rinvenuti anche i resti di uno stabilimento termale di tarda epoca imperiale.

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I resti dello stabilimento termale

La prima statua rinvenuta è quella di Demetra-Cerere, dea dell’agricoltura, del raccolto e della fertilità, riconoscibile dalla cornucopia tenuta col braccio sinistro. La seconda statua, anch’essa acefala, rappresenterebbe una divinità maschile, forse Plutone-Ade. In base ai ritrovamenti, saremmo in presenza di un deposito sacro, in cui venivano seppellite le statue di culto inservibili perché danneggiate.

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La statua di Demetra-Cerere

Lo scavo continuerà sotto la direzione del National Heritage Institute alla ricerca di ulteriori statue che potrebbero trovarsi nelle vicinanze.

Morte di Augusto (19 agosto 14 d.C.)

Il 19 Agosto del 14 d.C. moriva a Nola Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Era nato a Roma, nel quartiere del Palatino, il 23 settembre del 63 a.C.: suo padre era Gaio Ottavio e sua madre era Azia, figlia di Giulia, la sorella di Giulio Cesare che, non avendo avuto eredi legittimi, lo aveva adottato.

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Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani, Roma

Tra i presagi che ne annunciarono la morte e la successiva divinizzazione, Svetonio ricorda che un fulmine, colpendo una sua statua, cancellò la prima lettera del suo nome (CAESAR) dall’iscrizione. Interrogati gli indovini, il responso fu che Augusto sarebbe vissuto solo altri cento giorni, poiché il numero cento si scriveva con la lettera C; e che in seguito sarebbe stato divinizzato, poiché AESAR, cioè quanto rimasto del nome, in lingua etrusca significava “dio”. Inoltre, in quei giorni, mentre si trovava nel Campo Marzio, un’aquila, dopo aver avergli volteggiato parecchie volte sulla testa, passata su un tempio vicino, si posò sul nome di Agrippa, sopra la prima lettera.

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Augusto come Pontefice Massimo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Incurante di questi segni, Augusto aveva deciso di inviare Tiberio nell’Illiria e di accompagnarlo personalmente, col suo seguito, fino a Benevento. Salpato di notte da Astura – un approdo nei pressi di Neptunium, l’odierna Nettuno – fece via mare il giro delle spiagge della Campania e delle isole vicine, tra cui Capri, dove si fermò per quattro giorni nella sua villa, per riprendersi da un malessere intestinale che l’aveva colpito dall’inizio del viaggio. Arrivò quindi a Napoli, dove assistette alle gare ginniche dei Giochi Isolimpici quinquennali istituiti in suo onore, e poi riprese il viaggio con Tiberio verso Benevento. Durante il ritorno, la sua malattia si aggravò, e fu costretto a fermarsi a Nola. Tiberio, che era appena arrivato nell’Illirico, venne richiamato con urgenza dalla madre Livia con una lettera. Non si sa se Tiberio, giunto a Nola, abbia trovato Augusto ancora in vita o già morto. Livia aveva ordinato di circondare la casa e le vie di accesso con una vigilanza strettissima per evitare che trapelassero notizie. La versione ufficiale fu che Tiberio fosse tornato in tempo per avere un lungo colloquio privato con Augusto. In ogni caso, la notizia della morte di Augusto, fu resa di dominio pubblico solo quando Tiberio rientrò a Roma.

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Statua equestre di Augusto, Museo Archeologico Nazionale di Atene

Il suo ultimo giorno – secondo Svetonio e Dione Cassio – dopo aver chiesto ripetutamente se il suo stato di salute provocava già animazione in città, fattosi portare uno specchio, diede ordine di pettinarlo e di correggergli un po’ col belletto le guance cadenti e, fatti entrare gli amici e i collaboratori, proferì la celebre frase: “Ho ricevuto una Roma di mattoni; ve la lascio di marmo“; quindi, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita e aggiunse anche la consueta formula finale che usavano gli attori: «Se lo spettacolo vi è piaciuto, offriteci il vostro applauso e tutti insieme manifestate la vostra gioia». Poi, congedati tutti, mentre stava chiedendo a quelli che erano arrivati da Roma notizie della figlia di Druso, che era ammalata, spirò improvvisamente tra le braccia di Livia, salutandola con queste parole: «Livia, fin che vivi ricordati della nostra unione. Addio!» Ed ebbe così una fine dolce, come aveva sempre desiderato. Morì il 19 agosto del 14 d.C. a settantacinque anni, dieci mesi e ventisei giorni, nella stessa camera in cui era morto suo padre, nell’anniversario del suo primo consolato rivestito nel 43 a.C..

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Augusto nelle sembianze di Giove, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La salma di Augusto, onorata con manifestazioni di cordoglio nei paesi dove sostava nel tragitto da Nola a Roma, venne portata a spalla fino a Boville, paese d’origine della gens Iulia, dai decurioni dei municipi e delle colonie campane. Da Boville a Roma subentrarono i membri dell’ordine equestre e, infine nell’Urbe, i senatori. La processione impiegò due settimane per raggiungere Roma. Il feretro venne cremato nel Campo Marzio e i suoi resti vennero deposti nel Mausoleo che aveva fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere, che già ospitava i membri della sua famiglia. Finita la cerimonia della sepoltura, il 17 settembre del 14 d.C. furono decretati ad Augusto gli onori divini e un tempio, con dei sacerdoti preposti al suo culto, chiamati Sodales Augustales.