Archivi categoria: Scultura

Il cenotafio di Marcus Caelius

Nei tre giorni in cui si svolse la battaglia nella selva di Teutoburgo, i romani persero tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX), sei coorti di fanteria e tre di cavalleria ausiliaria, più un numero imprecisato di servitori e addetti al seguito: in totale, oltre ventimila uomini. Una strage che ebbe gravi conseguenze per la politica espansionistica romana. Di uno di questi soldati, Marco Celio, possediamo il ritratto nel suo cenotafio, un monumento commemorativo che non contiene resti umani.

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Stele di Marco Celio, Rheinisches Landesmuseum, Bonn

Marco Celio era nato a Bologna, in Italia, ed era centurione della XVIII legione. Morì a 53 anni nella disfatta di Teutoburgo nel settembre del 9 d.C.; il fratello Publio Celio, con la speranza di recuperarne il corpo, fece erigere questo cenotafio nei pressi dell’accampamento in cui probabilmente era stanziata la legione (Castra Vetera) in Germania, nell’odierna Xanten, in cui Marco Celio è raffigurato in uniforme da parata e con tutte le sue decorazioni militari, insieme ai suoi due liberti Privato e Thiamino, che probabilmente morirono al suo fianco. L’iscrizione sul cenotafio recita:
A Marco Celio, figlio di Tito, della tribù Lemonia, di Bologna, centurione della prima coorte della XVIII legione, di 53 anni e mezzo, ucciso nella guerra di Varo. Sarà consentito porre qui le ossa. Il fratello Publio Celio, figlio di Tito, della tribù Lemonia, fece“.
La pietà e l’amore per il fratello hanno consentito alla storia di Marco Celio, di giungere sino a noi.

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Rinvenute due statue romane a Capo Bon

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Due statue in marmo bianco di epoca romana sono state portate alla luce il 30 agosto 2019 durante uno scavo di salvataggio condotto dal National Heritage Institute a El Maamoura (Capo Bon), in Tunisia, in una proprietà privata dove sono stati rinvenuti anche i resti di uno stabilimento termale di tarda epoca imperiale.

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I resti dello stabilimento termale

La prima statua rinvenuta è quella di Demetra-Cerere, dea dell’agricoltura, del raccolto e della fertilità, riconoscibile dalla cornucopia tenuta col braccio sinistro. La seconda statua, anch’essa acefala, rappresenterebbe una divinità maschile, forse Plutone-Ade. In base ai ritrovamenti, saremmo in presenza di un deposito sacro, in cui venivano seppellite le statue di culto inservibili perché danneggiate.

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La statua di Demetra-Cerere

Lo scavo continuerà sotto la direzione del National Heritage Institute alla ricerca di ulteriori statue che potrebbero trovarsi nelle vicinanze.

Morte di Augusto (19 agosto 14 d.C.)

Il 19 Agosto del 14 d.C. moriva a Nola Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Era nato a Roma, nel quartiere del Palatino, il 23 settembre del 63 a.C.: suo padre era Gaio Ottavio e sua madre era Azia, figlia di Giulia, la sorella di Giulio Cesare che, non avendo avuto eredi legittimi, lo aveva adottato.

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Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani, Roma

Tra i presagi che ne annunciarono la morte e la successiva divinizzazione, Svetonio ricorda che un fulmine, colpendo una sua statua, cancellò la prima lettera del suo nome (CAESAR) dall’iscrizione. Interrogati gli indovini, il responso fu che Augusto sarebbe vissuto solo altri cento giorni, poiché il numero cento si scriveva con la lettera C; e che in seguito sarebbe stato divinizzato, poiché AESAR, cioè quanto rimasto del nome, in lingua etrusca significava “dio”. Inoltre, in quei giorni, mentre si trovava nel Campo Marzio, un’aquila, dopo aver avergli volteggiato parecchie volte sulla testa, passata su un tempio vicino, si posò sul nome di Agrippa, sopra la prima lettera.

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Augusto come Pontefice Massimo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Incurante di questi segni, Augusto aveva deciso di inviare Tiberio nell’Illiria e di accompagnarlo personalmente, col suo seguito, fino a Benevento. Salpato di notte da Astura – un approdo nei pressi di Neptunium, l’odierna Nettuno – fece via mare il giro delle spiagge della Campania e delle isole vicine, tra cui Capri, dove si fermò per quattro giorni nella sua villa, per riprendersi da un malessere intestinale che l’aveva colpito dall’inizio del viaggio. Arrivò quindi a Napoli, dove assistette alle gare ginniche dei Giochi Isolimpici quinquennali istituiti in suo onore, e poi riprese il viaggio con Tiberio verso Benevento. Durante il ritorno, la sua malattia si aggravò, e fu costretto a fermarsi a Nola. Tiberio, che era appena arrivato nell’Illirico, venne richiamato con urgenza dalla madre Livia con una lettera. Non si sa se Tiberio, giunto a Nola, abbia trovato Augusto ancora in vita o già morto. Livia aveva ordinato di circondare la casa e le vie di accesso con una vigilanza strettissima per evitare che trapelassero notizie. La versione ufficiale fu che Tiberio fosse tornato in tempo per avere un lungo colloquio privato con Augusto. In ogni caso, la notizia della morte di Augusto, fu resa di dominio pubblico solo quando Tiberio rientrò a Roma.

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Statua equestre di Augusto, Museo Archeologico Nazionale di Atene

Il suo ultimo giorno – secondo Svetonio e Dione Cassio – dopo aver chiesto ripetutamente se il suo stato di salute provocava già animazione in città, fattosi portare uno specchio, diede ordine di pettinarlo e di correggergli un po’ col belletto le guance cadenti e, fatti entrare gli amici e i collaboratori, proferì la celebre frase: “Ho ricevuto una Roma di mattoni; ve la lascio di marmo“; quindi, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita e aggiunse anche la consueta formula finale che usavano gli attori: «Se lo spettacolo vi è piaciuto, offriteci il vostro applauso e tutti insieme manifestate la vostra gioia». Poi, congedati tutti, mentre stava chiedendo a quelli che erano arrivati da Roma notizie della figlia di Druso, che era ammalata, spirò improvvisamente tra le braccia di Livia, salutandola con queste parole: «Livia, fin che vivi ricordati della nostra unione. Addio!» Ed ebbe così una fine dolce, come aveva sempre desiderato. Morì il 19 agosto del 14 d.C. a settantacinque anni, dieci mesi e ventisei giorni, nella stessa camera in cui era morto suo padre, nell’anniversario del suo primo consolato rivestito nel 43 a.C..

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Augusto nelle sembianze di Giove, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La salma di Augusto, onorata con manifestazioni di cordoglio nei paesi dove sostava nel tragitto da Nola a Roma, venne portata a spalla fino a Boville, paese d’origine della gens Iulia, dai decurioni dei municipi e delle colonie campane. Da Boville a Roma subentrarono i membri dell’ordine equestre e, infine nell’Urbe, i senatori. La processione impiegò due settimane per raggiungere Roma. Il feretro venne cremato nel Campo Marzio e i suoi resti vennero deposti nel Mausoleo che aveva fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere, che già ospitava i membri della sua famiglia. Finita la cerimonia della sepoltura, il 17 settembre del 14 d.C. furono decretati ad Augusto gli onori divini e un tempio, con dei sacerdoti preposti al suo culto, chiamati Sodales Augustales.

Trovato torso di guerriero dace a Roma

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Dopo la testa di Dioniso rinvenuta il 24 maggio scorso, e poi trasferita al Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, gli scavi di via Alessandrina, a Roma, ci regalano un’altra importante testimonianza del passato.

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Il tronco di statua appena estratto dalla terra

Come si legge in una nota del Campidoglio, il 19 maggio “una statua di guerriero Dace in marmo bianco è stata ritrovata dagli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali impegnati nello scavo archeologico di via Alessandrina. Il busto con ogni probabilità appartiene ad una delle circa 60-70 statue di guerrieri Daci che decoravano l’attico del Foro di Traiano, risalente all’inizio del II secolo d.C. Il torso è alto circa 1,5 metri ed è in buono stato di conservazione. Il materiale con cui erano state realizzate queste statue è il marmo ed in particolare il marmo pavonazzetto, il porfido e il marmo bianco, come nel caso di quella ritrovata oggi”.

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Statua frammentaria di dace in marmo pavonazzetto dal Foro di Traiano. Museo dei Fori Imperiali, Roma

“Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina hanno spiegato che la statua è stata rinvenuta all’interno di un livello di abbandono, successivo ad un crollo da datare al tempo delle demolizioni medievali – effettuate per ricavare prezioso materiale da costruzione – presumibilmente nella seconda metà del IX secolo d.C. Un contesto di ritrovamento diverso quindi, da quello della testa di divinità rinvenuta lo scorso 24 maggio, che era stata invece intenzionalmente riutilizzata in un muro tardomedievale come materiale da costruzione”.

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Statua frammentaria di dace in marmo bianco dal Foro di Traiano. Museo dei Fori Imperiali

Già nel 1998 e nel corso del 2000, erano stati effettuati analoghi ritrovamenti in occasione degli scavi della piazza del Foro di Traiano e le statue di Daci allora scoperte sono oggi esposte ai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Si spera ora che dal prosieguo degli scavi possano apparire altri frammenti delle statue che decoravano quella parte del Foro di Traiano inaugurato nel 112 d.C.

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Statua di dace sull’arco di Costantino

Per avere un’idea di come doveva essere la statua appena rinvenuta, basta osservare una delle otto statue di daci che decorano l’arco di Costantino, che sono di età traianea e provengono molto probabilmente proprio dal Foro di Traiano.

Testa di Dioniso scoperta a Roma

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Il sottosuolo di Roma cela ancora innumerevoli meraviglie, che continuano a riemergere dal passato della città. Venerdì 25 maggio, tra lo stupore generale, dagli scavi di via Alessandrina che serviranno ad unificare i due settori del Foro di Traiano rimasti separati dalla strada, è apparsa una testa in marmo lunense, di dimensioni maggiori del vero e in ottimo stato di conservazione. La testa è stata rinvenuta incassata in un muro tardo medievale, essendo stata reimpiegata – come spesso si faceva all’epoca – come materiale edilizio, vista la scarsità di risorse.

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La delicata fattura dei lineamenti e i capelli che ricadevano sulla nuca avevano in un primo momento fatto pensare ad una divinità femminile. Si tratta invece, molto probabilmente, di una raffigurazione di Dioniso, spesso rappresentato con caratteri femminei.

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Basandosi sullo stile, è possibile al momento ipotizzare una datazione di massima del reperto tra il I e il II secolo d.C.. La statua è stata portata nei depositi del Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, per il lavoro di ripulitura e restauro e per la ricerca di eventuali tracce di colore presenti nella fascia che cinge i capelli.

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Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei archeologici e storico-artistici della Sovrintendenza, ha dichiarato: “Pensiamo vada identificata con Dioniso. Sulla testa, infatti, ha una cintura decorata con un fiore tipicamente dionisiaco, il corimbo, e dell’edera. Gli occhi cavi, che probabilmente erano costituiti da pasta vitrea o pietre preziose ce la fanno ricondurre ai primi secoli dell’impero“. Presicce auspica che dalla stessa zona, ai piedi del Campidoglio, riemergano “altri frammenti della statua o altri pezzi pertinenti” perché si possa procedere ad una eventuale futura ricostruzione. Sulla provenienza della statua, “viene naturale pensare che venga dal Foro di Traiano anche se a volte questi frammenti hanno girato parecchio“.

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La testa di Dioniso rinvenuta nel 2014 in una fognatura sotto la Via Sacra

A questo proposito, ricordiamo che già nel 2014, da un tratto del condotto fognario che scorre sotto la Via Sacra, nei pressi dell’Arco di Tito, era riemersa una testa colossale di Dioniso, alta circa 80 cm, con la capigliatura decorata con una fascia attorno a cui si arrotolavano grandi ciocche di capelli e databile al I-II secolo d.C., che confermava la presenza nelle vicinanze di un luogo di culto di Bacco o Dioniso.

Incitatus, il cavallo di Caligola

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Una delle vicende sulle quali si è più favoleggiato, anche in maniera imprecisa, per quanto riguarda il breve principato di Gaio Giulio Cesare Germanico, meglio noto come Caligola, è quella relativa al suo cavallo Incitatus. Capita spesso di leggere, tra le varie follie e stravaganze di cui Caligola è stato più o meno giustamente accusato, che avesse nominato senatore il suo cavallo, ma ciò è decisamente falso. Le fonti in proposito, che sono Svetonio e Cassio Dione, sono chiare in proposito.

Caligola era un appassionato delle corse coi carri nel circo e grande tifoso dei Verdi, una delle quattro fazioni del Circo – le altre erano i Rossi, gli Azzurri e i Bianchi – che si sfidavano nelle gare, per cui spesso si fermava a cena nelle stalle. Caligola ovviamente aveva cavalli di sua proprietà che partecipavano alle gare, e che faceva allenare in una zona del colle Vaticano chiamata Gaianum dal suo nome. Amava anche molto i suoi cavalli, a tal punto da invitare a pranzo uno di essi, a cui aveva dato il nome di Incitatus. Durante il pranzo, secondo Cassio Dione (Storia Romana, 14, 7) “gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro“.

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Secondo Svetonio (Vita di Caligola, LV), per evitare che il proprio cavallo Incitatus “venisse disturbato alla vigilia di una corsa, aveva l’abitudine di far notificare ai vicini di stare zitti a mezzo di soldati, oltre ad avergli fatto costruire una scuderia in marmo e una mangiatoia d’avorio“. Inoltre “gli regalò delle gualdrappe di porpora e dei finimenti ingemmati, e persino una casa arredata e dei servi, per ricevere con maggiore dignità le persone che invitava a suo nome. Si dice che volesse persino nominarlo console“. È quindi proprio Svetonio a menzionare la voce che Caligola volesse nominare console il cavallo Incitatus.

La diceria venne riportata anche da Cassio Dione (LIX, 14, 7): “Giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di Incitatus ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console, cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo” Dione Cassio (LIX, 14, 7).

Quando nel 40 d.C. Caligola iniziò ad attribuirsi un rango divino, riferendosi a Giove come suo fratello, progettò un tempio dedicato alla sua persona sul Palatino ed istituì un nuovo collegio sacerdotale preposto al suo culto. Nominò come suoi sacerdoti sua moglie Cesonia, suo zio Claudio e altri ricchi patrizi disposti o costretti a pagare dieci milioni di sesterzi per il discutibile onore. Arrivò al punto di nominare sacerdoti del proprio culto anche se stesso e Incitatus, il suo cavallo preferito (Cassio Dione LIX, 28, 6).

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Non sappiamo cosa successe ad Incitatus quando il suo padrone cadde assassinato il 24 gennaio del 41 sotto i colpi di Cassio Cherea e degli altri congiurati. Forse morì di vecchiaia nella sua scuderia di marmo o finì i suoi giorni sulla pista del Circo. Ci piace pensare che Incitatus sia stato rappresentato in questa statua equestre di un principe di età Giulio-Claudia, con indosso solo il “paludamentum“,  identificato proprio con un giovane Caligola, e che si trova esposta nel British Museum. La statua equestre fu trovata a Roma nel XVI secolo, restaurata da Giacomo della Porta ed esposta dal 1652 a Palazzo Farnese. Trasferita a Napoli nel XVIII secolo, col resto della Collezione Farnese, per volere di Carlo di Borbone, in seguito all’estinzione della dinastia Farnesiana, fu infine venduta da Francesco II re di Napoli nel 1864 e finì per essere trasferita all’estero.

Identificato un ritratto di Augusto nel Museo della Navarra

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Il ritratto di Augusto nel Museo della Navarra

A volte è possibile fare una nuova scoperta anche all’interno di un museo. È quanto accaduto nei giorni scorsi nel Museo di Navarra, in Spagna, nelle cui collezioni si trovava un anonimo ritratto romano in marmo bianco, di età giulio-claudia, trovato nel 1974 negli scavi dell’antica città romana di Cara, l’odierna Santacara, in Navarra. Luis Romero, un dottorando della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università della Navarra, era da sempre rimasto affascinato da questo ritratto di anonimo che si trovava in una vetrina della sala II del museo, tanto da farne oggetto della sua tesi, sotto la direzione del professore di storia antica Javier Andreu.

Al termine dei suoi studi, Luis Romero ha identificato il pezzo conservato nel Museo come uno dei pochi ritratti di Augusto divinizzato conservati nel nord della penisola iberica. Inoltre, le sue indagini hanno accertato che la scultura risalirebbe al tempo di Claudio.

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“Dopo uno studio stilistico e comparativo del frammento di testa, abbiamo identificato il ritratto come appartenente a una scultura a figura intera di Augusto appartenente al tipo detto “di Prima Porta”. La testa aveva una corona fatta di materiale metallico, probabilmente bronzo, di cui si sono conservate due tracce di ancoraggio e la rientranza per l’inserimento nella parte centrale del cranio “, ha detto Romero. Inoltre, ha spiegato che “non conosciamo il tipo di corona che la statua indossava, ma molto probabilmente si trattava di una corona di bronzo, con foglie di quercia (corona civica) o di alloro (corona trionfale).

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Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani

Romero ha sottolineato che si tratta di una caratteristica insolita, perché “questa corona veniva quasi sempre scolpita nello stesso blocco di marmo”. Esistono 17 esemplari di ritratti di Augusto in Spagna, e finora solo due di questi portavano una corona di bronzo: uno trovato nella Bética, a Torreparedones (Córdoba), e un altro a Tarraco (l’odierna Tarragona). Il ritratto di Cara sarebbe quindi il terzo a indossare una corona di bronzo. “La sua provenienza dalla città di Cara, rende questo ritratto di Augusto il più settentrionale tra quelli ritrovati in Spagna”, ha aggiunto Romero.

Luis Romero ha spiegato che il ritratto è stato identificato dalla capigliatura. La disposizione delle ciocche di capelli sulla testa consente infatti di identificare il ritratto inequivocabilmente come quello dell’imperatore Augusto. Inoltre, i lineamenti del viso, in particolare le rughe della fronte, permettono di datare il frammento di statua all’età Claudia. Si trattava quindi di un ritratto postumo, il cui intento era di mostrare l’imperatore divinizzato.

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Come già detto, la testa faceva parte di una statua intera di Augusto, del tipo denominato “di Prima Porta”, scolpita in marmo bianco a grana fine. Servirà l’analisi del marmo per sapere da quale cava proviene la pietra, anche se il professor Andreu ritiene che probabilmente il blocco di marmo importato sia stato lavorato in una officina locale.

I ricercatori hanno sottolineato che non si esclude la possibilità di trovare altri frammenti della scultura negli scavi di Cara, che è stata riportata alla luce solo per il 10% della sua estensione, e che verranno controllati anche i depositi del museo per verificare la presenza di altri frammenti dimenticati.

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Secondo Andreu, la statua doveva trovarsi in un piccolo tempio, un “sacellum”, dedicato al culto imperiale nella città romana di Cara, una città di dimensioni medio-piccole, che era sulla strada che collega Caesaraugusta (Saragozza) con Pompaelo (l’odierna Pamplona), e che raggiunse lo status di civitas romana solo in epoca flavia.

La scoperta conferma, ha sottolineato Andreu, “con crescente chiarezza” che, tra Augusto e gli anni ’70 del primo secolo d.C., “tutte le città romane della Navarra e dei Paesi Baschi, subirono un processo di romanizzazione molto rapido, che coinvolse le mode architettoniche e scultoree dell’epoca, ma anche i programmi ufficiali”.