Archivi categoria: Scultura

Testa di Dioniso scoperta a Roma

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Il sottosuolo di Roma cela ancora innumerevoli meraviglie, che continuano a riemergere dal passato della città. Venerdì 25 maggio, tra lo stupore generale, dagli scavi di via Alessandrina che serviranno ad unificare i due settori del Foro di Traiano rimasti separati dalla strada, è apparsa una testa in marmo lunense, di dimensioni maggiori del vero e in ottimo stato di conservazione. La testa è stata rinvenuta incassata in un muro tardo medievale, essendo stata reimpiegata – come spesso si faceva all’epoca – come materiale edilizio, vista la scarsità di risorse.

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La delicata fattura dei lineamenti e i capelli che ricadevano sulla nuca avevano in un primo momento fatto pensare ad una divinità femminile. Si tratta invece, molto probabilmente, di una raffigurazione di Dioniso, spesso rappresentato con caratteri femminei.

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Basandosi sullo stile, è possibile al momento ipotizzare una datazione di massima del reperto tra il I e il II secolo d.C.. La statua è stata portata nei depositi del Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, per il lavoro di ripulitura e restauro e per la ricerca di eventuali tracce di colore presenti nella fascia che cinge i capelli.

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Claudio Parisi Presicce, direttore dei Musei archeologici e storico-artistici della Sovrintendenza, ha dichiarato: “Pensiamo vada identificata con Dioniso. Sulla testa, infatti, ha una cintura decorata con un fiore tipicamente dionisiaco, il corimbo, e dell’edera. Gli occhi cavi, che probabilmente erano costituiti da pasta vitrea o pietre preziose ce la fanno ricondurre ai primi secoli dell’impero“. Presicce auspica che dalla stessa zona, ai piedi del Campidoglio, riemergano “altri frammenti della statua o altri pezzi pertinenti” perché si possa procedere ad una eventuale futura ricostruzione. Sulla provenienza della statua, “viene naturale pensare che venga dal Foro di Traiano anche se a volte questi frammenti hanno girato parecchio“.

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La testa di Dioniso rinvenuta nel 2014 in una fognatura sotto la Via Sacra

A questo proposito, ricordiamo che già nel 2014, da un tratto del condotto fognario che scorre sotto la Via Sacra, nei pressi dell’Arco di Tito, era riemersa una testa colossale di Dioniso, alta circa 80 cm, con la capigliatura decorata con una fascia attorno a cui si arrotolavano grandi ciocche di capelli e databile al I-II secolo d.C., che confermava la presenza nelle vicinanze di un luogo di culto di Bacco o Dioniso.

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Incitatus, il cavallo di Caligola

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Una delle vicende sulle quali si è più favoleggiato, anche in maniera imprecisa, per quanto riguarda il breve principato di Gaio Giulio Cesare Germanico, meglio noto come Caligola, è quella relativa al suo cavallo Incitatus. Capita spesso di leggere, tra le varie follie e stravaganze di cui Caligola è stato più o meno giustamente accusato, che avesse nominato senatore il suo cavallo, ma ciò è decisamente falso. Le fonti in proposito, che sono Svetonio e Cassio Dione, sono chiare in proposito.

Caligola era un appassionato delle corse coi carri nel circo e grande tifoso dei Verdi, una delle quattro fazioni del Circo – le altre erano i Rossi, gli Azzurri e i Bianchi – che si sfidavano nelle gare, per cui spesso si fermava a cena nelle stalle. Caligola ovviamente aveva cavalli di sua proprietà che partecipavano alle gare, e che faceva allenare in una zona del colle Vaticano chiamata Gaianum dal suo nome. Amava anche molto i suoi cavalli, a tal punto da invitare a pranzo uno di essi, a cui aveva dato il nome di Incitatus. Durante il pranzo, secondo Cassio Dione (Storia Romana, 14, 7) “gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro“.

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Secondo Svetonio (Vita di Caligola, LV), per evitare che il proprio cavallo Incitatus “venisse disturbato alla vigilia di una corsa, aveva l’abitudine di far notificare ai vicini di stare zitti a mezzo di soldati, oltre ad avergli fatto costruire una scuderia in marmo e una mangiatoia d’avorio“. Inoltre “gli regalò delle gualdrappe di porpora e dei finimenti ingemmati, e persino una casa arredata e dei servi, per ricevere con maggiore dignità le persone che invitava a suo nome. Si dice che volesse persino nominarlo console“. È quindi proprio Svetonio a menzionare la voce che Caligola volesse nominare console il cavallo Incitatus.

La diceria venne riportata anche da Cassio Dione (LIX, 14, 7): “Giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di Incitatus ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console, cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo” Dione Cassio (LIX, 14, 7).

Quando nel 40 d.C. Caligola iniziò ad attribuirsi un rango divino, riferendosi a Giove come suo fratello, progettò un tempio dedicato alla sua persona sul Palatino ed istituì un nuovo collegio sacerdotale preposto al suo culto. Nominò come suoi sacerdoti sua moglie Cesonia, suo zio Claudio e altri ricchi patrizi disposti o costretti a pagare dieci milioni di sesterzi per il discutibile onore. Arrivò al punto di nominare sacerdoti del proprio culto anche se stesso e Incitatus, il suo cavallo preferito (Cassio Dione LIX, 28, 6).

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Non sappiamo cosa successe ad Incitatus quando il suo padrone cadde assassinato il 24 gennaio del 41 sotto i colpi di Cassio Cherea e degli altri congiurati. Forse morì di vecchiaia nella sua scuderia di marmo o finì i suoi giorni sulla pista del Circo. Ci piace pensare che Incitatus sia stato rappresentato in questa statua equestre di un principe di età Giulio-Claudia, con indosso solo il “paludamentum“,  identificato proprio con un giovane Caligola, e che si trova esposta nel British Museum. La statua equestre fu trovata a Roma nel XVI secolo, restaurata da Giacomo della Porta ed esposta dal 1652 a Palazzo Farnese. Trasferita a Napoli nel XVIII secolo, col resto della Collezione Farnese, per volere di Carlo di Borbone, in seguito all’estinzione della dinastia Farnesiana, fu infine venduta da Francesco II re di Napoli nel 1864 e finì per essere trasferita all’estero.

Identificato un ritratto di Augusto nel Museo della Navarra

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Il ritratto di Augusto nel Museo della Navarra

A volte è possibile fare una nuova scoperta anche all’interno di un museo. È quanto accaduto nei giorni scorsi nel Museo di Navarra, in Spagna, nelle cui collezioni si trovava un anonimo ritratto romano in marmo bianco, di età giulio-claudia, trovato nel 1974 negli scavi dell’antica città romana di Cara, l’odierna Santacara, in Navarra. Luis Romero, un dottorando della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università della Navarra, era da sempre rimasto affascinato da questo ritratto di anonimo che si trovava in una vetrina della sala II del museo, tanto da farne oggetto della sua tesi, sotto la direzione del professore di storia antica Javier Andreu.

Al termine dei suoi studi, Luis Romero ha identificato il pezzo conservato nel Museo come uno dei pochi ritratti di Augusto divinizzato conservati nel nord della penisola iberica. Inoltre, le sue indagini hanno accertato che la scultura risalirebbe al tempo di Claudio.

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“Dopo uno studio stilistico e comparativo del frammento di testa, abbiamo identificato il ritratto come appartenente a una scultura a figura intera di Augusto appartenente al tipo detto “di Prima Porta”. La testa aveva una corona fatta di materiale metallico, probabilmente bronzo, di cui si sono conservate due tracce di ancoraggio e la rientranza per l’inserimento nella parte centrale del cranio “, ha detto Romero. Inoltre, ha spiegato che “non conosciamo il tipo di corona che la statua indossava, ma molto probabilmente si trattava di una corona di bronzo, con foglie di quercia (corona civica) o di alloro (corona trionfale).

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Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani

Romero ha sottolineato che si tratta di una caratteristica insolita, perché “questa corona veniva quasi sempre scolpita nello stesso blocco di marmo”. Esistono 17 esemplari di ritratti di Augusto in Spagna, e finora solo due di questi portavano una corona di bronzo: uno trovato nella Bética, a Torreparedones (Córdoba), e un altro a Tarraco (l’odierna Tarragona). Il ritratto di Cara sarebbe quindi il terzo a indossare una corona di bronzo. “La sua provenienza dalla città di Cara, rende questo ritratto di Augusto il più settentrionale tra quelli ritrovati in Spagna”, ha aggiunto Romero.

Luis Romero ha spiegato che il ritratto è stato identificato dalla capigliatura. La disposizione delle ciocche di capelli sulla testa consente infatti di identificare il ritratto inequivocabilmente come quello dell’imperatore Augusto. Inoltre, i lineamenti del viso, in particolare le rughe della fronte, permettono di datare il frammento di statua all’età Claudia. Si trattava quindi di un ritratto postumo, il cui intento era di mostrare l’imperatore divinizzato.

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Come già detto, la testa faceva parte di una statua intera di Augusto, del tipo denominato “di Prima Porta”, scolpita in marmo bianco a grana fine. Servirà l’analisi del marmo per sapere da quale cava proviene la pietra, anche se il professor Andreu ritiene che probabilmente il blocco di marmo importato sia stato lavorato in una officina locale.

I ricercatori hanno sottolineato che non si esclude la possibilità di trovare altri frammenti della scultura negli scavi di Cara, che è stata riportata alla luce solo per il 10% della sua estensione, e che verranno controllati anche i depositi del museo per verificare la presenza di altri frammenti dimenticati.

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Secondo Andreu, la statua doveva trovarsi in un piccolo tempio, un “sacellum”, dedicato al culto imperiale nella città romana di Cara, una città di dimensioni medio-piccole, che era sulla strada che collega Caesaraugusta (Saragozza) con Pompaelo (l’odierna Pamplona), e che raggiunse lo status di civitas romana solo in epoca flavia.

La scoperta conferma, ha sottolineato Andreu, “con crescente chiarezza” che, tra Augusto e gli anni ’70 del primo secolo d.C., “tutte le città romane della Navarra e dei Paesi Baschi, subirono un processo di romanizzazione molto rapido, che coinvolse le mode architettoniche e scultoree dell’epoca, ma anche i programmi ufficiali”.

Veneralia: 1° aprile

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Venere Callipigia, I-II secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Il 1° aprile, alle Calende, è il giorno dei Veneralia, la festa in onore di Venere Versicordia o Verticordia, la dea che letteralmente “volge i cuori”, trasforma in benevoli i cuori duri o lussuriosi e li distoglie dal male. La ricorrenza cadeva nell’anniversario della dedica nel 114 a.C. di un tempio a Venere Versicordia, vicino alla Porta Collina, lungo la via Salaria, per espiare il fatto che ben tre delle sei Vestali avevano infranto il voto di castità, essendosi rese colpevoli di aver avuto rapporti sessuali con degli uomini.
Le vestali infedeli vennero condannate ad essere sepolte vive nel “campus sceleratus”, appena fuori da Porta Collina, e Venere ebbe quindi un nuovo tempio.
Durante le celebrazioni – come narrato da Ovidio – le matrone spogliavano la statua della dea da collane e ornamenti, per poi lavarla e purificarla. Infine, la statua veniva rivestita e adornata di rose e di altri fiori.
Quindi, anche le matrone si bagnavano e si coronavano con rami di mirto, che era sacro alla dea; poi bevevano papavero mescolato a latte addolcito col miele.

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Venere Capitolina, Musei Capitolini, Roma

Nello stesso giorno, anche le altre donne si lavavano, coperte solo di mirto. Le più facoltose lo facevano in privato, mentre quelle delle classi più povere lo facevano nei bagni pubblici maschili, offrendo incenso alla Fortuna Virilis, perché gli fosse concesso di nascondere i propri difetti agli occhi degli uomini.
Venere era una divinità entrata tardivamente nel pantheon romano. Il suo culto era però molto antico. Venerata dagli etruschi come Turan, dea della fecondità e guaritrice, e dagli Osci come Herentas, aveva un santuario ad Ardea e uno a Lavinio – dove era venerata con l’epiteto di Fruti – precedenti alla fondazione di Roma. Da Ardea e Lavinio, il culto di questa Venere italica arrivò a Roma.
Il 19 agosto, giorno dei Vinalia Rustica, era l’anniversario della dedica del tempio di Venere Obsequens (obbediente, rispettosa) vicino al Circo Massimo, votato nel 295 da Quinto Fabio Gurge, nonno di Fabio Massimo il Temporeggiatore, e fatto costruire col ricavato delle multe inflitte ad alcune matrone condannate per comportamento licenzioso.
In origine, il nome di Venere era collegato alle parole “venus” “venerari” e “venia”, che indicavano lo sforzo di accattivarsi la benevolenza degli dei per ottenerne il favore, la “venia” appunto. La radice era la stessa del termine “venenum”, quel fascino seduttivo – a volte magico – con cui la donna attrae l’uomo.
Furono il contatto col mondo greco e la successiva identificazione di Venere con la greca Afrodite a provocare una grande estensione del culto di Venere, divenuta per giunta progenitrice dei Romani in quanto madre di Enea.

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Afrodite di Menophantos, I secolo a.C., Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

La Venere romana finì per plasmarsi in gran parte sull’Afrodite greca della leggenda troiana che era venerata nel santuario sul monte Erice, in Sicilia, e che i Romani conobbero quando difesero – alleati degli Elimi di Segesta in virtù della comune discendenza dai profughi troiani – contro i mercenari cartaginesi di Amilcare Barca durante la prima guerra punica. L’Afrodite di Erice (Venus Erycina), che successivamente sarebbe stata accolta a Roma, era però una divinità con spiccati tratti orientali, come dimostra il fatto che avesse al suo servizio un gruppo di prostitute sacre.
Fu il 23 aprile 215, che venne dedicato il tempio a questa Venere Ericina sul Campidoglio e quindi entro il pomerio, votato da Q. Fabio Massimo nel 217, quando invocò l’aiuto dell’Afrodite di Erice durante la seconda guerra punica. Il culto della dea fu però romanizzato e privato di quegli elementi – come la prostituzione sacra – che erano troppo orientalizzanti ed estranei alle tradizioni romane.
Sempre il 23 aprile, ma del 181, era l’anniversario del secondo tempio dedicato a Venere Ericina, votato nel 184 da L. Porcio Licinio durante la guerra contro i Liguri, situato invece fuori dalla città, vicino alla Porta Collina. In questo tempio vi era una splendida statua della dea, che qui era anche patrona delle prostitute.

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Venere Callipigia, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Questo carattere ambivalente di Venere a Roma generò una sorta di duplicazione del culto. Mentre sul Campidoglio, e quindi all’interno delle mura cittadine, si venerava la Venere ufficiale, apportatrice di vittorie al popolo romano e di fecondità per le spose e le matrone, nel santuario di porta Collina, collocato prudentemente fuori dal pomerio, Venere era invece anche patrona delle prostitute. Infatti, come testimonia Vitruvio “le passioni suscitate dalla dea devono essere tenute lontane dagli adolescenti e dalle madri di famiglia”.

Recuperata statua romana a Terracina

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I resti della statua sul fondo dello scavo

Nell’area del distributore Agip in via Roma, a Terracina, dove già il 18 gennaio 2017 venne alla luce una statua acefala di Diana, ieri é stata recuperata la statua di un guerriero romano, presumibilmente del II secolo d.C., rinvenuta durante gli scavi che Eni sta realizzando da tempo alle spalle del distributore e che negli ultimi anni ha rivelato uno straordinario impianto termale, in ottimo stato di conservazione. Gli scavi hanno finora restituito altre sei statue prima di questa, tra cui quella di Giove Anxur oltre appunto alla Diana Cacciatrice.

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Il recupero della statua

La statua di quello che potrebbe essere un condottiero romano in nudità eroica è al momento è acefala e priva di braccia e gambe, che potrebbero venire alla luce,  insieme al basamento, nel prosieguo degli scavi. Speriamo di avere presto ulteriori notizie in merito e foto dei reperti.

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Il torso della statua di Diana recuperato nel gennaio 2017

Giove e l’Anguipede

20190222_163756Il Museo Bargoin, di Clermont-Ferrand, in Francia, ha recentemente acquisito un pezzo di grande interesse: Giove e l’Anguipede.
Si tratta di una scultura del II secolo, alta più di 1,70 metri, con alle spalle una storia movimentata, e che sarà esposta gratuitamente al pubblico per quattro mesi, in attesa di procedere al suo restauro.
Il dio è raffigurato a cavallo, nell’atto di calpestare una creatura dalla coda di serpente o di pesce, che giace al suolo, schiacciata sotto gli zoccoli del cavallo.

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Giove e l’Anguipede, Musée Bargoin de Clermont-Ferrand

Si tratta di un Anguipede, una creatura mostruosa con il corpo umano ma con le estremità serpentiformi, che compare per lo più in ambienti gallo-romano e celtici. L’anguipede che fuoriesce dalla terra rappresenta le forze telluriche e sotterranee. Questo tipo di raffigurazione simboleggia quindi la vittoria della ragione sulle forze ctonie (sotterranee e infernali), dell’ordine sul caos, della civiltà sulla barbarie.
Questo genere di sculture veniva di solito posto in cima a pilastri o colonne alti anche quattro metri e se ne conoscono almeno una dozzina di esemplari, rinvenuti nei territori corrispondenti alle Gallie e in Germania, anche se non sempre in buone condizioni.

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Giove e l’Anguipede, III secolo d.C., proveniente da Châtel sur Moselle ed esposto al Musée d’Epinal

Le si trovava in prossimità delle acque, correnti o stagnanti. Giove è riconoscibile perché nella mano destra impugna una lancia o un fascio di fulmini.
La scultura venne scoperta nel 1849 da un contadino in un campo nei dintorni di Égliseneuve-près-Billom, nel dipartimento del Puy-de-Dôme. La stampa dell’epoca diede notizia della scoperta e il suo scopritore, il signor Brunel, si diede subito da fare per guadagnarci qualcosa. Nei successivi vent’anni, Brunel portò la statua di villaggio in villaggio, facendosi pagare dieci centesimi da chiunque volesse vederla.NI_1354461_1548934180_550
All’epoca, la statua non veniva ancora interpretata come Giove che sconfiggeva un mostro, ma come un imperatore che sottometteva un barbaro.
La statua suscitò l’interesse dei collezionisti e finì in una collezione privata per non riapparire più al pubblico fino allo scorso anno, quando il Museo Bargain se l’è aggiudicata ad un’asta per la somma di 76.560 euro.

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Giove e Anguipede su colonna, Musée de Metz

La Musa Polimnia

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La Musa Polimnia, detta anche Musa pensosa, è una copia romana, in marmo pario, del II secolo d.C., di una scultura originale greca del II sec. a.C. di Filisco di Rodi.
Polimnia, figlia di Zeus e di Mnemosine, era la Musa protettrice della poesia, della pantomima e della danza associata al canto sacro e eroico.
La sua figura, dallo sguardo sognante, è avvolta nel mantello, col gomito del braccio destro poggiato su uno sperone roccioso e la mano sotto il mento. Dal mantello fuoriescono solo il piede e la mano sinistra, che regge un rotolo di versi, simbolo dell’arte da lei rappresentata.

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La scultura presenta una particolare luminosità, data dal fatto che la levigatura originale dell’opera è perfettamente conservata, e può essere ammirata in tutto il suo splendore nella Centrale Montemartini, a Roma. Fu trovata nel 1928 in via Terni, a Roma, poco al di fuori delle Mura Aureliane, nascosta in un cunicolo sotterraneo in parte franato e forse adibito a cava di tufo, insieme a una seconda scultura, priva di testa, identificata con la Musa Melpomene.

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Probabilmente essa faceva parte di un ciclo statuario che decorava uno dei padiglioni degli Horti Spei Veteris, un ampio possedimento imperiale che si estendeva dall’area dell’odierna piazza di Porta Maggiore fino all’estremità sud-orientale della città e che Settimio Severo trasformò in giardino, edificandovi inoltre un complesso residenziale – completato da Eliogabalo – composto di un palazzo residenziale (palazzo Sessoriano), di un Circo (circo Variano) e di un anfiteatro di corte, noto come anfiteatro Castrense, ancora oggi in parte conservato perché inglobato come bastione nelle Mura Aureliane.

20190125_151331La denominazione “ad spem veterem” derivava dalla presenza di un antico tempio dedicato alla Speranza e presente nella zona.
Probabilmente, le due sculture, insieme a quelle delle altre sette Muse, componevano un ciclo che decorava la sontuosa residenza imperiale completata e abbellita da Eliogabalo tra il 218 e il 222, in maniera così lussuosa da rivaleggiare perfino con le dimore imperiali del Palatino.

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