Morte del poeta Anneo Lucano (30 aprile 65 d.C.)

Il 30 aprile del 65 d.C., moriva a Roma il poeta Marco Anneo Lucano. Lucano (39 – 65 d.C.) era figlio di Anneo Mela, fratello minore di Seneca; sua madre si chiamava Acilia, ed era figlia dell’oratore Acilio Lucano.

ddcfea8a-d611-423d-8750-bd39c2241b8f
Morte di Lucano, Josè Garnelo, 1887, Museo del Prado, Madrid

Nato a Cordova il 3 novembre del 39, Lucano fu portato a Roma dai genitori a soli otto mesi ed educato dai migliori maestri, tra cui lo stoico Lucio Anneo Cornuto, che era a capo di un circolo di nostalgici intellettuali repubblicani, e suo zio Seneca, tornato nel 49 dall’esilio in Corsica, dove lo aveva relegato l’imperatore Claudio; Agrippina voleva infatti che Seneca fosse il precettore di suo figlio Nerone. Nel frattempo, oltre a sposarsi con Polla Argentaria, il giovane Lucano dimostrò di avere un precoce talento letterario e Seneca lo introdusse alla corte di Nerone, di cui divenne amico. Nerone, da amante della poesia, aveva costituito un circolo letterario di cui Lucano entrò a far parte. Nel 60, a soli vent’anni Lucano fu insignito della questura da Nerone. Poi, in occasione dei Neronia, le competizioni quinquennali di poesia, musica, ginnastica ed equitazione istituite da Nerone, Lucano si aggiudicò il premio per un componimento di Lodi in onore del principe stesso.

In questo felice periodo, Lucano pubblicò e dedicò a Nerone i primi tre libri della Farsalia, il poema che narrava la guerra civile tra Cesare e Pompeo. Subito dopo il ritiro di Seneca a vita privata, nel 62, si verificò una insanabile rottura tra Nerone e Lucano, forse per la vena stoica e i toni repubblicani che il poema andava assumendo, oppure per motivi di rivalità artistica da parte del principe. Dione Cassio scrisse infatti che

Lucano ricevette il divieto di comporre poesia a causa del successo che riscuoteva la sua attività di poeta” ¹.

Svetonio invece diceva che Lucano si offese perché, mentre declamava i versi del suo poema, Nerone se ne andò dalla sala.

20190430_015421
Busto di Nerone, (54-59 d.C. circa) Museo Archeologico Nazionale di Olbia

Comunque si siano svolti i fatti, in seguito Lucano aderì alla congiura che faceva capo a Pisone, forse proprio per il risentimento che gli aveva provocato la condotta di Nerone, e ne fu uno dei più accesi sostenitori.

Secondo Tacito, alla partecipazione alla congiura

Lucano vi era spinto da ragioni personali, perché Nerone cercava di soffocare la gloria dei suoi poemi  e perché, incapace di rivaleggiare con lui, gli aveva vietato di farne sfoggio in pubblico” ².

Nel 65 la congiura fu purtroppo scoperta e Scevino, uno dei congiurati, denunciò Lucano, che venne imprigionato. Sottoposto ad interrogatorio, Lucano fece a sua volta i nomi di altri congiurati tra cui, anche se potrebbe trattarsi di una calunnia, quello di sua madre Acilia, che infatti non subì conseguenze. La confessione non fu sufficiente a salvargli la vita. Dopo che suo zio Seneca fu costretto al suicidio da Nerone, la stessa sorte toccò al giovane Lucano, che si tagliò le vene e morì declamando i versi di un suo poema.

Nerone diede poi l’ordine di uccidere Anneo Lucano. Questi, mentre il sangue gli fluiva dalle vene, quando s’accorse che il gelo si diffondeva nei piedi e nelle mani e che, a poco a poco, gli spiriti vitali abbandonavano le estremità, con piena lucidità di mente si rammentò un carme che egli aveva composto per rappresentare un soldato ferito che moriva come lui; recitò quei versi, che furono le sue ultime parole” ³.

Prima di morire, Lucano scrisse una lettera al padre affinché correggesse alcuni versi della Farsalia, che lasciava incompiuta. L’anno seguente, purtroppo, anche Anneo Mela, il padre di Lucano, cadde vittima della repressione neroniana, ma la Farsalia si salvò grazie all’opera di divulgazione clandestina che ne fece Polla Argentaria, la giovane vedova del poeta, e godette di uno straordinario successo già a partire dall’età Flavia.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, LXII, 29, 4)

² Tacito (Annales, XV, 49, 3)

³ Tacito (Annales, XV, 70, 1)

Battaglia di Campus Serenus: 30 aprile 313 d.C.

Il 30 aprile del 313 d.C., ebbe luogo la battaglia di Tzirallum, in Grecia, anche nota come battaglia di Campus Serenus, tra gli imperatori Valerio Licinio e Massimino Daia, in lotta per il dominio sulla parte orientale dell’Impero romano.

7943_-_Venezia_-_Tetrarchi_in_Piazza_San_Marco_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_8-Aug-2007
Statue in porfido di tetrarchi, piazza San Marco, Venezia

Il sogno di Diocleziano di ristrutturare l’impero sotto una rigida tetrarchia con due Augusti e due Cesari che si spartivano Oriente e Occidente era miseramente fallito per mere ambizioni di potere personali. Solo pochi anni prima, nel 308, era stato faticosamente raggiunto un accordo a Carnuntum, un campo militare sul Danubio, sotto la regia dell’anziano Diocleziano, che aveva abdicato ormai dal 305; l’accordo prevedeva Galerio come Augusto d’Oriente e Massimino Daia come suo Cesare; in Occidente, Licinio veniva nominato Augusto, con Costantino che era Cesare nelle Gallie. Restava l’incognita di Massenzio, che dal 306 governava da usurpatore come princeps l’Italia e l’Africa, a cui Licinio avrebbe dovuto strappare i territori.

busto-di-massimino-daia-porfiro-inizi-iv-sec-d-c-cairo-museum
Busto in porfido di Massimino Daia, Museo del Cairo

L’accordo di Carnuntum andò invece in crisi con la morte di Galerio nel maggio del 311. Fu Costantino a muoversi contro Massenzio e, dopo averlo eliminato, entrò trionfalmente a Roma il 29 ottobre 312, assumendo il controllo della parte occidentale, originariamente riservata a Licinio. Licinio, da parte sua, accordatosi con Costantino, nel gennaio 313 ne sposò la sorella Costanza a Milano, e rivolse allora le sue mire alla parte orientale, nelle mani del nuovo Augusto Massimino Daia. Per risolvere la disputa con Licinio, Massimino tentò di sorprendere l’avversario, attraversando l’Ellesponto con il suo esercito dall’Asia Minore. Massimino assediò e costrinse alla resa Bisanzio, prima di essere intercettato da Licinio il 30 aprile nella località di Campus Serenus, tra Adrianopoli ed Eraclea.

0a572e0f6217325be0071c1a1a45df68
Testa di Licinio

Prima di ingaggiare la battaglia, Licinio fece recitare alle sue truppe una preghiera a un “sommo dio”, ricevuta in sogno la notte prima, e interpretata in seguito dal retore Lattanzio come cristiana. Forse si trattò solo di un episodio inventato a posteriori, parallelo all’analogo sogno che ebbe Costantino alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio. Comunque si svolsero i fatti, l’esercito di Licinio, pur se in inferiorità numerica, ebbe la meglio su quello del pagano Massimino, esausto per l’avanzata a marce forzate, e la battaglia si risolse in un massacro. Massimino si mise in salvo con una precipitosa fuga, travestito da servo. Arrivato a Nicomedia, annullò gli editti contro i cristiani, che aveva continuato ad applicare fino a quel momento, e restituì le proprietà confiscate alla chiesa; incalzato dalle truppe di Licinio e gravemente ammalato, Massimino si tolse la vita a Tarso nell’agosto 313 e fu colpito da damnatio memoriae. Licinio, ormai Augusto d’Oriente, provvide poi a eliminare la moglie e i figli ancora bambini di Massimino Daia, e i suoi funzionari superstiti, in uno spietato bagno di sangue che coinvolse anche altri illustri personaggi come Prisca e Valeria, rispettivamente vedova e figlia di Diocleziano, e i giovani Candidiano e Severiano, figli dei defunti tetrarchi Galerio e Severo. Morivano così, a detta di Lattanzio, gli ultimi persecutori dei cristiani.

Floralia e Ludi Florales (28 aprile – 3 maggio)

Dal 28 aprile al 3 maggio si celebravano a Roma i Floralia, in onore della dea Flora, e contemporaneamente si svolgevano i Ludi Florales, consistenti in spettacoli teatrali (ludi scaenici) allestiti presso le scalinate del tempio e giochi circensi (ludi circenses) nel Circo Massimo.

1200px-Prosper_Piatti_and_workshop_Floralia
“Floralia” Prospero Piatti, 1899

Le feste erano state istituite nel 241 o 238 a.C., in occasione della fondazione del tempio di Flora (Aedes Florae) sull’Aventino, presso il Circo Massimo, che si aggiungeva al più antico santuario sul Quirinale; la decisione di costruire il nuovo tempio e istituire i Ludi era stata presa dagli edili Marco e Lucio Publicio, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, per scongiurare una grave carestia. Il culto di Flora aveva però origini italiche ben più arcaiche: troviamo infatti la dea già tra i Sabini; i Sanniti la adoravano come Fluusai Kerriiai (Flora di Cerere), e a Roma la tradizione attribuiva l’istituzione del suo culto proprio al re di origine sabina Tito Tazio ¹. Che il culto di Flora fosse molto antico è dimostrato, d’altronde, dal fatto che a Flora era dedicato uno dei dodici flamini minori, e che la dea fosse una delle divinità a cui sacrificavano i fratelli Arvali, il collegio sacerdotale che aveva il compito di assicurare la fertilità dei campi.

a54cb15cce32ca2861b83b82b3365a83
Affresco di Flora, proveniente da Stabiae, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La funzione di Flora consisteva nel favorire al momento opportuno la fioritura dei cereali e delle altre piante utili, compresi gli alberi da frutto e i vigneti ². Flora era chiamata anche Mater florum ³, patrona dei fiori ornamentali. Il suo nome era inoltre considerato, da alcuni eruditi, il nome segreto di Roma, che doveva essere tenuto nascosto per la sicurezza mistica della città ⁴. Pare che Flora fosse connessa anche alle corse dei carri, come patrona della squadra dei Verdi. Allo svolgimento delle Floralia presiedeva il Flamen Floralis, preposto al culto di Flora. Durante la festa, si tenevano riti di fecondità e fertilità della terra, sacrifici, spettacoli teatrali, corse di carri, combattimenti di gladiatori, gare di inseguimento di lepri e capre, e lanci di legumi, simbolo di fecondità e ricchezza.

flo002
Flora Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

In linea col carattere benevolo e leggiadro di Flora, simbolo di vitalità, durante la festa avevano luogo danze e banchetti, accompagnati da uno smodato consumo di vino tra i partecipanti, che si scambiavano battute licenziose e volgari, in un’atmosfera di sfrenato divertimento. Durante i festeggiamenti, uomini e donne si cingevano la testa con ghirlande di fiori e indossavano vestiti variopinti.

I ludi scaenici, che si svolgevano nei primi cinque giorni, coerentemente con il tono allegro dei Floralia, consistevano in mimi e rappresentazioni leggere o a carattere osceno, in cui spesso le prostitute erano protagoniste; i mimi, infatti, erano gli unici spettacoli in cui potevano recitare delle donne. Le meretrici si esibivano infatti in spettacoli di mimo in cui, adorne di ghirlande di fiori, danzavano e si spogliavano di fronte al pubblico (nudatio mimarum); un rito del genere, allusivo anche alla fecondazione, non poteva che destare in seguito la disapprovazione di apologeti cristiani come Tertulliano, Arnobio, Lattanzio e Agostino, ma anche dei pagani moralisti: dava adito a scandalo il fatto che tutti i membri della collettività, dalle classi più umili ai senatori e ai magistrati, assistendo alle rappresentazioni, chiedessero a gran voce alle prostitute attrici di mostrarsi nude. Ma tutti i festeggiamenti in onore di Flora erano pervasi da un clima di grande licenziosità, che metteva in relazione la fioritura della natura con la fecondità e il piacere sessuale.

17055888346_2e4d46124a_b
“Primavera”, (1894) di Lawrence Alma-Tadema

L’ultimo giorno, nel Circo Massimo, avevano luogo delle particolari venationes: anziché belve feroci, nell’arena venivano liberate lepri e capre, che venivano cacciate e uccise, forse perché ritenute animali dannosi per le coltivazioni. Oltre alla caccia agli animali, sempre nel Circo, le prostitute simulavano combattimenti tra gladiatori, in cui non mancavano di mettere in mostra le loro nudità, e i magistrati da poco eletti gettavano al popolo ceci, fave, lupini ed altri legumi (sparsiones), come augurio di futura abbondanza. Infine, a conclusione dei Floralia, l’ultimo giorno si celebrava il sacrificio alla dea, nel tempio sull’Aventino, ma sulla natura di questo sacrificio, officiato dal Flamen Floralis, nessun autore ci ha lasciato testimonianza.

I Floralia continuarono a celebrarsi anche in epoca cristiana e sono presenti sul Calendario di Filocalo, relativo all’anno 354. Ancora sul finire del IV secolo d.C., al tramonto del paganesimo, in seguito ad una carestia che attanagliava l’Urbe dal 382, un certo Simmaco, probabilmente il pagano Quinto Aurelio Simmaco, praefectus urbis dal 384 al 385, ordinò il restauro del tempio di Flora sull’Aventino, memore della sua funzione agraria connessa alla fertilità dei campi.

NOTE

¹ Varrone (De Lingua Latina, V, 74)

² Varrone (De Re Rustica, I, 1, 6)

³ Ovidio (Fasti, V, v. 183)

⁴ Giovanni Lido (De mensibus, IV, 73)

Nascita di Marco Aurelio (26 aprile 121 d.C)

Il 26 aprile del 121 d.C., in una villa circondata da un sontuoso giardino sul monte Celio, di proprietà di sua madre, nacque a Roma Marco Annio Catilio Severo, conosciuto in seguito come Marco Aurelio. Era l’anno del secondo consolato di suo nonno Marco Annio Vero e il primo di Gneo Arrio Augure. La sua famiglia, per via paterna, era originaria della Betica (odierna Andalusia) ed aveva iniziato ad acquisire importanza all’epoca di Domiziano; per parte di madre discendeva invece dall’oratore Domizio Afro, arrivato a Roma al tempo di Tiberio da Nemausus (Nîmes).

20190425_143810
Busto di giovane Marco Aurelio, Musei Capitolini, Roma

Secondo Mario Massimo, autore di perdute biografie degli imperatori da Nerva a Elagabalo, si diceva addirittura che le sue origini familiari risalissero a Numa Pompilio e al re Malennio, mitico fondatore di Lupiae, l’odierna Lecce ¹. Leggende a parte, da varie generazioni, i membri degli Annii e dei Domizii si erano distinti nel ricoprire importanti cariche pubbliche ed erano vicini alla corte imperiale.

marcus_aurelius_rgm (2)
Testa di giovane Marco Aurelio, collezione privata

Suo padre si chiamava Annio Vero e sua madre Domizia Lucilla, alla quale fu sempre molto legato. Il giovane Marco amava la sua casa natale sul Celio, dove viveva con la madre, una donna di grande cultura che parlava correntemente anche in greco, e con la sorella Cornificia Faustina. L’amore per la lingua e la cultura greca segnò profondamente Marco, che infatti, divenuto adulto, scriverà proprio in greco i suoi “Pensieri”. Rimasto orfano di padre intorno ai nove anni, fu adottato dal nonno paterno Marco Annio Vero, mutando il nome anch’egli in Marco Annio Vero. Di carattere serio e riflessivo, grazie alla generosità del bisnonno Catilio Severo, sin da bambino Marco potè dedicarsi agli studi di lettere, musica, geometria e oratoria, sotto la guida dei migliori precettori dell’epoca, tra cui il celebre oratore Erode Attico e il retore Cornelio Frontone, con cui negli anni intrattenne una fitta corrispondenza, in parte giunta fino a noi. Fu sempre legato alla memoria dei suoi maestri, al punto di ospitare le loro statuette d’oro nella cappella dei Lari ². La sua grande passione era però la filosofia, alla quale si dedicò assiduamente a partire dall’età di undici anni; si vestiva alla maniera dei filosofi, avvolto in un mantello, e dormiva per terra, tanto che sua madre dovette faticare non poco per convincerlo a riposare almeno su un giaciglio fatto di pelli. In particolare, era la filosofia stoica che lo attraeva e lo portava a frequentare le lezioni di Apollonio di Calcedonia e di Giunio Rustico.

20190426_003522
Busto di giovane Marco Aurelio, Uffizi, Firenze

Nel frattempo, iniziò a frequentare la corte, sotto lo sguardo premuroso di Adriano, che lo chiamava Verissimus, alludendo al grande amore del ragazzo per la verità. Adriano gli conferì la dignità dell’ordine equestre a sette anni e ad otto lo fece entrare nel collegio dei Salii; in questo caso, poiché per entrare nel collegio era necessario avere entrambi i genitori ancora in vita, Adriano potè aggirare la regola in qualità di pontifex maximus. A quindici anni, Marco assunse la toga virile e, secondo le disposizioni di Adriano, si fidanzò con Ceionia Fabia, la figlia di Lucio Ceionio Commodo, designato successore col nome di Lucio Elio Cesare. Marco, come tutti i ragazzi della sua età, non disdegnava i piaceri della vita, come andare a caccia e recarsi a teatro; si dedicò alla pittura, al pugilato, alla lotta, alla corsa e al gioco della palla, ma a tutte queste attività preferì infine lo studio della filosofia. Quando morì Lucio Elio Cesare, Adriano ritenne Marco, che aveva solo diciotto anni, non ancora maturo per essere nominato erede al trono. Fu così che, sentendo vicino l’approssimarsi  della morte, preferì optare per un uomo di provata esperienza e adottò Tito Aurelio Boionio Arrio Antonino, cinquantunenne governatore della Provincia d’Asia, con la condizione che quest’ultimo adottasse a sua volta il giovane Marco e Lucio Vero, figlio del defunto Lucio Cesare.

20190426_010339
Busti di Marco Aurelio e Lucio Vero

Come stabilito, alla morte di Adriano, il suo successore Antonino Pio adottò quindi Marco il 25 febbraio 138, facendogli assumere il nome di Marco Elio Aurelio Vero e, rotto il precedente fidanzamento con Ceionia, gli diede in moglie sua figlia Annia Galeria Faustina. Designato erede al trono, assunse il titolo all’età di quarant’anni, il 7 marzo del 161, col nome definitivo di Marco Aurelio Antonino, insieme al fratello adottivo Lucio Vero.

NOTE

¹ Historia Augusta (Marco Antonino, 1, 6)

² Historia Augusta (Marco Antonino, 3, 5)

Rinvenuta moneta d’oro di Teodosio II in Israele

The gold coin bearing the Image of Byzantine Emperor Theodosius II

Un raro solido di Teodosio II è stato rinvenuto da alcuni studenti durante un’escursione nei pressi del torrente Zippori, in Galilea. Il solido d’oro, del peso di 4.5 grammi, coniato dalla zecca di Costantinopoli tra il 420 e il 423 è il primo di questo tipo ad essere stato trovato in Israele. La moneta presenta sul dritto il ritratto di Teodosio II con elmo, lancia e scudo e sul rovescio l’immagine della Vittoria alata con croce.

GoldCoinGalilee

Teodosio II, nato a Costantinopoli nel 401, divenne imperatore a soli 7 anni di età nel 408, alla morte di suo padre Arcadio, e morì il 28 luglio del 450, per le ferite riportate in seguito a una caduta da cavallo. A lui si deve l’importante compilazione e pubblicazione nel 438 della raccolta di leggi nota come Codice Teodosiano, che costituì la base per la redazione del Codice Giustinianeo circa un secolo dopo.

Robigalia (25 aprile)

Come tutte le festività di aprile, anche i Robigalia, che si svolgevano il 25, avevano a che vedere con la crescita delle coltivazioni. I Robigalia, istituiti per tradizione da Numa ¹, erano dedicati a Robigus, una personificazione della ruggine dei cereali (robigo), un fungo che infettava il raccolto e lo faceva ammalare. Il sesso di questa divinità era incerto; per la tradizione più antica e autorevole, rappresentata da Varrone, Verrio Flacco e Festo, Robigus era una divinità maschile; per contro, Ovidio, Columella e gli autori cristiani, le attribuivano sesso femminile, chiamandola Robigo.

20190423_131526
Sarcofago di Acilia (III secolo d.C.), Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Questo di Robigus è uno dei rari casi a Roma in cui una divinità malvagia riceveva un culto; un altra era Averruncus, una entità che bisognava propiziarsi affinché allontanasse il male ². Per scongiurare la tanto temuta infestazione, si organizzava una processione rituale di persone tutte vestite di bianco che, guidate dal Flamen Quirinalis, si dirigeva al bosco sacro della divinità, situato al quinto miglio della via Claudia, come attestato dal calendario di Preneste. Una volta arrivati nel bosco, il flamine di Quirino procedeva al sacrificio di una pecora di due anni e di una cagna dal pelo rosso. Le interiora degli animali venivano gettate sul fuoco e cosparse con vino e incenso ³. Lo scopo del rito era ovviamente quello di propiziarsi il dio Robigus affinché si astenesse dal nuocere al grano e rovinare il raccolto.

NOTE

¹ Plinio (Naturalis Historia, XVIII, 69)

² Gellio (Noctes Atticae, V, 12, 14)

³ Ovidio (Fasti, IV, vv. 905-942)

 

Decifrata iscrizione con il nome di Massimino il Trace

SmartSelect_20190424-214706_Gallery
Pietra miliare e testo dell’iscrizione

Il nome dell’imperatore Gaio Giulio Vero Massimino, soprannominato il Trace, che regnò dal 235 al 238 d.C., e del figlio Gaio Giulio Vero Massimo, è stato decifrato su una pietra miliare trovata lungo una strada romana a est del Mare della Galilea. La pietra è una delle tre scoperte a Moshav Ramot, nella zona meridionale delle Alture del Golan, dai ricercatori dell’Università di Haifa. Il nome di Massimino venne probabilmente inciso sulla pietra miliare in occasione di uno degli interventi di manutenzione della strada che ebbero luogo durante il regno di questo imperatore originario della Tracia, dalla statura e dalla forza leggendarie. Si tratta del primo ritrovamento di una pietra miliare con un’iscrizione lungo questa strada, il cui tracciato scorre accanto all’antica città di Hippos-Sussita.

Festa di Venere Ericina (23 aprile)

Il 23 aprile era il giorno dedicato a Venere Ericina, l’Afrodite che era venerata nel santuario sul monte Erice, in Sicilia, e il cui simulacro era stato da lì trasferito a Roma. Questa festività coincideva con l’anniversario della dedica dei due templi in onore di Venere Ericina presenti a Roma.

DADmha3XYAE_pgI
Venere Callipigia, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Fu infatti il 23 aprile 215, che venne dedicato il tempio a Venere Ericina sul Campidoglio e quindi entro il pomerio, votato da Quinto Fabio Massimo nel 217, quando invocò l’aiuto dell’Afrodite di Erice durante la seconda guerra punica. Il culto della dea fu però romanizzato e privato di quegli elementi presenti a Erice – come la prostituzione sacra – che erano troppo orientalizzanti ed estranei alle tradizioni romane.
Sempre il 23 aprile, ma del 181, venne dedicato il secondo tempio a Venere Ericina, votato nel 184 da Lucio Porcio Licinio durante la guerra contro i Liguri, situato invece fuori dalla città, vicino alla Porta Collina. Questo tempio era circondato da un portico e qui si praticava invece la prostituzione sacra, come avveniva ad Erice. Nel tempio era presente una splendida statua della dea, che qui, fuori dalle mura e al riparo da sguardi indiscreti, era anche patrona delle prostitute.

617px-Crouching_Aphrodite_Louvre_Ma53
Afrodite accovacciata, Museo del Louvre, Parigi

Proprie le prostitute di professione, denominate professae, e registrate in un apposito albo tenuto dagli edili, prendevano parte ai riti del 23 aprile a Porta Collina, al posto delle prostitute sacre di Erice. Esse offrivano alla dea incenso, mirto, sisimbro e corone di giunchi decorati con rose, pregando Venere di donar loro bellezza, favore popolare e l’arte di intrattenere gli uomini ¹.

Questo carattere ambivalente di Venere a Roma generò una sorta di duplicazione del culto. Mentre sul Campidoglio, e quindi all’interno delle mura cittadine, si venerava la Venere ufficiale, apportatrice di vittorie al popolo romano e di fecondità per le spose e le matrone, solo nel santuario di porta Collina, collocato prudentemente fuori dal pomerio, Venere poteva essere patrona delle prostitute. Infatti, come testimonia Vitruvio, “le passioni suscitate dalla dea devono essere tenute lontane dagli adolescenti e dalle madri di famiglia” ².

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, IV, vv. 865-870)

² Vitruvio (De Architectura, I, 7, 1)

Vinalia Priora (23 aprile)

eee1
Pigiatura dell’uva, mosaico del 350 d.C. circa, in Santa Costanza,  Roma

Il 23 aprile si celebravano a Roma i Vinalia Priora, così chiamati per differenziarli dai Vinalia Rustica del 19 agosto. La festività era dedicata a Giove, ma anche Venere vi aveva un ruolo importante. Si trattava del momento in cui il vino, frutto della vendemmia dell’anno precedente si spillava dalle botti e si poteva assaggiare per la prima volta, offrendone la primizia a Giove. Solo da quel momento, il vino poteva essere distribuito dai contadini al resto della collettività. Durante la festa, i cui riti erano officiati dal Flamen Dialis, si sacrificava un agnello a Giove, che veniva ringraziato per non aver devastato le vigne con le sue folgori durante i temporali o con la siccità.

spello-mosaico
Servitore versa il vino in una coppa, Villa dei mosaici di Spello

La ragione della dedica dei Vinalia a Giove veniva spiegata con un mito ambientato durante la guerra tra i Troiani di Enea e i Rutuli di Turno per la conquista del Lazio. Turno aveva promesso al re etrusco Mezenzio tutto il raccolto della vendemmia del Lazio, in cambio del suo aiuto nella lotta contro i Troiani. Enea, invece, per il tramite di sua madre Venere, fece la stessa offerta ma a Giove, che infatti accordò la sua preferenza ai Troiani. Da quel momento, in ottemperanza del voto di Enea, si festeggiarono i Vinalia ¹.

Per il suo legame con Enea, i Vinalia priora erano quindi dedicati anche a sua madre Venere; ed infatti, il 23 aprile, in un ruscello che scorreva nei pressi del tempio di Venere Ericina, e sulle sue scale, venivano versate grandi quantità di vino in segno di ringraziamento ².

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, IV, vv. 879-900)

² Plutarco (Questioni Romane, 45)

Parilia o Palilia (21 aprile)

Il 21 aprile è il giorno delle Parilia, o Palilia, la festa pastorale dedicata alla antica dea Pales, protettrice delle greggi di pecore e dei pastori, che rendeva fecondi gli  animali e li difendeva dagli attacchi dei predatori. I pastori ne veneravano l’immagine scolpita rozzamente nei rami di legno, sotto gli alberi.

joseph-benoc3aet-suvc3a9e-festa-di-pales-o-lestate.-olio-su-tela-1783.-musc3a9e-des-beaux-arts-de-rouen
Festa di Pales (1783), di Joseph-Benoit Suvée

Le Parilia, che risalivano all’età regia, consistevano in una lustratio, ovvero un rito di purificazione avente lo scopo di ottenere, mediante la recitazione di una preghiera, l’assoluzione dalle colpe involontarie che pastori e animali potessero avere commesso nei confronti delle divinità della campagna, come disturbare col gregge la quiete dei boschi sacri e invadere gli spazi riservati alle Ninfe, a Fauno e ad altre entità divine.

Per ottenere questa purificazione, si faceva ricorso a riti di varia natura: si iniziava all’alba, quando i pastori spazzavano il suolo dallo sterco e lo innaffiavano, per poi versare dell’acqua sulle pecore; appendevano ghirlande di fiori ai recinti e alle loro case; infine accendevano grandi fuochi con fascine di fieno e di legna, disposti in triplice fila sui quali uomini e animali dovevano saltare per purificarsi e per implorare la salvezza dagli attacchi dei lupi. ¹

Aquileia,_buon_pastore,_pavimento_della_basilica,_1a_metà_del_IV_secolo
Mosaico pavimentale del buon pastore, Basilica di Aquileia

Dopo aver recitato la preghiera a Pales per quattro volte, rivolti a oriente, i pastori si lavavano le mani in acqua corrente e bevevano da una ciotola una mistura di latte e mosto, chiamata burranica; infine, per completare il rituale di purificazione, attraversavano velocemente a piedi i mucchi di stoppie in fiamme ².

Sui fuochi veniva gettata una mistura detta “suffimen“, che aveva lo scopo di purificare uomini e animali attraverso il fumo che si sprigionava da essa; la mistura era composta dall’amalgama di tre ingredienti: le ceneri dei feti di vitello bruciati durante i Fordicidia del 15 aprile e conservati per sei giorni dalle Vestali, il sangue di un cavallo e steli secchi di fava ³. La dea Pales veniva anche onorata con una offerta consistente in latte ancora caldo, miglio e focacce di miglio. In occasione dei Palilia era infatti vietato qualsiasi sacrificio cruento.

Il fatto che il calendario di Anzio prevedesse alla data del 7 luglio una festa denominata “Palibus duobus” ovvero “alle due Pales”, dedicata sia alle pecore che al bestiame più grande, come le vacche, ha fatto sorgere il legittimo dubbio che esistessero due Pales. La prima sarebbe stata la protettrice del bestiame di taglia più piccola, la cui festa si svolgeva il 21 aprile, mentre la seconda, patrona del bestiame più grande, sarebbe stata onorata, insieme alla sua gemella, nella festa del 7 luglio. Purtroppo, l’assenza di fonti su questa seconda cerimonia, non consente di arrivare a conclusioni certe. Si è pensato anche a una possibile identificazione di Pales con la dea falisca Fales, eponima e protettrice di Falerii.

I Parilia venivano festeggiati in concomitanza con l’anniversario della data della fondazione di Roma. Non sappiamo quando e perché il giorno dei Parilia sia stato scelto anche come data del natale di Roma. Forse per il nesso tra l’ambiente pastorale da cui provenivano i gemelli Remo e Romolo e la dea della pastorizia? O perché il nome di Pales ricordava il Palatino? Neppure gli eruditi romani erano ormai in grado di spiegarlo…

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, IV, vv. 735-740)

² Ovidio (Fasti, IV, vv. 777-782)

³ Ovidio (Fasti, IV, vv. 733-734)