Morte del poeta Anneo Lucano (30 aprile 65 d.C.)

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Morte di Lucano, Josè Garnelo, 1887, Museo del Prado, Madrid

Il 30 aprile del 65 d.C., muore a Roma il poeta Marco Anneo Lucano. Lucano (39 – 65 d.C.) era figlio di Anneo Mela, fratello minore di Seneca; sua madre si chiamava Acilia, ed era figlia dell’oratore Acilio Lucano. Nato a Cordova il 3 novembre del 39, Lucano fu portato a Roma a soli otto mesi ed educato dai migliori maestri, tra cui lo stoico Anneo Cornuto e suo zio Seneca, che lo introdusse alla corte di Nerone, di cui divenne amico e a cui dedicò i primi tre libri della Farsalia, il poema che narrava la guerra civile tra Cesare e Pompeo. Subito dopo, si verificò una insanabile rottura tra Nerone e Lucano, forse per la vena stoica e i toni repubblicani che il poema andava assumendo, oppure per motivi di rivalità artistica da parte del principe. Dione Cassio (Storia Romana LXII, 29, 4) scriveva infatti che “Lucano ricevette il divieto di comporre poesia a causa del successo che riscuoteva la sua attività di poeta“. Svetonio invece diceva che Lucano si offese perché, mentre declamava i versi del suo poema, Nerone se ne andò dalla sala.

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Busto di Nerone, (54-59 d.C. circa) Museo Archeologico Nazionale di Olbia

Comunque si siano svolti i fatti, in seguito Lucano aderì alla congiura che faceva capo a Pisone, forse proprio per il risentimento che gli aveva provocato la condotta di Nerone, e ne fu uno dei più accesi sostenitori.

Tacito (Annales, XV, 49, 3) scriveva che alla partecipazione alla congiura “Lucano vi era spinto da ragioni personali, perché Nerone cercava di soffocare la gloria dei suoi poemi  e perché, incapace di rivaleggiare con lui, gli aveva vietato di farne sfoggio in pubblico“.

Nel 65 la congiura fu purtroppo scoperta e Scevino, uno dei congiurati, denunciò Lucano, che venne imprigionato. Sottoposto ad interrogatorio, Lucano fece a sua volta i nomi di altri congiurati tra cui anche quello di sua madre Acilia, che però Nerone lasciò in pace, ma ciò non fu sufficiente a salvargli la vita. Dopo che suo zio Seneca fu costretto al suicidio da Nerone, la stessa sorte toccò al giovane Lucano, che si tagliò le vene e morì declamando i versi di un suo poema.

Nerone diede poi l’ordine di uccidere Anneo Lucano. Questi, mentre il sangue gli fluiva dalle vene, quando s’accorse che il gelo si diffondeva nei piedi e nelle mani e che, a poco a poco, gli spiriti vitali abbandonavano le estremità, con piena lucidità di mente si rammentò un carme che egli aveva composto per rappresentare un soldato ferito che moriva come lui; recitò quei versi, che furono le sue ultime parole“. Tacito (Annales, XV, 70, 1)

L’anno seguente, anche Anneo Mela, il padre di Lucano, cadeva vittima della repressione neroniana.

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Battaglia di Campus Serenus: 30 aprile 313 d.C.

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Statue in porfido di tetrarchi, piazza San Marco, Venezia

Il 30 aprile del 313 d.C., ebbe luogo la battaglia di Tzirallum, in Grecia, anche nota come battaglia di Campus Serenus, tra gli imperatori Valerio Licinio e Massimino Daia, in lotta per il dominio sulla parte orientale dell’Impero romano.
Il sogno di Diocleziano di ristrutturare l’impero sotto una rigida tetrarchia con due Augusti e due Cesari che si spartivano Oriente e Occidente era miseramente fallito per ambizioni di potere personali. Solo pochi anni prima, nel 308, era stato faticosamente raggiunto un accordo a Carnuntum, un campo militare sul Danubio, sotto la regia dell’anziano Diocleziano, che aveva abdicato ormai dal 305, che prevedeva Galerio come Augusto d’Oriente e Massimino Daia come suo Cesare; in Occidente, Licinio veniva nominato Augusto, con Costantino che era Cesare nelle Gallie. Restava l’incognita di Massenzio, che dal 306 governava da usurpatore come princeps l’Italia e l’Africa, a cui Licinio avrebbe dovuto strappare i territori.

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Busto in porfido di Massimino Daia, Museo del Cairo

L’accordo di Carnuntum andò invece in crisi con la morte di Galerio nel maggio del 311. Fu Costantino a muoversi contro Massenzio e, dopo averlo eliminato, entrò trionfalmente a Roma il 29 ottobre 312, assumendo il controllo della parte occidentale, originariamente riservata a Licinio. Licinio, da parte sua, accordatosi con Costantino, nel gennaio 313 ne sposò la sorella Costanza a Milano, e rivolse allora le sue mire alla parte orientale, nelle mani del nuovo Augusto Massimino Daia. Per risolvere la disputa con Licinio, Massimino tentò di sorprendere l’avversario, attraversando l’Ellesponto con il suo esercito dall’Asia Minore. Massimino assediò e costrinse alla resa Bisanzio, prima di essere intercettato da Licinio il 30 aprile nella località di Campus Serenus, nei pressi di Adrianopoli.

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Testa di Licinio 

Prima di ingaggiare la battaglia, Licinio fece recitare alle sue truppe una preghiera a un “sommo dio”, ricevuta in sogno la notte prima, e interpretata in seguito dal retore Lattanzio come cristiana. Forse si trattò solo di un episodio inventato a posteriori, parallelo all’analogo sogno che ebbe Costantino alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio. Comunque si svolsero i fatti, l’esercito di Licinio, pur se in inferiorità numerica, ebbe la meglio su quello del pagano Massimino, esausto per l’avanzata a marce forzate e la battaglia si risolse in un massacro. Massimino si mise in salvo con una precipitosa fuga, travestito da servo. Arrivato a Nicomedia, annullò gli editti contro i cristiani, che aveva continuato ad applicare fino a quel momento, e restituì le proprietà confiscate alla chiesa; incalzato dalle truppe di Licinio e gravemente ammalato, Massimino si tolse la vita a Tarso nell’agosto 313 e fu colpito da damnatio memoriae. Licinio, ormai Augusto d’Oriente, provvide poi a eliminare la moglie e i figli ancora bambini di Massimino Daia, e i suoi funzionari superstiti, in uno spietato bagno di sangue che coinvolse anche altri illustri personaggi come Prisca e Valeria, rispettivamente vedova e figlia di Diocleziano, e i giovani Candidiano e Severiano, figli dei defunti tetrarchi Galerio e Severo. Morivano così, a detta di Lattanzio, gli ultimi persecutori dei cristiani.

Floralia e Ludi Florales (28 aprile)

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“Floralia” Prospero Piatti, 1899

I Floralia e i Ludi Florales, in onore della dea Flora, si svolgevano a Roma dal 28 aprile al 3 maggio. Le feste erano state istituite nel 238 a.C., in occasione della fondazione del tempio di Flora sul Palatino. Il culto di Flora aveva però origini italiche ben più arcaiche: troviamo infatti la dea già tra i Sabini; i Sanniti la adoravano come Fluusai Kerriiai (Flora di Cerere), e a Roma la tradizione attribuiva l’istituzione del suo culto proprio al re di origine sabina Tito Tazio. Che il culto di Flora fosse molto antico è dimostrato, d’altronde, dal fatto che a Flora era dedicato uno dei dodici flamini minori, e che la dea fosse una delle divinità a cui sacrificavano i fratelli Arvali, il collegio sacerdotale che aveva il compito di assicurare la fertilità dei campi.

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Affresco di Flora, proveniente da Stabiae, Museo Archeologico Nazionale di Napoli 

La funzione di Flora consisteva nel proteggere la fioritura dei cereali e delle altre piante utili, compresi gli alberi e i vigneti. Il suo nome era anche considerato, da alcuni eruditi, il nome segreto di Roma, che doveva essere tenuto nascosto per la sicurezza mistica della città. Pare che Flora fosse connessa anche alle corse dei carri, come patrona della squadra dei Verdi. Allo svolgimento delle Floralia presiedeva il Flamen Floralis, preposto al culto di Flora. Durante la festa, si tenevano riti di fecondità e fertilità della terra, sacrifici, spettacoli teatrali, corse di carri, gare di inseguimento di lepri e capre e lanci di fave, simbolo di fecondità e ricchezza.

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Flora Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli 

Si svolgevano anche combattimenti tra gladiatori e rappresentazioni a carattere osceno, in cui le prostitute erano protagoniste; si esibivano infatti in uno spettacolo in cui, adorne di ghirlande di fiori, danzavano e si spogliavano di fronte al pubblico; un rito del genere, allusivo della fecondazione, non poteva che destare in seguito la disapprovazione dei cristiani e dei pagani moralisti. Tutti i festeggiamenti erano pervasi da un clima di grande licenziosità, che metteva in relazione la fioritura della natura con la fecondità e il piacere sessuale.

Nascita di Marco Aurelio (26 aprile 121 d.C)

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Busto di giovane Marco Aurelio, Musei Capitolini, Roma

Il 26 aprile del 121 d.C., in una villa con giardino sul monte Celio, di proprietà di sua madre, nacque a Roma Marco Annio Catilio Severo, conosciuto in seguito come Marco Aurelio. Era l’anno del secondo consolato di suo nonno Marco Annio Vero e il primo di Gneo Arrio Augure. La sua famiglia, per via paterna, era originaria della Betica (odierna Andalusia) ed aveva iniziato ad acquisire importanza all’epoca di Domiziano; per parte di madre discendeva invece dall’oratore Domizio Afro, arrivato a Roma al tempo di Tiberio da Nemausus (Nîmes). Da varie generazioni, i membri degli Annii e dei Domizii si erano distinti nel ricoprire importanti cariche pubbliche ed erano vicini alla corte imperiale.

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Testa di giovane Marco Aurelio, collezione privata

Suo padre si chiamava Annio Vero e sua madre Domizia Lucilla, alla quale fu sempre molto legato. Il giovane Marco amava la sua casa natale sul Celio, dove viveva con la madre, una donna di grande cultura che parlava correntemente anche in greco. L’amore per la lingua e la cultura greca segnò profondamente Marco, che infatti, divenuto adulto, scriverà proprio in greco i suoi “Pensieri”. Rimasto orfano intorno ai nove anni, fu adottato dal nonno paterno, mutando il suo nome in Marco Annio Vero. Di carattere serio e riflessivo, grazie alla generosità del bisnonno Catilio Severo, sin da bambino Marco potè dedicarsi agli studi di lettere, musica, geometria e oratoria, sotto la guida dei migliori precettori dell’epoca, tra cui il celebre oratore Erode Attico e il retore Cornelio Frontone, con cui negli anni intrattenne una fitta corrispondenza, in parte giunta fino a noi. La sua grande passione era però la filosofia, alla quale si dedicò assiduamente a partire dall’età di undici anni; si vestiva alla maniera dei filosofi, avvolto in un mantello e dormiva per terra, tanto che sua madre dovette faticare non poco per convincerlo a riposare almeno su un giaciglio fatto di pelli. In particolare, era la filosofia stoica che lo attraeva e lo portava a frequentare le lezioni di Apollonio di Calcedonia e di Giunio Rustico.

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Busto di giovane Marco Aurelio, Uffizi, Firenze

Nel frattempo, iniziò a frequentare la corte, sotto lo sguardo premuroso di Adriano, che lo chiamava Verissimus, alludendo alla grande amore del ragazzo per la verità. Adriano gli conferì la dignità dell’ordine equestre a sette anni e ad otto lo fece entrare nel collegio dei Salii. A quindici anni assunse la toga virile e, secondo le disposizioni di Adriano, si fidanzò con Ceionia Fabia, la figlia di Lucio Ceionio Commodo, designato successore col nome di Lucio Elio Cesare. Amava anche i piaceri della vita, come andare a caccia e recarsi a teatro. Si dedicò alla pittura, amava il pugilato, la lotta, la corsa e il gioco della palla, ma a tutte queste attività preferì infine lo studio della filosofia. Quando morì Lucio Elio Cesare, Adriano ritenne Marco, che aveva solo diciotto anni, non fosse ancora pronto per essere nominato erede al trono. Fu così che Adriano, sentendo vicino l’approssimarsi  della morte, preferì optare per un uomo di provata esperienza e adottò Tito Aurelio Boionio Arrio Antonino, cinquantunenne governatore della Provincia d’Asia, con la condizione che quest’ultimo adottasse a sua volta il giovane Marco e Lucio Vero, figlio di Lucio Cesare.

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Busti di Marco Aurelio e Lucio Vero

Alla morte di Adriano, il suo successore Antonino Pio adottò quindi Marco il 25 febbraio 138, facendogli assumere il nome di Marco Elio Aurelio Vero e, rotto il precedente fidanzamento con Ceionia, gli diede in moglie sua figlia Annia Galeria Faustina. Designato erede al trono, assunse il titolo all’età di quarant’anni, il 7 marzo del 161, col nome definitivo di Marco Aurelio Antonino, insieme al fratello adottivo Lucio Vero.

Rinvenuta moneta d’oro di Teodosio II in Israele

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Un raro solido di Teodosio II è stato rinvenuto da alcuni studenti durante un’escursione nei pressi del torrente Zippori, in Galilea. Il solido d’oro, del peso di 4.5 grammi, coniato dalla zecca di Costantinopoli tra il 420 e il 423 è il primo di questo tipo ad essere stato trovato in Israele. La moneta presenta sul dritto il ritratto di Teodosio II con elmo, lancia e scudo e sul rovescio l’immagine della Vittoria alata con croce.

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Teodosio II, nato a Costantinopoli nel 401, divenne imperatore a soli 7 anni di età nel 408, alla morte di suo padre Arcadio, e morì il 28 luglio del 450, per le ferite riportate in seguito a una caduta da cavallo. A lui si deve l’importante compilazione e pubblicazione nel 438 della raccolta di leggi nota come Codice Teodosiano, che costituì la base per la redazione del Codice Giustinianeo circa un secolo dopo.

Robigalia (25 aprile)

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Sarcofago di Acilia (III secolo d.C.), Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Come tutte le festività di aprile, anche i Robigalia, che si svolgevano il 25, avevano a che vedere con la crescita delle coltivazioni. I Robigalia, istituiti per tradizione da Numa, erano dedicati a Robigus, una personificazione della ruggine dei cereali (robigo), che infettava il raccolto e lo faceva ammalare. Si tratta di uno dei rari casi a Roma in cui una divinità malvagia riceveva un culto; un altra era Averruncus, la divinitàche storna il male (Gellio, Noctes Atticae, V, 12, 14). Per scongiurare la tanto temuta infestazione, si organizzava una processione rituale di persone tutte vestite di bianco che, guidate dal Flamen Quirinalis, si dirigeva al bosco sacro della divinità che si trovava al quinto miglio della via Claudia, come attestato dal calendario di Preneste. Una volta arrivati, il flamine di Quirino procedeva al sacrificio di un montone di due anni e di una cagna non svezzata. Le interiora degli animali venivano gettate sul fuoco con vino e incenso. Lo scopo del rito era ovviamente quello di propiziarsi il dio Robigus affinché si astenesse dal nuocere al grano.

Decifrata iscrizione con il nome di Massimino il Trace

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Pietra miliare e testo dell’iscrizione

Il nome dell’imperatore Gaio Giulio Vero Massimino, soprannominato il Trace, che regnò dal 235 al 238 d.C., e del figlio Gaio Giulio Vero Massimo, è stato decifrato su una pietra miliare trovata lungo una strada romana a est del Mare della Galilea. La pietra è una delle tre scoperte a Moshav Ramot, nella zona meridionale delle Alture del Golan, dai ricercatori dell’Università di Haifa. Il nome di Massimino venne probabilmente inciso sulla pietra miliare in occasione di uno degli interventi di manutenzione della strada che ebbero luogo durante il regno di questo imperatore originario della Tracia, dalla statura e dalla forza leggendarie. Si tratta del primo ritrovamento di una pietra miliare con un’iscrizione lungo questa strada, il cui tracciato scorre accanto all’antica città di Hippos-Sussita.