Morte di Giuliano: 26 giugno 363 d.C.

Il 26 giugno del 363 d.C., durante la ritirata verso Samarra, l’esercito romano venne attaccato a più riprese dai Persiani. Nella mischia furibonda, l’imperatore filosofo Flavio Giuliano, accorso prontamente ad incoraggiare i suoi uomini, ma senza la protezione della corazza, rimase mortalmente ferito da una lancia scagliata da mano ignota.

dai08vy-66c4c534-c136-40c1-8b0c-54c8ebfb2bbf

Il 1° aprile 363, al comando di un poderoso esercito, Flavio Giuliano era entrato in territorio persiano, deciso a sferrare un colpo mortale al regno di Sapore II, da secoli una spina nel fianco dell’impero romano. L’Augusto, per portare a compimento l’impresa, aveva diviso il contingente ai suoi ordini, affidando parte delle truppe ai generali Procopio e Sebastiano, che avrebbero dovuto raggiungere l’Assiria passando lungo il corso del Tigri, attraverso l’Armenia e la Corduene, mentre egli si dirigeva a sud, lungo la riva dell’Eufrate. In solo due mesi, l’esercito romano guidato da Giuliano aveva raggiunto Ctesifonte, la capitale degli avversari, senza tuttavia riuscire a impegnare in una battaglia campale decisiva le forze dei Sasanidi. Ctesifonte era stata conquistata e saccheggiata altre volte dai Romani ma, in questa occasione, le possenti difese della città convinsero Giuliano dell’inutilità di porre un assedio, anche per evitare di essere colto di sorpresa alle spalle dall’esercito di Sapore II (Shāpūr). L’imperatore decise allora di andare incontro all’armata persiana e ordinò di ritirarsi, sperando anche di ricongiungersi al più presto con l’armata di Procopio e Sebastiano, per affrontare i Sasanidi con tutti gli effettivi. La marcia di ritorno fu però durissima per il caldo soffocante e la mancanza di rifornimenti; i persiani adottavano una tattica di guerriglia, facendo terra bruciata sul percorso della colonna romana e limitandosi ad improvvisi attacchi a sorpresa, evitando con cura lo scontro in campo aperto.

Scultore_federiciano_(o_scuola_dell'italia_meridionale),_busto_di_federico_II_(xiii_secolo)_o_di_giacomo_alfonso_ferrillo_del_1510-24_ca.,_(acerenza,_museo_diocesano)_03
Busto di Giuliano, Museo Diocesano di Acerenza

Sinistri presagi sul destino dell’imperatore si erano susseguiti nei giorni precedenti. Nella notte tra il 25 e il 26 giugno, nella sua tenda, mentre era intento a scrivere e meditare, Giuliano raccontò agli amici di aver visto confusamente l’immagine del Genio pubblico che gli era già apparsa nelle Gallie tre anni prima, quando stava per essere elevato alla dignità di Augusto; solo che questa volta il Genio si allontanava dalla tenda in atteggiamento triste, con il capo e la Cornucopia avvolti da un velo. ¹

Turbato dalla visione, Giuliano iniziò a pregare gli dèi e fu allora che gli sembrò di vedere una fiaccola ardente solcare il cielo, simile a una stella cadente, che egli interpretò come l’astro di Marte ². All’alba, gli aruspici furono convocati e consultati sul significato della stella cadente; essi risposero che si doveva evitare qualsiasi impresa:

“Dopo l’apparizione di una fiaccola in cielo non si doveva né ingaggiare battaglia né compiere alcuna azione del genere”. ³

Ignorando volutamente il parere contrario degli aruspici, come sempre faceva quando aveva già preso una decisione, Giuliano non volle comunque ritardare la partenza e ordinò di levare le tende, andando incontro al suo triste destino.

Verso mezzogiorno, mentre dalle alture circostanti i Persiani spiavano la marcia dei loro nemici, la lunga colonna romana arrivò alla desolata pianura di Maranda. Proprio allora, i Persiani aprirono le ostilità. Giuliano fu avvertito che la retroguardia era stata attaccata; l’imperatore voleva sempre essere al centro dell’azione, per sostenere e incoraggiare di persona i soldati. Per la fretta, Giuliano trascurò di indossare la lorica, e prese con sé solo uno scudo; mentre si dirigeva a cavallo verso la retroguardia, venne a sapere che anche l’avanguardia era stata attaccata. Incurante del pericolo che correva, insieme alle sue guardie del corpo Giuliano accorreva ovunque, per incitare i suoi uomini con le parole e l’esempio. Ad un certo momento, anche la parte centrale dello schieramento venne assalita dalla cavalleria corazzata dei persiani e dagli elefanti da guerra. Lo scontro si fece durissimo. Improvvisamente, nella confusione generale, una lancia persiana colpì al fianco destro Giuliano, penetrando profondamente tra le costole.

20200623_200356
Il ferimento di Giuliano nella mischia

Giuliano si ferì alle mani per estrarre la lancia dalla ferita e cadde da cavallo; fu subito soccorso dagli uomini del seguito e portato nella sua tenda per essere affidato alle cure dei medici. Poco dopo, essendo diminuito il dolore, chiese ancora le armi ed il cavallo per ritornare in battaglia, preoccupato per le sorti dei suoi uomini che, nel frattempo, venuti a conoscenza che l’imperatore era stato ferito, in preda all’ira e alla disperazione combattevano invece con rinnovato vigore.

“Caddero in quella battaglia cinquanta nobili e satrapi persiani, assieme a un grandissimo numero di soldati semplici; morirono, fra gli altri, i famosissimi generali Merena e Nohodare”. ⁴

La ferrea volontà di Giuliano non era però più sorretta dalle forze. Debilitato per la perdita di sangue, fu costretto a rimanere sdraiato, mentre il suo medico personale Oribasio constatava la gravità della ferita; perse infine la speranza di sopravvivere quando venne a sapere che il luogo dove era stato colpito si chiamava Frigia. Infatti, in passato, gli era stato vaticinato che in Frigia sarebbe morto per volontà del destino. Anche la notizia della morte in battaglia del suo amico e magister officiorum Anatolio provocò un ulteriore dolore al morente imperatore.

20200626_005117
Mosaico del V secolo d.C., rinvenuto nella sinagoga di Huqoq, in Israele, raffigurante un imperatore romano forse identificabile con Giuliano

L’ultimo grande storico romano, Ammiano Marcellino, che partecipava alla spedizione, ci narra le ore finali dell’ultimo imperatore pagano, in pagine dense di ammirazione per questa figura.

“Giuliano, che giaceva nella tenda, parlava a quanti gli stavano attorno, abbattuti e tristi: «È arrivato, amici, il momento assai opportuno di uscire dalla vita. Giunto al momento di restituirla alla natura, che la richiede, come un debitore leale mi rallegro e non mi rattristo né mi addoloro, poiché ben so, per opinione unanime dei filosofi, quanto l’anima sia più felice del corpo e penso che, ogni volta che una condizione migliore venga separata da una peggiore, dobbiamo rallegrarci, non dolerci. […] Non mi pento di quanto ho fatto, né mi sfiora il ricordo di qualche delitto; sia nel periodo di quando ero costretto all’oscurità e alla miseria, che dopo essere stato assunto all’impero, ho conservato pura la mia anima, che penso tragga origine dagli dei immortali ai quali è affine. […] Né mi vergognerò di ammettere che da tempo sapevo, in seguito ad una profezia sicura, che sarei morto di ferro. Perciò adoro la divinità eterna, perché non muoio in seguito ad insidie nascoste, né dopo una lunga e dolorosa malattia, né condannato come un criminale, ma perché ho meritato questa splendida fine in mezzo al corso della mia fiorente gloria. Infatti è giustamente considerato pauroso e ignavo chi desidera la morte quando non è necessaria come chi la evita quando è opportuna». […] Nel frattempo tutti i presenti piangevano ma Giuliano, che conservava ancora tutta la sua autorità, li rimproverava affermando che era da vili piangere un sovrano che si stava ricongiungendo al cielo ed alle stelle. Essi perciò tacquero ed egli discusse profondamente con i filosofi Massimo e Prisco sulla nobiltà dell’animo. Ma essendosi troppo aperta la ferita al fianco dov’era stato colpito ed impedendogli l’infiammazione del sangue di respirare, spirò serenamente nel cuore della notte all’età di 32 anni”. ⁵

tumblr_o951u2opCA1syzcjgo3_500 (1)
Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

Era quasi la mezzanotte del 26 giugno 363 e il paganesimo antico, ancora molto radicato nella società romana, dopo solo venti mesi di regno perdeva il suo ultimo difensore e una delle figure più colte e rappresentative del suo tempo. Con la morte di Giuliano, che era privo di eredi e non lasciò indicazioni per la sua successione, si estingueva anche la dinastia costantiniana. Il candidato più indicato alla successione sarebbe stato Saturnino Salustio, il prefetto del pretorio, che però rifiutò la porpora. La scelta dei generali cadde sul cristiano Gioviano, il comandante dei protectores domestici, la guardia imperiale, che per salvare ciò che restava dell’armata si affrettò a stipulare un mortificante accordo di pace coi Persiani, a cui cedette quindici fortezze, tra cui Singara, Nisibis e Castra Maurorum, e cinque province al di là del Tigri: l’Arzanena, la Moxoena, la Zabdicena, la Rehimena e la Corduene.

Misteriosa rimase l’identità di colui assestò il colpo mortale a Giuliano. Per quanto l’ipotesi più probabile è che si trattasse di un cavaliere persiano, negli anni successivi ci fu chi parlò di un sicario, forse cristiano, incaricato di eliminare l’imperatore nell’ambito di una congiura di palazzo, ed altri attribuirono l’assassinio ad un soldato romano esasperato dalla fame e dalle sofferenze.

Come attestato dallo storico Eutropio ⁶, che aveva partecipato alla spedizione contro i Sasanidi, dopo la morte Giuliano fu divinizzato tramite il consueto rituale della consecratio, e divenne oggetto di particolare venerazione negli ambienti dell’aristocrazia pagana e tradizionalista.

b7166
Solido aureo di Giuliano

Il corpo di Giuliano fu scortato da Procopio fino a Tarso, e sepolto in un piccolo mausoleo che sorgeva accanto ad una villa suburbana, alla periferia della città, secondo le disposizioni che l’imperatore filosofo aveva dato quando era ancora in vita ⁷. Il mausoleo sorgeva di fronte alla tomba di un imperatore pagano e anticristiano, Massimino Daia, sulle rive del fiume Cnido. Sulla sua lapide funeraria Gioviano fece incidere questa iscrizione:

“Dalle rive del Tigri impetuoso, Giuliano qui è venuto a riposare, al tempo stesso buon re e valoroso guerriero”.

Quando Sapore venne a conoscenza della morte di Giuliano, che temeva moltissimo, se ne rallegrò; tuttavia, non si capacitava del motivo per cui i Romani non avessero tentato di vendicare la morte del loro imperatore.

“A Vittore, Salustio e agli altri membri della legazione inviati per definire un accordo di pace, fu chiesto da Sapore se i Romani non provavano vergogna per non essersi preoccupati di vendicare Giuliano, visto che era stato l’unico a cadere. «Io – esclamò – quando uno dei miei generali fu ucciso, feci scuoiare vivi gli uomini che mancarono di morire al suo fianco e ne inviai le teste ai parenti per consolarli»”. ⁸

NOTE

¹ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 3)

² Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 4)

³ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 2, 7)

⁴ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 13)

⁵ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 15-23)

⁶ Eutropio (Breviarium, X, 16, 2)

⁷ Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 9, 12)

⁸ Libanio (Orazioni, XXIV, 20)

Rara immagine di Iside trovata in Germania

Quando, pochi mesi fa, il frammento di terracotta è venuto alla luce, da una fossa in cui anticamente venivano gettati i rifiuti, gli archeologi hanno pensato di trovarsi di fronte a un oggetto impossibile. Cosa ci faceva una rappresentazione della Madonna con Bambino tra gli scarti di un accampamento romano a guardia del limes del basso Reno, recuperato in uno strato databile tra il I e il II secolo d.C.?

2c6ae9ff8958032c90c070cfd358122b0cb602e2d94e16445bfb79e433eaf8dc
Particolare dell’immagine di Iside sull’anfora di Krefeld

Il rilievo, alto solo 8 centimetri, decorava un’anfora in terracotta e mostra una donna seduta su un trono con un bambino piccolo in grembo e un sistro, un antico strumento musicale affine a un sonaglio, nella sua mano destra.

Una volta ripulito il reperto, un esame più accurato ha permesso di capire che il rilievo mostra in realtà la dea Iside che allatta suo figlio Horus, la cui iconografia corrisponde in gran parte a quella della Madonna che allatta Gesù bambino.

Il frammento di vaso recuperato proviene dalla zona in cui alloggiavano i civili, i mercanti, i commercianti e le famiglie dei soldati che erano di stanza nel forte romano di Gelduba, da cui ha avuto origine l’odierna città tedesca di Krefeld, e che proteggeva uno dei confini più delicati dell’impero.

KR_Sonderausstellung-Abendteuer-Großgrabung-Isis-Figur-Doktorand-Eric-Sponville-Museum-Burg-Linn-_6
L’archeologo Eric Sponville con il frammento di vaso che contiene l’immagine di Iside, nel Museo archeologico di Krefeld

Mentre le rappresentazioni in rilievo sui manici di vasi in bronzo o argento di alta qualità sono comuni, ci sono pochissimi esempi di immagini figurative su semplici brocche di terracotta. Questo fatto ha indotto gli archeologi a ritenere che la brocca avesse una funzione di culto, posta forse su un altare domestico all’interno di una domus.

Iside, sorella e sposa di Osiride, patrona dell’agricoltura, delle arti domestiche e delle scienze, era una delle divinità principali del pantheon egizio. Il suo culto ebbe grande importanza con l’avvento della dinastia tolemaica in Egitto e, nella sua componente iniziatica, denominata Misteri di Iside, si diffuse in Grecia e poi in tutto il bacino mediterraneo, penetrando a fondo anche nella cultura romana. Già nel 105 a.C. venne infatti edificato a Pompei un Iseon, il tempio di Iside.

20200305_001243
Statua di Iside con sistro in mano, Musei Capitolini, Roma

Il culto di Iside giunse a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò a più  riprese di abbattere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. In età augustea non giovò a Iside la sua associazione con l’Egitto di Cleopatra, la grande nemica di Roma. Augusto e Tiberio proibirono che gli dèi egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. A partire da Caligola, che fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio, e poi con Domiziano, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, fece edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

unnamed (17)
Statuetta di Iside che allatta Horus, Collezione Egizia del Museo di Santa Giulia, Brescia

Iside era una dea lunare ma anche signora del mare e protettrice delle navi e dei marinai. Nel mondo greco veniva assimilata a Tyche e nel mondo romano a Fortuna, di cui condivideva gli attributi caratteristici, come la cornucopia e il timone.

Quello di Iside fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto; infatti, fu solo nel VI secolo che il tempio di Iside a File fu definitivamente chiuso per ordine di Giustiniano.

Battaglia di Antiochia (8 giugno 218 d.C.)

L’8 giugno 218 d.C., presso un oscuro villaggio tra Emesa ed Antiochia, si svolgeva uno scontro la cui posta in palio era il trono imperiale. A contendersi la porpora erano il legittimo imperatore Marco Opellio Macrino e il quattordicenne Vario Avito Bassiano, noto in futuro come Elagabalo, sommo sacerdote di El Gabal, il dio solare adorato ad Emesa.

Dopo la battaglia di Nisibis, nell’estate del 217, Macrino aveva faticosamente stipulato un accordo di pace con Artabano, che chiudeva la guerra contro i Parti iniziata dal suo predecessore Caracalla. Macrino commise però alcuni errori che avrebbe pagato a caro prezzo: non tornò subito a Roma, dove avrebbe potuto rinsaldare il suo potere, preferendo invece fermarsi ad Antiochia e, soprattutto, ordinò a Giulia Mesa, di ritornare in patria, a vivere nella propria residenza di Emesa, permettendole però di conservare le ricchezze accumulate nei lunghi anni vissuti a corte con la sorella Giulia Domna, madre di Caracalla.

20190411_021322
Busto di Macrino, Musei Capitolini, Roma

Infatti, ad Emesa, Giulia Mesa, zia del defunto Caracalla, avvalendosi delle sue immense ricchezze, iniziò a progettare un piano per tornare al potere, ponendo sul trono il giovane nipote Vario Avito Bassiano, passato alla storia col nome di Elagabalo. A coadiuvarla nell’impresa, c’erano due personaggi di umili origini che, provenendo dal mondo degli spettacoli, avevano raggiunto importanti posizioni socialiq: Publio Valerio Comazonte, un liberto che da mimo e danzatore era divenuto comandante della Legione II Parthica, e Gannys, un altro liberto cresciuto alla corte di Giulia Mesa e amante di sua figlia Giulia Soemia, che ne fece il tutore di suo figlio Elagabalo. I tre fecero circolare la voce, probabilmente falsa, che Bassiano fosse figlio naturale del defunto Caracalla, frutto di una relazione clandestina con Giulia Soemia ai tempi in cui vivevano insieme a corte.

Giocando su questa rivelazione e sull’affetto che i soldati nutrivano ancora per Caracalla, nella notte del 15 maggio 218 Giulia Mesa, Soemia e Bassiano furono introdotti nell’accampamento della Legione III Gallica, stanziata a Raphanaea, nei pressi di Emesa, in Siria, dove il giorno successivo il ragazzo venne proclamato imperatore dai soldati, con il nome di Marco Aurelio Antonino. Macrino, l’imperatore in carica, si veniva così a trovare in una scomoda posizione; in quanto appartenente all’ordine equestre, Macrino era infatti malvisto dal Senato di Roma, che avrebbe preferito un senatore sul trono, ma anche dai soldati, che non avevano gradito la riduzione della paga da lui decisa.

unnamed (15)
Ritratto di Elagabalo, Musei Capitolini, Roma

Quando Macrino, che si trastullava nel lusso e nell’agiatezza di Antiochia tra spettacoli di danzatori e mimi, venne a conoscenza dell’accaduto, inviò Ulpio Giuliano, uno dei prefetti del pretorio, a reprimere quella che riteneva un’insurrezione senza troppa importanza. Giuliano, giunto a Emesa, iniziò un’opera di repressione che costò la vita anche ad alcuni membri della casta sacerdotale che deteneva il potere in città ¹, a cui apparteneva il giovane Bassiano in qualità di sommo sacerdote di El Gabal. Ma quando il prefetto del pretorio arrivò all’accampamento dei ribelli e lo pose sotto assedio, accadde un evento che cambiò le carte in tavola. I soldati che erano all’interno

“condussero sopra il perimetro delle mura Avito Bassiano, che già chiamavano Marco Aurelio Antonino, e mostrarono alcune immagini di Caracalla fanciullo che rivelavano una certa somiglianza con lui, dicendo che egli era veramente suo figlio e doveva essere il successore all’impero”. ²

Mostrarono anche sacchi pieni di monete, per incitare alla ribellione gli assedianti, che

“ammisero che il fanciullo era figlio di Caracalla e anzi lo trovarono assai somigliante; senza indugio, tagliarono la testa di Giuliano e la mandarono a Macrino, mentre si aprivano le porte ed essi venivano ricevuti nell’accampamento”. ³

Informato che le file dei ribelli si stavano ingrossando, Macrino raccolse tutte le forze disponibili e si recò velocemente ad Apamea, dove erano stanziati i suoi Pretoriani, con l’intenzione di ingaggiare battaglia con i ribelli, prima di perdere il controllo della situazione. Ad Apamea, nominò Augusto suo figlio Marco Opellio Diadumeniano, che aveva solo dieci anni ed era già stato nominato Cesare l’anno prima, e promise a ciascuno dei soldati la somma di ventimila sesterzi, per garantirsene la fedeltà. Durante lo svolgimento di un banchetto, che aveva offerto ai cittadini di Apamea, a Macrino venne però recapitata la testa di Giuliano, avvolta in fasce di lino. Il macabro evento convinse Macrino di non essere più al sicuro, e lo spinse a ritornare ad Antiochia.

20200503_000019
Busto di Giulia Mesa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Tuttavia, i sostenitori di Elagabalo, sotto il comando di Gannys, erano partiti a loro volta per intercettare le forze di Macrino. Lo scontro avvenne l’8 giugno 218, nei pressi di un villaggio a circa 30 chilometri da Antiochia.

“Gannys occupò celermente l’angusto passaggio antistante il villaggio e predispose i soldati secondo un opportuno schieramento di guerra, malgrado avesse pochissima esperienza di tattica militare e avesse condotto la vita negli agi del lusso. Ma la Fortuna è talora così generosa in tutte le circostanze da donare persino la scienza militare a chi non la possiede”.

Lo scontro stava comunque volgendo in favore di Macrino, grazie alla superiorità in battaglia dei pretoriani, che l’imperatore aveva alleggerito delle pesanti corazze squamate e degli scudi incavati, quando Giulia Mesa, Soemia e lo stesso Elagabalo, che erano al seguito delle truppe, scesero dai carri e iniziarono a incitare i loro sostenitori, arrestandone la fuga. Elagabalo fu visto addirittura lanciarsi a cavallo tra i nemici, con la spada sguainata, in un impeto di coraggio che non avrebbe mai più mostrato nel resto della sua breve vita ⁵.

L’imprevista resistenza dei ribelli gettò nel panico Macrino, che si diede alla fuga verso Antiochia, mentre il suo esercito, demoralizzato dalla fuga dell’imperatore e dalle defezioni di interi reparti, veniva travolto e si arrendeva ai ribelli.

20200607_223909
Probabile ritratto di Diadumeniano, Musei Vaticani

Prima che arrivasse ad Antiochia la notizia della sua sconfitta, Macrino inviò suo figlio Diadumeniano da Artabano, il re dei Parti, per metterlo al sicuro. Poi, di notte, fuggì anch’egli a cavallo, insieme a pochi fedeli, dopo essersi rasato il capo e tagliata la barba, con indosso una veste scura al posto di quella purpurea, in modo tale da assomigliare il più possibile a un cittadino qualunque. Durante la fuga, giunse a Ega, in Cilicia, attraversò la Cappadocia, la Galazia e la Bitinia fino a Eribolo, il porto di mare situato di fronte alla città di Nicomedia. Da lì, aveva l’intenzione di salpare alla volta di Roma, dove pensava di ottenere aiuto da parte del Senato e del popolo romano. Si imbarcò da Eribolo e raggiunse Calcedonia, dove fu però riconosciuto e catturato dal centurione Aurelio Celso. Mentre veniva condotto fino in Cappadocia, venne a sapere che anche suo figlio era stato catturato mentre stava attraversando Zeugma per raggiungere il regno dei Parti.

Persa così ogni speranza, Macrino tentò la fuga gettandosi dal carro sul quale veniva trasportato, ma si fratturò una spalla. Poco tempo dopo, fu condannato a morte e ucciso, all’età di cinquantatre anni, dal centurione Marciano Tauro prima di entrare ad Antiochia. Il suo corpo fu decapitato e la testa venne portata ad Elagabalo ⁶. Stessa sorte toccò anche al giovane Diadumeniano, la cui testa venne portata in giro infissa su una lancia ⁷. Il quattordicenne Elagabalo era padrone dell’impero.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 31, 5)

² Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 34, 2-3)

³ Erodiano (Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, V, 4, 4)

⁴ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 38, 3)

⁵ Cassio Dione (Storia Romana, LXXVIII, 38, 4)

⁶ Historia Augusta (Macrino, 10, 3)

⁷ Historia Augusta (Diadumeno, 9, 4)

(Articolo aggiornato l’11 giugno 2020)