Furrinalia (25 luglio)

Il 25 luglio si celebrava ogni anno la festa dei Furrinalia, in onore di Furrina, un’antica divinità italica legata alla vita dei campi e alla vegetazione. Probabilmente, Furrina era patrona delle acque sotterranee e dei pozzi, come indurrebbe a pensare il fatto che le festività della seconda metà di Luglio – come i Lucaria del 19-21 luglio e i Neptunalia del 23 – avevano la funzione di scongiurare la siccità – un pericolo sempre incombente in un periodo torrido come l’estate – e a propiziare le acque necessarie per le semine. A Furrina erano dedicati una sorgente e un bosco sacro ai piedi del Gianicolo, sulla riva destra del Tevere, denominato Lucus Furrinae, dove Gaio Gracco trovò la morte nel 121 a.C.

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Statuetta di ninfa, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

L’importanza di Furrina in età arcaica è testimoniata dal fatto che al suo culto era preposto un flamine minore, il Flamen Furrinalis. Tuttavia, la mancata assimilazione ad una divinità greca portò ad un progressivo abbandono del suo culto e allo sfumare della sua identità, tanto che al tempo di Cicerone e Varrone la sua figura era già oscura. Cicerone stesso ¹, pur di fornire qualche spiegazione, era costretto a ricollegare etimologicamente il nome di Furrina alle Furie, dee della vendetta, corrispondenti alle Erinni della mitologia greca.

In età imperiale, infatti, il nome di Furrina viene citato al plurale (Forinae), come le Furie, in alcune epigrafi, oppure è degradato al ruolo di ninfa (Nymphae Forrinae), dopo che Nettuno – forte della sua identificazione con Poseidone – ne ebbe evidentemente assorbito tutte le prerogative in fatto di signoria sulle acque marine e interne. La festa dei Furrinalia cadde in disuso già in età augustea, quando Varrone scriveva che:

“al giorno d’oggi, soltanto il nome è a malapena noto a qualcuno”. ²

A partire dal I secolo d.C., il lucus dedicato alla dea Furrina sul Gianicolo iniziò ad ospitare anche il culto di alcune divinità originarie della Siria, pur mantenendo nell’uso comune il nome di Ara Forinarum (Altare delle Furrine).

NOTE

¹ Cicerone (De natura deorum, III, 18, 46)

² Varrone (De lingua latina, IV, 19)

(Articolo aggiornato il 24 luglio 2020)

Ultime scoperte a Pompei

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Antefissa che decorava il tempio dorico

Come sua consuetudine, il direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna ha postato ieri in anteprima su instagram le immagini delle ultime scoperte effettuate a Pompei, nell’area del Foro Triangolare della città sepolta dalla spaventosa eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

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Ex-voto in terracotta

Massimo Osanna ha reso noto che durante gli scavi in corso nel santuario di Atena, in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli, dalla terra sono riaffiorate una antefissa che decorava il tempio dorico (fine IV sec. a.C.) e terrecotte figurate offerte come ex-voto nello spazio sacro (III sec. a.C.).

Neptunalia (23 luglio)

I Neptunalia, le feste in onore del dio Nettuno, si celebravano il 23 luglio, con l’arrivo dei giorni più caldi dell’Estate, che iniziano con l’apparire della costellazione del Cane, di cui Sirio, la sua stella più luminosa, era detta anche Canicula (piccolo cane); da ciò deriva il termine moderno “canicola”, che designa un periodo di caldo afoso e opprimente.

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Mosaico di Nettuno su quadriga, Museo Archeologico, Timgad

In questi giorni torridi, era più forte la necessità che il dio Nettuno intervenisse per garantire l’acqua necessaria alla vita. Nettuno era infatti, in origine, il signore delle acque dolci e delle fonti, e non del solo mare, che per i romani più antichi, che non erano un popolo marinaro, non rivestiva grande importanza; tuttavia, la sua area di competenza doveva essere abbastanza generica, per cui in seguito perse gran parte delle sue caratteristiche originali e venne assimilato a Poseidone, di cui assunse tutte le prerogative con l’espansione del potere di Roma sul mare, dopo la prima guerra punica.

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Mosaico di Nettuno, Museo del Bardo, Tunisi

I fedeli che si riunivano per i Neptunalia si riparavano dalla calura con capanne di frasche (casae frondeae) chiamate umbrae, in un boschetto nei pressi di Roma, dove si svolgevano giochi, festeggiamenti e libagioni in onore di Nettuno, a cui veniva anche sacrificato un toro. Il suo tempio, che Livio attesta già nel 207 a.C., e che doveva aver sostituito un altare più antico, si trovava nel Campo Marzio, vicino al Tevere, tra il Palatino e l’Aventino.

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Trionfo di Nettuno, mosaico del II-III sec. d.C., Museo di Sousse, Tunisia

Le origini di Nettuno sono molto antiche, probabilmente indoeuropee; era venerato dagli Etruschi come Nethuns, come Nechtan dai Celti e Apām Napāt dagli indoiranici. Una tradizione italica gli attribuiva come spose due divinità acquatiche: Venilia (l’acqua che viene a riva) e Salacia (l’acqua di mare); dall’unione con quest’ultima, identificata con la nereide Anfitrite, sposa di Poseidone nella mitologia greca, nacque Tritone, per metà uomo e metà pesce.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, XXVIII, 11, 4)

Trovato torso di guerriero dace a Roma

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Dopo la testa di Dioniso rinvenuta il 24 maggio scorso, e poi trasferita al Museo dei Fori Imperiali, ai Mercati di Traiano, gli scavi di via Alessandrina, a Roma, ci regalano un’altra importante testimonianza del passato.

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Il tronco di statua appena estratto dalla terra

Come si legge in una nota del Campidoglio, il 19 maggio “una statua di guerriero Dace in marmo bianco è stata ritrovata dagli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali impegnati nello scavo archeologico di via Alessandrina. Il busto con ogni probabilità appartiene ad una delle circa 60-70 statue di guerrieri Daci che decoravano l’attico del Foro di Traiano, risalente all’inizio del II secolo d.C. Il torso è alto circa 1,5 metri ed è in buono stato di conservazione. Il materiale con cui erano state realizzate queste statue è il marmo ed in particolare il marmo pavonazzetto, il porfido e il marmo bianco, come nel caso di quella ritrovata oggi”.

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Statua frammentaria di dace in marmo pavonazzetto dal Foro di Traiano. Museo dei Fori Imperiali, Roma

“Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina hanno spiegato che la statua è stata rinvenuta all’interno di un livello di abbandono, successivo ad un crollo da datare al tempo delle demolizioni medievali – effettuate per ricavare prezioso materiale da costruzione – presumibilmente nella seconda metà del IX secolo d.C. Un contesto di ritrovamento diverso quindi, da quello della testa di divinità rinvenuta lo scorso 24 maggio, che era stata invece intenzionalmente riutilizzata in un muro tardomedievale come materiale da costruzione”.

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Statua frammentaria di dace in marmo bianco dal Foro di Traiano. Museo dei Fori Imperiali

Già nel 1998 e nel corso del 2000, erano stati effettuati analoghi ritrovamenti in occasione degli scavi della piazza del Foro di Traiano e le statue di Daci allora scoperte sono oggi esposte ai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Si spera ora che dal prosieguo degli scavi possano apparire altri frammenti delle statue che decoravano quella parte del Foro di Traiano inaugurato nel 112 d.C.

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Statua di dace sull’arco di Costantino

Per avere un’idea di come doveva essere la statua appena rinvenuta, basta osservare una delle otto statue di daci che decorano l’arco di Costantino, che sono di età traianea e provengono molto probabilmente proprio dal Foro di Traiano.

Lucaria (19 e 21 luglio)

Lucaria, che si celebravano il 19 e il 21 luglio, in due giorni non consecutivi, sono una delle feste romane più misteriose ed antiche. Il nome sembra derivare da lucus, che significa “bosco”. Forse si trattava di una festa dedicata alle divinità boschive, ma poteva avere anche lo scopo di ingraziarsi gli spiriti dei boschi che venivano abbattuti per far posto a nuovi campi coltivabili o all’espansione della città arcaica. Infatti, i Romani percepivano ovunque la presenza delle divinità, chiamate genericamente numina. Tra i luoghi preferiti da queste divinità vi erano appunto i luci, i boschi fitti e impenetrabili. Queste divinità, di cui si ignorava spesso non solo il nome ma anche il sesso, andavano allontanate o placate quando, nei tempi più antichi, si doveva procedere al disboscamento della zona. Anche in questo senso, i Lucaria si possono considerare una festa legata ai boschi.

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Successivamente, i Romani collegarono i Lucaria a un bosco in particolare, situato a nord di Roma, tra la via Salaria e il Tevere, dove i Romani sopravvissuti si rifugiarono dopo la sconfitta inflitta loro dai Galli di Brenno il 18 luglio del 390 a.C. presso il fiume Allia, che fu il preludio del disastroso saccheggio dei giorni successivi. Con i Lucaria si ricordava la protezione che il bosco aveva dato ai fuggitivi, consentendo loro di sopravvivere e di riorganizzarsi in attesa del ritorno in città.

Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Nel loro elaborato calendario, i Romani conoscevano la categoria dei dies religiosi, giorni che commemoravano sventure pubbliche e che perciò godevano di cattiva fama, nei quali non si potevano celebrare sacrifici, né celebrare matrimoni o intraprendere nuove attività. In questi giorni maledetti, divenuti oggetto della superstizione popolare perché nella storia si erano rivelati pericolosi, in quanto anniversari di sconfitte, era ritenuto nefasto fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

I dies atri erano una sottocategoria dei dies religiosi; in particolare, i dies atri erano i giorni “neri”, successivi alle calende, alle none e alle idi: giorni forieri di sventura, che non erano adatti al culto, a fare la guerra e alle riunioni del popolo.

Il più funesto di questi giorni era appunto il Dies Alliensis, che cadeva il 18 luglio, dies religiosus e ater allo stesso tempo, in cui ricorreva l’anniversario della battaglia del fiume Allia, un piccolo affluente del Tevere, quando nel 390 a.C. l’esercito romano venne vergognosamente sconfitto dai Galli Senoni guidati da Brenno, che poi, a partire dal 20 luglio occuparono e saccheggiarono Roma per mesi.

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La discesa dei Galli Senoni nella penisola era culminata nel 391 con l’attacco agli Etruschi di Chiusi. Stupidamente provocati da tre membri della gens Fabia, i Galli avevano poi diretto la loro attenzione nel 390 a Roma. L’esercito inviato dai Romani a contrastare i Galli era stato frettolosamente raccolto ed era anche inesperto e numericamente inferiore a quello avversario. I Romani affrontarono i Galli a undici miglia da Roma, alla confluenza tra il Tevere e l’Allia, molto vicino a Crustumerium. I tribuni militari non scelsero una buona posizione e – cosa gravissima per ogni comandante romano degno di questo nome – non presero gli auspici né fecero i sacrifici propiziatori.

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Come descritto da Tito Livio, forte della superiorità numerica, Brenno attaccò prima la destra dello schieramento romano, dove su un’altura erano disposte le truppe di riserva, che non riuscirono a difendere la posizione e vennero travolte. Inspiegabilmente, sentito il grido di guerra dei Galli, il resto dell’esercito romano si diede alla fuga in preda al panico senza neppure combattere:

Nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra di loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettato le armi, fu fatta una gran carneficina e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio […]. Quelli dell’ala destra, che erano rimasti lontani dal fiume e più sotto il monte, si diressero tutti a Roma e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca“.

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“Brenno e la sua parte di bottino” (1893), di Paul Jamin, Musée des beaux-arts de La Rochelle

Due giorni dopo, i Galli arrivarono a Roma e, trovando le porte aperte e le mura sguarnite perché i difensori si erano tutti asserragliati sul Campidoglio, si diedero al saccheggio indisturbato della città.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, V, 38, 6-10)

(Articolo aggiornato il 17 luglio 2020)

Un busto di Adriano recuperato in Spagna

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La Guardia Civile spagnola ha recuperato un busto dell’imperatore Adriano (76 – 138 d.C.) risalente al periodo successivo al 117 d.C., subito dopo la sua ascesa al trono. Il busto, di 75 centimetri di altezza e 70 di larghezza, di grande valore archeologico, storico e culturale, e in buono stato di conservazione, era stato trafugato da un’area archeologica nei dintorni di Siviglia. I trafficanti stavano cercando di vendere il reperto per la cifra di mezzo milione di euro.

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L’operazione della Guardia civile, denominata “Bustiano”, era iniziata al principio dell’anno, quando gli investigatori avevano avuto notizia che qualcuno stava cercando di vendere un busto dell’imperatore. Identificato l’intermediario che stava offrendo il reperto ai possibili acquirenti, è stato possibile risalire alla famiglia che deteneva illegalmente il prezioso reperto. Dopo una perquisizione, il busto è stato ritrovato sepolto all’interno di un magazzino di un’azienda agricola a Écija, occultato sotto pochi centimetri di terra.

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Il busto appena disotterrato dal suo nascondiglio

L’8 luglio la Guardia Civile ha trasferito il busto al Museo Archeologico di Siviglia, dove è attualmente custodito per essere studiato dalla comunità scientifica ed esposto al pubblico dopo il necessario restauro. Gli investigatori stanno cercando ora di risalire all’ubicazione precisa del luogo da dove il busto di Adriano è stato trafugato, che potrebbe nascondere ancora reperti di grande valore.

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Adriano nacque il 24 gennaio del 76 d.C., forse a Roma, anche se la sua famiglia era di origine spagnola. Suo padre Elio Adriano Afro era nativo di Italica, sul fiume Betis, ma, in quanto senatore, si era dovuto trasferire a Roma; sua madre Domizia Paolina proveniva da Gades, l’odierna Cadice. Questo fortunato ritrovamento va ad aumentare il numero di ritratti di Adriano giunti fino a noi, di cui al momento sono noti oltre 150 esemplari.

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Il busto dell’imperatore Adriano sarà custodito e restaurato dal Museo Archeologico di Siviglia, che è stato incaricato della pulizia manuale del fango e delle terre aderenti, in attesa di un intervento esaustivo da parte dei restauratori archeologici, che si concentrerà su una pulizia meccanica superficiale e sull’eliminazione delle concrezioni mediante pulizia chimica in un ambiente umido. Una volta terminato questo processo, il busto sarà esposto al pubblico.

Transvectio equitum (15 luglio)

Alle idi di luglio, cioè il 15 del mese, si svolgeva la Transvectio equitum, la grande parata religiosa della cavalleria, che partiva dal tempio di Marte fuori Porta Capena, presso il quale si radunavano le truppe armate destinate a intervenire nella regione a sud di Roma. Il tempio era stato dedicato il 1° giugno del 368 a.C. dal duumviro Tito Quinzio, in seguito a un voto pronunciato durante la guerra gallica culminata col saccheggio di Roma del 390. Fonti più tarde attestano che in seguito la parata della cavalleria partiva dal tempio dedicato a Honos e Virtus, dinanzi a Porta Capena, ma sempre vicino al tempio di Marte.

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Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini. Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini. La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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Statuette dei Dioscuri, III secolo d.C., Metropolitan Museum of Art, New York

La solenne parata dei giovani cavalieri partiva dal tempio di Marte fuori Porta Capena, effettuava una fermata intermedia per offrire un sacrificio nel tempio di Castore, che era il patrono della cavalleria, e si concludeva al tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. I cavalieri si vestivano con una toga bordata di porpora, denominata trabea e sfilavano su cavalli ornati con rami d’ulivo, portando con sé le onorificenze ricevute in battaglia. La cerimonia impressionò Dionigi di Alicarnasso, che la descrisse così (Antichità Romane, VI, 13, 4):

“Soprattutto c’è la parata che si svolge dopo il sacrificio da parte di coloro che possiedono un cavallo pubblico, che ordinati per tribù e centurie procedono per file tutti a cavallo, come se tornassero dalla battaglia, coronati di rami d’ulivo e con indosso la toga orlata di porpora che chiamano trabea, partendo da un tempio extraurbano di Marte, attraversando il resto della città e il Foro fino a giungere al tempio dei Dioscuri, nel numero anche di cinquemila, portando con sé le onorificenze ricevute in battaglia, sublime e degno spettacolo della grandezza del loro potere”.

La tradizionale cerimonia della Transvectio equitum, che sul finire della Repubblica era ormai in declino, venne ripristinata da Augusto, al fine di ispezionare i cavalieri con un recognitio equitum o redarguire quelli che non avevano adempiuto ai loro doveri (probatio equitum).

 

Nascita di Giulio Cesare (13 luglio 100 a.C.)

Gaio Giulio Cesare nacque a Roma il 13 luglio del 100 a.C., durante il consolato di Gaio Mario e Lucio Valerio Flacco. Nell’85, suo padre Gaio Giulio Cesare maior, che era arrivato alla carica di pretore, morì improvvisamente, mentre si infilava un paio di scarpe, quando Cesare aveva solo 16 anni; sua madre Aurelia, apparteneva alla illustre famiglia Aurelia Cotta. Giulia, la sorella di suo padre, era la moglie di Gaio Mario, un fatto che favorì le simpatie di Cesare per la fazione politica dei populares, che si opponevano all’oligarchia senatoria rappresentata da Lucio Cornelio Silla.

La gens Giulia era di origine patrizia e apparteneva alla più antica aristocrazia di Roma, sebbene i suoi membri non occupassero più una posizione di grande rilievo nella vita pubblica. La tradizione familiare faceva risalire l’arrivo dei Giulii a Roma al VII secolo, dopo la distruzione di Alba Longa da parte di Tullo Ostilio; ma la famiglia sosteneva che la stirpe dei Giulii risalisse addirittura a Iulo, figlio di Enea, giunto nel Lazio dopo la caduta di Troia, e quindi alla dea Venere, madre dell’eroe troiano; e si trattava di una tradizione risalente nel tempo, che a Roma nessuno si sognava di mettere in dubbio. L’origine del cognomen Cesare, invece, secondo Giovanni Lido ¹ ed altri eruditi, risaliva alla seconda guerra punica, quando il soprannome venne attribuito a Gaio Rutilio, un antenato della famiglia che aveva ucciso in battaglia un elefante cartaginese, perché il nome Cesare derivava dalla parola fenicia “caesai” che significa “elefante”. La Historia Augusta ² riporta anche, tra le altre etimologie possibili oltre a questa, che il primo a ricevere il cognomen Cesare lo avesse avuto “per essere venuto alla luce in seguito a un taglio praticato nel ventre della madre morta (ventre caesoo perché aveva una folta capigliatura (che in latino è detta caesaries) o per la limpidezza straordinaria dei suoi occhi chiari (oculi caesii)”.

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Le notizie sulla giovinezza di Cesare sono scarse e frammentarie, anche a causa del fatto che le biografie dedicategli da Svetonio e Plutarco ci sono purtroppo arrivate mutile della parte iniziale; come tutti i giovani aristocratici, Cesare fu istruito tra le mura domestiche, sotto la supervisione della madre; il suo tutore fu un certo Marco Antonio Gnifone, un insegnante di retorica greca e latina, venuto a Roma come schiavo ma poi liberato per i servigi resi al suo padrone Antonio. La madre Aurelia si occupò di fornire al giovane Cesare un’accurata educazione da parte dei migliori maestri che lo portarono, ben presto, ad ottenere la completa padronanza del greco e del latino. Cesare, il cui fisico era snello, per rinforzare il corpo fu addestrato anche alle attività fisiche: corsa, nuoto e combattimento con le armi. Aveva un talento innato come cavaliere: era in grado di cavalcare senza sella e di spingere un cavallo al galoppo con le mani intrecciate dietro la schiena, guidandolo solo con la forza delle ginocchia. Tutte doti che gli sarebbero state molto utili in futuro, nel corso della sua avventurosa carriera.

La vita di Cesare, in una Roma sconvolta dalla lotta tra le fazioni dei popolari e degli ottimati, proseguì comunque abbastanza tranquilla finché il potere fu nelle mani del partito popolare. Quando però, con la morte di Gaio Mario prima (86 a.C.), e di Lucio Cornelio Cinna poi (84 a.C.), di cui Cesare aveva sposato la figlia Cornelia, la fazione aristocratica riprese il controllo con il ritorno di Lucio Cornelio Silla, la situazione si fece veramente pericolosa. Silla eliminò tutti gli oppositori politici e cercò di costringere Cesare a ripudiare Cornelia, senza però riuscirvi. Decisamente contrariato dalla disobbedienza di Cesare, Silla prese quindi la decisione di eliminarlo. Cesare, per un certo periodo, fu costretto a darsi alla fuga vagando per la Sabina e riuscì a salvarsi solo corrompendo i sicari inviati ad ucciderlo. Poi, grazie agli sforzi della madre Aurelia e all’intercessione dello zio Aurelio Cotta e delle Vestali, Silla acconsentì di malavoglia a risparmiarlo, rivolgendo ai suoi queste celebri parole riportate da Svetonio:

Abbiatela vinta e tenetevelo pure! Ma un giorno vi accorgerete che costui, che con tanta insistenza volete salvo, sarà un giorno fatale al partito degli ottimati, che insieme abbiamo difeso; in Cesare vi sono infatti molti Gaio Mario” ³.

Silla aveva terribilmente ragione…

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Busto postumo di Giulio Cesare, Altes Museum, Berlino

Dopo la morte di Cesare, i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido costrinsero tutti i cittadini a celebrare il giorno della nascita di Cesare portando rami di alloro e facendo festa. Siccome questo giorno coincideva con quello finale dei Ludi Apollinari, i giochi in onore di Apollo, che si svolgevano dal 5 al 13 luglio, i triumviri decretarono che la festa per Cesare si tenesse il giorno precedente, perché uno dei libri Sibillini vietava che in quel giorno si facesse festa in onore di qualche altro dio oltre ad Apollo ⁴. E questo spiega perché a volte, erroneamente, si legge che Cesare nacque il 12 luglio.

NOTE

¹ Giovanni Lido (De mensibus, IV, 102)

² Historia Augusta (Aelius, 2, 3-4)

³ Svetonio (Vita di Cesare, 1)

⁴ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 18, 5-6)

Morte di Adriano (10 luglio 138)

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Busto in basalto di Adriano (circa 120 – 130), Altes Museum, Berlino

Il 10 luglio 138 d.C. Publio Elio Adriano, da tempo gravemente malato, moriva a Baia, sulla costa campana. Figlio di Elio Adriano Afro e di Domizia Paolina, era nato il 24 gennaio del 76 a Roma, ed era stato proclamato imperatore l’11 agosto 117, alla morte di Traiano.

Dopo la morte del suo successore designato Lucio Ceionio Commodo Elio Vero Cesare, avvenuta il 1° gennaio 138, Adriano, già malato di idropisia, il 25 febbraio 138 era stato costretto ad adottare Tito Aurelio Boionio Arrio Antonino, cinquantunenne governatore della Provincia d’Asia, suo stretto consigliere, aristocratico rispettoso delle leggi che aveva già rivestito molte magistrature. Adriano gli aveva proposto l’adozione il 24 gennaio ma Antonino si lasciò del tempo per riflettere prima di accettare. Poiché Antonino aveva solo figlie femmine, essendogli già morti prematuramente i maschi, Adriano gli pose come unica condizione che adottasse a sua volta due giovani che avrebbero poi garantito l’ulteriore successione: Marco Annio Vero (il futuro Marco Aurelio), figlio del fratello di sua moglie, e Lucio Vero, di appena sette anni, figlio del defunto Elio Vero Cesare.

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Busto loricato di Adriano, Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Le condizioni di salute di Adriano, che da un paio d’anni soffriva anche di frequenti perdite di sangue dal naso, si aggravavano giorno dopo giorno, provocandogli atroci sofferenze, che lo avevano portato anche a tentare varie volte infruttuosamente il suicidio. Chiedeva che gli venisse portato un veleno o un pugnale col quale uccidersi, ma nessuno obbediva al suo ordine; mancandogli ormai le forze per togliersi la vita da solo, Adriano era arrivato anche a chiedere al suo guardiacaccia – uno schiavo di nome Mastore – di ucciderlo, ma quello era fuggito terrorizzato dalla richiesta. Poco prima di morire, compose i famosi versi:

Animula vagula blandula,

hospes comesque corporis,

quo nunc abibis? In loca

pallidula rigida nudula

nec, ut soles, dabis iocos.

“Piccola anima, smarrita e delicata, ospite e compagna del corpo, verso quali luoghi andrai ora? pallida, intirizzita e nuda, né più come solevi darai svaghi”.

Adriano si era fatto trasportare a Baia dalla sua sontuosa villa di Tivoli, nella speranza che il clima più salubre della costa campana gli portasse giovamento, ma fu tutto inutile. Nonostante le sofferenze, aveva la mente lucida ed era ormai consapevole di dover morire; in questi ultimi giorni scrisse anche una autobiografia, purtroppo perduta, ma che fu utilizzata dagli autori successivi; un papiro ci ha conservato una lettera – forse tratta da quest’opera – scritta da Adriano ad Antonino: “Soprattutto voglio che tu sappia che io mi sto allontanando dalla vita, né a tempo indebito né senza ragione, né in modo commiserevole né insensatamente, sebbene, come ho percepito, io appaia fare del male a te che stai vicino a me malato e che mi consoli e mi sproni“. Da esperto astrologo e cultore di magia, Adriano aveva cercato in ogni modo negli ultimi anni di allontanare il giorno fatale, sacrificando forse a questo scopo anche la vita del suo amato Antinoo, durante un oscuro rito nell’ottobre del 130 in Egitto.

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Busti di Adriano e Antinoo, British Museum,  Londra

Falliti gli ultimi sortilegi ed incantesimi e ormai rassegnato e stanco della vita, Adriano iniziò a trascurare la dieta che gli era stata prescritta dai medici di corte, assumendo cibi e bevande sconvenienti per il suo stato di salute. Nel frattempo, Antonino era giunto a Baia da Roma, dove era stato lasciato da Adriano come reggente. Col suo erede Antonino al capezzale, Adriano morì pronunciando il popolare proverbio: “molti medici hanno ucciso un re“.

Adriano visse sessantadue anni, cinque mesi e diciannove giorni. Tra i presagi che ne preannunciarono la morte, durante il suo ultimo compleanno, la toga praetexta che indossava gli scivolò da sola lasciandogli il capo scoperto; l’anello col sigillo su cui era impressa la sua effigie gli si sfilò da solo dal dito; infine, fece un sogno in cui gli parve di essere ucciso da un leone.

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Testa colossale di Adriano trovata a Sagalassos, in Turchia, Burdur Museum

Fu seppellito in via provvisoria a Pozzuoli, nei terreni della villa che era appartenuta a Cicerone, perché il Senato nutriva per lui una certa avversione. Ci volle tutta la capacità persuasiva e la diplomazia di Antonino – che gli valsero l’appellativo di Pio – per convincere il Senato a tributare ad Adriano gli onori divini. Fu quindi sepolto in un sarcofago di porfido nel suo mausoleo nei pressi del Tevere, di fronte al ponte Elio, mentre in luogo della tomba a Pozzuoli gli fu fatto erigere da Antonino un tempio.