Nascita di Antinoo (27 novembre)

Antinoo, il giovane favorito di Adriano, era un greco della città di Claudiopoli, in Bitinia. Nacque il 27 novembre, intorno al 110 d.C.; conosciamo la data di nascita di Antinoo perché tale giorno era oggetto di celebrazione da parte del Collegio dei Culti di Diana e di Antinoo a Lanuvio ¹. Non sappiamo se fosse uno schiavo o un uomo libero; Adriano forse lo conobbe nel 123, in occasione della sua visita alla regione e se ne invaghì. Lo fece portare in Italia e, a partire dal 128, Antinoo seguì sempre Adriano nelle sue peregrinazioni. Oltre che per i viaggi, Adriano aveva una grande passione per la caccia; in sella a Boristene, il suo cavallo preferito, ogni volta che poteva l’imperatore dava la caccia a orsi, cinghiali e leoni, che abbatteva spesso con un solo colpo di lancia. Anche questo amore per la caccia accomunava Adriano ad Antinoo, che lo accompagnava volentieri nelle battute. Non sappiamo molto altro della vita del giovane amasio dell’imperatore, prima della sua tragica fine.

antinoo6
Busti di Adriano e Antinoo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Nel 130, Adriano decise di intraprendere un viaggio lungo il Nilo partendo da Alessandria, per osservare le meraviglie dell’Egitto; del suo seguito in questo viaggio culturale, oltre ad Antinoo, facevano parte, tra gli altri, sua sorella Domizia Paolina, la sua sorellastra Matidia minore, Lucio Elio Vero (suo futuro successore designato), l’imperatrice Vibia Sabina, la poetessa greca Giulia Balbilla. Dopo aver dato il via a una ristrutturazione del Serapeum di Alessandria e aver offerto un sacrificio funebre a Pompeo, Adriano e il suo seguito iniziarono la risalita del Nilo.

Purtroppo, durante il viaggio, sul finire di ottobre (forse il 30), nei pressi di Besa, Antinoo cadde nelle acque del Nilo in circostanze oscure e vi annegò. Grande fu il dolore di Adriano, che si lasciò andare a scene di disperazione e pianse lacrime amare, destando anche un certo scandalo. Per onorarne la memoria, Adriano ordinò che, nel luogo della morte di Antinoo, venisse edificata una città che chiamò Antinoopolis, coniò numerose monete in Oriente con la sua effigie, istituì oracoli in suo nome a Claudiopoli e fondò un culto del divinizzato Antinoo, che ebbe una vasta diffusione in tutto l’impero. Inoltre, Adriano e il suo seguito osservarono in cielo la nascita di una stella, che identificarono con l’anima di Antinoo ascesa in cielo ². La stella di Antinoo venne localizzata vicino alla costellazione dell’Aquila ³, l’uccello che per ordine di Zeus aveva rapito il suo amato Ganimede.

20191126_140846
Busto di Antinoo, British Museum, Londra

Sulla misteriosa morte di Antinoo, ovviamente iniziarono a circolare molte voci diverse. La versione ufficiale, che Adriano riportava nella sua perduta autobiografia, narra che Antinoo fosse caduto accidentalmente nel Nilo. Ovviamente, iniziarono subito a circolare ipotesi alternative; alcuni asserivano invece che Antinoo fosse stato ucciso per ordine dell’imperatore, ma per quale motivo? Adriano lo amava, come testimoniato dal suo dolore e dall’adorazione con cui onorò la sua memoria.
Resta una terza ipotesi, riportata da Cassio Dione e Aurelio Vittore: Antinoo si sarebbe ucciso per prolungare la vita di Adriano. Il 30 ottobre del 130 Adriano era infatti nel suo cinquantacinquesimo anno di vita. Era stato iniziato all’astrologia dal prozio materno Elio  Adriano ed era egli stesso un astrologo.

Conosciamo, perché trasmessoci da Efestione di Tebe, l’oroscopo che l’astrologo Antigono di Nicea gli fece sulla base della data di nascita dell’imperatore (24 gennaio 76), in occasione del suo quarantesimo compleanno, il 24 gennaio del 116. Oltre a una luminosa carriera, in questo oroscopo gli venivano predetti cinquantasei anni di vita, con un possibile prolungamento di altri sei. Forse Adriano si volle garantire quel prolungamento attraverso pratiche magiche che richiedevano il sacrificio di qualcun altro che morisse al suo posto. Come scrive Aurelio Vittore: “i maghi avevano chiesto un volontario che morisse al posto di Adriano e siccome tutti si rifiutarono, si dice che Antinoo si offrì” ⁴.

20191126_141145
Busto di Antinoo, Museo del Prado, Madrid

Per riconoscenza, conclude Aurelio Vittore, Adriano avrebbe quindi reso ad Antinoo tutti gli onori prima menzionati. Anche Cassio Dione, dopo aver menzionato la versione dell’incidente fornita da Adriano nella sua autobiografia, scrisse che Antinoo era “stato immolato in sacrificio. Infatti Adriano era sempre molto superstizioso e ricorreva a indovini e arti magiche d’ogni genere. Così dunque onorò Antinoo, o perché lo aveva amato, o perché questi era andato volontariamente incontro alla morte; infatti Adriano aveva bisogno di un’anima che si sacrificasse volontariamente“ ⁵. Tra l’altro, un papiro egizio, appartenente al corpus dei “papiri magici”, cita il nome di un certo Pacrate, un mago di Eliopoli che avrebbe formulato per Adriano una profezia che assicurava la vita e la salute dell’imperatore solo attraverso il volontario sacrificio di un uomo.

Comunque sia, Adriano morì il 10 luglio 138 ed ebbe il prolungamento che desiderava, essendo vissuto effettivamente sessantadue anni, cinque mesi e diciassette giorni. Non sapremo mai come si svolsero effettivamente i fatti, ma rimane la testimonianza dell’amore di Adriano per Antinoo nel centinaio di ritratti che ci sono pervenuti e che lo raffigurano, di volta in volta, con gli attributi di divinità come Ermes, Osiride, Dioniso, Apollo e altri. Ritratti talmente numerosi, da essere inferiori, nel numero di quelli giunti fino a noi, solo a quelli di Augusto e dello stesso Adriano.

NOTE

¹ Iscrizione del Collegio di Diana e Antinoo (CIL XIX, 2112)

² Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 4)

³ Firmico Materno (Mathesis, 29, 13)

⁴ Aurelio Vittore (Liber de Caesaribus XIV, 6-12)

⁵ Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 2-3)

Morte di Orazio (27 novembre 8 a.C.)

Il 27 Novembre dell’anno 8 a.C. moriva Quinto Orazio Flacco, considerato uno dei maggiori poeti dell’età antica.

Quinto Orazio Flacco era nato a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Suo padre possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere di trasferirsi a Roma per tentare di migliorare la propria condizione sociale. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica di matrice stoica, ma lì rimase coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

20191126_181701
Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse  il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede alla fuga.

Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore.

Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

84901.JPG.resize.710x399
Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

RPD8iJ2A
Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea ma, per mantenere la sua indipendenza e libertà, rifiutò sempre l’invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

20191126_171703
Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

“Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che,  quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ¹.

“Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ².

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, II, 17)

² Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

 

Brumalia: 24 novembre

I Brumalia erano un’antica festività romana, connotata dall’uso di scambiarsi doni, partecipare a giochi, a banchetti e libagioni. Si svolgeva il 24 novembre, che precedeva di circa un mese il solstizio d’inverno, il giorno più corto dell’anno, denominato Bruma. Il termine “Bruma” sarebbe infatti il superlativo di brevis, da cui breuima (brevima die) e quindi breuma.

La festa, anticamente connessa con i riti agricoli che segnavano il passaggio dall’autunno all’inverno, si protraeva per parecchi giorni, durante i giorni più bui dell’anno e si concludeva con il solstizio d’inverno e la rinascita simbolica del sole.

20191122_140104
Inno dei Pitagorici al sorgere del sole (particolare). Fyodor Bronnikov (1827-1902)

I Brumalia si celebravano in onore di Saturno, Cerere e Bacco chiamati a proteggere i semi che dovevano germogliare per produrre il raccolto. A questo scopo, i contadini sacrificavano maiali a Saturno, mentre i viticoltori immolavano capre in onore di Bacco, e venivano offerte a Cerere le primizie delle viti, degli olivi, del grano e del miele. Quando ci si incontrava, si era anche soliti scambiarsi l’augurio “Vives annos!”, che significava “Vivi per anni”.

La più antica testimonianza sui Brumalia è offerta dal De idolatria (X, 3) di Tertulliano ¹, quindi in epoca già tarda (II-III secolo d.C.).

Il cronista Giovanni Malalas (491 – 578 d.C.) faceva invece risalire l’istituzione dei Brumalia addirittura a Romolo ².

06c8c0e3874656310c80cdd72b96a8f3
Mosaico con scena di banchetto, da Aquileia. V secolo d.C. Musée de le Château de Boudry

Col passare del tempo, la durata della festa si fissò in 24 giorni, dal 24 novembre fino al 17 dicembre, giorno in cui iniziavano i Saturnalia, e si affermò l’usanza di attribuire, ad ogni giorno del periodo in cui si svolgevano i Brumalia, una lettera dell’alfabeto greco ³. La tradizione voleva che si offrisse un banchetto ad ognuno dei propri amici nel giorno contrassegnato dall’iniziale del nome.

Dopo il crollo della parte occidentale dell’impero, la festa conobbe grande popolarità nella parte orientale, a partire dall’età giustinianea, conservando gli aspetti più popolari e giocosi a discapito di quelli strettamente pagani.

NOTE

¹ Tertulliano (De idolatria, X, 3)

² Giovanni Malalas (Chronographia VII, 7, 11-13)

³ Giovanni Lido (De Mensibus, IV, 158)

Paride, il pantomimo

Paride, nato in Egitto, fu un famoso attore e pantomimo, favorito di Domiziano, presso la cui corte ebbe notevole influenza e potere.

Nella pantomima, un genere teatrale rinnovato da Pilade di Cilicia e Batillo d’Alessandria al tempo di Augusto, e che a Roma era molto apprezzato, l’attore dominava completamente la scena, recitando in maschera e danzando al suono della musica, accompagnato da un’orchestra e da un coro. Il pubblico, anche femminile, ne rimaneva affascinato e i migliori attori, se incontravano il favore dei potenti, non faticavano ad arricchirsi. Paride era tra i grandi interpreti di quest’arte.

2012_NYR_02565_0203_000(a_roman_marble_actor_circa_late_1st-early_2nd_century_ad) (1)
Statuetta in marmo di attore (I-II secolo d.C.), collezione privata

Tale era l’ascendente di Paride a corte che l’istrione poteva elargire denaro e distribuire cariche militari a suo piacimento ai suoi protetti ¹. Papinio Stazio, il grande poeta autore della Tebaide, per poter uscire dalle ristrettezze economiche in cui si trovava, dovette comporre proprio per Paride una fabula saltica (pantomima) intitolata Agave ², che non è giunta sino a noi.

Purtroppo Domizia Longina, moglie di Domiziano, si innamorò della bellezza e del talento di Paride, e ne fece il suo amante, destando l’ovvio risentimento dell’imperatore nei confronti dell’attore.

Infatti, scoperto il tradimento, Domiziano aveva in un primo momento deciso di mandare a morte Domizia, che era già stata moglie anche del defunto Tito, con l’accusa di adulterio ma, su consiglio di Lucio Giulio Urso, che era suo parente, si limitò a ripudiarla ³. Il popolo non avrebbe gradito la condanna a morte di un’Augusta molto amata e la stessa reputazione dell’imperatore ne avrebbe risentito.

20191115_193123
Ritratto di Domizia Longina, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo,  Roma

Per quanto riguarda il povero Paride, non ci fu però scampo alla vendetta dell’imperatore; nell’83 d.C. Domiziano lo assassinò a tradimento in mezzo alla strada.

Il ricordo di Paride non svanì con la sua morte; quando Domiziano si accorse che molti si recavano sul luogo in cui l’attore era stato ucciso, portandovi fiori e unguenti profumati per onorarlo, ordinò di giustiziare chi venisse sorpreso a compiere quegli atti.

In seguito, con la scusa di soddisfare la volontà del popolo, ma in realtà perché ne sentiva la mancanza, Domiziano riprese con sé Domizia Longina ⁴, pur continuando a intrattenere una relazione con sua nipote Giulia, figlia del fratello Tito.

Neppure Domizia aveva dimenticato il suo amato Paride,  e attese il momento giusto per la sua vendetta . Il 18 settembre Domiziano venne infatti a sua volta assassinato in una congiura di palazzo nella quale anche Domizia era implicata. Domizia si dedicò quindi a riabilitare la memoria del pantomimo egiziano e gli fece costruire un sontuoso monumento funebre lungo la via Flaminia, nel quale venne riposta l’urna con le ceneri dell’artista.

cq5dam.web.1280.1280 (4)
Statuetta di attore con maschera (II secolo d.C.), Musei Vaticani

Dopo la morte di Domiziano, anche il poeta Marziale si sentì libero di celebrare il defunto Paride – da cui probabilmente aveva ottenuto a suo tempo dei favori – con questo epitaffio, forse commissionatogli da Domizia stessa e destinato ad essere inciso anche sulla sua tomba, sulla via Flaminia.

“Chiunque tu sia, viandante, che percorri la via Flaminia,
non trascurare questo nobile marmo.
La delizia dell’Urbe e le arguzie del Nilo,
l’arte e la grazia, lo scherzo e il piacere,
l’orgoglio e il dolore del teatro romano
e tutte le Veneri e i Cupidi
sono racchiusi in questo sepolcro, assieme a Paride”.

“Quisquis Flaminiam teris, viator,
noli nobile praeterire marmor.
Urbis deliciae salesque Nili,
ars et gratia, lusus et voluptas,
Romani decus et dolor theatri
Atque omnes Veneres Cupidinesque
Hoc sunt condita, quo Paris, sepulchro” ⁵.

NOTE

¹ Giovenale (Satira VII, v. 88-89)

² Giovenale (Satira VII, v. 87)

³ Dione Cassio (Storia Romana, LXVII, 3, 1)

⁴ Svetonio (Domiziano, 3, 2)

⁵ Marziale (Epigrammi, XI, 13)

Nascita di Vespasiano (17 novembre 9 d.C.)

Tito Flavio Vespasiano nacque il 17 novembre del 9 d.C. a Falacrine, un modesto villaggio nei pressi di Rieti, in Sabina, da una famiglia di dignità equestre, durante il consolato di Quinto Sulpicio Camerino e Gaio Poppeo Sabino.

Suo nonno, Tito Flavio Petrone, era di Reate, l’odierna Rieti, e militò come centurione agli ordini di Pompeo durante la guerra civile. Dopo la sconfitta nella battaglia di Farsalo, fuggì e torno in patria; ottenuto il perdono e il congedo, si mise a fare il recuperatore di crediti. Suo padre, Flavio Sabino, fu esattore di imposte in Asia Minore, dove lasciò un buon ricordo per la sua onestà; in seguito, fece il banchiere in Gallia presso gli Elvezi, dove morì, lasciando la moglie, Vespasia Polla, e due figli: Sabino e Vespasiano; una figlia femmina gli era morta in tenera età.

20191116_234351
Ritratto di Vespasiano, British Museum, Londra

Si raccontava che, in una villa suburbana di proprietà della famiglia Flavia, esisteva un’antica quercia sacra a Marte. Ad ogni parto di Vespasia, dalla quercia nasceva un nuovo ramo, presagio del destino che attendeva i figli. Il primo ramo era quasi subito inaridito, ed infatti la bambina era morta in fasce; il secondo era cresciuto frondoso e forte, lasciando presagire una grande fortuna per Sabino; il terzo, quello di Vespasiano, era diventato simile a un albero. Gli aruspici ne avevano tratto il responso che il bambino era destinato a diventare un Cesare ¹.

Vespasiano trascorse una infanzia serena in campagna, vicino a Cosa, in casa della nonna paterna Tertulla, alla quale era affezionatissimo. In seguito, anche da principe, tornava spesso in quei luoghi; aveva voluto lasciare la villa esattamente com’era per serbarne intatto il ricordo e aveva un tale affetto per la memoria della nonna che nei giorni festivi e solenni beveva sempre in un piccolo bicchiere d’argento che le era appartenuto.

vespasianemeperor1
Busto di Vespasiano, Musei Capitolini, Roma

Sua madre, Vespaia Polla, era nata a Norcia, dall’antica e rispettabile famiglia dei Vespasii; suo fratello aveva però raggiunto la dignità senatoria e Polla nutriva le stesse aspettative per i suoi due figli maschi. Fu lei in seguito a spingere il giovane Vespasiano, piuttosto riottoso, a seguire le orme del fratello maggiore Sabino, che con successo stava percorrendo i vari gradi del cursus honorum, a partire da quello di tribuno laticlavio.

Vespasiano, quindi, dopo aver indossato la toga virile nel 26 d.C., fu praticamente costretto a servire nell’esercito in Tracia come tribuno militare, per poter poi accedere alla carica di questore nella provincia di Creta e Cirene. Da quel momento, la sua carriera prese una strada che lo avrebbe in seguito portato sul trono imperiale.

NOTE

¹ Svetonio (Vespasiano, 5)

Nascita di Tiberio (16 novembre 42 a.C.)

Tiberio Claudio Nerone nacque il 16 novembre del 42 a.C. a Roma, sul Palatino, sotto il consolato di Marco Emilio Lepido e Munazio Planco. Sua madre era Livia Drusilla, appartenente all’antica famiglia dei Livii. Suo padre era Tiberio Claudio Nerone, che fu questore di Giulio Cesare e comandante della flotta durante la guerra alessandrina. Dopo la morte di Cesare, Tiberio Nerone, che era sempre stato un convinto repubblicano, chiese in Senato che venissero concessi degli onori ai cesaricidi. Costretto alla fuga dai cesariani, ondeggiò tra i vari schieramenti in campo, seguendo prima Lucio Antonio, il fratello del triumviro, a Perugia, poi fuggendo in Sicilia da Sesto Pompeo e, infine, passando in Acaia da Marco Antonio.

AN00331426_001_l
Ritratto di Livia Drusilla, British Museum,  Londra

Tiberio ebbe quindi un’infanzia piuttosto travagliata, costretto a seguire i genitori nelle loro peregrinazioni durante i turbolenti anni della guerra civile successivi all’assassinio di Cesare. Più volte corse il pericolo di essere catturato con la sua famiglia in fuga, come a Napoli, quando cercarono di imbarcarsi per la Sicilia; il suo pianto quasi li fece scoprire dai loro inseguitori. In Sicilia Pompeia, la sorella di Sesto Pompeo, gli fece dono di una clamidia, di una fibbia e di alcune bullae d’oro ¹. Dopo la Sicilia, seguì i genitori in Acaia e infine trovò rifugio a Sparta, città che era sotto la tutela dei Claudii.

20191109_011208
Ritratto giovanile di Tiberio, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Dopo la pace, il padre di Tiberio tornò con Antonio a Roma e, per ottenere il perdono, cedette ad Ottaviano, che gliela chiedeva, sua moglie Livia Drusilla, nonostante fosse gravida e gli avesse già dato un figlio. Morì nel 33 a.C., lasciando due figli, Tiberio e Druso Nerone, di cui affidò la tutela a Ottaviano, che se ne prese cura insieme a Livia.

Tiberio, che aveva allora solo nove anni, pronunciò l’elogio funebre del padre dai Rostri, davanti al popolo riunito. In seguito, durante il trionfo per la vittoria nella battaglia di Azio (31 a.C.), precedette il carro di Augusto, montando sul cavallo a sinistra, mentre Marcello, il figlio di Ottavia, cavalcava quello di destra ².

8073
Busto di Tiberio giovane, Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Tiberio indossò la toga virile nel 27 a.C., e partì subito per la Spagna al seguito di Augusto come tribuno. Nel 20 a.C. sposò Vipsania Agrippina, figlia di Marco Agrippa, che amava sinceramente e gli diede un figlio: Druso. Poi, nonostante lei aspettasse un altro figlio, nel 12 a.C. fu costretto a ripudiarla con grande dolore, per sposare Giulia, la figlia di Augusto. Per quanto riguarda Agrippina, dopo il divorzio Tiberio la incontrò una volta per caso e la seguì con uno sguardo tanto felice e commosso che si fece in modo di non farla più venire in sua presenza ³.

L’unione con Giulia divenne col tempo infelice. Tiberio la disprezzava per i suoi costumi e, quando il figlio che avevano avuto ad Aquileia morì ancora in fasce, i due coniugi si distaccarono progressivamente. Quindi, improvvisamente, nel 6 a.C. Tiberio comunicò ad Augusto la sua decisione di ritirarsi a Rodi, forse perché non sopportava più Giulia, che per ovvii motivi non poteva ripudiare, o per non offuscare con la sua presenza gli eredi designati da Augusto, i Cesari Gaio e Lucio, figli di Giulia e del suo precedente marito Marco Agrippa.

NOTE

¹ Svetonio (Tiberio, 6)

² Svetonio (Tiberio, 6)

³ Svetonio (Tiberio, 7)

Festa di Feronia: 13 novembre

Il 13 novembre, alle idi, nell’anniversario della dedica del suo tempio nel Campo Marzio, si celebrava una festa in onore di Feronia, un’antica divinità italica, il cui culto era largamente diffuso nella penisola. Non sappiamo quando il culto di Feronia sia stato introdotto nell’Urbe, ma lo troviamo per la prima volta attestato nelle fonti nel 218 a.C. quando, dopo la sconfitta al fiume Trebbia, la consultazione dei Libri Sibillini, tra le altre prescrizioni, impose alle schiave liberate di raccogliere tra loro i fondi per offrire un dono a Feronia.

478D
Denario di Augusto con busto diademato di Feronia (circa 19 a.C.)

Un importante luogo di culto di Feronia era in territorio etrusco, ai piedi del Monte Soratte, nei pressi di Capena; un altro tempio sorgeva a Terracina; tutti i suoi templi avevano delle particolarità: dovevano essere posti nei pressi di un bosco sacro (lucus Feroniae), fuori dalle città e vi doveva essere una fonte d’acqua. Lo stesso tempio di Feronia nel Campo Marzio, a Roma, si trovava in un lucus. La dea voleva infatti la solitudine e rifiutava ogni vincolo di continuità tra i suoi templi e le città vicine. A questo proposito, Plinio il Vecchio racconta che si era smesso di costruire torri tra Terracina e il santuario di Feronia perché venivano tutte distrutte dalle folgori ¹. E Servio narra che in Campania, quando un bosco sacro a Feronia andò a fuoco, gli abitanti del luogo cercarono di spostarne altrove le statue; la dea, pur di non essere allontanata dal suo lucus, compì un miracolo: l’incendio si spense e il bosco tornò subito verde ². Infatti, la dea ” Feronia si rallegra dei boschi verdeggianti”. ³

20191109_155259
Testa di Feronia (II secolo a.C.), Museo Archeologico di Rieti

A Feronia, con l’appellativo di Salus, erano attribuiti poteri di guaritrice, ma il suo culto era collegato anche con la terra e la fecondità dei campi (Feronia Frugifera), per cui gli abitanti di Capena le offrivano, nel suo tempio, le primizie del raccolto. Inoltre, Feronia esercitava anche una sorta di tutela sulla liberazione degli schiavi.

In occasione della festa di Feronia che si svolgeva a Terracina, dove era infatti conosciuta come “dea dei liberti” ⁴, nel tempio avveniva la cerimonia di liberazione degli schiavi, che venivano emancipati e vi ricevevano il pileus, il copricapo di forma conica che simboleggiava la condizione libera. Nel tempio, infatti, si trovava un sedile di pietra con la scritta:

Gli schiavi che lo meritano si siedano e si rialzino liberi“.

20191113_002238
Statua di Gallo prigioniero (fine I secolo a.C.), Musée antique d’Arles

Il nome di Feronia è connesso all’aggettivo ferus, che significa “selvaggio”, “incolto” e costituisce la chiave per interpretare la sua figura. Feronia è infatti, come Sorano, Fauno e Silvano, la dea delle forze selvagge della natura, che però mette al servizio degli uomini per la loro alimentazione e salute; presiede quindi al passaggio dall’incultum al cultum, dal disordine all’ordine ⁵. Ecco perché Feronia ha capacità taumaturgiche che permettono di guarire dalle malattie e presiede al passaggio dalla condizione di schiavitù a quella di uomo libero.

A Preneste, infine, Feronia era considerata la madre di Erulo, l’orrendo mostro con tre vite e tre corpi, che Evandro, appena arrivato in Italia, dovette uccidere tre volte per affermare il suo dominio ⁶.

NOTE

¹ Plinio (Naturalis Historia, II, 146)

² Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

³ Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, VIII, 564)

⁵ G. Dumézil  (La religione romana arcaica, 2001)

⁶ Virgilio (Eneide, VIII, 563-567)

Nascita di Nerva (8 novembre 30 d.C.)

L’8 novembre del 30 d.C. Marco Cocceio Nerva nasceva a Narnia (l’odierna Narni) da una famiglia senatoria di antica nobiltà appartenente all’aristocrazia umbra. Suo nonno era stato intimo amico dell’imperatore Tiberio, con la cui famiglia era anche imparentato, seppure alla lontana, in virtù di un matrimonio.

20191108_023829
Ritratto di Nerva, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Giurista e uomo di grande cultura, Nerva fu amico di Nerone, che ne apprezzava le capacità poetiche; era pretore quando venne scoperta la congiura dei Pisoni (65 d.C.), che contribuì con successo a reprimere. Dopo la morte di Nerone, mantenne ottimi rapporti anche con i Flavii, ricoprendo il consolato nel 71 con Vespasiano e nel 90 con Domiziano. Nerva era senatore al momento della congiura di palazzo che il 18 settembre del 96 eliminò Domiziano e quasi certamente era d’accordo coi congiurati. Venne infatti acclamato imperatore il giorno stesso, evitando, con l’equilibrio e l’esperienza che tutti gli riconoscevano, il rischio di una nuova guerra civile come quella scoppiata dopo la morte di Nerone.

Nerva_Tivoli_Massimo
Ritratto di Nerva, Museo Nazionale Romano, Roma

Il suo breve principato è caratterizzato dal costante impegno di moralizzare la vita pubblica eliminando la piaga dei delatori, usati da Domiziano per eliminare gli oppositori con false accuse, di rimettere ordine nelle finanze imperiali e di aiutare i cittadini in difficoltà economiche, allentando anche la pressione fiscale su Roma e sull’Italia. Avviò, inoltre, un progetto di riorganizzazione del sistema di approvvigionamento idrico di Roma.
Nerva dovette anche sventare una congiura ai suoi danni, organizzata da Calpurnio Crasso Frugi Liciniano, discendente del Crasso morto a Carre nel 53 a.C.. La svolta del principato di Nerva avvenne quando il prefetto del pretorio Casperio Eliano, con l’appoggio dei pretoriani, che rimpiangevano Domiziano, pretese da Nerva la condanna a morte di due dei responsabili della congiura contro Domiziano, e precisamente di Petronio Secondo, ex prefetto del pretorio e di Claudio Partenio, cubicularius (cameriere personale) di Domiziano. Di fronte al fermo rifiuto di Nerva, Casperio fece comunque uccidere dai pretoriani i due malcapitati, compiendo un gravissimo atto di insubordinazione nei confronti del principe. Petronio fu ucciso con un solo colpo dai pretoriani, mentre Partenio venne evirato e strangolato con i suoi stessi genitali. Questo drammatico episodio rischiò di compromettere il prestigio del principe, che non era stato in grado di salvare la vita alle persone che lo avevano messo sul trono.

nerva017
Statua di Nerva, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Nerva, già molto anziano e dalla salute malferma, capì allora che sarebbe stato necessario nominare un successore in grado di tenere testa anche militarmente alle pretese dei pretoriani e, pur avendo dei parenti in vita, abbandonò il principio dinastico e scelse di adottare il migliore, nella persona di Marco Ulpio Traiano, allora legato della Germania Superiore, nominandolo Cesare e lasciandogli anche il compito di vendicare l’affronto subito da Casperio.

Dopo qualche mese, il 27 gennaio 98, Cocceio Nerva morì e Traiano, fatti convocare alla sua presenza Casperio Eliano e i pretoriani che si erano ribellati a Nerva, li fece eliminare prima ancora di tornare a Roma, ottemperando al desiderio del suo predecessore. Nerva venne sepolto con tutti gli onori nel Mausoleo di Augusto.

Flavio Giuliano: genesi di un imperatore

Nel mese di novembre del 331 d.C., Flavio Claudio Giuliano, conosciuto in seguito come l’Apostata, nasceva a Costantinopoli. Suo padre era Giulio Costanzo, figlio di Costanzo Cloro e della seconda moglie Teodora, una principessa siriaca, e fratellastro di Costantino; sua madre Basilina, che apparteneva a una nobile famiglia di latifondisti della Bitinia, morì qualche mese dopo la sua nascita.

c1653a_11e40046b55743a495a3f05904ea10f7
Busto di Giuliano, cattedrale di Acerenza

Prima della sua morte, avvenuta il 22 maggio 337, Costantino aveva diviso la gestione dell’impero tra quattro Cesari: i suoi tre figli Costantino II, Costante e Costanzo II, e il nipote Dalmazio, figlio del fratellastro Flavio Dalmazio. Inoltre, Annibaliano, fratello di Dalmazio, fu nominato “re dei re” delle nazioni pontiche; una posizione importante, anche se al di fuori del collegio imperiale. Non si può escludere però che Costantino avesse il mente di voler ripristinare un collegio con due Augusti (Costantino II e Costanzo II) e due Cesari (Costante e Dalmazio) o addirittura con un unico Augusto, il primogenito Costantino II e tre Cesari.

Colossal portrait of Constantius II (337-361), or of his brother
Ritratto di Costanzo II, Musei Capitolini, Roma

Quando Costantino morì a Nicomedia, l’unico figlio che arrivò in tempo per presenziare al funerale a Costantinopoli fu il secondogenito Costanzo II, che probabilmente si trovò ad affrontare le pretese dinastiche dei suoi zii, Giulio Costanzo e Flavio Dalmazio. I due, come abbiamo detto, erano figli di Costanzo Cloro e della seconda moglie Teodora, quindi fratellastri di Costantino I, che era invece figlio di Elena, ed erano inoltre appoggiati dal prefetto del pretorio Flavio Ablabio e da Flavio Optato, un consigliere del padre Costantino. In quell’estate del 337 Costanzo II, col supporto dell’esercito, per evitare problemi dinastici, decise di eliminare il ramo collaterale della famiglia imperiale che discendeva dalla seconda moglie di Costanzo Cloro.

La famiglia di Giuliano abitava tutta nel palazzo imperiale di Costantinopoli. Nel cuore della notte, su probabile istigazione di Costanzo II, la guardia palatina fece irruzione nel palazzo e trucidò il fratello maggiore di Giuliano, suo padre Giulio Costanzo, lo zio paterno Flavio Dalmazio e sei dei suoi cugini. Il piccolo Giuliano, che aveva solo sei anni, sfuggì al massacro solo grazie al coraggio di alcuni preti cristiani che lo nascosero in una chiesa di Costantinopoli, mentre il dodicenne fratellastro Costanzo Gallo fu risparmiato perché gravemente malato. Secondo Giuliano, Costanzo II avrebbe voluto uccidere anche loro ma, alla fine, si limitò ad esiliarli, in virtù della giovane età. Negli stessi giorni venivano eliminati dalle truppe anche il Cesare Dalmazio e suo fratello Annibaliano, oltre a Flavio Ablabio e Flavio Optato.

busto di Giuliano
Busto di Giuliano, cattedrale di Acerenza

Dopo la morte della madre Basilina, un altro terribile evento colpiva Giuliano, che aveva assistito con i suoi occhi al massacro della sua famiglia. Un trauma che lo segnerà per sempre e di cui conoscerà il responsabile solo parecchi anni dopo.

Costanzo II, sempre diffidente e sospettoso, si occupò poi dei due fanciulli superstiti. Mentre Gallo, figlio di Giulio Costanzo e della prima moglie Galla, veniva mandato a Efeso, il piccolo Giuliano fu inviato a Nicomedia, dalla nonna materna, e affidato alle cure del vescovo locale Eusebio, che aveva l’incarico di dargli una solida formazione cristiana. Dopo un anno, però, Eusebio fu chiamato a rivestire la carica di vescovo di Costantinopoli e fu sostituito da un personaggio che avrebbe svolto un importante ruolo nella formazione del giovane Giuliano: l’eunuco scita Mardonio, che era già stato il precettore di sua madre Basilina. Mardonio gli insegnò ad amare i classici e la cultura greca, specie Omero ed Esiodo. Il periodo trascorso da Giuliano a Nicomedia fu tra i più felici della sua vita, diviso tra lo studio sotto la guida di Mardonio e le estati in una lussuosa villa ad Astakos che apparteneva alla nonna.

Intanto, nell’aprile del 340, in Occidente, Costantino II era morto in un’imboscata, dopo aver mosso guerra contro il fratello Costante.

60-ConstantineII311-3377a1.jpg
Statua di Costantino II, Campidoglio, Roma

Nel 341, Costanzo II fece allora trasferire l’undicenne Giuliano e il diciassettenne fratellastro Gallo in una tenuta imperiale in Cappadocia, denominata fundus Macelli, nei pressi di Cesarea. Si trattava, di fatto, di una sorta di lussuosa prigionia: nessun estraneo poteva avvicinarsi, nessun amico aveva il permesso di visitare i ragazzi, che avevano come sola compagnia i loro servi e le guardie. Nella tenuta di Macellum, l’istruzione di Giuliano proseguì sotto la cura, tra gli altri, del vescovo Giorgio di Cappadocia, ariano come Costanzo, un oscuro e violento personaggio che nel 361 finì per essere linciato da una folla inferocita esasperata dalle sue prepotenze. Mentre Giuliano approfondiva gli studi filosofici, grazie alla fornita biblioteca personale di Giorgio, che conteneva, oltre alle opere di autori cristiani, anche quelle di filosofi pagani, Gallo preferiva dedicarsi alla palestra, alle armi e alle battute di caccia. Quando Giuliano chiedeva chi fosse stato il responsabile dello sterminio della sua famiglia, gli veniva risposto che la colpa era stata dei soldati, e che Costanzo, molto dispiaciuto, non aveva potuto impedire l’accaduto. A Macellum, ritenuto ormai pronto, Giuliano ricevette anche il battesimo cristiano.

Costanzo II, che era molto diffidente, veniva costantemente informato del comportamento dei ragazzi e, nel marzo del 347, ebbe modo di fare visita ai due cugini nella tenuta di Macellum, per verificare di persona lo stato d’animo dei ragazzi. Tranquillizzato dal colloquio e angustiato dal fatto di non avere un erede, poco tempo dopo richiamò Gallo alla sua corte, lasciando solo Giuliano nel podere imperiale.

Nel 348, dopo che Gallo fu richiamato dall’esilio di Macellum, anche Giuliano si sentì però autorizzato a lasciare la tenuta imperiale e ritornò a Costantinopoli per approfondire i suoi studi, seguendo le lezioni di grammatica di Nicocle di Sparta e quelle di retorica di Ecebolio, un retore cristiano. Giuliano era infatti ancora cristiano, e come tale continuava a comportarsi pubblicamente.

Roman - Bust presumed to be Flavius Claudius Julianus (331-363) know - (MeisterDrucke-231374)
Busto di Giuliano (?), Musei Capitolini, Roma

Nel 349 ricevette l’ordine imperiale di tornare a Nicomedia, dove insegnava il grande retore pagano Libanio, ammiratore di Demostene e della tradizione greca. Giuliano, a cui era stato vietato di frequentare le lezioni di Libanio, aggirò il divieto comprando gli appunti direttamente dai suoi allievi e studiando su quelli.

Libanio, che restò sempre amico ed ammiratore di Giuliano, gli fece conoscere il pensiero filosofico greco, da Socrate a Platone fino a Plotino e al neoplatonismo dei suoi discepoli, Porfirio e Giamblico. Fu la grande svolta della sua vita; mentre Giuliano si addentrava nella conoscenza del pensiero classico, la sua fede cristiana iniziò a vacillare. Per sua esplicita ammissione, Giuliano aveva professato il cristianesimo fino ai vent’anni ¹.

hb_67.107
Ritratto di Costante, Metropolitan Museum, New York

Nel frattempo, il 18 gennaio del 350, in Occidente, Costante veniva fatto uccidere da Magnenzio, un usurpatore di origine barbara che si era fatto proclamare Augusto dalle truppe. In previsione della guerra contro Magnenzio, Costanzo II, non avendo eredi, il 15 marzo 351 a Sirmio fu costretto a elevare il cugino Gallo al rango di Cesare, per garantire la presenza di un rappresentante imperiale in Oriente. Gallo fu nominato Cesare col nome di Flavio Claudio Costanzo Gallo e Costanzo II gli diede anche in moglie la sorella Costantina, prima di inviarlo ad Antiochia, con l’incarico di sorvegliare la frontiera persiana.

tumblr_o951u2opCA1syzcjgo3_500 (1)
Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

A Nicomedia, Giuliano incontrò il fratello Gallo che era passato in città sulla strada che lo avrebbe portato ad Antiochia. Poi, godendo in quel periodo di una certa libertà di movimento e ansioso di approfondire le sue conoscenze, si recò a Pergamo, dove c’era una scuola neoplatonica fondata da Edesio di Cappadocia, un allievo di Giamblico. A Pergamo, Giuliano conobbe due allievi di Edesio, Eusebio di Mindo e Crisanzio di Sardi, che gli parlarono di un terzo allievo di Edesio, che si trovava a Efeso, un certo Massimo, un personaggio carismatico dotato di straordinarie capacità e in grado di compiere veri e propri miracoli. Affascinato dai racconti sui poteri di questo maestro e teurgo, Giuliano si precipitò a Efeso, dove finalmente conobbe Massimo.

Massimo di Efeso guidava gli allievi lungo un percorso iniziatico in cui si fondevano pitagorismo, platonismo, magia e sapienza orientale. Giuliano fu conquistato dalle sue parole, dopo alcuni mesi, fu pronto per la sua iniziazione ai misteri. La solenne cerimonia si tenne in una grotta e fu per Giuliano una rinascita spirituale.

“Allora, scacciando tutte le frottole, al loro posto installò nell’anima sua la bellezza della Verità, come se in un grande tempio avesse posto le statue degli dèi, prima oltraggiate col fango”. ²

Poco tempo dopo, durante una cerimonia tenuta in un mitreo, abiurò la fede cristiana e abbracciò il mitraismo. In pubblico, invece, non lasciò trasparire nulla, per evitare che le spie di Costanzo lo riferissero al cugino.

l
Cosiddetta statua di Giuliano l’Apostata, Musee National du Moyen Age, Cluny

Intanto, dopo aver sconfitto Magnenzio nel 353, nell’ottobre del 354 Costanzo II fece arrestare e condannare a morte a Pola, dopo un processo farsa, il Cesare Gallo, accusandolo di aver ecceduto ad Antiochia nell’esercizio dei poteri che gli erano stati accordati. Giuliano, venuto a sapere che Costanzo II si era macchiato anche della morte del fratello, iniziò a preoccuparsi. Per di più, dopo la morte di Gallo, Giuliano fu convocato a Mediolanum, accusato di aver lasciato anni prima la tenuta di Macellum senza autorizzazione e di aver incontrato anche Gallo. Giuliano ebbe paura che Costanzo volesse completare l’opera uccidendo anche lui; si discolpò dalle accuse ma rimase sette mesi in città senza mai essere ammesso al cospetto di Costanzo II. Solo l’intervento dell’imperatrice Eugenia, la bellissima moglie di Costanzo, gli permise infine di riallacciare i rapporti col cugino e di vincerne i sospetti.

Nell’estate del 355 Giuliano fu autorizzato a lasciare Mediolanum e a recarsi ad Atene, la città simbolo di tutti i suoi culturali e religiosi. Giuntovi a luglio, Giuliano strinse amicizia con Prisco, un discepolo di Giamblico e fu iniziato ai Misteri Eleusini, come Adriano e Marco Aurelio prima di lui. Poi, improvvisamente, in Autunno fu richiamato a Mediolanum. Eusebia, moglie di Costanzo, era riuscita a convincere il diffidente marito che era necessario farsi affiancare da un altro Cesare; la parte occidentale era in fiamme, Franchi, Alamanni e Sassoni avevano attaccato le città sul Reno, mentre in oriente i Persiani minacciavano nuovamente Armenia e Mesopotamia: il solo Costanzo II non poteva essere ovunque.

Storia_Antica_Giuliano_Imperatore_Monete
Solido di Giuliano

Il 6 novembre del 355, sotto il consolato di Arbizione e Lolliano, durante una solenne cerimonia a Mediolanum di fronte all’esercito, Flavio Claudio Giuliano fu proclamato Cesare dal cugino Costanzo II. Costanzo pronunciò un pomposo discorso davanti ai soldati, lo fece salire sul carro imperiale e lo rivestì di porpora. Per stringere ancora di più il legame col suo nuovo Cesare, poco dopo gli diede in moglie la sorella Elena ³. Giuliano temeva ancora che Costanzo l’avrebbe fatto uccidere, come accaduto poco tempo prima al fratellastro Gallo, anch’egli nominato Cesare. E mentre si trovava sul carro imperiale, rivestito di porpora, insieme al cugino, mormorava un verso dell’Iliade di Omero che gli era venuto in mente:

“lo colse la morte purpurea, e il destino invincibile”. ⁴

Un triste presagio del destino che lo attendeva il 26 giugno del 363, mentre il suo esercito si ritirava lungo il Tigri.

Intanto, però, il 1° dicembre del 355 Costanzo inviò subito il ventiquattrenne Giuliano nelle Gallie, accompagnato da una guarnigione di trecentosessanta soldati, tutti cristiani, col compito di ristabilire l’ordine in una terra sconvolta dalle invasioni germaniche. E contro ogni previsione Giuliano, strappato ai suoi studi filosofici, ottenne uno strepitoso successo.

NOTE

¹ Giuliano (Epistole, 111, 434d)

² Libanio (Orazione XVIII, 18)

³ Ammiano Marcellino (Storie, XV, 8, 3-17)

⁴ Omero (Iliade, V, 83)

Isia o “Invenzione di Osiride”

Dal 23 ottobre al 3 novembre si celebravano a Roma gli Isia, detti anche “Invenzione di Osiride“, la seconda grande festa annuale dedicata ad Iside, dopo il Navigium Isidis del 5 marzo. Il culto di Iside era giunto dall’Egitto tolemaico a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò di distruggere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. Augusto e Tiberio proibirono che gli dei egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. Caligola fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio e, da quel momento, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, farà edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

D5KS4HzXkAAu-io
Affresco con scena di liturgia isiaca, proveniente  da Ercolano; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La festa degli Isia, di origine egizia, rievocava la vicenda di Osiride, il dio patrono dei morti. Il mito, di cui esistono diverse varianti, narrava che Osiride, fratello e sposo di Iside, venne ucciso per invidia dal fratello Seth, che ne smembrò il corpo in quattordici parti e le sparpagliò per l’Egitto. Iside, assistita dalla sorella Neftis, riuscì a ritrovare tutte le parti del corpo, tranne il membro virile, che era stato divorato da un pesce del Nilo, affinché Osiride non potesse avere una discendenza. Grazie all’aiuto di Toth, Iside riuscì infine a ricomporre il corpo e a riportare in vita Osiride per il tempo sufficiente a concepire e generare un figlio, Horus, identificato dai Romani con Arpocrate, che avrebbe in seguito vendicato il padre.

D5KS4HpWAAAXnkv
Altra scena di liturgia isiaca, da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Durante gli Isia, ogni giorno si rappresentava una fase del mito Osiride. Il dio veniva ucciso da Seth e, attorno al suo corpo, si succedevano le lamentazioni funebri. I fedeli, vestiti di nero come segno di partecipazione al lutto che aveva colpito Iside, coprivano le immagini degli dèi con veli neri; poi, insieme ai sacerdoti, si battevano il petto gridando al mondo tutto il loro dolore. Si trattava di una festa di morte e rinascita, che ricordava il rituale di sofferenza, morte e resurrezione di Attis, rievocato ogni anno nelle Megalesie tra il 15 e il 27 marzo, in onore di Cibele. Dopo aver ritrovato e ricomposto il corpo, nell’ultimo giorno, denominato Hilaria, per la gioia derivante dalla resurrezione di Osiride, un festoso corteo di fedeli e sacerdoti percorreva le strade al suono dei sistri e al grido di giubilo di “Abbiamo trovato! Siamo pieni di gioia!

20191101_011436
Il sommo sacerdote presenta ai fedeli il vaso contenente l’acqua del Nilo

Come simbolo della resurrezione, Osiride era anche patrono della rinascita della vegetazione. Il clero che si occupava di questi culti era organizzato secondo modelli che risalivano all’Egitto tolemaico. Oltre al sommo sacerdote, c’erano dei profeti, istruiti nella scienza divina, degli scribi, che leggevano le formule contenute nei testi canonici, delle stoliste o ornatrici, che vestivano le statue degli dei, e dei pastofori, che portavano gli oggetti sacri in processione. Tutti i sacerdoti, come in Egitto, avevano il capo rasato ed indossavano una tunica di lino.

d2c8124a03ac04b93df99ac5bd03ca6b
Un sacerdote che legge, dal tempio di Iside a Pompei; Museo Archeologico di Napoli

Tra le ragioni del successo del culto di Iside e Osiride nel mondo greco-romano, c’era l’idea della speranza di una vita dopo la morte che tanta fortuna avrà anche col Cristianesimo. Oltre al culto pubblico, Iside e Osiride avevano anche delle cerimonie riservate ai soli iniziati, denominate Misteri, che ebbero grande diffusione nell’area mediterranea. I misteri di Osiride erano definiti Grandi Misteri; quelli di Iside, Piccoli Misteri.

Quello di Iside fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto. Fu soltanto nel 535 che Giustiniano fece infatti chiudere l’ultimo tempio di Iside, a File.