Nascita di Antinoo (27 novembre)

Antinoo, il giovane favorito di Adriano, era un greco della città di Claudiopoli, in Bitinia. Nacque il 27 novembre, intorno al 110 d.C.; conosciamo la data di nascita di Antinoo perché tale giorno era oggetto di celebrazione da parte del Collegio dei Culti di Diana e di Antinoo a Lanuvio ¹. Non sappiamo se fosse uno schiavo o un uomo libero; Adriano forse lo conobbe nel 123, in occasione della sua visita alla regione e se ne invaghì. Lo fece portare in Italia e, a partire dal 128, Antinoo seguì sempre Adriano nelle sue peregrinazioni. Oltre che per i viaggi, Adriano aveva una grande passione per la caccia; in sella a Boristene, il suo cavallo preferito, ogni volta che poteva l’imperatore dava la caccia a orsi, cinghiali e leoni, che abbatteva spesso con un solo colpo di lancia. Anche questo amore per la caccia accomunava Adriano ad Antinoo, che lo accompagnava volentieri nelle battute. Non sappiamo molto altro della vita del giovane amasio dell’imperatore, prima della sua tragica fine.

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Busti di Adriano e Antinoo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Nel 130, Adriano decise di intraprendere un viaggio lungo il Nilo partendo da Alessandria, per osservare le meraviglie dell’Egitto; del suo seguito in questo viaggio culturale, oltre ad Antinoo, facevano parte, tra gli altri, sua sorella Domizia Paolina, la sua sorellastra Matidia minore, Lucio Elio Vero (suo futuro successore designato), l’imperatrice Vibia Sabina, la poetessa greca Giulia Balbilla. Dopo aver dato il via a una ristrutturazione del Serapeum di Alessandria e aver offerto un sacrificio funebre a Pompeo, Adriano e il suo seguito iniziarono la risalita del Nilo.

Purtroppo, durante il viaggio, sul finire di ottobre (forse il 30), nei pressi di Besa, Antinoo cadde nelle acque del Nilo in circostanze oscure e vi annegò. Grande fu il dolore di Adriano, che si lasciò andare a scene di disperazione e pianse lacrime amare, destando anche un certo scandalo. Per onorarne la memoria, Adriano ordinò che, nel luogo della morte di Antinoo, venisse edificata una città che chiamò Antinoopolis, coniò numerose monete in Oriente con la sua effigie, istituì oracoli in suo nome a Claudiopoli e fondò un culto del divinizzato Antinoo, che ebbe una vasta diffusione in tutto l’impero. Inoltre, Adriano e il suo seguito osservarono in cielo la nascita di una stella, che identificarono con l’anima di Antinoo ascesa in cielo ². La stella di Antinoo venne localizzata vicino alla costellazione dell’Aquila ³, l’uccello che per ordine di Zeus aveva rapito il suo amato Ganimede.

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Busto di Antinoo, British Museum, Londra

Sulla misteriosa morte di Antinoo, ovviamente iniziarono a circolare molte voci diverse. La versione ufficiale, che Adriano riportava nella sua perduta autobiografia, narra che Antinoo fosse caduto accidentalmente nel Nilo. Ovviamente, iniziarono subito a circolare ipotesi alternative; alcuni asserivano invece che Antinoo fosse stato ucciso per ordine dell’imperatore, ma per quale motivo? Adriano lo amava, come testimoniato dal suo dolore e dall’adorazione con cui onorò la sua memoria.
Resta una terza ipotesi, riportata da Cassio Dione e Aurelio Vittore: Antinoo si sarebbe ucciso per prolungare la vita di Adriano. Il 30 ottobre del 130 Adriano era infatti nel suo cinquantacinquesimo anno di vita. Era stato iniziato all’astrologia dal prozio materno Elio  Adriano ed era egli stesso un astrologo.

Conosciamo, perché trasmessoci da Efestione di Tebe, l’oroscopo che l’astrologo Antigono di Nicea gli fece sulla base della data di nascita dell’imperatore (24 gennaio 76), in occasione del suo quarantesimo compleanno, il 24 gennaio del 116. Oltre a una luminosa carriera, in questo oroscopo gli venivano predetti cinquantasei anni di vita, con un possibile prolungamento di altri sei. Forse Adriano si volle garantire quel prolungamento attraverso pratiche magiche che richiedevano il sacrificio di qualcun altro che morisse al suo posto. Come scrive Aurelio Vittore: “i maghi avevano chiesto un volontario che morisse al posto di Adriano e siccome tutti si rifiutarono, si dice che Antinoo si offrì” ⁴.

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Busto di Antinoo, Museo del Prado, Madrid

Per riconoscenza, conclude Aurelio Vittore, Adriano avrebbe quindi reso ad Antinoo tutti gli onori prima menzionati. Anche Cassio Dione, dopo aver menzionato la versione dell’incidente fornita da Adriano nella sua autobiografia, scrisse che Antinoo era “stato immolato in sacrificio. Infatti Adriano era sempre molto superstizioso e ricorreva a indovini e arti magiche d’ogni genere. Così dunque onorò Antinoo, o perché lo aveva amato, o perché questi era andato volontariamente incontro alla morte; infatti Adriano aveva bisogno di un’anima che si sacrificasse volontariamente“ ⁵. Tra l’altro, un papiro egizio, appartenente al corpus dei “papiri magici”, cita il nome di un certo Pacrate, un mago di Eliopoli che avrebbe formulato per Adriano una profezia che assicurava la vita e la salute dell’imperatore solo attraverso il volontario sacrificio di un uomo.

Comunque sia, Adriano morì il 10 luglio 138 ed ebbe il prolungamento che desiderava, essendo vissuto effettivamente sessantadue anni, cinque mesi e diciassette giorni. Non sapremo mai come si svolsero effettivamente i fatti, ma rimane la testimonianza dell’amore di Adriano per Antinoo nel centinaio di ritratti che ci sono pervenuti e che lo raffigurano, di volta in volta, con gli attributi di divinità come Ermes, Osiride, Dioniso, Apollo e altri. Ritratti talmente numerosi, da essere inferiori, nel numero di quelli giunti fino a noi, solo a quelli di Augusto e dello stesso Adriano.

NOTE

¹ Iscrizione del Collegio di Diana e Antinoo (CIL XIX, 2112)

² Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 4)

³ Firmico Materno (Mathesis, 29, 13)

⁴ Aurelio Vittore (Liber de Caesaribus XIV, 6-12)

⁵ Cassio Dione (Storia Romana LXIX, 11, 2-3)

Morte di Orazio (27 novembre 8 a.C.)

Il 27 Novembre dell’anno 8 a.C. moriva Quinto Orazio Flacco, considerato uno dei maggiori poeti dell’età antica.

Quinto Orazio Flacco era nato a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Suo padre possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere di trasferirsi a Roma per tentare di migliorare la propria condizione sociale. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica di matrice stoica, ma lì rimase coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse  il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede alla fuga.

Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore.

Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea ma, per mantenere la sua indipendenza e libertà, rifiutò sempre l’invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

“Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che,  quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ¹.

“Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ².

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, II, 17)

² Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

 

Brumalia: 24 novembre

I Brumalia erano un’antica festività romana, connotata dall’uso di scambiarsi doni, partecipare a giochi, a banchetti e libagioni. Si svolgeva il 24 novembre, che precedeva di circa un mese il solstizio d’inverno, il giorno più corto dell’anno, denominato Bruma. Il termine “Bruma” sarebbe infatti il superlativo di brevis, da cui breuima (brevima die) e quindi breuma.

La festa, anticamente connessa con i riti agricoli che segnavano il passaggio dall’autunno all’inverno, si protraeva per parecchi giorni, durante i giorni più bui dell’anno e si concludeva con il solstizio d’inverno e la rinascita simbolica del sole.

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Inno dei Pitagorici al sorgere del sole (particolare). Fyodor Bronnikov (1827-1902)

I Brumalia si celebravano in onore di Saturno, Cerere e Bacco chiamati a proteggere i semi che dovevano germogliare per produrre il raccolto. A questo scopo, i contadini sacrificavano maiali a Saturno, mentre i viticoltori immolavano capre in onore di Bacco, e venivano offerte a Cerere le primizie delle viti, degli olivi, del grano e del miele. Quando ci si incontrava, si era anche soliti scambiarsi l’augurio “Vives annos!”, che significava “Vivi per anni”.

La più antica testimonianza sui Brumalia è offerta dal De idolatria (X, 3) di Tertulliano ¹, quindi in epoca già tarda (II-III secolo d.C.).

Il cronista Giovanni Malalas (491 – 578 d.C.) faceva invece risalire l’istituzione dei Brumalia addirittura a Romolo ².

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Mosaico con scena di banchetto, da Aquileia. V secolo d.C. Musée de le Château de Boudry

Col passare del tempo, la durata della festa si fissò in 24 giorni, dal 24 novembre fino al 17 dicembre, giorno in cui iniziavano i Saturnalia, e si affermò l’usanza di attribuire, ad ogni giorno del periodo in cui si svolgevano i Brumalia, una lettera dell’alfabeto greco ³. La tradizione voleva che si offrisse un banchetto ad ognuno dei propri amici nel giorno contrassegnato dall’iniziale del nome.

Dopo il crollo della parte occidentale dell’impero, la festa conobbe grande popolarità nella parte orientale, a partire dall’età giustinianea, conservando gli aspetti più popolari e giocosi a discapito di quelli strettamente pagani.

NOTE

¹ Tertulliano (De idolatria, X, 3)

² Giovanni Malalas (Chronographia VII, 7, 11-13)

³ Giovanni Lido (De Mensibus, IV, 158)

Paride, il pantomimo

Paride, nato in Egitto, fu un famoso attore e pantomimo, favorito di Domiziano, presso la cui corte ebbe notevole influenza e potere.

Nella pantomima, un genere teatrale rinnovato da Pilade di Cilicia e Batillo d’Alessandria al tempo di Augusto, e che a Roma era molto apprezzato, l’attore dominava completamente la scena, recitando in maschera e danzando al suono della musica, accompagnato da un’orchestra e da un coro. Il pubblico, anche femminile, ne rimaneva affascinato e i migliori attori, se incontravano il favore dei potenti, non faticavano ad arricchirsi. Paride era tra i grandi interpreti di quest’arte.

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Statuetta in marmo di attore (I-II secolo d.C.), collezione privata

Tale era l’ascendente di Paride a corte che l’istrione poteva elargire denaro e distribuire cariche militari a suo piacimento ai suoi protetti ¹. Papinio Stazio, il grande poeta autore della Tebaide, per poter uscire dalle ristrettezze economiche in cui si trovava, dovette comporre proprio per Paride una fabula saltica (pantomima) intitolata Agave ², che non è giunta sino a noi.

Purtroppo Domizia Longina, moglie di Domiziano, si innamorò della bellezza e del talento di Paride, e ne fece il suo amante, destando l’ovvio risentimento dell’imperatore nei confronti dell’attore.

Infatti, scoperto il tradimento, Domiziano aveva in un primo momento deciso di mandare a morte Domizia, che era già stata moglie anche del defunto Tito, con l’accusa di adulterio ma, su consiglio di Lucio Giulio Urso, che era suo parente, si limitò a ripudiarla ³. Il popolo non avrebbe gradito la condanna a morte di un’Augusta molto amata e la stessa reputazione dell’imperatore ne avrebbe risentito.

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Ritratto di Domizia Longina, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo,  Roma

Per quanto riguarda il povero Paride, non ci fu però scampo alla vendetta dell’imperatore; nell’83 d.C. Domiziano lo assassinò a tradimento in mezzo alla strada.

Il ricordo di Paride non svanì con la sua morte; quando Domiziano si accorse che molti si recavano sul luogo in cui l’attore era stato ucciso, portandovi fiori e unguenti profumati per onorarlo, ordinò di giustiziare chi venisse sorpreso a compiere quegli atti.

In seguito, con la scusa di soddisfare la volontà del popolo, ma in realtà perché ne sentiva la mancanza, Domiziano riprese con sé Domizia Longina ⁴, pur continuando a intrattenere una relazione con sua nipote Giulia, figlia del fratello Tito.

Neppure Domizia aveva dimenticato il suo amato Paride,  e attese il momento giusto per la sua vendetta . Il 18 settembre Domiziano venne infatti a sua volta assassinato in una congiura di palazzo nella quale anche Domizia era implicata. Domizia si dedicò quindi a riabilitare la memoria del pantomimo egiziano e gli fece costruire un sontuoso monumento funebre lungo la via Flaminia, nel quale venne riposta l’urna con le ceneri dell’artista.

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Statuetta di attore con maschera (II secolo d.C.), Musei Vaticani

Dopo la morte di Domiziano, anche il poeta Marziale si sentì libero di celebrare il defunto Paride – da cui probabilmente aveva ottenuto a suo tempo dei favori – con questo epitaffio, forse commissionatogli da Domizia stessa e destinato ad essere inciso anche sulla sua tomba, sulla via Flaminia.

“Chiunque tu sia, viandante, che percorri la via Flaminia,
non trascurare questo nobile marmo.
La delizia dell’Urbe e le arguzie del Nilo,
l’arte e la grazia, lo scherzo e il piacere,
l’orgoglio e il dolore del teatro romano
e tutte le Veneri e i Cupidi
sono racchiusi in questo sepolcro, assieme a Paride”.

“Quisquis Flaminiam teris, viator,
noli nobile praeterire marmor.
Urbis deliciae salesque Nili,
ars et gratia, lusus et voluptas,
Romani decus et dolor theatri
Atque omnes Veneres Cupidinesque
Hoc sunt condita, quo Paris, sepulchro” ⁵.

NOTE

¹ Giovenale (Satira VII, v. 88-89)

² Giovenale (Satira VII, v. 87)

³ Dione Cassio (Storia Romana, LXVII, 3, 1)

⁴ Svetonio (Domiziano, 3, 2)

⁵ Marziale (Epigrammi, XI, 13)

Nascita di Vespasiano (17 novembre 9 d.C.)

Tito Flavio Vespasiano nacque il 17 novembre del 9 d.C. a Falacrine, un modesto villaggio nei pressi di Rieti, in Sabina, da una famiglia di dignità equestre, durante il consolato di Quinto Sulpicio Camerino e Gaio Poppeo Sabino.

Suo nonno, Tito Flavio Petrone, era di Reate, l’odierna Rieti, e militò come centurione agli ordini di Pompeo durante la guerra civile. Dopo la sconfitta nella battaglia di Farsalo, fuggì e torno in patria; ottenuto il perdono e il congedo, si mise a fare il recuperatore di crediti. Suo padre, Flavio Sabino, fu esattore di imposte in Asia Minore, dove lasciò un buon ricordo per la sua onestà; in seguito, fece il banchiere in Gallia presso gli Elvezi, dove morì, lasciando la moglie, Vespasia Polla, e due figli: Sabino e Vespasiano; una figlia femmina gli era morta in tenera età.

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Ritratto di Vespasiano, British Museum, Londra

Si raccontava che, in una villa suburbana di proprietà della famiglia Flavia, esisteva un’antica quercia sacra a Marte. Ad ogni parto di Vespasia, dalla quercia nasceva un nuovo ramo, presagio del destino che attendeva i figli. Il primo ramo era quasi subito inaridito, ed infatti la bambina era morta in fasce; il secondo era cresciuto frondoso e forte, lasciando presagire una grande fortuna per Sabino; il terzo, quello di Vespasiano, era diventato simile a un albero. Gli aruspici ne avevano tratto il responso che il bambino era destinato a diventare un Cesare ¹.

Vespasiano trascorse una infanzia serena in campagna, vicino a Cosa, in casa della nonna paterna Tertulla, alla quale era affezionatissimo. In seguito, anche da principe, tornava spesso in quei luoghi; aveva voluto lasciare la villa esattamente com’era per serbarne intatto il ricordo e aveva un tale affetto per la memoria della nonna che nei giorni festivi e solenni beveva sempre in un piccolo bicchiere d’argento che le era appartenuto.

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Busto di Vespasiano, Musei Capitolini, Roma

Sua madre, Vespaia Polla, era nata a Norcia, dall’antica e rispettabile famiglia dei Vespasii; suo fratello aveva però raggiunto la dignità senatoria e Polla nutriva le stesse aspettative per i suoi due figli maschi. Fu lei in seguito a spingere il giovane Vespasiano, piuttosto riottoso, a seguire le orme del fratello maggiore Sabino, che con successo stava percorrendo i vari gradi del cursus honorum, a partire da quello di tribuno laticlavio.

Vespasiano, quindi, dopo aver indossato la toga virile nel 26 d.C., fu praticamente costretto a servire nell’esercito in Tracia come tribuno militare, per poter poi accedere alla carica di questore nella provincia di Creta e Cirene. Da quel momento, la sua carriera prese una strada che lo avrebbe in seguito portato sul trono imperiale.

NOTE

¹ Svetonio (Vespasiano, 5)

Nascita di Tiberio (16 novembre 42 a.C.)

Tiberio Claudio Nerone nacque il 16 novembre del 42 a.C. a Roma, sul Palatino, sotto il consolato di Marco Emilio Lepido e Munazio Planco. Sua madre era Livia Drusilla, appartenente all’antica famiglia dei Livii. Suo padre era Tiberio Claudio Nerone, che fu questore di Giulio Cesare e comandante della flotta durante la guerra alessandrina. Dopo la morte di Cesare, Tiberio Nerone, che era sempre stato un convinto repubblicano, chiese in Senato che venissero concessi degli onori ai cesaricidi. Costretto alla fuga dai cesariani, ondeggiò tra i vari schieramenti in campo, seguendo prima Lucio Antonio, il fratello del triumviro, a Perugia, poi fuggendo in Sicilia da Sesto Pompeo e, infine, passando in Acaia da Marco Antonio.

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Ritratto di Livia Drusilla, British Museum,  Londra

Tiberio ebbe quindi un’infanzia piuttosto travagliata, costretto a seguire i genitori nelle loro peregrinazioni durante i turbolenti anni della guerra civile successivi all’assassinio di Cesare. Più volte corse il pericolo di essere catturato con la sua famiglia in fuga, come a Napoli, quando cercarono di imbarcarsi per la Sicilia; il suo pianto quasi li fece scoprire dai loro inseguitori. In Sicilia Pompeia, la sorella di Sesto Pompeo, gli fece dono di una clamidia, di una fibbia e di alcune bullae d’oro ¹. Dopo la Sicilia, seguì i genitori in Acaia e infine trovò rifugio a Sparta, città che era sotto la tutela dei Claudii.

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Ritratto giovanile di Tiberio, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Dopo la pace, il padre di Tiberio tornò con Antonio a Roma e, per ottenere il perdono, cedette ad Ottaviano, che gliela chiedeva, sua moglie Livia Drusilla, nonostante fosse gravida e gli avesse già dato un figlio. Morì nel 33 a.C., lasciando due figli, Tiberio e Druso Nerone, di cui affidò la tutela a Ottaviano, che se ne prese cura insieme a Livia.

Tiberio, che aveva allora solo nove anni, pronunciò l’elogio funebre del padre dai Rostri, davanti al popolo riunito. In seguito, durante il trionfo per la vittoria nella battaglia di Azio (31 a.C.), precedette il carro di Augusto, montando sul cavallo a sinistra, mentre Marcello, il figlio di Ottavia, cavalcava quello di destra ².

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Busto di Tiberio giovane, Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Tiberio indossò la toga virile nel 27 a.C., e partì subito per la Spagna al seguito di Augusto come tribuno. Nel 20 a.C. sposò Vipsania Agrippina, figlia di Marco Agrippa, che amava sinceramente e gli diede un figlio: Druso. Poi, nonostante lei aspettasse un altro figlio, nel 12 a.C. fu costretto a ripudiarla con grande dolore, per sposare Giulia, la figlia di Augusto. Per quanto riguarda Agrippina, dopo il divorzio Tiberio la incontrò una volta per caso e la seguì con uno sguardo tanto felice e commosso che si fece in modo di non farla più venire in sua presenza ³.

L’unione con Giulia divenne col tempo infelice. Tiberio la disprezzava per i suoi costumi e, quando il figlio che avevano avuto ad Aquileia morì ancora in fasce, i due coniugi si distaccarono progressivamente. Quindi, improvvisamente, nel 6 a.C. Tiberio comunicò ad Augusto la sua decisione di ritirarsi a Rodi, forse perché non sopportava più Giulia, che per ovvii motivi non poteva ripudiare, o per non offuscare con la sua presenza gli eredi designati da Augusto, i Cesari Gaio e Lucio, figli di Giulia e del suo precedente marito Marco Agrippa.

NOTE

¹ Svetonio (Tiberio, 6)

² Svetonio (Tiberio, 6)

³ Svetonio (Tiberio, 7)

Festa di Feronia: 13 novembre

Il 13 novembre, alle idi, nell’anniversario della dedica del suo tempio nel Campo Marzio, si celebrava una festa in onore di Feronia, un’antica divinità italica, il cui culto era largamente diffuso nella penisola. Non sappiamo quando il culto di Feronia sia stato introdotto nell’Urbe, ma lo troviamo per la prima volta attestato nelle fonti nel 218 a.C. quando, dopo la sconfitta al fiume Trebbia, la consultazione dei Libri Sibillini, tra le altre prescrizioni, impose alle schiave liberate di raccogliere tra loro i fondi per offrire un dono a Feronia.

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Denario di Augusto con busto diademato di Feronia (circa 19 a.C.)

Un importante luogo di culto di Feronia era in territorio etrusco, ai piedi del Monte Soratte, nei pressi di Capena; un altro tempio sorgeva a Terracina; tutti i suoi templi avevano delle particolarità: dovevano essere posti nei pressi di un bosco sacro (lucus Feroniae), fuori dalle città e vi doveva essere una fonte d’acqua. Lo stesso tempio di Feronia nel Campo Marzio, a Roma, si trovava in un lucus. La dea voleva infatti la solitudine e rifiutava ogni vincolo di continuità tra i suoi templi e le città vicine. A questo proposito, Plinio il Vecchio racconta che si era smesso di costruire torri tra Terracina e il santuario di Feronia perché venivano tutte distrutte dalle folgori ¹. E Servio narra che in Campania, quando un bosco sacro a Feronia andò a fuoco, gli abitanti del luogo cercarono di spostarne altrove le statue; la dea, pur di non essere allontanata dal suo lucus, compì un miracolo: l’incendio si spense e il bosco tornò subito verde ². Infatti, la dea ” Feronia si rallegra dei boschi verdeggianti”. ³

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Testa di Feronia (II secolo a.C.), Museo Archeologico di Rieti

A Feronia, con l’appellativo di Salus, erano attribuiti poteri di guaritrice, ma il suo culto era collegato anche con la terra e la fecondità dei campi (Feronia Frugifera), per cui gli abitanti di Capena le offrivano, nel suo tempio, le primizie del raccolto. Inoltre, Feronia esercitava anche una sorta di tutela sulla liberazione degli schiavi.

In occasione della festa di Feronia che si svolgeva a Terracina, dove era infatti conosciuta come “dea dei liberti” ⁴, nel tempio avveniva la cerimonia di liberazione degli schiavi, che venivano emancipati e vi ricevevano il pileus, il copricapo di forma conica che simboleggiava la condizione libera. Nel tempio, infatti, si trovava un sedile di pietra con la scritta:

Gli schiavi che lo meritano si siedano e si rialzino liberi“.

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Statua di Gallo prigioniero (fine I secolo a.C.), Musée antique d’Arles

Il nome di Feronia è connesso all’aggettivo ferus, che significa “selvaggio”, “incolto” e costituisce la chiave per interpretare la sua figura. Feronia è infatti, come Sorano, Fauno e Silvano, la dea delle forze selvagge della natura, che però mette al servizio degli uomini per la loro alimentazione e salute; presiede quindi al passaggio dall’incultum al cultum, dal disordine all’ordine ⁵. Ecco perché Feronia ha capacità taumaturgiche che permettono di guarire dalle malattie e presiede al passaggio dalla condizione di schiavitù a quella di uomo libero.

A Preneste, infine, Feronia era considerata la madre di Erulo, l’orrendo mostro con tre vite e tre corpi, che Evandro, appena arrivato in Italia, dovette uccidere tre volte per affermare il suo dominio ⁶.

NOTE

¹ Plinio (Naturalis Historia, II, 146)

² Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

³ Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, VIII, 564)

⁵ G. Dumézil  (La religione romana arcaica, 2001)

⁶ Virgilio (Eneide, VIII, 563-567)