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Il brodo nero degli Spartani

Sparta, la grande rivale di Atene, era anticamente famosa per la frugalità dei costumi dei suoi abitanti. Gli Spartani maschi erano obbligati a consumare i loro pasti in una mensa comune. Questi pasti quotidiani venivano chiamati “sissizi” e le loro spese erano ripartite in parti uguali fra i partecipanti. Ogni commensale doveva fornire la sua quota-parte mensile, che comprendeva orzo, vino, formaggio e fichi. Chi non poteva pagare la propria parte, cessava di essere cittadino a pieno titolo.

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Il piatto tradizionale spartano era il brodo nero (μέλας ζωμός). Si trattava di una specie di zuppa, preparata con uno spezzatino di carne e sangue di maiale, aceto e sale, famosa per la sgradevolezza del suo sapore. Si raccontava che gli stranieri che avevano avuto modo di assaggiarlo, dicevano scherzando di aver capito perché gli Spartani non avevano timore della morte.

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Plutarco riferisce che un re del Ponto aveva assoldato un cuoco spartano per farsi preparare il brodo nero, ma che, dopo averlo assaggiato, ne fosse rimasto disgustato. Il cuoco gli aveva allora risposto: “Re, questo cibo va mangiato dopo un bagno nell’Eurota“, che era il fiume di Sparta, lasciando intendere che solo gli Spartani potevano apprezzarlo. Sempre Plutarco infatti scrive che gli anziani della città si saziavano versandosi il brodo e preferivano addirittura lasciare la carne ai più giovani.

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Nel 479 a.C., subito dopo la vittoria contro i Persiani a Platea, il comandante e reggente spartano Pausania entrò nell’accampamento nemico. Giunto nella lussuosa tenda di Mardonio, il comandante nemico morto in battaglia, ordinò ai cuochi persiani di preparargli un pasto degno del loro re Serse. Quando essi ebbero finito e il pasto fu pronto, fece preparare un secondo pasto alla maniera spartana e invitò gli altri comandanti greci ad assaggiarli per constatare la differenza. Quindi, ridendo, disse: “Uomini di Grecia, volevo mostrarvi la stupidità dei Medi, che pur potendo godere di tali prelibatezze, sono venuti da noi per portarci via la nostra misera cena“.
Ateneo, scrivendo alla fine del II secolo d.C., individuava, quale segno della inarrestabile decadenza di Sparta, il fatto che i cuochi, intenti a elaborare pasti raffinati, non erano più in grado di preparare il leggendario brodo nero.

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Termopili: 19-21 agosto 480 a.C.

Quando un esercito composto da circa duecentomila Persiani guidati dal Gran Re Serse, figlio di Dario, arrivò in Europa dall’Asia su un ponte di barche appositamente costruito sull’Ellesponto, per regolare i conti con i loro storici avversari, i Greci decisero di bloccare l’avanzata persiana in due diversi punti: al Passo delle Termopili con un esercito di terra guidato da Leonida e a Capo Artemisio con la flotta al comando dello spartano Euribiade e dell’ateniese Temistocle.

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Gli Spartani dovevano attendere però la conclusione delle Carnee, una delle loro feste più sacre, dedicata ad Apollo Carneo, per poter radunare il loro temibile esercito. Le Carnee infatti imponevano un periodo di pace che non poteva essere violato e che già dieci anni prima aveva impedito agli Spartani di partecipare alla battaglia di Maratona. Gli Spartani decisero allora di inviare solo un piccolo contingente d’elite a presidiare le Termopili, raccogliendo nel Peloponneso, durante la marcia, i contingenti degli altri alleati. Leonida, uno dei due re Spartani, prese il comando delle operazioni di terra, prendendo con sé trecento veterani che avevano già avuto figli con cui perpetuare la stirpe.

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Leonida giunse alle Termopili (le Porte Calde) all’inizio di agosto del 480. Il passo era così angusto che, alle strettoie poste alle due estremità, inframmezzate da un muro di difesa costruito dai Focesi, c’era appena lo spazio sufficiente per il passaggio di un carro. Leonida aveva con sé, oltre ai suoi trecento spartani, circa trecento dei loro servi Iloti, ed altri seimila uomini, raccolti in gran parte nel Peloponneso (cinquecento da Tegea, cinquecento da Mantinea, centoventi da Orcomeno e mille dal resto dell’Arcadia, quattrocento da Corinto, duecento da Fliunte e ottanta da Micene), oltre a mille Focesi, settecento Tespiesi e quattrocento Tebani.

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Alle Termopili, ambasciatori persiani riferirono ai greci che, se avessero consegnato le armi, avrebbero ottenuto salva la vita e anche l’amicizia del Gran Re. Gli Spartani non amavano parlare troppo:  la risposta di Leonida alla richiesta di consegnare le armi fu la leggendaria frase “Molon labe” (venite a prenderle). Passarono alcuni giorni di angosciosa attesa; poi, all’alba del 19 agosto, la fanteria dei Medi sferrò il suo attacco frontale. Era la prima volta che gli Spartani affrontavano i Persiani: la loro ferocia nel combattimento avrebbe sconvolto anche i loro alleati.

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La battaglia durò per due giorni senza che i Greci cedessero un centimetro, mentre i Persiani pagarono un pesantissimo tributo in vite umane. Né la fanteria persiana né il corpo scelto degli Immortali riuscirono ad avere la meglio sugli opliti greci e sull’abilità in combattimento degli Spartani. Il terzo giorno ci fu la svolta: un certo Efialte, nativo della zona, avvertì i Persiani dell’esistenza di un sentiero sopra le montagne, che avrebbe permesso agli uomini di Serse di aggirare le Termopili e prendere alle spalle i Greci, e si offrì anche di fargli da guida tra i monti. Leonida, informato dagli esploratori di quanto stava accadendo, congedò gran parte delle truppe alleate superstiti prima che i Persiani riuscissero a chiudere ogni via di fuga. Non tutti fuggirono: con gli Spartani e il loro Re rimasero gli Iloti, i Tespiesi e i Tebani: in totale circa millecinquecento uomini. Leonida, consapevole che il sacrificio finale era inevitabile, disse ai suoi: “Fate una buona colazione, perché stasera mangeremo nell’Ade“.

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Quando i Persiani attaccarono in massa, i Greci si difesero con le lance, le spade, e a mani nude. Leonida cadde nella mischia e i Greci riuscirono a recuperarne il corpo quattro volte prima di venire massacrati fino all’ultimo uomo. Nello scontro, morirono anche due fratellastri di Serse: Abrocome e Iperante. Dopo la strage, il Gran Re Serse, ispezionando il campo di battaglia, vide il corpo di Leonida e ordinò di decapitarlo e infiggere la testa su un palo. In genere, i Persiani non oltraggiavano i cadaveri dei nemici morti; li trattavano, anzi, con tutti gli onori. Il trattamento riservato al cadavere di Leonida dà un’idea della rabbia che la resistenza del re spartano aveva generato in Serse. Per liberare il passo delle Termopili e uccidere circa quattromila Greci, i Persiani avevano perso ventimila uomini: un prezzo altissimo che però apriva ai Persiani la via di terra per Atene. Negli stessi giorni, la flotta greca, avvalendosi del genio strategico di Temistocle, aveva inflitto inoltre pesantissime perdite a quella persiana in tre successivi scontri presso il Capo Artemisio. Ma il peggio per i Persiani doveva ancora arrivare; poco tempo dopo, lo scontro navale di Salamina e la battaglia di Platea del 479, segnarono la fine della seconda guerra persiana e il tramonto definitivo delle speranze del Gran Re di conquistare la Grecia.

In memoria degli eroi che sacrificarono la loro vita per la libertà della Grecia, il poeta Simonide compose un epitaffio che venne inciso su una lapide posta in cima all’altura su cui morì l’ultimo spartano:

O straniero, annuncia
agli Spartani che qui
noi giacciamo in ossequio
alle loro leggi

Il ritratto dimenticato di Alessandro Magno

L’archeologa greca Angeliki Kottaridi, direttrice del Museo delle Tombe Reali di Aigai – Vergina, ha annunciato che nei depositi del Museo Archeologico della città di Veria (Veroia) in Macedonia, nel nord della Grecia, è stato ritrovato un antico ritratto di Alessandro Magno. La scultura del sovrano macedone era rimasta dimenticata per molti anni in un magazzino del museo locale. Secondo la Kottaridi, questo ritratto di Alessandro è praticamente sconosciuto agli storici e agli archeologi, essendo scomparso da decenni in qualche angolo buio dei depositi del museo, tra le numerose casse di reperti archeologici.

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Il ritratto riscoperto di Alessandro Magno

La preziosa scultura, riutilizzata dagli antichi abitanti del luogo come materiale da costruzione – come è successo anche alla testa di Dioniso recentemente rinvenuta negli scavi di via Alessandrina a Roma – era stata ritrovata decenni fa tra le macerie di un villaggio nei pressi della città di Veria e in seguito se ne erano perse le tracce. L’inaspettata riscoperta è avvenuta mentre il personale stava ripulendo il magazzino. La Kottaridi ha reso noto che il ritratto dimenticato di Alessandro sarà il protagonista di una importante mostra prevista per il 2020 nell’Aigai Museum di Vergina.

L’amara storia di Clito il Nero

Sebbene solo i potenti possano tornare utili, meglio che utili non siano, se possono nuocere“.
Così si esprimeva Ovidio (Tristia, III, 4, 7-8), alludendo al fatto che dalla frequentazione di Augusto, alla fine, aveva ricavato solo un immeritato esilio a Tomi e una morte in terra straniera. La vicinanza con uomini di grande potere è sempre stata un’arma a doppio taglio, per i rischi che essa comporta. È facile andare incontro a una fine rovinosa, per il capriccio di un potente. La storia di Clito il Nero che, da guardia del corpo di Alessandro ne divenne prima uomo di fiducia e valente generale e poi vittima, è istruttiva in tal senso.

Clito, figlio di Dropide, apparteneva ad una famiglia dell’alta nobiltà macedone; era inoltre il fratello minore di Lanice, la nutrice di Alessandro, che il futuro re amava come la propria madre. Alla morte di Filippo II, di cui era stato un veterano, Clito passò ovviamente al servizio di Alessandro, come comandante della guardia a cavallo dello squadrone reale, denominata “agema” e composta dalla crema della gioventù nobiliare che, sin dall’infanzia, riceveva a corte una rigida educazione improntata alla massima fedeltà nei confronti del sovrano.

Clito era un uomo di grande coraggio e veniva chiamato il Nero per distinguerlo da Clito il Bianco, che comandava invece la fanteria. La sua parabola iniziò il 22 maggio del 334 a.C., durante le prime fasi della battaglia del Granico, quando Alessandro si lanciò avventatamente alla carica contro i persiani, alla testa di tredici squadroni di cavalleria. Il giovane sovrano si trovò subito coinvolto in una mischia furiosa, perché i persiani attendevano i macedoni sull’altra sponda del fiume, e finì per diventare il bersaglio privilegiato degli avversari, che lo riconoscevano tra tutti per lo scudo e il pennacchio dell’elmo. Il sovrano macedone era già stato raggiunto da un giavellotto, che però era stato bloccato dalla sua corazza, quando Resace e Spitridate, due satrapi persiani, gli si avventarono contro insieme. Alessandro schivò il secondo e infranse la sua lancia sulla corazza di Resace; poi, estrasse la spada e gli si gettò addosso. Alessandro e Resace finirono disarcionati a terra, avvinghiati in una lotta corpo a corpo quando Spitridate, ritto sul suo cavallo, tirò un fendente con la spada che l’elmo di Alessandro riuscì a stento ad assorbire. Prima che Spitridate riuscisse a vibrare un secondo e definitivo colpo, arrivò Clito il Nero che gli tranciò di netto il braccio con la spada, mentre anche Resace cadeva, colpito a sua volta da Alessandro.

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Clito il Nero salva Alessandro dall’attacco di Spitridate

Grazie alla sua eroica azione, Clito il Nero divenne l’uomo di fiducia di Alessandro e fu al suo fianco, il 1° ottobre 331, nella durissima e vittoriosa battaglia di Gaugamela contro Dario in persona. Nonostante la sua indiscussa fedeltà ad Alessandro, Clito era però un conservatore ed estimatore di Filippo, ed era ostile, come l’anziano generale Parmenione, alla politica di espansione verso oriente perseguita tenacemente dal sovrano macedone.

Inoltre, col passare del tempo, Alessandro, per incoraggiare alla sottomissione i satrapi persiani, aveva iniziato a richiedere agli ufficiali greci e macedoni di dare il buon esempio, inchinandosi di fronte a lui, ma non ottenendo grande obbedienza. Filota, figlio primogenito di Parmenione, e Clito erano tra i comandanti più avversi all’adozione del cerimoniale asiatico e ad omaggiare il sovrano come un dio. La nobiltà macedone per tradizione si inchinava infatti solo di fronte agli dèi.

Nell’autunno del 328 Alessandro si trovava a Samarcanda, in Sogdiana. Non era passato molto tempo da quando, nel 329, Alessandro aveva fatto uccidere a Ecbatana il vecchio Parmenione, il suo fidato generale che aveva già collaborato con Filippo, e che lo aveva fino a quel momento saggiamente consigliato nella conduzione della spedizione. Poco prima dell’assassinio di Parmenione, che aveva già perso due figli nel corso delle operazioni di guerra, Alessandro aveva fatto giustiziare anche Filota, l’ultimo figlio del settantenne generale, che comandava la cavalleria degli Eteri con l’accusa – vera o falsa che fosse – di aver ordito un complotto.

Alessandro, dopo l’eliminazione di Filota, nel timore di possibili congiure e per evitare di concentrare troppo potere in mano a una sola persona, mise a capo della cavalleria degli Eteri due comandanti, Efestione e Clito, e ne divise in due la squadra.

A Samarcanda, Artabazo, il vecchio satrapo della Battriana, chiese ad Alessandro di essere esonerato dall’incarico per l’età avanzata. Alessandro accolse le dimissioni di Artabazo e assegnò il governo della Battriana e della Sogdiana proprio a Clito, di cui il re macedone continuava a fidarsi, nonostante qualche divergenza. Allo stesso tempo, affidando a Clito il governo della provincia, Alessandro lo allontanava però dal cuore della spedizione che intendeva continuare. Clito era reduce da un periodo di convalescenza a Susa, aveva ormai raggiunto la mezz’età e non godeva più di buonissima salute, oltre ad essere ostile alla politica di espansione verso oriente e molto critico nei confronti delle consuetudini persiane che il re macedone stava facendo proprie.

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Testa di Alessandro, Ny Carlsberg Glyptotek

Tutti gli storici antichi, sono concordi nell’affermare che Alessandro aveva due grandi difetti: i frequenti scoppi di collera e una smodata abitudine di bere vino puro. Era infatti usanza dei macedoni bere vino senza tagliarlo con l’acqua, come invece facevano i greci. Queste due caratteristiche negative di Alessandro, durante un banchetto a Samarcanda, si stavano per combinare in una miscela esplosiva che avrebbe avuto nefaste conseguenze per Clito.

Un funesto presagio su quanto stava per accadere si era manifestato proprio ad Alessandro che, pochi giorni prima, aveva fatto un sogno strano, in cui gli era apparso Clito, vestito di nero, seduto con i tre figli di Parmenione, che ormai erano tutti morti.

A Samarcanda, intanto, dopo la nomina a nuovo satrapo della Sogdiana, Clito, in attesa di partire l’indomani per il suo nuovo incarico, fu invitato a partecipare a un solenne banchetto in cui il vino, come sempre, scorreva a fiumi.

Alessandro, in evidente stato di ebbrezza, di fronte ai commensali iniziò ad esaltare le proprie imprese, esagerando anche i propri meriti. Tutti ascoltavano senza scomporsi troppo finché il sovrano macedone cominciò a denigrare suo padre Filippo attribuendosi anche il merito della vittoria nella famosa battaglia di Cheronea del 338, che segnò la fine dell’indipendenza greca, in cui i macedoni di Filippo II sconfissero i Tebani e i loro alleati Ateniesi. Queste parole, frutto evidente dello stato di alterazione di Alessandro, non risultarono particolarmente gradite ai presenti più anziani, come Clito, che avevano militato al servizio di Filippo e conoscevano come si erano svolti i fatti. Purtroppo anche Clito aveva bevuto decisamente troppo e, senza più freni inibitori, si profuse in un lungo discorso in cui esaltò le imprese di Filippo rispetto a quelle di Alessandro e difese il defunto generale Parmenione, che il sovrano aveva fatto assassinare; inoltre, criticò l’usanza di attribuire la vittoria ai re e non ai soldati che materialmente la conquistavano a prezzo della vita; non pago di aver già suscitato con queste parole l’ira furibonda del sovrano macedone, Clito rimproverò Alessandro anche per aver ricevuto l’incarico – evidentemente sgradito – di governatore della irrequieta Sogdiana e gli rinfacciò infine di avergli salvato la vita durante la battaglia del Granico.

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Alessandro aveva ormai perso il controllo e cercò scompostamente di scagliarsi contro Clito che, contemporaneamente, veniva sospinto dagli amici fuori dal padiglione reale, nel tentativo di scongiurare il peggio. Purtroppo Clito, in preda all’ebbrezza, ebbe la sventurata idea di rientrare per continuare la sua invettiva contro Alessandro, che, appena se lo vide di nuovo davanti, lo trafisse con una lancia strappata dalle mani di una sentinella. Appena Alessandro si rese conto di aver ucciso un uomo che, pur avendo abusato della libertà di parola, oltre ad essere il fratello della sua adorata nutrice, era sempre stato valoroso in battaglia e gli aveva pure salvato la vita, fu colto da un grande rimorso. Estratta la lancia dal corpo di Clito, cercò di rivolgerla contro se stesso ma ne fu impedito dalle guardie del corpo, che lo scortarono nel suo alloggio. Alessandro, in preda alla disperazione per aver ucciso Clito, rimase senza mangiare per tre giorni, finché gli uomini del suo seguito riuscirono a convincerlo a prendere del cibo. Siccome lo stato di prostrazione e la pena che Alessandro aveva nel cuore non cessavano, si recò infine da lui un celebre filosofo di Abdera, il sofista Anassarco, che lo convinse che le azioni compiute da un grande re dovevano ritenersi da tutti sempre giuste, come sempre giuste sono le azioni compiute da Zeus. Il lutto ebbe fine ed Alessandro si rivolse a nuove conquiste…

Morte di Alessandro Magno (10 giugno 323 a.C.)

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Il 10 giugno del 323 a.C. moriva a Babilonia Alessandro Magno. Dopo la morte nel 324 del suo caro amico Efestione, l’umore di Alessandro era divenuto sempre più cupo ed aumentò considerevolmente anche il consumo di vino da parte del macedone; sempre più spesso, il sovrano aveva bisogno di dormire tutto il giorno successivo per riprendersi dagli effetti dei suoi bagordi. Alessandro, seguendo comunque il suo insaziabile desiderio di conquista, stava preparando una spedizione in Arabia, che sarebbe dovuta iniziare verso la metà di giugno. Dopo aver dato un sontuoso ricevimento a Babilonia per celebrare il successo della seconda spedizione del suo ammiraglio Nearco nel Golfo Persico, il 29 maggio Alessandro aveva partecipato a un festino durato fino alla sera successiva col suo amico personale Medio, principe di Larissa, in Tessaglia, insieme ad altri venti dei suoi compagni più fidati, allietato, come era ormai abitudine, da abbondanti libagioni di vino; al termine del banchetto, Alessandro fu colto da un attacco febbrile che non lo abbandonò più.

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Testa di Alessandro, II secolo d.C., Palazzo Massimo alle Terme, Roma

Lo stato di debilitazione si aggravò nei giorni successivi. Trasportato nel parco della reggia oltre il fiume, Alessandro ricevette la visita dei suoi comandanti e anche dei soldati che desideravano vederlo, preoccupati per le voci sul suo stato di salute. Alessandro, ormai quasi privo di voce, salutava tutti con un cenno del capo e muovendo gli occhi; poi, dopo aver ceduto il suo anello col sigillo reale a Perdicca, cadde in coma. Come estremo tentativo, Pitone, Seleuco, Attalo e altri amici si recarono nel tempio di Oser-hapi – chiamato Serapide nei resoconti in greco – per trascorrervi la notte e sapere dall’oracolo del dio se fosse opportuno trasportare Alessandro nel santuario perché fosse curato. Il responso di Oser-hapi fu che era meglio lasciare Alessandro dove si trovava. Poco dopo, la sera del 10 giugno, Alessandro morì all’età di trentadue anni e otto mesi. Erano trascorsi solo una decina di giorni dall’inizio della malattia. Moriva l’uomo e nasceva il mito.

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Mosaico di Alessandro, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Si dice che in punto di morte gli avessero chiesto a chi desiderava lasciare il regno e che Alessandro avesse risposto che lo cedeva al più forte, oppure al più degno, non specificandone però il nome.

Dopo la sua morte, iniziarono a circolare ogni sorta di voci, tra cui quella che Alessandro fosse stato vittima di un un avvelenamento, e che il veleno fosse addirittura stato preparato dal suo maestro Aristotele. Molto più realisticamente, il fisico di Alessandro, duramente provato da più di dieci anni di guerre in cui aveva inoltre subito numerose ferite, poteva essere stato debilitato dalla malaria, che era endemica a Babilonia per la presenza di numerosi canali. Oppure ebbero la loro parte nel causarne la morte anche le abbondanti bevute che costellarono il suo ultimo mese di vita. La verità, in questo caso, non si potrà mai sapere.

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Testa di Alessandro Magno, copia romana del II secolo d C. da originale greco del IV secolo a.C., Museo Barracco, Roma

Figlio del re Filippo II, Alessandro era nato a Pella nell’ottobre del 356 a.C. e in soli dodici anni aveva conquistato l’intero Impero Persiano, un territorio immenso che si estendeva dall’Asia Minore all’Egitto, fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India settentrionale. Dopo la sua morte, l’Impero macedone fu suddiviso, dopo molti scontri sanguinosi e guerre fratricide, tra i generali (i diadochi) che lo avevano accompagnato nelle sue spedizioni.

Per quanto riguarda il corpo di Alessandro, nel 321 a.C. il fratellastro di Alessandro, Filippo Arrideo, tentò di riportarlo da Babilonia in Macedonia, ma il convoglio funebre fu intercettato da Tolomeo e dirottato in Egitto, prima a Menfi ed infine ad Alessandria, dove la sua tomba divenne oggetto di innumerevoli pellegrinaggi ed è ancora in attesa di essere ritrovata…

Battaglia del Granico (22 maggio 334 a.C.)

Il 22 maggio del 334 a.C., l’esercito macedone di Alessandro Magno sconfiggeva le armate dei satrapi persiani di Dario nella battaglia presso il fiume Granico. Fu la prima grande vittoria di Alessandro sull’impero persiano.

Alessandro era da poco arrivato in Asia Minore con le sue truppe, per iniziare il suo attacco contro l’impero persiano. Memnone di Rodi, un greco al servizio dei persiani, consigliò al resto dei comandanti di non correre il rischio di affrontare i Macedoni, che erano superiori nella fanteria, e aveva proposto di utilizzare la tattica di fare terra bruciata davanti ad Alessandro per affamare le sue truppe, ma il comando persiano, formato da satrapi e governatori dell’Asia Minore optò per un attacco frontale.

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Alessandro attraversa il fiume Granico

L’esercito persiano stava attendendo la battaglia, schierato sulla riva opposta del fiume Granico, ma era numericamente inferiore rispetto a quello macedone, potendo contare su circa trentacinquemila uomini contro i cinquantamila di Alessandro. Nelle file dei persiani, militavano circa ventimila mercenari greci, al comando di Memnone.

Seguendo il consiglio di Parmenione, Alessandro fece accampare per la notte l’esercito macedone sulla riva opposta del Granico, aspettando l’alba per attraversare il fiume e sorprendere i persiani prima che potessero disporsi in assetto da battaglia.

All’alba del 22 maggio, quando i persiani si accorsero che i macedoni stavano attraversando il fiume, lasciarono il loro accampamento su una collina a un paio di miglia di distanza, Alessandro, sul lato destro del suo schieramento, guidò personalmente la carica dei suoi Eteri, la cavalleria pesante dell’esercito macedone, contro la cavalleria persiana. Contemporaneamente, sul lato sinistro, anche Parmenione con la cavalleria tessala scagliava un poderoso attacco contro lo schieramento persiano.

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Alessandro guida la carica degli “Eteri”

Dopo un durissimo scontro in cui persero la vita numerosi nobili e dignitari persiani, alcuni dei quali finiti da Alessandro stesso – che rischiò a sua volta di essere ucciso da un colpo di spada che gli spezzò l’elmo e fu salvato da Clito il Nero, il comandante dello squadrone reale della cavalleria, che trucidò il suo avversario – la cavalleria persiana iniziò a ritirarsi, lasciando sul campo un migliaio di morti, e il sovrano macedone avanzò sui mercenari greci, che costituivano il grosso della fanteria persiana. I mercenari vennero accerchiati dall’azione congiunta delle due ali della cavalleria macedone e dalla fanteria, e massacrati senza pietà; oltre quindicimila di loro morirono e circa duemila furono presi vivi e inviati come schiavi in Macedonia perché, pur essendo Greci, avevano combattuto per i barbari contro la Grecia. Memnone di Rodi riuscì invece a darsi alla fuga.

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Clito il Nero salva Alessandro da un cavaliere persiano

Nella carica condotta da Alessandro morirono venticinque dei suoi Eteri; il sovrano decretò che i loro genitori e i loro figli fossero esenti da tasse obblighi militari, e in loro onore commissionò altrettante statue di bronzo allo scultore Lisippo, che furono poste nella città di Dione, sul confine tra Macedonia e Tessaglia. Molto basse furono le altre perdite macedoni: sessanta tra i cavalieri di Parmenione e trenta fanti. Morì anche il cavallo che Alessandro montava, che non era l’amato Bucefalo, che il macedone aveva preferito tenere a riposo nell’occasione. Dopo aver dato sepoltura ai caduti di entrambe le parti, Alessandro inviò ad Atene trecento armature complete da dedicare ad Atena, ed ordinò che venissero accompagnate dalla seguente iscrizione: “Alessandro, figlio di Filippo, e i Greci, tranne gli Spartani, dedicano queste spoglie tolte ai barbari che vivono in Asia“. Trecento armature come gli Spartani di Leonida morti alle Termopili nel 480 per fermare l’avanzata dell’armata di Serse, ma questa volta i Lacedemoni erano i grandi assenti nella spedizione che avrebbe portato Alessandro ad abbattere l’eterno nemico dei Greci: l’impero persiano.

Pignora Imperii (parte III): le Ceneri di Oreste

Septem fuerunt pignora, quae Imperium Romanum tenent: Acus Matris Deum, Quadriga fictilis Veientanorum, Cineres Orestis, Sceptrum Priami, Velum Ilionae, Palladium, Ancilia”.

“Ci furono sette garanzie che mantenevano il potere di Roma: l’Ago della Madre degli Dèi, la Quadriga di argilla dei Veienti, le Ceneri di Oreste, lo Scettro di Priamo, il Velo di Iliona, il Palladio, gli Ancilia”. (M. Servius Honoratus, in Vergilii carmina comentarii ad Aen., VII, 188)

Nella disamina dei sette “pignora imperii“, posti a garanzia della supremazia di Roma, è ora il turno delle Ceneri di Oreste, cioè dei resti del corpo di quell’Oreste che, per vendicare l’assassinio di suo padre Agamennone, re di Micene, aveva ucciso la madre Clitennestra e il suo amante Egisto.

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Oreste uccide Clitennestra, anfora del IV secolo a.C., J.P. Getty Museum, Malibu

Il mito narra che Oreste, per sfuggire alle Erinni che lo perseguitavano ovunque per l’uccisione di sua madre Clitennestra, avesse ricevuto dall’oracolo di Delfi il consiglio di recarsi in Tauride, di sottrarre il simulacro di Artemide caduto dal cielo e conservato nel santuario locale e di portarlo in Attica. Oreste, insieme al suo amico fraterno Pilade, giunse nella Tauride, governata dal re Toante, senza sapere che lì si trovava anche sua sorella Ifigenia, da lui creduta morta tanti anni prima, che era invece divenuta sacerdotessa di Artemide.

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Gruppo statuario di Oreste e Pilade, Museo del Louvre, Parigi

Oreste e Pilade vennero catturati da Toante; era infatti usanza di quelle terre sacrificare ad Artemide ogni straniero che fosse giunto da quelle parti, ma Ifigenia, riconosciuto il fratello Oreste, riuscì a liberare i prigionieri e i tre fuggirono portando con loro la statua della dea. Oreste infine tornò in Attica sotto la protezione di Atena, e si sottopose al giudizio dell’Areopago, il tribunale ateniese, che lo assolse dal suo delitto e lo liberò dalla persecuzione delle Erinni. Oreste quindi si impadronì dei regni di Micene, che era stato di suo padre, di Argo e di Sparta. Morì in Arcadia a settant’anni di età per il morso di un serpente e fu sepolto a Tegea.

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Sarcofago romano proveniente da Ostia (150-200 d.C. circa) con Pilade, Oreste e Ifigenia che regge il simulacro di Artemide; Altes Museum, Berlino

Una variante italica del mito, racconta invece che la fuga di Oreste e Ifigenia, con la statua di Artemide, si concluse nel Lazio, nel sacro bosco di Aricia vicino al lago di Nemi, dove i due fratelli istituirono il culto di Diana. Oreste divenne il primo sacerdote di questo culto e, dopo la sua morte, fu sepolto da Ifigenia nel bosco di Aricia, finché i Romani, dopo aver sconfitto la lega latina, ne prelevarono i resti per portarli a Roma e seppellirli sotto la soglia del tempio di Saturno, vicino al tempio della Concordia, nella zona del Foro Romano. Da quel momento le ceneri di Oreste divennero uno dei sette “pignora imperii“, dai quali dipendeva il potere di Roma. Pare invece che i Romani rispedirono a Sparta la statua di Artemide, perché non gradivano la crudeltà dei riti che si svolgevano in suo onore.

Qual era il significato simbolico delle Ceneri di Oreste, e perché esse erano così importanti per il potere di Roma?

Forse, come ritengono alcuni, per la valenza positiva che la figura di Oreste aveva assunto per aver interrotto una catena di violenze familiari culminata col matricidio ed aver raggiunto un nuova pacificazione, come quella introdotta da Augusto, dopo la guerra civile con Antonio, che aveva dato inizio all’impero?

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Ricostruzione del Tempio di Saturno in epoca augustea

Ci sembra però che la soluzione sia un’altra e che l’importanza del corpo di Oreste fosse invece strettamente connessa all’invincibilità di una città. Erodoto (Storie, I, 67-68) narra infatti di come nel VI secolo gli Spartani non riuscissero a conquistare la vicina Tegea. Inviarono allora dei messi al santuario di Delfi, per chiedere alla sacerdotessa Pizia cosa fare per poter sconfiggere i Tegeati. Secondo il responso della Pizia, gli Spartani avrebbero vinto se avessero riportato a Sparta le ossa di Oreste, il figlio di Agamennone, che erano sepolte a Tegea. Uno spartano di nome Lica, inviato a Tegea per trovare la tomba di Oreste, dopo aver scoperto che il suo sepolcro, lungo ben 7 cubiti (3 metri) era nascosto sotto un cortile, riuscì nell’impresa e, raccolte le ossa, tornò a Sparta portandole con sé. Le ossa furono poi trasferite, secondo Pausania, nel tempio delle Parche, a Sparta. Da quel momento, gli Spartani ebbero il sopravvento sui Tegeati.

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I resti del Tempio di Saturno nel Foro Romano

Se le ossa di Oreste si trovavano a Sparta, di chi erano quindi le ceneri conservate sotto la soglia del tempio di Saturno nel foro romano? Come vedremo parlando del Palladio, un altro dei “pignora imperii”, la duplicazione o moltiplicazione di questi oggetti sacri non era infrequente, perché il loro possesso era ambito da molte città proprio per l’alto valore simbolico. La stessa consuetudine la possiamo constatare, per esempio, anche nel campo delle reliquie dei martiri cristiani, il cui commercio assunse nei secoli dimensioni inusitate.