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Affresco di Narciso rinvenuto a Pompei

 

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Il nuovo affresco di Narciso rinvenuto nella Regio V

I recenti scavi nella Regio V di Pompei continuano a riservare sorprese. La stessa stanza della domus in cui è stato trovato il magnifico affresco che raffigura Leda e il Cigno, ci ha restituito un altro affresco. Si tratta, questa volta, di Narciso che osserva la sua immagine riflessa nell’acqua, secondo i canoni della sua iconografia classica.
Ne ha dato l’annuncio la direttrice ad interim Alfonsina Russo: “La bellezza di queste stanze ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante”.Pompei-Atrio-di-Narciso-2
Anche Massimo Osanna, il precedente direttore del Parco archeologico, ha parlato di “un ambiente pervaso dal tema della gioia di vivere, della bellezza e vanità, sottolineato anche dalle figure di menadi e satiri che, in una sorta di corteggio dionisiaco, accompagnavano i visitatori all’interno della parte pubblica della casa. Una decorazione volutamente lussuosa e probabilmente pertinente agli ultimi anni della colonia di Pompei, sepolta nel 79 dopo Cristo, come testimonia lo straordinario stato di conservazione dei colori”.

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L’affresco di Leda e il Cigno

Il mito di Narciso è collegato con la storia di Eco, una delle Oreadi, le ninfe delle montagne, che abitavano nei monti e nelle valli. Eco, d’accordo con Zeus, aveva l’abitudine di distrarre con la sua parlantina l’attenzione di Era, per nasconderle gli abituali tradimenti di suo marito, il signore dell’Olimpo. Un brutto giorno, Era finì per scoprire l’inganno ordito contro di lei e punì la ninfa privandola della voce e condannandola a ripetere solo le ultime parole o le ultime sillabe gridate da qualcun altro. In seguito, Eco ebbe la sventura di innamorarsi di Narciso, figlio del fiume Cefiso e della ninfa Liriope; Narciso era un bellissimo giovane che, pur corteggiato da uomini e donne, preferiva dedicarsi alla caccia, ed era solito rifiutare ogni profferta amorosa. Un giorno, Eco sorprese Narciso nei boschi, intento a preparare delle trappole per i cervi, e cercò di dichiarargli il suo amore, pur con tutte le difficoltà che ormai aveva ad esprimersi. Tuttavia, l’indifferenza e la crudeltà di Narciso, lo portarono a respingere anche l’amore di Eco che, per il dispiacere, si consumò di dolore, fino a che di lei non rimase che la voce.

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Narciso osserva la sua immagine riflessa

Per la sua insensibilità, che aveva spinto al suicidio anche Aminio, un altro innamorato respinto in malo modo, Narciso fu punito dagli dèi, che lo fecero innamorare della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua al quale il giovane si era accostato per dissetarsi sul monte Elicona. Non potendo raggiungere l’oggetto del suo desiderio, Narciso si uccise, trafiggendosi il petto con la spada. Dalla terra imbevuta del suo sangue, nacque il fiore che porta il suo nome. Si avverava cosi la profezia fatta a Liriope dal grande indovino Tiresia: “Narciso vivrà fino a tarda età, purché non conosca mai se stesso”.

Trovata moneta di Erode Agrippa I

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Una moneta di Erode Agrippa del 41-42

Uno studente in gita scolastica ha trovato in Israele una rara moneta risalente al regno di Erode Agrippa, l’ultimo re della Giudea (10 a.C. – 44 d.C.). La moneta è stata rinvenuta nel letto del torrente Shilo, che attraversa la Shiloh Valley. La moneta presenta su un lato tre spighe di grano e, sull’altro, un baldacchino regale circondato dalla dicitura “Re Agrippa”.

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La moneta ritrovata con la dicitura Basileus Agrippa

Erode Agrippa ha regnato sulla Giudea dal 39 fino alla sua morte, avvenuta nel 44. Era il nipote di Erode il Grande e padre di Erode Agrippa II, l’ultimo membro importante della Dinastia Idumea.

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Lato della moneta con spighe di grano

La moneta risale agli anni 41-42. Agrippa, che fu compagno di studi e amico dell’imperatore Claudio, sulla moneta è definito “basileus”, parola greca usata per designare il re. Negli Atti degli Apostoli, Agrippa è indicato come responsabile della morte dell’apostolo Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni, e di aver fatto imprigionare anche Pietro.
Come narrato da Giuseppe Flavio, Erode Agrippa morì in circostanze misteriose a Cesarea nel 44, dopo cinque giorni di agonia.

(Fonti: http://www.timesofisrael.com; http://www.israelnationalnews.com; christiannews.net)

Eco e Narciso

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Eco e Narciso, I secolo d.C. affresco da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Eco era una delle Oreadi, le ninfe delle montagne, che abitavano nei monti e nelle valli. Eco, d’accordo con Zeus, aveva l’abitudine di distrarre con la sua parlantina l’attenzione di Era, per nasconderle gli abituali tradimenti del signore dell’Olimpo. Un brutto giorno, Era finì per scoprire l’inganno ordito contro di lei e punì la ninfa privandola della voce e condannandola a ripetere solo le ultime parole o le ultime sillabe gridate da qualcun altro.

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Eco e Narciso, dalla Casa dell’Efebo a Pompei

In seguito, Eco ebbe la sventura di innamorarsi di Narciso, figlio del fiume Cefiso e della ninfa Liriope; Narciso era un bellissimo giovane che, pur corteggiato da uomini e donne, preferiva dedicarsi alla caccia, ed era solito rifiutare ogni profferta amorosa. Un giorno, Eco sorprese Narciso nei boschi, intento a preparare delle trappole per i cervi, e cercò di dichiarargli il suo amore, pur con tutte le difficoltà che aveva ad esprimersi.

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Narciso, affresco dalla Casa di D. Octavius, Pompei

Tuttavia, l’indifferenza e la crudeltà di Narciso, lo portarono a respingere anche l’amore di Eco che, per il dispiacere, si consumò di dolore, fino a che di lei non rimase che la voce.
Per la sua insensibilità, che aveva spinto al suicidio anche Aminio, un altro innamorato respinto in malo modo, Narciso fu punito dagli dèi, che lo fecero innamorare della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua al quale il giovane si era accostato per dissetarsi sul monte Elicona.

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Narciso si specchia nelle acque, Antiquarium di Boscoreale

Non potendo raggiungere l’oggetto del suo desiderio, Narciso si uccise, trafiggendosi il petto con la spada. Dalla terra imbevuta del suo sangue, nacque il fiore che porta il suo nome. Si avverava cosi la profezia fatta a Liriope dal grande indovino Tiresia: “Narciso vivrà fino a tarda età, purché non conosca mai se stesso”.

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Narciso alla fonte, affresco dalla casa di Marco Lucrezio Frontone, Pompei

Il mito di Ciparisso

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Statua di Ciparisso, 1818, di Francesco Pozzi, Galleria d’arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze

Il cipresso è un albero fin dall’antichità simbolo di immortalità e associato al culto dei morti. Come spesso accade, le radici di questa simbologia affondano nel mito greco.
Nell’isola di Ceo, nei pressi della città di Cartea, viveva un enorme cervo, sacro alle ninfe che dimoravano in quelle campagne. Il cervo era abituato a vivere a contatto con gli uomini e si lasciava accarezzare da chiunque. Gli abitanti di Cartea avevano posto sulla fronte del cervo, alla nascita, un medaglione d’argento fissato con una laccetto, ed erano soliti addobbarne le magnifiche corna con oro e pietre preziose. 20190119_232021Sull’isola di Ceo abitava anche Ciparisso, un bellissimo giovane, figlio dell’eroe Telefo e di Argiope, che era molto caro ad Apollo per la sua avvenenza. Ciparisso era molto affezionato al cervo sacro, suo compagno di giochi, e lo conduceva sempre al pascolo o ad abbeverarsi alle fonti; gli abbelliva le corna con ghirlande di fiori e lo montava come fosse un cavallo.
Era un soffocante giorno d’estate, a mezzogiorno; il cervo si stava riposando su un prato, all’ombra degli alberi, quando Ciparisso, che stava effettuando una battuta di caccia e non l’aveva riconosciuto, lo trafisse per errore con un giavellotto.

Il giovane vide che il suo amato cervo era stato ferito mortalmente e cadde in preda alla disperazione più grande. Nei giorni successivi, Apollo cercò di consolarlo in ogni modo, ma Ciparisso non riusciva a porre un freno al suo dolore; chiese agli dèi di morire anche lui e di poter piangere in eterno il suo amico che aveva involontariamente ucciso. Gli dèi ebbero pietà di Ciparisso e lo trasformarono in un sempreverde cipresso, da cui stillano come lacrime le sue gocce di resina. Quindi, Apollo, pieno di tristezza, pronunciò queste parole come eterno epitaffio per Ciparisso: “Da me sarai pianto, tu piangerai gli altri e sarai compagno per chi soffre”.

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Mosaico dalla Basilica Cristiana di Philippopolis, Plovdiv, Bulgaria

Zahi Hawass sulla tomba di Cleopatra

20190119_204646È stata una delle notizie più riportate e seguite della settimana, quella che sarebbe una delle scoperte più importanti nel campo dell’egittologia ma rimane, al momento, insieme alla tomba di Nefertiti e al mausoleo di Alessandro Magno, tra i misteri ancora irrisolti custoditi dalle sabbie e dalle acque dell’Egitto. L’ubicazione della tomba di Cleopatra VII e di Marco Antonio rimane però ancora sconosciuta, nonostante i titoli che questa settimana su internet ne annunciavano la scoperta. Arriva infatti ora la precisazione dell’archeologo Zahi Hawass, autore delle presunte dichiarazioni in merito alla localizzazione del sepolcro. Intervistato dal quotidiano online Elmundo.es, Hawass ha negato di avere reso dichiarazioni in tal senso. Infastidito dalle ripercussioni generate dalla sua intervista in Italia, tradotta in maniera imprecisa ed amplificata, senza la minima verifica, dai media di tutto il mondo, Hawass ha dichiarato:
“Non è vero. Non ho trovato la tomba di Cleopatra”.

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Busto di Cleopatra VII, Altes Museum, Berlino

Fino a due anni fa Hawass, ex Ministro delle Antichità in Egitto, ha co-diretto gli scavi di Taposiris Magna, un complesso monumentale a circa 45 chilometri a ovest della città di Alessandria. Nel suo perimetro, l’archeologa dominicana Kathleen Martínez era convinta di ritrovare il sarcofago dell’ultima regina dell’antico Egitto (69-30 a.C.) e del condottiero romano. Però, fino ad ora, le ricerche sono state infruttuose.

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Busto di Marco Antonio, Musei Vaticani

“Si è scavato a Taposiris Magna negli ultimi otto anni. La Martínez pensa che sia Cleopatra che Marco Antonio siano stati sepolti all’interno del tempio di Osiride. Però quella non è la mia teoria. Io non condivido questa teoria” commenta l’egittologo che ha guadagnato una fama mondiale a forza di documentari e conferenze in tutto il mondo.
“È vero che nel corso di questi anni si sono rinvenute monete e statue con l’immagine di Cleopatra e un grande cimitero all’esterno del tempio, ma non sono state trovate tracce della tomba di Cleopatra” ribadisce Hawass, occupato ora nella ricerca del sepolcro di Ankhesenamon (1348-1322 a.C.), sorella e sposa di Tutankhamon, e di Nefertiti.
“Ho collaborato con la Martínez, ma ho lasciato la direzione del progetto da due anni perché sono occupato con il lavoro che sto portando avanti nella Valle dei Re, a Luxor, alla ricerca della tomba di Nefertiti e Ankhesenamon”. “Il lavoro a Taposiris prosegue, ma non c’è nessuna prova dell’esistenza della tomba di Cleopatra. E credo che il tempio di Osiride sia ormai stato completamente riportato alla luce” ha aggiunto Hawass, che ha anche detto di aver visitato gli scavi di Taposiris Magna per l’ultima volta due mesi fa.
La tesi di Hawass localizza la tomba di Cleopatra in un altro luogo. “Ritengo che Cleopatra sia stata sepolta all’interno della tomba che si fece costruire nel suo palazzo di Alessandria” ha dichiarato.
Esiste ancora il sepolcro di Antonio e Cleopatra? E dove si trova?
Solo il tempo, forse, darà una risposta a queste domande.
20190119_203646Fonte: https://www.elmundo.es/ciencia-y-salud/ciencia/2019/01/18/5c40d0c0fc6c83dc278b465e.html

Sarcofago recuperato in Turchia

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Grazie a una soffiata, il 16 dicembre 2018  la gendermeria della provincia occidentale turca di Isparta ha reso noto di aver arrestato un tombarolo e tre potenziali acquirenti dei frammenti di un sarcofago di epoca romana, risalente al III-IV secolo. Il trafugatore stava cercando di vendere il sarcofago, del tipo Sidamara, per 130,000 dollari. I resti del sarcofago sono alti 70 cm e pesano circa 100 kg.

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I sarcofagi del tipo Sidamara prendono il nome dall’omonima città dell’Asia Minore, in Turchia. Si tratta di sarcofagi molto raffinati, decorati sui quattro lati da figure entro una cornice architettonica. Le figure scolpite sono separate da colonnine corinzie a scanalatura tortile e inserite in piccole nicchie coronate da frontoni o da archi, coperte all’interno da soffitti a semicupola decorati a conchiglia.

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(Fonte: dailysabah.com)

Strada bizantina scoperta a Istanbul

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È stata resa nota sabato scorso la notizia della scoperta di una strada e di manufatti ad essa collegati, risalenti ad epoca bizantina, durante i lavori per la costruzione di un albergo nel distretto di Kadıköy, a Istanbul.
Gli operai al lavoro nel cantiere hanno rinvenuto colonne di marmo, pilastri e basamenti lungo la strada, che misura 6 metri di larghezza. I reperti risalirebbero alla prima epoca bizantina.

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La costruzione dell’albergo è stata sospesa appena la Commissione per la conservazione del patrimonio culturale e naturale di Istanbul è stata informata del ritrovamento e sono stati inviati degli esperti sul luogo. I ricercatori hanno notato la presenza, accanto alla strada, di alcuni locali – forse negozi – e altri manufatti potrebbero venire alla luce nel corso degli scavi. La Commissione per la conservazione del patrimonio culturale dovrà decidere sul destino del sito archeologico e dell’albergo in costruzione.
(Fonte: dailysabah.com)

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Anfora romana ripescata in Spagna

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L’anfora romana recuperata il 10 dicembre 2018 dall’equipaggio del peschereccio “Juan y Christian” a circa 55 metri di profondità di fronte alla costa della spiaggia di Los Muertos de Carboneras, nella provincia di Almería, in Spagna, è di epoca repubblicana. Gli esperti del Museo Archeologico di Almería hanno datato il reperto al periodo compreso tra il 270 a.C. e il 70 d.C. e lo hanno classificato come una anfora del tipo Haltern 70. Nelle prossime settimane, i ricercatori studieranno il contenuto dell’anfora, che è stata rinvenuta chiusa e sigillata, il che permetterà di fare anche una stima del suo valore economico. L’anfora è alta circa un metro e le manca parte di uno dei due manici laterali.

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Scheletri decapitati trovati in una necropoli nel Suffolk

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Durante degli scavi archeologici nel Suffolk, in Inghilterra, sono stati rinvenuti 52 scheletri perfettamente conservati, in una necropoli risalente al IV secolo d.C..
Diciassette di questi scheletri erano decapitati e le teste erano ordinatamente deposte a fianco o ai piedi del defunto, o addirittura sepolte senza il resto del corpo. Solo il 40% scheletri erano stati sepolti normalmente.
Secondo l’archeologo Andrew Peachey, che ha condotto lo scavo preventivo prima della costruzione di una casa nel villaggio di Great Whelnetham, si tratta di una scoperta rara e di certo non ci si aspettava di trovare dei resti così ben conservati.

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Great Whelnetham è nato come un insediamento romano nella seconda metà del I secolo d.C. ed ha continuato ad essere abitato fino ad oggi ma, a causa della peculiarità del sottosuolo, che è sabbioso, ci si sarebbe aspettati che qualunque scheletro esistente si fosse da tempo deteriorato.
Grande è stata la sorpresa per gli archeologi quando dallo scavo sono iniziati a riemergere i resti di uomini, donne e bambini di tutte le età, che erano vissuti nell’insediamento.
In genere, i Romani seppellivano i loro morti come facciamo anche noi, sdraiati sulla schiena, composti ordinatamente e spesso insieme ad oggetti significativi per il defunto. Tuttavia, in ogni necropoli, si può trovare qualche sepoltura “anomala”, che differisce dalla norma.

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Ciò che rende così insolita la necropoli di Great Whelnetham è il numero di queste sepolture anomale, non conformi alle comuni usanze romane, che ammonta a circa il 60% del totale. Una così alta proporzione di sepolture anomale – secondo quanto dichiarato da Peachey alla BBC – è molto rara; si è riscontrata al massimo in mezza dozzina di necropoli in tutto il paese, al punto da far ritenere che questa fosse una pratica abituale per la antica popolazione di Great Whelnetham.
In zona sono state scoperte altre necropoli romane, ma solo qui è stato riscontrato questo tipo di pratica, le cui motivazioni rimangono un mistero. Inoltre, va sottolineato che non si trattava dei resti di persone giustiziate. Gli archeologi ritengono che le teste siano state accuratamente rimosse dal corpo dopo la morte, con un taglio netto sotto la mascella, a differenza del tipo di taglio più basso e con segni di brutale violenza che si riscontra nelle vittime di esecuzioni.

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Secondo Peachey, si potrebbe trattare di un particolare rito funerario portato al seguito di un ristretto gruppo, all’interno della popolazione locale, trasferito nella zona da qualche lontano paese, forse in stato schiavitù. Ma siamo nel campo delle mere ipotesi. Le analisi sulle ossa potranno forse dirci da dove provenivano queste persone e il loro insolito culto funerario.

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Al momento, si può solo affermare che gran parte dei resti appartenevano a individui che avevano raggiunto o superato la mezza età, sebbene tra le sepolture anomale ci fossero anche quelle di un bambino molto piccolo e di due ragazzi di 9-10 anni. Inoltre, i loro corpi erano ben sviluppati, segno che probabilmente svolgevano lavori agricoli ed erano ben nutriti, con una dieta ricca di zuccheri naturali e carboidrati, che ne aveva deteriorato la dentatura.

Scoperto sarcofago nella cattedrale di Bayeux

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Durante gli scavi per la realizzazione di un ascensore nella cattedrale gotica di Bayeux, in Normandia è stato riportato alla luce un sarcofago dell’alto Medioevo, che potrebbe risalire alla tarda epoca dei Merovingi, la prima dinastia dei re Franchi (V-VIII secolo).
Il ritrovamento è avvenuto a oltre 2 metri di profondità, sotto il livello della cattedrale romanica dell’XI secolo e di un muro pre-romanico.

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Nel sarcofago in pietra sono state rinvenute le ossa di due persone diverse, una delle quali dovrebbe essere una donna. Il pessimo stato di conservazione del secondo scheletro non ha ancora consentito di determinarne il sesso.

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Sull’esterno del sarcofago sono incise le parole “Uberto” e “Oremus”; secondo la professoressa Cécile De Seréville, responsabile delle ricerche archeologiche e di storia antica e medievale dell’Università di Caen, potrebbero essere i nomi dei due defunti. Il sarcofago – ed è un caso piuttosto raro – è decorato con disegni di scudi, lance, stelle, strumenti, simboli cristiani primitivi e scene di combattimenti.

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Sono presenti due serie di graffiti che corrispondono a due periodi diversi. Spetterà all’analisi dei resti umani fornire indicazioni più precise sulla datazione del sarcofago. A questo scopo, sono stati prelevati campioni di DNA dai denti e dalle ossa dei due soggetti. Dalle prime analisi, i reperti risalirebbero al periodo compreso tra l’VIII e l’XI secolo. I risultati dell’analisi del DNA saranno resi noti tra qualche mese. Nel frattempo, gli archeologi si stanno concentrando sui graffiti incisi sul sarcofago, che verrà spostato ed esposto al pubblico nella cattedrale nel corso del 2019.

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