Festa di Summano (20 giugno)

Il 20 giugno ricorreva a Roma l’anniversario della dedica del tempio di Summano nei pressi del Circo Massimo. Summano era un’antica divinità italica, forse di origine sabina; Varrone (De lingua latina, V, 74) pone infatti Summano tra gli dei il cui culto fu introdotto a Roma dal re Tito Tazio, che fece costruire un’ara presso cui si tributava un culto comune a Summano e Vulcano.

La leggenda narra che sulla sommità del tempio di Giove Capitolino esisteva una statua di Summano, e che nel 278 a.C. essa fu colpita da un fulmine. I Romani interpretarono questo evento come una manifestazione della volontà del dio volta ad ottenere un tempio proprio,  che gli fu dedicato il 20 giugno presso il Circo Massimo, in concomitanza col solstizio d’estate. Ma chi era veramente Summano e quali erano le sue prerogative?

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Giove di Smirne, Louvre, Parigi

Sulla sua identità rimangono ampi margini di incertezza. Ovidio (Fasti, VI, v. 731), già agli inizi del I secolo d.C. non ne ha più una chiara idea, quando scrive, alla data del 20 giugno, che “fu dedicato un tempio a Summano, chiunque egli sia“. Alcune iscrizioni tarde menzionano un Giove Summano, facendo ritenere che Summano fosse ormai un attributo di Giove, ma è possibile che in origine fosse un dio distinto. È certo però che Summano condivideva con Giove il ruolo di folgoratore. A Giove erano attribuiti i fulmini diurni, a Summano quelli notturni. Summano era quindi il dio del cielo notturno, al contrario di Giove, che era il signore del cielo diurno.

Da questo legame con i fulmini, alcuni pensano che Summano avesse una connessione con l’arte fulgurale (ars fulguratoria) degli etruschi, grandi esperti dell’arte di interpretare i fulmini, di cui, nei libri fulgurales, distinguevano nove tipi, contro i soli due dei romani (diurni e notturni). Il nome Summanus è però di origine latina, anche se la sua etimologia è controversa già dall’antichità. C’è chi ritiene che derivi da “sub mane“, cioè “che precede la mattina” nel significato di “notturno”; oppure dal superlativo “summus“, cioè “il sommo”; o ancora da “Summus Manium“, il sommo tra i Mani, gli spiriti dei defunti.

Comunque sia, Summano era il dio che si doveva placare dopo le folgori notturne; in suo onore venivano offerte in sacrificio delle caratteristiche focacce sacre, rotonde, a forma di ruota, dette Summanalia. I Fratelli Arvali gli sacrificavano invece due montoni neri.

Il tempio di Summano fu distrutto da un incendio nel 197 a.C., forse causato proprio ds un fulmine. La caduta di un fulmine, notturno o diurno che fosse, oltre ad essere una manifestazione divina, era un evento che poteva portare nefaste conseguenze. Era pertanto necessario costruire, sul luogo in cui era caduto il fulmine, un tempietto detto il “bidentale“, che prendeva il nome dalla vittima del sacrificio che veniva offerto in espiazione: una pecora di due anni, chiamata appunto bidentale, come “bidentali” erano chiamati anche i sacerdoti chiamati ad effettuare la cerimonia.

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Ercole dal Teatro di Pompeo, Musei Vaticani, Roma

Quando una statua veniva colpita da un fulmine, doveva essere sottratta alla vista pubblica e sepolta in una fossa insieme ai resti di un agnello. Possediamo un esemplare di statua colpita da un fulmine, che fu trovata nel 1864 nella zona del teatro di Pompeo ed è ora custodita nei Musei Vaticani; si tratta di una statua di Ercole del I-III secolo d.C., in bronzo dorato, alta circa 4 metri, rinvenuta sotto una lastra di travertino sulla quale era incisa la formula F C S (fulgur conditum Summanium), a indicare che era stata colpita da un fulmine notturno.

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L’amara storia di Clito il Nero

Sebbene solo i potenti possano tornare utili, meglio che utili non siano, se possono nuocere“.
Così si esprimeva Ovidio (Tristia, III, 4, 7-8), alludendo al fatto che dalla frequentazione di Augusto, alla fine, aveva ricavato solo un immeritato esilio a Tomi e una morte in terra straniera. La vicinanza con uomini di grande potere è sempre stata un’arma a doppio taglio, per i rischi che essa comporta. È facile andare incontro a una fine rovinosa, per il capriccio di un potente. La storia di Clito il Nero che, da guardia del corpo di Alessandro ne divenne prima uomo di fiducia e valente generale e poi vittima, è istruttiva in tal senso.

Clito, figlio di Dropide, apparteneva ad una famiglia dell’alta nobiltà macedone; era inoltre il fratello minore di Lanice, la nutrice di Alessandro, che il futuro re amava come la propria madre. Alla morte di Filippo II, di cui era stato un veterano, Clito passò ovviamente al servizio di Alessandro, come comandante della guardia a cavallo dello squadrone reale, denominata “agema” e composta dalla crema della gioventù nobiliare che, sin dall’infanzia, riceveva a corte una rigida educazione improntata alla massima fedeltà nei confronti del sovrano.

Clito era un uomo di grande coraggio e veniva chiamato il Nero per distinguerlo da Clito il Bianco, che comandava invece la fanteria. La sua parabola iniziò il 22 maggio del 334 a.C., durante le prime fasi della battaglia del Granico, quando Alessandro si lanciò avventatamente alla carica contro i persiani, alla testa di tredici squadroni di cavalleria. Il giovane sovrano si trovò subito coinvolto in una mischia furiosa, perché i persiani attendevano i macedoni sull’altra sponda del fiume, e finì per diventare il bersaglio privilegiato degli avversari, che lo riconoscevano tra tutti per lo scudo e il pennacchio dell’elmo. Il sovrano macedone era già stato raggiunto da un giavellotto, che però era stato bloccato dalla sua corazza, quando Resace e Spitridate, due satrapi persiani, gli si avventarono contro insieme. Alessandro schivò il secondo e infranse la sua lancia sulla corazza di Resace; poi, estrasse la spada e gli si gettò addosso. Alessandro e Resace finirono disarcionati a terra, avvinghiati in una lotta corpo a corpo quando Spitridate, ritto sul suo cavallo, tirò un fendente con la spada che l’elmo di Alessandro riuscì a stento ad assorbire. Prima che Spitridate riuscisse a vibrare un secondo e definitivo colpo, arrivò Clito il Nero che gli tranciò di netto il braccio con la spada, mentre anche Resace cadeva, colpito a sua volta da Alessandro.

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Clito il Nero salva Alessandro dall’attacco di Spitridate

Grazie alla sua eroica azione, Clito il Nero divenne l’uomo di fiducia di Alessandro e fu al suo fianco, il 1° ottobre 331, nella durissima e vittoriosa battaglia di Gaugamela contro Dario in persona. Nonostante la sua indiscussa fedeltà ad Alessandro, Clito era però un conservatore ed estimatore di Filippo, ed era ostile, come l’anziano generale Parmenione, alla politica di espansione verso oriente perseguita tenacemente dal sovrano macedone.

Inoltre, col passare del tempo, Alessandro, per incoraggiare alla sottomissione i satrapi persiani, aveva iniziato a richiedere agli ufficiali greci e macedoni di dare il buon esempio, inchinandosi di fronte a lui, ma non ottenendo grande obbedienza. Filota, figlio primogenito di Parmenione, e Clito erano tra i comandanti più avversi all’adozione del cerimoniale asiatico e ad omaggiare il sovrano come un dio. La nobiltà macedone per tradizione si inchinava infatti solo di fronte agli dèi.

Nell’autunno del 328 Alessandro si trovava a Samarcanda, in Sogdiana. Non era passato molto tempo da quando, nel 329, Alessandro aveva fatto uccidere a Ecbatana il vecchio Parmenione, il suo fidato generale che aveva già collaborato con Filippo, e che lo aveva fino a quel momento saggiamente consigliato nella conduzione della spedizione. Poco prima dell’assassinio di Parmenione, che aveva già perso due figli nel corso delle operazioni di guerra, Alessandro aveva fatto giustiziare anche Filota, l’ultimo figlio del settantenne generale, che comandava la cavalleria degli Eteri con l’accusa – vera o falsa che fosse – di aver ordito un complotto.

Alessandro, dopo l’eliminazione di Filota, nel timore di possibili congiure e per evitare di concentrare troppo potere in mano a una sola persona, mise a capo della cavalleria degli Eteri due comandanti, Efestione e Clito, e ne divise in due la squadra.

A Samarcanda, Artabazo, il vecchio satrapo della Battriana, chiese ad Alessandro di essere esonerato dall’incarico per l’età avanzata. Alessandro accolse le dimissioni di Artabazo e assegnò il governo della Battriana e della Sogdiana proprio a Clito, di cui il re macedone continuava a fidarsi, nonostante qualche divergenza. Allo stesso tempo, affidando a Clito il governo della provincia, Alessandro lo allontanava però dal cuore della spedizione che intendeva continuare. Clito era reduce da un periodo di convalescenza a Susa, aveva ormai raggiunto la mezz’età e non godeva più di buonissima salute, oltre ad essere ostile alla politica di espansione verso oriente e molto critico nei confronti delle consuetudini persiane che il re macedone stava facendo proprie.

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Testa di Alessandro, Ny Carlsberg Glyptotek

Tutti gli storici antichi, sono concordi nell’affermare che Alessandro aveva due grandi difetti: i frequenti scoppi di collera e una smodata abitudine di bere vino puro. Era infatti usanza dei macedoni bere vino senza tagliarlo con l’acqua, come invece facevano i greci. Queste due caratteristiche negative di Alessandro, durante un banchetto a Samarcanda, si stavano per combinare in una miscela esplosiva che avrebbe avuto nefaste conseguenze per Clito.

Un funesto presagio su quanto stava per accadere si era manifestato proprio ad Alessandro che, pochi giorni prima, aveva fatto un sogno strano, in cui gli era apparso Clito, vestito di nero, seduto con i tre figli di Parmenione, che ormai erano tutti morti.

A Samarcanda, intanto, dopo la nomina a nuovo satrapo della Sogdiana, Clito, in attesa di partire l’indomani per il suo nuovo incarico, fu invitato a partecipare a un solenne banchetto in cui il vino, come sempre, scorreva a fiumi.

Alessandro, in evidente stato di ebbrezza, di fronte ai commensali iniziò ad esaltare le proprie imprese, esagerando anche i propri meriti. Tutti ascoltavano senza scomporsi troppo finché il sovrano macedone cominciò a denigrare suo padre Filippo attribuendosi anche il merito della vittoria nella famosa battaglia di Cheronea del 338, che segnò la fine dell’indipendenza greca, in cui i macedoni di Filippo II sconfissero i Tebani e i loro alleati Ateniesi. Queste parole, frutto evidente dello stato di alterazione di Alessandro, non risultarono particolarmente gradite ai presenti più anziani, come Clito, che avevano militato al servizio di Filippo e conoscevano come si erano svolti i fatti. Purtroppo anche Clito aveva bevuto decisamente troppo e, senza più freni inibitori, si profuse in un lungo discorso in cui esaltò le imprese di Filippo rispetto a quelle di Alessandro e difese il defunto generale Parmenione, che il sovrano aveva fatto assassinare; inoltre, criticò l’usanza di attribuire la vittoria ai re e non ai soldati che materialmente la conquistavano a prezzo della vita; non pago di aver già suscitato con queste parole l’ira furibonda del sovrano macedone, Clito rimproverò Alessandro anche per aver ricevuto l’incarico – evidentemente sgradito – di governatore della irrequieta Sogdiana e gli rinfacciò infine di avergli salvato la vita durante la battaglia del Granico.

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Alessandro aveva ormai perso il controllo e cercò scompostamente di scagliarsi contro Clito che, contemporaneamente, veniva sospinto dagli amici fuori dal padiglione reale, nel tentativo di scongiurare il peggio. Purtroppo Clito, in preda all’ebbrezza, ebbe la sventurata idea di rientrare per continuare la sua invettiva contro Alessandro, che, appena se lo vide di nuovo davanti, lo trafisse con una lancia strappata dalle mani di una sentinella. Appena Alessandro si rese conto di aver ucciso un uomo che, pur avendo abusato della libertà di parola, oltre ad essere il fratello della sua adorata nutrice, era sempre stato valoroso in battaglia e gli aveva pure salvato la vita, fu colto da un grande rimorso. Estratta la lancia dal corpo di Clito, cercò di rivolgerla contro se stesso ma ne fu impedito dalle guardie del corpo, che lo scortarono nel suo alloggio. Alessandro, in preda alla disperazione per aver ucciso Clito, rimase senza mangiare per tre giorni, finché gli uomini del suo seguito riuscirono a convincerlo a prendere del cibo. Siccome lo stato di prostrazione e la pena che Alessandro aveva nel cuore non cessavano, si recò infine da lui un celebre filosofo di Abdera, il sofista Anassarco, che lo convinse che le azioni compiute da un grande re dovevano ritenersi da tutti sempre giuste, come sempre giuste sono le azioni compiute da Zeus. Il lutto ebbe fine ed Alessandro si rivolse a nuove conquiste…

Quinquatrus Minusculae (13-15 giugno)

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Statua colossale di Atena, di età augustea, proveniente dall’Aventino. Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Dal 13 al 15 giugno si svolgevano a Roma le Quinquatrus Minusculae o Minores, durante le quali i suonatori di flauto, detti tibicini, rendevano gli onori a Minerva che, secondo il mito, aveva inventato il flauto a doppia canna, l’aulòs, per poi scagliarlo inorridita a terra ed abbandonarlo quando si era resa conto che nel suonarlo le si deformavano le guance rendendola ridicola. La corporazione dei flautisti (collegium tibicinumera necessaria in molte cerimonie pubbliche di carattere religioso; i flautisti suonavano nei templi, nei giochi e nei cortei funebri. I suonatori di flauto erano soliti festeggiare consumando un pasto sacro nel tempio di Giove Capitolino, finché, nel 311 a.C. i censori proibirono questa usanza.

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Giovane satiro con flauto, Musei Capitolini, Roma

I flautisti allora, in segno di protesta, si autoesiliarono a Tibur (l’odierna Tivoli); senza di loro, veniva a mancare una componente essenziale in tante cerimonie, pertanto ambasciatori furono inviati da Roma per convincere i tibicini a tornare ma ogni tentativo di mediazione fallì. Alla fine, essi furono fatti ubriacare con l’inganno da uno schiavo affrancato, d’accordo con gli emissari del Senato, e riportati a Roma, dove gli fu accordato nuovamente il permesso di celebrare il pasto sacro nel tempio di Giove Capitolino e di festeggiare dal 13 al 15 giugno aggirandosi per la città col volto coperto da una maschera e in abbigliamento femminile con indosso lunghe stole.

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Statua colossale di Minerva, II secolo a.C., Musei Capitolini, Roma

I Quinquatrus del 13 giugno vennero detti minori per distinguerli da quelli maggiori e pubblici del 19 marzo, in cui erano invece le corporazioni di artigiani e professionisti, come medici, tessitori, tintori, calzolai, maestri di scuola, pittori e scultori, a rendere omaggio alla dea Minerva, protettrice dei mestieri e di coloro che li esercitano, nel giorno che si riteneva fosse quello della sua nascita.

A Roma, la statua della dea Minerva era collocata in una delle tre celle del tempio di Giove sul Campidoglio; inoltre, Minerva aveva altri due santuari: un tempio sull’Aventino e una cappella sul Celio, che Varrone chiamava Minervium, dove era custodita la statua della dea sottratta dai romani a Falerii dopo la conquista della città nel 241 a.C., e perciò chiamata anche “sacellum Minervae captae” (sacello della Minerva prigioniera).

Matralia: 11 giugno

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Mater Matuta, II secolo a.C., Museo provinciale campano, Capua

L’11 giugno a Roma si celebravano i Matralia, la festa in onore della dea Mater Matuta, nell’anniversario della dedica del suo tempio nel foro Boario, che la tradizione faceva risalire a Servio Tullio. Mater Matuta era una dea di origine italica, che veniva identificata con l’Aurora; dal suo nome deriva infatti l’aggettivo “matutinus”. Era la stessa dea che gli Etruschi chiamavano Thesan, i Greci Eos e gli Osci Maatúis.

La festa era riservata alle matrone (bonae matres) che si erano sposate solo una volta (univirae) e il cui marito fosse ancora in vita. Le matrone portavano nel tempio un’offerta rituale costituita da focacce cotte in vasi di terra (Ovidio, Fasti, VI, 476).

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Mater Matuta da Chiusi, V secolo a.C., Museo  Archeologico Nazionale di Firenze

Conosciamo due riti che si svolgevano durante i Matralia, di cui già in tarda epoca repubblicana i romani non comprendevano più l’originario significato, ma che è possibile interpretare grazie al confronto con la mitologia e la liturgia religiosa indiana, dalla comune matrice indoeuropea.

Nel primo, le matrone riunite introducevano una schiava nel recinto del tempio di Mater Matuta, che era normalmente interdetto alle persone di condizione servile, per poi scacciarla a schiaffi e bastonate; questo rito simboleggiava la cacciata delle Tenebre, rappresentate dalla schiava, ad opera dell’Aurora.

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Mater Matuta, VI-V secolo a.C. Museo Provinciale Campano, Capua

Nel secondo rito, le matrone portavano fra le braccia e raccomandavano alla dea non i propri figli ma quelli delle loro sorelle, con allusione al fatto che l’Aurora prende in consegna e si prende cura del Sole, figlio della sorella Notte.

Sul finire della repubblica, con un processo interpretativo fuorviante, alcuni tratti comuni nei rituali e l’elemento della “luminosità” connesso alla dea portarono Mater Matuta ad essere identificata con la divinità marina greca Leucotea, madre di Palemone, a sua volta assimilato al dio romano Portuno; di conseguenza, Mater Matuta divenne madre di Portuno, divinità protettrice dei porti e delle porte.

Morte di Alessandro Magno (10 giugno 323 a.C.)

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Il 10 giugno del 323 a.C. moriva a Babilonia Alessandro Magno. Dopo la morte nel 324 del suo caro amico Efestione, l’umore di Alessandro era divenuto sempre più cupo ed aumentò considerevolmente anche il consumo di vino da parte del macedone; sempre più spesso, il sovrano aveva bisogno di dormire tutto il giorno successivo per riprendersi dagli effetti dei suoi bagordi. Alessandro, seguendo comunque il suo insaziabile desiderio di conquista, stava preparando una spedizione in Arabia, che sarebbe dovuta iniziare verso la metà di giugno. Dopo aver dato un sontuoso ricevimento a Babilonia per celebrare il successo della seconda spedizione del suo ammiraglio Nearco nel Golfo Persico, il 29 maggio Alessandro aveva partecipato a un festino durato fino alla sera successiva col suo amico personale Medio, principe di Larissa, in Tessaglia, insieme ad altri venti dei suoi compagni più fidati, allietato, come era ormai abitudine, da abbondanti libagioni di vino; al termine del banchetto, Alessandro fu colto da un attacco febbrile che non lo abbandonò più.

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Testa di Alessandro, II secolo d.C., Palazzo Massimo alle Terme, Roma

Lo stato di debilitazione si aggravò nei giorni successivi. Trasportato nel parco della reggia oltre il fiume, Alessandro ricevette la visita dei suoi comandanti e anche dei soldati che desideravano vederlo, preoccupati per le voci sul suo stato di salute. Alessandro, ormai quasi privo di voce, salutava tutti con un cenno del capo e muovendo gli occhi; poi, dopo aver ceduto il suo anello col sigillo reale a Perdicca, cadde in coma. Come estremo tentativo, Pitone, Seleuco, Attalo e altri amici si recarono nel tempio di Oser-hapi – chiamato Serapide nei resoconti in greco – per trascorrervi la notte e sapere dall’oracolo del dio se fosse opportuno trasportare Alessandro nel santuario perché fosse curato. Il responso di Oser-hapi fu che era meglio lasciare Alessandro dove si trovava. Poco dopo, la sera del 10 giugno, Alessandro morì all’età di trentadue anni e otto mesi. Erano trascorsi solo una decina di giorni dall’inizio della malattia. Moriva l’uomo e nasceva il mito.

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Mosaico di Alessandro, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Si dice che in punto di morte gli avessero chiesto a chi desiderava lasciare il regno e che Alessandro avesse risposto che lo cedeva al più forte, oppure al più degno, non specificandone però il nome.

Dopo la sua morte, iniziarono a circolare ogni sorta di voci, tra cui quella che Alessandro fosse stato vittima di un un avvelenamento, e che il veleno fosse addirittura stato preparato dal suo maestro Aristotele. Molto più realisticamente, il fisico di Alessandro, duramente provato da più di dieci anni di guerre in cui aveva inoltre subito numerose ferite, poteva essere stato debilitato dalla malaria, che era endemica a Babilonia per la presenza di numerosi canali. Oppure ebbero la loro parte nel causarne la morte anche le abbondanti bevute che costellarono il suo ultimo mese di vita. La verità, in questo caso, non si potrà mai sapere.

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Testa di Alessandro Magno, copia romana del II secolo d C. da originale greco del IV secolo a.C., Museo Barracco, Roma

Figlio del re Filippo II, Alessandro era nato a Pella nell’ottobre del 356 a.C. e in soli dodici anni aveva conquistato l’intero Impero Persiano, un territorio immenso che si estendeva dall’Asia Minore all’Egitto, fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India settentrionale. Dopo la sua morte, l’Impero macedone fu suddiviso, dopo molti scontri sanguinosi e guerre fratricide, tra i generali (i diadochi) che lo avevano accompagnato nelle sue spedizioni.

Per quanto riguarda il corpo di Alessandro, nel 321 a.C. il fratellastro di Alessandro, Filippo Arrideo, tentò di riportarlo da Babilonia in Macedonia, ma il convoglio funebre fu intercettato da Tolomeo e dirottato in Egitto, prima a Menfi ed infine ad Alessandria, dove la sua tomba divenne oggetto di innumerevoli pellegrinaggi ed è ancora in attesa di essere ritrovata…

Vestalia (9 giugno)

Il 9 giugno era il giorno culminante del ciclo di feste in onore della dea Vesta, dea del focolare e protettrice dello Stato, la sola fra gli dèi romani ad avere una consistenza religiosa e un’importanza superiore a quella di Hestia, il suo corrispettivo greco. Le Vestalia, celebrazioni in onore di Vesta, si svolgevano dal 7 giugno, giorno in cui veniva aperto il penus, il sancta sanctorum del santuario, in cui era custodito anche il Palladio, fino al 15 del mese, data in cui veniva chiuso.

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Statua di virgo vestalis maxima

Tra i vari riti che si effettuavano in questi giorni, ricordiamo il 15 giugno la pulitura rituale del tempio di Vesta (quando stercus delatum fas), al termine della quale la sporcizia (purgamina Vestae) accumulatasi sul pavimento veniva gettata nel Tevere e tutto l’edificio veniva purificato con acqua di sorgente. Anche la macina che produceva la “mola salsa” veniva purificata e addobbata con corone di rami e nastri, insieme all’asino che la faceva girare.

Durante i festeggiamenti in onore di Vesta, le donne potevano entrare a piedi nudi nel tempio e vedere il fuoco sacro (ignis Vestae) che vi ardeva, di solito precluso alla vista di tutti. Al di fuori di questo periodo, solo le Vestali e il pontefice massimo potevano accedere al santuario. Addirittura, il penus, il luogo più sacro, era interdetto anche al pontefice. Il fuoco sacro non doveva spegnersi, tranne una volta all’anno, il 1° marzo (l’inizio dell’anno in epoca arcaica), quando si accendeva un nuovo fuoco. Se il fuoco si spegneva accidentalmente in qualsiasi altro giorno, non poteva essere riacceso partendo da un altro focolare, ma solo da un fuoco nuovo ottenuto per frizione, sfregando un pezzo di legno, oppure con l’utilizzo di specchi in grado di convogliare il calore del sole in un unico punto.

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Vesta era onorata in un edificio circolare che non è un templum (spazio quadrangolare orientato secondo i punti cardinali), ma soltanto una aedes, la casa del dio. Il santuario di Vesta non conteneva alcuna statua o immagine della dea (almeno fino al I secolo a.C.), ma solo il fuoco perenne e alcuni dei talismani garanti del destino di Roma, i “pignora imperii“, oltre al fascinum, un effigie a forma di fallo che era simbolo di fecondità. L’aedes Vestae, contenente il fuoco sacro, era inoltre l’unico santuario di Roma arcaica a pianta circolare.

Unico tra tutti i culti romani, l’ordine sacerdotale preposto al culto di Vesta era composto solo da donne, le Vestali. I loro incarichi erano pertinenti alla sfera domestica: la tutela del fuoco sacro, la preparazione della mola salsa, che serviva ad immolare, cioè cospargere di mola salsa, le vittime destinate ai sacrifici e del suffimen, la mistura che veniva utilizzata durante i Parilia.

L’istituzione delle Vestali a Roma risaliva, secondo la tradizione, a Numa Pompilio, ma si trattava di un sacerdozio già diffuso nel Lazio, se pensiamo che Rea Silvia, madre di Remo e Romolo, era una vestale di Albalonga.

Le Vestali, in numero di sei, erano fanciulle di origine patrizia, provenienti dalle casate più illustri, i cui genitori dovevano essere ancora in vita, e venivano avviate al sacerdozio tra i sei e i dieci anni. Venivano scelte in origine dal re e, in età repubblicana, dal Pontefice Massimo. Il collegio delle Vestali era presieduto dalla Virgo Vestalis Maxima, che era la vestale più anziana.

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Statua di Vestale, dalla Casa delle Vestali, Roma

La formula di consacrazione, pronunciata dal pontefice nel momento in cui riceveva la ragazza dal padre, ci è stata tramandata da Gellio (Noctes Atticae, I, 12):

Così ti prendo, Amata, come prescrive l’antica legge, perché tu compia le sacre cerimonie che deve compiere una sacerdotessa di Vesta per il popolo romano dei Quiriti“.

La durata minima del sacerdozio era di trent’anni, durante i quali le Vestali dovevano conservare la verginità, perché il loro sangue non poteva essere versato. Il primo decennio era dedicato all’apprendimento, il secondo all’esercizio del culto vero e proprio, il terzo all’addestramento delle novizie destinate a prenderne il posto. Trascorso il periodo trentennale, le vestali potevano tornare libere e addirittura sposarsi, oltre a ricevere una lauta pensione per i servigi prestati. Le abitazioni a loro riservate si trovavano nell’Atrium Vestae, nei pressi della Regia, la residenza del pontefice massimo, accanto all’aedes della dea.

Le rinunce a cui erano tenute le Vestali erano compensate da una serie di privilegi sconosciuti alle normali donne romane. Le Vestali erano sottratte alla patria potestas a cui rimanevano soggetti tutti gli altri individui fino alla morte del padre; potevano disporre dei loro beni mediante testamento; prestare testimonianza in tribunale; disponevano di un proprio littore e di una vettura (come il rex e i flamines maiores) che le conduceva sul luogo delle cerimonie; potevano assistere agli spettacoli da posti riservati; se un condannato a morte ne incrociava il cammino e riusciva a raggiungerne una, cingendole le caviglie, aveva salva la vita.

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Il supplizio di una vestale, Henry-Pierre Danloux, 1790

Terribile era la pena per la vestale che fosse stata riconosciuta colpevole di aver violato il voto di castità (incestum). Al termine dell’istruttoria condotta dal pontefice massimo, la vestale ritenuta colpevole veniva condannata ad essere sepolta viva in una camera sotterranea nel famigerato campus sceleratus, nei pressi di Porta Collina. Il suo sventurato amante veniva fustigato a morte.

Festa della dea Mens (8 giugno)

L’8 giugno ricorreva l’anniversario della dedica del tempio di Mens, la dea Mente, avvenuta nel 215 a.C. sul Campidoglio per opera del pretore Tito Otacilio Crasso. Il tempio venne eretto in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, dopo la terribile sconfitta subita dai Romani per mano di Annibale nel 217 al Trasimeno, e causata dalla folle temerarietà e mancanza di lucidità del console Caio Flaminio.

Il responso dei libri sibillini era stato chiaro: per porre rimedio agli errori di Caio Flaminio, si dovevano “votare grandi giochi a Giove, templi a Venere Ericina e a Mens, compiere una supplicatio e un lectisternio e votare una primavera sacra nel caso in cui la guerra si fosse conclusa favorevolmente“.

In ottemperanza del voto, i templi di Venere Ericina e di Mens furono costruiti uno accanto all’altro sul Campidoglio, separati da uno stretto canale, e la dedica fu fatta contemporaneamente per entrambi.

Mens era una divinità di origine italica, un’astrazione personificata di qualità umane; era ritenuta infatti la personificazione della mente, della riflessione e della capacità di raziocinio, tutte doti che erano mancate al console Caio Flaminio nella battaglia del Trasimeno.

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Denario di Pertinace con immagine di Mens

A Paestum e in altre località italiche la dea Mens era accompagnata dall’epiteto di Bona. In età imperiale a Roma il culto di Bona Mens ebbe grande diffusione fra i liberti e gli schiavi.

L’imperatore Elvio Pertinace, nel 193 d.C. fece coniare una moneta con sul retro l’immagine di Mens in piedi con l’elmo, la corona di alloro in una mano e lo scettro nell’altra; l’iscrizione sulla moneta recita “menti laudandae.”