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Isia o “Invenzione di Osiride”

Dal 23 ottobre al 3 novembre si celebravano a Roma gli Isia, detti anche “Invenzione di Osiride“, la seconda grande festa annuale dedicata ad Iside, dopo il Navigium Isidis del 5 marzo. Il culto di Iside era giunto dall’Egitto tolemaico a Roma al tempo di Silla, installandosi anche sul Campidoglio, ma non ebbe vita facile: il Senato ordinò di distruggere statue e altari, che i fedeli puntualmente ricostruivano. Augusto e Tiberio proibirono che gli dei egizi potessero stabilirsi coi loro templi all’interno del Pomoerium. Caligola fece invece riedificare l’Iseum Campense, il tempio di Iside nel Campo Marzio, che era stato distrutto da Tiberio e, da quel momento, i culti di origine egizia ebbero una crescita esponenziale in tutto l’impero. Caracalla, a sua volta, farà edificare un grandioso Serapeo sul Quirinale, dedicato a Serapide, con cui Osiride veniva ormai identificato.

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Affresco con scena di liturgia isiaca, proveniente  da Ercolano; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La festa degli Isia, di origine egizia, rievocava la vicenda di Osiride, il dio patrono dei morti. Il mito, di cui esistono diverse varianti, narrava che Osiride, fratello e sposo di Iside, venne ucciso per invidia dal fratello Seth, che ne smembrò il corpo in quattordici parti e le sparpagliò per l’Egitto. Iside, assistita dalla sorella Neftis, riuscì a ritrovare tutte le parti del corpo, tranne il membro virile, che era stato divorato da un pesce del Nilo, affinché Osiride non potesse avere una discendenza. Grazie all’aiuto di Toth, Iside riuscì infine a ricomporre il corpo e a riportare in vita Osiride per il tempo sufficiente a concepire e generare un figlio, Horus, identificato dai Romani con Arpocrate, che avrebbe in seguito vendicato il padre.

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Altra scena di liturgia isiaca, da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Durante gli Isia, ogni giorno si rappresentava una fase del mito Osiride. Il dio veniva ucciso da Seth e, attorno al suo corpo, si succedevano le lamentazioni funebri. I fedeli, vestiti di nero come segno di partecipazione al lutto che aveva colpito Iside, coprivano le immagini degli dèi con veli neri; poi, insieme ai sacerdoti, si battevano il petto gridando al mondo tutto il loro dolore. Si trattava di una festa di morte e rinascita, che ricordava il rituale di sofferenza, morte e resurrezione di Attis, rievocato ogni anno nelle Megalesie tra il 15 e il 27 marzo, in onore di Cibele. Dopo aver ritrovato e ricomposto il corpo, nell’ultimo giorno, denominato Hilaria, per la gioia derivante dalla resurrezione di Osiride, un festoso corteo di fedeli e sacerdoti percorreva le strade al suono dei sistri e al grido di giubilo di “Abbiamo trovato! Siamo pieni di gioia!

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Il sommo sacerdote presenta ai fedeli il vaso contenente l’acqua del Nilo

Come simbolo della resurrezione, Osiride era anche patrono della rinascita della vegetazione. Il clero che si occupava di questi culti era organizzato secondo modelli che risalivano all’Egitto tolemaico. Oltre al sommo sacerdote, c’erano dei profeti, istruiti nella scienza divina, degli scribi, che leggevano le formule contenute nei testi canonici, delle stoliste o ornatrici, che vestivano le statue degli dei, e dei pastofori, che portavano gli oggetti sacri in processione. Tutti i sacerdoti, come in Egitto, avevano il capo rasato ed indossavano una tunica di lino.

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Un sacerdote che legge, dal tempio di Iside a Pompei; Museo Archeologico di Napoli

Tra le ragioni del successo del culto di Iside e Osiride nel mondo greco-romano, c’era l’idea della speranza di una vita dopo la morte che tanta fortuna avrà anche col Cristianesimo. Oltre al culto pubblico, Iside e Osiride avevano anche delle cerimonie riservate ai soli iniziati, denominate Misteri, che ebbero grande diffusione nell’area mediterranea. I misteri di Osiride erano definiti Grandi Misteri; quelli di Iside, Piccoli Misteri.

Quello di Iside fu l’ultimo culto pagano a sopravvivere al Cristianesimo in Egitto. Fu soltanto nel 535 che Giustiniano fece infatti chiudere l’ultimo tempio di Iside, a File.

Il mito di Adone

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Adone e Venere, Antonio Canova 1794, Musée d’Art et d’Histoire, Ginevra

Il mito di Adone, di cui parliamo oggi, è originario della Mesopotamia e della Siria, da cui passò in Egitto, a Cipro e infine giunse in Grecia intorno al VII secolo a.C.

Adone era un bellissimo giovane, talmente bello che due dee arrivarono a contendersi il suo amore, con esiti per lui tragici. Anche la nascita di Adone fu tutt’altro che serena: egli era infatti il frutto di un amore incestuoso.

Si racconta che un giorno, la moglie del re Cinira di Cipro si vantò che sua figlia Smirna fosse più bella di Afrodite. Come spesso avviene in questi casi, la dea si offese per quelle parole e decise di vendicarsi, facendo in modo che Smirna si innamorasse perdutamente di suo padre. Vittima dell’incantesimo di Afrodite, Smirna attendeva tutte le sere che Cinira si ubriacasse, per infilarsi al buio nel letto del padre e giacere con lui senza essere riconosciuta. Dopo nove notti di passione, Cinira si incuriosì e volle vedere chi fosse la ragazza che tutte le notti gli si donava con passione; avvicinò allora un lume al volto della fanciulla e la luce illuminò il viso di Smirna, che fu allora riconosciuta dal padre. Cinira, in preda all’orrore per l’incesto consumato, afferrò una spada e iniziò a inseguire Smirna, senza sapere che la giovane portava già in grembo il frutto di quell’amore incestuoso. Smirna, in preda alla disperazione e alla vergogna, pregò gli dei affinché intervenissero in suo aiuto. Qualcuno di loro, Zeus o forse Afrodite, si impietosì e, prima che la sventurata Smirna venisse raggiunta dal furioso padre in cima a una collina, la trasformò in un albero di mirra, che produceva una spezia utilizzata dai Greci per le sue qualità afrodisiache. Cinira, in un impeto di rabbia, colpì l’albero con un poderoso colpo di spada e, nove mesi dopo, dalla spaccatura nella corteccia causata dal fendente, nacque un bel bambino che venne chiamato Adone.

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Sarcofago etrusco con Adone morente, III secolo a.C., Musei Vaticani

Adone era così bello che Afrodite lo volle per sé e lo nascose in una cesta che consegnò a Persefone, la regina del regno dei morti, affinché la custodisse e allevasse il bambino. Quando però Persefone sollevò il bambino dalla cesta, fu rapita dalla bellezza di Adone, e non volle più restituirlo ad Afrodite. La contesa tra le due dee fu portata davanti a Zeus, che incaricò la musa Calliope di dirimere la controversia. Calliope divise l’anno in tre parti uguali e decise che Adone avrebbe potuto passare la prima parte dell’anno per conto suo, la seconda con Persefone nell’oltretomba e la terza con Afrodite. Adone crebbe e divenne sempre più bello, suscitando il desiderio sia di Persefone che di Afrodite, che ne fecero il loro amante.

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Mosaico di Venere e Adone, proveniente dalla città di Lixus, Museo archeologico di Tétouan, Marocco

Tuttavia Afrodite, usando le sue arti amorose e una cintura magica, indusse Adone a passare sempre più tempo con lei a discapito di Persefone, che decise allora di vendicarsi. La Signora dei morti si recò da Ares e gli disse che Afrodite gli preferiva ormai Adone, un semplice mortale. Ares, in preda ad una incontenibile gelosia, si trasformò in cinghiale e attaccò il povero Adone, impegnato in una battuta di caccia sul monte Libano. Adone venne azzannato dal cinghiale sotto gli occhi di Afrodite e morì dissanguato tra le sue braccia; dal suo sangue sbocciarono gli anemoni rossi, mentre la sua anima precipitava nell’Oltretomba dove Persefone la attendeva.

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Affresco dell’Adone ferito, sorretto da Venere, dalla omonima casa a Pompei

Afrodite, in preda alla disperazione, si rivolse a Zeus che, impietosito dal dolore della dea, concesse nuovamente che Adone, ogni anno, trascorresse quattro mesi con Persefone nel regno dei morti, quattro con Afrodite e i restanti quattro con chi desiderasse. In onore di Adone, si celebravano le feste Adonie, che duravano due giorni: nel primo giorno si piangeva la sua morte con lamenti e riti funebri; nel secondo si celebrava la sua resurrezione.

Il personaggio mitico di Adone era strettamente collegato con il dio assiro Tammuz e con il sumerico Dumuzi, che avevano avuto anch’essi come compagne delle dee della fertilità e dell’amore (Ishtar e Inanna rispettivamente) ed erano morti tragicamente, ma anche ad Osiride, ucciso da Seth che aveva assunto le sembianze di un cinghiale. La morte e rinascita annuale di Adone è poi similare a quella di Attis, connesso al culto di Cibele. Lo stesso nome di Adone deriva dal termine semitico “Adon”, cioè “signore”, il titolo onorifico con cui i suoi adoratori gli si rivolgevano. Importanti centri di culto di Adone si trovavano a Biblo, sulla costa della Siria, e a Pafo, a Cipro. Il mito di Adone è un riflesso del ciclo delle stagioni; il suo soggiorno nell’Ade, a fianco di Persefone simboleggiava la morte della natura in inverno e la sua ricomparsa accanto ad Afrodite annunciava la rinascita primaverile.