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Il mito di Adone

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Adone e Venere, Antonio Canova 1794, Musée d’Art et d’Histoire, Ginevra

Il mito di Adone, di cui parliamo oggi, è originario della Mesopotamia e della Siria, da cui passò in Egitto, a Cipro e infine giunse in Grecia intorno al VII secolo a.C.

Adone era un bellissimo giovane, talmente bello che due dee arrivarono a contendersi il suo amore, con esiti per lui tragici. Anche la nascita di Adone fu tutt’altro che serena: egli era infatti il frutto di un amore incestuoso.

Si racconta che un giorno, la moglie del re Cinira di Cipro si vantò che sua figlia Smirna fosse più bella di Afrodite. Come spesso avviene in questi casi, la dea si offese per quelle parole e decise di vendicarsi, facendo in modo che Smirna si innamorasse perdutamente di suo padre. Vittima dell’incantesimo di Afrodite, Smirna attendeva tutte le sere che Cinira si ubriacasse, per infilarsi al buio nel letto del padre e giacere con lui senza essere riconosciuta. Dopo nove notti di passione, Cinira si incuriosì e volle vedere chi fosse la ragazza che tutte le notti gli si donava con passione; avvicinò allora un lume al volto della fanciulla e la luce illuminò il viso di Smirna, che fu allora riconosciuta dal padre. Cinira, in preda all’orrore per l’incesto consumato, afferrò una spada e iniziò a inseguire Smirna, senza sapere che la giovane portava già in grembo il frutto di quell’amore incestuoso. Smirna, in preda alla disperazione e alla vergogna, pregò gli dei affinché intervenissero in suo aiuto. Qualcuno di loro, Zeus o forse Afrodite, si impietosì e, prima che la sventurata Smirna venisse raggiunta dal furioso padre in cima a una collina, la trasformò in un albero di mirra, che produceva una spezia utilizzata dai Greci per le sue qualità afrodisiache. Cinira, in un impeto di rabbia, colpì l’albero con un poderoso colpo di spada e, nove mesi dopo, dalla spaccatura nella corteccia causata dal fendente, nacque un bel bambino che venne chiamato Adone.

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Sarcofago etrusco con Adone morente, III secolo a.C., Musei Vaticani

Adone era così bello che Afrodite lo volle per sé e lo nascose in una cesta che consegnò a Persefone, la regina del regno dei morti, affinché la custodisse e allevasse il bambino. Quando però Persefone sollevò il bambino dalla cesta, fu rapita dalla bellezza di Adone, e non volle più restituirlo ad Afrodite. La contesa tra le due dee fu portata davanti a Zeus, che incaricò la musa Calliope di dirimere la controversia. Calliope divise l’anno in tre parti uguali e decise che Adone avrebbe potuto passare la prima parte dell’anno per conto suo, la seconda con Persefone nell’oltretomba e la terza con Afrodite. Adone crebbe e divenne sempre più bello, suscitando il desiderio sia di Persefone che di Afrodite, che ne fecero il loro amante.

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Mosaico di Venere e Adone, proveniente dalla città di Lixus, Museo archeologico di Tétouan, Marocco

Tuttavia Afrodite, usando le sue arti amorose e una cintura magica, indusse Adone a passare sempre più tempo con lei a discapito di Persefone, che decise allora di vendicarsi. La Signora dei morti si recò da Ares e gli disse che Afrodite gli preferiva ormai Adone, un semplice mortale. Ares, in preda ad una incontenibile gelosia, si trasformò in cinghiale e attaccò il povero Adone, impegnato in una battuta di caccia sul monte Libano. Adone venne azzannato dal cinghiale sotto gli occhi di Afrodite e morì dissanguato tra le sue braccia; dal suo sangue sbocciarono gli anemoni rossi, mentre la sua anima precipitava nell’Oltretomba dove Persefone la attendeva.

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Affresco dell’Adone ferito, sorretto da Venere, dalla omonima casa a Pompei

Afrodite, in preda alla disperazione, si rivolse a Zeus che, impietosito dal dolore della dea, concesse nuovamente che Adone, ogni anno, trascorresse quattro mesi con Persefone nel regno dei morti, quattro con Afrodite e i restanti quattro con chi desiderasse. In onore di Adone, si celebravano le feste Adonie, che duravano due giorni: nel primo giorno si piangeva la sua morte con lamenti e riti funebri; nel secondo si celebrava la sua resurrezione.

Il personaggio mitico di Adone era strettamente collegato con il dio assiro Tammuz e con il sumerico Dumuzi, che avevano avuto anch’essi come compagne delle dee della fertilità e dell’amore (Ishtar e Inanna rispettivamente) ed erano morti tragicamente, ma anche ad Osiride, ucciso da Seth che aveva assunto le sembianze di un cinghiale. La morte e rinascita annuale di Adone è poi similare a quella di Attis, connesso al culto di Cibele. Lo stesso nome di Adone deriva dal termine semitico “Adon”, cioè “signore”, il titolo onorifico con cui i suoi adoratori gli si rivolgevano. Importanti centri di culto di Adone si trovavano a Biblo, sulla costa della Siria, e a Pafo, a Cipro. Il mito di Adone è un riflesso del ciclo delle stagioni; il suo soggiorno nell’Ade, a fianco di Persefone simboleggiava la morte della natura in inverno e la sua ricomparsa accanto ad Afrodite annunciava la rinascita primaverile.

Apollo e Dafne

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Apollo e Dafne, (1622 – 1625), Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma

Secondo il mito, il primo e più grande amore di Apollo, figlio di Zeus e Latona, fu Dafne. Dafne era una bellissima Ninfa dei monti, figlia del dio fluviale Peneo, nume tutelare della valle di Tempe, in Tessaglia (oppure di un altro dio fluviale, Ladone) e di Gea, la Terra, di cui era anche sacerdotessa. Purtroppo, Dafne era amata anche da un giovane di nome Leucippo, figlio di Enomao, che per avvicinarla aveva escogitato l’espediente di travestirsi da donna, mescolandosi così alle sue compagne.

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Apollo e Dafne, Casa dell’Efebo, Pompei

Apollo, che era anche dio del sole, che tutto vede, scoprì l’inganno del suo rivale in amore e consigliò alle altre ninfe di fare il bagno nude durante i loro rituali, per accertarsi che il loro gruppo fosse composto di sole donne. Scoperto ovviamente l’intruso, le ninfe uccisero il povero Leucippo facendolo a pezzi. Liberatosi così del rivale, Apollo dichiarò quindi il suo amore per Dafne, che però lo respinse e si diede ad una fuga precipitosa.

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Apollo e Dafne, dal triclinio della Casa di Marcus Lucretius, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Inseguita da Apollo, Dafne invocò la protezione del padre e della madre Gea, che la trasformarono in lauro, l’albero dell’alloro, non appena il dio la raggiunse. Da quel momento, il lauro divenne l’albero preferito da Apollo, che portò sempre una corona d’alloro sulla testa. Infatti, il nome greco “Daphne” significa “lauro”.1200px-Apollo_and_Daphne_(Bernini)

Il mito di Ganimede

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Ganimede era un giovane di straordinaria bellezza, figlio del re Troo, che diede il suo nome alla città di Troia e alla stirpe dei troiani, e di Calliroe, oltre che fratello di Ilo e di Assaraco. Ganimede si occupava di custodire le mandrie del padre e di portarle nei pascoli intorno a Troia. Il ragazzo, purtroppo, era così bello che anche Zeus se ne invaghì e desiderò averlo per sé; un giorno, quando Ganimede era al pascolo con il gregge sul Monte Ida, nella Troade, Zeus inviò la propria aquila divina a rapirlo o, in altre versioni del mito, assunse egli stesso le sembianze di un’aquila, per portarlo sull’Olimpo, dove ne fece il suo coppiere.

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Ganimede del British Museum

In seguito, per compensare Troo per la perdita del figlio, Zeus inviò Ermes che gli donò due splendidi cavalli divini o un tralcio di vite d’oro, opera di Efesto, assicurandogli che Ganimede era diventato immortale. Il mito di Ganimede, cantato, tra i tanti, da Omero, Ibico, Teognide, Pindaro e Ovidio, divenne ben presto molto popolare in Grecia e poi a Roma, perché offriva una giustificazione mitica al rapporto amoroso tra uomo adulto e ragazzo, tanto diffuso tra i greci.
Eratostene, nei Catasterismi, collocò già anticamente Ganimede tra le stelle, identificandolo con la costellazione dell’Acquario, che è posizionata proprio vicino a quella dell’Aquila che lo rapì.

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Ganimede dei Musei Vaticani, copia della scultura di Leocare

A testimonianza della diffusione del mito, le tante sculture greche e romane che raffigurano Ganimede e l’aquila. Celebre era il perduto gruppo bronzeo di Leocare, scultore ateniese attivo tra il 370 e il 320 a.C., nel quale Ganimede, ghermito dall’aquila, era raffigurato con i piedi già sollevati da terra, e di cui esiste una copia nei Musei Vaticani. A questo proposito, Plinio il Vecchio scriveva:

Leochares fece il gruppo dell’Aquila e Ganimede; L’Aquila dimostra di sentire che cosa rapisce nel rapire Ganimede e a chi lo porti e cerca di non ferire con le unghie il fanciullo attraverso la veste” ¹.

NOTE

¹ Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXXIV, 79)