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Prima battaglia di Bedriaco (14 aprile 69 d.C.)

Il 14 aprile del 69 d.C., nel famigerato anno dei quattro imperatori, fu combattuta la prima battaglia di Bedriaco tra le forze di Otone e quelle di Vitellio. La battaglia, in cui persero la vita circa quarantamila uomini, si concluse con il trionfo dell’esercito guidato da Aulo Cecina Alieno e Fabio Valente e consegnò l’impero al vittorioso Vitellio.

Il 15 gennaio del 69, Galba, succeduto a Nerone alcuni mesi prima, era stato assassinato dai pretoriani che avevano acclamato imperatore Marco Salvio Otone. Già dal 2 gennaio del 69, le legioni stanziate in Germania si erano ribellate a Galba e avevano invece proclamato imperatore il loro comandante, il legato Aulo Vitellio. Il Senato accettò l’elevazione di Otone, per non contrastare la volontà dei pretoriani. A quel punto la guerra civile era inevitabile. Fabio Valente e Aulo Cecina Alieno, due generali di Vitellio, oltrepassarono le Alpi e avanzarono in Italia per unire le proprie forze a Cremona, seguendo le direttive di Vitellio.

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Ritratto di Vitellio, Museo Nazionale del Bardo,  Tunisi

I due, uomini di grande avidità e temerarietà, erano divisi da una fiera rivalità, desiderosi ognuno per proprio conto di mettersi in mostra agli occhi di Vitellio, dando un apporto decisivo alla campagna. Valente, entrato in Italia dalle Alpi Cozie, guidava un contingente di quarantamila uomini provenienti dalla Germania Inferiore; Cecina, alla testa di trentamila legionari della Germania Superiore, penetrò dalle Alpi Pennine; ad entrambi erano stati poi aggregati degli ausiliari germanici ¹.

Il 14 marzo Otone si mise in marcia verso nord e stabilì il suo quartier generale a Brixellum, a sud del Po. I suoi migliori generali erano Gaio Svetonio Paolino, Annio Gallo e Mario Celso, ma Otone aveva preferito associargli nel comando il fratello Lucio Salvio Otone Tiziano e il prefetto del pretorio Licinio Proculo.

Il 12 aprile, a Brixellum, Otone tenne un consiglio di guerra. Il suo esercito contava non più di trentaseimila uomini, per cui saggiamente Svetonio Paolino, Annio Gallo e Mario Celso consigliarono di temporeggiare e attendere l’arrivo dei rinforzi: erano già in marcia, infatti, le legioni provenienti dalla Dalmazia, dalla Pannonia e dalla Mesia, composte da quarantunomila uomini, che avrebbero consentito ad Otone di combattere ad armi pari contro i Vitelliani.

Otone preferì invece dare ascolto alle opinioni del fratello Salvio Tiziano e del prefetto del pretorio Licinio Proculo, desiderosi di ingaggiare subito battaglia. Dopo alcune scaramucce di secondaria importanza, e tentativi di attirare l’avversario in un’imboscata, lo scontro decisivo avvenne a Bedriaco, una località a nord del Po, tra Cremona e Verona, presso l’attuale Calvatone, dove si era accampato l’esercito di Otone.

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Statua di Otone, proveniente da Terracina; Museo del Louvre, Parigi

Otone aveva deciso di non prendere parte alla battaglia e di restare al sicuro a Brixellum, affidando il comando delle operazioni a Tiziano e Proculo, che il 14 aprile decisero di spostare il campo a quattro miglia da Bedriaco, dove rimase Annio Gallo, reduce da una brutta caduta da cavallo.

Gli uomini di Otone, partiti da Bedriaco in direzione di Cremona, giunsero sul luogo dopo un’estenuante marcia con armi e bagagli al seguito.

“Dalla parte di Otone, i comandanti erano intimiditi, i soldati intolleranti degli ordini, i vivandieri ed i veicoli inframmezzati alle formazioni e la strada, che sarebbe stata stretta anche per una marcia indisturbata, era fiancheggiata da ambo i lati da profondi fossi. Alcuni uomini stavano attorno alle proprie insegne ed altri le cercavano; da ogni parte si sentiva un vociare incerto di persone che accorrevano e che chiamavano, ed ognuno, secondo il proprio coraggio o la propria paura, correva in prima fila o si faceva assorbire verso il fondo”. ²

I Vitelliani, agli ordini di Valente e Cecina, avevano invece preso posizione ordinatamente e con calma e attendevano solo il momento giusto per attaccare.

Proprio in quel mentre, iniziò a circolare una voce diffusa ad arte, secondo cui Vitellio era stato abbandonato dal suo esercito e c’era l’intenzione di negoziare una tregua per arrivare ad un accordo tra i due pretendenti al trono.

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Aureo di Otone

Gli Otoniani, stanchi per la marcia e ostacolati dai carri con le vettovaglie al seguito, prestarono fede alla diceria e si trovarono impreparati al combattimento; arrivarono addirittura a salutare il nemico, credendo che fosse in atto una tregua.

In quel momento i Vitelliani, in formazioni compatte, al segnale convenuto passarono all’attacco e gli Otoniani, pur se affaticati e inferiori di numero, sostennero l’urto valorosamente. Il terreno era accidentato e cosparso di alberi e vigneti, e la battaglia si frammentò subito in una serie scontri tra singole formazioni. La Legione I Adiutrix, che sosteneva Otone, riuscì addirittura a catturare l’aquila della Legione XXI Rapax, agli ordini di Vitellio, ma l’arrivo delle coorti Batave, guidate da Alfeno Varo, che avevano travolto gli uomini di Vestricio Spurinna e un contingente di duemila gladiatori agli ordini di Flavio Sabino, volse le sorti della battaglia in favore di Vitellio. Gli Otoniani furono investiti sul fianco e sbandarono.

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“Rotto lo schieramento al centro, gli Otoniani fuggirono da ogni parte in direzione di Bedriaco. La distanza era grande e le strade ostruite dai cadaveri dove più vasta era stata la carneficina. Nelle guerre civili, infatti, i prigionieri non costituiscono una preda”. ³

Per i Vitelliani fu facile a quel punto massacrare gli avversari in fuga. Svetonio Paolino e Licinio Proculo si dileguarono, evitando anche di tornare all’accampamento di Bedriaco, che fu invece raggiunto col favore delle tenebre da Tiziano e Celso. Dopo una notte trascorsa discutendo sull’opportunità di continuare la guerra, come volevano i pretoriani fedeli ad Otone, prevalse l’opinione di chi voleva arrendersi e furono inviati ambasciatori al campo dei capi Vitelliani; Cecina e Valente non ebbero esitazioni nel concedere la pace.

“Allora vinti e vincitori, scoppiando in lacrime, in una triste gioia, maledicevano il destino delle guerre civili e, dentro le stesse tende, curavano le ferite dei fratelli e degli amici. I premi e le speranze erano incerti, ma certe erano le morti e i pianti e non vi era nessuno così privo di disgrazie da non dover piangere la morte di qualcuno”. ⁴

Enorme fu il costo in vite umane. Nel corso della battaglia, persero la vita circa quarantamila soldati da entrambe le parti ⁵. Un testimone oculare confidò che il cumulo dei cadaveri raggiungeva il frontone di un tempio vicino ⁶.

Busto di Otone

Quando il 16 aprile la notizia della sconfitta giunse a Brixellum, portata da un cavaliere, molti sollecitarono Otone a non arrendersi; erano arrivati anche i rinforzi dalla Pannonia e gli uomini gli erano ancora fedeli. Ma Otone, che aveva trascorso gran parte della vita tra malvagità e scelleratezze, decise nobilmente che era ora di mettere la parola fine. Rivolgendosi quindi ai suoi uomini disse:

“È sufficiente quello che è appena accaduto. Odio la guerra civile, anche quando sono io a vincere; amo tutti i Romani anche quando non stanno dalla mia parte. Che Vitellio sia il vincitore, dato che così è sembrato giusto agli dei; che vengano risparmiate anche le vite dei suoi soldati, perché così pare giusto a me. È senza dubbio molto meglio e molto più giusto che uno solo muoia per tutti, piuttosto che molti per uno solo, ed è anche meglio evitare che il popolo romano sia coinvolto in una guerra civile a causa di uno solo e che una così grande moltitudine di uomini perisca”. ⁷

Concluso questo discorso si ritirò nel suo alloggio, inviò alcuni messaggi ai suoi uomini di fiducia e altri a Vitellio in loro difesa; quindi bruciò tutte le lettere che, se scoperte, avrebbero messo in pericolo i suoi fedeli, li chiamò e salutò tutti, dando loro del denaro.

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Statua di Otone in nudità eroica, Museo del Louvre, Parigi

Verso sera si fece portare due pugnali e, scelto quello più affilato, lo mise sotto il cuscino. Otone si uccise all’alba, appoggiandosi al pugnale con tutto il peso del corpo. Entrati nella tenda dopo aver udito un gemito, i servi, i liberti e il prefetto del pretorio Plozio Firmo ne constatarono la morte per una ferita al petto. I funerali verranno celebrati celermente, secondo i suoi desideri ⁸. Le coorti pretoriane trasportarono il corpo baciandogli la ferita e le mani in segno di omaggio, e alcuni soldati si uccisero vicino al rogo per imitare il suo nobile gesto e per fedeltà al loro sovrano. Le sue ceneri vennero poste in un modesto sepolcro, che per la sua povertà sfuggì ad ogni profanazione. Su di esso, erano incise in greco poche, semplici parole:

“Alla memoria di Marco Otone”. ⁹

Era il 17 aprile del 69 d.C.; questa fu la fine di Marco Salvio Otone, all’età di trentasette anni, dopo novantadue giorni di regno. Era nato il 28 aprile del 32 d.C.

NOTE

¹ Tacito (Historiae, I, 61, 1-2)

² Tacito (Historiae, II, 41, 6-7)

³ Tacito (Historiae, II, 44, 1-2)

⁴ Tacito (Historiae, II, 45, 5)

⁵ Dione Cassio (Storia Romana, LXIV, 10, 3)

⁶ Plutarco (Otone, 14)

⁷ Dione Cassio (Storia Romana, LXIV, 13, 1-2)

⁸ Svetonio (Otone, XI)

⁹ Plutarco (Otone, 18)

 

 

Morte di Vitellio (20 dicembre 69 d.C.)

Il 20 dicembre del 69 d.C., dopo otto mesi e un giorno di regno, veniva trucidato a Roma Aulo Vitellio. Terminava così, con un altro bagno di sangue, il cosiddetto anno dei quattro imperatori e iniziava il regno di Vespasiano.

Dopo la defezione delle legioni di Mesia, Pannonia, Siria e Giudea, che avevano acclamato Vespasiano come imperatore ¹, le truppe di Vitellio erano state duramente sconfitte il 24 ottobre del 69 d.C., nella seconda battaglia di Bedriaco, dalle legioni flaviane guidate da Antonio Primo.

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Ritratto di Vitellio, Museo del Bardo, Tunisi

A Roma, intanto, Flavio Sabino, prefetto dell’urbe e fratello di Vespasiano, aveva cercato di convincere Vitellio ad abdicare, ma il tentativo di negoziazione era finito nel sangue. Infatti, il 19 dicembre i sostenitori di Vitellio avevano incendiato il Campidoglio ², dove si erano asserragliati i partigiani di Vespasiano, e il tempio di Giove Ottimo Massimo. Nei durissimi scontri che erano seguiti, Flavio Sabino aveva perso la vita, arso vivo nel rogo o giustiziato su ordine di Vitellio dopo essere stato catturato, e il giovane Domiziano si era salvato a stento nascondendosi nell’abitazione del custode del tempio di Giove Capitolino ³. Il corpo di Flavio Sabino venne trascinato alle Gemonie, la scalinata che univa il Campidoglio al Foro, dove venivano gettati i traditori ⁴, e decapitato.

Mentre il Campidoglio bruciava, le truppe flaviane, guidate da Antonio Primo, seguendo la via Flaminia erano arrivate a Saxa Rubra, mentre quelle di Petilio Ceriale, genero di Vespasiano, percorrevano la via Salaria. Venuti a conoscenza della morte di Flavio Sabino, Antonio e Ceriale si resero conto di aver già perso troppo tempo e tentarono di entrare in città. Tuttavia, la fanteria e i cavalieri di Vitellio intercettarono la cavalleria di Ceriale poco fuori dall’Urbe e la misero in fuga, inseguendola fino a Fidene. Vitellio cercò in extremis di ottenere una tregua inviando ad Antonio Primo un’ambasceria guidata dal filosofo stoico Musonio Rufo ⁵ e dalle Vergini Vestali. Purtroppo, l’uccisione di Flavio Sabino e il rogo del Campidoglio non lasciarono spazio alla trattativa. Dopo quella carneficina, la sorte di Vitellio era ormai segnata. Le truppe dei Flavi assalirono Roma da tre punti diversi; si accesero scontri furiosi fuori e dentro le mura e si combatté casa per casa ⁶, mentre gran parte della popolazione rimaneva a guardare, pronta a schierarsi, come al solito, dalla parte del vincitore. La conquista dell’accampamento dei pretoriani, difeso dai più valorosi, fu l’impresa più dura e sanguinosa: i Vitelliani si difesero strenuamente fino all’ultimo uomo e morirono tutti.

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Ritratto di Vitellio, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Avvertito che il nemico era ormai nell’Urbe, Vitellio si recò prima in lettiga nella casa paterna sull’Aventino, dove si trovava la moglie, accompagnato solo da un cuoco e un pasticciere, con l’intenzione di fuggire a Terracina, dove si trovava il fratello Lucio Vitellio con le sue truppe; poi, dato ascolto a vaghe voci che davano per certa la pace, o perché in totale confusione, si convinse a ritornare al Palazzo, che trovò deserto. Abbandonato da tutti, si passò attorno alla vita una cintura di monete d’oro e si nascose nello sgabuzzino del portiere.

Nel frattempo, le avanguardie dell’esercito di Vespasiano erano entrate in città e iniziarono a perquisire il palazzo. Vitellio non fu subito riconosciuto ma poi, non appena venne identificato da un tribuno di nome Giulio Placido ⁷, venne trascinato nel Foro e lungo tutta la Via Sacra, con le mani legate dietro la schiena, un laccio al collo e la veste strappata.

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Vitellio trascinato per le strade di Roma (1883), Georges Rochegrosse

Mentre veniva sospinto con la testa tenuta indietro per i capelli e la punta di una spada sotto il mento, perché non potesse abbassare il capo, il popolo lo oltraggiava con ogni sorta di insulti; gli gettavano addosso fango e sterco e lo chiamavano “porco” per la sua stazza, e “incendiario” per aver causato il rogo del Campidoglio; lo deridevano anche per la sua andatura zoppicante, dovuta a una frattura che si era procurato quando, assistendo  Caligola nelle corse dei carri, tanti anni prima era stato investito da una quadriga ⁸. Vitellio venne costretto a guardare le sue statue che venivano abbattute e a sostare sui rostri e nel punto dove era stato ucciso Galba. A un tribuno che lo insultava, rispose:

“Eppure sono stato il tuo imperatore” ⁹.

Furono le sue ultime parole. Alla fine, presso le Gemonie, dove era stato gettato il cadavere di Flavio Sabino, fu dilaniato con minutissimi tagli e ucciso. Il suo corpo fu trascinato con l’uncino nel Tevere. La sua testa fu invece portata in giro per la città come un trofeo. Secondo Cassio Dione, i resti del corpo di Vitellio furono fatti seppellire in seguito dalla moglie ¹⁰.  Appena il giovane Domiziano ritenne di non correre più rischi, uscì dal suo nascondiglio e venne acclamato Cesare dalle truppe flaviane, in attesa dell’arrivo in città del padre Vespasiano.

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La morte di Vitellio; opera di Paul Baudry

Al momento della morte, Vitellio aveva cinquantasette anni di età. Dopo di lui, vennero uccisi anche il fratello Lucio, giustiziato dopo essere stato catturato mentre arrivava da Terracina per portargli aiuto, e il figlio Vitellio Germanico, che aveva solo otto anni ¹¹.

Per la ricostruzione degli avvenimenti di queste convulse giornate, fonti fondamentali sono:

Svetonio (Vitellio, 15-18)

Tacito (Historiae, III, 78 – 86)

Dione Cassio (Storie, LXV, 21, 2)

NOTE

¹ Svetonio (Vitellio, 15)

² Dione Cassio (Storie, LXV, 17, 3)

³ Svetonio (Domiziano, I)

⁴ Tacito (Historiae, III, 74, 5)

⁵ Tacito (Historiae, III, 81, 1)

⁶ Dione Cassio (Storie, LXV, 19, 3)

⁷ Tacito (Historiae, III, 84, 9)

⁸ Svetonio (Vitellio, 17)

⁹ Tacito (Historiae, III, 85, 2)

¹⁰ Dione Cassio (Storie, LXV, 22, 1)

¹¹ Tacito (Historiae, IV, 80, 1)

Seconda battaglia di Bedriaco (24 ottobre 69 d.C.)

Il 24 ottobre del 69 d.C., nel famigerato anno dei quattro imperatori, fu combattuta la seconda battaglia di Bedriaco tra le forze di Vitellio e di Vespasiano. La battaglia durò tutta la notte e si concluse il giorno successivo, con il trionfo dell’esercito guidato da Antonio Primo, la sconfitta dei Vitelliani e il saccheggio di Cremona.

Bedriacum era una località a nord del Po, tra Cremona e Verona, presso l’attuale Calvatone. Il 14 aprile si era già svolta a Bedriaco una battaglia tra le forze di Otone e quelle di Vitellio, guidate da Aulo Cecina Alieno e Fabio Valente. Lo scontro, in cui avevano perso la vita circa quarantamila uomini, aveva consegnato l’impero al vittorioso Vitellio.

Successivamente, l’11 luglio del 69 d.C., Vespasiano, che era impegnato dal 66 nella guerra giudaica, fu acclamato imperatore dalle sue truppe. Vespasiano inviò allora Gaio Licinio Muciano, legato di Siria, con delle truppe verso l’Italia, mentre stabilizzava la situazione in Oriente.

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Busto di Marco Antonio Primo (XVII secolo), Musée des Augustins, Tolosa

In Italia, intanto, Antonio Primo, comandante della VII legione Galbiana e partigiano di Vespasiano, venuto a sapere che Cecina, il comandante dei Vitelliani era stato imprigionato dai suoi soldati perché aveva tentato di convincerli ad abbandonare Vitellio, decise che era giunto il momento di attaccare e iniziò ad avanzare in direzione di Cremona. Il piano di Antonio era di sconfiggere l’esercito di Vitellio a Cremona prima che arrivasse il vitelliano Fabio Valente, partito da Roma con dei rinforzi. In quegli stessi giorni, anche Lucilio Basso, nominato da Vitellio prefetto delle flotte di Ravenna e di Miseno, aveva defezionato in favore di Vespasiano.

L’esercito di Vitellio, senza più la guida di Cecina, a cui erano subentrati Fabio Fabullo e Cassio Longo, cercò di raggiungere per primo Cremona, città a loro alleata, per congiungersi con la I legione Italica e la XXI Rapax. Si addivenne così allo scontro tra Cremona e Bedriaco: era il pomeriggio del 24 ottobre del 69 d.C.

La battaglia non si svolse secondo uno schema definito; mentre Antonio era ancora impegnato nel consiglio di guerra, Arrio Varo, di sua iniziativa, caricò i vitelliani con la cavalleria, ma fu respinto e costretto ad una fuga precipitosa. A quel punto, Antonio fu costretto a dare il segnale di battaglia, per evitare lo sbandamento delle sue truppe. Nel momento in cui Antonio, alla testa dei suoi, riusciva a respingere i Vitelliani, arrivarono sul campo le due legioni di stanza a Cremona: la Italica e la Rapax. Purtroppo per la fazione di Vitellio, la mancanza di un comandante unico del calibro di Cecina si fece sentire e, nell’indecisione generale, la cavalleria di Antonio, seguita dal tribuno Vipstano Messalla, con gli ausiliari di Mesia, attaccò e travolse la linea dei Vitelliani.

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Poi, calò la notte, durante la quale i combattimenti erano inframmezzati da momenti di tregua. Antonio dovette faticare per far desistere i suoi soldati dall’idea di attaccare subito Cremona per saccheggiarla. Nel frattempo, come in tutte le guerre civili, non era raro che i combattenti delle fazioni avverse si conoscessero tra di loro, e nei momenti di pausa, durante la notte, arrivarono a scambiarsi battute, invitandosi a desistere reciprocamente. Quando le donne di Cremona, rischiando la vita, portarono cibo e bevande da offrire agli uomini di Vitellio, questi divisero adirittura le vettovaglie coi loro avversari ¹.

L’atrocità della guerra civile è testimoniata da un episodio particolarmente triste: Giulio Mansueto, nato in Hispania e arruolato nella XXI legione Rapax, venne mortalmente ferito dal figlio, che militava con gli avversari nella VII Galbiana ². Riconosciuto il padre morente, il figlio gridò tutto il suo dolore e implorò i Mani del padre di non considerarlo un parricida, perché il delitto era imputabile alla guerra. Il terribile fatto turbò gli eserciti, ma il massacro riprese subito, con rinnovata ferocia.

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Si continuò così per tutta la notte, fino all’alba, con Antonio che continuò incessantemente a incitare i suoi uomini a combattere. Avvenne allora che i soldati della III legione Gallica, che, prima di essere trasferiti in Mesia, avevano servito per anni, sotto il comando di Corbulone, in Siria e ne avevano adottato le usanze, salutarono lo spuntar dei primi raggi del sole con alte grida. I Vitelliani, per un equivoco alimentato ad arte, credettero che il clamore fosse dovuto all’arrivo dei rinforzi comandati da Muciano, che era invece ancora molto lontano dall’Italia, e si spaventarono, dandosi alla fuga e ritirandosi all’interno dell’accampamento fortificato davanti alle mura di Cremona.

Si prospettava, per i soldati di Antonio, già provati da molte ore di battaglia, un altro sforzo immane. La conquista delle fortificazioni sarebbe costata altro sangue e fatica, ma Antonio ebbe una micidiale idea per motivare i suoi uomini: gli mostrò la grandezza di Cremona e lo splendore dei suoi edifici, gli parlò delle ricchezze accumulate dai suoi abitanti, che erano tutti rimasti fedeli al partito di Vitellio. Tutti quei beni, in caso di vittoria, sarebbero stati loro. Di fronte a quella prospettiva, le legioni al comando di Antonio si lanciarono in formazione a testuggine contro le fortificazioni, da cui i difensori lanciavano ogni sorta di proiettile. Alla fine, le difese furono spazzate via e i Vitelliani fuggirono, in preda al panico, dentro le mura di Cremona.

“Tutto lo spazio che vi era fra il campo e le mura fu così colmo di cadaveri”. ³

Antonio aveva già dato l’ordine di assaltare le mura della città. I Vitelliani capirono che la battaglia era persa e decisero di arrendersi per non essere massacrati. Appesero veli e bende bianche alle mura e liberarono il loro ex comandante Cecina, incaricandolo di recarsi da Antonio per negoziare la resa. Quando Antonio ordinò di sospendere l’assalto, i Vitelliani uscirono con le aquile e le insegne, disarmati e in una lunga fila. Antonio prese in consegna Cecina e lo spedì da Vespasiano; poi lasciò Cremona e i suoi abitanti alla mercé dei suoi soldati.

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Quarantamila uomini vi fecero irruzione, stuprando e uccidendo senza pietà. I templi furono spogliati dei doni votivi, le case depredate, gli abitanti torturati per farsi rivelare i nascondigli del denaro. Tutto fu dato alle fiamme. Cremona fu saccheggiata per quattro interminabili giorni; tutti gli edifici sacri e profani crollarono; rimase in piedi solo il tempio della dea Mefitis, fuori delle mura.

“Questa fu la fine di Cremona, nel duecentottantaseiesimo anno dalla sua fondazione”. ⁴

Sul campo di battaglia alla fine si contarono cinquantamila morti. Il fetore di morte e di sangue che impregnava la zona costrinse i soldati ad allontanarsi dalle rovine della città. I soldati di Vitellio che si erano arresi furono risparmiati e inviati nelle guarnigioni dell’Illirico.

Antonio, provando un po’ di vergogna per la strage dei civili, fu costretto ad emanare un editto in cui si vietava di tenere come schiavi i cittadini di Cremona catturati come bottino di guerra. In seguito, la popolazione superstite ritornò a Cremona, che venne ricostruita con l’aiuto economico di Vespasiano.

NOTE

¹ Cassio Dione (Storie, LXV, 13, 3)

² Tacito (Storie, III, 25, 7)

³ Tacito (Storie, III, 29, 5)

⁴ Tacito (Storie, III, 34, 1)

Nascita di Domiziano (24 ottobre 51 d.C.)

Tito Flavio Domiziano nacque il 24 ottobre del 51 d.C., in una modesta casa situata nella Sesta Regione di Roma, in un quartiere detto Ad Malum Punicum (il Melo Punico o Melograno), che in seguito trasformò nel tempio della Gens Flavia. Suo padre Vespasiano era console designato e sarebbe entrato in carica il mese successivo; sua madre era Flavia Domitilla, figlia di Flavio Liberale, un semplice scriba di un questore, e morì prima dell’ascesa al trono di Vespasiano nel 69.

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Ritratto di giovane Domiziano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Domiziano trascorse l’infanzia con la balia Fillide e la fanciullezza in ristrettezze economiche; si vociferava che fosse addirittura arrivato a vendere il suo corpo all’ex pretore Clodio Pollione e a Nerva, che poi sarebbe stato il suo successore ¹. Fin dalla gioventù dimostrò di avere un carattere altero, superbo e smodato sia a parole che nei fatti, e di essere invidioso dei successi conseguiti dal suo fratello maggiore Tito.

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Busto di Domiziano, The Toledo Museum of Art, Toledo, Ohio

Domiziano aveva solo diciotto anni quando, durante la guerra civile contro Vitellio, si rifugiò in Campidoglio con suo zio Flavio Sabino, che era prefetto dell’Urbe, e una parte dei loro sostenitori. Negli scontri che scoppiarono tra i pretoriani fedeli a Vitellio e le coorti urbane agli ordini di Sabino, qualcuno appicco un terribile incendio al colle, che distrusse una parte degli edifici, tra cui il tempio di Giove. Flavio Sabino perse la vita nel rogo ², o fu catturato e giustiziato ³ su ordine di Vitellio. Nella confusione generale, Domiziano si nascose nell’abitazione del custode del tempio di Giove Capitolino e vi passò la notte. La mattina seguente, il 20 dicembre del 69, travestito con un abito lungo di lino da sacerdote di Iside, si rifugiò dall’altra parte del Tevere, in casa della madre di un amico ⁴, o presso Cornelio Primo, un cliente di Vespasiano ⁵. Fece quindi perdere le sue tracce e tornò a Roma solo dopo la vittoria delle forze Flaviane, assumendo il titolo di Cesare insieme a Tito. In seguito, durante il regno di Vespasiano, come ringraziamento  per la sua salvezza, Domiziano fece abbattere l’abitazione del custode e, al suo posto, eresse una cappella a Giove Conservatore e un altare con sopra inciso il resoconto di quelle vicende. Appena divenuto imperatore, poi, consacrò a Giove Custode un grande tempio ed una statua di se stesso in grembo al dio ⁶.

NOTE

¹ Svetonio (Domiziano, 1)

² Svetonio (Vitellio, 15)

³ Tacito (Storie, III, 74, 3)

⁴ Svetonio (Domiziano, 1)

⁵ Tacito (Storie, III, 74, 1)

⁶ Tacito (Storie, III, 74, 1-2)

Nascita di Vitellio: 6 settembre 15 d.C.

Aulo Vitellio (imperatore dal 16 aprile al 22 dicembre del 69) nacque probabilmente a Nuceria, in Campania, il 6 o il 24 settembre del 15 d.C., sotto il consolato di Druso Giulio Cesare e di Gaio Norbano Flacco. Sulle origini della sua famiglia, si raccontavano due versioni completamente diverse. Alcuni affermavano che la gens Vitellia provenisse anticamente dalla Sabina e, arrivata a Roma, fosse stata iscritta subito tra i patrizi. Altri tramandavano invece che la sua famiglia discendesse da un liberto che faceva il ciabattino. Qualunque fosse la verità, è comunque certo che suo nonno Publio Vitellio fosse originario di Nuceria. Suo padre, Lucio Vitellio, fu un uomo politico di alto livello e ricoprì per ben tre volte il consolato; la sua carriera fu agevolata anche dalle sue notevoli capacità adulatorie.

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Busto di Vitellio, Museo del Louvre, Parigi

Fu il primo a venerare Caligola come un dio, prosternandosi ai suoi piedi e, per compiacere Claudio, colmava di morbose attenzioni Messalina e venerava i ritratti in oro dei suoi liberti Pallante e Narciso. Sua madre si chiamava Sestilia, ed era una donna di ottima famiglia ed elevati costumi.
Alla nascita di Aulo, quando i genitori lessero l’oroscopo compilato dagli astrologi, ne rimasero a tal punto spaventati che suo padre si diede sempre da fare per impedire, finché visse, che gli venisse affidata qualche provincia e sua madre lo pianse come morto appena fu inviato al comando delle legioni e acclamato imperatore; evidentemente sapeva che il suo destino si sarebbe ben presto tragicamente compiuto.

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Busto di Vitellio, Museo Archeologico Nazionale di Venezia

Secondo Svetonio, Aulo passò l’infanzia e la prima adolescenza a Capri, fra i giovani amanti di Tiberio. C’era anche chi diceva che suo padre Lucio avesse venduto i favori sessuali del figlio in cambio di avanzamenti di carriera. Resta il fatto che, per denigrarlo, ad Aulo venne sempre affibbiato l’appellativo di “spintria” col quale venivano indicati i fanciulli utilizzati da Tiberio nei suoi presunti festini erotici a Capri. Ai giorni di Capri risaliva anche la sua amicizia con Caligola, a cui lo accomunava la grande passione per le corse coi carri. Proprio durante una corsa in cui assisteva Caligola, venne travolto da una quadriga che lo rese zoppicante ad una gamba per il resto dei suoi giorni. Leggendaria era la sua golosità, che lo portava a mangiare voracemente fino a quattro volte al giorno.

Sporo, il liberto che divenne imperatrice

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Ermafrodito dormiente, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo,  Roma

Nel 65 d.C., la seconda moglie di Nerone, Poppea Sabina, che attendeva un bambino, morì improvvisamente per una complicazione della gravidanza. Ci fu anche chi mise in giro la diceria che Nerone, in preda ad un accesso d’ira, avesse sferrato un violento calcio al ventre della donna, causandole un aborto spontaneo e la morte. Non sapremo mai la verità. Nerone sentiva però la mancanza di Sabina e cercò di colmare questo vuoto facendosi portare e tenendo presso di sé una donna che le somigliava. Un giorno, venne a sapere che un giovane liberto di nome Sporo aveva un viso straordinariamente simile a quello della sua defunta moglie. Nerone ordinò subito ai suoi chirurghi di castrare lo sventurato Sporo e gli diede anche il nome di Sabina, arrivando addirittura a sposarlo con un matrimonio in piena regola, con tanto di dote e contratto, e con Tigellino nella parte del padre della sposa.

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Statua di Ermafrodito, Antiquarium di Lucrezia Romana, Roma

Inoltre, affidò a Calvia Crispinilla, una nobildonna del suo seguito – la “magistra libidinum” di Nerone – l’incarico di provvedere a Sporo e di curare il suo vestiario. Il matrimonio fu celebrato durante il viaggio in Grecia del 67; i Greci festeggiarono sontuosamente le nozze, indirizzando agli sposi le consuete formule tradizionali di auguri e auspicando persino che gli dèi concedessero alla coppia la nascita di figli legittimi. Sporo, vestito e adornato da Augusta, seguì Nerone in lettiga per tutto il viaggio in Grecia; tornati a Roma, poi, Nerone lo conduceva con sé a passeggio, coprendolo di baci. Lo esibì anche al mercato dei Sigillaria, che derivava il suo nome dai “sigilla”, le statuine in terracotta che si scambiavano come doni durante i Saturnali, la festività durante la quale l’ordine sociale veniva rovesciato per alcuni giorni. Forse Nerone, eletto princeps Saturnalicius, il re dei Saturnali, voleva giocare un tragico scherzo, presentando come imperatrice un ragazzo trasformato in donna. Anche in questo caso, non sapremo mai come andarono veramente le cose.

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Ermafrodito dormiente (particolare), Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo

Sappiamo che Sporo portava i capelli con la scriminatura, vestiva e si doveva comportare in tutto e per tutto come una donna. Nerone arrivò persino ad offrire grandi somme ed onori a chi fosse riuscito a trasformare Sporo in una donna a tutti gli effetti. Nel frattempo, però, Nerone aveva trovato nel 66 anche il tempo di sposare una sua amante, la nobildonna Statilia Messalina.
Alle calende di gennaio del 68, mentre Nerone prendeva gli auspici per l’anno nuovo, Sporo gli regalò un anello con una gemma su cui era inciso il ratto di Proserpina. La scena rappresentava Ade, il signore dell’oltretomba, che rapiva la fanciulla per farne la sua sposa. Un sinistro presagio che, per uno scherzo del destino, dispiegherà i suoi effetti in seguito.
Pochi mesi dopo, quando Nerone fu deposto dal Senato, in seguito alla ribellione di Galba, e si trovò ad essere abbandonato da tutti, compresa Statilia Messalina, fu Sporo, insieme ai liberti Faonte, Epafrodito e Neofito, che lo accompagnò nella sua fuga a cavallo da Roma, diretto verso la villetta di Faonte, al quarto miglio tra la via Salaria e la via Nomentana. Nella villetta, in preda della disperazione e certo di avere le ore contate, Nerone invitò Sporo a iniziare i pianti e le lamentazioni con cui celebrare il lutto come una moglie.

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Ermafrodito dormiente, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo

Nerone avrebbe voluto che anche Sporo si suicidasse con lui, ma il ragazzo non lo accontentò. A quel punto, Epafrodito o forse lo stesso Sporo, aiutò Nerone a conficcarsi un pugnale in gola. Subito dopo la morte di Nerone, Icelo, un liberto di Galba, concesse ai suoi familiari di cremarlo e seppellirlo con i dovuti onori. Per il suo funerale furono spesi ben duecentomila sesterzi. Alla presenza di Sporo e dei superstiti membri della casata imperiale, Nerone venne cremato avvolto nelle coperte bianche intessute d’oro che aveva utilizzato nelle cerimonie alle calende di gennaio. Sporo accompagnò anche le ceneri di Nerone nel suo ultimo viaggio verso il mausoleo dei Domizi sul Pincio, dove furono deposte in un sarcofago di porfido dalle sue vecchie nutrici Egloge ed Alessandria e dalla storica concubina Atte.

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Statua di Ermafrodito, Musei Capitolini, Roma

Incredibilmente, anche dopo la morte di Nerone, avvenuta nel 68, Sporo continuò a recitare la parte di Sabina. Passò infatti sotto la protezione di Ninfidio Sabino, il prefetto del pretorio nominato da Nerone, che aspirava a diventare imperatore e si era anche spacciato per figlio illegittimo di Caligola. Ninfidio trattava Sporo come se fossero sposati e lo chiamava “Poppea”. Quando Ninfidio venne ucciso dai pretoriani mentre tentava di ribellarsi a Galba, Sporo scomparve per riapparire nei primi mesi del 69 insieme a Otone, appena succeduto a Galba. Otone aveva infatti una notevole familiarità con i personaggi della corte di Nerone ma, per sfortuna di Sporo, ebbe vita breve. La triste storia di Sporo si concluse sotto il nuovo imperatore Vitellio, nell’autunno del 69.

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Ermafrodito dormiente, I sec a.C., dal giardino di Loreio Tiburtino, Pompei

Nella programmazione di uno spettacolo gladiatorio, i seguaci di Vitellio proposero che Sporo comparisse sulla scena interpretando la protagonista del ratto di Proserpina, in sostanza una fanciulla violentata. Sporo non sopportò l’idea di essere esposto al pubblico ludibrio e si uccise, poco più di un anno dopo la morte di Nerone, che era stato causa della sua rovina.