Archivi tag: Sol Invictus

Nascita di Aureliano (9 settembre 214)

21457420_704072913135905_4700057322025263097_o
Testa in bronzo dorato di Aureliano, Museo di Santa Giulia, Brescia

Lucio Domizio Aureliano nacque il 9 settembre 214 o 215, da un padre di umili origini, forse mezzadro di un certo senatore Aurelio. Grande incertezza regna sul suo luogo di nascita. Secondo Eutropio, Aureliano nacque nella Dacia Ripensis; il biografo della Historia Augusta, pur concordando sulla sua provenienza da una famiglia di umile condizione, menziona come possibili luoghi di nascita, Sirmio, capitale della Pannonia inferiore, oppure la Dacia Ripensis o la Mesia. Nonostanze le sue origini non certo nobili, Aureliano riuscì a raggiungere i più alti gradi della carriera militare fino a diventare comandante delle truppe scelte di cavalleria sotto il regno di Claudio II il Gotico, alla cui morte di peste fu acclamato imperatore dalle truppe di stanza in Pannonia.

aurelianus_and_the_praetorian_guard_by_amelianvs_dayxbsk-fullview

Sempre secondo il biografo della Historia Augusta, sua madre era una sacerdotessa del tempio del Sole che si trovava nel villaggio dove abitavano i genitori. Si narra che la madre avesse anche capacità divinatorie; una volta, nel corso di un litigio in cui rinfacciava al marito la sua stoltezza e volgarità, lo apostrofò ironicamente così: “Ecco là il padre di un imperatore!“. Sin dall’infanzia ebbe un ingegno vivacissimo e una forza eccezionale e non lasciò mai passare giorno in cui non si esercitasse nel lancio del giavellotto, nel tiro con l’arco e in tutti gli altri esercizi d’armi.

8604795_1
Aureo di Aureĺiano

Come sempre, la Historia Augusta è prodiga nel raccontare i presagi, spesso inventati di sana pianta, che indicarono il glorioso destino che attendeva il piccolo Aureliano: “in primo luogo, quando era bambino, un serpente si avvinghiò parecchie volte intorno alla sua bacinella, senza che fosse possibile ucciderlo, e da ultimo la madre stessa, che aveva assistito al fatto, non aveva voluto uccidere il serpente, considerandolo come uno di casa. A ciò si aggiunge che la madre sacerdotessa gli aveva fatto delle fasce, ricavandole da un mantelletto di porpora che l’imperatore dell’epoca aveva offerto al dio Sole. Inoltre un’aquila sollevò dalla culla Aureliano in fasce senza fargli alcun male e andò a deporlo su di un altare accanto al sacrario, su cui per puro caso non ardevano fuochi. E tra il bestiame della madre nacque un vitello di straordinarie dimensioni, candido ma con macchie purpuree, disposte in modo che su di un fianco aveva disegnata la scritta “Ave” e sull’altro una corona“.

sol-invictus
Ara dedicata al dio Sole, Musei Capitolini, Roma

Il dio Sole, di cui la madre era stata sacerdotessa, sarà il nume tutelare di Aureliano per tutta la vita e l’imperatore gli dedicherà nel 274 un grandioso tempio a Roma, istituendo anche dei pontifici del dio Sole che affiancarono il vecchio collegio dei pontifices maiores.

11 dicembre: Agonalia dedicati a Sol Indiges

L’11 dicembre è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva altre tre volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte, e il 21 maggio a Veiove (Veiovis).

roman-sponsered-sun-god-sol-invictus

Gli Agonalia dell’11 dicembre erano invece dedicati a Sol Indiges, antica divinità italica regolatrice delle stagioni e dei mesi. In età regia, i festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un ariete dal manto nero ad opera del re; in età repubblicana, il sacrificio veniva officiato da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un chiaro indizio dell’origine arcaica di questa festa.

La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio. Sol Indiges, il cui epiteto è tuttora oscuro, era ovviamente una divinità solare, venerata anche a Lanuvio, dove il santuario del dio sorgeva proprio nel luogo del mitico sbarco di Enea. Varrone attribuisce a Tito Tazio l’introduzione del culto di Sol Indiges a Roma ¹, e quindi ad un’epoca molto arcaica. Il santuario di Sol Indiges si trovava sul Quirinale, di fianco al tempio di Quirino. Pare anche, secondo quanto ci dice Festo, che la gens Aurelia, originaria della Sabina, si chiamasse in origine Auselia (prima del rotacismo della esse in erre) proprio dal nome del sole, che in sabino si dice “ausel” e ne celebrasse privatamente i riti sempre sul Quirinale, in un terreno concesso a spese dello stato per celebrarvi i sacrifici al Sole ². Il nome “ausel” è poi riconducibile ad Usil, il dio etrusco del sole.

appliquc3a9-depicting-the-sun-god-usil
Usil, dio etrusco del sole

Il culto repubblicano di Sol Indiges, di origine italica, ebbe comunque sempre un’importanza secondaria e non va confuso con quello molto più tardo di Sol Invictus, portato a Roma una prima volta da Emesa, in Siria, dopo il 218 d.C. da Elagabalo, sotto la forma di una grossa pietra nera di probabile origine meteorica, e definitivamente da Aureliano nel 274, dopo la conquista di Palmira ³. Aureliano fece anche portare a Roma e posizionare nel monumentale tempio di Sol Invictus le statue degli dèi siriaci Bêl e Helios, il cui culto fu affidato ai pontefici del Sole, parificati nel rango ai più antichi pontefici romani. Onorato con splendidi giochi che si tenevano ogni quattro anni, il culto di Sol Invictus (l’invincibile), identificato con Mithra, il cui dies natalis veniva celebrato il 25 dicembre, vide una diffusione capillare nel III secolo d.C.

unnamed
Raffigurazione del Sole nel mosaico romano della Casa del Planetario a Italica, Spagna

Accompagnato da titoli come Oriens (colui che sorge) e Comes Augusti (Compagno dell’Augusto), Sol Invictus sarà raffigurato nelle monete, accanto all’imperatore, ancora fino al 324, durante il regno di Costantino, per poi scomparire improvvisamente, travolto dalla svolta religiosa del sovrano.

NOTE

¹ Varrone (De Lingua Latina, V, 74)

² Festo (p. 120 L)

³ Historia Augusta (Aureliano, 35, 3)

Proclamazione di Diocleziano: 20 novembre 284 d.C.

Il 20 novembre del 284 d.C., nei pressi di Nicomedia, Gaio Valerio Diocles, il comandante dei Protectores domestici, la guardia imperiale del defunto imperatore Numeriano, veniva proclamato Augusto dall’esercito, col nome di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano.

Nei primi mesi del 283, l’Augusto Marco Aurelio Caro, approfittando delle difficoltà in cui si trovava il sovrano sasanide Vahram II, che doveva affrontare una rivolta scatenata dal fratello Hormizd, decise di intraprendere una spedizione contro i Persiani. Lasciato il controllo dell’Occidente al figlio Carino, Caro e l’altro figlio, il Cesare Numeriano, entrarono profondamente in territorio persiano e, dopo aver espugnato Coche e Seleucia, conquistarono la capitale Ctesifonte.  Poi, nell’agosto del 283, accadde il disastro: Caro morì improvvisamente. Le fonti non sono concordi nello stabilire le cause della morte dell’Augusto: si parlò di una malattia, di una congiura o addirittura di un fulmine, che avrebbe colpito la tenda di Caro come segno della collera divina, dal momento che l’imperatore aveva violato un oracolo che proibiva agli eserciti romani di spingersi oltre Ctesifonte ¹.

numeriano
Ritratto di Numeriano, Museum of Fine Arts, Boston

Comunque sia andata, Numeriano fu proclamato Augusto e pochi mesi dopo, forse turbato dalla morte del padre, decise di interrompere la campagna contro i Persiani. Agli inizi del 284, Numeriano iniziò a ritirarsi dai territori occupati e a tornare verso occidente; trascorse alcuni mesi ad Antiochia con l’esercito e poi riprese la marcia di ritorno verso gli accampamenti sul Danubio. Durante il soggiorno in Persia, Numeriano aveva contratto una grave infezione batterica agli occhi, nota come tracoma, che lo costringeva a viaggiare dentro una lettiga, al riparo dal sole e dagli agenti atmosferici. L’unico contatto che aveva col mondo esterno era con il prefetto del pretorio Arrio Apro, che era anche suo suocero. Durante il tragitto, tra settembre e novembre, anche Numeriano morì, per la malattia o per una congiura di cui Apro non poteva che essere al corrente, ma la notizia della morte fu tenuta nascosta. Fu solo il 20 novembre del 284 che, nei pressi di Nicomedia, insospettiti dal fetore proveniente dalla lettiga, i soldati ne aprirono le tende e fecero la macabra scoperta: l’imperatore Numeriano venne trovato morto nella sua lettiga. Fu impossibile, in quei drammatici momenti, determinare se fosse morto per le conseguenze della malattia o fosse stato assassinato, ma era evidente che il decesso era già avvenuto da parecchi giorni.

Gli ufficiali dello stato maggiore cercarono di capire cosa fosse successo; il prefetto del pretorio Arrio Apro, che aveva vegliato l’imperatore per tutto il tempo, fu subito il principale sospettato perché non aveva avvertito le truppe della morte di Numeriano: ma a quale scopo? E poteva aver fatto tutto da solo? Prima di procedere oltre con l’accertamento della verità, però, come da prassi consolidata in questa epoca storica, gli ufficiali superiori scelsero il nuovo imperatore e lo fecero acclamare dalle truppe.

diocle
Ritratto di Diocleziano, Museo Archeologico di Istanbul

Ad essere acclamato Augusto dai soldati fu Gaio Valerio Diocles il comandante dei Protectores domestici, la guardia dell’imperatore. Solo allora fu eretta una tribuna, di fronte alla quale si schierò l’esercito. Diocles salì sul palco e prese la parola per il suo primo discorso da Augusto; era stato il comandante delle guardie e responsabile della salute dell’imperatore e i soldati volevano prima capire da lui come fosse morto Numeriano e come avesse a non accorgersene. Diocles non si fece sfuggire l’occasione. Sguainò la spada e chiamando a testimone il Sol Invictus, di cui era devoto, professò la sua innocenza. Poi si avvicinò ad Apro, che era al suo fianco e lo trafisse improvvisamente gridando: “questo è l’assassino di Numeriano” ². Apro così non ebbe neppure modo di difendersi e Diocles iniziò il suo regno ventennale, assumendo il nome latino di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Difficile che anche Diocles non sapesse dell’avvenuta morte di Numeriano; forse era d’accordo con Apro, ma la morte di quest’ultimo impedì ogni possibile accertamento.

Fin qui gli eventi storici, sui quali si innesta una leggenda connessa al significato del nome di Apro (Aper), che in latino significa “cinghiale”, e che spiegherebbe perché Diocleziano abbia voluto uccidere personalmente il prefetto del pretorio come primo cruento atto del suo regno, a parte il motivo di eliminare uno scomodo testimone.

5058861870_f1f1d9a5c3_b
Ritratto di Diocleziano, collezione privata, U.S.A.

Riportiamo direttamente il brano della Historia Augusta, che narra la leggenda:

Non credo risulti ozioso né banale riportare un aneddoto su Diocleziano Augusto che viene qui a proposito, in quanto l’episodio fu interpretato come un presagio del suo futuro impero (mio nonno disse di averlo appreso direttamente da Diocleziano). Una volta Diocleziano, che allora militava ancora nei ranghi inferiori e si trovava in Gallia nel paese dei Tungri, alloggiato in una locanda, stava facendo i conti del suo vitto quotidiano con una donna che era una druidessa; a un certo punto questa gli disse: «Diocleziano, tu sei troppo avido e spilorcio!», al che egli replicò in tono scherzoso: «quando sarò imperatore, allora sì che darò con larghezza». Si dice che allora la druidessa rispose: «Diocleziano, non scherzare, perché tu sarai davvero imperatore, dopo che avrai ucciso un cinghiale». Diocleziano nutrì sempre in sé l’ambizione di diventare imperatore, e non ne fece mistero né con Massimiano né con mio nonno, al quale aveva riferito egli stesso le parole della druidessa.

d985d6a41b6c8a03fd9b5afc4209cd09
Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

In conclusione, da persona superiore qual era, rise e non ne parlò più. Nondimeno, durante le cacce, quando aveva l’opportunità, uccideva sempre di sua mano dei cinghiali. E quando arrivarono al potere imperiale Aureliano, e poi Probo, Tacito e lo stesso Caro, Diocleziano diceva: «Io non faccio che ammazzare cinghiali, ma la carne se la mangiano gli altri». È poi noto e risaputo che, dopo aver ucciso il prefetto del pretorio Apro, egli esclamò: «Finalmente ho ucciso il Cinghiale fatidico !». Sempre mio nonno diceva che Diocleziano stesso affermava che l’unico scopo per cui aveva ucciso di sua mano Apro era stato quello di realizzare la profezia della druidessa e di rendere saldo il proprio potere. Non avrebbe desiderato infatti farsi conoscere come uomo tanto crudele, in particolare nei primissimi giorni del suo impero, se la necessità non lo avesse portato a compiere quella spietata uccisione“³.

NOTE

¹ Aurelio Vittore (De Caesaribus, 38, 4)

² Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 13, 2)

³ Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 14-15)