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21 aprile: Roma Condita

Il 21 aprile, in coincidenza con le Palilie, si festeggiava a Roma e in tutto il mondo romano l’anniversario della fondazione dell’Urbe. Indicato negli antichi calendari come Roma condita, cioè fondata, undici giorni prima delle calende di maggio, di un anno che Varrone fissava nel terzo della sesta Olimpiade (754/753 a.C.) ¹, quel giorno un villaggio di pastori entrò nel mito e il tempo iniziò letteralmente a scorrere e ad essere contato da quel momento.

“Egli all’età di diciotto anni fondò una piccola città sul monte Palatino, undici giorni prima delle calende di maggio [21 aprile], nell’anno terzo della sesta Olimpiade [754/3 a.C.], nell’anno 394 dopo la caduta di Troia”. ²

Come tutti i miti, esistono numerose versioni della storia, rielaborata per i secoli a venire da infiniti autori, che differiscono a volte per pochi particolari, altre in modo più consistente. Anche l’anno di fondazione non è certo, ricompreso dagli storici antichi tra il 758 e il 728 a.C., ma i miti, com’è giusto, non hanno una collocazione temporale precisa.

Augusto in veste di Augure, con lituo in mano
Augusto in veste di Augure, con lituo in mano, Galleria degli Uffizi, Firenze

La versione prevalente narra che Romolo, dopo aver consultato gli auspici ed averne ottenuti di più favorevoli rispetto al gemello Remo, celebrò il rito di fondazione della città seguendo le istruzioni di sacerdoti etruschi; radunato il popolo sul colle Cermalo, offrì un sacrificio agli dèi e ordinò agli altri di fare altrettanto; poi, fece accendere un fuoco, sul quale i presenti dovettero saltare per purificarsi dalle impurità; infine, dopo aver scavato una fossa presso il Comizio, dove vennero gettate le primizie del raccolto e manciate di terra portate dai luoghi di provenienza dei membri della nuova comunità, Romolo, a capo coperto, procedette a scavare, con un aratro dal vomere di bronzo, il sulcus primigenius intorno al Palatino, per indicare il tracciato delle mura.

“Romolo fondò la città, avendo fatto venire dall’Etruria uomini che gli spiegassero ogni cosa con alcune norme e testi sacri e che glieli insegnassero, come durante i misteri. Scavò una fossa di forma circolare nella zona dove ora è il Comizio, per deporvi le primizie di tutto quanto era utile secondo consuetudine o necessario secondo natura. E infine ciascuno, portando un po’ di terra dal paese da cui proveniva, la gettò dentro e la mescolò. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo: mundus. Poi, considerando questo punto come centro, tracciarono il perimetro della città. Il fondatore attaccò al suo aratro un vomere di bronzo, vi aggiogó un bue e una vacca, ed egli stesso li conduceva, tracciando un solco profondo lungo la linea di confine”. ³

Solco primigenio
Rilievo con il tracciato del solco primigenio, Museo Archeologico di Aquileia

Fu solo a rito ultimato che si compì il dramma: Remo, assistendo alla costruzione delle mura, per scherno o per ignoranza decise di scavalcare il muro o il fossato che lo costeggiava e venne ucciso da Romolo stesso o da un certo Celere, uno degli uomini che stava costruendo il muro di cinta.

“La versione più diffusa dice che Remo, per schernire il fratello, saltò al di là delle mura appena costruite e perciò fu ucciso da Romolo infuriato, che inveendo anche a parole, avrebbe concluso: “lo stesso accadrà a chiunque scavalcherà le mie mura da ora in poi”. Così Romolo si impadronì da solo del regno; la città fondata venne chiamata con il nome del fondatore”.

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Romolo affronta Remo

Appena Romolo seppellì il corpo del fratello in una tomba e furono resi i riti funebri dovuti a Remo, il pastore Faustolo e Acca Larenzia, addolorati per la perdita del figlio adottivo, tornarono a casa e si addormentarono. Nella notte, l’ombra insanguinata di Remo gli apparve nel sonno, chiedendogli che fosse istituito un giorno solenne in suo onore, in cui Ovidio riconobbe l’origine dei Lemuria, le ricorrenze del mese di maggio dedicate ai morti anzitempo.

“Appena l’immagine fuggendo portò via con sé il sonno, entrambi riferirono al re le parole del fratello. Romolo acconsente e chiama Remuria quel giorno, in cui si rendono gli onori dovuti agli avi sepolti. Con il trascorrere del tempo, la lettera aspra che era l’iniziale del nome si mutò in lettera dolce e in seguito si dissero Lemuri anche le anime dei silenti”.

Mosaico Romolo e Remo
Mosaico con allattamento di Romolo e Remo, da Apamea, in Siria

Ed ora, concludiamo con uno scritto dei più poetici sull’argomento, pervaso di lirismo e amore per una città che ormai aveva perduto tutta la sua potenza. Giovanni Lido visse infatti a Costantinopoli nel VI secolo, in epoca giustinianea, ma le sue parole testimoniano come Roma continuava ad emanare un fascino immortale, anche se ormai, della sua gloria passata, non restava che una pallida ombra.

“Undici giorni prima delle calende di maggio (21 aprile) Romolo fondò Roma, dopo aver riunito tutti gli abitanti delle zone vicine e avendo ordinato loro di portare con sé una zolla della propria terra, auspicando così che Roma dominasse tutta la regione. Quanto a lui, postosi a capo dell’intera funzione sacra, presa una tromba sacra, che i Romani sono soliti chiamare lituo, fece risuonare il nome della città. La città ebbe tre nomi, uno iniziatico, uno sacro e uno politico: quello iniziatico e Amore (Amor), cioè Eros, in modo che tutti siano pervasi da un amore divino per la città, quello sacro è Flora, cioè “fiorente”, da cui deriva la festa dei Floralia in suo onore; quello politico è Roma. Quello politico era noto a tutti e veniva pronunciato senza alcun timore, mentre evocare quello iniziatico era permesso solo ai pontefici massimi durante i riti sacri” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Romolo, 12, 6)

² Eutropio (Breviarium ab urbe condita, I, 1, 2)

³ Plutarco (Romolo, 11-12)

⁴ Livio (Ab urbe condita, I, 7, 2-3)

⁵ Ovidio (Fasti, V, 477-483)

⁶ Giovanni Lido (De Mensibus, IV, 50)

5 ottobre: Mundus Patet

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Sarcofago romano degli sposi con Mercurio di guardia alla porta dell’Ade, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

Il 5 ottobre, nella tradizione romana più arcaica, era uno dei tre giorni all’anno (gli altri erano il 24 agosto  e l’8 novembre) in cui il mondo dei morti entrava in comunicazione col mondo dei vivi.

Questa ricorrenza era denominata “Mundus Cereris”, il mundus di Cerere, indicato nei calendari romani anche come “Mundus patet”, il giorno in cui “il mundus è aperto”. Il mundus era una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo e che si trovava in un luogo annesso al tempio di Cerere, dea legata anch’essa al mondo dei morti.

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La porta di ingresso dell’Ade, sull’altare dedicato a Telegennio Antho, Uffizi, Firenze

La nozione di mundus è una delle più controverse della religione romana. Secondo Catone (il figlio del Censore), citato da Festo, la fossa era chiamata “mundus“, con un termine che designava la volta celeste, perché la sua estremità superiore era simile al cielo, mentre la parte inferiore, consacrata agli dei Mani, restava sempre chiusa, tranne che nei tre giorni in cui, appunto, “mundus patet”, il mundus è aperto. Questi giorni venivano considerati dies nefasti e religiosi, in cui era cioè sconveniente fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

In questi giorni, in cui si apriva la via di accesso agli inferi, era infatti proibita, secondo Festo, qualsiasi attività ufficiale: non si mobilitavano truppe, non si attaccava battaglia coi nemici, non si tenevano i comizi, non si potevano arruolare truppe o salpare con le navi salvo casi di assolutà necessità ¹; era, infine, vietato anche sposarsi o congiungersi alla moglie per fare figli. Si trattava di giorni, sempre secondo la testimonianza di Festo, in cui i segreti della religione degli dèi Mani erano portati alla luce e rivelati.

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Mercurio apre la porta dell’Ade (particolare del sarcofago degli sposi)

Con il nome di “dèi Mani” si indicava la collettività degli spiriti dei defunti, che si trovavano nel sottosuolo, ma già anticamente si dibatteva sulla reale natura dei Mani. Alcuni li consideravano veri e propri dèi che governavano il regno sotterraneo; per altri,  come Apuleio, essi erano gli spiriti dei defunti la cui indole non era né buona né malvagia ³.

Non conosciamo la natura di questi tenebrosi segreti, forse di natura misterica, risalenti alle epoche più remote della religiosità romana e divenuti ormai oscuri anche agli autori romani più tardi (Festo, Varrone, Macrobio) che ne parlavano. Pare comunque che i pericoli dell’apertura del Mundus non fossero legati a un’eventuale risalita dei morti dagli Inferi, ma a una discesa probabilmente più facile nel regno dei morti. Da qui l’idea che fosse meglio muovere guerra quando la “bocca di Plutone”, cioè la porta di accesso agli Inferi, fosse chiusa.

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Il “mundus di Cerere” non va confuso con l’altro mundus della tradizione romana, cioè la fossa chiusa per sempre in cui Romolo, al momento della fondazione di Roma, seguendo un rituale suggeritogli da àuguri etruschi, “aveva deposto le primizie di tutto ciò che è bello e di tutto ciò che è necessario secondo natura; poi ciascuno gettò nella fossa una porzione della terra del paese da cui proveniva, dopo di che le mescolarono. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo, cioè mundus. In seguito, prendendo questa fossa come centro, tracciarono in cerchio il perimetro della città” ³. Si trattava, in questo caso, dell’importante fossa destinata a costituire il centro della fondazione, e non di un accesso al mondo sotterraneo.

NOTE

¹ Festo (De verborum significatu, p. 273 Lindsay)

³ Apuleio (Il demone di Socrate, XV))

³ Plutarco (Vita di Romolo, 11, 1-4)

 

24 agosto: Mundus Patet

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Sarcofago romano degli sposi con Mercurio di guardia alla porta dell’Ade, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

Il 24 agosto, nella tradizione romana più arcaica, era uno dei tre giorni all’anno (gli altri erano il 5 ottobre e l’8 novembre) in cui il mondo dei morti entrava in comunicazione col mondo dei vivi.

Questa ricorrenza era denominata “Mundus Cereris”, il mundus di Cerere, indicato nei calendari romani anche come “Mundus patet”, il giorno in cui “il mundus è aperto”. Il mundus era una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo e che si trovava in un luogo annesso al tempio di Cerere, dea legata anch’essa al mondo dei morti.

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La porta di ingresso dell’Ade, sull’altare dedicato a Telegennio Antho, Uffizi, Firenze

La nozione di mundus è una delle più controverse della religione romana. Secondo Catone (il figlio del Censore), citato da Festo, la fossa era chiamata “mundus“, con un termine che designava la volta celeste, perché la sua estremità superiore era simile al cielo, mentre la parte inferiore, consacrata agli dei Mani, restava sempre chiusa, tranne che nei tre giorni in cui, appunto, “mundus patet”, il mundus è aperto. Questi giorni venivano considerati dies nefasti e religiosi, in cui era cioè sconveniente fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

In questi giorni, in cui si apriva la via di accesso agli inferi, era infatti proibita, secondo Festo, qualsiasi attività ufficiale: non si mobilitavano truppe, non si attaccava battaglia coi nemici, non si tenevano i comizi, non si potevano arruolare truppe o salpare con le navi salvo casi di assolutà necessità ¹; era, infine, vietato anche sposarsi o congiungersi alla moglie per fare figli. Si trattava di giorni, sempre secondo la testimonianza di Festo, in cui i segreti della religione degli dèi Mani erano portati alla luce e rivelati.

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Mercurio apre la porta dell’Ade (particolare del sarcofago degli sposi)

Con il nome di “dèi Mani” si indicava la collettività degli spiriti dei defunti, che si trovavano nel sottosuolo, ma già anticamente si dibatteva sulla reale natura dei Mani. Alcuni li consideravano veri e propri dèi che governavano il regno sotterraneo; per altri,  come Apuleio, essi erano gli spiriti dei defunti la cui indole non era né buona né malvagia ³.

Non conosciamo la natura di questi tenebrosi segreti, forse di natura misterica, risalenti alle epoche più remote della religiosità romana e divenuti ormai oscuri anche agli autori romani più tardi (Festo, Varrone, Macrobio) che ne parlavano. Pare comunque che i pericoli dell’apertura del Mundus non fossero legati a un’eventuale risalita dei morti dagli Inferi, ma a una discesa probabilmente più facile nel regno dei morti. Da qui l’idea che fosse meglio muovere guerra quando la “bocca di Plutone”, cioè la porta di accesso agli Inferi, fosse chiusa.

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Il “mundus di Cerere” non va confuso con l’altro mundus della tradizione romana, cioè la fossa chiusa per sempre in cui Romolo, al momento della fondazione di Roma, seguendo un rituale suggeritogli da àuguri etruschi, “aveva deposto le primizie di tutto ciò che è bello e di tutto ciò che è necessario secondo natura; poi ciascuno gettò nella fossa una porzione della terra del paese da cui proveniva, dopo di che le mescolarono. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo, cioè mundus. In seguito, prendendo questa fossa come centro, tracciarono in cerchio il perimetro della città” ³. Si trattava, in questo caso, dell’importante fossa destinata a costituire il centro della fondazione, e non di un accesso al mondo sotterraneo.

NOTE

¹ Festo (De verborum significatu, p. 273 Lindsay)

³ Apuleio (Il demone di Socrate, XV))

³ Plutarco (Vita di Romolo, 11, 1-4)

 

5 luglio: Poplifugia

Il 5 luglio si svolgevano i Poplifugia o Poplifugium, che erano una delle festività denominate “Feriae Jovis” perché si tenevano in onore e sotto la tutela di Giove. Dei Poplifugia, purtroppo, non sappiamo quasi nulla, se non che forse rievocavano un momento di grave crisi in cui il popolo di Roma, di fronte a un misterioso avvenimento, era stato costretto alla fuga.

La cerimonia si svolgeva nella Palude Caprea (Palus Caprae), l’area del Campo Marzio in cui Romolo, durante un’assemblea popolare, scomparve senza lasciare traccia nel corso di una bufera con pioggia, tuoni e vento che oscurò la luce del giorno. Il 5 luglio di ogni anno, il popolo si radunava nella Palus Caprae per compiere un sacrificio – probabilmente officiato dal flamine di Giove, il flamen dialis – dopo aver attraversato le porte della città gridando ritualmente alcuni dei prenomi romani più comuni, come Gaio, Lucio e Marco.

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Rilievo con scena di Sacrificio (II secolo d.C.); Galleria degli Uffizi, Firenze

Come tutte le festività romane la cui origine era molto antica, il significato dei Poplifugia divenne ben presto oscuro, anche se è probabile una sua contrapposizione con il Regifugium del 24 febbraio, in cui il rex sacrorum abbandonava i comizi e si rifugiava nella regia, per essere sostituito temporaneamente da un interrex, prima di ricomparire in pubblico il 1° marzo. La festa era forse anche collegata con le Nonae Caprotine che si svolgevano il 7 luglio, tanto da essere confusa con quest’ultima già da autori antichi.

A causa dell’oscurità che avvolgeva l’origine dei Poplifugia, già nell’antichità fecero dei tentativi di spiegarne il significato. Secondo Plutarco, la fuga del popolo si riferiva al momento di sbandamento e confusione che avrebbe colto i Quiriti subito dopo la scomparsa o l’assassinio di Romolo.

Altre fonti la collegavano alla fuga del popolo in armi davanti ai Latini di Fidenae e di Ficulea oppure agli Etruschi, che approfittarono del grave sbandamento dei Romani, successivo all’incendio di Roma ad opera dei Galli nel 390 a.C., per operare delle incursioni in città.

Tra i moderni, c’è chi intravede un collegamento con la fine della mietitura e quindi con la chiusura dell’annata agricola, laddove il Regifugium simboleggiava la fine dell’anno, che per i Romani iniziava il 1° marzo, quando il rex sacrorum faceva la sua ricomparsa in pubblico.

Allo stato attuale delle conoscenze e della scarna documentazione esistente, è purtroppo impossibile arrivare a conclusioni che non siano mere ipotesi.

21 maggio: Agonalia di Veiove

Il 21 maggio è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva quattro volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: l’11 dicembre a Sol Indiges, il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte e il 21 maggio a Veiove. L’etimologia del nome “agonalia” e il significato più antico del rituale erano divenuti col tempo di difficile interpretazione anche per gli autori classici.

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I festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un montone dal manto nero, simbolo di fertilità, da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un indizio dell’origine arcaica di questa festa. La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio.
Veiove (Vediove) era una antica divinità di origine italica o etrusca, il cui carattere originario era diventato oscuro anche agli eruditi romani che ne scrissero, cercando di chiarirne l’origine. Secondo Varrone, il culto di Veiove era uno di quelli la cui istituzione risaliva al regno di Tito Tazio.
Per alcuni, inoltre, Veiove era una divinità di carattere infernale, assimilabile a Plutone. Altri, a causa del nome, lo collegavano a Giove, laddove il prefisso “ve” indicava per Ovidio un Giove “fanciullo”; per Aulo Gellio un Giove “negativo”, un dio pericoloso, appartenente al mondo sotterraneo.

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Veiove di Monterazzano, I secolo d.C., Museo Archeologico Nazionale di Viterbo

L’aspetto ctonio e infernale di Veiove era confermato, secondo Macrobio, dalla presenza del suo nome negli antichi riti romani di maledizione dell’esercito nemico, che avevano il potere di consegnarlo alle potenze infere del sottosuolo. A questa tenebrosa divinità era lecito immolare i colpevoli di tradimento verso le leggi dello Stato, come testimoniava Dionigi di Alicarnasso.
Tradizionalmente, Veiove era però anche il dio protettore dell’Asylum, il bosco sacro sulle pendici del Campidoglio, dove chiunque poteva rifugiarsi senza correre il rischio di essere cacciato.

Secondo la tradizione, era stato Romolo ad istituire questo luogo sacro, in cui accogliere chiunque volesse trasferirsi a Roma, straniero, fuggiasco o supplice che fosse.
Veiove era inoltre oggetto di culto da parte della gens Iulia, di cui figurava come padre in un’iscrizione rinvenuta a Bovillae. Gellio (Noctes Atticae, V, 12, 11) descriveva la statua di culto di Veiove sul Campidoglio come un giovane senza barba, recante in mano delle frecce “evidentemente destinate a nuocere” e con accanto una capra. A Veiove vennero dedicati un santuario sul lato settentrionale dell’isola Tiberina nel 194 a.C., e un tempio nella zona detta “inter duos lucos“, ovvero tra due boschi, inaugurato il 7 marzo del 192 a.C., che si trovava tra le due cime del Campidoglio, cioè tra l’Arx e il Capitolium, presso l’Asylum.

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Statua di Veiove, rinvenuta nel suo tempio sul Campidoglio, I secolo d.C., Musei Capitolini, Roma

Quest’ultimo venne scavato negli anni 1940-41 accanto al Tabularium e identificato con certezza grazie alla scoperta, nella cella del tempio, della colossale statua di culto, acefala e priva di braccia, descritta da Gellio, databile alla fine del I secolo d.C. e conservata ora nei Musei Capitolini. Nel 1955 a Monterazzano, nei pressi di Viterbo, venne invece rinvenuta una raffinata statuetta bronzea di Veiove, che ci consente di immaginare come fosse quella del Campidoglio.

Festa di Veiove (7 marzo)

Il 7 marzo, nell’anniversario della dedica del suo tempio sul Campidoglio, si celebrava a Roma una festa dedicata a Veiove (o Vediove).
Veiove era una antica divinità di origine italica o etrusca, il cui carattere originario era con gli anni diventato oscuro anche agli eruditi romani che ne scrissero, cercando di chiarirne l’origine. Secondo Varrone, il culto di Veiove era uno di quelli la cui istituzione risalirebbe al regno di Tito Tazio.
Per alcuni, infatti, Veiove era una divinità di carattere infernale, assimilabile a Plutone. Altri, a causa del nome, lo collegavano a Giove, laddove il prefisso “ve” indicava per Ovidio un Giove “fanciullo”; per Aulo Gellio un Giove “negativo”, un dio pericoloso, appartenente al mondo sotterraneo.
L’aspetto ctonio e infernale di Veiove è confermato, secondo Macrobio, dalla presenza del suo nome negli antichi riti romani di maledizione dell’esercito nemico, che avevano il potere di consegnarlo alle potenze infere del sottosuolo. A questa tenebrosa divinità era lecito immolare i colpevoli di tradimento verso le leggi dello Stato, come testimonia Dionigi di Alicarnasso.
Tradizionalmente, Veiove era però anche il dio protettore dell’Asylum, il bosco sacro sulle pendici del Campidoglio, dove chiunque poteva rifugiarsi senza correre il rischio di essere cacciato.

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Il Veiove di Monterazzano (I secolo d.C.), Museo Archeologico Nazionale di Viterbo

Secondo la tradizione, era stato Romolo ad istituire questo luogo sacro, in cui accogliere chiunque volesse trasferirsi a Roma, straniero, fuggiasco o supplice che fosse.
Veiove era inoltre oggetto di culto da parte della gens Iulia, di cui figurava come padre in un’iscrizione rinvenuta a Bovillae. Gellio ¹ descriveva la statua di culto di Veiove sul Campidoglio come un giovane senza barba, recante in mano delle frecce “evidentemente destinate a nuocere” e con accanto una capra. A Veiove vennero dedicati un santuario sul lato settentrionale dell’isola Tiberina nel 194 a.C., e un tempio nella zona detta “inter duos lucos“, ovvero tra due boschi, inaugurato il 7 marzo del 192 a.C., che si trovava tra le due cime del Campidoglio, cioè tra l’Arx e il Capitolium, presso l’Asylum.

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Statua di Veiove, rinvenuta nel suo tempio sul Campidoglio, Musei Capitolini, Roma

Quest’ultimo venne scavato negli anni 1940-41 accanto al Tabularium e identificato con certezza grazie alla scoperta, nella cella del tempio, della colossale statua di culto, acefala e priva di braccia, descritta da Gellio, databile alla fine del I secolo d.C. e conservata ora nei Musei Capitolini. Nel 1955 a Monterazzano, nei pressi di Viterbo, venne rinvenuta invece una raffinata statuetta bronzea di Veiove, che ci consente di immaginare come fosse quella del Campidoglio.

NOTE

¹ Gellio (Noctes Atticae, V, 12, 11)