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Festa della Bona Dea (4 dicembre)

Bona Dea era uno degli appellativi della dea senza nome, venerata dai popoli italici come patrona della fertilità, della prosperità e della guarigione dalle malattie, nonché come divinità oracolare, ma il cui vero nome non poteva essere pronunciato. Macrobio scrive infatti che questa dea “nei libri dei pontefici è indicata come Bona, Fauna, Opi, e Fatua: Bona perché è l’origine di ogni cosa buona per il nostro sostentamento, Fauna perché soddisfa (favet) i bisogni di tutti gli esseri animati, Opi perché la vita è opera sua, Fatua da fari (parlare, vaticinare)”.

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Statua della Bona Dea (I secolo a.C.), Musée de la Romanité, Nîmes

La Bona Dea venne identificata dai Romani prima con Maia, la Terra, da cui prende il nome il mese di maggio, e poi con Fauna, moglie, figlia o sorella di Fauno, a seconda della tradizione. Secondo il mito, Fauna avrebbe contravvenuto al divieto per le donne di bere vino puro e sarebbe stata perciò frustata a morte dal marito Fauno con dei rami di mirto.
Il culto della Bona Dea era segreto e riservato strettamente alle donne. Alla Bona Dea era dedicata una cerimonia di carattere privato che si celebrava ogni anno agli inizi di dicembre, nella casa di un magistrato cum imperio, quindi di uno dei consoli o del pretore, alla quale partecipavano le donne più influenti della città. Durante la festa, si ricoprivano le tende con tralci di vite, si poneva accanto alla statua della dea un serpente sacro e venivano officiati sacrifici in favore dell’intero popolo romano (pro salute populi romani). La celebrazione, di natura misterica, era diretta dalle Vestali e nessun uomo poteva essere presente all’interno della casa. Quando veniva il momento della festa, la moglie di colui che era console o pretore preparava la casa per il rito e gli uomini della famiglia se ne andavano. I riti più importanti si celebravano durante la notte e, alla veglia notturna, si alternavano giochi e musica.

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Il Sacrilegio di Clodio, di W. S. Bagdatopulos

A questo proposito si ricorda un famoso episodio che accadde nella cerimonia del dicembre del 62 a.C., quando il futuro tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro, fu sorpreso a prendervi parte travestito da donna, profanando così le celebrazioni della Bona Dea che si tenevano nella casa del pretore e pontefice massimo Giulio Cesare e di sua moglie Pompeia. Pare infatti che Clodio fosse innamorato di Pompeia e da lei ricambiato, ma venne scoperto di notte in casa da Aurelia, la madre di Cesare. A causa dello scandalo, Cesare fu costretto a ripudiare Pompeia, per il solo sospetto che fosse l’amante di Clodio, anche se quest’ultimo venne assolto dalle accuse nel processo che ne seguì. Cesare, infatti, per evitare che Clodio, che era un suo alleato in politica, venisse condannato, disse di non sapere nulla dell’accaduto. Incalzato dall’accusatore, che gli chiedeva perché avesse allora ripudiato Pompeia, Cesare rispose con la celebre frase:

“Perché pensavo che neppure il sospetto dovesse sfiorare mia moglie” ².

I rituali misterici e privati del 4 dicembre, di probabile derivazione greca, non erano l’unica manifestazione di culto riservato alla Bona Dea. Infatti, il 1° maggio, nell’anniversario della dedica del suo tempio sull’Aventino, si svolgeva la festa pubblica in onore della Bona Dea. Il tempio sull’Aventino, in cui gli uomini non potevano entrare, veniva decorato con tralci di vite, piante e fiori, e le sacerdotesse, chiamate “antistes” compivano i loro riti misteriosi. Nel tempio, veniva sacrificata una scrofa, simbolo di fertilità, e alla dea veniva offerto del vino, che si doveva però chiamare “latte”, mentre la coppa in cui veniva servito era chiamata “mellaria“, cioè “vasetto di miele”. Il mirto era bandito dal tempio, per il fatto che la Bona Dea era stata frustata con i rami di questa pianta. Sempre in quel giorno, le donne si recavano nel bosco sacro vicino al tempio, dove celebravano i misteri della Bona Dea, dal cui culto gli uomini erano come sempre esclusi. I riti avevano lo scopo di propiziare la fertilità e la guarigione, ma anche di invocare la protezione sullo Stato e sul popolo romano.

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Statua della Bona Dea, Musée de la Romanité, Nîmes

Al tempio della Bona Dea Subsaxana, così chiamato perche si trovava sotto un “saxum”, una roccia sull’Aventino, era inoltre annessa una farmacia in cui le sacerdotesse preparavano rimedi curativi grazie alle proprietà medicamentose delle erbe. L’iconografia della Bona Dea era quella di una matrona romana raffigurata con una cornucopia e un serpente.

Al culto della Bona Dea finirono talvolta col sovrapporsi anche quelli di Damia, un’arcaica divinità greca della fertilità importata da Taranto con la conquista della città nel 272, e della Magna Mater Cibele, impersonificata dalla pietra nera che giunse a Roma da Pessinunte nel 204 a.C.

NOTE

¹ Macrobio (Saturnalia, I, 12, 21-22)

² Plutarco (Cesare, 10, 9)