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Transvectio equitum (15 luglio)

Alle idi di luglio, cioè il 15 del mese, si svolgeva la Transvectio equitum, la grande parata religiosa della cavalleria, che partiva dal tempio di Marte fuori Porta Capena, presso il quale si radunavano le truppe armate destinate a intervenire nella regione a sud di Roma. Il tempio era stato dedicato il 1° giugno del 368 a.C. dal duumviro Tito Quinzio, in seguito a un voto pronunciato durante la guerra gallica culminata col saccheggio di Roma del 390. Fonti più tarde attestano che in seguito la parata della cavalleria partiva dal tempio dedicato a Honos e Virtus, dinanzi a Porta Capena, ma sempre vicino al tempio di Marte.

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Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini. Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini. La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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Statuette dei Dioscuri, III secolo d.C., Metropolitan Museum of Art, New York

La solenne parata dei giovani cavalieri partiva dal tempio di Marte fuori Porta Capena, effettuava una fermata intermedia per offrire un sacrificio nel tempio di Castore, che era il patrono della cavalleria, e si concludeva al tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. I cavalieri si vestivano con una toga bordata di porpora, denominata trabea e sfilavano su cavalli ornati con rami d’ulivo, portando con sé le onorificenze ricevute in battaglia. La cerimonia impressionò Dionigi di Alicarnasso, che la descrisse così (Antichità Romane, VI, 13, 4):

“Soprattutto c’è la parata che si svolge dopo il sacrificio da parte di coloro che possiedono un cavallo pubblico, che ordinati per tribù e centurie procedono per file tutti a cavallo, come se tornassero dalla battaglia, coronati di rami d’ulivo e con indosso la toga orlata di porpora che chiamano trabea, partendo da un tempio extraurbano di Marte, attraversando il resto della città e il Foro fino a giungere al tempio dei Dioscuri, nel numero anche di cinquemila, portando con sé le onorificenze ricevute in battaglia, sublime e degno spettacolo della grandezza del loro potere”.

La tradizionale cerimonia della Transvectio equitum, che sul finire della Repubblica era ormai in declino, venne ripristinata da Augusto, al fine di ispezionare i cavalieri con un recognitio equitum o redarguire quelli che non avevano adempiuto ai loro doveri (probatio equitum).

 

Il rituale della Devotio

L’esercito romano, nella sua millenaria storia, fu sicuramente temibile ma tutt’altro che invincibile. Durante il periodo repubblicano (509-27 a.C.), molte furono le occasioni in cui si temette per le sorti di Roma.
Parliamo oggi di un rito religioso antichissimo, con forti componenti magiche, a cui si ricorreva in situazioni disperate e che le fonti attestano con sicurezza solo in tre casi: la “devotio”.

La Devotio era un particolare rituale religioso romano col quale l’officiante, il devotus, era al tempo stesso anche l’offerta agli dei: si trattava di un contratto nel quale l’uomo, chiedendo un favore specifico, dava in cambio la propria vita come offerta agli dei. Tuttavia l’offerta non veniva riconosciuta agli dei a grazia ottenuta, ma in anticipo, obbligandoli a non poter rifiutare quanto richiesto. Questo rito era compiuto soltanto in circostanze eccezionali, di gravissimo pericolo per la Res Publica e trovava quindi in genere applicazione in battaglia, nei casi in cui l’esercito romano si trovava a rischiare una rovinosa sconfitta. Il rito prevedeva che il comandante (il console, il dittatore o il pretore) si consacrasse agli dei, invocandoli secondo un preciso ordine, con una preghiera in cui chiedeva la vittoria per Roma ed i suoi alleati in cambio del suo sacrificio, e di quello degli eserciti nemici, agli Dei Mani e a Tellus (la Terra).

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Tito Livio (Ab Urbe condita libri, VIII, 9) ci tramanda esattamente lo svolgimento del rito. Seguendo le istruzioni del Pontefice Massimo, colui che lo compiva indossava la toga praetexta (tipica dei magistrati), quindi coprendosi il capo con un lembo della toga e levando la mano sinistra al di sotto di essa fino a toccarsi il mento, stando in piedi con un giavellotto posto sotto i piedi, recitava questa formula, un carmen dal grande potere evocativo:

Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e ottengo la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, io immolo insieme con me agli Dèi Mani e alla Terra, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici”.

Quindi, armato, si lanciava a cavallo contro l’esercito nemico, alla ricerca della morte che avrebbe perfezionato il patto con le divinità. Se il comandante moriva, era il segno favorevole che gli dei avevano accettato il voto; l’esercito romano, assistendo alla morte del suo condottiero, trovava quindi un rinnovato vigore e rovesciava le sorti della battaglia in suo favore, come risultato del patto stipulato con la devotio.

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La morte di Publio Decio Mure per devotio, Pieter Paul Rubens 1617-1618

Se invece il comandante sopravviveva, l’offerta non era stata gradita dagli dei e il malcapitato veniva interdetto a vita da tutti le cerimonie religiose private o pubbliche; gli era solo permesso di consacrare le sue armi a Vulcano o a qualsiasi altra divinità di sua scelta. Se addirittura il giavellotto, su cui il comandante aveva pronunciato la formula della devotio, era caduto in mano al nemico, era necessario un ulteriore rito di purificazione in onore di Marte, a cui si sacrificavano un maiale, una pecora e un toro (suovetaurilia).

Sempre Livio (Ab urbe condita, VIII, 10, 11-14) ci informa che il comandante poteva decidere di immolare agli dèi un qualsiasi legionario ai suoi ordini, anziché se stesso. In tal caso, se il legionario consacrato agli dei moriva, il patto era validamente concluso; se invece non moriva, era necessario realizzare una statua di oltre due metri (sette piedi) del legionario e sotterrarla, compiendo anche un sacrificio espiatorio; non era inoltre lecito a un magistrato romano passare sopra il luogo dove era stata sotterrata quella statua.

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La morte di Decio Mure, Simon de Vos, 1641

Siamo a conoscenza di tre occasioni in cui il rito della devotio fu effettuato, curiosamente ad opera di tre omonimi membri della stessa famiglia.
Il primo fu Publio Decio Mure, console nel 340 a.C., che compì il rito durante la battaglia del Vesuvio contro la Lega Latina.
Il secondo fu il suo omonimo figlio Publio Decio Mure, console nel 295 a.C., che si immolò nella battaglia di Sentino contro gli Italici;
Il terzo fu il nipote Publio Decio Mure, console nel 279 a.C., che si sacrificò nella battaglia di Ascoli Satriano contro la coalizione di forze tarantine, sannite ed epirote alla cui guida era Pirro, re dell’Epiro; i romani persero la battaglia, ma strategicamente Pirro perse la guerra.

Festa di Bellona (3 giugno)

Il 3 giugno si svolgeva a Roma la festa della dea Bellona, nell’anniversario della dedica del suo tempio nel Campo Marzio, votato nel 296 a.C. dal console Appio Claudio Cieco durante la guerra contro Etruschi e Sanniti.

Conosciuta nei tempi arcaici – quando la guerra non era altro che un susseguirsi di duelli – come Duellona, da “duellum” (Varrone, De Lingua Latina V, 73), Bellona traeva il suo nome da “bellum“, la guerra, ed era ad essa strettamente connessa; era infatti, nel senso più ampio, la dea che consentiva ai Romani di uscire dalle difficoltà della guerra nel miglior modo possibile.

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Statua di Bellona, Summer Garden, San Pietroburgo

Bellona poteva intervenire in combattimento al fianco di Marte, ma agiva anche nei momenti che precedevano e seguivano il conflitto e nella diplomazia che poteva evitare lo scontro. Il nome di Bellona era tra quelli delle divinità invocate nella terribile formula della “devotio“, con cui il comandante romano – in momenti di estremo pericolo per le sorti della battaglia – consegnava se stesso e l’esercito nemico alle divinità sotterranee (i Mani e Tellus) in cambio della vittoria dell’esercito romano (Livio, Ab Urbe Condita VIII, 9, 6):

Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e ottengo la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, io immolo insieme con me agli Dèi Mani e alla Terra, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici“.

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Giano e Bellona, Schönbrunn Gardens, Vienna

Il tempio di Bellona si trovava nel Campo Marzio, fuori dal pomerio, fra i luoghi in cui sarebbero sorti il Circo Flaminio e il teatro di Pompeo. I Romani, prima di dichiarare guerra ad un nemico, dovevano compiere un particolare rito in cui il Feziale – un sacerdote del collegio di venti membri legato a Giove Feretrio – pronunciava una formula che attestava l’offesa ricevuta dal popolo romano e sanciva, al cospetto di Giove, la legittimità  della dichiarazione di guerra; il Feziale scagliava quindi un giavellotto verso il territorio dei nemici. Quando, in seguito all’espansione romana, la distanza del territorio avversario rese difficile il compimento del rito, il tempio di Bellona divenne teatro della cerimonia: il feziale, in piedi su una colonnetta, detta columella bellica, scagliava il giavellotto verso lo spiazzo di terreno antistante il tempio, considerato simbolicamente territorio nemico perché fatto acquistare a un prigioniero.

Nel tempio di Bellona, il senato dava udienza agli ambasciatori stranieri che non voleva ammettere in città e deliberava in merito alle richieste di trionfo presentate dai generali vittoriosi. Festo (p. 435 L.) parla del tempio di Bellona come di uno dei tre “senacula“, i luoghi abituali di riunione dell’assemblea. Sempre qui venne infatti deliberato, nel 186 a.C., il Senatusconsultum de Bacchanalibus, che decretò il divieto assoluto dei Baccanali, una cerimonia di origine straniera considerata pericolosa per i costumi e la tradizione romana.

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Bellona, raffigurata con elmo, chioma serpentina, scudo e lancia, veniva anche immaginata aggirarsi sui campi di battaglia armata di un flagello insanguinato. Essa era stata già anticamente assimilata alla greca Enyo, divinità femminile della guerra e amante delle stragi e, a partire dal 92 a.C., a , una sanguinaria dea della Cappadocia, di cui Silla, che ne era devoto, importò il culto a Roma. I sacerdoti di Mâ-Bellona, provenienti dalla Cappadocia e chiamati bellonarii, si ferivano il corpo con armi taglienti, coprendo di schizzi di sangue la statua della dea, durante le forsennate danze orgiastiche con cui culminavano le loro cerimonie. Questi riti sanguinari furono gradualmente abbandonati durante l’epoca imperiale e ripristinati brevemente solo durante il regno di Commodo. Oltre al tempio presso il Circo Flaminio, a Roma esistevano altri tre templi dedicati alla dea: quello di Bellona Insulensis sull’isola Tiberina, uno di Bellona Rufilia e quello di Bellona Pulvinensis, probabilmente dedicato da Silla. Nonostante questa abbondanza di santuari, non ci è purtroppo pervenuta nessuna raffigurazione con certezza riferibile a Bellona.

Ambarvalia, Dea Dia e Fratres Arvales

Verso la fine del mese di maggio, in una data non fissa, ma in genere il 29, si svolgeva una cerimonia di purificazione (lustratio) denominata Ambarvalia, che consisteva in una processione lungo il perimetro degli “arva“, le terre coltivabili di Roma. Nella processione venivano condotti un maiale, un montone e un toro, vittime del sacrificio tipico in onore di Marte chiamato “suovetaurilia” dal nome latino dei tre animali. La cerimonia aveva lo scopo di purificare le campagne e favorire la crescita delle coltivazioni.

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Bassorilievo con suovetaurilia, I secolo a.C., Museo del Louvre, Parigi

Lo svolgimento della cerimonia era di pertinenza dei Fratres Arvales, i “fratelli dei campi”, il collegio sacerdotale composto da dodici membri, preposto anche al culto della Dea Dia. Come i Salii, anche i Fratres Arvales cantavano un inno, il Carmen Fratrum Arvalium ed eseguivano una danza a tre tempi destinata a stimolare le forze della terra e a promuovere la fertilità dei campi. I Fratres Arvales, tramite il Carmen, invocavano la protezione di Marte, dei Lari e delle misteriose entità denominate Semones contro le malattie e gli spiriti malvagi che potevano portare alla distruzione delle coltivazioni presenti nei campi coltivati all’interno del perimetro evidenziato dalla processione.

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Busto di Antonino Pio raffigurato come Fratello Arvale, Museo del Louvre, Parigi

Anche le celebrazioni in onore della Dea Dia si svolgevano quasi sempre a maggio, un mese prima che iniziasse il raccolto, e la data della festa veniva stabilita a gennaio, dopo la stagione della semina. La Dea Dia, che alcuni interpretano come la dea del cielo luminoso, era un’antica divinità agricola che svolgeva le sue funzioni nel periodo che andava dalla semina fino al raccolto, poiché rappresentava la forza che accompagnava i semi dalla germinazione fino alla maturazione. Come abbiamo già detto, il culto della Dea Dia era officiato da dodici sacerdoti, i Fratres Arvales, che si riunivano nel santuario della dea, un tempio di forma circolare situato nei pressi di un bosco sacro vicino a Roma, al quinto miglio della Via Campana. Durante le celebrazioni, la statua della dea veniva unta ritualmente.

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Ricostruzione del tempio della Dea Dia

Il sacerdozio degli Arvali era nato in un periodo molto antico della storia di Roma, come testimoniato dalla lingua arcaica con cui è scritto il Carmen Fratrum Arvalium, e dalla tradizione che fa risalire l’istituzione del collegio a Romolo e ai dodici figli maschi di Acca Larentia. Il sodalizio venne poi riorganizzato in epoca augustea. In questa nuova forma, la confraternita era composta da dodici membri scelti per cooptazione all’interno delle famiglie più importanti, e che restavano in carica a vita; uno dei dodici sacerdoti era in genere l’imperatore regnante. In epoca imperiale, per assicurare salute e prosperità all’imperatore e alla sua famiglia, i Fratres Arvales offrivano sacrifici non solo alla Dea Dia, ma anche ad altre divinità. Di questi sacrifici resta testimonianza nei numerosi frammenti, incisi nel marmo, che costituiscono gli Acta Arvalium, e che coprono un arco di tempo che va dal 21 a.C. al 241 d.C.

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Busto di Lucio Vero raffigurato come Fratello Arvale, Museo del Louvre, Parigi

Le insegne del sacerdozio erano costituite da una corona di spighe e da bende di lana bianca. L’esistenza dei Fratres Arvales è documentata ancora fino al 304 d.C. e finì ovviamente per scomparire con il tramonto delle antiche divinità.

23 maggio: Tubilustrium dedicato a Vulcano

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Particolare del sarcofago Ludovisi, III secolo d.C., Palazzo Altemps, Roma

Il 23 maggio veniva ripetuta la cerimonia del Tubilustrium, dopo quella del 23 marzo in onore di Marte, all’inizio della stagione della guerra, di cui era il dio. Questa volta, però, il  Tubilustrium si svolgeva in onore di Vulcano, a cui veniva dedicata la distruzione rituale delle armi nemiche. La festa segnava, nei tempi più antichi, la fine della normale campagna bellica, almeno di quella contro i nemici più vicini, che tuttavia poteva non essere l’ultima prima dell’arrivo dell’autunno.

La cerimonia del Tubilustrium consisteva nel lavaggio sacro (lustrium) delle trombe da guerra (tubae), usate nell’esercito romano per impartire gli ordini e anche dei corni utilizzati durante i rituali sacri. La cerimonia avveniva nell’Atrium Sutorium, la sede della congregazione dei calzolai, ed era accompagnata da sacrifici, giochi e dalla consueta partecipazione dei Salii, i sacerdoti del culto di Marte, che portavano in processione gli scudi sacri chiamati “ancilia”, a conferma della natura guerresca del rito.

Vulcano, conosciuto a Creta come Velchanos e in Etruria come Sethlans, era una divinità che personificava il fuoco distruttore sia nel bene che nel male ed aveva il suo altare con un fuoco perenne, denominato area volcani all’estremità occidentale del foro, alle pendici del Campidoglio, in un luogo detto Vulcanale (Volcanal), dove era presente anche la statua del dio. Le sue feste, dette Volcanalia, cadevano il 23 agosto. Per propiziarsi il dio che poteva essere responsabile degli incendi che in estate minacciavano di bruciare i raccolti, durante i Volcanalia, in suo onore, si compiva il crudele rito di gettare vivi dei pesciolini nel fuoco del Vulcanale, in sostituzione – secondo Varrone  e Festo – di sacrifici umani, e si immolavano animali dalla livrea rossa. Varrone (De lingua latina, V, 74) attribuiva a Tito Tazio l’introduzione a Roma del culto di Vulcano, al quale era preposto anche uno dei flamini minori, il Flamen Volcanalis. Solo in epoca più tarda, Vulcano venne assimilato al greco Efesto, con cui in realtà non aveva collegamenti, e divenne quindi figlio di Giove e Giunone e anche il fabbro degli dei.

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Rilievo di Vulcano, proveniente da Ercolano, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Vulcano aveva il suo tempio fuori dalle mura, eretto prima del 215 a.C., presso il Circo Flaminio, perché, per un precetto risalente agli etruschi, non si poteva ospitare in città il dio che avrebbe potuto incendiarla, ma anche perché, come nel caso di Marte, dall’esterno sarebbe stato più semplice volgere contro i nemici il potere distruttivo del dio. A Vulcano venivano inoltre consacrate le armi e le spoglie sottratte ai nemici sconfitti.

Il mito di Adone

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Adone e Venere, Antonio Canova 1794, Musée d’Art et d’Histoire, Ginevra

Il mito di Adone, di cui parliamo oggi, è originario della Mesopotamia e della Siria, da cui passò in Egitto, a Cipro e infine giunse in Grecia intorno al VII secolo a.C.

Adone era un bellissimo giovane, talmente bello che due dee arrivarono a contendersi il suo amore, con esiti per lui tragici. Anche la nascita di Adone fu tutt’altro che serena: egli era infatti il frutto di un amore incestuoso.

Si racconta che un giorno, la moglie del re Cinira di Cipro si vantò che sua figlia Smirna fosse più bella di Afrodite. Come spesso avviene in questi casi, la dea si offese per quelle parole e decise di vendicarsi, facendo in modo che Smirna si innamorasse perdutamente di suo padre. Vittima dell’incantesimo di Afrodite, Smirna attendeva tutte le sere che Cinira si ubriacasse, per infilarsi al buio nel letto del padre e giacere con lui senza essere riconosciuta. Dopo nove notti di passione, Cinira si incuriosì e volle vedere chi fosse la ragazza che tutte le notti gli si donava con passione; avvicinò allora un lume al volto della fanciulla e la luce illuminò il viso di Smirna, che fu allora riconosciuta dal padre. Cinira, in preda all’orrore per l’incesto consumato, afferrò una spada e iniziò a inseguire Smirna, senza sapere che la giovane portava già in grembo il frutto di quell’amore incestuoso. Smirna, in preda alla disperazione e alla vergogna, pregò gli dei affinché intervenissero in suo aiuto. Qualcuno di loro, Zeus o forse Afrodite, si impietosì e, prima che la sventurata Smirna venisse raggiunta dal furioso padre in cima a una collina, la trasformò in un albero di mirra, che produceva una spezia utilizzata dai Greci per le sue qualità afrodisiache. Cinira, in un impeto di rabbia, colpì l’albero con un poderoso colpo di spada e, nove mesi dopo, dalla spaccatura nella corteccia causata dal fendente, nacque un bel bambino che venne chiamato Adone.

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Sarcofago etrusco con Adone morente, III secolo a.C., Musei Vaticani

Adone era così bello che Afrodite lo volle per sé e lo nascose in una cesta che consegnò a Persefone, la regina del regno dei morti, affinché la custodisse e allevasse il bambino. Quando però Persefone sollevò il bambino dalla cesta, fu rapita dalla bellezza di Adone, e non volle più restituirlo ad Afrodite. La contesa tra le due dee fu portata davanti a Zeus, che incaricò la musa Calliope di dirimere la controversia. Calliope divise l’anno in tre parti uguali e decise che Adone avrebbe potuto passare la prima parte dell’anno per conto suo, la seconda con Persefone nell’oltretomba e la terza con Afrodite. Adone crebbe e divenne sempre più bello, suscitando il desiderio sia di Persefone che di Afrodite, che ne fecero il loro amante.

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Mosaico di Venere e Adone, proveniente dalla città di Lixus, Museo archeologico di Tétouan, Marocco

Tuttavia Afrodite, usando le sue arti amorose e una cintura magica, indusse Adone a passare sempre più tempo con lei a discapito di Persefone, che decise allora di vendicarsi. La Signora dei morti si recò da Ares e gli disse che Afrodite gli preferiva ormai Adone, un semplice mortale. Ares, in preda ad una incontenibile gelosia, si trasformò in cinghiale e attaccò il povero Adone, impegnato in una battuta di caccia sul monte Libano. Adone venne azzannato dal cinghiale sotto gli occhi di Afrodite e morì dissanguato tra le sue braccia; dal suo sangue sbocciarono gli anemoni rossi, mentre la sua anima precipitava nell’Oltretomba dove Persefone la attendeva.

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Affresco dell’Adone ferito, sorretto da Venere, dalla omonima casa a Pompei

Afrodite, in preda alla disperazione, si rivolse a Zeus che, impietosito dal dolore della dea, concesse nuovamente che Adone, ogni anno, trascorresse quattro mesi con Persefone nel regno dei morti, quattro con Afrodite e i restanti quattro con chi desiderasse. In onore di Adone, si celebravano le feste Adonie, che duravano due giorni: nel primo giorno si piangeva la sua morte con lamenti e riti funebri; nel secondo si celebrava la sua resurrezione.

Il personaggio mitico di Adone era strettamente collegato con il dio assiro Tammuz e con il sumerico Dumuzi, che avevano avuto anch’essi come compagne delle dee della fertilità e dell’amore (Ishtar e Inanna rispettivamente) ed erano morti tragicamente, ma anche ad Osiride, ucciso da Seth che aveva assunto le sembianze di un cinghiale. La morte e rinascita annuale di Adone è poi similare a quella di Attis, connesso al culto di Cibele. Lo stesso nome di Adone deriva dal termine semitico “Adon”, cioè “signore”, il titolo onorifico con cui i suoi adoratori gli si rivolgevano. Importanti centri di culto di Adone si trovavano a Biblo, sulla costa della Siria, e a Pafo, a Cipro. Il mito di Adone è un riflesso del ciclo delle stagioni; il suo soggiorno nell’Ade, a fianco di Persefone simboleggiava la morte della natura in inverno e la sua ricomparsa accanto ad Afrodite annunciava la rinascita primaverile.

23 marzo: Tubilustrium dedicato a Marte

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Particolare del sarcofago Ludovisi, III secolo d.C., Palazzo Altemps, Roma

Il 23 marzo, nell’ultimo giorno dei Quinquatria, e all’inizio della stagione della guerra, si svolgeva a Roma la prima cerimonia del Tubilustrium, dedicata a Marte, che precedeva quella del 23 maggio dedicata a Vulcano.
La cerimonia del Tubilustrium consisteva nel lavaggio sacro (lustrium) delle trombe da guerra (tubae), usate nell’esercito romano per impartire gli ordini e anche dei corni utilizzati durante i rituali sacri. La cerimonia avveniva nell’Atrium Sutorium, la sede della congregazione dei calzolai, ed era accompagnata da sacrifici, giochi e dalla consueta partecipazione dei Salii, i sacerdoti del culto di Marte, che portavano in processione gli scudi sacri chiamati “ancilia”, a conferma della natura guerresca del rito.

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Particolare di fregio del tempio di Apollo Sosiano con scene del trionfo di Augusto (29 a.C.), Centrale Montemartini, Roma

Marte, dio romano della guerra, assimilato in seguito al greco Ares, non aveva santuari all’interno della cinta muraria, dove doveva regnare la pace e gli eserciti non potevano entrare. A Marte erano dedicati, prima del regno di Augusto, un altare nel Campo Marzio, a cui si aggiunse un tempio nel 138 a.C., e un altro tempio nei pressi di Porta Capena, dove si radunavano le truppe prima di partire.269811391520674924143936447510558174875231n1