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Ludi Magni o Romani

I Ludi Magni, poi detti Ludi Romani, furono istituiti, secondo la tradizione, da Tarquinio Prisco, in onore di Giove Ottimo Massimo. Inizialmente si svolgevano dal 15 al 18 settembre, dopo il dies natalis del tempio di Giove sul Campidoglio, dedicato alle idi di settembre del 509 (il 13), dopo l’intervallo del 14 che, come tutti i giorni successivi alle idi, era un dies ater, un giorno infausto.

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Tempio di Giove Capitolino

I Ludi Magni divennero annuali nel 366 a.C., quando furono istituiti gli edili curuli, designati curatores ludorum sollemnium. Inizialmente, i giorni dei giochi erano solo quattro, dal 15 al 18 settembre; poi, progressivamente, vennero aggiunti nove giorni di ludi scaenici (giochi teatrali) prima del dies natalis del tempio di Giove, caratterizzato a sua volta dalla cerimonia dell’epulum Iovis.

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Statua di Giove (circa 150 d.C.), proveniente  da Roma, Louvre-Lens Museum

A partire quindi dal IV secolo, i Ludi Magni iniziavano dal 4 settembre con i ludi scaenici. Non si trattava ancora di teatro vero e proprio, che a Roma arrivò solo nel III secolo, ma di pantomima e di danze espressive di derivazione etrusca, accompagnate dal suono del flauto.

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Mosaico con scena di pantomima, dalla Villa di Noheda, in Spagna

I ludi scaenici si protraevano fino al 13, cioè ai festeggiamenti per l’anniversario della dedica del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, dove si celebrava il culto della triade capitolina. In questo giorno si svolgeva anche la cerimonia dell’epulum Iovis, il banchetto rituale in onore di Giove, Giunone e Minerva, a cui partecipavano magistrati e senatori.

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Triade Capitolina, Museo Archeologico Rodolfo Lanciani, Guidonia Montecelio

Il 15 settembre si apriva l’ultima parte dei Ludi, quella più attesa dai Romani: i Ludi Circenses. La cerimonia si apriva con una processione rituale (pompa circensis) che, attraverso il Foro e la via Sacra, si recava dal tempio di Giove Capitolino al Circo, ove si svolgevano i giochi, e là sfilava tra gli applausi.

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Frammento di sarcofago con rappresentazione di una tensa (260-270 d.C.), British Museum, Londra

Un magistrato apriva il corteo, seguito da giovani a piedi e a cavallo; venivano poi gli aurighi, gli atleti e i lottatori che avrebbero gareggiato; infine, su un carro speciale, un veicolo sacro chiamato tensa, e condotto da un fanciullo non orfano di padre o di madre (puer patrimus et matrimus), trovavano posto le statue degli dèi e i loro attributi. Il corteo si chiudeva con i sacerdoti e i buoi sacrificali. Alla fine della processione, alla presenza del Flamine di Giove, il flamen Dialis, i sacerdoti davano ordine di sacrificare le vittime. Dopo l’offerta delle carni agli dei, venivano dichiarati aperti i ludi circenses nel Circo Massimo.

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Lastra di fregio architettonico con raffigurazione di una tensa (età claudia), Szépművészeti Múzeum, Budapest

Durante i giochi circensi, che terminavano il 19 settembre, si svolgevano le gare di quadrighe, tanto amate dal popolo romano, di desultores, gli acrobati che saltavano da un cavallo all’altro, di lottatori e di pugili; erano esclusi invece i combattimenti tra gladiatori.

7 luglio: Nonae Caprotinae

A Giunone Caprotina era dedicata il 7 luglio la festa delle Nonae Caprotinae, che aveva luogo sotto un caprifico o fico selvatico. Giunone era infatti patrona di numerose feste che, come questa, erano in rapporto con la fecondità delle donne.

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Statua di Giunone, Musei Vaticani

L’origine di questa festa veniva fatta risalire al 390 a.C., dopo l’incendio di Roma ad opera dei Galli. In quel periodo di grande crisi e debolezza di Roma, i Latini imposero ai Romani di consegnare come ostaggi un certo numero di donne. Una schiava di nome Filotide si offrì volontaria per una pericolosa missione: insieme ad altre compagne, travestite da donne libere, si sarebbe recata spontaneamente nel campo dei Latini, dove avrebbe avvertito i Romani, con un segnale convenuto, sul momento più opportuno per sferrare un attacco a sorpresa. Quando nel campo regnò la calma e tutti dormirono, Filotide appese un lume a un albero di fico e, a quel segnale, i Romani attaccarono in massa facendo strage dei Latini. Secondo alcune fonti, proprio per commemorare questo evento, vennero istituite le None caprotine, di cui erano protagoniste le donne di condizione libera ma soprattutto le schiave, alle quali venivano offerti banchetti sotto ripari costruiti con fogliame e rami di fico.

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Antefissa raffigurante Uni, la Giunone etrusca, con corna e pelle di capro

Il sacrificio che le donne libere compivano sotto il fico selvatico consisteva nell’offrire a Giunone Caprotina il succo che gocciava dai rami e dai frutti dell’albero stesso. Le schiave invece, per tutto il resto della giornata, si vestivano da matrone e si divertivano a correre e a simulare combattimenti tra di loro sia a mani nude che lanciandosi delle pietre.

L’appellativo di Caprotina, attribuito a Giunone, era collegato sia al fico che al capro (caper), ritenuti entrambi simboli di fecondità. Ricordiamo che anche le fruste con cui i Luperci, il 17 febbraio, colpivano le matrone romane per garantire loro la fecondità, durante i Lupercalia, erano fatte di pelle di capro.

Altre fonti collegavano invece il 7 luglio con la leggenda della morte di Romolo, con cui il fico aveva un ruolo importante e dove il capro poteva alludere alla Palude Caprea (Palus Caprae), nel campo Marzio, che fu teatro delle manifestazioni popolari che seguirono alla morte di Romolo.

1° giugno: Giunone Moneta

Alle Calende di giugno, il primo giorno del mese, ricorreva l’anniversario della dedica del tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio, avvenuto nel 344 a.C. ad opera di Lucio Furio Camillo.

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Busto di Giunone in terracotta, da Falerii, circa 380 a.C, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

L’appellativo di “Moneta” (colei che avverte) venne attribuito a Giunone come ringraziamento per aver allertato nel 390 – con lo strepito delle oche sacre alla dea che vivevano nel recinto del suo tempio – i Romani asserragliati sul Campidoglio del tentativo notturno dei Galli di Brenno di penetrare nella rocca dopo aver già saccheggiato la città. In seguito, gli edifici annessi al tempio ospitarono la zecca (ad Monetam), dando origine all’attribuzione alla parola “moneta” del significato moderno di denaro.

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Rilievo con le oche sacre davanti al tempio di Giunone, Museo Ostiense, Ostia Antica

La regola generale prevedeva che la data di fondazione di tutti i templi dedicati a Giunone cadesse nel primo giorno del mese perché,  nella religione romana, le calende di ogni mese erano consacrate a Giunone (Macrobio, Saturnalia, I, 15, 18); infatti, col suo appellativo di Lucina, Giunone era anche dea del parto, e quindi presiedeva simbolicamente alla nascita di ogni mese.

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Giunone, particolare della Triade Capitolina dell’Inviolata, II secolo d.C., Museo Archeologico “Lanciani”, Guidonia

In tutte le Calende, un pontefice minore sacrificava a Giunone nella Curia Calabra, mentre la regina sacrorum, moglie del rex sacrorum, immolava alla dea nella Regia una scrofa o un’agnella.

Matronalia (1° marzo)

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Lastra marmorea funeraria con parto gemellare, Museo della Scienza di Londra.

Alle Calende di Marzo (il primo giorno del mese), si celebravano i Matronalia, il giorno delle madri di famiglia, che si recavano al tempio di Giunone Lucina, sul versante settentrionale dell’Esquilino. Il tempio era stato dedicato il primo marzo del 375 a.C. e sorgeva in un bosco già consacrato a Giunone Lucina, colei che fa venire alla luce i neonati e protegge le partorienti, che la invocano durante le doglie. Nel bosco sacro non poteva entrare alcuna persona che avesse un nodo nella veste. Inoltre, una legge obbligava, per evidenti fini statistici, i genitori di ogni neonato a versare una moneta nelle casse del Tempio. w-sprawie-aborcji-2In questa festività, posta in relazione con l’intervento pacificatore delle donne sabine che si interposero tra i loro padri e gli sposi romani, le matrone ricevevano regali e denaro dai mariti, che a casa pregavano per la conservazione del matrimonio. Inoltre, le donne erano tenute a preparare con le loro mani un festino per i servi maschi. Sempre in questo giorno, si spegneva e riaccendeva il fuoco nel tempio di Vesta. I Matronalia, chiamati anche “Femineae Kalendae” (calende delle donne), riguardavano infatti solo le matrone ed erano collegati, secondo Ovidio, alla nascita di Romolo, al risveglio primaverile della fecondità e alla prima gravidanza delle donne sabine dopo il rapimento.

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Formella in terracotta dalla tomba dell’ostetrica Scribonia Attice, Necropoli di Porto, Fiumicino

Il Tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino venne dedicato il primo marzo perché le Calende erano consacrate alla dea. Come ci spiega Macrobio, “l’autorità di Varrone e quella della tradizione dei pontefici affermano che, come le Idi sono sacre a Giove, così le Calende sono sacre a Giunone”. Sempre Macrobio aggiunge che questa usanza era confermata da quella dei Laurentini, che rivolgevano suppliche a Giunone in tutte le Calende, invocandola col nome di Kalendaris Juno, e dal fatto che a Roma, il primo giorno di ogni mese, un pontifex minor sacrificava a Giunone nella Curia Calabra sul Campidoglio, mentre la moglie del Rex Sacrorum, la Regina Sacrorum, immolava alla dea una scrofa o un’agnella nella Regia ai piedi del Palatium. La consacrazione del primo giorno di ogni mese a Giunone Lucina, dea del parto, è perfettamente coerente coi principi della religione romana. Come Giano infatti era il dio degli inizi intesi come passaggio, così Giunone era la dea degli inizi intesi come nascita.

Giunone Sospita

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Giunone Sospita, II secolo d.C., Musei Vaticani

Come le Idi (il giorno che divide il mese in due parti quasi uguali) erano sacre a Giove, così le Calende (il primo giorno del mese) erano consacrate a Giunone, dea che era venerata già anticamente da tutti i popoli italici.
In particolare, alle Calende di febbraio, quando si commemorava la dedicazione del suo tempio, si teneva la festa di Giunone Sospita (protettrice), che aveva un importante santuario a Lanuvio.

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Antefissa con Giunone Sospita, V secolo a.C., proveniente dal Lazio, Museo del Louvre, Parigi

Il suo culto fu importato a Roma dopo il 338, contestualmente alla concessione della cittadinanza romana agli abitanti di Lanuvio, e intorno al 135 a.C. le venne dedicato un tempio nel Foro Olitorio, fatto costruire da Gaio Cornelio Cetego. Giunone Sospita veniva rappresentata con una pelle di capra sul capo, una lancia in mano, un piccolo scudo, dei calzari dalla punta rialzata ed era accompagnata da un serpente, come si può osservare nella statua di età antonina conservata nei Musei Vaticani e, forse, proveniente proprio dal tempio di Giunone Sospita al Foro Olitorio: una raffigurazione dal chiaro carattere guerresco. 491c5aa3ac24621bf726d838596eb21828129La Giunone Sospita (Seispes) proveniente da Lanuvio aveva, però, anche gli appellativi di Madre (mater) e Regina, assommando in sé le tre funzioni di matrice indoeuropea: potenza guerriera, fecondità e regalità sacra.

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Antefissa con Giunone Sospita, proveniente dal Lazio, 500-480 a.C., Altes Museum Berlino