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Cesare varca il Rubicone (11 gennaio 49 a.C.)

L’11 gennaio del 49 a.C., il proconsole e pontefice massimo Giulio Cesare attraversava il Rubicone, violando sia la regola che vietava di condurre gli eserciti fuori dalla provincia della Gallia Cisalpina che gli era stata assegnata, che il senatusconsultum del 7 gennaio, che gli imponeva di congedare le sue truppe. Aveva così inizio la guerra civile contro Pompeo Magno. Come si arrivò a questa decisione?

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“Caesar” di Adolphe Yvon, olio su tela, 1875

Cesare aveva ormai concluso la conquista delle Gallie e si avvicinava la data del 1° marzo del 50 a.C., che era la scadenza del suo secondo proconsolato quinquennale, al termine del quale, senza più imperium, sarebbe tornato ad essere un comune cittadino. Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo era morta nel 54, indebolendo il rapporto tra i due triumviri. Inoltre, a Roma, la morte del terzo triumviro Crasso a Carre nel 52, aveva alterato irrimediabilmente i rapporti di equilibrio del triumvirato, consentendo alla fazione avversa a Cesare, che vedeva ormai in Pompeo il suo difensore, di prendere il sopravvento, con la chiara intenzione di portare in giudizio Cesare da privato cittadino. L’intenzione di Cesare era invece di essere nominato nuovamente console per il 48, riottenendo così l’imperium che lo avrebbe reso inattaccabile. Catone, invece, non faceva mistero di avere intenzione di denunciare Cesare per le illegalità commesse durante il consolato del 59 e portarlo in giudizio; ma per fare ciò, era necessario attendere che Cesare non fosse più protetto dall’imperium proconsulare che deteneva ormai da dieci anni e che fosse costretto a licenziare le sue legioni. Il 1° gennaio del 49 entrarono in carica come consoli due nemici personali di Cesare: Gaio Claudio Marcello e Lucio Cornelio Lentulo Crure. Il 4 gennaio tornava a Roma anche Cicerone, dopo un’assenza di due anni in cui aveva governato la Cilicia. I cesariani Marco Antonio, Quinto Cassio Longino, Celio Rufo e Scribonio Curione, che erano tribuni della plebe, avevano proposto in Senato che, per ristabilire il corretto funzionamento dello stato repubblicano, fosse necessario che sia Cesare che Pompeo congedassero i rispettivi eserciti.  La seduta del Senato che si tenne il 7 gennaio si concluse invece con l’emanazione di un senatusconsultum ultimum che imponeva a Cesare di congedare le truppe e di tornare a Roma per presentare personalmente la propria candidatura al consolato, mentre forniva poteri illimitati al proconsole Pompeo, con l’incarico di sorvegliare che la res publica non subisse alcun danno. La decisione del Senato fu approvata nonostante l’opinione contraria dei tribuni della plebe, che furono privati del diritto di veto e, temendo per la propria vita, costretti a fuggire da Roma e a dirigersi al campo di Cesare.

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Cesare seguiva l’esito delle trattative da Ravenna, la città della Gallia Cisalpina più vicina al confine con l’Italia, ma senza nutrire false illusioni; giocando di anticipo, aveva ordinato alle sue legioni di dirigersi nei pressi di Rimini (Ariminum), in previsione del peggio; sapeva che, per salvarsi, non gli restava altra scelta che opporsi con le armi alle decisioni del Senato. Il 10 gennaio, dopo lunghe riflessioni, decise di inviare alcune coorti fino al confine, cioè al fiume Rubicone e, con lo scopo di non destare sospetti, si diede a trascorrere una giornata assolutamente normale, che ben riassume Svetonio, attingendo al resoconto che scrisse nelle sue “Storie” un testimone oculare: Gaio Asinio Pollione.

“Quando dunque gli fu riferito che non si era tenuto conto dell’opposizione dei tribuni e che questi avevano abbandonato Roma, subito Cesare fece andare avanti segretamente alcune coorti, per non destare sospetti. Poi, con lo scopo di trarre in inganno, si fece vedere ad uno spettacolo pubblico, esaminò i progetti di una scuola di gladiatori che aveva intenzione di costruire e, secondo le sue abitudini, pranzò in numerosa compagnia. Dopo il tramonto del sole, aggiogati ad un carro i muli di un vicino mulino, partì in gran segreto, con un’esile scorta. Quando le fiaccole si spensero, smarrì la strada e vagò a lungo, finché all’alba, trovata una guida, raggiunse a piedi la meta, attraverso sentieri strettissimi. Riunitosi alle sue coorti presso il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, si fermò per un attimo e, considerando quanto stava per intraprendere, si rivolse a quelli che gli erano più vicini dicendo: «Siamo ancora in tempo a tornare indietro, ma se attraverseremo il ponticello, dovremo sistemare ogni cosa con le armi.» Mentre esitava, gli si mostrò un segno prodigioso. Un uomo di straordinaria bellezza e di taglia atletica apparve improvvisamente seduto poco distante, mentre cantava, accompagnandosi con un flauto. Per ascoltarlo, oltre ai pastori, erano accorsi dai posti vicini anche numerosi soldati e fra questi alcuni trombettieri: l’uomo allora, strappato a uno di questi il suo strumento, si slanciò nel fiume, sonando a pieni polmoni una marcia di guerra, e si diresse verso l’altra riva. Allora Cesare disse: «Andiamo dove ci chiamano i segnali degli dèi e l’iniquità dei nostri nemici. Si getti il dado»” ¹.

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Cesare aveva probabilmente organizzato tutta la messinscena, che comprendeva la quasi soprannaturale apparizione del suonatore di flauto. Dopo il passaggio del Rubicone con quelle poche coorti, Cesare si ricongiunse con il grosso del suo esercito, che era ormai arrivato a Rimini e l’aveva occupata militarmente, dopo aver superato il confine con l’Italia.

Cesare tenne un discorso a Rimini ai soldati della XIII legione, li avvertì della sorte che li attendeva, inevitabilmente legata alla sua, e delle conseguenze che avrebbero subito in caso di sconfitta. Mostrando ai soldati i tribuni della plebe vilipesi e fuggitivi, strappandosi le vesti dal petto e commuovendosi fino alle lacrime, Cesare chiese la loro fedeltà per vendicare le offese inflitte al loro generale e ai tribuni della plebe.

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In tal modo si  assicurò la fedeltà dei suoi uomini. Poiché a Rimini tutto era tranquillo tenne con sé soltanto due coorti e il giorno stesso inviò le altre a occupare Pesaro (Pisaurum), Fano (Fanum) e Ancona. Poi, affidò le 5 coorti restanti ad Antonio con l’incarico di varcare l’Appennino e impadronirsi di Arezzo (Arretium).

Ebbe così inizio, con poche e rapide mosse, la guerra civile che in pochi anni consentì a Cesare di abbattere le armate di Pompeo e del Senato che, nel frattempo, aveva abbandonato Roma e si era rifugiato a Capua. Una guerra che forse si sarebbe potuta evitare ma che, da un certo momento in poi, divenne inevitabile. Un secolo dopo, il poeta Lucano, per spiegare i motivi che portarono alla guerra, scriveva che:

Cesare non può accettare qualcuno che lo superi, né Pompeo qualcuno che gli sia pari” ².

Forse, in realtà, fu solo l’istinto di sopravvivenza contro l’odio e l’invidia degli uomini, a provocare questa ennesima e sanguinosa guerra civile. Anni dopo, contemplando la distesa di pompeiani morti che giacevano sul campo di battaglia di Farsalo, fu Cesare stesso a dare la motivazione dei suoi atti:

Lo hanno voluto loro e mi hanno portato a questa necessità. Se io, Gaio Cesare, avessi congedato l’esercito, dopo guerre così grandi, sarei stato addirittura condannato in giudizio” ³.

Parole che, tramite il resoconto del testimone oculare Asinio Pollione, Plutarco ha fatto arrivare fino a noi e che, nella loro semplicità, spiegano tante cose.

NOTE

¹ Svetonio (Cesare, 31-32)

² Lucano (Farsaglia, I, 125-126)

³ Plutarco (Cesare, 46, 1)

Festa della Bona Dea (4 dicembre)

Bona Dea era uno degli appellativi della dea senza nome, venerata dai popoli italici come patrona della fertilità, della prosperità e della guarigione dalle malattie, nonché come divinità oracolare, ma il cui vero nome non poteva essere pronunciato. Macrobio scrive infatti che questa dea “nei libri dei pontefici è indicata come Bona, Fauna, Opi, e Fatua: Bona perché è l’origine di ogni cosa buona per il nostro sostentamento, Fauna perché soddisfa (favet) i bisogni di tutti gli esseri animati, Opi perché la vita è opera sua, Fatua da fari (parlare, vaticinare)”.

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Statua della Bona Dea (I secolo a.C.), Musée de la Romanité, Nîmes

La Bona Dea venne identificata dai Romani prima con Maia, la Terra, da cui prende il nome il mese di maggio, e poi con Fauna, moglie, figlia o sorella di Fauno, a seconda della tradizione. Secondo il mito, Fauna avrebbe contravvenuto al divieto per le donne di bere vino puro e sarebbe stata perciò frustata a morte dal marito Fauno con dei rami di mirto.
Il culto della Bona Dea era segreto e riservato strettamente alle donne. Alla Bona Dea era dedicata una cerimonia di carattere privato che si celebrava ogni anno agli inizi di dicembre, nella casa di un magistrato cum imperio, quindi di uno dei consoli o del pretore, alla quale partecipavano le donne più influenti della città. Durante la festa, si ricoprivano le tende con tralci di vite, si poneva accanto alla statua della dea un serpente sacro e venivano officiati sacrifici in favore dell’intero popolo romano (pro salute populi romani). La celebrazione, di natura misterica, era diretta dalle Vestali e nessun uomo poteva essere presente all’interno della casa. Quando veniva il momento della festa, la moglie di colui che era console o pretore preparava la casa per il rito e gli uomini della famiglia se ne andavano. I riti più importanti si celebravano durante la notte e, alla veglia notturna, si alternavano giochi e musica.

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Il Sacrilegio di Clodio, di W. S. Bagdatopulos

A questo proposito si ricorda un famoso episodio che accadde nella cerimonia del dicembre del 62 a.C., quando il futuro tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro, fu sorpreso a prendervi parte travestito da donna, profanando così le celebrazioni della Bona Dea che si tenevano nella casa del pretore e pontefice massimo Giulio Cesare e di sua moglie Pompeia. Pare infatti che Clodio fosse innamorato di Pompeia e da lei ricambiato, ma venne scoperto di notte in casa da Aurelia, la madre di Cesare. A causa dello scandalo, Cesare fu costretto a ripudiare Pompeia, per il solo sospetto che fosse l’amante di Clodio, anche se quest’ultimo venne assolto dalle accuse nel processo che ne seguì. Cesare, infatti, per evitare che Clodio, che era un suo alleato in politica, venisse condannato, disse di non sapere nulla dell’accaduto. Incalzato dall’accusatore, che gli chiedeva perché avesse allora ripudiato Pompeia, Cesare rispose con la celebre frase:

“Perché pensavo che neppure il sospetto dovesse sfiorare mia moglie” ².

I rituali misterici e privati del 4 dicembre, di probabile derivazione greca, non erano l’unica manifestazione di culto riservato alla Bona Dea. Infatti, il 1° maggio, nell’anniversario della dedica del suo tempio sull’Aventino, si svolgeva la festa pubblica in onore della Bona Dea. Il tempio sull’Aventino, in cui gli uomini non potevano entrare, veniva decorato con tralci di vite, piante e fiori, e le sacerdotesse, chiamate “antistes” compivano i loro riti misteriosi. Nel tempio, veniva sacrificata una scrofa, simbolo di fertilità, e alla dea veniva offerto del vino, che si doveva però chiamare “latte”, mentre la coppa in cui veniva servito era chiamata “mellaria“, cioè “vasetto di miele”. Il mirto era bandito dal tempio, per il fatto che la Bona Dea era stata frustata con i rami di questa pianta. Sempre in quel giorno, le donne si recavano nel bosco sacro vicino al tempio, dove celebravano i misteri della Bona Dea, dal cui culto gli uomini erano come sempre esclusi. I riti avevano lo scopo di propiziare la fertilità e la guarigione, ma anche di invocare la protezione sullo Stato e sul popolo romano.

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Statua della Bona Dea, Musée de la Romanité, Nîmes

Al tempio della Bona Dea Subsaxana, così chiamato perche si trovava sotto un “saxum”, una roccia sull’Aventino, era inoltre annessa una farmacia in cui le sacerdotesse preparavano rimedi curativi grazie alle proprietà medicamentose delle erbe. L’iconografia della Bona Dea era quella di una matrona romana raffigurata con una cornucopia e un serpente.

Al culto della Bona Dea finirono talvolta col sovrapporsi anche quelli di Damia, un’arcaica divinità greca della fertilità importata da Taranto con la conquista della città nel 272, e della Magna Mater Cibele, impersonificata dalla pietra nera che giunse a Roma da Pessinunte nel 204 a.C.

NOTE

¹ Macrobio (Saturnalia, I, 12, 21-22)

² Plutarco (Cesare, 10, 9)

Morte di Pompeo (29 settembre 48 a.C.)

Il 29 settembre del 48 a.C. Gneo Pompeo veniva assassinato a tradimento dagli uomini di Tolomeo XIII a Pelusium, un importante porto fluviale sul delta del Nilo.

Dopo la disfatta di Farsalo, Pompeo, inseguito da Cesare, deciso a chiudere i conti col suo rivale, raggiunse a cavallo Larissa e poi, da Anfipoli, si imbarcò con pochi amici per raggiungere l’isola di Lesbo dove, a Mitilene, si ricongiunse con la moglie Cornelia e il figlio Sesto e sostò un paio di giorni per evitare una tempesta. Da lì, con una flotta di quattro triremi, insieme a Cornelia, a suo figlio Sesto, Favonio, Lentulo Crure e Lentulo Spinther giunse a Siedra, in Cilicia, e poi a Cipro, nella città di Paphos. Progettava di raggiungere la Siria ma dovette desistere in quanto, ovunque, i Romani si stavano schierando con Cesare. Si diresse quindi a Pelusium, sul delta del Nilo, dove in quel momento si trovava Tolomeo XIII, in guerra contro la sorella Cleopatra VII, che aveva di recente scacciato dal trono.

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Ritratto di Pompeo, Museo Archeologico Nazionale di Venezia

Nel 55, Pompeo aveva infatti inviato in Egitto Aulo Gabinio, il governatore della Siria, per rimettere sul trono Tolomeo XII Aulete, che era stato spodestato dopo una ribellione degli Alessandrini, stanchi della sudditanza nei confronti dei Romani. Eseguito l’ordine, Gabinio lasciò ad Alessandria una guarnigione per proteggere Tolomeo, i cosiddetti milites gabiniani. Quando nel 51 Tolomeo XII morì, lasciò per testamento il regno a due suoi figli: Tolomeo XIII che aveva dieci anni e la diciottenne Cleopatra VII Filopatore. 

Giunto al largo di Pelusium, Pompeo inviò dei messi per chiedere a Tolomeo XIII di essere accolto ad Alessandria, in virtù dei legami di amicizia che aveva avuto col padre Tolomeo XII. Il tredicenne Tolomeo era sotto la tutela dell’egiziano Achilla, che comandava l’esercito, dell’eunuco Pothino, che custodiva il tesoro e del maestro di retorica Teodoto di Chio, al quale era affidata l’educazione del re.

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Denario di Pompeo Magno

I consiglieri di Tolomeo XIII, Pothino, Teodoto e Achilla, temendo che Pompeo si volesse impadronire dell’Egitto, avvalendosi dell’aiuto dei suoi ex soldati lasciati da Gabinio a proteggere Tolomeo, oppure non volendo provocare le ire di Cesare dando asilo al suo avversario, decisero di assassinarlo. Secondo Teodoto, “la soluzione migliore era quella di mandarlo a prendere e ucciderlo, giacché in questo modo avrebbero compiaciuto Cesare senza avere nulla da temere da Pompeo. E sorridendo aggiunse che un cadavere non morde“. ¹

Decisero di inviare un certo Lucio Settimio, un tribuno militare che aveva militato in precedenza per Pompeo, per invitarlo a salire su un battello, che lo avrebbe portato dal giovane Tolomeo.

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Testa di Pompeo, Ny Carlsberg Glyptothek, Copenaghen

Pompeo si trovava sulla trireme ammiraglia, quando un battello da pesca, sul quale avevano preso posto Achilla e i romani Settimio e Salvio, si accostò alla nave. Settimio e Achilla invitarono Pompeo a salire per condurlo da Tolomeo, in quanto il fondo basso e sabbioso avrebbe fatto incagliare la trireme. Pompeo si fidò; aveva riconosciuto Settimio, che era stato al suo servizio al tempo della guerra contro i pirati. Abbracciò la moglie Cornelia e, facendosi precedere da due centurioni, dal liberto Filippo e da un servo, salì sulla piccola nave. Una folla di cortigiani e di soldati, in apparenza amichevole, attendeva sulla riva. Appena Pompeo si alzò per scendere, Settimio lo trafisse alle spalle; poi, anche Achilla e Salvio lo pugnalarono. Pompeo non emise lamenti; si tirò la toga sul volto, in un gesto simile a quello che avrebbe fatto Cesare anni dopo sotto i colpi dei congiurati, e morì emettendo un profondo sospiro.

Cornelia e il figlio Sesto assistettero impotenti all’assassinio dalla nave. Subito fu dato l’ordine di levare le ancore e di fuggire, prima di cadere nelle mani degli egiziani, che rinunciarono all’inseguimento.

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La Morte di Pompeo, Anonimo, Museo Nazionale Magnin, Digione

Sulla barca, intanto, Settimio aggiungeva infamia al tradimento; tagliò la testa di Pompeo e la fece conficcare su un’asta, per farla mummificare. Il corpo fu gettato, nudo, fuori dalla barca. Filippo, il liberto, attese che tutti se ne fossero andati; raccolto il cadavere, lo lavò in mare e lo avvolse in una tunica; poi, raccolse del legname dai resti di barche sulla spiaggia e preparò un rogo, aiutato da un vecchio soldato romano che aveva servito sotto Pompeo. Le sue ceneri furono tumulate sulla spiaggia.

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Testa di Pompeo offerta a Cesare, Santo Legnani, 1793, Provincia di Cremona

Cesare apprese della morte di Pompeo solo quando giunse ad Alessandria; si ritrasse inorridito quando gli portarono la testa del suo rivale e il suo anello col sigillo, sul quale era impresso un leone armato di spada. Le fonti concordano nel riferire che Cesare gemette e pianse di fronte alla testa di Pompeo, che era stato suo genero e con cui aveva a lungo condiviso il potere, ma Lucano e Cassio Dione ritenevano che non fosse sincero nel suo dolore. Comunque sia, Cesare ordinò che la testa di Pompeo fosse seppellita in un sobborgo di Alessandria, chiamato “recinto di Nemesi”, la dea della vendetta. Le ceneri del corpo furono invece inviate a Cornelia, che le depose nell’Albanum, la villa che Pompeo aveva fatto costruire nei pressi dell’odierna Albano Laziale.

Il sangue versato da Pompeo portò sventura ai suoi assassini. Pothino e Achilla vennero fatti uccidere da Cesare durante la rivolta degli Alessandrini contro di lui. Teodoto riuscì a fuggire ma fu trovato in Asia e fatto crocifiggere da Marco Giunio Bruto o Gaio Cassio Longino. Tolomeo XIII, invece, scomparve nelle acque del Nilo, dopo essere stato sconfitto in battaglia dall’esercito di Cesare e Cleopatra.

NOTE

¹ Plutarco (Vita di Pompeo, 77, 7)

Nascita di Augusto (23 settembre 63 a.C.)

Gaio Ottavio, noto in seguito come Augusto, nacque il 23 settembre del 63 a.C., sotto il consolato di Marco Tullio Cicerone e di Gaio Antonio Ibrida. Venne alla luce in una zona del Palatino denominata “Ad capita bubula“, cioè “Testa di bue”, dove poco dopo la sua morte fu costruito un sacrario.

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Busto di Ottaviano da giovane, Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

Venne allevato in una villa suburbana nei pressi di Velitrae (Velletri), la cittadina di cui era originaria la gens Ottavia, un’antica famiglia di rango equestre. Da fanciullo, gli venne dato il soprannome di Turino perché suo padre Gaio Ottavio, poco dopo la sua nascita, sterminò su incarico del Senato i fuggitivi delle truppe di Spartaco e Catilina che avevano trovato rifugio nelle campagne nei pressi di Turi. Suo padre Ottavio fu anche il primo della sua famiglia a diventare senatore; fu pretore nel 61 ed ebbe poi l’incarico di governare la Macedonia; nel 59, sulla via del ritorno, improvvisamente morì a Nola, lasciando tre figli: Ottavia Maggiore, Ottavia Minore e il piccolo Gaio Ottavio, che allora aveva solo quattro anni.

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Ritratto giovanile di Ottaviano, proveniente dalla collezione privata di Giacomo Astolfo Motta

Sua madre, Azia, era figlia di Marco Azio Balbo e di Giulia minore, una sorella di Giulio Cesare. Azia per spiegare il ruolo da predestinato di suo figlio, era solita raccontare che un giorno, trovandosi nel tempio di Apollo, si era addormentata ed aveva sognato di congiungersi con un drago; risvegliatasi, si accorse di avere sul corpo una macchia a forma si serpente e nove mesi dopo nacque Ottavio. Dopo la morte del primo marito, si risposò con Lucio Marcio Filippo, il console del 56 che, da patrigno, non fece mancare il suo contributo all’educazione di Ottavio. A dodici anni, il piccolo Ottavio, davanti al popolo riunito, pronunciò l’elogio funebre di sua nonna Giulia minore, presso la quale aveva vissuto dopo la morte del padre, e a sedici anni indossò la toga virile.

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Busto di giovane Ottaviano, Musei Vaticani

Giulio Cesare, che non aveva figli maschi, aveva come eredi, oltre al giovane Gaio Ottavio, anche Lucio Pinario e Quinto Pedio, i figli dell’altra sorella Giulia maggiore. Non sappiamo quando Cesare maturò l’idea di adottare Gaio Ottavio. Sappiamo però che Cesare lo avrebbe voluto al suo seguito già nella campagna africana contro i pompeiani nel 47-46, ma Azia si oppose in virtù della giovane età e della salute malferma del ragazzo. Tuttavia, Ottavio raggiunse poco dopo lo zio in Spagna, dove nel marzo del 45 Cesare sconfisse i figli di Pompeo a Munda.

Tornato a Roma, Ottavio fu inviato da Cesare ad Apollonia, in Epiro, per completare i suoi studi presso il retore Apollodoro di Pergamo. Si trovava ancora ad Apollonia, insieme al suo amico Marco Vipsanio Agrippa, quando il 20 marzo del 44 venne informato che Giulio Cesare era stato assassinato e che nel testamento era stato nominato suo erede insieme agli altri due nipoti Lucio Pinario e Quinto Pedio; ma soprattutto, che era stato adottato dal defunto dittatore. Con l’adozione, il giovane Ottavio mutò il suo nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Da quel momento, iniziò la sua ascesa politica.

Morte di Augusto (19 agosto 14 d.C.)

Il 19 Agosto del 14 d.C. moriva a Nola Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Era nato a Roma, nel quartiere del Palatino, il 23 settembre del 63 a.C.: suo padre era Gaio Ottavio e sua madre era Azia, figlia di Giulia, la sorella di Giulio Cesare che, non avendo avuto eredi legittimi, lo aveva adottato.

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Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani, Roma

Tra i presagi che ne annunciarono la morte e la successiva divinizzazione, Svetonio ricorda che un fulmine, colpendo una sua statua, cancellò la prima lettera del suo nome (CAESAR) dall’iscrizione. Interrogati gli indovini, il responso fu che Augusto sarebbe vissuto solo altri cento giorni, poiché il numero cento si scriveva con la lettera C; e che in seguito sarebbe stato divinizzato, poiché AESAR, cioè quanto rimasto del nome, in lingua etrusca significava “dio”. Inoltre, in quei giorni, mentre si trovava nel Campo Marzio, un’aquila, dopo aver avergli volteggiato parecchie volte sulla testa, passata su un tempio vicino, si posò sul nome di Agrippa, sopra la prima lettera.

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Augusto come Pontefice Massimo, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Incurante di questi segni, Augusto aveva deciso di inviare Tiberio nell’Illiria e di accompagnarlo personalmente, col suo seguito, fino a Benevento. Salpato di notte da Astura – un approdo nei pressi di Neptunium, l’odierna Nettuno – fece via mare il giro delle spiagge della Campania e delle isole vicine, tra cui Capri, dove si fermò per quattro giorni nella sua villa, per riprendersi da un malessere intestinale che l’aveva colpito dall’inizio del viaggio. Arrivò quindi a Napoli, dove assistette alle gare ginniche dei Giochi Isolimpici quinquennali istituiti in suo onore, e poi riprese il viaggio con Tiberio verso Benevento. Durante il ritorno, la sua malattia si aggravò, e fu costretto a fermarsi a Nola. Tiberio, che era appena arrivato nell’Illirico, venne richiamato con urgenza dalla madre Livia con una lettera. Non si sa se Tiberio, giunto a Nola, abbia trovato Augusto ancora in vita o già morto. Livia aveva ordinato di circondare la casa e le vie di accesso con una vigilanza strettissima per evitare che trapelassero notizie. La versione ufficiale fu che Tiberio fosse tornato in tempo per avere un lungo colloquio privato con Augusto. In ogni caso, la notizia della morte di Augusto, fu resa di dominio pubblico solo quando Tiberio rientrò a Roma.

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Statua equestre di Augusto, Museo Archeologico Nazionale di Atene

Il suo ultimo giorno – secondo Svetonio e Dione Cassio – dopo aver chiesto ripetutamente se il suo stato di salute provocava già animazione in città, fattosi portare uno specchio, diede ordine di pettinarlo e di correggergli un po’ col belletto le guance cadenti e, fatti entrare gli amici e i collaboratori, proferì la celebre frase: “Ho ricevuto una Roma di mattoni; ve la lascio di marmo“; quindi, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita e aggiunse anche la consueta formula finale che usavano gli attori: «Se lo spettacolo vi è piaciuto, offriteci il vostro applauso e tutti insieme manifestate la vostra gioia». Poi, congedati tutti, mentre stava chiedendo a quelli che erano arrivati da Roma notizie della figlia di Druso, che era ammalata, spirò improvvisamente tra le braccia di Livia, salutandola con queste parole: «Livia, fin che vivi ricordati della nostra unione. Addio!» Ed ebbe così una fine dolce, come aveva sempre desiderato. Morì il 19 agosto del 14 d.C. a settantacinque anni, dieci mesi e ventisei giorni, nella stessa camera in cui era morto suo padre, nell’anniversario del suo primo consolato rivestito nel 43 a.C..

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Augusto nelle sembianze di Giove, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La salma di Augusto, onorata con manifestazioni di cordoglio nei paesi dove sostava nel tragitto da Nola a Roma, venne portata a spalla fino a Boville, paese d’origine della gens Iulia, dai decurioni dei municipi e delle colonie campane. Da Boville a Roma subentrarono i membri dell’ordine equestre e, infine nell’Urbe, i senatori. La processione impiegò due settimane per raggiungere Roma. Il feretro venne cremato nel Campo Marzio e i suoi resti vennero deposti nel Mausoleo che aveva fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere, che già ospitava i membri della sua famiglia. Finita la cerimonia della sepoltura, il 17 settembre del 14 d.C. furono decretati ad Augusto gli onori divini e un tempio, con dei sacerdoti preposti al suo culto, chiamati Sodales Augustales.

Nascita di Giulio Cesare (13 luglio 100 a.C.)

Gaio Giulio Cesare nacque a Roma il 13 luglio del 100 a.C., durante il consolato di Gaio Mario e Lucio Valerio Flacco. Nell’85, suo padre Gaio Giulio Cesare maior, che era arrivato alla carica di pretore, morì improvvisamente, mentre si infilava un paio di scarpe, quando Cesare aveva solo 16 anni; sua madre Aurelia, apparteneva alla illustre famiglia Aurelia Cotta. Giulia, la sorella di suo padre, era la moglie di Gaio Mario, un fatto che favorì le simpatie di Cesare per la fazione politica dei populares, che si opponevano all’oligarchia senatoria rappresentata da Lucio Cornelio Silla.

La gens Giulia era di origine patrizia e apparteneva alla più antica aristocrazia di Roma, sebbene i suoi membri non occupassero più una posizione di grande rilievo nella vita pubblica. La tradizione familiare faceva risalire l’arrivo dei Giulii a Roma al VII secolo, dopo la distruzione di Alba Longa da parte di Tullo Ostilio; ma la famiglia sosteneva che la stirpe dei Giulii risalisse addirittura a Iulo, figlio di Enea, giunto nel Lazio dopo la caduta di Troia, e quindi alla dea Venere, madre dell’eroe troiano; e si trattava di una tradizione risalente nel tempo, che a Roma nessuno si sognava di mettere in dubbio. L’origine del cognomen Cesare, invece, secondo Giovanni Lido ¹ ed altri eruditi, risaliva alla seconda guerra punica, quando il soprannome venne attribuito a Gaio Rutilio, un antenato della famiglia che aveva ucciso in battaglia un elefante cartaginese, perché il nome Cesare derivava dalla parola fenicia “caesai” che significa “elefante”. La Historia Augusta ² riporta anche, tra le altre etimologie possibili oltre a questa, che il primo a ricevere il cognomen Cesare lo avesse avuto “per essere venuto alla luce in seguito a un taglio praticato nel ventre della madre morta (ventre caesoo perché aveva una folta capigliatura (che in latino è detta caesaries) o per la limpidezza straordinaria dei suoi occhi chiari (oculi caesii)”.

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Le notizie sulla giovinezza di Cesare sono scarse e frammentarie, anche a causa del fatto che le biografie dedicategli da Svetonio e Plutarco ci sono purtroppo arrivate mutile della parte iniziale; come tutti i giovani aristocratici, Cesare fu istruito tra le mura domestiche, sotto la supervisione della madre; il suo tutore fu un certo Marco Antonio Gnifone, un insegnante di retorica greca e latina, venuto a Roma come schiavo ma poi liberato per i servigi resi al suo padrone Antonio. La madre Aurelia si occupò di fornire al giovane Cesare un’accurata educazione da parte dei migliori maestri che lo portarono, ben presto, ad ottenere la completa padronanza del greco e del latino. Cesare, il cui fisico era snello, per rinforzare il corpo fu addestrato anche alle attività fisiche: corsa, nuoto e combattimento con le armi. Aveva un talento innato come cavaliere: era in grado di cavalcare senza sella e di spingere un cavallo al galoppo con le mani intrecciate dietro la schiena, guidandolo solo con la forza delle ginocchia. Tutte doti che gli sarebbero state molto utili in futuro, nel corso della sua avventurosa carriera.

La vita di Cesare, in una Roma sconvolta dalla lotta tra le fazioni dei popolari e degli ottimati, proseguì comunque abbastanza tranquilla finché il potere fu nelle mani del partito popolare. Quando però, con la morte di Gaio Mario prima (86 a.C.), e di Lucio Cornelio Cinna poi (84 a.C.), di cui Cesare aveva sposato la figlia Cornelia, la fazione aristocratica riprese il controllo con il ritorno di Lucio Cornelio Silla, la situazione si fece veramente pericolosa. Silla eliminò tutti gli oppositori politici e cercò di costringere Cesare a ripudiare Cornelia, senza però riuscirvi. Decisamente contrariato dalla disobbedienza di Cesare, Silla prese quindi la decisione di eliminarlo. Cesare, per un certo periodo, fu costretto a darsi alla fuga vagando per la Sabina e riuscì a salvarsi solo corrompendo i sicari inviati ad ucciderlo. Poi, grazie agli sforzi della madre Aurelia e all’intercessione dello zio Aurelio Cotta e delle Vestali, Silla acconsentì di malavoglia a risparmiarlo, rivolgendo ai suoi queste celebri parole riportate da Svetonio:

Abbiatela vinta e tenetevelo pure! Ma un giorno vi accorgerete che costui, che con tanta insistenza volete salvo, sarà un giorno fatale al partito degli ottimati, che insieme abbiamo difeso; in Cesare vi sono infatti molti Gaio Mario” ³.

Silla aveva terribilmente ragione…

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Busto postumo di Giulio Cesare, Altes Museum, Berlino

Dopo la morte di Cesare, i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido costrinsero tutti i cittadini a celebrare il giorno della nascita di Cesare portando rami di alloro e facendo festa. Siccome questo giorno coincideva con quello finale dei Ludi Apollinari, i giochi in onore di Apollo, che si svolgevano dal 5 al 13 luglio, i triumviri decretarono che la festa per Cesare si tenesse il giorno precedente, perché uno dei libri Sibillini vietava che in quel giorno si facesse festa in onore di qualche altro dio oltre ad Apollo ⁴. E questo spiega perché a volte, erroneamente, si legge che Cesare nacque il 12 luglio.

NOTE

¹ Giovanni Lido (De mensibus, IV, 102)

² Historia Augusta (Aelius, 2, 3-4)

³ Svetonio (Vita di Cesare, 1)

⁴ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 18, 5-6)

Battaglia di Tapso (6 aprile 46 a.C.)

Il 6 aprile del 46 a.C. si svolse la battaglia di Tapso, nell’odierna Tunisia, tra le legioni di Giulio Cesare e l’esercito repubblicano – ormai orfano del defunto Pompeo – guidato da Metello Scipione Nasica e dal suo alleato il re Giuba I di Numidia.

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Ritratto di Cesare, rinvenuto a Pantelleria

Il 4 aprile, dopo una marcia forzata, Cesare era arrivato a Tapso, una cittadina costiera fedele alla Repubblica senatoriale, per cingerla d’assedio. Cesare sperava infatti di attirare allo scontro in campo aperto l’esercito del suo avversario Metello Scipione che, forte di circa 28.000 legionari e 12.000 cavalieri gallici, germanici, iberici e numidi, disponeva anche di una sessantina di elefanti da guerra. All’alba del 6 aprile Scipione cadde nella trappola e si trovò ad affrontare l’esercito di Cesare, formato da 20.000 legionari, 2.000 arcieri e frombolieri e 1.200 cavalieri, disposto su tre linee, con i veterani della IX e X legione all’ala destra, in mezzo tre legioni con meno esperienza e la legione V Alaudae, specializzata proprio nella lotta contro gli elefanti, e all’ala sinistra la XIII e XIV legione.

Gli uomini erano impazienti di iniziare l’attacco, mentre Cesare cercava di frenarli per evitare una mossa troppo avventata. Lo sorte volle che all’ala destra qualcuno suonò la tromba senza averne ricevuto l’ordine da Cesare. A quel segnale, ripetuto da tutte le coorti, la linea dei Cesariani iniziò ad avanzare; Cesare comprese che era impossibile arrestare i suoi uomini e, in sella al suo cavallo, ne diresse l’impeto contro il nemico.

La tattica di Cesare portò gli elefanti, atterriti dal suono delle trombe e dalle frecce che gli venivano scagliate addosso, a travolgere gli stessi soldati di Scipione.

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Nello sbandamento che ne seguì, le legioni IX e X di Cesare travolsero il nemico e iniziò una spietata carneficina. Nonostante la notoria clemenza di Cesare per gli avversari sconfitti, questa volta non ci fu pietà per nessuno. I soldati erano stanchi della guerra civile e Cesare – forse a causa di un leggero attacco epilettico ¹ che l’aveva colpito in mattinata – non li frenò. Gli uomini di Cesare massacrarono anche i Pompeiani che si volevano arrendere. Alla fine della giornata, i cesariani avevano perso solo una cinquantina di uomini, contro i diecimila caduti di parte repubblicana.

Dei comandanti pompeiani, Metello Scipione, datosi alla fuga via mare, si suicidò gettandosi in acqua quando stava per essere raggiunto dalla flotta di Cesare nel porto di Ippona; il re Giuba e Marco Petreio, stretti da un patto suicida, si uccisero reciprocamente a duello, Lucio Afranio e Fausto Cornelio Silla, il figlio dell’omonimo dittatore, vennero catturati e messi a morte, mentre Tito Labieno riuscì a fuggire e raggiunse in Spagna i figli di Pompeo, Sesto e Gneo, per continuare la guerra. Pochi giorni dopo, il 12 aprile, venuto a conoscenza della disfatta che consegnava l’Africa a Cesare, anche Catone si uccise a Utica, trafiggendosi con una spada, dopo aver passato la sera leggendo il “Fedone“, il dialogo platonico che trattava dell’immortalità dell’anima. Tornato a Roma, nel mese di agosto Cesare festeggiò il successo celebrando ben quattro trionfi, per le vittorie in Gallia, in Egitto, nel Ponto in Asia contro Farnace II e in Africa contro Giuba I ².

NOTE

¹ Plutarco (Cesare, 53, 5-6)

² Plutarco (Cesare, 55, 2)

Il mito di Alessandro Magno

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Testa di Alessandro Magno, Museo di Pella

Alessandro Magno (356-323 a.C.) è stato una delle figure più ammirate fin dall’antichità. Innumerevoli condottieri e sovrani si sono ispirati alle sue gesta ed hanno subito il fascino della sua persona. Vediamo come si rapportarono al sovrano macedone quattro grandi protagonisti della storia romana.
Nel 69 a.C., Cesare era questore in Spagna Ulteriore, la regione meridionale della Spagna di fronte al Marocco, al seguito del governatore Gaio Antistio Vetere. Svetonio (Cesare, VII) ci riferisce che Cesare, mentre percorreva in lungo e largo il paese per amministrare la giustizia, “arrivato a Gades (l’odierna Cadice) e vista, vicino al tempio di Ercole, una statua di Alessandro Magno, si mise a piangere, quasi vergognoso della propria ignavia, al pensiero di non aver ancora fatto niente che fosse degno di memoria a un’età in cui Alessandro aveva già soggiogato il mondo intero”.

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Testa di Giulio Cesare, proveniente da Pantelleria

Plutarco situa un analogo episodio al tempo della pretura di Cesare, nel 62 a.C.. Cesare vedeva quindi in Alessandro un modello da emulare con ogni mezzo, un termine di paragone.
L’ammirazione nei confronti di Alessandro, accomunava Cesare al suo erede Ottaviano. Mentre si trovava in Egitto, subito dopo la battaglia di Azio (31 a.C.) e la morte di Antonio e Cleopatra, Ottaviano espresse il desiderio di visitare la tomba di Alessandro, morto ormai da tre secoli. Secondo Svetonio (Augusto, XVIII) “fece aprire il mausoleo di Alessandro Magno: dopo averne contemplato il corpo tolto dal sacrario, gli pose in capo una corona d’oro e, fattolo coprire di fiori, lo venerò. Quando gli chiesero se desiderava vedere anche il sacrario dei Tolomei, rispose: «io volevo vedere un re e non dei cadaveri»”.

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Augusto di via Labicana (particolare), Palazzo Massimo alle Terme, Roma.

Per sigillare le lettere, i rescritti e i diplomi, era solito usare anche un anello con l’immagine di Alessandro Magno e riempì Roma di suoi ritratti.
Sappiamo, sempre da Svetonio (Caligola, LII), che Caligola, discendente di Ottaviano, “qualche volta indossò anche la corazza di Alessandro Magno, che aveva fatto togliere dal suo mausoleo”; una forma di ammirazione, un po’ insana, anche questa, che era sconfinata nella profanazione della tomba del sovrano macedone.

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Ritratto di Caligola, Metropolitan Museum, New York

Caracalla era letteralmente ossessionato dalla figura di Alessandro, al quale lo accomunava la bassa statura: andava sempre in giro con la causia e le crepide, copricapo e calzature macedoni, faceva uso di coppe e armi che si presumeva essere appartenute ad Alessandro e ne aveva collocato molte statue sia negli accampamenti che nella città di Roma. Gli fece erigere un tempio a Ilio, l’antica città di Troia; aveva inoltre formato una falange di sedicimila uomini, composta solo da macedoni, e l’aveva chiamata “falange di Alessandro”, dotandola delle armi che avevano in dotazione ai suoi tempi. Caracalla giunse ad Alessandria nell’inverno del 215; tra una strage e l’altra dei suoi cittadini, non si sarà fatto sfuggire l’occasione di fare visita al sepolcro del suo eroe.

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Ritratto di Caracalla, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nonostante tante visite nel passato, la tomba di Alessandro Magno, che secondo la testimonianza di Strabone si trovava ad Alessandria, non è però mai stata ritrovata dagli archeologi. L’ultima testimonianza certa sulla sua esistenza all’estremità orientale dell’agorà di Alessandria risale alla fine del IV secolo, poi più nulla.

Idi di Marzo (15 marzo 44 a.C.)

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Giulio Cesare, busto in basanite, Altes Museum, Berlino

La sera prima delle Idi di marzo del 44 a.C., si svolse una cena a casa di Lepido, che era il Magister Equitum di Giulio Cesare. Tra i commensali si discuteva su quale fosse il tipo di morte da ritenersi migliore. Quando fu il suo turno di parlare, Cesare disse:

“A ogni altra, ne preferisco una rapida e improvvisa” ¹.

Svetonio è uno di quelli che si chiese se Cesare, per stanchezza o perché si sentiva in declino fisico, non abbia alla fine consapevolmente voluto morire. Tanti erano stati gli avvertimenti e le voci di una imminente congiura. Certo, fu sconcertante la decisione che Cesare prese di congedare la scorta armata che lo accompagnava. Sempre Svetonio ci riferisce che Cesare era solito dire che

la sua sopravvivenza fisica non era di suo personale interesse, al contrario gli interessava soprattutto la repubblica; perché lui già da tempo aveva conseguito più che largamente potenza e gloria, ma la repubblica, se a lui fosse accaduto qualcosa, sarebbe precipitata in guerre civili di gran lunga più gravi delle precedenti” ².

Mai parole furono più profetiche. La notte tra il 14 e il 15 marzo fu segnata da oscuri presagi. Calpurnia, la moglie di Cesare, sognò che il tetto della casa crollava e che suo marito le veniva ucciso tra le braccia. Svegliandosi di soprassalto, Calpurnia credette di vedere all’improvviso le porte e le finestre della camera da letto spalancarsi da sole. Anche Cesare ebbe il sonno disturbato e sognò di sentirsi librare nell’aria, al di sopra delle nuvole e di stringere la mano a Giove. Inoltre, all’alba del giorno fatale, gli indovini riferirono che i sacrifici davano segni infausti ³. Cesare era di natura estremamente laica e in genere non si lasciava intimidire dai presagi, ma questa volta era turbato e pensò seriamente di inviare Antonio a disdire la riunione del Senato.

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Marco Antonio, Musei Vaticani

Purtroppo, intervenne uno dei congiurati, assiduo frequentatore della casa di Cesare, Decimo Giunio Bruto Albino, che godeva a tal punto della fiducia di Cesare, da essere inserito nel suo testamento. Decimo Bruto utilizzò ogni sorta di argomentazioni per convincere Cesare a recarsi alla riunione del Senato, nella Curia di Pompeo. Non si potevano indispettire i senatori, che lo stavano aspettando, rinviando una seduta per l’incubo di una donna o per le chiacchiere degli aruspici. Comunque, se proprio Cesare voleva rinviare la seduta, era meglio che si recasse di persona alla Curia, per comunicare la sua decisione. E così, spinto quasi a forza dal congiurato, all’ora quinta Cesare uscì dalla Regia nel foro, dove abitava in quanto pontefice massimo, e andò incontro al suo destino. Durante il tragitto da casa alla Curia di Pompeo, alcune persone tentarono senza successo di avvertire Cesare di una congiura ai suoi danni. Tra questi, un greco, Artemidoro di Cnido ⁴, frequentatore della cerchia di Marco Giunio Bruto, che evidentemente aveva ascoltato qualche parola in proposito. Cesare incontrò anche Spurinna, l’aruspice che tempo prima gli aveva predetto di stare attento ad un pericolo non oltre le idi di marzo; Cesare lo prese bonariamente in giro: “sono le idi di marzo e non mi è accaduto nulla” e Spurinna ribattè: “ma non sono ancora trascorse“. Arrivato alla Curia, Cesare entrò nell’atrio e si accomodò sullo scranno a lui riservato, mentre Trebonio, uno dei congiurati, si occupava di trattenere Marco Antonio al di fuori ⁵.

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“Morte di Giulio Cesare”, di Vincenzo Camuccini (1806)

Dopo i convenevoli di rito, gli altri congiurati circondarono il dittatore. Ad un segnale convenuto, Publio Servilio Casca e suo fratello Gaio colpirono per primi Cesare con il pugnale; poi, gli si avventarono contro tutti gli altri. Dopo il primo, comprensibile smarrimento, Cesare cercò di difendersi ma, quando vide avventarsi contro di lui anche Bruto, capì di essere perduto. Pronunciò la celebre frase “Anche tu, figlio mio“, si avvolse il capo con la toga e attese in silenzio la morte ⁶. Trafitto dai congiurati, stramazzò presso la base della statua di Pompeo, che ebbe così la sua simbolica vendetta.

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“La morte di Cesare”, di Jean Leon Gerôme (1859)

 

Era opinione diffusa, e Cesare lo sapeva bene, che Bruto fosse veramente suo figlio, frutto del suo amore mai sopito per Servilia, purtroppo contrastato dai legami familiari della donna, che era anche sorella di Catone. I congiurati avrebbero voluto gettare il cadavere di Cesare nel Tevere, per suggellare il tirannicidio, ma non ne ebbero il coraggio. Dopo qualche ora, tre schiavi deposero il corpo di Cesare su una lettiga e lo riportarono a casa dalla moglie Calpurnia. Il medico Antistio esaminò il cadavere e certificò che delle ventitré coltellate che lo avevano raggiunto, solo una al petto era stata mortale ⁷. Nello spazio di pochi giorni, come previsto da Cesare, lo spettro della guerra civile avrebbe nuovamente imperversato sui domini di Roma e i fratelli si sarebbero ancora battuti contro i fratelli.

Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì  di morte naturale. Furono  condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcun si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare” ⁸.

 

NOTE

¹ Svetonio (Vita di Cesare, 87)

² Svetonio (Vita di Cesare, 86)

³ Dione Cassio (Storia Romana, XLIV, 17, 1-3)

⁴ Plutarco (Cesare, 65, 1-4)

⁵ Dione Cassio (Storia Romana, XLIV, 19, 1)

⁶ Svetonio (Vita di Cesare, 82)

⁷ Svetonio (Vita di Cesare, 82)

⁸ Svetonio (Vita di Cesare, 89)

20 marzo 44 a.C.: funerali di Cesare

Robertson, George Edward, 1864-1926; Mark Antony's Oration
Discorso di Marco Antonio davanti al corpo di Cesare

Nella confusione generale che seguì all’uccisione di Giulio Cesare, i tirannicidi non riuscirono a guadagnarsi l’appoggio popolare che speravano di ottenere e furono costretti ad asserragliarsi sul Campidoglio. I congiurati furono convinti a scendere dal Campidoglio da Marco Antonio, che gli consegnò i suoi figli a garanzia della loro incolumità. Antonio, console in carica, che era fuggito in preda al panico quando aveva visto Cesare soccombere sotto i colpi dei congiurati, aveva ben presto ripreso il controllo della situazione ed aspettava solo il momento giusto per mettere in atto il suo piano. Antonio aveva infatti capito che l’anello debole dei congiurati era Bruto, da cui ottenne il consenso a dare lettura del testamento di Cesare, di cui certamente già conosceva il contenuto e, soprattutto, l’autorizzazione a svolgere con tutti gli onori i funerali del dittatore. Esequie pubbliche per Cesare, ratifica di tutti i suoi atti e amnistia per i congiurati furono il risultato dell’accordo promosso da Antonio, salutato dai senatori come colui che aveva salvato Roma da una nuova guerra civile.
La lettura del testamento, custodito fino a quel momento dalle Vestali, aveva già esacerbato gli animi; la generosità di Cesare era emersa in maniera grandiosa: oltre ai cospicui donativi in favore del popolo romano, per cui ogni cittadino avrebbe ricevuto la somma di trecento sesterzi, e alla concessione in uso pubblico dei giardini che Cesare possedeva alle pendici del Gianicolo vicino al Tevere, dove si era trasferita Cleopatra col figlio Cesarione, tra le altre disposizioni stabilite da Cesare, Decimo Bruto, uno dei congiurati, veniva indicato tra gli eredi minori, e molti di loro erano nominati come possibili tutori del figlio adottivo Ottavio.
Il funerale di Cesare fu il capolavoro politico di Antonio, e fu chiaramente studiato fin nei minimi particolari per ottenere l’effetto voluto.
Il 20 marzo, sorretto dai magistrati, circondato da tutti i patrizi e plebei che avevano ricoperto cariche pubbliche e seguito da una folla di cittadini e veterani, il corpo di Cesare venne portato nel Foro, davanti ai Rostri. In quel punto, venne costruita un edicola aurea modellata sul tempio di Venere Genitrice, in cui fu deposto il corpo del dittatore, adagiato su una lettiga d’avorio, coperta di porpora e oro. Nell’edicola, era esposta in grande evidenza la veste insanguinata e trapassata dalle coltellate che Cesare indossava al momento dell’assassinio. Per infiammare ancora di più gli animi della folla, Antonio fece dare pubblica lettura del senatoconsulto con cui, pochi mesi prima, i senatori si erano impegnati a difendere la persona di Cesare a costo della vita e che fu alla base della decisione del dittatore di congedare la sua scorta personale e recarsi indifeso all’appuntamento coi suoi assassini.

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Busto di Marco Antonio, Musei Vaticani

Antonio pronunciava l’elogio funebre di Cesare e mostrava a tutti la veste insanguinata, accompagnando le parole con gesti ed espressioni da consumato attore. Mentre la commozione e la rabbia degli spettatori montavano, Antonio mise in atto un vero colpo da maestro, di cui ci parla Appiano; fece issare da una macchina teatrale un’immagine di Cesare molto somigliante, fatta di cera, che mostrava le ventitré ferite sanguinanti aperte dalle pugnalate e il volto sfigurato, e la fece vedere a tutti i presenti.
Fu l’elemento che scatenò la reazione popolare che Antonio voleva. In un clima di esaltazione collettiva, la folla preparò una pira su cui fu cremato il corpo di Cesare e poi si aprì la caccia ai congiurati, le cui case furono assalite con l’intento di incendiarle. A farne le spese, come spesso accade, fu l’innocente Gaio Elvio Cinna, scambiato per il pretore Lucio Cornelio Cinna, che aveva violentemente attaccato Cesare con un discorso subito dopo la sua morte. Il povero Elvio Cinna venne trucidato per errore dalla folla inferocita e la sua testa fu infissa su una lancia e portata in giro per la città. Quando le fiamme della pira si furono spente, le ossa e le ceneri di Cesare vennero prelevate e collocate nel sepolcro di famiglia, nel Campo Marzio, vicino alla tomba dell’amata figlia Giulia, morta di parto nel 54 a.C.
Antonio aveva intanto ottenuto il risultato voluto, messo i tirannicidi in estrema difficoltà e si proponeva come erede politico di Cesare. Purtroppo per lui, stava per sorgere l’astro del giovane Ottaviano, che si sarebbe presto rivelato tutt’altro che un giovane facilmente manipolabile.

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Marc Antony Reading the Will of Caesar. William Hilton, Olio su tela, 1834