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Saturnalia (17 – 23 dicembre)

Dal 17 al 23 dicembre si svolgeva a Roma la festa forse più attesa di tutte, per il carattere di gioiosa allegria che la contraddistingueva: i Saturnalia, in onore di Saturno.

Saturno era un’antica divinità di cui non siamo in grado di determinare con certezza l’origine. Forse identificabile con l’etrusco Satres, Saturno è nell’elenco delle divinità importate a Roma da Tito Tazio ¹. Nel periodo monarchico, sappiamo che a Saturno era dedicato un altare nel foro, di cui la tradizione attribuiva la fondazione ai compagni di Ercole. Tarquinio il Superbo volle sostituirlo con un tempio che fu però dedicato solo nel 497, anni dopo la sua cacciata. Solo in seguito, Saturno venne identificato con Crono, il titano sposo di Rea che venne scacciato dall’Olimpo da suo figlio Zeus, e ne assunse in parte il retroterra mitico, che gli era in realtà estraneo.

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Saturno che impugna la falce; affresco del I secolo d.C.; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Secondo il mito che si è in seguito consolidato, Saturno, rappresentato come un vecchio dalla barba bianca e con una falce in mano, giunse in Italia detronizzato da Giove e venne accolto da Giano, che era il primo sovrano di queste terre. Giano, dalla sua dimora sul Mons Ianiculus, accolse benevolmente l’ospite, gli offrì come rifugio il colle di fronte al suo, che chiamò Mons Saturnius, e che in futuro sarebbe stato conosciuto col nome di Campidoglio; poi, da divinità civilizzatrici quali erano entrambi, regnarono insieme di comune accordo.

Quando Saturno si insediò nel Lazio, ebbe inizio il suo regno, un’età dell’oro chiamata saturnia regna (il regno di Saturno), in cui gli uomini vivevano in pace, nell’abbondanza, senza disuguaglianze sociali, violenze e dolori. Saturno, il cui nome secondo Varrone ² e Macrobio ³ derivava dal verbo serere (seminare), era sicuramente un dio agricolo, legato alla terra, e conosceva tutti i segreti dell’arte dell’agricoltura tra cui, come testimoniato dall’appellativo di Stercutius, la fertilizzazione dei campi col letame.

Saturno iniziò a insegnare agli uomini come coltivare la terra, eliminò le usanze più barbare e introdusse nel Lazio la civiltà e l’ordine sociale che deriva dalle leggi. Accanto a Saturno, sedeva come sposa Ops, dea dell’abbondanza e della prosperità, che forniva agli uomini i beni necessari al sostentamento. Nacque allora il mito della Saturnia Tellus, la Terra di Saturno, in cui i campi generavano spontaneamente i frutti di cui gli uomini avevano bisogno.

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Statua di Saturno (I secolo d.C.), Museo Numantino di Soria, Spagna

Questa mitica età dell’oro, in cui uomini e dèi vivevano insieme, ebbe purtroppo termine quando Saturno un giorno improvvisamente sparì (come accadrà anche ad altre figure mitiche come Enea, Latino e Romolo), ed iniziò il tempo di Giove. Saturno non era però morto, ma solo addormentato ed era stato portato da Giove ai confini della terra, in un luogo denominato Isola dei Beati, dove continuò a dormire il suo eterno sonno.

In onore di Saturno, Giano istituì la festa dei Saturnalia ⁴, che aveva lo scopo di celebrare l’aureo regno di Saturno nel Lazio.

La celebrazione dei Saturnali iniziava con un solenne sacrificio a Saturno presso il suo tempio nel Foro, presso cui era custodito l’aerarium, il tesoro pubblico del popolo romano. Al dio veniva offerta una scrofa e si consumava un banchetto sacro al quale tutti potevano partecipare. Al termine del banchetto collettivo, i convitati si scambiavano il caratteristico augurio al grido di “Io Saturnalia“. I riti sacrificali venivano officiati da sacerdoti a capo scoperto, secondo l’uso greco. La statua del dio Saturno nel tempio aveva sempre i piedi legati con bende di lana ⁵. Tali legami (compedes) erano caratteristici degli schiavi e venivano sciolti solo in occasione dei Saturnalia, per consentire al dio di prendere parte ai festeggiamenti.

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Saturnalia (1782-1783), di Antoine Callet. Sullo sfondo, si nota la statua di Saturno con la falce.

I Saturnalia vennero celebrati per la prima volta in epoca storica il 17 dicembre del 497 a.C., in occasione della dedica del tempio di Saturno nel foro romano ⁶. Inizialmente la festa veniva celebrata solo il 17 dicembre; sul finire della Repubblica essa fu estesa fino al 19 dicembre mentre in età domizianea raggiunse la durata definitiva fino al 23 dicembre.

Uno dei tratti caratteristici dei Saturnalia era la libertà concessa agli schiavi, che banchettavano insieme ai padroni. Toccava infatti ai padroni servire i propri schiavi, a meno che non preferissero dividere il pasto con loro ⁷.

Tutti gli invitati ai banchetti si scambiavano il saluto augurale “Io, Saturnalia”, forse un’abbreviazione della frase “ego tibi optimis Saturnalia auspico”.

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Mosaico con gioco dei dadi (III secolo d.C.), da El Djem; Museo del Bardo, Tunisi

Nei giorni dei Saturnalia erano permessi i giochi d’azzardo, normalmente proibiti dalla legge, i tribunali non funzionavano, non si poteva richiedere il pagamento dei debiti, nessuno poteva essere condannato, non si portava la toga ma la synthesis, una più pratica veste da camera.

Come simbolo di uguaglianza tra gli uomini, tutti portavano il pilleus, il copricapo che indossavano i liberti, cioè gli schiavi che erano stati affrancati. Caratteristica dei Saturnali non era quindi il sovvertimento dell’ordine sociale – come a volte si afferma – ma l’uguaglianza tra gli uomini, la mancanza di differenze di ceto che era stato il tratto tipico dell’età dell’oro di Saturno. Durante i Saturnali, si organizzavano anche dei banchetti nelle sontuose dimore della nobiltà, in cui si affrontavano dibattiti filosofici e discussioni sui grandi temi filosofici, sulla poesia, sulla vita, sulla morte, sull’amore. Durante questi banchetti privati, si eleggeva un princeps o rex saturnalicius, il re dei Saturnali, che indossava una maschera dai colori sgargianti, si vestiva di rosso e si occupava della buona riuscita dei festeggiamenti. Una testimonianza delle discussioni che si tenevano in questi banchetti ci è offerta, a cavallo tra il IV e V secolo d.C. da Macrobio, nella sua opera intitolata appunto “Saturnalia”.

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Rilievo raffigurante Saturno con falce (II secolo d.C.); Musei Capitolini, Roma

Il 20 dicembre si celebravano i Sigillaria, che prendevano il nome dai sigilla, le statuine di cera o pasta che si regalavano come doni ai familiari e agli amici più stretti, per essere offerte ai Lari e a Saturno, e che venivano venduti in un apposito mercatino.

I Saturnalia erano così popolari che continuarono ad essere celebrati anche dopo il V secolo, quando ormai il cristianesimo si era affermato, ormai depurati dagli elementi più strettamente pagani, per poi essere in parte assorbiti dalle festività per la fine dell’anno e dal Carnevale.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, V, 74)

² Varrone (De lingua latina, V, 64)

³ Macrobio (Saturnalia, I, 10, 20)

⁴ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 24)

⁵ Macrobio (Saturnalia, I, 8, 15)

⁶ Tito Livio (Ab urbe condita,  II, 21, 2)

⁷ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 37)

Festa di Tiberino (8 dicembre)

L’8 dicembre di ogni anno, a Roma, nell’anniversario della fondazione del suo tempio sull’isola Tiberina, si festeggiava Tiberino (Pater Tiberinus), la personificazione del fiume Tevere. Le celebrazioni erano dette Tiberinalia e consistevano in cerimonie di purificazione delle acque e delle sorgenti.

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Statua colossale di Tiberinus (età adrianea), rinvenuta a Roma nel 1512 nell’area dell’Iseum Campense, e ora al Louvre di Parigi

Secondo alcuni, Tiberino era figlio di Giano e di Camesene ¹, una ninfa dei boschi, ed era il dio che diede nome al Tevere, chiamato precedentemente Albula ², per le sue acque terse e brillanti (albus significa bianco in latino).

Tiberino possedeva anche doti profetiche e veniva descritto da Virgilio come un vecchio con la testa cinta di una corona di canne palustri ³. Tra i vari attributi che lo caratterizzano nelle sue statue, troviamo un ramo frondoso, una cornucopia, un remo, la prua di una nave e la lupa che allatta Remo e Romolo.

Dall’unione di Tiberino con Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, nacque Ocno o Aucno, eroe fondatore di Mantova ⁴.

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Statua di Tiberino, dal Canopo di Villa Adriana

Secondo un’altra tradizione Tiberino, chiamato Thybris dagli etruschi, fu uno dei re di Alba Longa, figlio di Capete e padre di Agrippa⁵ ⁶ o Acrota ⁷; durante una battaglia cadde nel fiume Albula e morì annegato nelle sue acque; senpre in suo onore il fiume fu ribattezzato Tevere.

NOTE

¹ Ateneo di Naucrati (Deipnosofisti, XV, 692d-f)

² Servio (Commento all’Eneide, VIII, 330)

³ Virgilio (Eneide, VIII, 31 – 34)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, X, 198)

⁵ Livio (Ab urbe condita, I, 3, 8 – 9)

⁶ Orazio (Fasti, IV, 46 – 49)

⁷ Ovidio (Metamorfosi, XIV, 614 – 616)

Fontinalia (13 ottobre)

Il 13 ottobre di ogni anno si celebrava a Roma la festa pubblica dei Fontinalia, in onore di Fons, o Fontus, dio delle sorgenti, delle fonti e dei pozzi. Ghirlande di fiori venivano gettate nelle sorgenti naturali o deposte sui pozzi ¹, e i passanti vi lanciavano all’interno delle monete, come augurio di buona sorte.

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Olio su tela di Eduardo Ettore Forti, collezione privata

A Fons era consacrata un’ara sul Gianicolo ² e, nel 231, ad opera del console Gaio Papirio Masone, gli fu dedicato un tempio fuori le mura, dinanzi alla Porta Fontinalis, dove si svolgevano i sacrifici connessi alla festa. Nella stessa epoca, il dio delle sorgenti venne collocato nel mito come figlio di Giano, il dio degli inizi. Giano, il primo mitico sovrano del Lazio avrebbe concepito Fons con la ninfa acquatica Giuturna.

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Pozzo romano in marmo con il mito di Narciso ed Eco, (II secolo d.C.), Metropolitan Museum, New York

Fons era il dio delle sorgenti in generale, ma per la religiosità dei romani, ogni sorgente era poi sorvegliata da un essere divino, in genere una ninfa, come Egeria e Giuturna. Ancora nel V secolo d.C. il grammatico Servio affermava che non c’era sorgente che non fosse sacra.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, VI, 22)

² Cicerone (De legibus, II, 56)

Portunalia (17 agosto)

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Palemone o Portuno a cavallo di un delfino, Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo

Il 17 agosto è il giorno in cui si celebrano i Portunalia, la festa in onore di Portuno, un’antica divinità romana, protettrice dei porti e delle porte, la cui appartenenza all’epoca più arcaica è testimoniata dall’esistenza di un suo culto pubblico curato dal Flamine Portunale (flamen portunalis), uno dei dodici flamini minori. La funzione di protezione delle vie di accesso rendeva Portuno affine a Giano, di cui alcuni studiosi lo ritengono un’emanazione. Le prerogative di Portuno si limitarono infine, col tempo, alla protezione dell’ingresso marittimo e fluviale di Roma, e quindi al suo porto, ridefinendolo come divinità marina.

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Mosaico proveniente da Djemila, Algeria

Come testimoniato da Festo, Portuno veniva rappresentato con le chiavi in mano (come Giano) e le chiavi, insieme al fuoco, avevano un ruolo nei Portunalia, anche se purtroppo non sappiamo quale, a causa della corruzione di un testo che ne parlava: forse le chiavi venivano gettate nel fuoco. In età repubblicana, nel processo di reinterpretazione delle divinità romane sulla base dei miti greci, Portuno finì per essere identificato col dio del mare Palemone, figlio di Leucotea. A sua volta, l’assimilazione di Leucotea con Mater Matuta, la dea romana dell’aurora, rese quest’ultima madre di Portuno/Palemone.

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Tempio di Portuno al Foro Boario

A Portuno era dedicato un tempio nel Foro Boario, presso il ponte Emilio, vicino all’antico porto tiberino, dov’era lo scalo delle merci. Il tempio di Portuno (Aedes Portuni) secondo Varrone fu dedicato proprio nel giorno dei Portunalia e si presenta di ordine ionico, tetrastilo (con quattro colonne scanalate sulla fronte); la forma in cui lo vediamo attualmente è un rifacimento del I secolo a.C., ma il tempio originale risalirebbe almeno al VI secolo.
Le colonne erano anticamente rivestite con intonaco per imitare il marmo e in vari punti è ancora visibile e conservato.
La trasformazione del tempio in chiesa cristiana, nel IX secolo, ne ha consentito la conservazione delle strutture esterne.

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Il rituale della Devotio

L’esercito romano, nella sua millenaria storia, fu sicuramente temibile ma tutt’altro che invincibile. Durante il periodo repubblicano (509-27 a.C.), molte furono infatti le occasioni in cui si temette per le sorti di Roma.
Parliamo oggi di un rito religioso antichissimo, con forti componenti magiche, a cui si ricorreva in situazioni disperate e che le fonti attestano con sicurezza solo in tre casi: la “devotio“.

La Devotio era un particolare rituale religioso romano col quale l’officiante, il devotus, era al tempo stesso anche l’offerta agli dei: si trattava di un contratto nel quale l’uomo, chiedendo un favore specifico, dava in cambio la propria vita come offerta agli dei. Tuttavia l’offerta non veniva riconosciuta agli dei a grazia ottenuta, ma in anticipo, obbligandoli a non poter rifiutare quanto richiesto. Questo rito era compiuto soltanto in circostanze eccezionali, di gravissimo pericolo per la Res Publica e trovava quindi in genere applicazione in battaglia, nei casi in cui l’esercito romano si trovava a rischiare una rovinosa sconfitta. Il rito prevedeva che il comandante (il console, il dittatore o il pretore) si consacrasse agli dei, invocandoli secondo un preciso ordine, con una preghiera in cui chiedeva la vittoria per Roma ed i suoi alleati in cambio del suo sacrificio, e di quello degli eserciti nemici, agli Dei Mani e a Tellus (la Terra).

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Tito Livio ci tramanda esattamente lo svolgimento del rito ¹. Seguendo le istruzioni del Pontefice Massimo, colui che lo compiva indossava la toga praetexta (tipica dei magistrati), quindi coprendosi il capo con un lembo della toga e levando la mano sinistra al di sotto di essa fino a toccarsi il mento, stando in piedi con un giavellotto posto sotto i piedi, recitava questa formula, un carmen dal grande potere evocativo:

Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e ottengo la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, io immolo insieme con me agli Dèi Mani e alla Terra, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici”.

Quindi, armato, si lanciava a cavallo contro l’esercito nemico, alla ricerca della morte che avrebbe perfezionato il patto con le divinità. Se il comandante moriva, era il segno favorevole che gli dei avevano accettato il voto; l’esercito romano, assistendo alla morte del suo condottiero, trovava quindi un rinnovato vigore e rovesciava le sorti della battaglia in suo favore, come risultato del patto stipulato con la devotio.

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La morte di Publio Decio Mure per devotio, Pieter Paul Rubens 1617-1618

Se invece il comandante sopravviveva, l’offerta non era stata gradita dagli dei e il malcapitato veniva interdetto a vita da tutti le cerimonie religiose private o pubbliche; gli era solo permesso di consacrare le sue armi a Vulcano o a qualsiasi altra divinità di sua scelta. Se addirittura il giavellotto, su cui il comandante aveva pronunciato la formula della devotio, era caduto in mano al nemico, era necessario un ulteriore rito di purificazione in onore di Marte, a cui si sacrificavano un maiale, una pecora e un toro (suovetaurilia).

Sempre Livio ² ci informa che il comandante poteva decidere di immolare agli dèi un qualsiasi legionario ai suoi ordini, anziché se stesso. In tal caso, se il legionario consacrato agli dei moriva, il patto era validamente concluso; se invece non moriva, era necessario realizzare una statua di oltre due metri (sette piedi) del legionario e sotterrarla, compiendo anche un sacrificio espiatorio; non era inoltre lecito a un magistrato romano passare sopra il luogo dove era stata sotterrata quella statua.

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La morte di Decio Mure, Simon de Vos, 1641

Siamo a conoscenza di tre occasioni in cui il rito della devotio fu effettuato, curiosamente ad opera di tre omonimi membri della stessa famiglia.
Il primo fu Publio Decio Mure, console nel 340 a.C., che compì il rito durante la battaglia del Vesuvio contro la Lega Latina.
Il secondo fu il suo omonimo figlio Publio Decio Mure, console nel 295 a.C., che si immolò nella battaglia di Sentino contro gli Italici;
Il terzo fu il nipote Publio Decio Mure, console nel 279 a.C., che si sacrificò nella battaglia di Ascoli Satriano contro la coalizione di forze tarantine, sannite ed epirote alla cui guida era Pirro, re dell’Epiro; i romani persero la battaglia, ma strategicamente Pirro perse la guerra.

NOTE

¹ Tito Livio (Ab Urbe condita libri, VIII, 9)

² Tito Livio (Ab urbe condita, VIII, 10, 11-14)

9 gennaio: Agonalia di Giano

Il 9 Gennaio è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva altre tre volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: l’11 dicembre a Sol Indiges, il 17 marzo a Marte, e il 21 maggio a Veiove (Veiovis). L’etimologia del nome e il significato più antico del rituale erano ormai sconosciuti anche agli autori classici.
Gli Agonalia del 9 gennaio erano dedicati a Giano, il dio del mese (Ianuarius), di tutti gli inizi e dei passaggi.

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I festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un montone dal manto nero, simbolo di fertilità, da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un indizio dell’origine arcaica di questa festa, che in età regia veniva celebrata dal re. La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio.
Il fatto che fosse il rex sacrorum, che era al vertice della gerarchia sacerdotale, a occuparsi della celebrazione del rito è un chiaro indizio dell’importanza di Giano nel più antico pantheon romano, anche se non esisteva un flamine preposto al suo culto. Giano era una divinità prettamente italica, che non aveva equivalenti nel mondo greco. Il corrispondente etrusco di Giano era invece il dio Culsans, anch’esso rappresentato con testa bifronte.

Il mito narra che Giano sia stato il primo dei mitici sovrani del Lazio, e che avesse stabilito la sua sede sul monte Gianicolo, che da lui prese il nome. Durante il suo regno, avrebbe insegnato agli antichi abitanti del Lazio, gli Aborigeni, l’arte della navigazione, della coltivazione e l’uso della moneta. Un Giano portatore di civiltà, il cui regno veniva identificato, insieme a quello di Saturno, che accolse fuggiasco nel Lazio, come la mitica “età dell’oro”, in cui uomini e dèi vivevano insieme. In onore di Saturno, poi, Giano istituì i Saturnali ¹, che venivano celebrati dal 17 al 23 dicembre di ogni anno. Tra i figli di Giano, vanno ricordati Tiberino, personificazione del fiume Tevere e Fontus, dio delle sorgenti.

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Giano è il dio degli inizi e dei passaggi, sia nel tempo che nello spazio, è il custode di ogni forma di mutamento e il protettore di tutto ciò che concerne una fine e un nuovo inizio. Pertanto, veniva invocato per primo, al principio di qualsiasi azione o impresa. Con l’appellativo di ianitor, era inoltre il signore di ogni tipo di porta (ianua) ed a lui, insieme a Giunone, era dedicato il primo giorno di ogni mese (Kalendae). Inoltre, sempre all’inizio di ogni mese, il rex sacrorum gli offriva un sacrificio ². Il suo culto è antichissimo ed è probabile che Giano fosse la divinità principale del pantheon romano in epoca arcaica. Di ciò resta traccia nella circostanza che Giano veniva invocato per primo nelle cerimonie, nell’appellativo “Ianus Pater” che permane nelle formule rituali fino a epoca più tarda, come anche nel fatto che il suo nome venisse celebrato nei canti dei Salii. Come spiegato dal grande erudito Varrone, Giano era il signore di tutti gli inizi, cioè il dio dei “prima”, ovvero su tutto ciò che è primo dal punto di vista cronologico, laddove Giove era il dio dei “summa”, ossia tutto ciò che è eccelso ³. Rappresentato generalmente con due volti contrapposti, a simboleggiare il passato e il futuro, Giano impugnava nella mano destra uno scettro e nella sinistra delle chiavi.

NOTE

¹ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 24)

² Macrobio (Saturnalia, I, 15, 10)

³ Varrone in Agostino (De civitate dei, VII, 9)

Giano, il dio degli inizi

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Il nome del mese di gennaio (Ianuarius) deriva da quello del dio romano Giano. Secondo la tradizione, fu Numa Pompilio, il secondo re di Roma, a dedicare a Giano il primo dei due mesi che aggiunse all’antico calendario che iniziava a Marzo e finiva a dicembre. Giano (Ianus) è una delle divinità più antiche e importanti della religione romana. Il mito narra che Giano sia stato il primo re del Lazio, e che avesse stabilito la sua sede sul monte Gianicolo, che da lui prese il nome. Durante il suo regno, avrebbe insegnato agli antichi abitanti del Lazio, gli Aborigeni, l’uso della moneta, delle navi e l’arte della coltivazione dei campi. Un Giano portatore di civiltà, il cui regno veniva identificato, insieme a quello di Saturno, che accolse fuggiasco nel Lazio, come la mitica “età dell’oro”, in cui uomini e dèi vivevano insieme. In onore di Saturno, poi, Giano istituì i Saturnali ¹, che venivano celebrati dal 17 al 23 dicembre di ogni anno.

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Erma bifronte, Museo delle Navi di Nemi

Tra i figli di Giano, vanno ricordati Tiberino, personificazione del fiume Tevere e Fontus, dio delle sorgenti. Giano è il dio degli inizi e dei passaggi, sia nel tempo che nello spazio, è il custode di ogni forma di mutamento e il protettore di tutto ciò che concerne una fine e un nuovo inizio. Pertanto, veniva invocato per primo, al principio di qualsiasi azione o impresa. Con l’appellativo di ianitor, era inoltre il signore di ogni tipo di porta (ianua) ed a lui, insieme a Giunone, era dedicato il primo giorno di ogni mese (Kalendae). Inoltre, sempre all’inizio di ogni mese, il rex sacrorum gli offriva un sacrificio ². Il suo culto è antichissimo ed è probabile che Giano fosse la divinità principale del pantheon romano in epoca arcaica. Di ciò resta traccia nella circostanza che Giano veniva invocato per primo nelle cerimonie, nell’appellativo “Ianus Pater” che permane nelle formule rituali fino a epoca più tarda, come anche nel fatto che il suo nome venisse celebrato nei canti dei Salii. Come spiegato dal grande erudito Varrone, Giano era il signore di tutti gli inizi, cioè il dio dei “prima”, laddove Giove era il dio dei “summa”, ossia delle cose più alte ³. Il corrispondente etrusco di Giano era il dio Culsans, anch’esso rappresentato con testa bifronte. In Grecia, invece, non esisteva una divinità corrispondente a Giano.

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Il dio etrusco Culsans

Nell’iconografia, Giano veniva rappresentato con un volto giovane e uno vecchio, a simboleggiare il futuro e il passato; i suoi appellativi erano “Patulcius” (colui che apre), “Clusius” (colui che chiude) “Geminus” (duplice), “Biceps” (con due teste) e “Bifrons” (bifronte). Inoltre il dio teneva nella mano destra un bastone e nella sinistra delle chiavi.
Nel primo giorno di Gennaio, alle Calende, i romani offrivano a Giano miele, vino, le focacce chiamate ianual, datteri e fichi secchi e, come augurio di buon anno, erano soliti scambiarsi doni (strenae) come dolci e monete di rame con impressa la testa bifronte del dio su un lato, e una nave sull’altro.

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Giano aveva un tempio nel Foro Olitorio, consacrato nel 260 a.C., di cui restano sette colonne inglobate nella basilica di San Nicola in Carcere vicino al Teatro di Marcello. Nulla è rimasto invece del cosiddetto Tempio di Ianus Geminus di cui resta una raffigurazione sul retro di una moneta di Nerone; esso non era neppure propriamente un tempio, ma un passaggio coperto, dedicato al dio da Numa Pompilio.

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Moneta di Nerone con rappresentazione dello Ianus Geminus

Si trovava poco distante dal Foro, lungo l’Argileto, il vicus che passando tra la Curia e la Basilica Emilia collegava alla Suburra ed era composto essenzialmente da un arco a due ingressi, nel cui interno si trovava la statua del dio. Le porte del tempio restavano chiuse in tempo di pace ed aperte in tempo di guerra, per permettere al dio di accorrere in aiuto dei soldati romani ⁴. In realtà, le stesse fonti antiche si contraddicono a volte e non è chiaro se il tempio, quando le porte erano chiuse, trattenesse invece al suo interno la guerra o la pace. In ogni caso, in un impero costantemente in guerra come quello romano, le porte del tempio rimasero chiuse solo in rarissime occasioni, come, per esempio, tre volte durante il principato di Augusto ⁵, e nel 66 d.C. al tempo di Nerone.

13

Dopo l’editto di Tessalonica (380 d.C.) e la cristianizzazione forzata dell’impero, gran parte dei templi degli dei pagani furono trasformati, chiusi o demoliti; l’usanza dell’apertura e chiusura delle porte venne abbandonata e lo Ianus Geminus fu chiuso per sempre. A questo proposito, si narra un curioso episodio che testimonia invece la persistenza delle tradizioni pagane anche dopo la vittoria definitiva del Cristianesimo.
Secondo quanto racconta Procopio di Cesarea, durante il durissimo assedio della città da parte dei Goti (537 d.C.), la tradizione era ancora così radicata che alcuni cittadini cercarono di riaprire le porte, per permettere al dio di andare in soccorso dei romani in pericolo, ma senza riuscirci a causa dello stato di abbandono in cui versava da decenni la struttura.

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Leggiamo direttamente le parole dello storico bizantino, testimone oculare degli eventi:

“In quei giorni, alcuni cittadini romani cercarono di nascosto di forzare le porte del tempio di Giano per aprirle. Giano è il principale degli antichi dei pagani che i Romani nella loro lingua chiamano Penates. Ha un tempio nella parte del Foro di fronte alla sede del senato, un po’ oltre le statue delle tre Parche o Tria Fata, come i Romani usano chiamare le Moire. Tale tempio è tutto di bronzo, costruito in forma quadrangolare, grande appena quanto basta per contenere la statua di Giano. Anche la statua è di bronzo, alta non meno di cinque cubiti e rappresenta una figura in tutto simile ad un uomo, ma con due facce, una delle quali rivolta a oriente, l’altra a occidente. Di fronte a ciascuna faccia si trovano le due porte del tempio, esse pure di bronzo, che gli antichi Romani usavano tener chiuse in tempo di pace e di tranquillità e aprire in caso di guerra.
Ma dopo che i Romani cominciarono, come tutti gli altri, a seguire la fede cristiana, non si curarono più di aprirle nemmeno quando erano in guerra. Ora, durante questo assedio, alcuni, che forse avevano in mente l’antica usanza, tentarono segretamente di aprirle, ma non riuscirono del tutto nel loro intento, perché scardinarono soltanto le porte in modo che i battenti non combaciavano più perfettamente tra di loro come prima. Non si riuscirono a scoprire gli autori di questa impresa, né si fece alcuna ricerca al riguardo, com’è naturale in simili momenti di grande confusione, tanto che il fatto non venne a conoscenza delle autorità e neanche della popolazione, eccetto pochissimi” ⁶.

NOTE

¹ Macrobio (Saturnalia, I, 7, 24)

² Macrobio (Saturnalia, I, 15, 10)

³ Varrone in Agostino (De civitate dei, VII, 9)

⁴ Tito Livio (Ab urbe condita, I, 19, 2)

⁵ Augusto (Res Gestae, 13)

⁶ Procopio di Cesarea (Guerra Gotica, I, 25)