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Faunalia (5 dicembre)

Nel calendario romano il 5 dicembre ricorreva la festa delle Faunalia, che si svolgeva non in città, ma nelle campagne. Le Faunalia venivano celebrate in onore di Fauno, una divinità italica oggetto di un culto antichissimo; dio della fertilità, protettore degli animali, dei campi e delle selve. In questa giornata, i contadini sospendevano ogni attività lavorativa nei campo, sacrificavano a Fauno un capretto o una pecora e gli offrivano del vino, affinché proteggesse i boschi, il bestiame e le colture e bruciavano incenso sulle are ¹.

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Fauno danzante, dalla Casa del Fauno a Pompei; Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Le caratteristiche principali di Fauno sono evidenziate dai suoi appellativi. Fauno è “Agrestis” ², si aggira nelle foreste e nelle campagne, per apparire spesso ai contadini, che si diverte a spaventare, di giorno e anche di notte; è “Incubus” perché grava sul corpo di chi dorme e lo affligge con inquietanti visioni notturne; è “Inuus” (fecondatore), ovvero è perennemente intento ad accoppiarsi con donne e ninfe, ma anche con le femmine di tutti gli animali; è anche “Fatuus” o “Fatuclus” ³, ovvero dotato di parola, che utilizza per dar voce alla foresta e anche per pronunciare i suoi oracoli. Fauno si trova spesso associato a divinità a lui simili, come Silvano, dio delle selve, e Luperco, una sua manifestazione sotto forma di lupo. Nei miti italici, Fauno è anche il quarto re divino del Lazio (dopo Giano, Saturno e Pico), nipote di Saturno, figlio di Pico e della ninfa Canente e padre di Latino.

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Fauno in marmo rosso (II secolo d.C.), proveniente da Villa Adriana; Musei Capitolini, Roma

Quando la più tarda interpretazione ellenizzante identificherà Fauno con Pan, il dio italico iniziò ad essere rappresentato con corna e zoccoli di capra, come il suo equivalente greco.
Fauno aveva un bosco sacro a lui dedicato sui monti Tiburtini, dove si trovava la sorgente Albunea e si andava per ottenere dal dio gli oracoli durante il sonno, dormendo sopra una pelle di pecora sacrificata ⁴, con il rito dell’incubazione. Fauno era inoltre venerato in una grotta alle pendici del Palatino, detta Lupercale, dove secondo la tradizione la lupa aveva allattato Romolo e Remo.
Nella grotta del Lupercale c’era un’immagine del dio rappresentato nell’abbigliamento dei suoi sacerdoti, i Luperci, nudo e cinto solo di una pelle di capra.
Oltre ai Faunalia del 5 dicembre, in onore di Fauno si celebravano anche i Lupercalia del 15 febbraio. Inoltre, il 13 febbraio ricorreva l’anniversario della fondazione del tempio di Fauno sull’Isola Tiberina, fatto costruire nel 196 da edili plebei e dedicato due anni dopo nel 194 a.C., alle idi di febbraio, che anticipavano di due giorni la più importante festività romana di Fauno, i Lupercalia.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, III, 18)

² Ovidio (Fasti, II, 193)

³ Servio (Commento all’Eneide, VI, 775 e VIII, 314)

⁴ Virgilio (Eneide, VII, 81-106)

Festa di Feronia: 13 novembre

Il 13 novembre, alle idi, nell’anniversario della dedica del suo tempio nel Campo Marzio, si celebrava una festa in onore di Feronia, un’antica divinità italica, il cui culto era largamente diffuso nella penisola. Non sappiamo quando il culto di Feronia sia stato introdotto nell’Urbe, ma lo troviamo per la prima volta attestato nelle fonti nel 218 a.C. quando, dopo la sconfitta al fiume Trebbia, la consultazione dei Libri Sibillini, tra le altre prescrizioni, impose alle schiave liberate di raccogliere tra loro i fondi per offrire un dono a Feronia.

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Denario di Augusto con busto diademato di Feronia (circa 19 a.C.)

Un importante luogo di culto di Feronia era in territorio etrusco, ai piedi del Monte Soratte, nei pressi di Capena; un altro tempio sorgeva a Terracina; tutti i suoi templi avevano delle particolarità: dovevano essere posti nei pressi di un bosco sacro (lucus Feroniae), fuori dalle città e vi doveva essere una fonte d’acqua. Lo stesso tempio di Feronia nel Campo Marzio, a Roma, si trovava in un lucus. La dea voleva infatti la solitudine e rifiutava ogni vincolo di continuità tra i suoi templi e le città vicine. A questo proposito, Plinio il Vecchio racconta che si era smesso di costruire torri tra Terracina e il santuario di Feronia perché venivano tutte distrutte dalle folgori ¹. E Servio narra che in Campania, quando un bosco sacro a Feronia andò a fuoco, gli abitanti del luogo cercarono di spostarne altrove le statue; la dea, pur di non essere allontanata dal suo lucus, compì un miracolo: l’incendio si spense e il bosco tornò subito verde ². Infatti, la dea ” Feronia si rallegra dei boschi verdeggianti”. ³

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Testa di Feronia (II secolo a.C.), Museo Archeologico di Rieti

A Feronia, con l’appellativo di Salus, erano attribuiti poteri di guaritrice, ma il suo culto era collegato anche con la terra e la fecondità dei campi (Feronia Frugifera), per cui gli abitanti di Capena le offrivano, nel suo tempio, le primizie del raccolto. Inoltre, Feronia esercitava anche una sorta di tutela sulla liberazione degli schiavi.

In occasione della festa di Feronia che si svolgeva a Terracina, dove era infatti conosciuta come “dea dei liberti” ⁴, nel tempio avveniva la cerimonia di liberazione degli schiavi, che venivano emancipati e vi ricevevano il pileus, il copricapo di forma conica che simboleggiava la condizione libera. Nel tempio, infatti, si trovava un sedile di pietra con la scritta:

Gli schiavi che lo meritano si siedano e si rialzino liberi“.

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Statua di Gallo prigioniero (fine I secolo a.C.), Musée antique d’Arles

Il nome di Feronia è connesso all’aggettivo ferus, che significa “selvaggio”, “incolto” e costituisce la chiave per interpretare la sua figura. Feronia è infatti, come Sorano, Fauno e Silvano, la dea delle forze selvagge della natura, che però mette al servizio degli uomini per la loro alimentazione e salute; presiede quindi al passaggio dall’incultum al cultum, dal disordine all’ordine ⁵. Ecco perché Feronia ha capacità taumaturgiche che permettono di guarire dalle malattie e presiede al passaggio dalla condizione di schiavitù a quella di uomo libero.

A Preneste, infine, Feronia era considerata la madre di Erulo, l’orrendo mostro con tre vite e tre corpi, che Evandro, appena arrivato in Italia, dovette uccidere tre volte per affermare il suo dominio ⁶.

NOTE

¹ Plinio (Naturalis Historia, II, 146)

² Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

³ Servio (Commento all’Eneide, VII, 800)

⁴ Servio (Commento all’Eneide, VIII, 564)

⁵ G. Dumézil  (La religione romana arcaica, 2001)

⁶ Virgilio (Eneide, VIII, 563-567)

Fordicidia (15 aprile)

Il 15 aprile si svolgeva a Roma il rito dei Fordicidia, in onore della dea Tellus, personificazione della Madre Terra, il cui tempio, consacrato nel 268 a.C., si trovava sull’Esquilino.

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Rilievo della dea Tellus, Museo dell’Ara Pacis, Roma

Tellus era una divinità molto antica, strettamente connessa a Cerere; infatti, come dice Ovidio, “Cerere e Tellus svolgono una funzione comune; l’una dà origine alle colture, l’altra dà il luogo” ¹. A testimoniare questo legame, i Fordicidia si svolgono durante i Ludi Ceriales (12-19 aprile) e quattro giorni prima dei Cerialia in onore di Cerere del 19 aprile. L’origine del rito è antichissima; la tradizione lo fa risalire a Numa Pompilio. Durante il suo regno, ci fu un anno di carestia in cui la fecondità dei campi e degli animali venne meno. Numa consultò Fauno, il dio protettore degli animali, dei campi e delle selve, che aveva anche la capacità di elargire oracoli; la risposta fu enigmatica come sempre:

O re, devi placare Tellus con la morte di due vacche, ma sacrificane una sola e fai che essa fornisca due vite“.

È la sua compagna, la ninfa Egeria, a svelarne a Numa il significato:

Ti sono chieste le interiora di una vacca gravida“.

Numa obbedì all’ordine e offrì le viscere di una vacca gravida: la carestia cessò e la terra e gli animali tornarono ad essere fecondi ².

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Rilievo con preparazione di animale per il sacrificio, II secolo d.C., Louvre, Parigi

Ecco perché durante i Fordicidia, sulla rocca del Campidoglio e in ognuna delle trenta curie veniva sacrificata a Tellus una vacca gravida (forda bove). I feti venivano estratti dal corpo delle vacche e bruciati dalla Vestale Massima, cioè la più anziana, per ricavarne la sacra cenere (suffimen) da utilizzare nei riti di purificazione dei Palilia (21 aprile). Il rituale dei fordicidia aveva lo scopo di favorire la crescita del raccolto ed assicurare la fertilità del bestiame.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, I, 671-674)

² Ovidio (Fasti, I, 641-672)

La cerimonia dei Lupercalia: 15 febbraio

Nel vecchio calendario romano, febbraio era l’ultimo mese dell’anno e, per i Romani, era un mese dedicato ai riti di purificazione.
Proprio con questa finalità, il 15 febbraio di ogni anno si tenevano i Lupercalia, la festa in onore di Fauno, dio dei boschi, delle campagne e delle greggi, i cui riti venivano officiati da una confraternita di sacerdoti chiamati Luperci.

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“Lupercalia”, olio su tela di Andrea Camassei (1635), Museo del Prado, Madrid

La confraternita dei Luperci si adunava di mattina all’estremità sudoccidentale del Palatino per un rito che aveva origini antichissime, forse persino anteriori alla fondazione di Roma. I Luperci, il cui nome deriva dalla parola lupus, si dividevano in due gruppi di dodici uomini ciascuno, che portavano il nome di due gentes: i Luperci Fabiani o Fabii, collegati a Remo e i Luperci Quinctiales o Quintilii, legati a Romolo. I Luperci si riunivano nella grotta del Lupercale dove, secondo la leggenda, Romolo e Remo, sarebbero stati allattati dalla lupa. In questo luogo sacro, alla presenza del Flamen Dialis, i Luperci sacrificavano delle capre ¹ e, secondo Plutarco, anche un cane. Con la pelle delle capre, tagliata in sottili strisce, i Luperci fabbricavano delle fruste ², chiamate februa.

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Mosaico del dio Pan/Fauno

Quindi, venivano condotti alla loro presenza due giovani nobili, a cui alcuni sporcavano la fronte di sangue con il coltello sacrificale ed altri la ripulivano con un batuffolo di lana intriso di latte. Dopo il sacrificio, veniva celebrato un banchetto accompagnato da abbondante consumo di vino. A questo punto i Luperci, completamente nudi tranne che per un perizoma di pelle di capra sui fianchi, iniziavano a piedi scalzi una folle corsa intorno al Palatino, il cui punto di partenza ed arrivo era la grotta del Lupercale. Nella loro corsa selvaggia, i Luperci brandivano le fruste di pelle di capra, con cui colpivano tutti quelli che incontravano sul loro cammino; in particolare le donne che, offrendosi alle scudisciate, speravano così di assicurarsi la fertilità.

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Un Luperco fustiga ritualmente una donna, dal Mosaico dei Mesi e delle Stagioni di El Djem

Questo rito infatti aveva sia finalità di purificazione che di fecondazione. Ovidio, nei Fasti, per spiegare l’origine dei Lupercalia, racconta che al tempo del regno di Romolo, le donne divennero improvvisamente sterili. Esse allora si recarono in un bosco sacro a Giunone per pregare la dea e ottenerne la guarigione. Il responso che ne ottennero fu sconcertante: solo un caprone, penetrandole, avrebbe potuto renderle di nuovo feconde. Un indovino etrusco riuscì ad interpretare il responso; uccise un caprone, lo scuoiò e ne tagliò la pelle in strisce sottili, con cui toccò le donne, che divennero nuovamente capaci di procreare.

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Lastra fittile con Luperci, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Sembra inoltre che, al tempo della monarchia, i Luperci avessero anche una funzione di conferma dell’investitura del rex. Gli indizi di questa antica funzione si troverebbero in un curioso episodio, avvenuto il 15 febbraio del 44 a.C., un mese prima delle idi di Marzo. Marco Antonio era console insieme a Cesare per l’anno in corso. Giulio Cesare, ormai dittatore perpetuo e padrone di Roma, aveva istituito un terzo gruppo di Luperci, chiamati Iulii.

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Antonio offre la corona a Cesare

Secondo il racconto di Plutarco:

I Romani celebravano la festa che chiamano Lupercali, e Cesare, seduto sulla tribuna del Foro adorno della veste trionfale, guardava quelli che correvano. Molti giovani della nobiltà e magistrati corrono unti d’olio, battendo per scherzo con scudisci coperti di pelo i passanti. Fra essi correva Antonio, che mettendo da parte le tradizioni degli avi, avvolse un serto d’alloro intorno a un diadema, corse alla tribuna e, facendosi sollevare dai compagni, lo pose sul capo di Cesare, come se gli spettasse essere re. Cesare fece lo sdegnoso e si scansò; il popolo, lieto, applaudì forte. Di nuovo Antonio protese il diadema, e di nuovo Cesare lo respinse. Molto tempo durò la schermaglia, mentre pochi degli amici applaudivano Antonio che insisteva e tutto il popolo applaudiva con boati Cesare che rifiutava. Era davvero sorprendente che coloro i quali nella pratica tolleravano le condizioni dei sudditi di un re, rifuggivano dal nome di re quasi fosse la distruzione della libertà. Alla fine Cesare si alzò contrariato dalla tribuna e scostando la toga dal collo gridò che offriva la gola a chiunque lo volesse” ³.

Non sapremo mai se fu Cesare stesso a orchestrare questa sceneggiata, forse per testare la reazione popolare a un ritorno del potere regale. Sappiamo però che Cicerone rinfacciò ad Antonio di essere stato, con l’episodio dei Lupercalia, il vero motore dell’uccisione di Cesare, perché da quell’episodio la congiura ebbe una brusca accelerata.
Augusto, nella sua opera riformatrice dei costumi, vietò che alle celebrazioni partecipassero i ragazzi più giovani ⁴ e i Lupercalia continuarono ad essere celebrati senza interruzione durante tutta la storia di Roma; sopravvissero anche alla fine dell’impero e furono soppressi solo da papa Gelasio nel 494 d.C. che, ritenendoli in contrasto con la morale dei cristiani, li sostituì con la Purificazione della Vergine (2 febbraio) e la festa di San Valentino (14 febbraio).

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, II, 361)

² Plutarco (Romolo, 17)

³ Plutarco (Antonio, 12, 1–6)

⁴ Svetonio (Augusto, 31)

Fauno, il dio delle selve

Il 13 febbraio si celebrava l’anniversario della fondazione del tempio di Fauno sull’Isola Tiberina, fatto costruire nel 196 da edili plebei e dedicato due anni dopo nel 194 a.C., alle idi di febbraio, che anticipavano di due giorni la più importante festività romana in onore di Fauno, i Lupercalia.

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Fauno danzante (particolare), da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Fauno è una divinità italica oggetto di un culto antichissimo, protettore degli animali, dei campi e delle selve. Le caratteristiche principali di Fauno sono evidenziate dai suoi appellativi. Fauno è “Agrestis” ¹, si aggira nelle foreste e nelle campagne, per apparire spesso ai contadini, che si diverte a spaventare, di giorno e anche di notte; è “Incubus” perché grava sul corpo di chi dorme e lo affligge con inquietanti visioni notturne; è “Inuus” (da ineo, che significa penetrare), ovvero è perennemente intento ad accoppiarsi con donne e ninfe, ma anche con le femmine di tutti gli animali; è anche “Fatuus” o “Fatuclus” ², ovvero dotato di parola, che utilizza per dar voce alla foresta e anche per pronunciare i suoi oracoli. Fauno si trova spesso associato a divinità a lui simili, come Silvano, dio delle selve, e Luperco, una sua manifestazione sotto forma di lupo.

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Pan e la capra, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nei miti italici, Fauno è anche il quarto re divino del Lazio (dopo Giano, Saturno e Pico), nipote di Saturno, figlio di Pico e della ninfa Canente e padre di Latino. Quando la più tarda interpretazione ellenizzante identificherà Fauno con Pan, il dio pastorale dell’Arcadia, il dio italico iniziò ad essere rappresentato con corna e zoccoli di capra, come il suo equivalente greco.

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Fauno in marmo rosso, II secolo d.C., Musei Capitolini

Fauno aveva un bosco sacro a lui dedicato sui monti Tiburtini, dove si trovava la sorgente Albunea, le cui acque erano imbiancate dai vapori solforosi. In quel bosco sacro i fedeli si recavano per ottenere dal dio gli oracoli durante il sonno, dormendo sopra una pelle di pecora sacrificata ³; si trattava del rito dell’incubazione, che consisteva appunto nel dormire in un luogo sacro per ricevere nel sonno la visita del dio e ascoltarne il responso. Fauno era inoltre venerato in una grotta alle pendici del Palatino, detta Lupercale, dove secondo la tradizione la lupa aveva allattato Romolo e Remo, e da cui partiva la processione rituale dei Luperci intorno al colle ⁴.
Nella grotta del Lupercale c’era un’immagine del dio rappresentato nell’abbigliamento dei suoi sacerdoti, i Luperci, nudo e cinto solo di una pelle di capra.

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Fauno danzante, da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

In onore di Fauno, a Roma si celebravano anche due importanti feste: i Lupercalia del 15 febbraio e i Faunalia del 5 dicembre.

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, II, 193)

² Servio (Commento all’Eneide, VI, 775 e VIII, 314)

³ Virgilio (Eneide, VII, 81-106)

⁴ Plutarco (Romolo, 21, 5)