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Nascita di Diocleziano (22 dicembre 245 d.C.)

Gaio Valerio Diocleziano nacque in Dalmazia il 22 dicembre di un anno compreso tra il 243 e il 248 d.C.; l’Epitome de Caesaribus afferma che Diocleziano visse sessantotto anni ¹. Poiché la più probabile data della sua morte è il 313 d.C. ne possiamo dedurre che Diocleziano nacque presumibilmente nel 245.

Incerto è anche il luogo della sua nascita; secondo alcuni sarebbe nato in un villaggio chiamato Dioclea, che era anche il nome della madre ². Secondo altri il suo luogo di nascita era l’antica città di Salona (odierna Solin, alla periferia di Spalato).

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Ritratto di Diocleziano, Museo Nazionale della Serbia, Belgrado

Secondo Eutropio, le origini di Diocleziano erano così oscure, che alcuni lo credevano figlio di uno scriba, ed altri addirittura di un liberto affrancato da un certo senatore Anullino ³.

Il fatto che nei panegirici dedicati a Diocleziano – le orazioni pronunciate in pubblico per esaltare i meriti di un personaggio – non si faccia nessun riferimento alla sua famiglia e alla sua formazione culturale, è un chiaro indizio che nel suo passato non c’era molto di cui andare fiero. Diocleziano sapeva comunque leggere e scrivere in latino e, per un ragazzo cresciuto nel pieno della crisi del III secolo e in una zona periferica dell’impero, era già molto.

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Testa proveniente da una statua di Diocleziano,  Getty Museum,  Malibu

Alla nascita si chiamava Gaio Valerio Diocle (Gaius Valerius Diocles); aveva quindi un cognome greco, che significa “gloria di Zeus”, e che decise di romanizzare in Diocleziano (Diocletianus) solo quando fu proclamato Augusto il 20 novembre 284. Infine, con la nomina del suo vecchio compagno d’armi Massimiano ad Augusto, nei primi mesi del 286, assunse il nome definitivo di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, in onore degli Antonini e dei suoi predecessori che da Claudio II a Caro avevano usato il nome di Aurelio.

In Dalmazia, che nel corso del III secolo diede i natali a molti condottieri ed imperatori romani, Diocleziano trascorse un’infanzia serena pur se modesta. Di quella terra ebbe sempre una viva nostalgia e vi tornò in vecchiaia, dopo aver abdicato nel 305, per trascorrere i suoi ultimi anni in un sontuoso palazzo che vi aveva fatto appositamente costruire nell’odierna Spalato, che da “Palatium” deriva il nome.

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Ritratto di Diocleziano in età avanzata, Worcester Art Museum

Passata l’adolescenza, Diocleziano si arruolò nell’esercito, abbandonò la sua terra ed iniziò una durissima carriera militare che, da semplice recluta, l’avrebbe portato ad ottenere l’importante incarico di comandante dei protectores domestici, incaricato della protezione della persona stessa dell’imperatore. In questo ruolo di prestigio assoluto e di grande responsabilità, Diocleziano partecipò nella primavera del 283 alla spedizione di Caro contro i Persiani, al termine della quale, dopo la morte dello stesso Caro e del figlio Numeriano, il 20 novembre del 284 fu proclamato Augusto dalle truppe.

Le vicende che portarono alla rocambolesca proclamazione di Diocleziano si trovano al link https://jt1965blog.wordpress.com/2018/10/20/proclamazione-di-diocleziano/

NOTE

¹ Anonimo (Epitome de Caesaribus, 39, 7)

² Anonimo (Epitome de Caesaribus, 39, 1)

³ Eutropio (Breviarium, IX, 19, 2)

Morte di Galerio: 5 maggio 311

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Testa di Galerio in porfido, dal suo palazzo a Gamzigrad

Il 5 maggio 311 Galerio moriva a Serdica (l’odierna Sofia), divorato da un male incurabile. Galerio era stato Cesare di Diocleziano dal 293 al 305; dopo l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano nel 305, era subentrato nella carica di Augusto d’Oriente, distinguendosi per l’inflessibilità nel perseguitare i cristiani che non rispettavano l’obbligo di sacrificare agli dèi.

Galerio regnava già da diciotto anni, quando Iddio lo colpì con una piaga incurabile. Gli si manifestò un’ulcera maligna nella parte inferiore dei genitali e si diffuse sempre più largamente” scriveva Lattanzio, il retore cristiano, indulgendo con macabro compiacimento nella descrizione del progredire della malattia e delle sofferenze che Galerio si trovò ad affrontare, nonostante il ricorso ai migliori medici (De mortibus persecutorum, XXXIII – XXXV).

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Sopraffatto da questa terribile malattia, un disperato Galerio tentò di procurarsi anche l’aiuto del dio dei cristiani promulgando, il 30 aprile del 311, il cosiddetto “Editto di Serdica”, che concedeva ai cristiani la libertà di celebrare liberamente il proprio culto e di possedere proprietà.

L’editto si concludeva con queste parole: “Come compenso della nostra indulgenza, i cristiani dovranno pregare il loro dio per la salute nostra, dell’impero e propria, un in ogni parte lo Stato conservi la propria integrità ed essi possano vivere tranquilli nelle proprie dimore“. Non servì a nulla. Pochi giorni dopo, devastato dalla malattia, Galerio moriva.

Come infatti ci informa sempre Lattanzio: “Galerio per questo suo atto non ricevette da Dio il perdono dei propri delitti, e pochi giorni dopo, raccomandati a Licinio la moglie e il figlio e a lui affidatili, mentre ormai le membra del proprio corpo si disfacevano, soccombette all’orrenda putrefazione”. 

Era il 5 maggio 311; pochi giorni dopo, la notizia dell’atroce morte di Galerio arrivava a Nicomedia.

1° maggio 305: abdicazione di Diocleziano

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Busto di Diocleziano, Art Institute of Chicago

Il 1° maggio del 305, dopo venti anni di regno e provato da problemi di salute, Valerio Diocleziano, l’Augusto Giovio, abdicava in favore di Galerio. Nello stesso momento, a Milano, l’Augusto Erculeo Massimiano cedeva il potere a Costanzo, il padre di Costantino, e nominava Flavio Severo come Cesare. Per la cerimonia di abdicazione, Diocleziano aveva scelto un luogo a lui particolarmente caro: un’altura nei pressi di Nicomedia, sotto una colonna che sosteneva una statua di Giove. Era lo stesso luogo dove, il 20 novembre 284,  Diocleziano, comandante dei protectores domestici dell’imperatore, era stato acclamato Augusto dall’esercito, dopo la morte di Numeriano. Dopo essersi spogliato della porpora, Diocleziano la consegnò a Galerio, nuovo Augusto Giovio, e nominò come Cesare Massimino Daia, contro le previsioni che vedevano favorito il giovane Costantino. Quindi, salito su una carrozza, lasciò il palazzo di Nicomedia e si ritirò presso Solona, nei luoghi della sua infanzia, dove aveva fatto costruire uno splendido palazzo dalla pianta che ricordava un accampamento militare, con tanto di mausoleo per il suo ultimo riposo.

Trovato un raro aureo di Allecto

Un cercatore di tesori, col suo metal detector, ha scoperto una rara moneta d’oro perfettamente conservata in un campo vicino a un’antica strada romana a Dover, nel Kent.
Si tratta di un rarissimo aureo coniato da Allecto (Allectus), un usurpatore che dal 293 d.C. governò la Britannia, già separata da alcuni anni dal resto dell’impero romano. La moneta raffigura Allecto su un lato e due prigionieri, con le mani legate dietro la schiena, seduti ai piedi di Apollo sull’altro.

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L’aureo di Allecto appena trovato

L’aureo di Allecto, d’oro a 24 carati e del peso di 4.31 grammi, unico esemplare di questa moneta trovato da cinquant’anni a questa parte, verrà venduto all’asta nei prossimi mesi, per una cifra prevista di 100,000 sterline. Infatti, è una moneta molto rara, di cui esistono solo 24 esemplari conosciuti al mondo, uno dei quali si trova al British Museum. Questo fortunato ritrovamento ci dà lo spunto per parlare di Allecto e di un periodo forse poco conosciuto della storia romana.

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Moneta di Carausio

Allecto regnò sulla Britannia e sulle coste galliche del mare del Nord dal 293 al 296, dopo aver eliminato il precedente usurpatore Marco Aurelio Mauseo Carausio, che si era fatto proclamare Augusto dalle sue truppe nell’autunno del 286, e di cui era il tesoriere e ministro delle finanze (rationalis summae rei).
Allecto aveva eletto come sua residenza Londinium, l’odierna Londra, quando nel 296 il cesare Costanzo – padre di Costantino I – fu incaricato da Diocleziano di riportare la Britannia sotto il controllo dell’impero romano.

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Testa di Costanzo, Altes Museum, Berlino

Per l’attacco alla Britannia, Costanzo divise la flotta imperiale in due squadre: la prima, sotto il suo comando, sarebbe salpata da Gesoriacum (l’odierna Boulogne-sur-Mer), chiamata in seguito Bononia, con l’obiettivo di raggiungere Londinium, dove risiedeva Allecto; la seconda, guidata dal prefetto del pretorio Giulio Asclepiodoto, doveva condurre un attacco diversivo sulle coste meridionali della Britannia.
Grazie al maltempo, invece, le navi di Asclepiodoto riuscirono ad attraversare il Canale indisturbate e sbarcarono sulla costa britannica le truppe, che si diressero immediatamente verso Londinium. Alla notizia dello sbarco, Allecto condusse il suo esercito, composto principalmente da mercenari di stirpe barbarica, soprattutto Franchi, contro gli uomini di Asclepiodoto. Nella violenta battaglia che seguì, probabilmente nei pressi di Silchester, Allecto perse la vita, insieme a un gran numero dei suoi seguaci. Quanto restava dell’esercito di Allecto venne intercettato ed annientato dalle truppe di Costanzo, sbarcato nel frattempo, con un’efficace manovra a tenaglia, presso la foce del Tamigi. I superstiti vennero catturati e condannati ad essere sbranati negli anfiteatri della Gallia. Costanzo entrò trionfalmente a Londinium e assunse il titolo di Britannicus Maximus a memoria della sua impresa. Dopo dieci anni, Roma aveva riacquistato il controllo della Britannia.

Vita e morte di Massenzio, l’ultimo imperatore di Roma

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Testa di Massenzio, Staatliche Kunstsammlungen, Skulpturensammlung di Dresda

Marco Aurelio Valerio Massenzio nacque intorno al 278; figlio dell’Augusto d’Occidente Massimiano e di Eutropia, aveva sposato Valeria Massimilla, figlia di Galerio e nipote di Diocleziano. Dopo aver militato nell’esercito come tribuno, aveva scelto di vivere con la moglie a Roma, da anni ormai non più sede della corte imperiale, da privato cittadino di rango senatorio. Quando Diocleziano e Massimiano abdicarono, il 1° maggio 305, proclamando Augusti Costanzo e Galerio, Massenzio, come d’altronde Costantino, figlio di Costanzo, non vennero elevati al rango di Cesari, come forse speravano, finendo scavalcati da Valerio Severo e Massimino Daia, nell’ottica della “scelta del migliore” e non del principio dinastico. Allorché il 25 luglio 306, dopo la morte di Costanzo ad Eburacum (l’odierna York), le truppe proclamarono Augusto suo figlio Costantino anziché il legittimo Cesare Severo, la situazione divenne esplosiva. L’Augusto d’Oriente Galerio riuscì in parte a tamponare i danni al sistema tetrarchico riconoscendo a Costantino solo il titolo di Cesare, ed elevando Severo al rango di Augusto d’Occidente.

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Ritratto di Massenzio

Tuttavia Massenzio non poteva accettare questo affronto personale e il 28 ottobre 306, col sostegno del Senato, del popolo, dei Pretoriani e degli Equites Singulares Augusti, assunse il potere e fu proclamato “princeps invictus”. Massenzio tornava a rivendicare un ruolo centrale a Roma, ormai esclusa dalla gestione del potere dal sistema tetrarchico creato da Diocleziano. Galerio invitò allora Severo a fermare l’usurpatore con la forza delle armi. Mentre sul finire del 306 l’Augusto Severo si dirigeva verso Roma col suo esercito, Massenzio decise di richiamare al suo fianco dal suo ritiro dorato in Lucania il padre Massimiano, che a sua volta tornò ad assumere di nuovo il titolo di Augusto. Severo aveva sottovalutato il fatto che gran parte delle sue truppe aveva militato al servizio di Massimiano negli anni precedenti. Giunto alle porte di Roma, molte unità del suo esercito defezionarono e passarono dalla parte di Massenzio e Massimiano, costringendo Severo alla fuga verso Ravenna, dove fu nuovamente tradito e consegnato ai suoi avversari a Roma; tenuto in ostaggio per qualche tempo sulla via Appia, in località Tres Tabernae, Severo fu infine giustiziato in carcere il 16 settembre del 307.

Nel frattempo, anche Galerio decideva di scendere in Italia; quando però, sul finire dell’estate del 307, giunse alle porte di Roma e vide le possenti mura dell’Urbe, rimase colpito dalla magnificenza e dalla grandezza della città e delle sue fortificazioni. Galerio non aveva mai visto Roma nella sua vita e non sapeva quanto fosse grande; non aveva con sé neppure truppe sufficienti per assediarla. Dubbioso sulle possibilità di successo e timoroso di fare la stessa fine di Severo, decise di ritirarsi, rinunciando ad un lungo e dispendioso assedio per tornare al più presto nei suoi domini nell’Illirico.

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Statua di Massenzio come Pontefice Massimo, proveniente dal Collegio degli Augustali, Ostia

A questo punto, la popolarità di Massenzio a Roma era talmente vasta che, quando nell’aprile 308 suo padre Massimiano cercò di prendere il potere in città, l’esercito si schierò con Massenzio e Massimiano fu costretto a lasciare Roma e a rifugiarsi presso Costantino in Gallia. Nel frattempo, per Massenzio arrivava un altro serio problema; Domizio Alessandro, vicario d’Africa, nel 308 venne proclamato imperatore dalle sue truppe e sottrasse a Massenzio il controllo della diocesi africana e della Sardegna, ponendo a Roma gravi problemi di approvvigionamento. Massenzio fu costretto a inviare il prefetto del pretorio Rufio Volusiano e l’esperto generale Zenas, che riuscirono a sconfiggere l’usurpatore e a riprendere il controllo della diocesi africana. A Roma Massenzio pose la sua residenza nei palazzi imperiali del Palatino, le cui sale erano vuote dai tempi di Aureliano, e diede il via a un imponente programma di opere pubbliche e di restauro degli edifici cadenti; ricordiamo, tra i tanti, la grandiosa basilica di Massenzio e il tempio del divo Romolo, intitolato a Valerio Romolo, il figlio divinizzato morto in tenera età nel 309, oltre alla grandiosa villa sulla via Appia con annesso circo e mausoleo. La sua politica, volta a conciliare le istanze dei senatori e quelle dei pretoriani, si richiamava ai tradizionali valori romani. Quando il 26 ottobre 312 l’esercito di Costantino giunse nei pressi di Roma, deciso a regolare i conti una volta per tutte, Massenzio preferì trasferire sua moglie Valeria e l’unico figlio rimasto in una dimora privata in città.

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Valeria Massimilla

A Roma fervevano intanto i preparativi per festeggiare il sesto anniversario del dies imperii di Massenzio, proclamato imperatore il 28 ottobre 306; Costantino era ormai alle porte della città e, dopo un primo scontro nei pressi di Saxa Rubra, l’esercito di Massenzio si schierò per affrontarlo nella piana di Tor di Quinto. Secondo la testimonianza, alquanto sospetta, del retore cristiano Lattanzio, Massenzio decise di consultare i libri sibillini: il responso fu che in quel giorno sarebbe morto un nemico dei romani. Era il 28 ottobre 312: confortato dal responso dei libri, peraltro ambiguo come sempre, Massenzio raggiunse le sue truppe e, sconfitto da Costantino, andò incontro al suo destino, annegando nelle acque del Tevere.

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Dopo la sua morte, venne colpito dalla consueta “damnatio memoriae”, che non ha però impedito ad alcuni suoi interessanti ritratti di giungere sino a noi. La propaganda costantiniana lo dipinse in seguito come codardo e indolente ma i fatti ci parlano di un Massenzio che ebbe una personalità carismatica; pagano di nascita, fu tollerante nei confronti dei cristiani, che erano anche presenti tra i soldati al suo servizio; fu sempre amato e seguito dai suoi sostenitori e le sue truppe restarono al suo fianco sino alla fine. Della sorte di Valeria e del figlio di Massenzio non si hanno notizie. Come in casi analoghi vennero probabilmente eliminati senza troppo clamore, per scongiurare futuri problemi dinastici.

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Scettri di Massenzio

Unico caso nella storia, le insegne del potere di Massenzio, tre scettri in ferro e oricalco, adorni con sfere di vetro (giallo e verde) e calcedonio, nascosti da qualche fedele seguace in una fossa alle pendici del Palatino affinché non cadessero nelle mani di Costantino, sono stati fortunosamente rinvenuti nel 2005 e sono ora conservati nel Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo.

23 Febbraio 303: inizia la Grande Persecuzione di Diocleziano

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È l’alba del 23 febbraio del 303 a Nicomedia, in Bitinia, residenza imperiale dell’augusto Diocleziano. I pretoriani, agli ordini del prefetto del pretorio Flaccino, assalgono la chiesa cristiana posta su un’altura della città; sfondano le porte, bruciano i libri sacri, saccheggiano gli arredi e, infine, distruggono la chiesa dalle fondamenta. Dal palazzo imperiale di Nicomedia, Diocleziano, in compagnia del cesare Galerio osserva la scena; ha appena scatenato la grande persecuzione contro i cristiani.

La scelta del giorno non è casuale per questo principe “religiosissimus” e strenuo difensore della tradizione classica. Il 23 febbraio era la festa di Terminus, il dio che proteggeva la stabilità dei confini e quindi l’ordine costituito appena restaurato con grandi sforzi da Diocleziano. Ponendo l’inizio della persecuzione contro i cristiani sotto la protezione di Terminus, Diocleziano intendeva chiudere un’epoca di lotte e di instabilità che aveva funestato l’impero per quasi un secolo. Il giorno dopo, venne pubblicato l’editto, con cui l’imperatore ordinava la distruzione di tutte le chiese e dei libri sacri, la perdita delle cariche e dei diritti civili per tutti i senatori, cavalieri e decurioni di religione cristiana e il ritorno in schiavitù per i liberti cristiani in servizio nei palazzi imperiali. L’editto, che ci è stato tramandato nei contenuti solo da fonti cristiane, fu seguito nei mesi successivi da almeno altri quattro provvedimenti, con cui si imponeva a tutti i sudditi di compiere i sacrifici rituali. La pena per i trasgressori era la tortura fino al compimento dei propri doveri oppure la morte per gli irriducibili. La collera di Diocleziano contro i cristiani era aumentata gradualmente.

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Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

Già da alcuni anni Diocleziano aveva allontanato i cristiani dai ranghi dell’esercito, perché non riteneva di potersi fidare di persone la cui devozione era per Cristo e non per l’Augusto. Coloro che non sacrificavano alle divinità o al nume tutelare dell’imperatore, esprimendo così la loro fedeltà a Roma, vennero espulsi e, in casi estremi, giustiziati. Diocleziano riteneva ormai che i Cristianesimo fosse un serio ostacolo al suo sforzo di risollevare le sorti dell’impero. I cristiani, inclini al proselitismo e portatori di valori inconciliabili con l’insegnamento degli antichi, si opponevano a oracoli e riti sacrificali necessari alla religione tradizionale, minando in definitiva, con la loro carica eversiva, i pilastri stessi dell’ideologia imperiale. Tuttavia, solo negli ultimi anni del suo regno, Diocleziano vinse ogni titubanza e decise di passare a una massiccia repressione, convinto da influenti intellettuali di corte come il filosofo Porfirio e Sosiano Ierocle, il governatore della Bitinia, oltre che dal cesare Galerio, un convinto anticristiano e dai sacerdoti e aruspici, i cui responsi teneva in gran conto. Infatti, si narra che Diocleziano inviò anche un aruspice presso l’oracolo di Apollo Milesio a Didyma, per chiedere un parere del dio. Al suo ritorno, l’aruspice riferì che anche Apollo aveva parlato contro la religione cristiana, rafforzando così la decisione di Diocleziano.

La persecuzione fu sicuramente la più dura mai vista fino ad allora, ma ebbe diversa intensità ed efficacia nelle varie province, condizionata anche dall’atteggiamento dei singoli tetrarchi. Zelanti anticristiani furono in Oriente Diocleziano e Galerio e, nella parte occidentale da lui controllata, l’augusto Massimiano. Più blanda nelle Gallie e in Britannia, governate dal cesare Costanzo, padre di Costantino, in cui la presenza cristiana era comunque scarsa.

 

Proclamazione di Diocleziano: 20 novembre 284 d.C.

Il 20 novembre del 284 d.C., nei pressi di Nicomedia, Gaio Valerio Diocles, il comandante dei Protectores domestici, la guardia imperiale del defunto imperatore Numeriano, veniva proclamato Augusto dall’esercito, col nome di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano.

Nei primi mesi del 283, l’Augusto Marco Aurelio Caro, approfittando delle difficoltà in cui si trovava il sovrano sasanide Vahram II, che doveva affrontare una rivolta scatenata dal fratello Hormizd, decise di intraprendere una spedizione contro i Persiani. Lasciato il controllo dell’Occidente al figlio Carino, Caro e l’altro figlio, il Cesare Numeriano, entrarono profondamente in territorio persiano e, dopo aver espugnato Coche e Seleucia, conquistarono la capitale Ctesifonte.  Poi, nell’agosto del 283, accadde il disastro: Caro morì improvvisamente. Le fonti non sono concordi nello stabilire le cause della morte dell’Augusto: si parlò di una malattia, di una congiura o addirittura di un fulmine, che avrebbe colpito la tenda di Caro come segno della collera divina, dal momento che l’imperatore aveva violato un oracolo che proibiva agli eserciti romani di spingersi oltre Ctesifonte ¹.

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Ritratto di Numeriano, Museum of Fine Arts, Boston

Comunque sia andata, Numeriano fu proclamato Augusto e pochi mesi dopo, forse turbato dalla morte del padre, decise di interrompere la campagna contro i Persiani. Agli inizi del 284, Numeriano iniziò a ritirarsi dai territori occupati e a tornare verso occidente; trascorse alcuni mesi ad Antiochia con l’esercito e poi riprese la marcia di ritorno verso gli accampamenti sul Danubio. Durante il soggiorno in Persia, Numeriano aveva contratto una grave infezione batterica agli occhi, nota come tracoma, che lo costringeva a viaggiare dentro una lettiga, al riparo dal sole e dagli agenti atmosferici. L’unico contatto che aveva col mondo esterno era con il prefetto del pretorio Arrio Apro, che era anche suo suocero. Durante il tragitto, tra settembre e novembre, anche Numeriano morì, per la malattia o per una congiura di cui Apro non poteva che essere al corrente, ma la notizia della morte fu tenuta nascosta. Fu solo il 20 novembre del 284 che, nei pressi di Nicomedia, insospettiti dal fetore proveniente dalla lettiga, i soldati ne aprirono le tende e fecero la macabra scoperta: l’imperatore Numeriano venne trovato morto nella sua lettiga. Fu impossibile, in quei drammatici momenti, determinare se fosse morto per le conseguenze della malattia o fosse stato assassinato, ma era evidente che il decesso era già avvenuto da parecchi giorni.

Gli ufficiali dello stato maggiore cercarono di capire cosa fosse successo; il prefetto del pretorio Arrio Apro, che aveva vegliato l’imperatore per tutto il tempo, fu subito il principale sospettato perché non aveva avvertito le truppe della morte di Numeriano: ma a quale scopo? E poteva aver fatto tutto da solo? Prima di procedere oltre con l’accertamento della verità, però, come da prassi consolidata in questa epoca storica, gli ufficiali superiori scelsero il nuovo imperatore e lo fecero acclamare dalle truppe.

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Ritratto di Diocleziano, Museo Archeologico di Istanbul

Ad essere acclamato Augusto dai soldati fu Gaio Valerio Diocles il comandante dei Protectores domestici, la guardia dell’imperatore. Solo allora fu eretta una tribuna, di fronte alla quale si schierò l’esercito. Diocles salì sul palco e prese la parola per il suo primo discorso da Augusto; era stato il comandante delle guardie e responsabile della salute dell’imperatore e i soldati volevano prima capire da lui come fosse morto Numeriano e come avesse a non accorgersene. Diocles non si fece sfuggire l’occasione. Sguainò la spada e chiamando a testimone il Sol Invictus, di cui era devoto, professò la sua innocenza. Poi si avvicinò ad Apro, che era al suo fianco e lo trafisse improvvisamente gridando: “questo è l’assassino di Numeriano” ². Apro così non ebbe neppure modo di difendersi e Diocles iniziò il suo regno ventennale, assumendo il nome latino di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Difficile che anche Diocles non sapesse dell’avvenuta morte di Numeriano; forse era d’accordo con Apro, ma la morte di quest’ultimo impedì ogni possibile accertamento.

Fin qui gli eventi storici, sui quali si innesta una leggenda connessa al significato del nome di Apro (Aper), che in latino significa “cinghiale”, e che spiegherebbe perché Diocleziano abbia voluto uccidere personalmente il prefetto del pretorio come primo cruento atto del suo regno, a parte il motivo di eliminare uno scomodo testimone.

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Ritratto di Diocleziano, collezione privata, U.S.A.

Riportiamo direttamente il brano della Historia Augusta, che narra la leggenda:

Non credo risulti ozioso né banale riportare un aneddoto su Diocleziano Augusto che viene qui a proposito, in quanto l’episodio fu interpretato come un presagio del suo futuro impero (mio nonno disse di averlo appreso direttamente da Diocleziano). Una volta Diocleziano, che allora militava ancora nei ranghi inferiori e si trovava in Gallia nel paese dei Tungri, alloggiato in una locanda, stava facendo i conti del suo vitto quotidiano con una donna che era una druidessa; a un certo punto questa gli disse: «Diocleziano, tu sei troppo avido e spilorcio!», al che egli replicò in tono scherzoso: «quando sarò imperatore, allora sì che darò con larghezza». Si dice che allora la druidessa rispose: «Diocleziano, non scherzare, perché tu sarai davvero imperatore, dopo che avrai ucciso un cinghiale». Diocleziano nutrì sempre in sé l’ambizione di diventare imperatore, e non ne fece mistero né con Massimiano né con mio nonno, al quale aveva riferito egli stesso le parole della druidessa.

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Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

In conclusione, da persona superiore qual era, rise e non ne parlò più. Nondimeno, durante le cacce, quando aveva l’opportunità, uccideva sempre di sua mano dei cinghiali. E quando arrivarono al potere imperiale Aureliano, e poi Probo, Tacito e lo stesso Caro, Diocleziano diceva: «Io non faccio che ammazzare cinghiali, ma la carne se la mangiano gli altri». È poi noto e risaputo che, dopo aver ucciso il prefetto del pretorio Apro, egli esclamò: «Finalmente ho ucciso il Cinghiale fatidico !». Sempre mio nonno diceva che Diocleziano stesso affermava che l’unico scopo per cui aveva ucciso di sua mano Apro era stato quello di realizzare la profezia della druidessa e di rendere saldo il proprio potere. Non avrebbe desiderato infatti farsi conoscere come uomo tanto crudele, in particolare nei primissimi giorni del suo impero, se la necessità non lo avesse portato a compiere quella spietata uccisione“³.

NOTE

¹ Aurelio Vittore (De Caesaribus, 38, 4)

² Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 13, 2)

³ Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 14-15)