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Cesare varca il Rubicone (11 gennaio 49 a.C.)

L’11 gennaio del 49 a.C., il proconsole e pontefice massimo Giulio Cesare attraversava il Rubicone, violando sia la regola che vietava di condurre gli eserciti fuori dalla provincia della Gallia Cisalpina che gli era stata assegnata, che il senatusconsultum del 7 gennaio, che gli imponeva di congedare le sue truppe. Aveva così inizio la guerra civile contro Pompeo Magno. Come si arrivò a questa decisione?

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“Caesar” di Adolphe Yvon, olio su tela, 1875

Cesare aveva ormai concluso la conquista delle Gallie e si avvicinava la data del 1° marzo del 50 a.C., che era la scadenza del suo secondo proconsolato quinquennale, al termine del quale, senza più imperium, sarebbe tornato ad essere un comune cittadino. Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo era morta nel 54, indebolendo il rapporto tra i due triumviri. Inoltre, a Roma, la morte del terzo triumviro Crasso a Carre nel 52, aveva alterato irrimediabilmente i rapporti di equilibrio del triumvirato, consentendo alla fazione avversa a Cesare, che vedeva ormai in Pompeo il suo difensore, di prendere il sopravvento, con la chiara intenzione di portare in giudizio Cesare da privato cittadino. L’intenzione di Cesare era invece di essere nominato nuovamente console per il 48, riottenendo così l’imperium che lo avrebbe reso inattaccabile. Catone, invece, non faceva mistero di avere intenzione di denunciare Cesare per le illegalità commesse durante il consolato del 59 e portarlo in giudizio; ma per fare ciò, era necessario attendere che Cesare non fosse più protetto dall’imperium proconsulare che deteneva ormai da dieci anni e che fosse costretto a licenziare le sue legioni. Il 1° gennaio del 49 entrarono in carica come consoli due nemici personali di Cesare: Gaio Claudio Marcello e Lucio Cornelio Lentulo Crure. Il 4 gennaio tornava a Roma anche Cicerone, dopo un’assenza di due anni in cui aveva governato la Cilicia. I cesariani Marco Antonio, Quinto Cassio Longino, Celio Rufo e Scribonio Curione, che erano tribuni della plebe, avevano proposto in Senato che, per ristabilire il corretto funzionamento dello stato repubblicano, fosse necessario che sia Cesare che Pompeo congedassero i rispettivi eserciti.  La seduta del Senato che si tenne il 7 gennaio si concluse invece con l’emanazione di un senatusconsultum ultimum che imponeva a Cesare di congedare le truppe e di tornare a Roma per presentare personalmente la propria candidatura al consolato, mentre forniva poteri illimitati al proconsole Pompeo, con l’incarico di sorvegliare che la res publica non subisse alcun danno. La decisione del Senato fu approvata nonostante l’opinione contraria dei tribuni della plebe, che furono privati del diritto di veto e, temendo per la propria vita, costretti a fuggire da Roma e a dirigersi al campo di Cesare.

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Cesare seguiva l’esito delle trattative da Ravenna, la città della Gallia Cisalpina più vicina al confine con l’Italia, ma senza nutrire false illusioni; giocando di anticipo, aveva ordinato alle sue legioni di dirigersi nei pressi di Rimini (Ariminum), in previsione del peggio; sapeva che, per salvarsi, non gli restava altra scelta che opporsi con le armi alle decisioni del Senato. Il 10 gennaio, dopo lunghe riflessioni, decise di inviare alcune coorti fino al confine, cioè al fiume Rubicone e, con lo scopo di non destare sospetti, si diede a trascorrere una giornata assolutamente normale, che ben riassume Svetonio, attingendo al resoconto che scrisse nelle sue “Storie” un testimone oculare: Gaio Asinio Pollione.

“Quando dunque gli fu riferito che non si era tenuto conto dell’opposizione dei tribuni e che questi avevano abbandonato Roma, subito Cesare fece andare avanti segretamente alcune coorti, per non destare sospetti. Poi, con lo scopo di trarre in inganno, si fece vedere ad uno spettacolo pubblico, esaminò i progetti di una scuola di gladiatori che aveva intenzione di costruire e, secondo le sue abitudini, pranzò in numerosa compagnia. Dopo il tramonto del sole, aggiogati ad un carro i muli di un vicino mulino, partì in gran segreto, con un’esile scorta. Quando le fiaccole si spensero, smarrì la strada e vagò a lungo, finché all’alba, trovata una guida, raggiunse a piedi la meta, attraverso sentieri strettissimi. Riunitosi alle sue coorti presso il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, si fermò per un attimo e, considerando quanto stava per intraprendere, si rivolse a quelli che gli erano più vicini dicendo: «Siamo ancora in tempo a tornare indietro, ma se attraverseremo il ponticello, dovremo sistemare ogni cosa con le armi.» Mentre esitava, gli si mostrò un segno prodigioso. Un uomo di straordinaria bellezza e di taglia atletica apparve improvvisamente seduto poco distante, mentre cantava, accompagnandosi con un flauto. Per ascoltarlo, oltre ai pastori, erano accorsi dai posti vicini anche numerosi soldati e fra questi alcuni trombettieri: l’uomo allora, strappato a uno di questi il suo strumento, si slanciò nel fiume, sonando a pieni polmoni una marcia di guerra, e si diresse verso l’altra riva. Allora Cesare disse: «Andiamo dove ci chiamano i segnali degli dèi e l’iniquità dei nostri nemici. Si getti il dado»” ¹.

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Cesare aveva probabilmente organizzato tutta la messinscena, che comprendeva la quasi soprannaturale apparizione del suonatore di flauto. Dopo il passaggio del Rubicone con quelle poche coorti, Cesare si ricongiunse con il grosso del suo esercito, che era ormai arrivato a Rimini e l’aveva occupata militarmente, dopo aver superato il confine con l’Italia.

Cesare tenne un discorso a Rimini ai soldati della XIII legione, li avvertì della sorte che li attendeva, inevitabilmente legata alla sua, e delle conseguenze che avrebbero subito in caso di sconfitta. Mostrando ai soldati i tribuni della plebe vilipesi e fuggitivi, strappandosi le vesti dal petto e commuovendosi fino alle lacrime, Cesare chiese la loro fedeltà per vendicare le offese inflitte al loro generale e ai tribuni della plebe.

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In tal modo si  assicurò la fedeltà dei suoi uomini. Poiché a Rimini tutto era tranquillo tenne con sé soltanto due coorti e il giorno stesso inviò le altre a occupare Pesaro (Pisaurum), Fano (Fanum) e Ancona. Poi, affidò le 5 coorti restanti ad Antonio con l’incarico di varcare l’Appennino e impadronirsi di Arezzo (Arretium).

Ebbe così inizio, con poche e rapide mosse, la guerra civile che in pochi anni consentì a Cesare di abbattere le armate di Pompeo e del Senato che, nel frattempo, aveva abbandonato Roma e si era rifugiato a Capua. Una guerra che forse si sarebbe potuta evitare ma che, da un certo momento in poi, divenne inevitabile. Un secolo dopo, il poeta Lucano, per spiegare i motivi che portarono alla guerra, scriveva che:

Cesare non può accettare qualcuno che lo superi, né Pompeo qualcuno che gli sia pari” ².

Forse, in realtà, fu solo l’istinto di sopravvivenza contro l’odio e l’invidia degli uomini, a provocare questa ennesima e sanguinosa guerra civile. Anni dopo, contemplando la distesa di pompeiani morti che giacevano sul campo di battaglia di Farsalo, fu Cesare stesso a dare la motivazione dei suoi atti:

Lo hanno voluto loro e mi hanno portato a questa necessità. Se io, Gaio Cesare, avessi congedato l’esercito, dopo guerre così grandi, sarei stato addirittura condannato in giudizio” ³.

Parole che, tramite il resoconto del testimone oculare Asinio Pollione, Plutarco ha fatto arrivare fino a noi e che, nella loro semplicità, spiegano tante cose.

NOTE

¹ Svetonio (Cesare, 31-32)

² Lucano (Farsaglia, I, 125-126)

³ Plutarco (Cesare, 46, 1)

Nascita di Cicerone (3 gennaio 106 a.C.)

Marco Tullio Cicerone nacque il 3 gennaio del 106 a.C. ad Arpino ¹, una cittadina situata sull’altopiano dei monti Volsci, che già dal 188 a.C. godeva della cittadinanza romana. La sua era una famiglia benestante di rango equestre. Suo padre, che si chiamava Marco, era però di salute talmente cagionevole che, pur potendo per rango familiare ricoprire magistrature, preferì rimanere nel suo municipio di Arpino anziché essere costretto a partire per l’Urbe o partecipare a qualche spedizione militare. I maligni dicevano che il padre di Cicerone fosse un lavandaio o un commerciante di uva e olive, ma viste le ricchezze da lui accumulate, è più probabile che fosse in realtà un possidente e che, nelle sue proprietà, si svolgessero questo tipo di attività economiche. Con il suo patrimonio, il padre di Cicerone fu in grado di comprare una casa a Roma nel quartiere delle Carinae, sulle pendici dell’Esquilino, da utilizzare come base per le visite nell’Urbe.

La madre di Cicerone si chiamava Elvia e apparteneva a una famiglia della nobiltà di Arpino. Si raccontava che Elvia avesse partorito suo figlio Cicerone senza le sofferenze delle doglie e che alla nutrice una visione avesse predetto che il bambino sarebbe stato di grande giovamento ai Romani ². Cicerone aveva poi un fratello minore di nome Quinto, nato nel 102. Quando Cicerone ebbe l’età per andare a scuola, iniziò subito a distinguersi per le sue grandi capacità di apprendimento, che lo resero famoso tra i suoi coetanei e i loro genitori. Il primo interesse del giovane Cicerone fu la poesia, e si concretizzò in un componimento che s’intitolava Pontius Glaucus ³ (Glauco Marino), ma di cui, a parte il titolo, non è rimasto nulla.

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Busto di Cicerone, Musei Capitolini, Roma

Suo padre, dopo avergli fatto rivestire la toga virile in occasione delle Liberalia del 17 marzo del 91, portò Marco e l’altro figlio Quinto con sé a Roma e li presentò a un noto personaggio dell’epoca, il giureconsulto Quinto Muzio Scevola L’Augure, che allora aveva circa ottant’anni. Frequentando da casa di Muzio Scevola, Cicerone e suo fratello Quinto ebbero l’occasione di conoscere molti uomini politici e personalità di spicco dell’epoca. Nel 91, allo scoppiare della Guerra sociale, detta anche Guerra dei Marsi, che oppose Roma ai municipi dell’Italia che erano finora stati alleati dei Romani, Cicerone era ancora un adolescente. Due anni dopo, però, venne arruolato nell’esercito comandato da Pompeo Strabone, il padre del futuro Pompeo Magno. Cicerone faceva parte della cohors praetoria, lo stato maggiore del console, dove ebbe modo di fare la conoscenza del giovane Pompeo e di Lucio Elio Tuberone. L’anno successivo Cicerone si arruolò nell’esercito di Silla, che si trovava in Campania, e partecipò all’assedio e alla successiva conquista della città sannita di Nola. Dopo la vittoria sui ribelli, Cicerone abbandonò la vita militare, a cui non era interessato, per dedicarsi agli studi letterari.

Negli anni successivi, Cicerone fu testimone della guerra civile tra Silla e Mario, e della dittatura di Cinna che insanguinò Roma. Cicerone ammirava profondamente Mario, che era originario delle sue parti e, dopo la morte, in suo onore scrisse anche un poema intitolato Marius, di cui ci restano 13 versi.

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Ritratto di Cicerone, Musei Vaticani

In questo convulso periodo della storia repubblicana, Cicerone si dedicò sia agli studi filosofici che a quelli di retorica. Sempre smanioso di apprendere, rimase prima affascinato dalle lezioni del filosofo epicureo Fedro, per poi seguire quelle di Filone di Larissa, un discepolo dell’Accademia di Platone. Infine Cicerone fece anche la conoscenza dello stoicismo, grazie alla frequentazione di Diodoto, che ospitò in casa sua fino alla morte e di Elio Stilone. Fu invece alle lezioni di Apollonio Molone che Cicerone apprese l’arte della retorica.

La sua prima orazione in una causa civile di cui abbiamo notizia è la Pro Quinctio, che lo vide opposto al grande oratore Ortensio Ortalo nell’81. Fu però durante l’ultimo periodo della dittatura di Silla, nell’80 a.C., che Cicerone raggiunse la fama come oratore difendendo Sesto Roscio d’Ameria (l’odierna Amelia) da una falsa accusa di parricidio che gli era stata mossa da Lucio Cornelio Crisogono, un potente liberto di Silla, che si era appropriato dei beni del defunto padre di Roscio. Il processo, in cui Cicerone per la prima volta pronunciò un’orazione (Pro Roscio Amerino) in una causa pubblica di fronte a una giuria, comportò per l’Arpinate rischi enormi, per la familiarità tra Crisogono e Silla, ma si concluse con l’assoluzione di Sesto Roscio. Il successo personale di Cicerone fu tale che iniziarono ad essergli affidate ogni tipo di cause e la sua carriera prese il volo. Forse per ragioni di opportunità, però, nel 79 Cicerone lasciò Roma per intraprendere un lungo viaggio in Oriente, che lo portò ad Atene e a Rodi. Ad Atene trascorse sei mesi in compagnia del fratello Quinto e del suo grande amico Tito Pomponio Attico, e seguì le lezioni del filosofo accademico Antioco di Ascalona ⁴; si trovava proprio ad Atene quando, nel 78, fu raggiunto dalla notizia della morte di Silla. Ritenendo che non sussistessero più ostacoli alla sua carriera politica, Cicerone si decise infine a rientrare a Roma, dove sposò Terenzia, che il 5 agosto del 76 diede alla luce l’amatissima figlia Tullia.

NOTE

¹ Plutarco (Cicerone, 2, 1)

² Plutarco (Cicerone, 2, 1)

³ Plutarco (Cicerone, 2, 3)

⁴ Plutarco (Cicerone, 4, 1)

Morte di Cicerone: 7 dicembre 43 a.C.

Alla fine di ottobre del 43 a.C. Antonio, Lepido e Ottaviano si incontrarono in un’isoletta sul Reno, a nord di Bologna, dove siglarono un accordo di spartizione del potere, noto come secondo triumvirato, garantendosi reciproco sostegno. L’accordo prevedeva la soppressione di tutti coloro che potevano essere di ostacolo al programma del triumvirato. Venne stilata una lista di persone da eliminare, al cui primo posto figurava il nome di Marco Tullio Cicerone. Pare che Ottaviano cercò per due giorni di convincere gli altri triumviri a risparmiare l’anziano oratore, con cui intratteneva ottimi rapporti, ma non ci fu nulla da fare. Di fronte al fatto che Antonio aveva inserito nelle liste di proscrizione Lucio Cesare, suo zio per parte di madre, e Lepido addirittura il fratello Lucio Paullo, Ottaviano non poté far altro che abbandonare Cicerone al suo destino.

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Busto di Cicerone, Musei Capitolini, Roma

Mentre i triumviri stavano tornando a Roma, Cicerone si trovava a Tuscolo in compagnia di suo fratello Quinto e del nipote. Quando i due fratelli ebbero notizia dell’accordo tra Ottaviano, Antonio e Lepido, compresero di essere in grave pericolo, tanto più che Quinto Pedio, il collega di Ottaviano nel consolato, aveva fatto pubblicare una lista dei primi diciassette proscritti. Cicerone decise allora di dirigersi alla sua villa di Astura, che era sulla riva del mare, da dove si sarebbe potuto imbarcare per l’oriente e raggiungere Bruto e Cassio in Macedonia. Quinto però ritenne prima opportuno recarsi col suo omonimo figlio ad Arpino per fare i bagagli e procurarsi il denaro necessario al lungo viaggio. I due fratelli non si sarebbero più rivisti; pochi giorni dopo, Quinto e il figlio furono traditi dai servi e assassinati lungo la strada.

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Raggiunta Astura, dopo molte indecisioni Cicerone si imbarcò per Gaeta, dove aveva un’altro podere, in cui si recava d’estate. Appena la sua imbarcazione toccò la riva, dal tempio di Apollo, che si trovava nei pressi, uno stuolo di corvi sacri al dio, si alzò in volo per fermarsi sul pennone della barca e gracchiare furiosamente ¹. Tutti interpretarono il fatto come un sinistro presagio. Cicerone trascorse la notte a Gaeta, in preda allo sconforto; soprattutto non si capacitava di essere stato abbandonato da Ottaviano, verso il quale aveva nutrito molte speranze. L’indomani, nel tentativo di salvargli la vita, i servi lo fecero salire a forza su una lettiga, per portarlo ancora una volta verso il mare e farlo partire. Subito dopo, i sicari di Antonio giunsero alla villa chiedendo notizie dell’oratore. Un liberto di Quinto, di nome Filologo, li indirizzò verso il sentiero preso da Cicerone. I soldati erano guidati da un centurione di nome Erennio e da Popilio Lenate, un tribuno che Cicerone aveva anni prima difeso con successo da un’accusa di parricidio. Fu Erennio a raggiungere la lettiga per primo; quando Cicerone lo vide, diede ordine ai servi di fermarsi, quindi, aprì le tende e sporse la testa, guardando fisso il volto del centurione. Mentre tutti distoglievano lo sguardo, impietositi dalla rassegnazione di Cicerone, Erennio gli inflisse un colpo mortale al collo; poi, seguendo gli ordini di Antonio, gli tagliò la testa e le mani, che furono inviate a Roma per essere esposte sui rostri. Era il 7 dicembre del 43 a.C. ².

Tancredi Scarpelli - The death of Cicero - (MeisterDrucke-38109)

Prima di essere esposta sui rostri, la testa mozzata di Cicerone fu portata alla moglie di Antonio, Fulvia, che la prese tra le mani, le sputò sopra con sdegno e se la pose sulle ginocchia; poi, aprì la bocca, strappò la lingua che aveva parlato contro il marito e la trafisse con lo spillone che usava per raccogliere i capelli. Pare che Antonio, in seguito, per spirito di giustizia, avesse consegnato il traditore Filologo a Pomponia, la moglie di Quinto, e che questa, avutolo nelle sue mani, lo abbia ucciso tra atroci supplizi.

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Fulvia con la testa di Cicerone (1871), olio su tela di Pavel Svedomsky (1849-1904)

A riprova del fatto che l’assassinio di Cicerone fu voluto solo da Antonio, si ricorda che dopo la definitiva vittoria su Marco Antonio, Ottaviano scelse come collega nel consolato Marco, il figlio di Cicerone; furono abbattute le statue di Antonio, furono annullati gli onori che gli erano stati conferiti e fu decretato che, in futuro, nessuno degli Antonii avrebbe potuto avere il nome di Marco ⁴.

Parecchi anni dopo, entrando in camera di un suo nipote, Augusto lo trovò intento a leggere un libro di Cicerone. Il ragazzo, temendo di aver suscitato le ire dello zio, si coprì il volto con le mani. Augusto prese il libro e lo sfogliò a lungo, stando in piedi; poi lo restituì al nipote, dicendo:

Era un saggio, ragazzo mio, un saggio; e amava la patria” ⁵.

In chiusura dell’articolo, riportiamo un lungo e splendido frammento di Tito Livio tratto dal perduto libro CXX dell’Ab urbe condita di Livio, conservatoci in una suasoria di Seneca il Vecchio e che, oltre al racconto della morte di Cicerone, contiene anche un lucido giudizio sulla sua persona.

“Cicerone, nell’imminenza dell’arrivo dei triumviri, s’era allontanato da Roma, ritenendo per certo – come in realtà era – di non poter sfuggire alla vendetta di Antonio più di quanto Cassio e Bruto avrebbero potuto sfuggire a quella di Cesare (Ottaviano). Dapprima si rifugiò nella sua villa di Tuscolo, di lì si diresse, per vie secondarie e traverse, in quella di Formia, con l’intenzione di salpare da Gaeta. Ma dopo essersi più volte spinto di lì in alto mare, poiché ora i venti contrari lo risospingevano a riva, ora lo sconvolgeva il rullio della nave sbattuta dai marosi, fu preso dal disgusto della fuga e della vita stessa: rientrato nella villa che guarda dall’alto il mare e ne dista poco più di un miglio: «Morrò – disse – nella patria tante volte salvata». È risaputo che gli schiavi eran pronti a battersi strenuamente e fedelmente per lui; ma egli ordinò loro di porre a terra la lettiga e di tollerare senza ribellarsi ciò che la sorte avversa imponeva. Mentre si sporgeva dalla lettiga e tendeva il collo senza un fremito, gli fu recisa la testa. Né ciò fu abbastanza per la stolta ferocia dei soldati: gli tagliarono anche le mani, facendo loro carico d’aver scritto contro Antonio. Poi la testa fu recata ad Antonio e per ordine suo fu esposta, in mezzo alle due mani, sui rostri, là dove egli, parlando e da console e da consolare e in quell’anno stesso contro Antonio, aveva suscitato negli ascoltatori tanta ammirazione quanta nessun’altra voce umana mai. A stento, sollevando gli occhi annebbiati dalle lacrime, gli uomini potevan reggere la vista di quelle membra mutilate. Visse sessantatré anni, sì che, se si fosse spento per esaurimento naturale, non potremmo neanche giudicar prematura la sua morte; il suo ingegno fu fecondo di opere, che gli procurarono adeguata rinomanza; godette a lungo di prospera fortuna, e bersagliato ogni tanto, pur nella lunga durata della sua fortuna, da gravi colpi, l’esilio, il crollo del partito cui s’era aggregato, la morte della figlia, una fine così dolorosa e atroce, non seppe sopportare virilmente nessuna di queste avversità, tranne la morte; ed essa, in chi sapeva ponderar bene le cose, avrà esercitato minore indignazione, perché egli dal nemico vincitore non aveva avuto a soffrire nulla di più crudele di quanto egli stesso sarebbe stato capace di fare, se avesse potuto raggiungere il medesimo successo. Ma se vogliamo controbilanciare i difetti con le virtù, dobbiamo riconoscere che fu uomo magnanimo, alacre, degno di eterno ricordo, e tale che a celebrarne i meriti occorrerebbe l’eloquenza di un altro Cicerone” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Cicerone, 47, 8)

² Plutarco (Cicerone, 48, 1-5)

³ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 8, 4)

⁴ Plutarco (Cicerone, 49, 6)

⁵ Plutarco (Cicerone, 49, 5)

⁶ Tito Livio (in Seneca il Vecchio, Suasorie 7, 17)

Idi di Marzo (15 marzo 44 a.C.)

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Giulio Cesare, busto in basanite, Altes Museum, Berlino

La sera prima delle Idi di marzo del 44 a.C., si svolse una cena a casa di Lepido, che era il Magister Equitum di Giulio Cesare. Tra i commensali si discuteva su quale fosse il tipo di morte da ritenersi migliore. Quando fu il suo turno di parlare, Cesare disse:

“A ogni altra, ne preferisco una rapida e improvvisa” ¹.

Svetonio è uno di quelli che si chiese se Cesare, per stanchezza o perché si sentiva in declino fisico, non abbia alla fine consapevolmente voluto morire. Tanti erano stati gli avvertimenti e le voci di una imminente congiura. Certo, fu sconcertante la decisione che Cesare prese di congedare la scorta armata che lo accompagnava. Sempre Svetonio ci riferisce che Cesare era solito dire che

la sua sopravvivenza fisica non era di suo personale interesse, al contrario gli interessava soprattutto la repubblica; perché lui già da tempo aveva conseguito più che largamente potenza e gloria, ma la repubblica, se a lui fosse accaduto qualcosa, sarebbe precipitata in guerre civili di gran lunga più gravi delle precedenti” ².

Mai parole furono più profetiche. La notte tra il 14 e il 15 marzo fu segnata da oscuri presagi. Calpurnia, la moglie di Cesare, sognò che il tetto della casa crollava e che suo marito le veniva ucciso tra le braccia. Svegliandosi di soprassalto, Calpurnia credette di vedere all’improvviso le porte e le finestre della camera da letto spalancarsi da sole. Anche Cesare ebbe il sonno disturbato e sognò di sentirsi librare nell’aria, al di sopra delle nuvole e di stringere la mano a Giove. Inoltre, all’alba del giorno fatale, gli indovini riferirono che i sacrifici davano segni infausti ³. Cesare era di natura estremamente laica e in genere non si lasciava intimidire dai presagi, ma questa volta era turbato e pensò seriamente di inviare Antonio a disdire la riunione del Senato.

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Marco Antonio, Musei Vaticani

Purtroppo, intervenne uno dei congiurati, assiduo frequentatore della casa di Cesare, Decimo Giunio Bruto Albino, che godeva a tal punto della fiducia di Cesare, da essere inserito nel suo testamento. Decimo Bruto utilizzò ogni sorta di argomentazioni per convincere Cesare a recarsi alla riunione del Senato, nella Curia di Pompeo. Non si potevano indispettire i senatori, che lo stavano aspettando, rinviando una seduta per l’incubo di una donna o per le chiacchiere degli aruspici. Comunque, se proprio Cesare voleva rinviare la seduta, era meglio che si recasse di persona alla Curia, per comunicare la sua decisione. E così, spinto quasi a forza dal congiurato, all’ora quinta Cesare uscì dalla Regia nel foro, dove abitava in quanto pontefice massimo, e andò incontro al suo destino. Durante il tragitto da casa alla Curia di Pompeo, alcune persone tentarono senza successo di avvertire Cesare di una congiura ai suoi danni. Tra questi, un greco, Artemidoro di Cnido ⁴, frequentatore della cerchia di Marco Giunio Bruto, che evidentemente aveva ascoltato qualche parola in proposito. Cesare incontrò anche Spurinna, l’aruspice che tempo prima gli aveva predetto di stare attento ad un pericolo non oltre le idi di marzo; Cesare lo prese bonariamente in giro: “sono le idi di marzo e non mi è accaduto nulla” e Spurinna ribattè: “ma non sono ancora trascorse“. Arrivato alla Curia, Cesare entrò nell’atrio e si accomodò sullo scranno a lui riservato, mentre Trebonio, uno dei congiurati, si occupava di trattenere Marco Antonio al di fuori ⁵.

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“Morte di Giulio Cesare”, di Vincenzo Camuccini (1806)

Dopo i convenevoli di rito, gli altri congiurati circondarono il dittatore. Ad un segnale convenuto, Publio Servilio Casca e suo fratello Gaio colpirono per primi Cesare con il pugnale; poi, gli si avventarono contro tutti gli altri. Dopo il primo, comprensibile smarrimento, Cesare cercò di difendersi ma, quando vide avventarsi contro di lui anche Bruto, capì di essere perduto. Pronunciò la celebre frase “Anche tu, figlio mio“, si avvolse il capo con la toga e attese in silenzio la morte ⁶. Trafitto dai congiurati, stramazzò presso la base della statua di Pompeo, che ebbe così la sua simbolica vendetta.

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“La morte di Cesare”, di Jean Leon Gerôme (1859)

 

Era opinione diffusa, e Cesare lo sapeva bene, che Bruto fosse veramente suo figlio, frutto del suo amore mai sopito per Servilia, purtroppo contrastato dai legami familiari della donna, che era anche sorella di Catone. I congiurati avrebbero voluto gettare il cadavere di Cesare nel Tevere, per suggellare il tirannicidio, ma non ne ebbero il coraggio. Dopo qualche ora, tre schiavi deposero il corpo di Cesare su una lettiga e lo riportarono a casa dalla moglie Calpurnia. Il medico Antistio esaminò il cadavere e certificò che delle ventitré coltellate che lo avevano raggiunto, solo una al petto era stata mortale ⁷. Nello spazio di pochi giorni, come previsto da Cesare, lo spettro della guerra civile avrebbe nuovamente imperversato sui domini di Roma e i fratelli si sarebbero ancora battuti contro i fratelli.

Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì  di morte naturale. Furono  condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcun si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare” ⁸.

 

NOTE

¹ Svetonio (Vita di Cesare, 87)

² Svetonio (Vita di Cesare, 86)

³ Dione Cassio (Storia Romana, XLIV, 17, 1-3)

⁴ Plutarco (Cesare, 65, 1-4)

⁵ Dione Cassio (Storia Romana, XLIV, 19, 1)

⁶ Svetonio (Vita di Cesare, 82)

⁷ Svetonio (Vita di Cesare, 82)

⁸ Svetonio (Vita di Cesare, 89)

Battaglia di Pistoia (5 gennaio 62 a.C.)

Il 5 gennaio 62 a.C. si recita l’atto conclusivo della congiura di Catilina. Nei pressi di Pistoia, le truppe di Lucio Sergio Catilina si scontrano con l’esercito romano guidato dal luogotenente Marco Petreio, che sostituiva il console Gaio Antonio Ibrida, colpito da un attacco di gotta.

Lucio Sergio Catilina era nato nel 108 a.C. dall’antica famiglia patrizia dei Sergii, che faceva risalire la propria origine a Sergeste, compagno di Enea, ma la cui rilevanza politica era parecchio scemata negli ultimi tempi; figlio del senatore Lucio Sergio Silo e di Belliena, era stato seguace di Silla, questore nel 78, edile nel 70, pretore nel 68; dopo essere stato inviato come propretore in Africa, incorse in denuncia per peculato e la sua carriera ebbe un brusco arresto proprio quando voleva proporre la sua candidatura al consolato del 65. Pieno di rancore e risentimento, concepì allora un piano eversivo, reclutando aderenti anche fra gli strati più umili della società, promettendo abolizioni di debiti e distribuzioni di terre ¹. Dopo essersi candidato nuovamente al consolato per il 63, cercando di ottenere l’appoggio dei populares e dell’aristocrazia decaduta, venne battuto dall’homo novus Cicerone e da Gaio Antonio Ibrida; avendo ormai dilapidato il proprio patrimonio per seguire le ambizioni politiche, decise allora di porre in atto il suo progetto per impadronirsi del potere, che prevedeva di arrivare all’uccisione dei consoli, e ordinò al suo luogotenente Gaio Manlio, un ex ufficiale sillano, di raccogliere un esercito in Italia centrale.

Lucio Catilina, di nobile stirpe, fu d’ingegno vivace e di corpo vigoroso, ma d’animo perverso e depravato. Sin da giovane era portato ai disordini, alle violenze, alle rapine, alla discordia civile; in tali esercizi trascorse i suoi giovani anni. Aveva un fisico incredibilmente resistente ai digiuni, al freddo, alle veglie, uno spirito intrepido, subdolo, incostante, abile a simulare e a dissimulare. Avido dell’altrui, prodigo del suo; ardente nelle passioni, non privo d’eloquenza, ma di poco giudizio; un animo sfrenato, sempre teso a cose smisurate, incredibili, estreme. Finito il dispotismo di Silla, fu preso dalla smania di impadronirsi del potere; pur di raggiungerlo, non aveva scrupoli; quell’animo impavido era turbato ogni giorno di più dalla penuria di denaro e dalla cattiva coscienza, rese più gravi dalle cattive abitudini cui ho accennato. Lo spingeva inoltre su quella china la corruzione della città, nella quale imperavano due vizi diversi ma parimenti funesti: il lusso e la cupidigia” ².

Nella vita privata, sin da giovane Catilina era noto per aver intrattenuto sordide relazioni, tra cui diede particolare scandalo quella con una Vestale. Ebbe due mogli; dalla prima, Gratiana, ebbe anche un figlio. Si innamorò poi di Aurelia Orestilla, la cui unica qualità era la bellezza, e poiché lei non voleva sposarlo per via del figlio di primo letto, si disse che Catilina non esitò a farlo sopprimere, così da non avere ostacoli alle sue seconde nozze ³. Da quel momento, forse per il rimorso che provava per un delitto così mostruoso, l’ombrosità del suo carattere si accentuò ulteriormente.

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Cicerone denuncia Catilina, dipinto di H. Schmidt, 1920

Quando fu evidente che Cicerone, uno dei due consoli in carica, era venuto a conoscenza dell’esistenza di una congiura per impossessarsi del potere, Catilina capì che sarebbe stato più prudente per lui lasciare Roma e dirigersi in Etruria, dove lo attendeva il suo luogotenente Gaio Manlio. Prima di partire, Catilina voleva però eliminare Cicerone, ma l’attentato, organizzato per la mattina del 7 novembre del 63, fallì miseramente perché il console era stato avvertito del piano da una spia. A quel punto, l’8 novembre Cicerone convocò il Senato nel tempio di Giove Statore dove, alla presenza di Catilina, pronunciò l’orazione chiamata prima Catilinaria, in cui invitava il suo avversario a lasciare Roma. Al termine di un reciproco scambio di accuse, Catilina abbandonò Roma nel cuore della notte, per dirigersi prima ad Arezzo, dal suo alleato Gaio Flaminio, e poi a Fiesole, dove Gaio Manlio stava radunando l’esercito dei rivoltosi. Prima di lasciare l’aula del Senato, Catilina aveva però proferito una sinistra minaccia:

Ebbene, poiché mi vedo circondato da nemici e ridotto alla disperazione, estinguerò il mio incendio sotto un cumulo di rovine” ⁴.

Tancredi Scarpelli - Ciceros first oration against Catiline - (MeisterDrucke-102663)
Cicerone affronta Catilina durante la prima Catilinaria

A Roma restavano numerosi altri congiurati, guidati da Lentulo, impegnati nei preparativi dell’insurrezione generale, prevista per il 16 dicembre. I congiurati cercarono anche di ottenere l’appoggio di una delegazione di Galli Allobrogi giunta in città per lamentarsi del peso delle tasse che i romani gli imponevano di pagare. Gli Allobrogi, incerti sul da farsi, decisero infine di rivelare tutto a Cicerone, il quale li utilizzò per ottenere le prove della congiura in atto ed arrestare i capi dei rivoltosi che si trovavano a Roma, tra cui Lentulo, Cetego, Statilio, Gabinio e Cepario.

Infine, il 5 dicembre, al termine di una drammatica riunione del Senato, nonostante il parere contrario di Giulio Cesare, Cicerone ottenne la condanna a morte dei congiurati arrestati, che furono immediatamente giustiziati mediante strangolamento nel carcere Mamertino, ai piedi del Campidoglio.

Ormai restava solo da regolare i conti con i rivoltosi guidati da Catilina che si trovavano in Etruria. Catilina era infatti arrivato nei pressi di Fiesole, facendosi precedere, in segno di aperta ribellione, dai fasci littori, che erano l’insegna ufficiale dei consoli quando assumevano il comando militare.

Giunto a novembre al campo di Manlio, Catilina vi aveva trovato solo duemila uomini, che arrivarono a dodicimila nei giorni successivi, ma molti erano schiavi fuggitivi e solo un quarto era ben armato. Catilina fece del suo meglio e organizzò i suoi uomini in due legioni ma, quando arrivò la notizia che Lentulo e gli altri congiurati presenti a Roma erano stati giustiziati, il suo esercito sbandò e molti se ne andarono. Rimasero con Catilina solo tremila uomini, quelli più fedeli. Catilina, dichiarato nemico pubblico dal Senato con il senatusconsultum ultimum dell’8 novembre del 63, decise di dirigersi a nord, giunse presso Pistoia e si rese conto che si trovava tra due fuochi.

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Catilina, in un particolare del quadro “Cicerone denuncia Catilina”, di Cesare Maccari, 1880, Palazzo Madama, Roma

Sulla via che conduceva verso la Gallia, lo attendeva Quinto Metello Celere che era giunto dalle Marche con un esercito di 18.000 uomini; la ritirata verso Roma era impedita alle sue spalle dal console Antonio Ibrida, che una volta era stato suo amico, con almeno altrettanti uomini ai suoi ordini. Catilina non aveva scelta; decise a questo punto di affrontare l’esercito guidato dal comandante che considerava inferiore: quello di Antonio Ibrida.

Catilina sapeva di non avere scampo. Dopo un accorato discorso, diede l’ordine di liberare i cavalli per combattere tutti insieme, uniti dalla stessa sorte e schierò i suoi uomini su due linee, ponendosi al centro e dando il comando dell’ala sinistra a Manlio e della destra a un uomo di Fiesole di cui non conosciamo il nome.

Anche l’esercito repubblicano si era schierato su due linee ma, all’ultimo momento, Antonio Ibrida aveva rinunciato a guidarlo, adducendo come scusa un attacco di gotta, e ne aveva affidato il comando al suo esperto luogotenente Marco Petreio. Molti sospettarono che Antonio Ibrida non avesse voluto affrontare il suo vecchio amico sul campo di battaglia.

Era l’alba del 5 gennaio del 62 quando Petreio, dopo aver controllato il suo schieramento, fece suonare la tromba e ordinò alle coorti di avanzare poco a poco. L’esercito di Catilina fece altrettanto. Dopo il consueto lancio di giavellotti, i combattenti arrivarono subito al corpo a corpo con le spade. I veterani di Petreio affrontano aspramente i catilinari, che resistettero senza paura. Nel violentissimo scontro, Catilina, con alcuni armati alla leggera combatté in prima linea, soccorrendo quelli che si trovano in difficoltà, sostituendo i feriti con uomini sani, abbattendo gli avversari, comportandosi allo stesso tempo da valoroso soldato e efficiente comandante. Petreio, nel vederlo battersi con un accanimento che non si aspettava, lanciò la coorte pretoria – le sue truppe scelte – al centro dello schieramento dei rivoltosi, provocando lo scompiglio nei loro ranghi. Poi, attaccò le ali dello schieramento avversario; Manlio e il Fiesolano caddero tra i primi con le armi in pugno. Catilina, vide i suoi in rotta e rimase solo con pochi uomini ma, dimostrando un coraggio degno della sua stirpe, si gettò nel folto della mischia e qui cadde combattendo.

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“Il ritrovamento del corpo di Catilina dopo la battaglia di Pistoia”, di Alcide Segoni, 1871, Galleria dell’Arte, Firenze

Terminata la battaglia, solo allora si poté constatare quanta audacia e quanta forza d’animo ci fossero state nell’esercito di Catilina. Infatti ciascuno da morto copriva il posto di combattimento che aveva occupato da vivo. Soltanto alcuni del centro, quelli che la coorte pretoria aveva sgominati, giacevano poco lontano, ma tutti colpiti nel petto. Catilina fu trovato lontano dai suoi, tra i cadaveri dei nemici, respirava ancora un poco recando impressa nel volto l’indomita fierezza d’animo che aveva avuto da vivo. Di tutto l’esercito non fu catturato nessun uomo libero, né in battaglia, né in fuga: nessuno aveva tenuto in conto la propria vita più che quella del nemico. Né peraltro l’esercito del popolo romano riportò una vittoria senza lacrime e senza sangue: i più valorosi erano morti nel combattimento o ne erano tornati gravemente feriti. Molti, usciti dal campo per guardare o per spogliare i morti, nel voltare i cadaveri dei nemici riconoscevano chi un amico, chi un ospite, chi un parente; vi fu anche chi riconobbe avversari personali. Così variamente si aggiravano su tutto l’esercito gioia e mestizia, esultanza e dolore” ⁵.

Antonio Ibrida inviò a Roma la testa di Catilina, per provare a tutti la morte del capo dei congiurati e per la vittoria fu proclamato imperator ⁶. In seguito, la condanna a morte dei congiurati costò cara a Cicerone, perché ottenuta in dispregio delle leggi che garantivano al cittadino romano la provocatio, cioè la possibilità di appellarsi al popolo, in caso di condanna a morte. Quando nel 58 a.C. il tribuno Publio Clodio fece approvare una legge che puniva con l’esilio i magistrati che avessero condannato a morte dei cittadini romani senza concedere l’appello al popolo, Cicerone fu costretto, tra le lacrime, all’esilio, e la sua casa a Roma fu rasa al suolo.

NOTE

¹ Dione Cassio (Storia Romana, XXXVII, 30, 2)

² Sallustio (La congiura di Catilina, 5, 1-8)

³ Sallustio (La congiura di Catilina, 15, 2)

⁴ Sallustio (La congiura di Catilina, 31, 9)

⁵ Sallustio (La congiura di Catilina, 61, 1-9)

⁶ Dione Cassio (Storia Romana, XXXVII, 40, 2)