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11 gennaio: Carmentalia

L’11 gennaio è il primo dei due giorni in cui si svolgevano le Carmentalia (il secondo è il 15 gennaio), le feste che si celebravano in onore della ninfa Carmentis o Carmenta, il cui nome si ricollegava originariamente alla nozione di “carmen“, l’inno, il canto sacro, la parola magico-religiosa, l’oracolo.
Il fatto che a Carmentis, successivamente divinizzata, fosse riservato un flamine minore, il Flamen Carmentalis, testimonia la sua antichità e importanza nel culto romano.
Madre di Evandro, il re dell’Arcadia che emigrò nel Lazio ¹ e a cui fu concesso dal re Fauno di insediarsi sul Palatino nel villaggio che chiamò Pallanteo, Carmenta era la dea che aveva il dono della profezia cantata in versi, la forma oracolare più diffusa anticamente. Si diceva, inoltre, che fosse stata Carmenta a inventare l’alfabeto latino modificando i caratteri greci. Carmenta aveva due epiteti, a significare la sua capacità di vaticinare il passato e il futuro, e che poi assunsero il carattere di divinità autonome: Antevorta “che conosce il passato” e Postvorta “che conosce il futuro”.

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Rilievo funerario con scena di parto, proveniente da Ostia Antica, Science Museum, Londra

In età repubblicana, a Carmenta venne attribuita anche un’altra funzione: presiedeva alla procreazione e veniva invocata dalle partorienti con gli appellativi di Postverta e Prorsa o Porrima, riferiti alla posizione cefalica o podalica con cui si presentava il nascituro su cui la dea doveva vegliare. Il suo tempio a Roma, era sito vicino alla porta detta, in suo onore, Carmentalis, ai piedi del Campidoglio, in corrispondenza di quello che doveva essere il suo sepolcro ².
La festa dei Carmentalia veniva celebrata soprattutto dalle matrone, le donne sposate, e in particolare dalle gestanti. Non conosciamo dettagli sulla cerimonia, se non che alle donne era proibito indossare abiti ed oggetti di pelle quando si recavano nel tempio della dea, perché ritenuti di cattivo auspicio per i nascituri. Carmenta era raffigurata con una corona di fiori e baccelli di fave ai capelli e con un’arpa a simboleggiare le sue capacità profetiche.

NOTE

¹ Tito Livio (Ab urbe condita, I, 5, 1)

² Servio (Commento all’Eneide, VIII, 336)