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Opiconsivia (25 agosto)

Il 25 agosto si celebravano le Opiconsivia, una delle due feste annuali – l’altra, le Opalia, si teneva il 19 dicembre – in onore di Ops (Opi), dea dell’opulenza e dell’abbondanza agricola, connessa con la madre terra, da cui derivava ogni umana agiatezza, ed associata all’antico dio Conso, protettore del raccolto immagazzinato.

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Livia Drusilla rappresentata come Ops, proveniente da Baena (Cordoba), Museo Archeologico Nazionale, Madrid

Ad Ops furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l’altro nella Regia che si trovava nel Foro, dove c’era una cappella (sacrarium Opis) in cui potevano entrare solo le Vestali e il Pontefice Massimo e dove, secondo la testimonianza di Festo (p. 354 Lindsay), era custodito un particolare tipo di vaso che veniva utilizzato nei riti effettuati nel sacrario.

A causa della scarsezza delle fonti, non abbiamo grandi informazioni sullo svolgimento rituale delle Opiconsivia; possiamo solo ipotizzare che il Pontefice Massimo e le Vestali avessero un ruolo nella cerimonia che si svolgeva nella cappella di Ops.
Secondo Varrone, il culto di Ops, a conferma della sua antichità, era di origine sabina e venne introdotto a Roma dal re Tito Tazio, quando regnava insieme a Romolo.

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Statua di Livia Drusilla rappresentata come Ops, Museo del Louvre, Parigi

Secondo una tradizione riportata da Macrobio (Saturnalia, III, 9, 4), Ops Consivia era una delle figure divine che potevano essere identificate con la divinità tutelare di Roma, il cui nome doveva restare segreto per impedire che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta, con il temibile rito dell’evocatio.

La successiva interpretazione greca di Ops come Rhea, ne farà la sposa di Saturno, assimilato a sua volta al greco Kronos. Un frequente appellativo di Ops era Consivia, perché associata al dio Conso, le cui feste erano seguite, dopo quattro giorni, proprio da quelle di Ops. Venivano offerti sacrifici in onore di Ops, venerata con l’epiteto di Opifera, anche durante le Volcanalia del 23 agosto. Ops veniva in genere rappresentata con i suoi simboli: la cornucopia e le spighe di grano.

Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Nel loro elaborato calendario, i Romani conoscevano la categoria dei dies religiosi, giorni che commemoravano sventure pubbliche e che perciò godevano di cattiva fama, nei quali non si potevano celebrare sacrifici, né celebrare matrimoni o intraprendere nuove attività. In questi giorni maledetti, divenuti oggetto della superstizione popolare perché nella storia si erano rivelati pericolosi, in quanto anniversari di sconfitte, era ritenuto nefasto fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

I dies atri erano una sottocategoria dei dies religiosi; in particolare, i dies atri erano i giorni “neri”, successivi alle calende, alle none e alle idi: giorni forieri di sventura, che non erano adatti al culto, a fare la guerra e alle riunioni del popolo.

Il più funesto di questi giorni era appunto il Dies Alliensis, che cadeva il 18 luglio, dies religiosus e ater allo stesso tempo, in cui ricorreva l’anniversario della battaglia del fiume Allia, un piccolo affluente del Tevere, quando nel 390 a.C. l’esercito romano venne vergognosamente sconfitto dai Galli Senoni guidati da Brenno, che poi, a partire dal 20 luglio occuparono e saccheggiarono Roma per mesi.

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La discesa dei Galli Senoni nella penisola era culminata nel 391 con l’attacco agli Etruschi di Chiusi. Stupidamente provocati da tre membri della gens Fabia, i Galli avevano poi diretto la loro attenzione nel 390 a Roma. L’esercito inviato dai Romani a contrastare i Galli era stato frettolosamente raccolto ed era anche inesperto e numericamente inferiore a quello avversario. I Romani affrontarono i Galli a undici miglia da Roma, alla confluenza tra il Tevere e l’Allia, molto vicino a Crustumerium. I tribuni militari non scelsero una buona posizione e – cosa gravissima per ogni comandante romano degno di questo nome – non presero gli auspici né fecero i sacrifici propiziatori.

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Come descritto da Tito Livio, forte della superiorità numerica, Brenno attaccò prima la destra dello schieramento romano, dove su un’altura erano disposte le truppe di riserva, che non riuscirono a difendere la posizione e vennero travolte. Inspiegabilmente, sentito il grido di guerra dei Galli, il resto dell’esercito romano si diede alla fuga in preda al panico senza neppure combattere:

Nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra di loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettato le armi, fu fatta una gran carneficina e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio […]. Quelli dell’ala destra, che erano rimasti lontani dal fiume e più sotto il monte, si diressero tutti a Roma e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca“.

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“Brenno e la sua parte di bottino” (1893), di Paul Jamin, Musée des beaux-arts de La Rochelle

Due giorni dopo, i Galli arrivarono a Roma e, trovando le porte aperte e le mura sguarnite perché i difensori si erano tutti asserragliati sul Campidoglio, si diedero al saccheggio indisturbato della città.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, V, 38, 6-10)

(Articolo aggiornato il 17 luglio 2020)

Ambarvalia, Dea Dia e Fratres Arvales

Verso la fine del mese di maggio, in una data non fissa, ma in genere il 29, si svolgeva una cerimonia di purificazione (lustratio) denominata Ambarvalia, che consisteva in una processione lungo il perimetro degli “arva“, le terre coltivabili di Roma. Nella processione venivano condotti un maiale, un montone e un toro, vittime del sacrificio tipico in onore di Marte chiamato “suovetaurilia” dal nome latino dei tre animali. La cerimonia aveva lo scopo di purificare le campagne e favorire la crescita delle coltivazioni.

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Bassorilievo con suovetaurilia, I secolo a.C., Museo del Louvre, Parigi

Lo svolgimento della cerimonia era di pertinenza dei Fratres Arvales, i “fratelli dei campi”, il collegio sacerdotale composto da dodici membri, preposto anche al culto della Dea Dia. Come i Salii, anche i Fratres Arvales cantavano un inno, il Carmen Fratrum Arvalium ed eseguivano una danza a tre tempi destinata a stimolare le forze della terra e a promuovere la fertilità dei campi. I Fratres Arvales, tramite il Carmen, invocavano la protezione di Marte, dei Lari e delle misteriose entità denominate Semones contro le malattie e gli spiriti malvagi che potevano portare alla distruzione delle coltivazioni presenti nei campi coltivati all’interno del perimetro evidenziato dalla processione.

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Busto di Antonino Pio raffigurato come Fratello Arvale, Museo del Louvre, Parigi

Anche le celebrazioni in onore della Dea Dia si svolgevano quasi sempre a maggio, un mese prima che iniziasse il raccolto, e la data della festa veniva stabilita a gennaio, dopo la stagione della semina. La Dea Dia, che alcuni interpretano come la dea del cielo luminoso, era un’antica divinità agricola che svolgeva le sue funzioni nel periodo che andava dalla semina fino al raccolto, poiché rappresentava la forza che accompagnava i semi dalla germinazione fino alla maturazione. Come abbiamo già detto, il culto della Dea Dia era officiato da dodici sacerdoti, i Fratres Arvales, che si riunivano nel santuario della dea, un tempio di forma circolare situato nei pressi di un bosco sacro vicino a Roma, al quinto miglio della Via Campana. Durante le celebrazioni, la statua della dea veniva unta ritualmente.

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Ricostruzione del tempio della Dea Dia

Il sacerdozio degli Arvali era nato in un periodo molto antico della storia di Roma, come testimoniato dalla lingua arcaica con cui è scritto il Carmen Fratrum Arvalium, e dalla tradizione che fa risalire l’istituzione del collegio a Romolo e ai dodici figli maschi di Acca Larentia. Il sodalizio venne poi riorganizzato in epoca augustea. In questa nuova forma, la confraternita era composta da dodici membri scelti per cooptazione all’interno delle famiglie più importanti, e che restavano in carica a vita; uno dei dodici sacerdoti era in genere l’imperatore regnante. In epoca imperiale, per assicurare salute e prosperità all’imperatore e alla sua famiglia, i Fratres Arvales offrivano sacrifici non solo alla Dea Dia, ma anche ad altre divinità. Di questi sacrifici resta testimonianza nei numerosi frammenti, incisi nel marmo, che costituiscono gli Acta Arvalium, e che coprono un arco di tempo che va dal 21 a.C. al 241 d.C.

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Busto di Lucio Vero raffigurato come Fratello Arvale, Museo del Louvre, Parigi

Le insegne del sacerdozio erano costituite da una corona di spighe e da bende di lana bianca. L’esistenza dei Fratres Arvales è documentata ancora fino al 304 d.C. e finì ovviamente per scomparire con il tramonto delle antiche divinità.

14 marzo: Mamuralia

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Mosaico del mese di Marzo, in cui si ritiene raffigurato il rito dei Mamuralia, (III secolo d.C.) Museo Archeologico di Sousse, Tunisia

Il 14 marzo di ogni anno, in concomitanza con gli Equirria in onore di Marte, si celebravano a Roma le feste dette Mamuralia, in cui la folla portava in processione un uomo coperto di pelli e lo percuoteva con lunghi bastoni bianchi fino a scacciarlo dalla città, come un capro espiatorio. Quest’uomo veniva chiamato Mamurio e, secondo interpretazioni più tarde, impersonava il fabbro di origine osca a cui Numa Pompilio aveva affidato il compito di eseguire undici copie identiche di uno scudo sacro di bronzo – l’ancile – caduto dal cielo, allo scopo di proteggere l’originale da eventuali furti che avrebbero avuto conseguenze nefaste per Roma. Infatti l’ancile – come promesso da Giove – sarebbe stato un “pignus imperii”, un talismano che fungeva da garanzia della sovranità di Roma.
La leggenda narra che il fabbro aveva richiesto, come unica ricompensa per la sua opera, che il suo nome venisse inserito nel Carmen Saliare, il canto con il quale i sacerdoti Salii accompagnavano la processione solenne dei dodici scudi attraverso la città, che si svolgeva il 9 e il 19 marzo. Accadde però che gli dèi si offesero per l’opera di duplicazione dell’ancile, che comprometteva l’unicità di questo oggetto sacro e colpirono Roma con una serie di sciagure. Per recuperare il favore delle divinità, i Romani furono costretti ad espellere Mamurio a bastonate. Da allora divenne proverbiale l’espressione “fare il Mamurio” per indicare chi riceveva una sonora bastonatura.

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Salii nell’atto di battere delle pelli tese, con Marte sullo sfondo

Guardando oltre la coloritura leggendaria con cui i romani cercavano di spiegare dei riti così antichi di cui non comprendevano più l’origine, la festa dei Mamuralia sembra simboleggiare la fine del vecchio anno poiché, nel calendario più antico, Marzo, dedicato a Marte, era il primo mese dell’anno. Quindi, l’espulsione di Mamurio Veturio rappresenterebbe la cacciata rituale del vecchio anno – e del vecchio Marzo/Marte – e non quella del fabbro leggendario. Il giorno seguente, il 15 marzo, con la festa dedicata ad Anna Perenna, si celebrava invece il più antico capodanno romano.

11 gennaio: Carmentalia

L’11 gennaio è il primo dei due giorni in cui si svolgevano le Carmentalia (il secondo è il 15 gennaio), le feste che si celebravano in onore della ninfa Carmentis o Carmenta, il cui nome si ricollegava originariamente alla nozione di “carmen“, l’inno, il canto sacro, la parola magico-religiosa, l’oracolo.
Il fatto che a Carmentis, successivamente divinizzata, fosse riservato un flamine minore, il Flamen Carmentalis, testimonia la sua antichità e importanza nel culto romano.
Madre di Evandro, il re dell’Arcadia che emigrò nel Lazio ¹ e a cui fu concesso dal re Fauno di insediarsi sul Palatino nel villaggio che chiamò Pallanteo, Carmenta era la dea che aveva il dono della profezia cantata in versi, la forma oracolare più diffusa anticamente. Si diceva, inoltre, che fosse stata Carmenta a inventare l’alfabeto latino modificando i caratteri greci. Carmenta aveva due epiteti, a significare la sua capacità di vaticinare il passato e il futuro, e che poi assunsero il carattere di divinità autonome: Antevorta “che conosce il passato” e Postvorta “che conosce il futuro”.

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Rilievo funerario con scena di parto, proveniente da Ostia Antica, Science Museum, Londra

In età repubblicana, a Carmenta venne attribuita anche un’altra funzione: presiedeva alla procreazione e veniva invocata dalle partorienti con gli appellativi di Postverta e Prorsa o Porrima, riferiti alla posizione cefalica o podalica con cui si presentava il nascituro su cui la dea doveva vegliare. Il suo tempio a Roma, era sito vicino alla porta detta, in suo onore, Carmentalis, ai piedi del Campidoglio, in corrispondenza di quello che doveva essere il suo sepolcro ².
La festa dei Carmentalia veniva celebrata soprattutto dalle matrone, le donne sposate, e in particolare dalle gestanti. Non conosciamo dettagli sulla cerimonia, se non che alle donne era proibito indossare abiti ed oggetti di pelle quando si recavano nel tempio della dea, perché ritenuti di cattivo auspicio per i nascituri. Carmenta era raffigurata con una corona di fiori e baccelli di fave ai capelli e con un’arpa a simboleggiare le sue capacità profetiche.

NOTE

¹ Tito Livio (Ab urbe condita, I, 5, 1)

² Servio (Commento all’Eneide, VIII, 336)

Opalia (19 dicembre)

Durante i festeggiamenti per i Saturnalia, dopo la fine della semina e l’immagazzinamento del raccolto nei silos ¹, il 19 dicembre i Romani celebravano le Opalia, la festa di Opi (Ops), dea dell’opulenza e dell’abbondanza agricola, connessa con la madre terra, da cui derivava ogni umana agiatezza, ed associata all’antico dio Conso. Si trattava di una delle due feste annuali in onore di Opi; l’altra, le Opiconsivia, si teneva il 25 agosto, dopo la fine del raccolto. Proprio durante questi giorni, i padroni, in una totale sospensione dell’ordine sociale, servivano a mensa i loro servi e schiavi, e tenevano pronta la tavola imbandita per chiunque si presentasse in casa loro.
Secondo Varrone, il culto di Opi, a conferma della sua antichità, venne tradizionalmente introdotto a Roma dal re sabino Tito Tazio, quando regnava insieme a Romolo ².

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Livia Drusilla come Ops (I secolo a.C.), Museo del Louvre

Ad Opi furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l’altro nella Regia che si trovava nel Foro, dove c’era una cappella (Sacrarium Opis) in cui potevano entrare solo le Vestali e il Pontefice Massimo e dove, secondo la testimonianza di Festo ³, era custodito un particolare tipo di vaso che veniva utilizzato nei riti effettuati nel sacrario.

Secondo una tradizione riportata da Macrobio ⁴, Opi Consivia era una delle figure divine che potevano essere identificate con la divinità tutelare di Roma, il cui nome doveva restare segreto per impedire che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta, con il temibile rito dell’evocatio.

Come abbiamo detto, in origine, Opi aveva uno stretto legame con il dio Conso, protettore del grano immagazzinato. Un frequente appellativo di Opi era Consivia, proprio perché associata al dio Conso, le cui feste erano seguite, dopo quattro giorni, proprio da quelle di Opi. Venivano offerti sacrifici in onore di Opi, venerata con l’epiteto di Opifera, anche durante le Volcanalia del 23 agosto.

La successiva interpretazione greca di Opi come Rhea, ne farà la sposa di Saturno, altro antico dio agricolo, assimilato in maniera decisamente forzata al greco Kronos. Del tutto naturale, a quel punto, che le Opalia dedicate a Opi si svolgessero durante i Saturnalia, in onore del suo sposo Saturno. Opi veniva in genere iconograficamente rappresentata insieme ai suoi simboli: la cornucopia e le spighe di grano.

NOTE

¹ Il 15 dicembre si celebravano i Consualia in onore del dio Conso, protettore del raccolto immagazzinato.

² Varrone (De lingua latina, V, 74)

³ Festo (p. 354 Lindsay)

⁴ Macrobio (Saturnalia, III, 9, 4)