Archivi tag: Artemide

Festa di Diana (13 agosto)

Il 13 agosto (Idi di agosto) si celebrava ogni anno la festa in onore di Diana, in occasione della dedica del suo tempio sull’Aventino (aedes Dianae in Aventino).

Bardo_Diane_chasseresse
Mosaico di Diana cacciatrice, da Utica, III secolo d.C., Museo del Bardo, Tunisi

Diana era un’antica divinità italica dei boschi e della natura allo stato selvaggio, che gli Etruschi conoscevano come Artumes o Aritimi. Protettrice delle donne, delle puerpere e dei neonati, la vergine Diana era anche patrona della lega latina e collegata alla luna. Il suo santuario più importante era il bosco sacro sulle rive del lago di Nemi, nei pressi di Ariccia, dove le veniva tributato il culto come Diana Nemorensis, la Diana del bosco, da nemus, che significa bosco; lo stesso lago di Nemi, sul quale si rifletteva di notte la luna, era identificato con lo speculum Dianae, lo specchio di Diana. Il sommo sacerdote del culto di Diana a Nemi e custode del suo santuario era il Rex Nemorensis, il re del bosco, uno schiavo fuggitivo che, per avere quel titolo, aveva ucciso di sua mano il predecessore in un duello rituale. Nel recinto del santuario di Nemi esisteva infatti un albero da cui non era consentito spezzare alcun ramo. Soltanto uno schiavo fuggitivo, se ci fosse riuscito, poteva spezzarne uno, guadagnandosi il diritto di battersi col sacerdote in carica e, in caso di vittoria, di ottenere la libertà e regnare al suo posto come Rex Nemorensis. Il Rex Nemorensis viveva quindi con la consapevolezza che, prima o poi, sarebbe arrivato qualcuno che, più giovane e forte, gli avrebbe strappato il sacerdozio e la vita in questo cruento e primordiale rito di successione. Una delle azioni riprovevoli che Svetonio rimproverava a Caligola durante il suo principato, fu quella di aver inviato un avversario più vigoroso contro il Rex Nemorensis che era da molti anni in possesso della carica (Caligola, IV, 35). Il sacerdozio del Rex Nemorensis era ancora esistente al tempo di Antonino Pio.

20190812_233619
Statua in bronzo di Diana, proveniente da Roma, Metropolitan Museum, New York 

La tradizione attribuisce a Servio Tullio l’introduzione del culto di Diana a Roma. Trattandosi di una dea non originaria di Roma, il suo tempio fu eretto sull’Aventino, un colle che, essendo situato fuori dal pomerio, era riservato al culto degli dèi stranieri. Il 13 agosto, in occasione dell’anniversario della dedica del tempio sull’Aventino, che era lo stesso del santuario di Ariccia, le donne romane si lavavano la testa e pettinavano con cura particolare; poi si recavano al tempio per chiedere alla dea un parto agevole e senza complicazioni. Le donne che invece erano rimaste gravide si recavano in processione al suo tempio per ringraziarla, con ghirlande sul capo e portando torce accese; i cani da caccia venivano incoronati e non si molestavano gli animali selvatici. Diana era anche particolarmente venerata dagli schiavi, al punto che il suo dies natalis era anche detto dies servorum (giorno degli schiavi). La ragione di questa devozione veniva spiegata tradizionalmente col fatto che il tempio sull’Aventino era stato fondato da Servio Tullio, un re che, come fa capire anche il nome, era figlio di schiavi; oppure, col fatto che il culto di Diana era di origine latina, come gran parte degli schiavi nel periodo arcaico; d’altronde, anche il suo sommo sacerdote, il Rex Nemorensis, era un ex schiavo.

499227-diane-de-versailles
Statua di Diana, da un originale greco del IV secolo, Museo del Louvre, Parigi 

A partire dal IV secolo a.C., Diana fu progressivamente assimilata alla dea greca Artemide, di cui assorbì tutta la storia e le prerogative. In genere, Diana veniva raffigurata in aspetto di cacciatrice, con lunghe vesti, arco e faretra, e come protettrice degli animali.

Pignora Imperii (parte III): le Ceneri di Oreste

Septem fuerunt pignora, quae Imperium Romanum tenent: Acus Matris Deum, Quadriga fictilis Veientanorum, Cineres Orestis, Sceptrum Priami, Velum Ilionae, Palladium, Ancilia”.

“Ci furono sette garanzie che mantenevano il potere di Roma: l’Ago della Madre degli Dèi, la Quadriga di argilla dei Veienti, le Ceneri di Oreste, lo Scettro di Priamo, il Velo di Iliona, il Palladio, gli Ancilia”. (M. Servius Honoratus, in Vergilii carmina comentarii ad Aen., VII, 188)

Nella disamina dei sette “pignora imperii“, posti a garanzia della supremazia di Roma, è ora il turno delle Ceneri di Oreste, cioè dei resti del corpo di quell’Oreste che, per vendicare l’assassinio di suo padre Agamennone, re di Micene, aveva ucciso la madre Clitennestra e il suo amante Egisto.

e7195aa71ab3166f0f07ec4c8544eb03
Oreste uccide Clitennestra, anfora del IV secolo a.C., J.P. Getty Museum, Malibu

Il mito narra che Oreste, per sfuggire alle Erinni che lo perseguitavano ovunque per l’uccisione di sua madre Clitennestra, avesse ricevuto dall’oracolo di Delfi il consiglio di recarsi in Tauride, di sottrarre il simulacro di Artemide caduto dal cielo e conservato nel santuario locale e di portarlo in Attica. Oreste, insieme al suo amico fraterno Pilade, giunse nella Tauride, governata dal re Toante, senza sapere che lì si trovava anche sua sorella Ifigenia, da lui creduta morta tanti anni prima, che era invece divenuta sacerdotessa di Artemide.

20190519_235841
Gruppo statuario di Oreste e Pilade, Museo del Louvre, Parigi

Oreste e Pilade vennero catturati da Toante; era infatti usanza di quelle terre sacrificare ad Artemide ogni straniero che fosse giunto da quelle parti, ma Ifigenia, riconosciuto il fratello Oreste, riuscì a liberare i prigionieri e i tre fuggirono portando con loro la statua della dea. Oreste infine tornò in Attica sotto la protezione di Atena, e si sottopose al giudizio dell’Areopago, il tribunale ateniese, che lo assolse dal suo delitto e lo liberò dalla persecuzione delle Erinni. Oreste quindi si impadronì dei regni di Micene, che era stato di suo padre, di Argo e di Sparta. Morì in Arcadia a settant’anni di età per il morso di un serpente e fu sepolto a Tegea.

Sarcofago_con_mito_di_oreste_e_ifigenia,_da_ostia-castel_fusano,_150-200_dc_ca._02
Sarcofago romano proveniente da Ostia (150-200 d.C. circa) con Pilade, Oreste e Ifigenia che regge il simulacro di Artemide; Altes Museum, Berlino

Una variante italica del mito, racconta invece che la fuga di Oreste e Ifigenia, con la statua di Artemide, si concluse nel Lazio, nel sacro bosco di Aricia vicino al lago di Nemi, dove i due fratelli istituirono il culto di Diana. Oreste divenne il primo sacerdote di questo culto e, dopo la sua morte, fu sepolto da Ifigenia nel bosco di Aricia, finché i Romani, dopo aver sconfitto la lega latina, ne prelevarono i resti per portarli a Roma e seppellirli sotto la soglia del tempio di Saturno, vicino al tempio della Concordia, nella zona del Foro Romano. Da quel momento le ceneri di Oreste divennero uno dei sette “pignora imperii“, dai quali dipendeva il potere di Roma. Pare invece che i Romani rispedirono a Sparta la statua di Artemide, perché non gradivano la crudeltà dei riti che si svolgevano in suo onore.

Qual era il significato simbolico delle Ceneri di Oreste, e perché esse erano così importanti per il potere di Roma?

Forse, come ritengono alcuni, per la valenza positiva che la figura di Oreste aveva assunto per aver interrotto una catena di violenze familiari culminata col matricidio ed aver raggiunto un nuova pacificazione, come quella introdotta da Augusto, dopo la guerra civile con Antonio, che aveva dato inizio all’impero?

C-1-0103_KL_Saturntempel_Kontext
Ricostruzione del Tempio di Saturno in epoca augustea

Ci sembra però che la soluzione sia un’altra e che l’importanza del corpo di Oreste fosse invece strettamente connessa all’invincibilità di una città. Erodoto (Storie, I, 67-68) narra infatti di come nel VI secolo gli Spartani non riuscissero a conquistare la vicina Tegea. Inviarono allora dei messi al santuario di Delfi, per chiedere alla sacerdotessa Pizia cosa fare per poter sconfiggere i Tegeati. Secondo il responso della Pizia, gli Spartani avrebbero vinto se avessero riportato a Sparta le ossa di Oreste, il figlio di Agamennone, che erano sepolte a Tegea. Uno spartano di nome Lica, inviato a Tegea per trovare la tomba di Oreste, dopo aver scoperto che il suo sepolcro, lungo ben 7 cubiti (3 metri) era nascosto sotto un cortile, riuscì nell’impresa e, raccolte le ossa, tornò a Sparta portandole con sé. Le ossa furono poi trasferite, secondo Pausania, nel tempio delle Parche, a Sparta. Da quel momento, gli Spartani ebbero il sopravvento sui Tegeati.

3776754953_4924783b06_b
I resti del Tempio di Saturno nel Foro Romano

Se le ossa di Oreste si trovavano a Sparta, di chi erano quindi le ceneri conservate sotto la soglia del tempio di Saturno nel foro romano? Come vedremo parlando del Palladio, un altro dei “pignora imperii”, la duplicazione o moltiplicazione di questi oggetti sacri non era infrequente, perché il loro possesso era ambito da molte città proprio per l’alto valore simbolico. La stessa consuetudine la possiamo constatare, per esempio, anche nel campo delle reliquie dei martiri cristiani, il cui commercio assunse nei secoli dimensioni inusitate.

Il mito di Atteone

an00041260_001_l
Statua di Atteone, II secolo d.C., British Museum, Londra

Per un mortale, è pericoloso guardare una dea, soprattutto se quella dea ha un pessimo carattere, si chiama Artemide, è nuda e non sa di essere osservata.
Artemidoro di Daldi, vissuto a Efeso nel II secolo d.C., nella sua opera “L’interpretazione dei sogni”, ce lo confermava senza tanti giri di parole: “Vedere Artemide nuda non giova in alcun modo a nessuno”. È quanto scoprirà a sue spese il giovane Atteone, protagonista di un celebre mito.

photo 3 feb 2013 10_04 am
Artemide e una ninfa sorprese da Atteone, mosaico da Volubilis, Marocco

Atteone, figlio di Aristeo e Autonoe (figlia di Cadmo e sorella di Semele, madre di Dioniso) era un famoso cacciatore. Era stato addestrato nella caccia e nell’uso delle armi dal centauro Chirone, che fu maestro anche di Achille.

20190211_174255
Artemide si bagna nella fonte

Il mito racconta che un giorno, mentre era a caccia con altri compagni nella valle di Gargafia, in Beozia, Atteone sorprese la dea Artemide che si bagnava nella fonte Partenia, in compagnia delle ninfe, e si fermò a guardarla.

20190211_174339
Atteone assalito dai cani

Alcuni dicono che Artemide si offese perché un mortale aveva osato osservarla nuda; altri che Atteone, colto da passione alla vista delle nudità della dea, avesse cercato di farle addirittura violenza; una versione più antica del mito narra invece che Atteone, per non essere notato, si fosse accostato ad Artemide nascondendosi sotto una pelle di cervo. Le conseguenze per il gesto sconsiderato di Atteone furono in ogni caso le stesse. 20190124_005354
Per punizione Artemide lo trasformò in cervo o gli gettò addosso una pelle di questo animale e Atteone, datosi alla fuga sulle pendici del monte Citerone, fu assalito e divorato dai cinquanta cani della sua muta, che non lo riconobbero così trasformato.

imgd

Autonoe, la madre, vide tornare a casa i cani del figlio imbrattati di sangue e temendo per la sorte di Atteone, iniziò a cercarlo nei boschi ma senza successo. In seguito, Atteone apparve in sogno al padre, indicandogli dove si trovavano le sue ossa, e consentendo così a sua madre di recuperarle e dargli pietosa sepoltura.death_actaeon_bm_vasef176
I cani da caccia di Atteone continuarono a cercare il padrone per lungo tempo, vagando e ululando nella selva, finché arrivarono alla dimora del centauro Chirone, che costruì per loro un simulacro del defunto padrone, con il quale riuscì infine a placare il loro dolore.
Nell’iconografia, Atteone viene raffigurato nell’atto di essere sbranato dai cani e con pelle e corna di cervo che gli spuntano dalla testa.atteone

Il mosaico di Orione a Pompei

mosaico_casa_giove

È stata finalmente resa nota un’immagine intera del mosaico recentemente scoperto durante gli scavi a Pompei, nella Regio V, all’interno della Casa di Giove. Quello che all’inizio era stato descritto come un mosaico di “grande qualità artistica e con raffigurazioni straordinarie, prive, finora, di precisi confronti e che, a un primo esame, sembrano riferirsi a miti poco rappresentati, probabilmente di carattere astrologico”, sembra ora aver svelato il suo segreto.

orione

Si tratterebbe infatti di un “catasterismo”, cioè della collocazione di un dio o di un eroe tra le stelle, sotto forma di costellazione. Nel caso specifico, tutto lascerebbe supporre che si tratti di Orione.
Orione era un gigantesco e bellissimo cacciatore, per alcuni figlio di Poseidone ed Euriale, per altri del re Irieo e di Enopione. Durante la sua movimentata vita venne anche accecato per vendetta ma riacquistò la vista grazie all’intervento di Elios, il sole. Molteplici sono i miti che narrano della morte di Orione, alcuni dei quali, come raffigurato nel mosaico in questione, coinvolgono uno scorpione. In uno di questi, Orione finì per attirare le attenzioni e l’amore di Artemide, cui l’accomunava la passione per la caccia. Purtroppo Apollo, geloso di sua sorella Artemide, indusse la Madre Terra a scatenare un terribile scorpione contro Orione. Orione non riuscì a difendersi dall’invulnerabile scorpione né con le frecce, né con la spada, e fu infine costretto a gettarsi in mare per dirigersi a nuoto verso l’isola Ortigia, dove sperava di ottenere protezione. Tuttavia Apollo non aveva ancora concluso la sua trama; convinse con l’inganno Artemide a scagliare una delle sue infallibili frecce verso il bersaglio che si avvicinava nuotando verso l’isola a lui sacra. Artemide centrò in pieno la testa dello sventurato Orione, salvo poi disperarsi quando riconobbe il suo amato cacciatore. Asclepio, figlio di Apollo, che aveva acconsentito a ridonare la vita ad Orione su richiesta di Artemide, non poté completare l’opera perché ucciso da Zeus con una folgore, come punizione per aver violato le leggi della natura. In un altro mito, fu invece proprio il veleno dello scorpione a causare la morte di Orione.

Orione1

Comunque sia, alla disperata Artemide non restò che accogliere Orione tra le stelle, nella costellazione che da lui prende il nome, non a caso sempre inseguita nel cielo stellato, a debita distanza, da quella dello Scorpione, che sorge quando Orione tramonta. Nell’iconografia, Orione veniva spesso rappresentato come un gigante, con una spada, una mazza, una cintura e una pelle di leone.

270

Proprio la spada alla cintura, oltre allo scorpione, ha consentito di identificare il personaggio rappresentato nel mosaico con Orione. Singolari sono le ali da farfalla che consentono al gigantesco cacciatore di ascendere al cielo.