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Morte di Cicerone: 7 dicembre 43 a.C.

Alla fine di ottobre del 43 a.C. Antonio, Lepido e Ottaviano si incontrarono in un’isoletta sul Reno, a nord di Bologna, dove siglarono un accordo di spartizione del potere, noto come secondo triumvirato, garantendosi reciproco sostegno. L’accordo prevedeva la soppressione di tutti coloro che potevano essere di ostacolo al programma del triumvirato. Venne stilata una lista di persone da eliminare, al cui primo posto figurava il nome di Marco Tullio Cicerone. Pare che Ottaviano cercò per due giorni di convincere gli altri triumviri a risparmiare l’anziano oratore, con cui intratteneva ottimi rapporti, ma non ci fu nulla da fare. Di fronte al fatto che Antonio aveva inserito nelle liste di proscrizione Lucio Cesare, suo zio per parte di madre, e Lepido addirittura il fratello Lucio Paullo, Ottaviano non poté far altro che abbandonare Cicerone al suo destino.

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Busto di Cicerone, Musei Capitolini, Roma

Mentre i triumviri stavano tornando a Roma, Cicerone si trovava a Tuscolo in compagnia di suo fratello Quinto e del nipote. Quando i due fratelli ebbero notizia dell’accordo tra Ottaviano, Antonio e Lepido, compresero di essere in grave pericolo, tanto più che Quinto Pedio, il collega di Ottaviano nel consolato, aveva fatto pubblicare una lista dei primi diciassette proscritti. Cicerone decise allora di dirigersi alla sua villa di Astura, che era sulla riva del mare, da dove si sarebbe potuto imbarcare per l’oriente e raggiungere Bruto e Cassio in Macedonia. Quinto però ritenne prima opportuno recarsi col suo omonimo figlio ad Arpino per fare i bagagli e procurarsi il denaro necessario al lungo viaggio. I due fratelli non si sarebbero più rivisti; pochi giorni dopo, Quinto e il figlio furono traditi dai servi e assassinati lungo la strada.

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Raggiunta Astura, dopo molte indecisioni Cicerone si imbarcò per Gaeta, dove aveva un’altro podere, in cui si recava d’estate. Appena la sua imbarcazione toccò la riva, dal tempio di Apollo, che si trovava nei pressi, uno stuolo di corvi sacri al dio, si alzò in volo per fermarsi sul pennone della barca e gracchiare furiosamente ¹. Tutti interpretarono il fatto come un sinistro presagio. Cicerone trascorse la notte a Gaeta, in preda allo sconforto; soprattutto non si capacitava di essere stato abbandonato da Ottaviano, verso il quale aveva nutrito molte speranze. L’indomani, nel tentativo di salvargli la vita, i servi lo fecero salire a forza su una lettiga, per portarlo ancora una volta verso il mare e farlo partire. Subito dopo, i sicari di Antonio giunsero alla villa chiedendo notizie dell’oratore. Un liberto di Quinto, di nome Filologo, li indirizzò verso il sentiero preso da Cicerone. I soldati erano guidati da un centurione di nome Erennio e da Popilio Lenate, un tribuno che Cicerone aveva anni prima difeso con successo da un’accusa di parricidio. Fu Erennio a raggiungere la lettiga per primo; quando Cicerone lo vide, diede ordine ai servi di fermarsi, quindi, aprì le tende e sporse la testa, guardando fisso il volto del centurione. Mentre tutti distoglievano lo sguardo, impietositi dalla rassegnazione di Cicerone, Erennio gli inflisse un colpo mortale al collo; poi, seguendo gli ordini di Antonio, gli tagliò la testa e le mani, che furono inviate a Roma per essere esposte sui rostri. Era il 7 dicembre del 43 a.C. ².

Tancredi Scarpelli - The death of Cicero - (MeisterDrucke-38109)

Prima di essere esposta sui rostri, la testa mozzata di Cicerone fu portata alla moglie di Antonio, Fulvia, che la prese tra le mani, le sputò sopra con sdegno e se la pose sulle ginocchia; poi, aprì la bocca, strappò la lingua che aveva parlato contro il marito e la trafisse con lo spillone che usava per raccogliere i capelli. Pare che Antonio, in seguito, per spirito di giustizia, avesse consegnato il traditore Filologo a Pomponia, la moglie di Quinto, e che questa, avutolo nelle sue mani, lo abbia ucciso tra atroci supplizi.

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Fulvia con la testa di Cicerone (1871), olio su tela di Pavel Svedomsky (1849-1904)

A riprova del fatto che l’assassinio di Cicerone fu voluto solo da Antonio, si ricorda che dopo la definitiva vittoria su Marco Antonio, Ottaviano scelse come collega nel consolato Marco, il figlio di Cicerone; furono abbattute le statue di Antonio, furono annullati gli onori che gli erano stati conferiti e fu decretato che, in futuro, nessuno degli Antonii avrebbe potuto avere il nome di Marco ⁴.

Parecchi anni dopo, entrando in camera di un suo nipote, Augusto lo trovò intento a leggere un libro di Cicerone. Il ragazzo, temendo di aver suscitato le ire dello zio, si coprì il volto con le mani. Augusto prese il libro e lo sfogliò a lungo, stando in piedi; poi lo restituì al nipote, dicendo:

Era un saggio, ragazzo mio, un saggio; e amava la patria” ⁵.

In chiusura dell’articolo, riportiamo un lungo e splendido frammento di Tito Livio tratto dal perduto libro CXX dell’Ab urbe condita di Livio, conservatoci in una suasoria di Seneca il Vecchio e che, oltre al racconto della morte di Cicerone, contiene anche un lucido giudizio sulla sua persona.

“Cicerone, nell’imminenza dell’arrivo dei triumviri, s’era allontanato da Roma, ritenendo per certo – come in realtà era – di non poter sfuggire alla vendetta di Antonio più di quanto Cassio e Bruto avrebbero potuto sfuggire a quella di Cesare (Ottaviano). Dapprima si rifugiò nella sua villa di Tuscolo, di lì si diresse, per vie secondarie e traverse, in quella di Formia, con l’intenzione di salpare da Gaeta. Ma dopo essersi più volte spinto di lì in alto mare, poiché ora i venti contrari lo risospingevano a riva, ora lo sconvolgeva il rullio della nave sbattuta dai marosi, fu preso dal disgusto della fuga e della vita stessa: rientrato nella villa che guarda dall’alto il mare e ne dista poco più di un miglio: «Morrò – disse – nella patria tante volte salvata». È risaputo che gli schiavi eran pronti a battersi strenuamente e fedelmente per lui; ma egli ordinò loro di porre a terra la lettiga e di tollerare senza ribellarsi ciò che la sorte avversa imponeva. Mentre si sporgeva dalla lettiga e tendeva il collo senza un fremito, gli fu recisa la testa. Né ciò fu abbastanza per la stolta ferocia dei soldati: gli tagliarono anche le mani, facendo loro carico d’aver scritto contro Antonio. Poi la testa fu recata ad Antonio e per ordine suo fu esposta, in mezzo alle due mani, sui rostri, là dove egli, parlando e da console e da consolare e in quell’anno stesso contro Antonio, aveva suscitato negli ascoltatori tanta ammirazione quanta nessun’altra voce umana mai. A stento, sollevando gli occhi annebbiati dalle lacrime, gli uomini potevan reggere la vista di quelle membra mutilate. Visse sessantatré anni, sì che, se si fosse spento per esaurimento naturale, non potremmo neanche giudicar prematura la sua morte; il suo ingegno fu fecondo di opere, che gli procurarono adeguata rinomanza; godette a lungo di prospera fortuna, e bersagliato ogni tanto, pur nella lunga durata della sua fortuna, da gravi colpi, l’esilio, il crollo del partito cui s’era aggregato, la morte della figlia, una fine così dolorosa e atroce, non seppe sopportare virilmente nessuna di queste avversità, tranne la morte; ed essa, in chi sapeva ponderar bene le cose, avrà esercitato minore indignazione, perché egli dal nemico vincitore non aveva avuto a soffrire nulla di più crudele di quanto egli stesso sarebbe stato capace di fare, se avesse potuto raggiungere il medesimo successo. Ma se vogliamo controbilanciare i difetti con le virtù, dobbiamo riconoscere che fu uomo magnanimo, alacre, degno di eterno ricordo, e tale che a celebrarne i meriti occorrerebbe l’eloquenza di un altro Cicerone” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Cicerone, 47, 8)

² Plutarco (Cicerone, 48, 1-5)

³ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 8, 4)

⁴ Plutarco (Cicerone, 49, 6)

⁵ Plutarco (Cicerone, 49, 5)

⁶ Tito Livio (in Seneca il Vecchio, Suasorie 7, 17)

Morte di Orazio (27 novembre 8 a.C.)

Il 27 Novembre dell’anno 8 a.C. moriva Quinto Orazio Flacco, considerato uno dei maggiori poeti dell’età antica.

Quinto Orazio Flacco era nato a Venosa, al confine tra Lucania e Apulia, l’8 dicembre del 65 a.C.; Venosa era abitata da coloni romani della tribus Horatia, da cui Orazio prese probabilmente il nome gentilizio. Suo padre possedeva un piccolo appezzamento di terra ed era un liberto abbastanza facoltoso da potersi permettere di trasferirsi a Roma per tentare di migliorare la propria condizione sociale. Mentre il padre si dedicava al mestiere di esattore nelle pubbliche vendite all’asta (coactor argentarius), il giovane Orazio venne mandato alla scuola del famoso Orbilio, un grammatico severo e manesco che lo costringeva a leggere l’Odissea tradotta in latino da Livio Andronico. Dopo gli studi di grammatica e retorica, come tutti i giovani di buona estrazione sociale, a vent’anni Orazio si recò ad Atene, in Grecia, per proseguire con la formazione filosofica di matrice stoica, ma lì rimase coinvolto nella guerra civile successiva alla morte di Cesare, tra gli eserciti di Antonio e Ottaviano e quelli dei cesaricidi Bruto e Cassio.

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Rilievo con possibile ritratto di Orazio (seconda metà del I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Boston

Orazio scelse di servire nell’esercito di Bruto, dove raggiunse  il grado di tribunus militum, e rimase travolto dalla sconfitta dei repubblicani a Filippi nel novembre del 42 a.C., dove si diede alla fuga.

Dopo la disfatta, ai superstiti dell’esercito repubblicano fu concessa l’amnistia. Orazio tornò in Italia, ma il padre era ormai morto e le sue proprietà erano state confiscate per ricompensare i veterani di Antonio e Ottaviano. Orazio avrà per tutta la vita parole di grande affetto e riconoscenza per il padre, per tutti i sacrifici che aveva fatto per dare al figlio un futuro migliore.

Privo ormai di mezzi di sussistenza, il giovane Orazio, per guadagnarsi da vivere, si dovette procurare la carica di scriba quaestorius, uno scrivano addetto alla segreteria di un questore.

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Virgilio, Orazio e Vario a casa di Mecenate; Charles Francois Jalabert (1819-1901), Musee des Beaux-Arts, Nimes

Fu in questo periodo che Orazio aderì alla filosofia epicurea; aveva anche già iniziato a comporre versi e iniziò a frequentare giovani poeti, tra cui Virgilio e Lucio Vario Rufo, che nel 38 a.C. lo presentarono a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Il rapporto con Mecenate costituì la grande svolta nella vita di Orazio. Mecenate era un uomo di vasta e raffinata cultura e con Orazio nacque ben presto un profondo e indissolubile legame di amicizia. Nel 37 Orazio accompagnò Mecenate a Brindisi per il rinnovo dell’accordo quinquennale tra Ottaviano e Antonio.

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Ritratto di Mecenate, Musei Capitolini, Roma

Nel 33 a.C. Mecenate regalò all’amico una villa nella Sabina, presso Mandela, dove Orazio si recava in estate per sottrarsi alla calura di Roma. Per il tramite dei buoni uffici di Mecenate, Orazio contribuì con le sue opere alla diffusione dei valori fondanti dell’ideologia augustea ma, per mantenere la sua indipendenza e libertà, rifiutò sempre l’invito di Augusto a diventare suo segretario per la corrispondenza privata. Nel 17 a.C., in occasione del Ludi Saeculares, Augusto incaricò Orazio di comporre il Carmen saeculare, che doveva essere cantato l’ultimo giorno delle cerimonie da un coro composto da ventisette fanciulle e ventisette ragazzi.

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Orazio; Adalbert von Roessler (1853 – 1922)

Col passare degli anni, Mecenate, malfermo di salute e ossessionato dal timore della morte, desiderava sempre di più la compagnia del piccolo e corpulento Orazio, e nel suo testamento raccomandò l’amico ad Augusto con queste parole:

“Ricordati di Flacco come di me stesso”.

Orazio, dal canto suo, ricambiava questo affetto a tal punto da scrivere che,  quando Mecenate fosse morto, lui l’avrebbe seguito poco dopo ¹.

“Quel giorno porterà la rovina a entrambi. Non ho pronunciato un giuramento mendace: andremo, andremo, in qualunque momento tu parta prima di me, pronti a compiere in compagnia l’estremo cammino” ².

E così avvenne: il 27 novembre dell’8 a.C., solo due mesi dopo la morte di Mecenate, Orazio seguiva l’amico nel suo ultimo viaggio e venne sepolto accanto al suo tumulo, sul colle dell’Esquilino.

L’opera di Orazio ci è giunta praticamente integra e comprende quattro libri di Odi, un libro di Epodi, il Carmen Saeculare, due libri di Satire, due libri di Epistole e l’Ars Poetica.

NOTE

¹ Orazio (Carmina, II, 17)

² Orazio (Carmina, II, 17, vv. 8-12)

 

Seconda battaglia di Filippi (23 ottobre 42 a.C.)

Il 23 ottobre del 42 a.C., sulla piana di Filippi, il cesaricida Marco Giunio Bruto andava incontro al destino che si era forgiato con le sue mani versando il sangue di Cesare più di due anni prima.

Verso la metà di luglio del 42 a.C., Bruto aveva avuto una terrificante visione. Nel cuore della notte, mentre il resto dell’accampamento era immerso nel silenzio, a Bruto era sembrato che qualcuno entrasse nella sua tenda. Volse allora lo sguardo e vide una figura enorme che stava ritta al suo fianco, in profondo silenzio.
A stento, Bruto trovò il coraggio di chiederle: “Chi sei tu, uomo o dio, e perché sei qui da me?“. Con voce bassa e profonda, l’apparizione rispose: “Sono il tuo cattivo demone, Bruto; mi rivedrai a Filippi“. E Bruto, imperturbabile, disse: “Ti rivedrò“. L’apparizione scomparve: gli schiavi, chiamati da Bruto, affermarono di non aver udito e visto nulla ¹.

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L’apparizione del cattivo demone di Bruto, dipinto di Alexandre Bida (1813-1895)

Dopo il suicidio di Cassio, e il sostanziale pareggio con cui si era conclusa il 3 ottobre del 42 a.C. la prima battaglia di Filippi, Bruto aggregò al suo esercito i soldati di Cassio che si erano salvati, li rincuorò e offrì loro del denaro. Poi, si trasferì nel loro accampamento, che era più sicuro. Bruto non aveva intenzione di impegnare Antonio e Ottaviano in una nuova battaglia campale. Lo stesso giorno della battaglia di Filippi, la flotta repubblicana al comando di Lucio Staio Murco e Gneo Domizio Enobarbo aveva infatti intercettato e distrutto le navi con i rinforzi e i rifornimenti – guidate da Gneo Domizio Calvino – partite da Brindisi e destinate agli eserciti dei due triumviri, che si trovarono così a corto di vettovaglie e di denaro. Così, mentre da una parte Ottaviano e Antonio avevano urgenza di attaccare battaglia prima che i loro uomini venissero a conoscenza della perdita dei rifornimenti, dall’altra Bruto, che ignorava il successo navale dei suoi alleati, temporeggiava e cercava di logorare gli avversari con azioni di disturbo: una volta, deviò il fiume e inondò l’accampamento dei Cesariani; un’altra ancora, tentò un assalto notturno.

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Ritratto di Marco Giunio Bruto, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Poiché Bruto non accettava il combattimento a viso aperto, Antonio e Ottaviano fecero gettare nel suo campo dei libelli, con cui esortavano i soldati o a passare dalla loro parte, o a combattere, se avevano coraggio. Quando iniziarono le prime defezioni, Bruto decise però di accettare lo scontro. Prima, però, spinto dalla necessità e contro la sua stessa indole, fece uccidere molti dei prigionieri che erano nel suo campo, non sapendo come sorvegliarli durante la battaglia e temendo di ritrovarseli contro. D’altronde, anche i suoi avversari avevano ucciso molti suoi soldati caduti prigionieri. Poi, si preparò alla battaglia: era il 23 ottobre. Si raccontava che la sera prima, fosse apparsa di nuovo a Bruto la figura misteriosa che tempo prima gli aveva detto di essere il suo cattivo demone, ma stavolta scomparve senza proferire parola ².

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L’apparizione dello spettro

Mentre i due eserciti erano schierati l’uno di fronte all’altro, due aquile volarono sopra di essi e combattendo, preannunziarono l’esito dello scontro: infatti, l’aquila che combatteva dalla parte dello schieramento di Bruto fu vinta e messa in fuga. Temendo altre diserzioni, verso l’ora nona, mentre il sole stava per tramontare, Bruto diede il segnale di attacco. La battaglia fu a lungo incerta e aspramente combattuta da ambo le parti. Poi, la fanteria di Bruto cedette al centro e fu travolta e anche la cavalleria, che pure aveva combattuto con valore, si arrese. Dopo la battaglia, i vincitori inseguirono i vinti, tra cui si trovava anche il poeta Orazio, per impedire che si raggruppassero, ma senza arrivare ad ulteriori scontri.

Si era ormai fatto buio; Bruto si era rifugiato su un luogo scosceso, accompagnato da pochi amici e ufficiali, tra cui il filosofo Publio Volumnio, lo scudiero Dardano e il suo schiavo Clito; cercò di raggiungere il suo accampamento, ma non vi riuscì. Quando poi seppe che una parte dei suoi soldati era passata al nemico, perse ogni speranza e, non volendo essere catturato vivo, decise di uccidersi. Dopo aver declamato due famosi versi di Euripide,

“O misera virtù, eri solo una parola e io ti adoravo come una cosa reale. Ma tu eri schiava del caso”. ³

supplicò Stratone, che gli era stato amico sin dai tempi degli studi di retorica, di ucciderlo. Stratone tenne ferma una spada sotto di lui, volgendo altrove lo sguardo; Bruto vi si gettò col petto sopra e subito morì ⁴.

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Suicidio di Bruto

Quando Antonio trovò il cadavere di Bruto, lo fece avvolgere nel più sontuoso dei suoi mantelli purpurei, in segno di rispetto, e provvide a inviare a Servilia, la madre di Bruto, i resti del figlio ⁵. Per molti anni, in gioventù, Servilia era stata amante di Cesare, tanto che circolava voce che Bruto fosse in realtà suo figlio. Per quanto riguarda Porcia, la moglie di Bruto, alcuni affermano che si suicidò ingoiando dei tizzoni ardenti quando seppe della morte del marito; altri ritengono che fosse già morta di malattia nell’estate del 43 a.C.

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Ritratto di Marco Antonio, Centrale Montemartini, Roma

Il trionfatore di Filippi fu senza dubbio Marco Antonio, in virtù della sua esperienza e delle sue capacità strategiche. Dopo la battaglia, Ottaviano, il cui ruolo nella battaglia era stato invece piuttosto marginale, non ebbe nessuna moderazione e fu crudele coi prigionieri più illustri. Per questo motivo, gli altri prigionieri, quando furono portati in catene al cospetto dei vincitori, salutarono tutti Antonio col titolo di “imperator” e coprirono invece Ottaviano di tremendi insulti ⁶. Molti aristocratici persero la vita nella battaglia, tra cui Marco, il figlio di Catone Uticense e il figlio dell’oratore Quinto Ortensio Ortalo. I repubblicani superstiti, sfuggiti alla cattura, cercarono rifugio presso Sesto Pompeo, che controllava la Sicilia.

NOTE

¹ Plutarco (Cesare 69, 11)

² Plutarco (Bruto, 48, 1)

³ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 49, 2)

⁴ Plutarco (Bruto, 52, 8)

⁵ Plutarco (Bruto, 53, 4)

⁶ Svetonio (Vita di Augusto, 13)

Prima battaglia di Filippi (3 ottobre 42 a.C.)

Il 3 ottobre del 42 a.C. si svolse la prima fase della battaglia di Filippi, in Macedonia, tra le legioni di Marco Antonio e Ottaviano e quelle di Bruto e Cassio. Un altro dei tanti episodi di guerra civile che insanguinarono tutto il I secolo a.C. e che portarono alla fine della Repubblica Romana.

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Busto di Marco Antonio (I secolo a.C.), Museum of Fine Arts, Budapest

Dopo aver stabilizzato la situazione a Roma, costringendo il Senato e i magistrati a giurare di considerare validi tutti gli atti compiuti da Giulio Cesare prima del suo assassinio, il secondo triumvirato composto da Antonio, Ottaviano e Lepido si ritenne pronto per regolare i conti con tutti i Cesaricidi. Per Ottaviano e Antonio era arrivato il momento della vendetta. Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino capirono che era il momento di agire, prima di cadere vittime delle proscrizioni; dopo essersi recati ad Atene, dove vennero accolti con tutti gli onori e gli furono anche dedicate delle statue accanto a quelle dei tirannicidi Armodio e Aristogitone, iniziarono a prendere il controllo delle province orientali e delle legioni che vi erano stanziate. Sesto Pompeo, il figlio di Pompeo Magno, dal canto suo, con la sua flotta aveva preso il controllo di Sicilia, Sardegna e Corsica, minacciando da vicino le coste italiane.

Lasciato Emilio Lepido in Italia a dirigere gli affari a Roma e nel resto dell’Italia, Antonio e Ottaviano raggiunsero Brindisi da dove traghettarono i rispettivi eserciti verso Durazzo. Si erano fatti precedere da Decidio Saxa e Norbano Flacco che, al comando di tre legioni, si erano spinti fino ad Anfipoli, in attesa di ricongiungersi con le truppe dei triumviri. Bruto e Cassio li attendevano nei pressi di Filippi, in Macedonia, dove si erano attestati in un accampamento fortificato posto su un’altura, protetto anche da una palude.

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Ritratto di Ottaviano, Centrale Montemartini, Roma

Marco Antonio, il cui fratello Gaio Antonio era stato fatto giustiziare in Macedonia da Bruto pochi mesi prima, arrivò per primo e si schierò in pianura, una posizione più sfavorevole rispetto a quella dei Cesaricidi. Qui fu raggiunto pochi giorni dopo da Ottaviano che, afflitto da grossi problemi di salute, si era fermato a Durazzo qualche giorno in più. Anche gli eserciti dei Triumviri preferirono sistemarsi, per maggior sicurezza, in un unico accampamento.

Antonio e Ottaviano disponevano di diciannove legioni a ranghi quasi completi e oltre 30.000 cavalieri. Bruto e Cassio potevano contare su diciassette legioni e 17.000 cavalieri, oltre ai rinforzi inviati dagli alleati orientali.

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Ritratto di Marco Giunio Bruto, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

I due triumviri sapevano di non poter sostenere una campagna prolungata e di dover concludere in fretta la guerra, perché era problematico ottenere i rifornimenti per le truppe a causa della flotta repubblicana guidata da Gneo Domizio Enobarbo, che controllava il mare. Cercarono quindi a più riprese di invitare allo scontro in campo aperto i Cesaricidi.

Bruto e Cassio, invece, erano restii ad ingaggiare battaglia; non erano sicuri della fedeltà di tutte le loro legioni, alcune delle quali erano composte da veterani che avevano a lungo militato agli ordini di Giulio Cesare.

Gli avversari erano accampati da giorni gli uni di fronte agli altri ma, nonostante una serie di piccoli attacchi e contrattacchi da ambo le parti, non si addiveniva allo scontro. Poi, il nervosismo che si stava impadronendo delle loro truppe, convinse Bruto e Cassio ad accettare battaglia. Era il 3 ottobre del 42 a.C.; gli opposti eserciti si schierarono e, dopo gli usuali discorsi di incitamento alle truppe dei rispettivi comandanti, fu dato il segnale di battaglia e gli eserciti si scontrarono.

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La battaglia ebbe un esito insolito; mentre Antonio aveva la meglio sulle truppe di Cassio, Bruto travolgeva l’esercito di Ottaviano, strappandogli tre aquile e molte insegne. I rispettivi accampamenti furono conquistati e saccheggiati dagli avversari. Gli uomini di Bruto penetrarono addirittura nella tenda di Ottaviano per assassinarlo, ma non lo trovarono nel suo letto. Un curioso episodio aveva salvato la vita del futuro Augusto: il medico che lo aveva in cura sognò Minerva che gli ordinava di portare fuori dalla tenda Ottaviano, benché ancora ammalato, e di posizionarlo sulla linea della battaglia ¹. Così, mentre di solito restare dentro l’accampamento significava salvarsi la vita e andare in battaglia esponeva al pericolo, questa volta accadde il contrario e Ottaviano si salvò, seppure a stento, rifugiandosi nella palude.

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Anche Cassio, nella disfatta dei suoi, riuscì a salvarsi e a trovare riparo su una collina; purtroppo per lui, nella confusione della battaglia non riuscì a rendersi conto dell’esito degli scontri e, temendo che anche Bruto fosse stato sconfitto, e che gli uomini di Antonio lo stessero per catturare, si ritirò  in una tenda abbandonata e ordinò a un liberto di nome Pindaro di ucciderlo ². La sua testa fu trovata lontano dal corpo. Bruto pianse sul suo cadavere, invocandolo come l’ultimo dei Romani, perché, a suo dire, la città non avrebbe più dato i natali a uomini così nobili e generosi come Cassio ³. Poi, fece inviare di nascosto il corpo di Cassio a Taso, per evitare che le sue truppe si demoralizzassero assistendo alla cerimonia funebre.

Questo primo scontro a Filippi si concluse quindi in un sostanziale pareggio, ma le forze repubblicane persero, con la morte di Cassio, il loro comandante più esperto. La resa dei conti era solo rimandata. Per attendere lo scontro finale tra Bruto da una parte e Ottaviano e Antonio dall’altra, si dovrà però attendere il 23 ottobre, con la seconda battaglia di Filippi.

Note

¹ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 41, 3)

² Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 46, 5)

³ Plutarco (Bruto, 44, 2)

La cerimonia dei Lupercalia: 15 febbraio

Nel vecchio calendario romano, febbraio era l’ultimo mese dell’anno e, per i Romani, era un mese dedicato ai riti di purificazione.
Proprio con questa finalità, il 15 febbraio di ogni anno si tenevano i Lupercalia, la festa in onore di Fauno, dio dei boschi, delle campagne e delle greggi, i cui riti venivano officiati da una confraternita di sacerdoti chiamati Luperci.

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“Lupercalia”, olio su tela di Andrea Camassei (1635), Museo del Prado, Madrid

La confraternita dei Luperci si adunava di mattina all’estremità sudoccidentale del Palatino per un rito che aveva origini antichissime, forse persino anteriori alla fondazione di Roma. I Luperci, il cui nome deriva dalla parola lupus, si dividevano in due gruppi di dodici uomini ciascuno, che portavano il nome di due gentes: i Luperci Fabiani o Fabii, collegati a Remo e i Luperci Quinctiales o Quintilii, legati a Romolo. I Luperci si riunivano nella grotta del Lupercale dove, secondo la leggenda, Romolo e Remo, sarebbero stati allattati dalla lupa. In questo luogo sacro, alla presenza del Flamen Dialis, i Luperci sacrificavano delle capre ¹ e, secondo Plutarco, anche un cane. Con la pelle delle capre, tagliata in sottili strisce, i Luperci fabbricavano delle fruste ², chiamate februa.

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Mosaico del dio Pan/Fauno

Quindi, venivano condotti alla loro presenza due giovani nobili, a cui alcuni sporcavano la fronte di sangue con il coltello sacrificale ed altri la ripulivano con un batuffolo di lana intriso di latte. Dopo il sacrificio, veniva celebrato un banchetto accompagnato da abbondante consumo di vino. A questo punto i Luperci, completamente nudi tranne che per un perizoma di pelle di capra sui fianchi, iniziavano a piedi scalzi una folle corsa intorno al Palatino, il cui punto di partenza ed arrivo era la grotta del Lupercale. Nella loro corsa selvaggia, i Luperci brandivano le fruste di pelle di capra, con cui colpivano tutti quelli che incontravano sul loro cammino; in particolare le donne che, offrendosi alle scudisciate, speravano così di assicurarsi la fertilità.

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Un Luperco fustiga ritualmente una donna, dal Mosaico dei Mesi e delle Stagioni di El Djem

Questo rito infatti aveva sia finalità di purificazione che di fecondazione. Ovidio, nei Fasti, per spiegare l’origine dei Lupercalia, racconta che al tempo del regno di Romolo, le donne divennero improvvisamente sterili. Esse allora si recarono in un bosco sacro a Giunone per pregare la dea e ottenerne la guarigione. Il responso che ne ottennero fu sconcertante: solo un caprone, penetrandole, avrebbe potuto renderle di nuovo feconde. Un indovino etrusco riuscì ad interpretare il responso; uccise un caprone, lo scuoiò e ne tagliò la pelle in strisce sottili, con cui toccò le donne, che divennero nuovamente capaci di procreare.

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Lastra fittile con Luperci, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

Sembra inoltre che, al tempo della monarchia, i Luperci avessero anche una funzione di conferma dell’investitura del rex. Gli indizi di questa antica funzione si troverebbero in un curioso episodio, avvenuto il 15 febbraio del 44 a.C., un mese prima delle idi di Marzo. Marco Antonio era console insieme a Cesare per l’anno in corso. Giulio Cesare, ormai dittatore perpetuo e padrone di Roma, aveva istituito un terzo gruppo di Luperci, chiamati Iulii.

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Antonio offre la corona a Cesare

Secondo il racconto di Plutarco:

I Romani celebravano la festa che chiamano Lupercali, e Cesare, seduto sulla tribuna del Foro adorno della veste trionfale, guardava quelli che correvano. Molti giovani della nobiltà e magistrati corrono unti d’olio, battendo per scherzo con scudisci coperti di pelo i passanti. Fra essi correva Antonio, che mettendo da parte le tradizioni degli avi, avvolse un serto d’alloro intorno a un diadema, corse alla tribuna e, facendosi sollevare dai compagni, lo pose sul capo di Cesare, come se gli spettasse essere re. Cesare fece lo sdegnoso e si scansò; il popolo, lieto, applaudì forte. Di nuovo Antonio protese il diadema, e di nuovo Cesare lo respinse. Molto tempo durò la schermaglia, mentre pochi degli amici applaudivano Antonio che insisteva e tutto il popolo applaudiva con boati Cesare che rifiutava. Era davvero sorprendente che coloro i quali nella pratica tolleravano le condizioni dei sudditi di un re, rifuggivano dal nome di re quasi fosse la distruzione della libertà. Alla fine Cesare si alzò contrariato dalla tribuna e scostando la toga dal collo gridò che offriva la gola a chiunque lo volesse” ³.

Non sapremo mai se fu Cesare stesso a orchestrare questa sceneggiata, forse per testare la reazione popolare a un ritorno del potere regale. Sappiamo però che Cicerone rinfacciò ad Antonio di essere stato, con l’episodio dei Lupercalia, il vero motore dell’uccisione di Cesare, perché da quell’episodio la congiura ebbe una brusca accelerata.
Augusto, nella sua opera riformatrice dei costumi, vietò che alle celebrazioni partecipassero i ragazzi più giovani ⁴ e i Lupercalia continuarono ad essere celebrati senza interruzione durante tutta la storia di Roma; sopravvissero anche alla fine dell’impero e furono soppressi solo da papa Gelasio nel 494 d.C. che, ritenendoli in contrasto con la morale dei cristiani, li sostituì con la Purificazione della Vergine (2 febbraio) e la festa di San Valentino (14 febbraio).

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, II, 361)

² Plutarco (Romolo, 17)

³ Plutarco (Antonio, 12, 1–6)

⁴ Svetonio (Augusto, 31)