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L’amara storia di Clito il Nero

Sebbene solo i potenti possano tornare utili, meglio che utili non siano, se possono nuocere“.
Così si esprimeva Ovidio (Tristia, III, 4, 7-8), alludendo al fatto che dalla frequentazione di Augusto, alla fine, aveva ricavato solo un immeritato esilio a Tomi e una morte in terra straniera. La vicinanza con uomini di grande potere è sempre stata un’arma a doppio taglio, per i rischi che essa comporta. È facile andare incontro a una fine rovinosa, per il capriccio di un potente. La storia di Clito il Nero che, da guardia del corpo di Alessandro ne divenne prima uomo di fiducia e valente generale e poi vittima, è istruttiva in tal senso.

Clito, figlio di Dropide, apparteneva ad una famiglia dell’alta nobiltà macedone; era inoltre il fratello minore di Lanice, la nutrice di Alessandro, che il futuro re amava come la propria madre. Alla morte di Filippo II, di cui era stato un veterano, Clito passò ovviamente al servizio di Alessandro, come comandante della guardia a cavallo dello squadrone reale, denominata “agema” e composta dalla crema della gioventù nobiliare che, sin dall’infanzia, riceveva a corte una rigida educazione improntata alla massima fedeltà nei confronti del sovrano.

Clito era un uomo di grande coraggio e veniva chiamato il Nero per distinguerlo da Clito il Bianco, che comandava invece la fanteria. La sua parabola iniziò il 22 maggio del 334 a.C., durante le prime fasi della battaglia del Granico, quando Alessandro si lanciò avventatamente alla carica contro i persiani, alla testa di tredici squadroni di cavalleria. Il giovane sovrano si trovò subito coinvolto in una mischia furiosa, perché i persiani attendevano i macedoni sull’altra sponda del fiume, e finì per diventare il bersaglio privilegiato degli avversari, che lo riconoscevano tra tutti per lo scudo e il pennacchio dell’elmo. Il sovrano macedone era già stato raggiunto da un giavellotto, che però era stato bloccato dalla sua corazza, quando Resace e Spitridate, due satrapi persiani, gli si avventarono contro insieme. Alessandro schivò il secondo e infranse la sua lancia sulla corazza di Resace; poi, estrasse la spada e gli si gettò addosso. Alessandro e Resace finirono disarcionati a terra, avvinghiati in una lotta corpo a corpo quando Spitridate, ritto sul suo cavallo, tirò un fendente con la spada che l’elmo di Alessandro riuscì a stento ad assorbire. Prima che Spitridate riuscisse a vibrare un secondo e definitivo colpo, arrivò Clito il Nero che gli tranciò di netto il braccio con la spada, mentre anche Resace cadeva, colpito a sua volta da Alessandro.

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Clito il Nero salva Alessandro dall’attacco di Spitridate

Grazie alla sua eroica azione, Clito il Nero divenne l’uomo di fiducia di Alessandro e fu al suo fianco, il 1° ottobre 331, nella durissima e vittoriosa battaglia di Gaugamela contro Dario in persona. Nonostante la sua indiscussa fedeltà ad Alessandro, Clito era però un conservatore ed estimatore di Filippo, ed era ostile, come l’anziano generale Parmenione, alla politica di espansione verso oriente perseguita tenacemente dal sovrano macedone.

Inoltre, col passare del tempo, Alessandro, per incoraggiare alla sottomissione i satrapi persiani, aveva iniziato a richiedere agli ufficiali greci e macedoni di dare il buon esempio, inchinandosi di fronte a lui, ma non ottenendo grande obbedienza. Filota, figlio primogenito di Parmenione, e Clito erano tra i comandanti più avversi all’adozione del cerimoniale asiatico e ad omaggiare il sovrano come un dio. La nobiltà macedone per tradizione si inchinava infatti solo di fronte agli dèi.

Nell’autunno del 328 Alessandro si trovava a Samarcanda, in Sogdiana. Non era passato molto tempo da quando, nel 329, Alessandro aveva fatto uccidere a Ecbatana il vecchio Parmenione, il suo fidato generale che aveva già collaborato con Filippo, e che lo aveva fino a quel momento saggiamente consigliato nella conduzione della spedizione. Poco prima dell’assassinio di Parmenione, che aveva già perso due figli nel corso delle operazioni di guerra, Alessandro aveva fatto giustiziare anche Filota, l’ultimo figlio del settantenne generale, che comandava la cavalleria degli Eteri con l’accusa – vera o falsa che fosse – di aver ordito un complotto.

Alessandro, dopo l’eliminazione di Filota, nel timore di possibili congiure e per evitare di concentrare troppo potere in mano a una sola persona, mise a capo della cavalleria degli Eteri due comandanti, Efestione e Clito, e ne divise in due la squadra.

A Samarcanda, Artabazo, il vecchio satrapo della Battriana, chiese ad Alessandro di essere esonerato dall’incarico per l’età avanzata. Alessandro accolse le dimissioni di Artabazo e assegnò il governo della Battriana e della Sogdiana proprio a Clito, di cui il re macedone continuava a fidarsi, nonostante qualche divergenza. Allo stesso tempo, affidando a Clito il governo della provincia, Alessandro lo allontanava però dal cuore della spedizione che intendeva continuare. Clito era reduce da un periodo di convalescenza a Susa, aveva ormai raggiunto la mezz’età e non godeva più di buonissima salute, oltre ad essere ostile alla politica di espansione verso oriente e molto critico nei confronti delle consuetudini persiane che il re macedone stava facendo proprie.

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Testa di Alessandro, Ny Carlsberg Glyptotek

Tutti gli storici antichi, sono concordi nell’affermare che Alessandro aveva due grandi difetti: i frequenti scoppi di collera e una smodata abitudine di bere vino puro. Era infatti usanza dei macedoni bere vino senza tagliarlo con l’acqua, come invece facevano i greci. Queste due caratteristiche negative di Alessandro, durante un banchetto a Samarcanda, si stavano per combinare in una miscela esplosiva che avrebbe avuto nefaste conseguenze per Clito.

Un funesto presagio su quanto stava per accadere si era manifestato proprio ad Alessandro che, pochi giorni prima, aveva fatto un sogno strano, in cui gli era apparso Clito, vestito di nero, seduto con i tre figli di Parmenione, che ormai erano tutti morti.

A Samarcanda, intanto, dopo la nomina a nuovo satrapo della Sogdiana, Clito, in attesa di partire l’indomani per il suo nuovo incarico, fu invitato a partecipare a un solenne banchetto in cui il vino, come sempre, scorreva a fiumi.

Alessandro, in evidente stato di ebbrezza, di fronte ai commensali iniziò ad esaltare le proprie imprese, esagerando anche i propri meriti. Tutti ascoltavano senza scomporsi troppo finché il sovrano macedone cominciò a denigrare suo padre Filippo attribuendosi anche il merito della vittoria nella famosa battaglia di Cheronea del 338, che segnò la fine dell’indipendenza greca, in cui i macedoni di Filippo II sconfissero i Tebani e i loro alleati Ateniesi. Queste parole, frutto evidente dello stato di alterazione di Alessandro, non risultarono particolarmente gradite ai presenti più anziani, come Clito, che avevano militato al servizio di Filippo e conoscevano come si erano svolti i fatti. Purtroppo anche Clito aveva bevuto decisamente troppo e, senza più freni inibitori, si profuse in un lungo discorso in cui esaltò le imprese di Filippo rispetto a quelle di Alessandro e difese il defunto generale Parmenione, che il sovrano aveva fatto assassinare; inoltre, criticò l’usanza di attribuire la vittoria ai re e non ai soldati che materialmente la conquistavano a prezzo della vita; non pago di aver già suscitato con queste parole l’ira furibonda del sovrano macedone, Clito rimproverò Alessandro anche per aver ricevuto l’incarico – evidentemente sgradito – di governatore della irrequieta Sogdiana e gli rinfacciò infine di avergli salvato la vita durante la battaglia del Granico.

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Alessandro aveva ormai perso il controllo e cercò scompostamente di scagliarsi contro Clito che, contemporaneamente, veniva sospinto dagli amici fuori dal padiglione reale, nel tentativo di scongiurare il peggio. Purtroppo Clito, in preda all’ebbrezza, ebbe la sventurata idea di rientrare per continuare la sua invettiva contro Alessandro, che, appena se lo vide di nuovo davanti, lo trafisse con una lancia strappata dalle mani di una sentinella. Appena Alessandro si rese conto di aver ucciso un uomo che, pur avendo abusato della libertà di parola, oltre ad essere il fratello della sua adorata nutrice, era sempre stato valoroso in battaglia e gli aveva pure salvato la vita, fu colto da un grande rimorso. Estratta la lancia dal corpo di Clito, cercò di rivolgerla contro se stesso ma ne fu impedito dalle guardie del corpo, che lo scortarono nel suo alloggio. Alessandro, in preda alla disperazione per aver ucciso Clito, rimase senza mangiare per tre giorni, finché gli uomini del suo seguito riuscirono a convincerlo a prendere del cibo. Siccome lo stato di prostrazione e la pena che Alessandro aveva nel cuore non cessavano, si recò infine da lui un celebre filosofo di Abdera, il sofista Anassarco, che lo convinse che le azioni compiute da un grande re dovevano ritenersi da tutti sempre giuste, come sempre giuste sono le azioni compiute da Zeus. Il lutto ebbe fine ed Alessandro si rivolse a nuove conquiste…

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Morte di Alessandro Magno (10 giugno 323 a.C.)

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Il 10 giugno del 323 a.C. moriva a Babilonia Alessandro Magno. Dopo la morte nel 324 del suo caro amico Efestione, l’umore di Alessandro era divenuto sempre più cupo ed aumentò considerevolmente anche il consumo di vino da parte del macedone; sempre più spesso, il sovrano aveva bisogno di dormire tutto il giorno successivo per riprendersi dagli effetti dei suoi bagordi. Alessandro, seguendo comunque il suo insaziabile desiderio di conquista, stava preparando una spedizione in Arabia, che sarebbe dovuta iniziare verso la metà di giugno. Dopo aver dato un sontuoso ricevimento a Babilonia per celebrare il successo della seconda spedizione del suo ammiraglio Nearco nel Golfo Persico, il 29 maggio Alessandro aveva partecipato a un festino durato fino alla sera successiva col suo amico personale Medio, principe di Larissa, in Tessaglia, insieme ad altri venti dei suoi compagni più fidati, allietato, come era ormai abitudine, da abbondanti libagioni di vino; al termine del banchetto, Alessandro fu colto da un attacco febbrile che non lo abbandonò più.

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Testa di Alessandro, II secolo d.C., Palazzo Massimo alle Terme, Roma

Lo stato di debilitazione si aggravò nei giorni successivi. Trasportato nel parco della reggia oltre il fiume, Alessandro ricevette la visita dei suoi comandanti e anche dei soldati che desideravano vederlo, preoccupati per le voci sul suo stato di salute. Alessandro, ormai quasi privo di voce, salutava tutti con un cenno del capo e muovendo gli occhi; poi, dopo aver ceduto il suo anello col sigillo reale a Perdicca, cadde in coma. Come estremo tentativo, Pitone, Seleuco, Attalo e altri amici si recarono nel tempio di Oser-hapi – chiamato Serapide nei resoconti in greco – per trascorrervi la notte e sapere dall’oracolo del dio se fosse opportuno trasportare Alessandro nel santuario perché fosse curato. Il responso di Oser-hapi fu che era meglio lasciare Alessandro dove si trovava. Poco dopo, la sera del 10 giugno, Alessandro morì all’età di trentadue anni e otto mesi. Erano trascorsi solo una decina di giorni dall’inizio della malattia. Moriva l’uomo e nasceva il mito.

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Mosaico di Alessandro, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Si dice che in punto di morte gli avessero chiesto a chi desiderava lasciare il regno e che Alessandro avesse risposto che lo cedeva al più forte, oppure al più degno, non specificandone però il nome.

Dopo la sua morte, iniziarono a circolare ogni sorta di voci, tra cui quella che Alessandro fosse stato vittima di un un avvelenamento, e che il veleno fosse addirittura stato preparato dal suo maestro Aristotele. Molto più realisticamente, il fisico di Alessandro, duramente provato da più di dieci anni di guerre in cui aveva inoltre subito numerose ferite, poteva essere stato debilitato dalla malaria, che era endemica a Babilonia per la presenza di numerosi canali. Oppure ebbero la loro parte nel causarne la morte anche le abbondanti bevute che costellarono il suo ultimo mese di vita. La verità, in questo caso, non si potrà mai sapere.

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Testa di Alessandro Magno, copia romana del II secolo d C. da originale greco del IV secolo a.C., Museo Barracco, Roma

Figlio del re Filippo II, Alessandro era nato a Pella nell’ottobre del 356 a.C. e in soli dodici anni aveva conquistato l’intero Impero Persiano, un territorio immenso che si estendeva dall’Asia Minore all’Egitto, fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India settentrionale. Dopo la sua morte, l’Impero macedone fu suddiviso, dopo molti scontri sanguinosi e guerre fratricide, tra i generali (i diadochi) che lo avevano accompagnato nelle sue spedizioni.

Per quanto riguarda il corpo di Alessandro, nel 321 a.C. il fratellastro di Alessandro, Filippo Arrideo, tentò di riportarlo da Babilonia in Macedonia, ma il convoglio funebre fu intercettato da Tolomeo e dirottato in Egitto, prima a Menfi ed infine ad Alessandria, dove la sua tomba divenne oggetto di innumerevoli pellegrinaggi ed è ancora in attesa di essere ritrovata…

Battaglia del Granico (22 maggio 334 a.C.)

Il 22 maggio del 334 a.C., l’esercito macedone di Alessandro Magno sconfiggeva le armate dei satrapi persiani di Dario nella battaglia presso il fiume Granico. Fu la prima grande vittoria di Alessandro sull’impero persiano.

Alessandro era da poco arrivato in Asia Minore con le sue truppe, per iniziare il suo attacco contro l’impero persiano. Memnone di Rodi, un greco al servizio dei persiani, consigliò al resto dei comandanti di non correre il rischio di affrontare i Macedoni, che erano superiori nella fanteria, e aveva proposto di utilizzare la tattica di fare terra bruciata davanti ad Alessandro per affamare le sue truppe, ma il comando persiano, formato da satrapi e governatori dell’Asia Minore optò per un attacco frontale.

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Alessandro attraversa il fiume Granico

L’esercito persiano stava attendendo la battaglia, schierato sulla riva opposta del fiume Granico, ma era numericamente inferiore rispetto a quello macedone, potendo contare su circa trentacinquemila uomini contro i cinquantamila di Alessandro. Nelle file dei persiani, militavano circa ventimila mercenari greci, al comando di Memnone.

Seguendo il consiglio di Parmenione, Alessandro fece accampare per la notte l’esercito macedone sulla riva opposta del Granico, aspettando l’alba per attraversare il fiume e sorprendere i persiani prima che potessero disporsi in assetto da battaglia.

All’alba del 22 maggio, quando i persiani si accorsero che i macedoni stavano attraversando il fiume, lasciarono il loro accampamento su una collina a un paio di miglia di distanza, Alessandro, sul lato destro del suo schieramento, guidò personalmente la carica dei suoi Eteri, la cavalleria pesante dell’esercito macedone, contro la cavalleria persiana. Contemporaneamente, sul lato sinistro, anche Parmenione con la cavalleria tessala scagliava un poderoso attacco contro lo schieramento persiano.

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Alessandro guida la carica degli “Eteri”

Dopo un durissimo scontro in cui persero la vita numerosi nobili e dignitari persiani, alcuni dei quali finiti da Alessandro stesso – che rischiò a sua volta di essere ucciso da un colpo di spada che gli spezzò l’elmo e fu salvato da Clito il Nero, il comandante dello squadrone reale della cavalleria, che trucidò il suo avversario – la cavalleria persiana iniziò a ritirarsi, lasciando sul campo un migliaio di morti, e il sovrano macedone avanzò sui mercenari greci, che costituivano il grosso della fanteria persiana. I mercenari vennero accerchiati dall’azione congiunta delle due ali della cavalleria macedone e dalla fanteria, e massacrati senza pietà; oltre quindicimila di loro morirono e circa duemila furono presi vivi e inviati come schiavi in Macedonia perché, pur essendo Greci, avevano combattuto per i barbari contro la Grecia. Memnone di Rodi riuscì invece a darsi alla fuga.

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Clito il Nero salva Alessandro da un cavaliere persiano

Nella carica condotta da Alessandro morirono venticinque dei suoi Eteri; il sovrano decretò che i loro genitori e i loro figli fossero esenti da tasse obblighi militari, e in loro onore commissionò altrettante statue di bronzo allo scultore Lisippo, che furono poste nella città di Dione, sul confine tra Macedonia e Tessaglia. Molto basse furono le altre perdite macedoni: sessanta tra i cavalieri di Parmenione e trenta fanti. Morì anche il cavallo che Alessandro montava, che non era l’amato Bucefalo, che il macedone aveva preferito tenere a riposo nell’occasione. Dopo aver dato sepoltura ai caduti di entrambe le parti, Alessandro inviò ad Atene trecento armature complete da dedicare ad Atena, ed ordinò che venissero accompagnate dalla seguente iscrizione: “Alessandro, figlio di Filippo, e i Greci, tranne gli Spartani, dedicano queste spoglie tolte ai barbari che vivono in Asia“. Trecento armature come gli Spartani di Leonida morti alle Termopili nel 480 per fermare l’avanzata dell’armata di Serse, ma questa volta i Lacedemoni erano i grandi assenti nella spedizione che avrebbe portato Alessandro ad abbattere l’eterno nemico dei Greci: l’impero persiano.