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Il mito di Attis

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Statua di Attis (particolare), Musei Vaticani

Una leggenda di origine frigia narra che, presso Pessinunte, la città sacra alla dea Cibele, – la Grande Madre degli dèi – si trovava una roccia chiamata Agdos, che era anche una personificazione della dea. Un giorno, Zeus giunse a Pessinunte e si stese sulla roccia per riposare, finendo per addormentarsi. Durante il sonno, il seme di Zeus cadde sopra Agdos e la fecondò; dopo dieci mesi, la roccia partorì Agdistis, un essere selvaggio ed ermafrodito. Agdistis era una creatura indomabile, senza freni, che non temeva né gli dèi né gli uomini. Gli dèi incaricarono Dioniso di punire la sua tracotanza. Dioniso fece ubriacare Agdistis e nel sonno gli strappò il membro virile. Dal sangue di Agdistis crebbe un mandorlo o un melograno, dal cui frutto, nascosto nel grembo da Nana, figlia del dio fluviale Sangarios, nacque un bambino. Il furioso Sangarios costrinse Nana ad esporre il bambino che, abbandonato in un canneto, fu salvato e allattato da una capra ed ebbe il nome di Attis.

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Testa di Attis con berretto frigio, Musei Vaticani

Attis crebbe e divenne un giovane e bellissimo cacciatore e suscitò l’amore travolgente ed appassionato della stessa Agdistis, che dopo l’evirazione, era ormai una creatura solo femminile. Agdistis accompagnava Attis a caccia e lo aiutava a catturare ogni sorta di prede. Un giorno Mida, re di Pessinunte, fu colpito dalla bellezza di Attis e lo volle far sposare con sua figlia. Il giorno delle nozze, Agdistis, furente per essere stata abbandonata, apparve all’improvviso e, col suono di una siringa, il flauto dei pastori sacro a Pan, fece impazzire tutti i partecipanti, compreso Attis, che si evirò sotto un pino e morì dissanguato; dal suo sangue spuntarono le viole mammole.

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Statua di Attis, II secolo d.C., Museo Archeologico di Hierapolis, Turchia

Agdistis, in preda alla disperazione e al rimorso, chiese a Zeus di resuscitare Attis, ma ottenne solo che il suo corpo restasse per sempre incorruttibile, che i suoi capelli continuassero a crescere e che il suo dito mignolo si muovesse per sempre da solo. Secondo un’altra versione, Attis si trasformò in un pino sempreverde. Infine, Agdistis ne trasportò il corpo (o il pino) a Pessinunte dove lo seppellì, fondando un collegio di sacerdoti e indicendo una festa in suo onore.
In un’altra versione del mito, Attis era invece amato proprio da Cibele, che ne fece il guardiano del suo tempio. Quando Attis rivolse il suo interesse alla ninfa Sagariti, Cibele per vendetta lo rese folle. Anche in questo caso, Attis finì per evirarsi e morì, ma la dea,  impietosita, lo fece resuscitare e gli consentì di rimanere al suo servizio.

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Statua di Attis danzante, Musei Vaticani

Questo è il motivo per cui i sacerdoti di Cibele, chiamati a Roma archigalli, per meglio identificarsi con Attis, l’amante della dea, arrivavano a praticare il rito dell’autocastrazione. Il culto di Attis, strettamente connesso a quello della Dea Madre Cibele, di cui Nana era una delle tante personificazioni in Asia Minore, ebbe un grande impulso a Roma in età imperiale a partire dal regno di Claudio (41 – 54 d.C.). Nell’iconografia, Attis è in genere raffigurato come un giovane vagamente effeminato, che indossa il berretto frigio e le brache.

17 Marzo: Liberalia

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Statua di Libero, Musei Capitolini, Roma

Il 17 marzo si celebrava a Roma la festa dei Liberalia, dedicata al dio Libero (Liber Pater) e alla sua omologa femminile Libera. Libero aveva competenze analoghe a quelle di Cerere (dea dell’agricoltura); presiedeva alla crescita dei vegetali, di cui proteggeva la germinazione e assisteva i figli (liberi) nell’ingresso all’età adulta. Inoltre, troviamo Libero, assimilato a Dioniso, anche in veste di protettore delle vigne e del vino. Durante i Liberalia, delle vecchie, incoronate d’edera, vendevano focacce di miele dette “libae” per le strade, dalle quali staccavano un pezzo per offrirlo a Libero su un piccolo braciere portatile, a nome del compratore. Nei borghi, avveniva una particolare processione in cui un fallo veniva portato su un carro attraverso i campi seminati e poi riportato in città, dove le matrone più virtuose lo incoronavano pubblicamente per assicurare la buona riuscita della semina ed allontanare ogni maleficio.

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Statua di bambino con bulla al colllo

Inoltre, nello stesso giorno, in privato, i giovani che avevano compiuto il sedicesimo anno di età – ma anche prima, in alcuni casi – deponevano sull’altare dei Lares Familiares, gli dei del focolare domestico, la propria “bulla“, una collana amuleto che portavano sin dalla nascita e la barba ottenuta dalla prima rasatura. Durante la cerimonia, i giovani abbandonavano la toga pretesta (toga praetexta) della fanciullezza, ornata da una striscia di color porpora, e rimanevano nudi per mostrare di aver raggiunto lo sviluppo sessuale. Solo allora, potevano indossare la toga virile (toga virilis) degli adulti, completamente bianca, assumendo la condizione vera e propria di civis.

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Statua di Libero, Musei Capitolini, Roma

A Roma, il tempio di Cerere, Libero e Libera si trovava sulle pendici dell’Aventino; era stato consacrato nel 496 a.C. e dedicato nel 493 a questa triade divina dalla plebe, come risposta alla dedica nel 509 del tempio della triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva) di matrice patrizia. Nel tempio a Roma, venivano collocate due raffigurazioni degli organi sessuali maschili e femminili, uno per Libero e l’altra per Libera, a simboleggiare il potere della coppia divina sulla fertilità degli uomini.

16 Marzo: prima processione degli Argei

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Il 16 e il 17 marzo si svolgeva a Roma una processione alla quale partecipavano le Vestali, i Pontefici, il Flamine Diale con la moglie, la Flaminica Diale, i magistrati e tutti i membri della comunità. La processione, che partiva dal Celio e si concludeva sul Palatium, faceva tappa presso i ventisette sacelli dei cosiddetti Argei (Argeorum sacraria) distribuiti nei rioni, dove i sacerdoti depositavano altrettanti fantocci di paglia intrecciati in forma di uomini.

I simulacri degli Argei rimanevano nei sacelli per due mesi, fino al 14 maggio, quando una analoga processione, partita dal Celio, terminava con un macabro rituale in cui le Vestali gettavano nella corrente del Tevere dal ponte Sublicio i ventisette fantocci fatti di giunchi, con le mani e i piedi legati.

La prima processione, in cui i sacerdoti depositavano i ventisette simulacri degli Argei nei sacelli, gettava quindi i presupposti per quella del 14 maggio, che concludeva il rituale. La Flaminica assisteva a queste celebrazioni in abito da lutto e con la capigliatura non acconciata.

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Statua di una Vestale, dalla Casa delle Vestali nel Foro Romano

Queste cerimonie era tanto antiche che in età repubblicana se ne era ormai perso il significato originario. Il nome “Argei” richiama alla mente gli Argivi, cioè i Greci di Argo, ma il significato del rito non era chiaro neppure agli antichi eruditi. Secondo Varrone ¹, gli Argei erano i principi giunti nella penisola italica al seguito di Ercole, che si erano stabiliti nel villaggio fondato dal dio Saturno sul Campidoglio. Ovidio ² racconta che in epoca antichissima quando sul Lazio regnava Saturno, Giove Fatidico avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo di offrire a tale dio tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes. Così avvenne, finché Ercole avrebbe fatto gettare in loro vece dei fantocci di giunchi, dando così origine al rito presente degli Argei al posto dell’uccisione rituale degli anziani.
Altra interpretazione, sempre fornita da Ovidio ³, è quella che Ercole, giunto coi suoi compagni nel Lazio ospite del re Evandro, sconfisse ed uccise il gigante Caco dedito alla rapina ed al saccheggio di quelle terre; i compagni di Ercole, stanchi di peregrinare, rimasero a vivere nel Lazio e, quando arrivarono alla vecchiaia, chiesero ai loro discendenti che i propri corpi dopo la morte venissero gettati nel Tevere per essere trasportati dalle sue onde nel mare e da qui giungere in Grecia ad Argo, loro città natale. Ma i loro discendenti non ritennero naturale la cosa per cui seppellirono in terra laziale i propri cari e gettarono nel Tevere al loro posto dei fantocci di giunchi affinché raggiungessero via mare la patria greca. Secondo Macrobio ⁴, fu invece lo stesso Ercole a gettare nel fiume tanti simulacri quanti erano stati i compagni che aveva perduto durante il viaggio, affinché le acque li restituissero ai loro luoghi originari, al posto dei cadaveri. Festo riteneva che le cappelle degli Argei fossero il luogo di sepoltura di questi illustri uomini argivi ⁵.

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Ricostruzione dell’affresco della tomba François di Vulci (IV sec. a.C.) con la scena del sacrificio dei prigionieri troiani ad opera di Achille

Non si può neppure escludere che i simulacri degli Argei – con mani e piedi legati e gettati nel Tevere – nascondano il ricordo della tragica fine toccata a una spedizione di greci, catturati e sacrificati dagli indigeni, incuranti delle leggi dell’ospitalità, prima dell’intervento civilizzatore di Ercole, che avrebbe proibito tali pratiche. Il rito degli Argei rappresentava comunque per i Romani la più importante cerimonia di purificazione delle curie, come i Lemuria, le feste in cui si placavano i morti anzitempo, che si svolgevano il 9, 11 e 13 maggio, rappresentavano la più importante cerimonia di purificazione delle dimore private. In fondo, anche gli stessi Argei potevano essere considerati come morti anzitempo.

Allo stato attuale della documentazione, non è purtroppo possibile stabilire se i fantocci fossero usati in sostituzione di vittime umane, oppure un residuo storico di uccisioni rituali, se non propriamente di sacrifici umani, attestati sicuramente in epoca storica presso i Romani, come avvenne ai danni di una coppia di Galli e di una di Greci, per esempio nel 228 a.C., durante la minaccia degli Insubri ⁶, e nel 216 a.C. dopo Canne ⁷; oppure se si trattasse di un rito purificatorio, compiuto sin dalle origini con simulacri umani. Il rito degli Argei continuerà a restare uno dei punti più oscuri ed affascinanti della religione romana arcaica.

NOTE

¹ Varrone (De lingua latina, V, 45)

² Ovidio (Fasti, V, 625-632)

³ Ovidio (Fasti, V, 643-662)

⁴ Macrobio (Saturnalia, I, 2, 47)

⁵ Festo (p. 18 Lindsay)

⁶ Plutarco (Marcello, 3, 6)

⁷ Livio (Ab urbe condita, XXII, 57, 4)

15 Marzo: festa di Anna Perenna

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Moneta con l’immagine di Anna Perenna

Anna Perenna era un’antica divinità romana delle origini, festeggiata alle idi marzo, il 15 del mese, corrispondente al primitivo capodanno romano secondo il calendario più antico, ma anche all’inizio della primavera e alla ripresa della fecondità. Come si può dedurre dal nome, che ha la stessa radice dell’annona, cioè del raccolto di frumento, questa dea rappresentava l’abbondanza perenne, ed infatti veniva festeggiata col primo plenilunio del nuovo anno, all’inizio della stagione che avrebbe portato a maturazione il frutto dei raccolti.
Antiche leggende raccontano storie diverse sul mito di Anna Perenna. Alcune parlano di una vecchina di Boville, un villaggio sulla via Appia a poca distanza da Roma, che con le sue focacce sfamò la plebe che si era rifugiata sul Monte Sacro durante la famosa secessione. Divinizzata dopo la morte, a perenne ricordo del suo gesto le sarebbe stata dedicata una statua ¹. Un ulteriore episodio descrive Anna, da poco divinizzata, prestare il proprio aiuto a Marte che voleva congiungersi con Minerva. Ma Anna beffò Marte e si sostituì a Minerva durante un appuntamento notturno col dio, salvando così il pudore della dea ².
Altre leggende identificano Anna Perenna con la sorella di Didone, fuggita dopo il suicidio della regina di Cartagine. Giunta nel Lazio dopo varie peripezie ed accolta da Enea, Anna venne costretta a fuggire dalla gelosia irrazionale di Lavinia, la moglie dell’eroe Troiano, per essere infine salvata dal dio fluviale Numicio, che la trasformò in ninfa del fiume. Le persone inviate a cercarla, udirono solo una voce che diceva:

Sono la ninfa del quieto Numicio, celata nell’onda perenne (amnis perennis) mi chiamo Anna Perenna” ³.

Insomma, Anna Perenna era così antica che gli stessi romani avevano in realtà dimenticato la sua origine.

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Mosaico romano del III secolo d.C., da Augusta Traiana, l’odierna Stara Zagora, in Bulgaria

Nel giorno della festa di Anna Perenna, la plebe affluiva sulle sponde del Tevere, nei pressi di un bosco sacro in cui c’era una fonte, si accampava sui prati e si stendeva al sole o sotto tende improvvisate. Tutti, uomini e donne, bevevano e danzavano senza freni, intonando canti popolari e osceni, così come narrato da Ovidio ⁴. Infatti, la credenza popolare era quella che si potessero aggiungere alla propria vita tanti anni quante coppe di vino si riuscivano a bere. Si pregava la dea affinché concedesse a tutti di “annare et perennare commode” ⁵, cioè di entrare felicemente nel nuovo anno e condurre a buon fine il vecchio. Alla fine, tutti tornavano ubriachi in città. Dalle fonti sappiamo che il bosco sacro (nemus) a lei dedicato si trovava al primo miglio della via Flaminia (Via Flaminia ad lapidem primum). La zona in cui esisteva questo bosco sacro è stata fortunosamente identificata quando la fontana di Anna Perenna è stata rinvenuta nel 1999 durante gli scavi per un parcheggio interrato all’angolo tra piazza Euclide e via G. Dal Monte, nel quartiere Parioli a nord di Roma. Infatti, lo scavo, effettuato ad una profondità compresa tra circa 6 e 10 metri dal piano stradale, ha portato alla luce i resti di una fontana di forma rettangolare, risalente al IV secolo a.C., con iscrizioni murate che riportano il nome della dea Anna Perenna. Un altare ornava il frontespizio della fontana e l’iscrizione in lingua latina rinvenuta su di esso ha permesso di attribuire l’opera al culto della Dea: «NYMPHIS SACRATIS ANNAE PERENNAE» ovvero “Alle ninfe consacrate ad Anna Perenna”.Egitto_oggetti_magici_III-IV_sec_opt (1)Nella cisterna della fonte, rimasta in uso fino al VI secolo d.C., accanto a reperti connessi al culto delle Ninfe e della dea, sono stati ritrovati numerosi materiali riconducibili a pratiche di magia nera: pentoloni in rame per pozioni, maledizioni incise su lamine metalliche, talvolta inserite all’interno di lucerne, figurine impastate con cera e farina sigillate in contenitori in piombo su cui appaiono demoni orientali. Col passare dei secoli, la fonte utilizzata per la festa in onore di Anna Perenna, era infatti diventata un punto di ritrovo per fattucchiere e maghi che vi attuavano i loro riti magici.

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Convegno di streghe in un mosaico di Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

NOTE

¹ Ovidio (Fasti, III, 663-674

² Ovidio (Fasti, III, 677-692)

³ Ovidio (Fasti, III, 545-654)

⁴ Ovidio (Fasti, III, 523-540)

⁵ Macrobio (Saturnalia, I, 12, 6)

14 marzo: Mamuralia

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Mosaico del mese di Marzo, in cui si ritiene raffigurato il rito dei Mamuralia, (III secolo d.C.) Museo Archeologico di Sousse, Tunisia

Il 14 marzo di ogni anno, in concomitanza con gli Equirria in onore di Marte, si celebravano a Roma le feste dette Mamuralia, in cui la folla portava in processione un uomo coperto di pelli e lo percuoteva con lunghi bastoni bianchi fino a scacciarlo dalla città, come un capro espiatorio. Quest’uomo veniva chiamato Mamurio e, secondo interpretazioni più tarde, impersonava il fabbro di origine osca a cui Numa Pompilio aveva affidato il compito di eseguire undici copie identiche di uno scudo sacro di bronzo – l’ancile – caduto dal cielo, allo scopo di proteggere l’originale da eventuali furti che avrebbero avuto conseguenze nefaste per Roma. Infatti l’ancile – come promesso da Giove – sarebbe stato un “pignus imperii”, un talismano che fungeva da garanzia della sovranità di Roma.
La leggenda narra che il fabbro aveva richiesto, come unica ricompensa per la sua opera, che il suo nome venisse inserito nel Carmen Saliare, il canto con il quale i sacerdoti Salii accompagnavano la processione solenne dei dodici scudi attraverso la città, che si svolgeva il 9 e il 19 marzo. Accadde però che gli dèi si offesero per l’opera di duplicazione dell’ancile, che comprometteva l’unicità di questo oggetto sacro e colpirono Roma con una serie di sciagure. Per recuperare il favore delle divinità, i Romani furono costretti ad espellere Mamurio a bastonate. Da allora divenne proverbiale l’espressione “fare il Mamurio” per indicare chi riceveva una sonora bastonatura.

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Salii nell’atto di battere delle pelli tese, con Marte sullo sfondo

Guardando oltre la coloritura leggendaria con cui i romani cercavano di spiegare dei riti così antichi di cui non comprendevano più l’origine, la festa dei Mamuralia sembra simboleggiare la fine del vecchio anno poiché, nel calendario più antico, Marzo, dedicato a Marte, era il primo mese dell’anno. Quindi, l’espulsione di Mamurio Veturio rappresenterebbe la cacciata rituale del vecchio anno – e del vecchio Marzo/Marte – e non quella del fabbro leggendario. Il giorno seguente, il 15 marzo, con la festa dedicata ad Anna Perenna, si celebrava invece il più antico capodanno romano.

Il mito di Ila

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Il rapimento di Ila, dalla Basilica di Giunio Basso; Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo

Questa splendida tarsia marmorea del IV secolo d.C., proveniente dalla ormai scomparsa basilica di Giunio Basso, sull’Esquilino, a Roma, rappresenta Ila e le ninfe di Pege, un mito molto popolare nell’antichità e narrato, tra gli altri, nelle Argonautiche di Apollonio Rodio.
Ila era un bellissimo giovane, figlio della ninfa Menodice e di Teodamante, re dei Driopi, che vivevano ai piedi del monte Parnaso. Durante una delle sue peregrinazioni, Eracle si trovò a passare per la terra dei Driopi, dove incontrò il loro re Teodamante, intento ad arare i campi con un aratro tirato dai buoi. Eracle era affamato o forse cercava solo un pretesto per menare le mani, per cui chiese che gli venisse consegnato uno dei buoi; al rifiuto di Teodamante, lo uccise. Dopo aver banchettato col bue, Eracle vide Ila e rimase così affascinato dalla sua bellezza che lo rapì e lo condusse con sé come scudiero nella spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, guidata da Giasone.

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Mosaico di Ila e le Ninfe, Musee Galo-Romain, Saint-Romain-en-Gal

Durante la spedizione, nel corso di una sosta della nave Argo lungo le coste della Misia, presso la foce del fiume Chio, Eracle andò alla ricerca di un albero per sostituire un remo che si era spezzato, mentre Ila fu mandato ad attingere l’acqua dalla vicina fonte di Pege, ma non fece mai ritorno. Quando Eracle tornò alla nave e gli fu riferito della scomparsa del suo amante Ila, si mise sulle sue tracce, insieme a Polifemo ¹, figlio di Elato, ma quando i due raggiunsero la fonte, vi trovarono solo l’anfora per l’acqua e nessun segno di lotta con nemici o animali feroci: Ila era letteralmente scomparso nel nulla. Eracle continuò a cercarlo ancora, coinvolgendo nelle ricerche anche i Misi, ma senza successo, e lo pianse a lungo, finché, rassegnato, decise di tornare a dedicarsi alle sue fatiche, abbandonando l’impresa degli Argonauti.

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Mosaico di Ila rapito dalle ninfe, da Volubilis, Marocco

Giasone, invece, dopo aver atteso invano tutta la notte il ritorno di Eracle e Polifemo, ordinò ai suoi compagni di riprendere il mare, per sfruttare il vento favorevole.
Eracle non venne mai a sapere che, mentre Ila era intento ad attingere l’acqua, Driope e le sue sorelle, le ninfe di Pege, se ne erano invaghite ed avevano indotto il giovane a seguirle in una grotta sott’acqua. Nessuno ne avrebbe mai più sentito parlare.

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Mosaico di Ila e le Ninfe (II secolo d.C.), Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo

Un destino che Ila condivise con tanti altri giovani di straordinaria bellezza, che le ninfe, così pericolose per i comuni mortali, attiravano in fondo ai pozzi o alle sorgenti. Si diceva che in onore di Eracle, i Misi facessero sacrifici in memoria di Ila nella città di Prusa, presso Pege; durante questi riti, i sacerdoti invocavano tre volte il nome di Ila e poi fingevano di cercarlo nei boschi.

NOTE

¹ L’argonauta Polifemo, da non confondersi con il ciclope avversario di Ulisse, era un eroe lapita, figlio di Elato e di Ippe. Abbandonato con Eracle da Giasone, Polifemo si stabilì presso Pege e fondò la città di Crio, dove regnò finché fu ucciso in battaglia dai Calibi.

L’immagine sopra il titolo è tratta dal dipinto Hylas and the Nymphs, opera del 1896 di John William Waterhouse, conservata nella Manchester Art Gallery.

 

Matronalia (1° marzo)

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Lastra marmorea funeraria con parto gemellare, Museo della Scienza di Londra.

Il primo giorno di Marzo, cioè alle Calende, si celebravano i Matronalia, dedicato alle madri di famiglia, che si recavano al tempio di Giunone Lucina, sul versante settentrionale dell’Esquilino. Il tempio era stato dedicato il primo marzo del 375 a.C. e sorgeva in un bosco già consacrato a Giunone Lucina, colei che fa venire alla luce i neonati e protegge le partorienti, che la invocano durante le doglie. Nel bosco sacro non poteva entrare alcuna donna che avesse un nodo nella veste o nei capelli. Inoltre, una legge obbligava, per evidenti fini statistici, i genitori di ogni neonato a versare una moneta nelle casse del Tempio.

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In questa festività, posta in relazione con l’intervento pacificatore delle donne sabine che si interposero tra i loro padri e gli sposi romani dopo il leggendario Ratto delle Sabine, le matrone ricevevano regali e denaro dai mariti, che a casa pregavano per la conservazione del matrimonio. Inoltre, le donne erano tenute a preparare con le loro mani un banchetto per i servi maschi ¹. Sempre in questo giorno, si spegneva e riaccendeva il fuoco nel tempio di Vesta. I Matronalia, chiamati anche “Femineae Kalendae” ³ (calende delle donne), riguardavano infatti solo le matrone ed erano collegati, secondo Ovidio, alla nascita di Romolo, al risveglio primaverile della fecondità e alla prima gravidanza delle donne sabine dopo il rapimento.

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Formella in terracotta dalla tomba dell’ostetrica Scribonia Attice, Necropoli di Porto, Fiumicino

Il Tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino venne dedicato il primo marzo perché le Calende erano consacrate alla dea. Come ci spiega Macrobio, “l’autorità di Varrone e quella della tradizione dei pontefici affermano che, come le Idi sono sacre a Giove, così le Calende sono sacre a Giunone” ³. Sempre Macrobio aggiunge che questa usanza era confermata da quella dei Laurentini, che rivolgevano suppliche a Giunone in tutte le Calende, invocandola col nome di Kalendaris Juno, e dal fatto che a Roma, il primo giorno di ogni mese, un pontifex minor sacrificava a Giunone nella Curia Calabra sul Campidoglio, mentre la moglie del Rex Sacrorum, la Regina Sacrorum, immolava alla dea una scrofa o un’agnella nella Regia ai piedi del Palatium. La consacrazione del primo giorno di ogni mese a Giunone Lucina, dea del parto, è perfettamente coerente coi principi della religione romana. Come Giano infatti era il dio degli inizi intesi come passaggio, così Giunone era la dea degli inizi intesi come nascita.

NOTE

¹ Macrobio (Saturnalia, I, 12, 7)

² Giovenale (Satire, 9, 53)

³ Macrobio (Saturnalia, I, 15, 18)

Apollo e Dafne

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Apollo e Dafne, (1622 – 1625), Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese, Roma

Secondo il mito, il primo e più grande amore di Apollo, figlio di Zeus e Latona, fu Dafne. Dafne era una bellissima Ninfa dei monti, figlia del dio fluviale Peneo, nume tutelare della valle di Tempe, in Tessaglia (oppure di un altro dio fluviale, Ladone) e di Gea, la Terra, di cui era anche sacerdotessa. Purtroppo, Dafne era amata anche da un giovane di nome Leucippo, figlio di Enomao, che per avvicinarla aveva escogitato l’espediente di travestirsi da donna, mescolandosi così alle sue compagne.

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Apollo e Dafne, Casa dell’Efebo, Pompei

Apollo, che era anche dio del sole, che tutto vede, scoprì l’inganno del suo rivale in amore e consigliò alle altre ninfe di fare il bagno nude durante i loro rituali, per accertarsi che il loro gruppo fosse composto di sole donne. Scoperto ovviamente l’intruso, le ninfe uccisero il povero Leucippo facendolo a pezzi. Liberatosi così del rivale, Apollo dichiarò quindi il suo amore per Dafne, che però lo respinse e si diede ad una fuga precipitosa.

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Apollo e Dafne, dal triclinio della Casa di Marcus Lucretius, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Inseguita da Apollo, Dafne invocò la protezione del padre e della madre Gea, che la trasformarono in lauro, l’albero dell’alloro, non appena il dio la raggiunse. Da quel momento, il lauro divenne l’albero preferito da Apollo, che portò sempre una corona d’alloro sulla testa. Infatti, il nome greco “Daphne” significa “lauro”.1200px-Apollo_and_Daphne_(Bernini)

Giove e l’Anguipede

20190222_163756Il Museo Bargoin, di Clermont-Ferrand, in Francia, ha recentemente acquisito un pezzo di grande interesse: Giove e l’Anguipede.
Si tratta di una scultura del II secolo, alta più di 1,70 metri, con alle spalle una storia movimentata, e che sarà esposta gratuitamente al pubblico per quattro mesi, in attesa di procedere al suo restauro.
Il dio è raffigurato a cavallo, nell’atto di calpestare una creatura dalla coda di serpente o di pesce, che giace al suolo, schiacciata sotto gli zoccoli del cavallo.

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Giove e l’Anguipede, Musée Bargoin de Clermont-Ferrand

Si tratta di un Anguipede, una creatura mostruosa con il corpo umano ma con le estremità serpentiformi, che compare per lo più in ambienti gallo-romano e celtici. L’anguipede che fuoriesce dalla terra rappresenta le forze telluriche e sotterranee. Questo tipo di raffigurazione simboleggia quindi la vittoria della ragione sulle forze ctonie (sotterranee e infernali), dell’ordine sul caos, della civiltà sulla barbarie.
Questo genere di sculture veniva di solito posto in cima a pilastri o colonne alti anche quattro metri e se ne conoscono almeno una dozzina di esemplari, rinvenuti nei territori corrispondenti alle Gallie e in Germania, anche se non sempre in buone condizioni.

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Giove e l’Anguipede, III secolo d.C., proveniente da Châtel sur Moselle ed esposto al Musée d’Epinal

Le si trovava in prossimità delle acque, correnti o stagnanti. Giove è riconoscibile perché nella mano destra impugna una lancia o un fascio di fulmini.
La scultura venne scoperta nel 1849 da un contadino in un campo nei dintorni di Égliseneuve-près-Billom, nel dipartimento del Puy-de-Dôme. La stampa dell’epoca diede notizia della scoperta e il suo scopritore, il signor Brunel, si diede subito da fare per guadagnarci qualcosa. Nei successivi vent’anni, Brunel portò la statua di villaggio in villaggio, facendosi pagare dieci centesimi da chiunque volesse vederla.NI_1354461_1548934180_550
All’epoca, la statua non veniva ancora interpretata come Giove che sconfiggeva un mostro, ma come un imperatore che sottometteva un barbaro.
La statua suscitò l’interesse dei collezionisti e finì in una collezione privata per non riapparire più al pubblico fino allo scorso anno, quando il Museo Bargain se l’è aggiudicata ad un’asta per la somma di 76.560 euro.

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Giove e Anguipede su colonna, Musée de Metz

Ercole e Cerbero

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Sarcofago con Ercole e Cerbero (II secolo d.C.), Centrale Montemartini, Roma

I musei sono scrigni pieni di tesori. Ogni reperto racconta una storia, che a volte possiamo solo immaginare. In altri casi, un dettaglio ci apre una finestra da cui gettare uno sguardo su un mondo ormai scomparso. Siamo nella Centrale Montemartini, a Roma: un sarcofago del II secolo d.C., con due bizzarre figure ritratte mentre escono da una porta, attrae la nostra attenzione. Ci avviciniamo e riconosciamo gli inconfondibili ritratti di Eracle e Cerbero, che ci riportano alla mente un episodio mitico: l’ultima delle dodici fatiche di Eracle.

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Ercole con barba e pelle di leone, età Flavia, Metropolitan Museum of Arts, New York

L’ultima delle fatiche di Eracle fu la più rischiosa. Euristeo, re di Micene, aveva incaricato Eracle di scendere nel Tartaro per catturare Cerbero, il mostruoso cane che custodiva il portone del regno dei morti governato da Ade e Persefone.
Cerbero, un mostro con il corpo di cane, tre teste e coda di serpente, era figlio di Tifone ed Echidna; il suo compito era di non lasciar entrare i vivi negli Inferi e soprattutto di non farne uscire i morti; un compito che svolgeva molto bene, visto che, nell’esercizio dei suoi doveri, solo Orfeo ed Enea riuscirono a ingannarlo.
L’impresa comportava la violazione del regno di Ade, che era un atto di audacia inaudita. Per prepararsi all’impresa, Eracle si recò ad Eleusi per essere iniziato ai Misteri che, per il loro legame con Persefone, regina degli Inferi, e con Demetra, gli avrebbero permesso di apprendere il modo di raggiungere il regno dei morti. Prima però dovette purificarsi dal sangue di tutti gli avversari che aveva ucciso in passato, come i Centauri. Infatti, nessuno con le mani sporche di sangue poteva essere ammesso ai Misteri eleusini. Avvalendosi anche dell’aiuto della sua protettrice Atena e di Hermes, Eracle discese nell’Ade da uno dei suoi tradizionali ingressi, una grotta nel promontorio Tenaro, in Laconia. Dopo essere stato traghettato da Caronte al di là del fiume Stige, Eracle incontrò le ombre di Meleagro e della Gorgone Medusa, e i suoi amici Teseo e Piritoo, imprigionati nel Tartaro. Giunto infine alla dimora di Ade, Eracle chiese al signore degli Inferi il permesso di condurre con sé Cerbero.Serapis_Colosseum1
Ade acconsentì, a condizione che Eracle fosse riuscito a far prigioniero il cane senza utilizzare armi, vestito solo della pelle del leone. Eracle ritornò alla porta dell’Ade, dove Cerbero era di guardia e lo strinse per la gola finché il cane non si arrese. Così, dopo essere stato incatenato, il cane fu portato fuori dall’Ade e condotto da Euristeo. In seguito, Ercole stesso riportò Cerbero ad Ade o, secondo un’altra versione, il cane infernale scappò per tornare nel regno dei morti a svolgere il suo implacabile compito di guardiano.31800026294_faba7cd5b0_b