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Morte di Elagabalo (11 marzo 222 d.C.)

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Ritratto di Elagabalo, Musei Capitolini, Roma

L’11 Marzo del 222 d.C. viene assassinato a soli 18 anni Sesto Vario Avito Bassiano, meglio conosciuto come Elagabalo o Eliogabalo, della dinastia dei Severi. Elagabalo venne barbaramente trucidato insieme alla madre Giulia Soemia dai pretoriani, ormai schieratasi apertamente dalla parte del cugino e successore designato Severo Alessandro.

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Giulia Soemia

Elagabalo e di Giulia Soemia furono entrambi decapitati e i loro corpi denudati vennero trascinati per le strade della città; poi, come gesto di estremo disprezzo, quello di Elagabalo fu prima gettato in una fogna, che si rivelò troppo stretta, e infine nel Tevere dal ponte Emilio, con un peso legato addosso affinché non tornasse a galla e non potesse ricevere adeguata sepoltura. Dopo la morte, per dileggio, venne soprannominato Tiberinus (Tiberino) e Trascinato (Tractatitius), con riferimento al trattamento subito dal suo cadavere.

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Ritratto di Elagabalo, National Gallery, Oslo

Eliogabalo era nato a Emesa tra il 203 e il 204 ed era per diritto ereditario gran sacerdote del dio solare El-Gabal, rappresentato da una grande pietra nera conica di origine meteorica, di cui introdusse il culto a Roma quando divenne imperatore. El-Gabal fu venerato a Roma come Deus Sol Elagabalus o Invictus Sol Elagabalus. Arrivò al potere nel 218, a soli quattordici anni. Sua nonna, Giulia Mesa, aveva messo in giro la voce, falsa, che fosse figlio di Caracalla, per renderlo più gradito all’esercito.
Eliogabalo è uno di quegli imperatori di cui è oggettivamente difficile dare un giudizio equilibrato, a causa della quantità di nefandezze che gli vengono attribuite dalle poche fonti letterarie di cui disponiamo per ricostruire la sua vita (Cassio Dione, Erodiano e la biografia contenuta nella Historia Augusta). Sappiamo che Elagabalo e sua madre Soemia, che lo influenzava nelle scelte politiche, non amavano la guerra. Elagabalo, in Senato disse: “Non ho bisogno di titoli che derivino dalla guerra e dal sangue: accontentatevi di chiamarmi Pius Felix”.

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Testa bronzea di Severo Alessandro, Museo Archeologico di Ryakia, Grecia

Questa attitudine pacifica, in un impero che si fondava su uno stato di guerra permanente, era sicuramente una grave colpa nei confronti dell’esercito e dei pretoriani, che infatti si schierarono dalla parte del più giovane cugino, educato secondo valori più consoni alla mentalità romana: Gessio Giulio Bassiano Alessiano. Non è un caso se quest’ultimo, quando fu nominato cesare da Elagabalo nel 221, prese il nome di Marco Aurelio Severo Alessandro, richiamando alla memoria figure amatissime come Settimio Severo, il principe guerriero, e Alessandro Magno.
La campagna diffamatoria abilmente orchestrata, di cui Elagabalo fu oggetto ancora in vita, lo dipinge come un dissoluto dedito ad ogni sorta di perversioni sessuali e abituato a prostituirsi anche a palazzo.

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Ritratto di un giovane Elagabalo, Museum of Fine Arts, Boston

Gli vengono attribuite cinque mogli di cui una, Aquilia Severa, era addirittura una vergine Vestale, oltre a una stabile relazione con un auriga ed ex schiavo di nome Ierocle, che Eliogabalo chiamava “mio marito”. Odiato dal Senato, oltraggiato dai suoi eccessi, alla sua morte fu ovviamente colpito da “damnatio memoriae”. Nei tumulti che seguirono, furono uccisi anche i prefetti del pretorio e Ierocle. Quanto a El-Gabal, la pietra nera che rappresentava il dio solare di Emesa, fu bandita da Roma e rispedita in Siria, dove i suoi fedeli ne attendevano il ritorno.

Nascita di Geta: 7 marzo 189 d.C.

Publio Settimio Geta nacque il 7 marzo del 189 a Roma, anche se alcune fonti indicano Milano e pure la data non è certa (si parla anche di 27 maggio 189). Era figlio di Settimio Severo e della sua seconda moglie Giulia Domna e fratello di Bassiano, meglio noto in seguito come Caracalla.

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Busto di Geta, proveniente da Sabucina, Museo Archeologico di Caltanissetta

Si narra che, nel giorno della sua nascita, una gallina nel palazzo avesse deposto un uovo di color porpora. Non appena l’uovo, ritenuto un presagio positivo per il futuro del nuovo nato, fu portato a corte per essere mostrato a Severo, noto appassionato di oroscopi e prodigi, il figlio Bassiano se ne impadronì e lo ruppe. Al che Giulia rimproverò scherzosamente Bassiano dicendogli: “Assassino, hai ucciso tuo fratello”. Parole che si rivelarono profetiche negli anni a venire.

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Busto di Geta, Musei Capitolini, Roma

Gli fu dato il nome Geta in onore dello zio o del nonno paterno. Geta, molto somigliante al padre, era appassionato di letteratura antica e leggermente balbuziente; dicono che fosse anche il figlio prediletto di Giulia, forse per il suo carattere decisamente più amabile rispetto a quello del fratello.
Fu proclamato imperatore insieme al fratello maggiore Caracalla il 4 febbraio 211, alla morte di Settimio Severo. Purtroppo, i rapporti tra i due fratelli, che si odiavano profondamente, erano sempre stati pessimi e Geta venne infine fatto assassinare da Caracalla il 27 febbraio del 212 (o 26 dicembre 211) a Roma, tra le braccia della madre, da cui si era rifugiato.

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Busto di Geta rinvenuto a Orvieto

Dichiarato nemico pubblico e oggetto di damnatio memoriae dopo la morte, la sua effigie e il suo nome vennero scrupolosamente distrutti dai monumenti ufficiali, ragion per cui i suoi ritratti sono oggi molto rari e di incerta attribuzione. Uno di questi, venne rinvenuto a Orvieto nel 2008, sotterrato già anticamente per ottemperare alla damnatio, ma non distrutto. Mani pietose ne adagiarono con cura la testa su un cuscino di pietra, affinché il tempo non gli arrecasse troppi danni, e fecero in modo che arrivasse quasi intatto ai nostri giorni. Un altro è stato trovato nell’area archeologica di Sabucina.

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Tondo Severiano, con Giulia Domna, Settimio Severo, Caracalla e il viso di Geta cancellato, Altes Museum, Berlino

7 marzo 161: morte di Antonino Pio

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Statua di Antonino Pio rinvenuta a Terracina, Palazzo Massimo

Il 7 marzo 161, Tito Elio Cesare Antonino, meglio noto come Pio, muore a Lorium, nell’Etruria meridionale, all’età di 75 anni. Lorium, lungo la via Aurelia, era il luogo dove Antonino aveva trascorso la giovinezza e dove in seguito fece erigere un magnifico palazzo. Era nato il 19 settembre dell’86 in una tenuta a Lanuvio, da una ricca famiglia di rango senatorio originaria, per parte di padre, di Nemauso (odierna Nîmes), nella Gallia Transalpina. Il titolo di Pius fu conferito dal Senato ad Antonino per la pietas filiale dimostrata nella difesa della memoria e per la concessione degli onori divini ad Adriano, suo padre adottivo.

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Ritratto in marmo di Antonino Pio, Metropolitan Museum, New York

La sua morte, a quanto si racconta, avvenne in seguito a un’indigestione di cacio alpino mangiatoa cena. Dopo tre giorni di febbre, vedendo che le sue condizioni si aggravavano, con la lucidità mentale che sempre lo contraddistinse, convocò il consiglio imperiale e, alla presenza dei prefetti del pretorio, affidò a Marco Aurelio i suoi poteri e ordinò che gli fosse trasferita anche la statua d’oro della Fortuna augusta, la divinità che doveva concedere la buona sorte a colui che reggeva le sorti dell’impero, che era d’uso dovesse stare nella stanza dell’imperatore. Infine, comunicata al tribuno militare di guardia la parola d’ordine “equanimità”, si girò su un fianco come per dormire e spirò serenamente nel sonno. Lasciò il suo patrimonio privato alla figlia Faustina, moglie di Marco Aurelio. Il Senato gli tributò tutti gli onori e ne decretò la consacrazione divina. I suoi resti furono deposti nel Mausoleo di Adriano.

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Statua di Antonino Pio, Musei Vaticani, Roma

Come scrisse il suo biografo Giulio Capitolino, nella Historia Augusta: “Così ebbe meritatamente un flamine, dei giochi circensi, un tempio e un collegio sacerdotale di Antoniniani, e unico forse tra tutti gli imperatori visse, per quanto era in suo potere, senza macchiarsi mai né del sangue dei cittadini, né di quello dei nemici, e in modo tale da essere giustamente paragonato a Numa, col quale mantenne sempre in comune la prosperità del regno, la bontà d’animo, la tranquillità e la religiosità”.
(Vita di Antonino Pio, 13, 4)

Vita e morte di Massenzio, l’ultimo imperatore di Roma

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Testa di Massenzio, Staatliche Kunstsammlungen, Skulpturensammlung di Dresda

Marco Aurelio Valerio Massenzio nacque intorno al 278; figlio dell’Augusto d’Occidente Massimiano e di Eutropia, aveva sposato Valeria Massimilla, figlia di Galerio e nipote di Diocleziano. Dopo aver militato nell’esercito come tribuno, aveva scelto di vivere con la moglie a Roma, da anni ormai non più sede della corte imperiale, da privato cittadino di rango senatorio. Quando Diocleziano e Massimiano abdicarono, il 1° maggio 305, proclamando Augusti Costanzo e Galerio, Massenzio, come d’altronde Costantino, figlio di Costanzo, non vennero elevati al rango di Cesari, come forse speravano, finendo scavalcati da Valerio Severo e Massimino Daia, nell’ottica della “scelta del migliore” e non del principio dinastico. Allorché il 25 luglio 306, dopo la morte di Costanzo ad Eburacum (l’odierna York), le truppe proclamarono Augusto suo figlio Costantino anziché il legittimo Cesare Severo, la situazione divenne esplosiva. L’Augusto d’Oriente Galerio riuscì in parte a tamponare i danni al sistema tetrarchico riconoscendo a Costantino solo il titolo di Cesare, ed elevando Severo al rango di Augusto d’Occidente.

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Ritratto di Massenzio

Tuttavia Massenzio non poteva accettare questo affronto personale e il 28 ottobre 306, col sostegno del Senato, del popolo, dei Pretoriani e degli Equites Singulares Augusti, assunse il potere e fu proclamato “princeps invictus”. Massenzio tornava a rivendicare un ruolo centrale a Roma, ormai esclusa dalla gestione del potere dal sistema tetrarchico creato da Diocleziano. Galerio invitò allora Severo a fermare l’usurpatore con la forza delle armi. Mentre sul finire del 306 l’Augusto Severo si dirigeva verso Roma col suo esercito, Massenzio decise di richiamare al suo fianco dal suo ritiro dorato in Lucania il padre Massimiano, che a sua volta tornò ad assumere di nuovo il titolo di Augusto. Severo aveva sottovalutato il fatto che gran parte delle sue truppe aveva militato al servizio di Massimiano negli anni precedenti. Giunto alle porte di Roma, molte unità del suo esercito defezionarono e passarono dalla parte di Massenzio e Massimiano, costringendo Severo alla fuga verso Ravenna, dove fu nuovamente tradito e consegnato ai suoi avversari a Roma; tenuto in ostaggio per qualche tempo sulla via Appia, in località Tres Tabernae, Severo fu infine giustiziato in carcere il 16 settembre del 307.

Nel frattempo, anche Galerio decideva di scendere in Italia; quando però, sul finire dell’estate del 307, giunse alle porte di Roma e vide le possenti mura dell’Urbe, rimase colpito dalla magnificenza e dalla grandezza della città e delle sue fortificazioni. Galerio non aveva mai visto Roma nella sua vita e non sapeva quanto fosse grande; non aveva con sé neppure truppe sufficienti per assediarla. Dubbioso sulle possibilità di successo e timoroso di fare la stessa fine di Severo, decise di ritirarsi, rinunciando ad un lungo e dispendioso assedio per tornare al più presto nei suoi domini nell’Illirico.

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Statua di Massenzio come Pontefice Massimo, proveniente dal Collegio degli Augustali, Ostia

A questo punto, la popolarità di Massenzio a Roma era talmente vasta che, quando nell’aprile 308 suo padre Massimiano cercò di prendere il potere in città, l’esercito si schierò con Massenzio e Massimiano fu costretto a lasciare Roma e a rifugiarsi presso Costantino in Gallia. Nel frattempo, per Massenzio arrivava un altro serio problema; Domizio Alessandro, vicario d’Africa, nel 308 venne proclamato imperatore dalle sue truppe e sottrasse a Massenzio il controllo della diocesi africana e della Sardegna, ponendo a Roma gravi problemi di approvvigionamento. Massenzio fu costretto a inviare il prefetto del pretorio Rufio Volusiano e l’esperto generale Zenas, che riuscirono a sconfiggere l’usurpatore e a riprendere il controllo della diocesi africana. A Roma Massenzio pose la sua residenza nei palazzi imperiali del Palatino, le cui sale erano vuote dai tempi di Aureliano, e diede il via a un imponente programma di opere pubbliche e di restauro degli edifici cadenti; ricordiamo, tra i tanti, la grandiosa basilica di Massenzio e il tempio del divo Romolo, intitolato a Valerio Romolo, il figlio divinizzato morto in tenera età nel 309, oltre alla grandiosa villa sulla via Appia con annesso circo e mausoleo. La sua politica, volta a conciliare le istanze dei senatori e quelle dei pretoriani, si richiamava ai tradizionali valori romani. Quando il 26 ottobre 312 l’esercito di Costantino giunse nei pressi di Roma, deciso a regolare i conti una volta per tutte, Massenzio preferì trasferire sua moglie Valeria e l’unico figlio rimasto in una dimora privata in città.

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Valeria Massimilla

A Roma fervevano intanto i preparativi per festeggiare il sesto anniversario del dies imperii di Massenzio, proclamato imperatore il 28 ottobre 306; Costantino era ormai alle porte della città e, dopo un primo scontro nei pressi di Saxa Rubra, l’esercito di Massenzio si schierò per affrontarlo nella piana di Tor di Quinto. Secondo la testimonianza, alquanto sospetta, del retore cristiano Lattanzio, Massenzio decise di consultare i libri sibillini: il responso fu che in quel giorno sarebbe morto un nemico dei romani. Era il 28 ottobre 312: confortato dal responso dei libri, peraltro ambiguo come sempre, Massenzio raggiunse le sue truppe e, sconfitto da Costantino, andò incontro al suo destino, annegando nelle acque del Tevere.

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Dopo la sua morte, venne colpito dalla consueta “damnatio memoriae”, che non ha però impedito ad alcuni suoi interessanti ritratti di giungere sino a noi. La propaganda costantiniana lo dipinse in seguito come codardo e indolente ma i fatti ci parlano di un Massenzio che ebbe una personalità carismatica; pagano di nascita, fu tollerante nei confronti dei cristiani, che erano anche presenti tra i soldati al suo servizio; fu sempre amato e seguito dai suoi sostenitori e le sue truppe restarono al suo fianco sino alla fine. Della sorte di Valeria e del figlio di Massenzio non si hanno notizie. Come in casi analoghi vennero probabilmente eliminati senza troppo clamore, per scongiurare futuri problemi dinastici.

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Scettri di Massenzio

Unico caso nella storia, le insegne del potere di Massenzio, tre scettri in ferro e oricalco, adorni con sfere di vetro (giallo e verde) e calcedonio, nascosti da qualche fedele seguace in una fossa alle pendici del Palatino affinché non cadessero nelle mani di Costantino, sono stati fortunosamente rinvenuti nel 2005 e sono ora conservati nel Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo.

Nascita di Costantino

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Testa colossale in bronzo di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Il 27 febbraio del 272 o 273 , il futuro imperatore Costantino I nasceva a Naissus, in Mesia (odierna Niš in Serbia), una regione che nel III secolo aveva dato i natali a diversi imperatori. Era figlio di Costanzo, un ufficiale romano proveniente da una famiglia di modeste condizioni, e di Elena, una umile inserviente originaria di una cittadina della Bitinia chiamata Drepanum, in seguito ribattezzata Helenopolis in suo onore dal figlio. Secondo Ambrogio, che è una fonte non sospetta perché cristiano come Costantino, Elena era infatti una “stabularia”, cioè un’addetta alle stalle nelle stazioni dove si cambiavano i cavalli.
20190204_173046Le poche fonti in nostro possesso non sono in grado di chiarire se Costanzo ed Elena fossero legati da regolare matrimonio.
Si trattava comunque di un’unione imbarazzante per Costanzo, ormai lanciato in una brillante carriera nella Tetrarchia che l’avrebbe portato a divenire prima Cesare e poi Augusto d’Occidente. Lo stesso Costantino, da bambino, non dovette avere frequenti contatti con la madre, come dimostra il fatto che non padroneggiasse il greco, la lingua di Elena, e si dovesse far assistere da un interprete, quando si trovava in Oriente.

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Testa dell’acrolito di Costantino, Musei Capitolini, Roma

Tale situazione ebbe fine quando Costanzo sposò Teodora, figlia dell’Augusto Massimiano, da cui ebbe sei figli, tre maschi (Dalmazio, Giulio Costanzo e Annibaliano) e tre femmine (Costanza, Eutropia e Anastasia). Da quel momento, Elena scomparve dalla scena per riapparire solo quando Costantino si impadronì del potere assoluto.

Il 27 Gennaio 98 d.C. muore a Roma l’imperatore Nerva

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Il 27 Gennaio del 98 d.C. muore a Roma l’imperatore Marco Cocceio Nerva; gli succederà il figlio adottivo Traiano. Era entrato in carica il 18 Settembre del 96. Nerva era nato a Narnia (Narni) nel 30 d.C. da una nobile famiglia dell’aristocrazia umbra. Amico di Nerone, era pretore quando venne scoperta la congiura dei Pisoni (65 d.C.) e, dopo la sua caduta, mantenne ottimi rapporti anche con i Flavii, ricoprendo il consolato nel 71 e nel 90. Nerva era senatore al momento della congiura di palazzo che eliminò Domiziano nel 96 e venne acclamato imperatore. Il suo breve principato è caratterizzato dal costante impegno di moralizzare la vita pubblica eliminando la piaga dei delatori, usati da Domiziano per eliminare gli oppositori con false accuse, di rimettere ordine nelle finanze imperiali e di aiutare i cittadini in difficoltà economiche.

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Ritratto di Nerva, Museo Nazionale Romano, Roma

Nerva dovette anche sventare una congiura ai suoi danni, organizzata da Calpurnio Crasso Frugi Liciniano, discendente del Crasso morto a Carre nel 53 a.C.. La svolta del principato di Nerva avvenne quando il prefetto del pretorio Casperio Eliano, con l’appoggio dei pretoriani, che rimpiangevano Domiziano, pretese da Nerva la condanna a morte di due dei responsabili della congiura contro Domiziano, e precisamente di Petronio Secondo, ex prefetto del pretorio e di Claudio Partenio, cubicularius (cameriere personale) di Domiziano. Di fronte al fermo rifiuto di Nerva, Casperio fece comunque uccidere dai pretoriani i due malcapitati, compiendo un gravissimo atto di insubordinazione nei confronti del principe. Petronio fu ucciso con un solo colpo dai pretoriani, mentre Partenio venne evirato e strangolato con i suoi stessi genitali. Da questo drammatico episodio Nerva, molto anziano e dalla salute malferma, capì che sarebbe stato necessario nominare un successore in grado di tenere testa alle pretese dei pretoriani e, pur avendo dei parenti in vita, abbandonò il principio dinastico e scelse di adottare il migliore, Marco Ulpio Traiano, allora legato della Germania Superiore, nominandolo Cesare e lasciandogli anche il compito di vendicare l’affronto subito da Casperio.

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Busto di Traiano, Musei Capitolini, Roma

Dopo qualche mese, il 27 gennaio 98, Cocceio Nerva morì e Traiano, fatti convocare alla sua presenza Casperio Eliano e i pretoriani che si erano ribellati a Nerva, li fece eliminare prima ancora di tornare a Roma, ottemperando al desiderio del suo predecessore. Nerva venne sepolto con tutti gli onori nel Mausoleo di Augusto.

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Nerva, New Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

11 gennaio: Iuturnalia

L’11 gennaio si svolgevano le feste dedicate a Giuturna (Iuturnalia), una ninfa delle sorgenti, degli stagni e dei fiumi. In onore della ninfa, venivano gettate corone di fiori nelle sorgenti e nelle fontane, le cui acque erano considerate sacre.

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La fontana di Giuturna, nel Foro romano

Secondo Plutarco e Gellio il suo nome derivava dal verbo iuvare (giovare), perché le acque pure sono benefiche per gli uomini.
Giuturna era conosciuta dagli Etruschi come Uthur; una fonte dedicata a Giuturna, le cui acque avevano proprietà salutari, era ricordata presso il fiume Numicio, tra Lavinio e Ardea, dove la ninfa era oggetto di un culto antichissimo.

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Da Lavinio, il culto di Giuturna giunse poi a Roma, dove le fu dedicata nel Foro la sorgente da cui era alimentato il Lacus Iuturnae (lago di Giuturna), tra i templi di Castore e Vesta. Secondo Dionigi, proprio presso questa sorgente, nel 499 a.C., al termine della battaglia del lago Regillo tra i romani e una coalizione di latini, apparvero i dioscuri Castore e Polluce, vi fecero abbeverare i cavalli ed annunciarono la vittoria romana, per poi svanire subito dopo.

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Ricostruzione della fontana di Giuturna al Foro, con le statue dei Dioscuri

Secondo una leggenda, la Ninfa era stata amata da Giove che, per ricompensarla della verginità che le aveva strappato, le diede il dono dell’immortalità e il dominio sulle acque. Altre fonti ne facevano una delle spose di Giano, che da lei generò Fonto (Fons), il dio delle sorgenti, il cui tempio si trovava ai piedi del Gianicolo.
Virgilio, in epoca più tarda, fece di Giuturna la figlia di Dauno, re dei Rutuli, e sorella di Turno.
Giuturna riceveva soprattutto il culto delle corporazioni di artigiani che usavano l’acqua come materia o strumento di lavoro e veniva invocata anche nei periodi di siccità.

NOTE

¹ Virgilio (Eneide, XII, 137)