Archivi categoria: Accadde oggi

11 dicembre: Agonalia dedicati a Sol Indiges

L’11 dicembre è uno dei quattro dies Agonales o giorno degli Agonalia, del calendario romano. Tale festività ricorreva altre tre volte durante l’anno, ogni volta dedicata a una divinità diversa: il 9 gennaio a Giano, il 17 marzo a Marte, e il 21 maggio a Veiove (Veiovis).

roman-sponsered-sun-god-sol-invictus

Gli Agonalia dell’11 dicembre erano invece dedicati a Sol Indiges, antica divinità italica regolatrice delle stagioni e dei mesi. In età regia, i festeggiamenti iniziavano con il sacrificio di un ariete dal manto nero ad opera del re; in età repubblicana, il sacrificio veniva officiato da parte del Rex Sacrorum, nell’antico edificio della Regia, il che è un chiaro indizio dell’origine arcaica di questa festa.

La tradizione romana attribuiva infatti l’istituzione degli Agonalia a Numa Pompilio. Sol Indiges, il cui epiteto è tuttora oscuro, era ovviamente una divinità solare, venerata anche a Lanuvio, dove il santuario del dio sorgeva proprio nel luogo del mitico sbarco di Enea. Varrone attribuisce a Tito Tazio l’introduzione del culto di Sol Indiges a Roma ¹, e quindi ad un’epoca molto arcaica. Il santuario di Sol Indiges si trovava sul Quirinale, di fianco al tempio di Quirino. Pare anche, secondo quanto ci dice Festo, che la gens Aurelia, originaria della Sabina, si chiamasse in origine Auselia (prima del rotacismo della esse in erre) proprio dal nome del sole, che in sabino si dice “ausel” e ne celebrasse privatamente i riti sempre sul Quirinale, in un terreno concesso a spese dello stato per celebrarvi i sacrifici al Sole ². Il nome “ausel” è poi riconducibile ad Usil, il dio etrusco del sole.

appliquc3a9-depicting-the-sun-god-usil
Usil, dio etrusco del sole

Il culto repubblicano di Sol Indiges, di origine italica, ebbe comunque sempre un’importanza secondaria e non va confuso con quello molto più tardo di Sol Invictus, portato a Roma una prima volta da Emesa, in Siria, dopo il 218 d.C. da Elagabalo, sotto la forma di una grossa pietra nera di probabile origine meteorica, e definitivamente da Aureliano nel 274, dopo la conquista di Palmira ³. Aureliano fece anche portare a Roma e posizionare nel monumentale tempio di Sol Invictus le statue degli dèi siriaci Bêl e Helios, il cui culto fu affidato ai pontefici del Sole, parificati nel rango ai più antichi pontefici romani. Onorato con splendidi giochi che si tenevano ogni quattro anni, il culto di Sol Invictus (l’invincibile), identificato con Mithra, il cui dies natalis veniva celebrato il 25 dicembre, vide una diffusione capillare nel III secolo d.C.

unnamed
Raffigurazione del Sole nel mosaico romano della Casa del Planetario a Italica, Spagna

Accompagnato da titoli come Oriens (colui che sorge) e Comes Augusti (Compagno dell’Augusto), Sol Invictus sarà raffigurato nelle monete, accanto all’imperatore, ancora fino al 324, durante il regno di Costantino, per poi scomparire improvvisamente, travolto dalla svolta religiosa del sovrano.

NOTE

¹ Varrone (De Lingua Latina, V, 74)

² Festo (p. 120 L)

³ Historia Augusta (Aureliano, 35, 3)

8 novembre: Mundus Patet

Sarcofago_romano_degli_sposi_alla_porta_di_ade_custodita_da_mercurio,_II_secolo_01
Sarcofago degli sposi alla porta di Ade custodita da Mercurio, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

L’8 novembre, nella tradizione romana più arcaica, era uno dei tre giorni all’anno (gli altri erano il 24 agosto  e il 5 ottobre) in cui il mondo dei morti entrava in comunicazione col mondo dei vivi.

Questa ricorrenza era denominata “Mundus Cereris”, il mundus di Cerere, indicato nei calendari romani anche come “Mundus patet”, il giorno in cui “il mundus è aperto”. Il mundus era una fossa circolare, come la volta celeste, che dava accesso al mondo sotterraneo e che si trovava in un luogo annesso al tempio di Cerere, dea legata anch’essa al mondo dei morti.

Sarcofago_romano_degli_sposi_alla_porta_di_ade_custodita_da_mercurio,_II_secolo_03
Sarcofago degli sposi (particolare)

La nozione di mundus è una delle più controverse della religione romana. Secondo Catone (il figlio del Censore), citato da Festo, la fossa era chiamata “mundus“, con un termine che designava la volta celeste, perché la sua estremità superiore era simile al cielo, mentre la parte inferiore, consacrata agli dei Mani, restava sempre chiusa, tranne che nei tre giorni in cui, appunto, “mundus patet”, il mundus è aperto. Questi giorni venivano considerati dies nefasti e religiosi, in cui era cioè sconveniente fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

In questi giorni, in cui si apriva la via di accesso agli inferi, era infatti proibita, secondo Festo, qualsiasi attività ufficiale: non si mobilitavano truppe, non si attaccava battaglia coi nemici, non si tenevano i comizi, non si potevano arruolare truppe o salpare con le navi salvo casi di assolutà necessità ¹; era, infine, vietato anche sposarsi o congiungersi alla moglie per fare figli. Si trattava di giorni, sempre secondo la testimonianza di Festo, in cui i segreti della religione degli dèi Mani erano portati alla luce e rivelati.

20190823_200336
La tipica formula della dedica “agli Dei Mani”

Con il nome di “dèi Mani” si indicava la collettività degli spiriti dei defunti, che si trovavano nel sottosuolo, ma già anticamente si dibatteva sulla reale natura dei Mani. Alcuni li consideravano veri e propri dèi che governavano il regno sotterraneo; per altri,  come Apuleio, essi erano gli spiriti dei defunti la cui indole non era né buona né malvagia ³.

Non conosciamo la natura di questi tenebrosi segreti, forse di natura misterica, risalenti alle epoche più remote della religiosità romana e divenuti ormai oscuri anche agli autori romani più tardi (Festo, Varrone, Macrobio) che ne parlavano. Pare comunque che i pericoli dell’apertura del Mundus non fossero legati a un’eventuale risalita dei morti dagli Inferi, ma a una discesa probabilmente più facile nel regno dei morti. Da qui l’idea che fosse meglio muovere guerra quando la “bocca di Plutone”, cioè la porta di accesso agli Inferi, fosse chiusa.

Altare_funerario_di_telegennio_antho,_50-75_dc_ca_(uffizi)_04_porta_dell'ade
La porta di ingresso dell’Ade, sull’altare dedicato a Telegennio Antho, Uffizi, Firenze

Il “mundus di Cerere” non va confuso con l’altro mundus della tradizione romana, cioè la fossa chiusa per sempre in cui Romolo, al momento della fondazione di Roma, seguendo un rituale suggeritogli da àuguri etruschi, “aveva deposto le primizie di tutto ciò che è bello e di tutto ciò che è necessario secondo natura; poi ciascuno gettò nella fossa una porzione della terra del paese da cui proveniva, dopo di che le mescolarono. Chiamano questa fossa con lo stesso nome che danno al cielo, cioè mundus. In seguito, prendendo questa fossa come centro, tracciarono in cerchio il perimetro della città” ³. Si trattava, in questo caso, dell’importante fossa destinata a costituire il centro della fondazione, e non di un accesso al mondo sotterraneo.

NOTE

¹ Festo (De verborum significatu, p. 273 Lindsay)

³ Apuleio (Il demone di Socrate, XV))

³ Plutarco (Vita di Romolo, 11, 1-4)

 

Proclamazione di Diocleziano: 20 novembre 284 d.C.

Il 20 novembre del 284 d.C., nei pressi di Nicomedia, Gaio Valerio Diocles, il comandante dei Protectores domestici, la guardia imperiale del defunto imperatore Numeriano, veniva proclamato Augusto dall’esercito, col nome di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano.

Nei primi mesi del 283, l’Augusto Marco Aurelio Caro, approfittando delle difficoltà in cui si trovava il sovrano sasanide Vahram II, che doveva affrontare una rivolta scatenata dal fratello Hormizd, decise di intraprendere una spedizione contro i Persiani. Lasciato il controllo dell’Occidente al figlio Carino, Caro e l’altro figlio, il Cesare Numeriano, entrarono profondamente in territorio persiano e, dopo aver espugnato Coche e Seleucia, conquistarono la capitale Ctesifonte.  Poi, nell’agosto del 283, accadde il disastro: Caro morì improvvisamente. Le fonti non sono concordi nello stabilire le cause della morte dell’Augusto: si parlò di una malattia, di una congiura o addirittura di un fulmine, che avrebbe colpito la tenda di Caro come segno della collera divina, dal momento che l’imperatore aveva violato un oracolo che proibiva agli eserciti romani di spingersi oltre Ctesifonte ¹.

numeriano
Ritratto di Numeriano, Museum of Fine Arts, Boston

Comunque sia andata, Numeriano fu proclamato Augusto e pochi mesi dopo, forse turbato dalla morte del padre, decise di interrompere la campagna contro i Persiani. Agli inizi del 284, Numeriano iniziò a ritirarsi dai territori occupati e a tornare verso occidente; trascorse alcuni mesi ad Antiochia con l’esercito e poi riprese la marcia di ritorno verso gli accampamenti sul Danubio. Durante il soggiorno in Persia, Numeriano aveva contratto una grave infezione batterica agli occhi, nota come tracoma, che lo costringeva a viaggiare dentro una lettiga, al riparo dal sole e dagli agenti atmosferici. L’unico contatto che aveva col mondo esterno era con il prefetto del pretorio Arrio Apro, che era anche suo suocero. Durante il tragitto, tra settembre e novembre, anche Numeriano morì, per la malattia o per una congiura di cui Apro non poteva che essere al corrente, ma la notizia della morte fu tenuta nascosta. Fu solo il 20 novembre del 284 che, nei pressi di Nicomedia, insospettiti dal fetore proveniente dalla lettiga, i soldati ne aprirono le tende e fecero la macabra scoperta: l’imperatore Numeriano venne trovato morto nella sua lettiga. Fu impossibile, in quei drammatici momenti, determinare se fosse morto per le conseguenze della malattia o fosse stato assassinato, ma era evidente che il decesso era già avvenuto da parecchi giorni.

Gli ufficiali dello stato maggiore cercarono di capire cosa fosse successo; il prefetto del pretorio Arrio Apro, che aveva vegliato l’imperatore per tutto il tempo, fu subito il principale sospettato perché non aveva avvertito le truppe della morte di Numeriano: ma a quale scopo? E poteva aver fatto tutto da solo? Prima di procedere oltre con l’accertamento della verità, però, come da prassi consolidata in questa epoca storica, gli ufficiali superiori scelsero il nuovo imperatore e lo fecero acclamare dalle truppe.

diocle
Ritratto di Diocleziano, Museo Archeologico di Istanbul

Ad essere acclamato Augusto dai soldati fu Gaio Valerio Diocles il comandante dei Protectores domestici, la guardia dell’imperatore. Solo allora fu eretta una tribuna, di fronte alla quale si schierò l’esercito. Diocles salì sul palco e prese la parola per il suo primo discorso da Augusto; era stato il comandante delle guardie e responsabile della salute dell’imperatore e i soldati volevano prima capire da lui come fosse morto Numeriano e come avesse a non accorgersene. Diocles non si fece sfuggire l’occasione. Sguainò la spada e chiamando a testimone il Sol Invictus, di cui era devoto, professò la sua innocenza. Poi si avvicinò ad Apro, che era al suo fianco e lo trafisse improvvisamente gridando: “questo è l’assassino di Numeriano” ². Apro così non ebbe neppure modo di difendersi e Diocles iniziò il suo regno ventennale, assumendo il nome latino di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Difficile che anche Diocles non sapesse dell’avvenuta morte di Numeriano; forse era d’accordo con Apro, ma la morte di quest’ultimo impedì ogni possibile accertamento.

Fin qui gli eventi storici, sui quali si innesta una leggenda connessa al significato del nome di Apro (Aper), che in latino significa “cinghiale”, e che spiegherebbe perché Diocleziano abbia voluto uccidere personalmente il prefetto del pretorio come primo cruento atto del suo regno, a parte il motivo di eliminare uno scomodo testimone.

5058861870_f1f1d9a5c3_b
Ritratto di Diocleziano, collezione privata, U.S.A.

Riportiamo direttamente il brano della Historia Augusta, che narra la leggenda:

Non credo risulti ozioso né banale riportare un aneddoto su Diocleziano Augusto che viene qui a proposito, in quanto l’episodio fu interpretato come un presagio del suo futuro impero (mio nonno disse di averlo appreso direttamente da Diocleziano). Una volta Diocleziano, che allora militava ancora nei ranghi inferiori e si trovava in Gallia nel paese dei Tungri, alloggiato in una locanda, stava facendo i conti del suo vitto quotidiano con una donna che era una druidessa; a un certo punto questa gli disse: «Diocleziano, tu sei troppo avido e spilorcio!», al che egli replicò in tono scherzoso: «quando sarò imperatore, allora sì che darò con larghezza». Si dice che allora la druidessa rispose: «Diocleziano, non scherzare, perché tu sarai davvero imperatore, dopo che avrai ucciso un cinghiale». Diocleziano nutrì sempre in sé l’ambizione di diventare imperatore, e non ne fece mistero né con Massimiano né con mio nonno, al quale aveva riferito egli stesso le parole della druidessa.

d985d6a41b6c8a03fd9b5afc4209cd09
Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

In conclusione, da persona superiore qual era, rise e non ne parlò più. Nondimeno, durante le cacce, quando aveva l’opportunità, uccideva sempre di sua mano dei cinghiali. E quando arrivarono al potere imperiale Aureliano, e poi Probo, Tacito e lo stesso Caro, Diocleziano diceva: «Io non faccio che ammazzare cinghiali, ma la carne se la mangiano gli altri». È poi noto e risaputo che, dopo aver ucciso il prefetto del pretorio Apro, egli esclamò: «Finalmente ho ucciso il Cinghiale fatidico !». Sempre mio nonno diceva che Diocleziano stesso affermava che l’unico scopo per cui aveva ucciso di sua mano Apro era stato quello di realizzare la profezia della druidessa e di rendere saldo il proprio potere. Non avrebbe desiderato infatti farsi conoscere come uomo tanto crudele, in particolare nei primissimi giorni del suo impero, se la necessità non lo avesse portato a compiere quella spietata uccisione“³.

NOTE

¹ Aurelio Vittore (De Caesaribus, 38, 4)

² Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 13, 2)

³ Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 14-15)

31 Marzo: festa della dea Luna

Selene
Statua di Selene, Pergamonmuseum, Berlino

“Era notte e splendeva nel cielo sereno la luna”.
Orazio (Epodi, 15, 1)

L’ultimo giorno del mese di Marzo si festeggiava la dea Luna, l’astro lunare, corrispondente alla greca Selene, regolatrice delle stagioni e dei mesi, il cui culto di origine italica veniva già celebrato presso gli Etruschi (Catha o Cavtha) e i Sabini. Proprio il re sabino Tito Tazio avrebbe importato a Roma il culto di Luna, mentre il tempio a lei dedicato sull’Aventino (templum o aedes Lunae) sarebbe stato edificato per volere di Servio Tullio, vicino al tempio di Diana, dea lunare anch’essa.

29342774_1662577907162170_1817942562703409152_o
Altare del II secolo d.C., Louvre, Parigi

Sul Palatino invece sorgeva un antichissimo tempio intitolato a Luna Noctiluca, ricordato solo dall’erudito Varrone. La prima menzione che troviamo con riferimento al tempio sull’Aventino riguarda un prodigio avvenuto nel 182 a.C., quando un turbine ne scardinò le porte facendole atterrare nel retro del tempio di Cerere. Nel 123 a.C., nel tempio di Luna cercarono inutilmente scampo Gaio Sempronio Gracco e i suoi sostenitori, mentre al tempo della morte di Cinna (84 a.C.) l’Aedes Lunae venne colpito da un fulmine.

1243274387860_C_3_Media_65257_galleryitems_galleryitem4_immagine
Affresco della Luna nel mitreo di Santo Stefano Rotondo, Roma

Secondo Tacito, il tempio fu distrutto dal grande incendio del 64 d.C. e mai più riedificato. Nelle rappresentazioni di Luna, la dea viene raffigurata con una falce lunare sul capo, i cui corni sono rivolti verso l’alto e, a volte, su un carro trainato da buoi. Luna è presente, insieme al Sole, anche in molte rappresentazioni della tauroctonia, l’uccisione rituale del toro bianco presente nei mitrei.unnamed

20 marzo 44 a.C.: funerali di Cesare

Robertson, George Edward, 1864-1926; Mark Antony's Oration
Discorso di Marco Antonio davanti al corpo di Cesare

Nella confusione generale che seguì all’uccisione di Giulio Cesare, i tirannicidi non riuscirono a guadagnarsi l’appoggio popolare che speravano di ottenere e furono costretti ad asserragliarsi sul Campidoglio. I congiurati furono convinti a scendere dal Campidoglio da Marco Antonio, che gli consegnò i suoi figli a garanzia della loro incolumità. Antonio, console in carica, che era fuggito in preda al panico quando aveva visto Cesare soccombere sotto i colpi dei congiurati, aveva ben presto ripreso il controllo della situazione ed aspettava solo il momento giusto per mettere in atto il suo piano. Antonio aveva infatti capito che l’anello debole dei congiurati era Bruto, da cui ottenne il consenso a dare lettura del testamento di Cesare, di cui certamente già conosceva il contenuto e, soprattutto, l’autorizzazione a svolgere con tutti gli onori i funerali del dittatore. Esequie pubbliche per Cesare, ratifica di tutti i suoi atti e amnistia per i congiurati furono il risultato dell’accordo promosso da Antonio, salutato dai senatori come colui che aveva salvato Roma da una nuova guerra civile.
La lettura del testamento, custodito fino a quel momento dalle Vestali, aveva già esacerbato gli animi; la generosità di Cesare era emersa in maniera grandiosa: oltre ai cospicui donativi in favore del popolo romano, per cui ogni cittadino avrebbe ricevuto la somma di trecento sesterzi, e alla concessione in uso pubblico dei giardini che Cesare possedeva alle pendici del Gianicolo vicino al Tevere, dove si era trasferita Cleopatra col figlio Cesarione, tra le altre disposizioni stabilite da Cesare, Decimo Bruto, uno dei congiurati, veniva indicato tra gli eredi minori, e molti di loro erano nominati come possibili tutori del figlio adottivo Ottavio.
Il funerale di Cesare fu il capolavoro politico di Antonio, e fu chiaramente studiato fin nei minimi particolari per ottenere l’effetto voluto.
Il 20 marzo, sorretto dai magistrati, circondato da tutti i patrizi e plebei che avevano ricoperto cariche pubbliche e seguito da una folla di cittadini e veterani, il corpo di Cesare venne portato nel Foro, davanti ai Rostri. In quel punto, venne costruita un edicola aurea modellata sul tempio di Venere Genitrice, in cui fu deposto il corpo del dittatore, adagiato su una lettiga d’avorio, coperta di porpora e oro. Nell’edicola, era esposta in grande evidenza la veste insanguinata e trapassata dalle coltellate che Cesare indossava al momento dell’assassinio. Per infiammare ancora di più gli animi della folla, Antonio fece dare pubblica lettura del senatoconsulto con cui, pochi mesi prima, i senatori si erano impegnati a difendere la persona di Cesare a costo della vita e che fu alla base della decisione del dittatore di congedare la sua scorta personale e recarsi indifeso all’appuntamento coi suoi assassini.

Antonio1
Busto di Marco Antonio, Musei Vaticani

Antonio pronunciava l’elogio funebre di Cesare e mostrava a tutti la veste insanguinata, accompagnando le parole con gesti ed espressioni da consumato attore. Mentre la commozione e la rabbia degli spettatori montavano, Antonio mise in atto un vero colpo da maestro, di cui ci parla Appiano; fece issare da una macchina teatrale un’immagine di Cesare molto somigliante, fatta di cera, che mostrava le ventitré ferite sanguinanti aperte dalle pugnalate e il volto sfigurato, e la fece vedere a tutti i presenti.
Fu l’elemento che scatenò la reazione popolare che Antonio voleva. In un clima di esaltazione collettiva, la folla preparò una pira su cui fu cremato il corpo di Cesare e poi si aprì la caccia ai congiurati, le cui case furono assalite con l’intento di incendiarle. A farne le spese, come spesso accade, fu l’innocente Gaio Elvio Cinna, scambiato per il pretore Lucio Cornelio Cinna, che aveva violentemente attaccato Cesare con un discorso subito dopo la sua morte. Il povero Elvio Cinna venne trucidato per errore dalla folla inferocita e la sua testa fu infissa su una lancia e portata in giro per la città. Quando le fiamme della pira si furono spente, le ossa e le ceneri di Cesare vennero prelevate e collocate nel sepolcro di famiglia, nel Campo Marzio, vicino alla tomba dell’amata figlia Giulia, morta di parto nel 54 a.C.
Antonio aveva intanto ottenuto il risultato voluto, messo i tirannicidi in estrema difficoltà e si proponeva come erede politico di Cesare. Purtroppo per lui, stava per sorgere l’astro del giovane Ottaviano, che si sarebbe presto rivelato tutt’altro che un giovane facilmente manipolabile.

funerale7
Marc Antony Reading the Will of Caesar. William Hilton, Olio su tela, 1834

Caligola acclamato Principe dal Senato (18 marzo 37 d.C.)

caligula-E
Busto di Caligola

Il 18 Marzo del 37 d.C. Gaio Giulio Cesare Germanico, figlio di Germanico e di Agrippina, meglio conosciuto come Caligola, viene acclamato “Princeps” dal Senato, due giorni dopo la morte di Tiberio a Miseno, dove era stanziata la flotta romana. Nel testamento redatto nel 35, Tiberio aveva in realtà nominato eredi alla pari Caligola e Tiberio Gemello, suo nipote in linea diretta, rinunciando di fatto a risolvere il problema della successione e, nei successivi due anni, non si curò affatto delle possibili conseguenze.

TiberioGemello735
Busto di Tiberio Gemello, I° sec.d.C., museo archeologico nazionale di Luni, Liguria,

Tuttavia, quando Tiberio morì, Tiberio Gemello aveva appena diciassette anni, mentre Caligola godeva già dell’appoggio del prefetto del pretorio Macrone e del sostegno dei soldati, in quanto figlio dell’amatissimo Germanico. Quindi, dopo aver preso accordi con i consoli e gli esponenti più influenti dell’aristocrazia, Macrone fece annullare dal Senato il testamento di Tiberio, dichiarato incapace di intendere e volere e Caligola venne acclamato unico sovrano dell’impero. A sua volta, quando Gemello assunse la toga virile, Caligola lo adottò come figlio ed erede e lo nominò principe della gioventù, per poi costringerlo al suicidio poco tempo dopo con l’accusa di lesa maestà, accusandolo di tramare alle sue spalle. La stessa sorte toccò al prefetto del pretorio Macrone, che pure lo aveva aiutato, e che fu trasferito alla prefettura d’Egitto prima di ricevere l’ordine di suicidarsi.

caligula Múnich Glyptothek Munich_20141823_web2
Ritratto di Caligola con corona civica

Morte di Elagabalo (11 marzo 222 d.C.)

elagabalo10

L’11 Marzo del 222 d.C. viene assassinato a soli diciotto anni Sesto Vario Avito Bassiano, meglio conosciuto come Elagabalo o Eliogabalo, della dinastia dei Severi. Elagabalo venne barbaramente trucidato insieme alla madre Giulia Soemia dai pretoriani, ormai schieratasi apertamente dalla parte del cugino e successore designato Alessandro Severo e di sua madre Giulia Mamea.

I rapporti tra Elagabalo ed Alessandro, adottato dal cugino come figlio e designato successore, si erano infatti rapidamente deteriorati. Alessandro era stato proclamato Cesare il 26 giugno 221 ma la popolarità di cui iniziò subito a godere a corte e presso i soldati aveva subito risvegliato la gelosia di Elagabalo. L’imperatore aveva allora cercato di privare Alessandro del titolo di Cesare, escludendolo da tutte le cerimonie ufficiali, e diffondendo anche la voce che il cugino fosse in fin di vita, per osservare come i soldati avrebbero reagito a quella notizia ¹. Ma i pretoriani, fiutando giustamente un inganno, si sdegnarono e rifiutarono di inviare ad Elagabalo il consueto contingente  di guardia, pretendendo di vedere Alessandro Severo coi propri occhi.

Temendo una rivolta, Elagabalo fece salire Alessandro sul cocchio imperiale e insieme si recarono al campo dei pretoriani. La grande accoglienza che ricevette Alessandro fecero infuriare Elagabalo, che ordinò di arrestare i soldati che riteneva infedeli, ma era ormai troppo tardi. I pretoriani avevano scelto un nuovo padrone, dai costumi e dal temperamento più consoni alla tradizione romana: Alessandro Severo. La ribellione scoppiò con violenza; scoperti dopo un tentativo di nascondersi dentro un baule ², Elagabalo e sua madre Giulia Soemia furono decapitati e i loro corpi denudati vennero trascinati per le strade della città; poi, come gesto di estremo disprezzo, quello di Elagabalo fu prima gettato in una fogna, che si rivelò troppo stretta, e infine nel Tevere dal ponte Emilio, con un peso legato addosso affinché non tornasse a galla e non potesse ricevere adeguata sepoltura. Dopo la morte, per dileggio, venne soprannominato Tiberino (Tiberinus) e Trascinato (Tractatitius), con riferimento al trattamento subito dal suo cadavere ³.

Elagabalo era nato a Emesa tra il 203 e il 204 ed era per diritto ereditario gran sacerdote del dio solare El-Gabal, rappresentato da una grande pietra nera conica ⁴ di origine meteorica, di cui introdusse il culto a Roma quando divenne imperatore. El-Gabal fu venerato a Roma come Deus Sol Elagabalus o Invictus Sol Elagabalus. Arrivò al potere nel 218, a soli quattordici anni. Sua nonna, Giulia Mesa, aveva messo in giro la voce, falsa, che fosse figlio di Caracalla, per renderlo più gradito all’esercito.

Eliogabalo è uno di quegli imperatori di cui è oggettivamente difficile dare un giudizio equilibrato, a causa della quantità di nefandezze che gli vengono attribuite dalle poche fonti letterarie di cui disponiamo per ricostruire la sua vita (Cassio Dione, Erodiano e la biografia contenuta nella Historia Augusta). Sappiamo che Elagabalo e sua madre Soemia, che lo influenzava nelle scelte politiche, non amavano la guerra. Elagabalo, in Senato, una volta disse: “Non ho bisogno di titoli che derivino dalla guerra e dal sangue: accontentatevi di chiamarmi Pius e Felix“.

Questa attitudine pacifica, in un impero che si fondava su uno stato di guerra permanente, era sicuramente una grave colpa nei confronti dell’esercito e dei pretoriani, che infatti si schierarono dalla parte del più giovane cugino, educato secondo valori più consoni alla mentalità romana: Gessio Giulio Bassiano Alessiano. Non è un caso se quest’ultimo, quando fu nominato Cesare da Elagabalo nel 221, prese il nome di Marco Aurelio Severo Alessandro, richiamando alla memoria figure amatissime come Settimio Severo, il principe guerriero, e Alessandro Magno.
La campagna diffamatoria abilmente orchestrata, di cui Elagabalo fu oggetto ancora in vita, lo dipinge come un dissoluto dedito ad ogni sorta di perversioni sessuali e abituato a prostituirsi anche a palazzo.

Gli vengono attribuite cinque mogli di cui una, Aquilia Severa, era addirittura una vergine Vestale, oltre a una stabile relazione con un auriga ed ex schiavo di nome Ierocle, che Elagabalo chiamava “mio marito”. Odiato dal Senato, oltraggiato dai suoi eccessi, alla sua morte fu ovviamente colpito da “damnatio memoriae“. Nei tumulti che seguirono, furono uccisi anche il praefectus urbi, i prefetti del pretorio e Ierocle ⁶. Quanto a El-Gabal, la pietra nera che rappresentava il dio solare di Emesa, fu bandita da Roma ⁷ e rispedita in Siria, dove i suoi fedeli ne attendevano il ritorno.

NOTE

¹ Erodiano (Storia dell’impero romano, V, 8, 4-5)

² Dione Cassio (Storia Romana, LXXIX, 20, 2)

³ Historia Augusta (Eliogabalo, 17, 1-5)

⁴ Erodiano (Storia dell’impero romano, V, 3, 5)

⁵ Dione Cassio (Storia Romana, LXXIX, 18, 4)

⁶ Dione Cassio (Storia Romana, LXXIX, 21, 1)

⁷ Dione Cassio (Storia Romana, LXXIX, 21, 2)

Vita e morte di Ipazia di Alessandria

extrait_agora_10
Contemporanea di Sant’Agostino, Ipazia nacque ad Alessandria d’Egitto, in una data imprecisata tra il 355 e il 370 d.C.; Alessandria era stata per secoli la capitale culturale del bacino mediterraneo, per la contemporanea presenza di alcune importanti istituzioni: il Museo e la Biblioteca nel campo dell’istruzione e il Serapeo in campo religioso. Il Museo era un’istituzione in cui furono chiamati ad operare i più eminenti scienziati e intellettuali dell’antichità. Annessa al Museo, era la Biblioteca, che nel corso di circa due secoli, era riuscita ad accumulare nei suoi scaffali, da un minimo di 400.000 a un massimo di 700.000 volumi (rotoli di papiro), e in cui l’insegnamento nei vari campi del sapere costituiva un punto di riferimento per tutto il mondo antico. La progressiva decadenza dell’impero romano non aveva risparmiato neppure Alessandria. Il Museo e la Biblioteca erano probabilmente già andati distrutti al tempo del conflitto tra Aureliano e Zenobia, regina di Palmira, intorno al 270 d.C., in cui venne incendiato il quartiere Bruchion, sede della biblioteca. Andò così irreparabilmente in cenere un patrimonio culturale millenario. Restava intatto il Serapeo cioè il grandioso tempio dedicato al dio Serapide, in cui si trovava una seconda biblioteca più piccola, nota come Biblioteca Figlia, che era stata costituita nel tempio per facilitare la consultazione di libri da parte del pubblico.

ipazia2

In questo città, luogo di incontro e scontro tra diverse culture e religioni, si trovò a crescere Ipazia, figlia di Teone, grande matematico e filosofo di scuola neoplatonica, che insegnava ad Alessandria. Ipazia seguì gli insegnamenti del padre ma, desiderosa di apprendere sempre di più, completò la sua istruzione soggiornando anche ad Atene, dove assistette alle lezioni dei filosofi dell’epoca. Sappiamo dalle fonti antiche che Ipazia collaborò con il padre Teone nella stesura del monumentale commento al Trattato matematico di Tolomeo e che scrisse sicuramente un commentario ad un’opera di Diofanto di Alessandria, e un commentario alle Coniche di Apollonio di Perga, andati entrambi perduti. Ipazia si occupò anche di meccanica e di tecnologia applicata. Le vengono attribuite alcune invenzioni: un areometro, uno strumento che serve per determinare i gradi della rarefazione o della condensazione di un dato volume d’aria, un idroscopio, usato per determinare il peso specifico dei liquidi e un astrolabio piatto, utilizzato per calcolare il tempo e per definire la posizione del Sole, delle stelle e dei pianeti.

ipazia1

Nel 393, alla morte di Teone, assunse la direzione della Scuola neoplatonica di Alessandria, in cui tenne le sue lezioni sulla base degli scritti dei padri fondatori del neoplatonismo, come Plotino e Giamblico. Insegnante anche di matematica, divenne un’autorità e un indiscusso punto di riferimento culturale nello scenario dell’epoca. Ammirata per la sua bellezza e la sua saggezza, scelse di non sposarsi per dedicare la sua vita alle scienze e alla ricerca della verità.
Nel frattempo, purtroppo, erano stati emanati i decreti teodosiani del 392, che avevano interdetto l’accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto non cristiano, compresa l’adorazione delle statue, equiparando il sacrificare nei templi al delitto di lesa maestà punibile con la morte. Il vescovo di Alessandria Teofilo spinse l’imperatore a ordinare la distruzione di tutti i templi pagani, tranne quello di Dioniso, che sarebbe stato trasformato in una chiesa. La reazione della popolazione pagana di Alessandria non si fece attendere. Seguirono disordini e uccisioni da ambo le parti. In un ultimo disperato tentativo di impedirne la distruzione, i pagani occuparono il Serapeo. Tuttavia, le autorità imperiali li convinsero ad abbandonare l’edificio, che fu lasciato alla furia distruttrice di una folla di monaci e cristiani guidata da Teofilo. Il tempio fu saccheggiato, la statua di Serapide abbattuta e trascinata per le vie della città. Eunapio scrive: “Del Serapeo lasciarono solo il pavimento, e solo perché le pietre erano troppo pesanti”. Periva così tra le fiamme anche la biblioteca annessa al tempio di Serapide.

Ipazia

Ipazia superò indenne questi terribili eventi, grazie all’alone di prestigio e di saggezza che la circondava, anche negli ambienti cristiani più colti. Esichio, nel V secolo, ci informa che “anche i funzionari imperiali, inviati ad Alessandria dal governo di Costantinopoli, chiedevano consiglio a Ipazia ed erano i primi ad andare a casa sua. Era eloquente e dialettica nel parlare, ponderata e piena di senso civico nell’agire, così che tutta la città aveva per lei un’autentica venerazione e le rendeva omaggio. E i capi politici venuti ad amministrare la polis erano i primi ad andare ad ascoltarla a casa sua […]. Perché, anche se il paganesimo era finito, comunque il nome della filosofia sembrava ancora grande e venerabile a quanti avevano le più importanti cariche cittadine”. E inoltre, Ipazia “indossando il mantello dei filosofi, percorreva le vie della città e spiegava pubblicamente Platone, Aristotele, o qualunque altro filosofo, a quanti volessero ascoltarla”. Tra i suoi allievi, si ricorda anche Sinesio di Cirene, che in una lettera la chiama “madre, sorella e maestra”, e che anche dopo l’investitura a vescovo di Tolemaide di Libia, continuerà a decantarne le qualità morali e filosofiche nei suoi scritti. La situazione precipitò rovinosamente nel 412, quando Cirillo successe a Teofilo come vescovo di Alessandria. Nel 414, in un clima di sempre crescente integralismo cristiano, il vescovo Cirillo entrò in contrasto anche con Oreste, il prefetto di Alessandria, e scatenò un violento attacco contro la fiorente comunità ebraica della città. Gli ebrei furono allontanati dalla città e le sinagoghe furono distrutte. Il prefetto Oreste fu estremamente contrariato dall’accaduto e il contrasto con Cirillo si fece sempre più aspro. Il vescovo Cirillo utilizzò allora centinaia di monaci, i cosiddetti parabalani, per fomentare disordini contro il prefetto, che reagì con durezza. Cirillo, venuto a sapere dei rapporti amichevoli tra Oreste e Ipazia, e invidioso del seguito che la filosofa aveva in città, preparò la sua vendetta. Era il mese di marzo del 415 d.C. quando i monaci parabalani, che Cirillo utilizzava come una sorta di polizia privata, al comando di un chierico di nome Pietro, attesero Ipazia mentre tornava a casa in carrozza. La assalirono e la trascinarono nel cortile del Cesareo, da poco trasformato in chiesa cristiana.

Hypatia_(Charles_Mitchell)

In quel luogo, come racconta il pagano Damascio: “incuranti della vendetta dei numi e degli umani questi veri sciagurati massacrarono la filosofa e mentre ancora respirava debolmente le cavarono gli occhi”. E il cristiano Socrate Scolastico aggiunge: “la spogliarono delle vesti, la massacrarono usando cocci aguzzi, la fecero a brandelli. E trasportati quei resti al cosiddetto Cinaro, li diedero alle fiamme”. Così, con un atto di follia omicida e di cieco fanatismo religioso, morì la filosofa e scienziata Ipazia, una donna dallo spirito moderno ed eterno simbolo della libertà di pensiero. Con lei morirono l’antica filosofia e le scienze ellenistiche, che verranno riscoperte in Europa solo quasi un millennio dopo. L’Antologia Palatina ci tramanda un epigramma del poetaPallada, che forse venne scritto sulla tomba o sul cenotafio di Ipazia:

“Quando ti vedo mi inchino a te e al tuo sapere,
e guardo la casa astrale della Vergine,
perché verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia venerata, perfezione di ogni discorso,
astro incontaminato della filosofia”.

Cirillo morirà nel 444 d.C.; La Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse lo venerano come santo. Nel 1882 papa Leone XIII l’ha proclamato dottore della Chiesa.

23 Febbraio 303: inizia la Grande Persecuzione di Diocleziano

persecuzione-1080x630

È l’alba del 23 febbraio del 303 a Nicomedia, in Bitinia, residenza imperiale dell’augusto Diocleziano. I pretoriani, agli ordini del prefetto del pretorio Flaccino, assalgono la chiesa cristiana posta su un’altura della città; sfondano le porte, bruciano i libri sacri, saccheggiano gli arredi e, infine, distruggono la chiesa dalle fondamenta. Dal palazzo imperiale di Nicomedia, Diocleziano, in compagnia del cesare Galerio osserva la scena; ha appena scatenato la grande persecuzione contro i cristiani.

La scelta del giorno non è casuale per questo principe “religiosissimus” e strenuo difensore della tradizione classica. Il 23 febbraio era la festa di Terminus, il dio che proteggeva la stabilità dei confini e quindi l’ordine costituito appena restaurato con grandi sforzi da Diocleziano. Ponendo l’inizio della persecuzione contro i cristiani sotto la protezione di Terminus, Diocleziano intendeva chiudere un’epoca di lotte e di instabilità che aveva funestato l’impero per quasi un secolo. Il giorno dopo, venne pubblicato l’editto, con cui l’imperatore ordinava la distruzione di tutte le chiese e dei libri sacri, la perdita delle cariche e dei diritti civili per tutti i senatori, cavalieri e decurioni di religione cristiana e il ritorno in schiavitù per i liberti cristiani in servizio nei palazzi imperiali. L’editto, che ci è stato tramandato nei contenuti solo da fonti cristiane, fu seguito nei mesi successivi da almeno altri quattro provvedimenti, con cui si imponeva a tutti i sudditi di compiere i sacrifici rituali. La pena per i trasgressori era la tortura fino al compimento dei propri doveri oppure la morte per gli irriducibili. La collera di Diocleziano contro i cristiani era aumentata gradualmente.

d985d6a41b6c8a03fd9b5afc4209cd09
Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

Già da alcuni anni Diocleziano aveva allontanato i cristiani dai ranghi dell’esercito, perché non riteneva di potersi fidare di persone la cui devozione era per Cristo e non per l’Augusto. Coloro che non sacrificavano alle divinità o al nume tutelare dell’imperatore, esprimendo così la loro fedeltà a Roma, vennero espulsi e, in casi estremi, giustiziati. Diocleziano riteneva ormai che i Cristianesimo fosse un serio ostacolo al suo sforzo di risollevare le sorti dell’impero. I cristiani, inclini al proselitismo e portatori di valori inconciliabili con l’insegnamento degli antichi, si opponevano a oracoli e riti sacrificali necessari alla religione tradizionale, minando in definitiva, con la loro carica eversiva, i pilastri stessi dell’ideologia imperiale. Tuttavia, solo negli ultimi anni del suo regno, Diocleziano vinse ogni titubanza e decise di passare a una massiccia repressione, convinto da influenti intellettuali di corte come il filosofo Porfirio e Sosiano Ierocle, il governatore della Bitinia, oltre che dal cesare Galerio, un convinto anticristiano e dai sacerdoti e aruspici, i cui responsi teneva in gran conto. Infatti, si narra che Diocleziano inviò anche un aruspice presso l’oracolo di Apollo Milesio a Didyma, per chiedere un parere del dio. Al suo ritorno, l’aruspice riferì che anche Apollo aveva parlato contro la religione cristiana, rafforzando così la decisione di Diocleziano.

La persecuzione fu sicuramente la più dura mai vista fino ad allora, ma ebbe diversa intensità ed efficacia nelle varie province, condizionata anche dall’atteggiamento dei singoli tetrarchi. Zelanti anticristiani furono in Oriente Diocleziano e Galerio e, nella parte occidentale da lui controllata, l’augusto Massimiano. Più blanda nelle Gallie e in Britannia, governate dal cesare Costanzo, padre di Costantino, in cui la presenza cristiana era comunque scarsa.

 

Morte di Gaio Cesare (21 febbraio 4 d.C.)

 

1280-1280-Gaio Adulto (3)
Gaio Cesare

Il 21 febbraio è una delle ricorrenze più tristi nella vita di Augusto, costellata di enormi successi ma anche di immani dolori, causati sia dal comportamento non proprio esemplare di alcuni membri della sua famiglia, che dai lutti che lo privarono dei migliori rampolli della sua stirpe. Infatti, il 4 febbraio del 4 d.C., suo nipote Gaio, figlio adottivo ed erede designato, inviato da console in Siria, perse la vita a Limira, in Licia, mentre cercava di tornare via mare a Roma per curare i postumi di una ferita subita in un agguato due anni prima, nei pressi della fortezza di Artagira, e da cui non si era più ripreso. Augusto, folle di dolore, fece gettare in un fiume, con un macigno legato al collo, il pedagogo e gli aiutanti di Gaio, che avevano approfittato della malattia del figlio per operare malversazioni nella provincia. Gaio fu sepolto nel grande mausoleo che Augusto aveva fatto costruire per ospitare i resti mortali dei membri della sua famiglia, dove si ricongiunse al fratello Lucio, morto per un’improvvisa e misteriosa malattia il 20 agosto del 2 d.C. a Marsiglia, dove era stato inviato per fare esperienza sul campo.

lucio
Lucio Cesare

Per la morte di Lucio, ci fu anche chi sospettò una attiva e interessata partecipazione di Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio.
Sempre alla ricerca di un discendente maschio da designare come successore, Augusto aveva già perso nel 23 a.C., a soli 19 anni, il suo amato nipote Marcello, figlio di sua sorella Ottavia e successore designato. Augusto aveva quindi fatto sposare sua figlia Giulia, vedova di Marcello, con Marco Agrippa e da questo matrimonio le sue speranze sembravano essere state esaudite. Nacquero Gaio nel 20 a.C. e Lucio nel 17, che Augusto adottò dopo la morte di Agrippa (12 a.C.) per farli crescere nella sua casa. Il Princeps aveva affidato l’istruzione di Gaio e Lucio al famoso grammatico Verrio Flacco: lezioni di grammatica, di lingua greca e di oratoria divennero il pane quotidiano dei due ragazzi, oltre ai rudimenti dell’arte militare, affinché crescessero con la padronanza di tutti i mezzi utili a esercitare il potere su un immenso impero. Leggiamo direttamente le parole con cui Augusto ricorda con affetto i suoi figli, impresse in eterno nel bronzo delle Res Gestae: “I miei figli […] Gaio e Lucio Cesari, in mio onore il senato e il popolo romano designarono consoli all’età di quattordici anni, perché rivestissero tale magistratura dopo cinque anni. E il senato decretò che partecipassero ai dibattiti di interesse pubblico dal giorno in cui furono accompagnati nel Foro. Inoltre i cavalieri romani, tutti quanti, vollero che entrambi avessero il titolo di principi della gioventù e che venissero loro donati scudi e aste d’argento” (Res Gestae, 14).

1280-1280-Gaio Cesare
Gaio Cesare bambino

Augusto aveva fatto partecipare i giovani Gaio e Lucio all’amministrazione dello stato e, appena furono abbastanza grandi, li aveva inviati nelle province e presso gli eserciti. Purtroppo, proprio queste missioni ebbero un esito tragico per le sorti della casata Giulia. Tutta l’amarezza di Augusto per la perdita dei due figli adottivi traspare nelle parole iniziali del suo testamento, fatto leggere in senato da Tiberio nel 14 d.C.: “Poiché un destino crudele (atrox fortuna) mi ha strappato i miei figli Gaio e Lucio, nomino mio erede Tiberio Cesare…” (Svetonio, Tiberio, 23). “Atrox Fortuna”, due parole che fanno capire bene il dolore che funestò gli ultimi anni di vita di Augusto.